Mese: marzo 2017

Danzare sul filo del rasoio …

danzare sul filo 2

Riflessioni dopo una sessione di counseling …..

Il grande paradosso dell’amore è che ci stimola ad essere pienamente noi stessi e a rispettare la nostra verità individuale, e al tempo stesso anche ad abbandonarci senza riserve. Se ci allontaniamo troppo da noi stessi avvicinandoci al partner, cominciamo a perderci, se però ci tratteniamo e rimaniamo troppo autosufficienti, non è possibile un contatto profondo.

Se una relazione vogliamo che vada avanti non è possibile restare aggrappati ad una posizione unilaterale. Momento per momento è necessario essere capaci di mantenere le nostre posizioni, ma anche di lasciarci andare e modificare la nostra prospettiva se cambia la situazione. Non possiamo aggrapparci a nessuna delle situazioni sicure e abituali, sia di separatezza che di fusione, sia di dipendenza che di indipendenza, sia di attaccamento che di distacco.

Ecco perché vivere in genuina presenza e intimità con un’altra persona ci costringe a vivere sul margine dell’ignoto.

Un confine o un margine, come punto di incontro di due mondi differenti, è un luogo di enorme potere. Sulla riva, dove si incontrano mare e terra, si sprigionano energie poderose e tumultuose. La nostra pelle è elettrica, perché in essa si riconciliano l’interno e l’esterno, il sentimento e il mondo.

L’essenza di una relazione è di riunire gli opposti, pertanto ci fornisce continuamente l’opportunità di passare dall’una all’altra parte di noi: maschile e femminile, noto e ignoto, amore e paura, condizionato e incondizionato, cielo e terra. L’alchimia dell’amore fiorisce in questo gioco, perché il calore e il contrasto delle differenze fra due persone spingono ad esplorare nuovi modi di essere. Tuttavia, la nostra paura dell’ignoto, spesso, ci induce a chiuderci e tirarci indietro dal margine vibrante dove i nostri opposti si incontrano e a volte si scontrano.

Così, se ci teniamo a usare le grandi occasioni che le relazioni ci offrono, dobbiamo imparare a restare vigili e aperti rispetto alla paura, alla tensione e all’ambiguità che esse fanno nascere.

Il confine dove gli opposti si incontrano è affilato come il filo del rasoio, poiché incide attraverso la serie di abitudini e routine comode e familiari che identifichiamo con “me”, “come sono io”. Riconosciamo questo filo sensibile ogniqualvolta sentiamo l’acutezza del contatto, l’intensità dell’essere toccati, colpiti e trafitti da un altro.

Nell’aprirci all’altro incontriamo l’ignoto; ci sentiamo vulnerabili, incerti sul da fare. Aprirci? Proteggerci? Un po’ di ciascuna cosa? Che ne sarà di noi se non ci aggrappiamo alle vecchie strategie? Dove ci porterà? Che fare? … Ci gira la testa ….

Nessuna di queste domande può portarci ad una soluzione soddisfacente ma solo a distoglierci dal filo del rasoi dove ci sentiamo trafitti dal nostro amore e dalla nostra vulnerabilità. Perché sentiamo il bisogno di essere trafitti in questo modo, ci sentiamo più pienamente svegli e vivi.

Qui sul filo del rasoio, scopriamo l’essenziale precarietà dell’amore. Qui possiamo anche imparare a danzare con il flusso e l’incertezza che si presentano continuamente in una relazione. Un acrobata non mantiene la sua posizione su una corda tesa tentando di tenersi in perfetto equilibrio. Piuttosto lascia che il suo equilibrio lo faccia muovere avanti e indietro, trovando così nuovi equilibri.

Aprirsi a un altro, inevitabilmente, mette alla prova anche il nostro equilibrio interiore, smuovendo parti di noi da cui ci siamo da tempo distaccati. Perciò, in una relazione, ogni momento di incertezza indica diversi lati di noi stessi o quei lati che cercano di raggiungere un nuovo equilibrio tra di loro. Possiamo scoprire come procedere, in questi momenti, soltanto osando sentire e riconoscere entrambi i lati e vedere dove ci portano.

Così, invece di attenerci a un qualche stato di ideale armonia, possiamo imparare a far uso dell’azione stessa di cadere da un estremo all’altro per risvegliarci e vedere dove siamo e, nel risveglio, trovare un nuovo equilibrio.

Naturalmente può fare abbastanza paura mantenersi in equilibrio sul filo del rasoi, esplorando cosa significa essere presenti rispetto ad un’altra persona, senza contare più sulle vecchie strategie e formule. In questo caso la paura è un richiamo perché ci stiamo muovendo da un territorio noto ad uno ignoto e più vasto che sta davanti e intorno a noi. Ci mette in guardia dal non dare nulla per scontato restando svegli rispetto a quanto ci sta succedendo e rispetto a quello che la situazione richiede.

La paura e la vulnerabilità che sentiamo, quando non abbiamo niente di concreto in mano, ci indica che stiamo evolvendo. Così, sebbene qualcuno abbia detto “l’amore è abbandonare la paura”, questa visione appare semplicistica e visto che la paura è la compagna dell’intimità, potremmo piuttosto dire che “l’amore è fare amicizia con la paura “ ….

MIO: possesso o identità?

IO SONO MIA

Darò subito una mia personale preferenza, mi piace l’uso del termine se riferito all’identità personale, piuttosto che all’appartenenza. Dunque “mio” non nel senso del possesso, ma dell’identificazione.

Nell’accezione più comune del possesso, l’aggettivo è costantemente, e spesso a ragione, bistrattato e censurato. Non sta bene rimarcare il possesso e questo lo impariamo fin da bambini. E’ quasi sempre considerato dagli adulti un segno di egoismo, di prepotenza e di mancanza di considerazione per gli altri.

Tuttavia non è bene eccedere con le colpevolizzazioni associando al termine solo aspetti egoistici di prevaricazione. Infatti non possiamo dimenticare che, nel corso dello sviluppo evolutivo, l’uso del “mio” risponde soprattutto al bisogno di affermare la propria identità che piano piano emerge nel suo costituirsi come entità autonoma.

E’ quindi, a mio parere, necessario che gli educatori, anche per trasmettere ai bambini dei sani principi di autotutela, insegnino loro a confrontarsi con gli altri arrivando anche a battersi per rivendicare i propri diritti. Ovviamente tutto questo senza che venga meno il reciproco rispetto. Diciamo che potrebbe essere un’educazione all’assertività, caratteristica comunicativa fondamentale per il buon vivere nel pieno riguardo dei propri e altrui bisogni.

Questo perché se noi trasmettiamo ai bambini, riguardo all’uso del “mio”, solo una sorta di avversione che contrasta con il loro naturale istinto di autoaffermazione, faremo crescere individui inibiti e timorosi che faticheranno a riconoscere la loro potenzialità e a trovare uno spazio di libera espressione.

Se andiamo un po’ più a fondo, staccandoci dal mero significato di possesso di cose tangibili, l’uso del “mio” porta con sé una importante familiarità con la propria intimità.

Dentro ciascuno di noi c’è un mondo prezioso da scoprire e vivere, al quale solo noi abbiamo accesso, in cui è tutto rigorosamente “mio”.

E’ uno spazio che va preservato perché è lì che nasce e cresce la nostra autonomia.

L’uso del possessivo, poi, entra prepotentemente di “diritto” nelle relazioni amorose. E questa è una consuetudine che dovrebbe inquietarci, perché rimanda ad una modalità poco sana di intendere i legami.

A mio parere non esiste un’espressione più avvilente di una dichiarazione d’amore che assume la forma di un atto di proprietà: “sei Mio”, “sei Mia”.

Sarebbe bene ribellarci a queste parole, invece di pensare che esse rappresentino l’aspetto più alto di un sentimento d’amore: “per te esisto solo io, per me esisti solo tu”. Senza considerare che in realtà esse esprimono la presa di possesso della nostra individualità, uno scippo ingiustificato a prescindere da ogni sentimento possa esserci sotto.

Ammettiamo pure che, nelle relazioni sentimentali, non sempre il desiderio di “possedere” l’altro sottenda necessariamente ad una logica di potere; a volte a più a che fare con un bisogno di fusione totale, almeno all’inizio. Credo comunque sia importante prestare maggiore attenzione al linguaggio e alle sue implicazioni, per non venire meno al rispetto dell’identità dell’altro.

Al contrario, nell’accezione che preferisco, come ho detto all’inizio, l’aggettivo “mio” contiene un preciso richiamo all’identità e alla responsabilità personale.

In questo caso “Mio” mi identifica, parla di me, mi caratterizza come persona unica. Ha la funzione di delimitare il mio confine, indispensabile per evitare di disperdermi, di confondermi o farmi invadere dall’ambiente circostante così da poter conservare i tratti propri della mia personalità.

“Mio” potrà quindi voler dire: “So chi sono, mi riconosco, mi tengo in considerazione perché conosco il mio valore e la mia unicità”.

Il sottotitolo di tutto questo diventa quindi “abbasso l’omologazione”. Conosciamo tutti l’intensità delle pressioni a cui veniamo sottoposti costantemente dai vari mezzi di comunicazione che dettano precise tendenze e propongono continuamente modelli a cui conformarci per sentirci integrati e “uguali”.

Con questo presupposto, “mio” allora potrà assumere il significato di “non convenzionale”, maggiormente “unico”, proprio di una persona che ha una propensione a differenziarsi per affermare la propria inconfondibile Essenza.

Perciò rivendichiamo pure “mio e di nessun altro”, nel senso migliore del termine!

liberamente tratto da: I.Castoldi “Se bastasse una sola parola” ed. Urra

Essenza e apparenza

rosa tra le mani

Ogni oggetto o essere vivente possiede una natura intrinseca e una manifestazione estrinseca, un’essenza e un’apparenza.

Se prendiamo ad esempio un’automobile, possiamo considerare aspetti della sua interiorità il motore, il telaio, le sospensioni e come aspetti della sua esteriorità la carrozzeria, la linea, il colore.

La linea è importante, ha una sua funzione, però sappiamo che essa incide poco sulle prestazioni della vettura, dipendenti soprattutto da ciò che si trova al suo interno: potenza del motore, qualità delle sospensioni etc.. Non bastano linea aggressiva e vernice rossa per trasformare un’auto qualsiasi in un’auto sportiva; viceversa ci sono auto che dietro un’apparenza da berlina per famiglie nascondono alte prestazioni.

Questo esempio ci dice che l’apparenza è una cosa, l’essenza un’altra.

In un fiore, invece, essenza e apparenza sono coerenti: esso non è diverso da quello che sembra (salvo che nelle piante carnivore) e il suo aspetto esteriore è semplicemente un’espressione della sua natura profonda. Non ha la possibilità di fiorire diversamente da quello che è.

Pensiamo ad una rosa: inizialmente è tutta avviluppata in se stessa e piano, piano si apre, mostrando sempre più forma, colore e profumo, e in questo esprime esattamente la sua natura, che è quella di attirare e accogliere gli insetti, essere fecondata e produrre il frutto e quindi i semi. Non fa niente che non sia già previsto nella sua funzione vitale. In questo caso l’esteriorità è al servizio dell’essenza ed insieme concorrono alla realizzazione del fiore.

“Una rosa è una rosa, è una rosa…” e in effetti non può essere nient’altro che questo; un essere umano invece può apparire in maniera molto diversa da ciò che è dentro.

Un bugiardo può mostrarsi sincero, un ignorante può atteggiarsi a sapiente, un timido può sembrare spavaldo. Insomma, ciò che l’uomo può esprimere all’esterno non corrisponde necessariamente alla sua realtà interiore.

L’essere umano non è l’unica creatura vivente in grado di alterare profondamente il rapporto tra essenza e apparenza: anche alcune piante ed animali lo fanno; egli tuttavia è l’unico che finisce per ingannare se stesso.

Un camaleonte sa benissimo, in ogni momento, chi è: anche quando si trasforma e sembra una pietra, sa di essere un camaleonte, e lo stesso vale per la pianta carnivora; l’uomo invece, a forza di mentire agli altri, finisce per ingannare se stesso e scordarsi chi è, identificandosi con il personaggio che si è costruito.

Siamo talmente abituati a recitare che non ci sembra più nemmeno di farlo e diciamo a noi stessi:” Questa sono io”; mentre invece dovremmo dire: “Questa è la maschera che indosso da così tanto tempo da identificarmi con essa”.

Il problema del falso sé non è di natura etica, e non va stigmatizzato il fatto che si menta ad altre persone, che si indossino maschere volte a ingannarle sulla nostra reale natura.

In un ambiente rigido, autoritario, aggressivo, mentire è lecito, specie per un bambino che non ha il potere e le competenze per contestare le regole stabilite dagli adulti. Nello stesso modo è funzionale indossare maschere e corazze per proteggersi dall’aggressività e insensibilità altrui.

Il vero problema sta nel fatto che a forza di indossare queste maschere ci dimentichiamo chi siamo veramente, illudendoci di essere quel personaggio, o quella compagnia di personaggi, che ci siamo creati nell’infanzia o nell’adolescenza, finendo quindi per ingannare persino noi stessi.

Anche se al giorno d’oggi l’autenticità, la spontaneità e la sincerità sono considerate da molti valori di grande rilevanza da ricercare sopra tutto, la cultura dominante è stata fino a poco tempo fa di ben altro avviso.

Non dobbiamo dimenticare infatti che proveniamo da una tradizione essenzialmente patriarcale e autoritaria, che preferiva l’uniformità all’autenticità, l’obbedienza alla spontaneità, l’ipocrisia alla sincerità; importava molto di più “che cosa eri” piuttosto che “chi eri”. Le persone comunicavano quasi esclusivamente da ruolo a ruolo, da maschera a maschera senza nulla esprimere della propria essenza. Si istruivano i bambini fin da piccoli a comportarsi secondo determinati clichè, a dissimulare, a recitare parti e copioni perfino nei rapporti più intimi: genitori-figli, mogli-mariti  …

E anche se questo sistema di convenzioni comunicative basate sull’ipocrisia e l’apparenza è stato via, via messo in discussione e poi in parte scardinato; tuttavia si è creato un sistema sostitutivo e al vecchio conformismo ha fatto seguito un nuovo conformismo di cui la globalizzazione forse ne è l’emblema.

Siamo usciti da un sistema prestabilito di convenzioni per entrare in un sistema di nuovi simboli, forse più creativi ma altrettanto prestabiliti e vacui.

Questo perché è stato messo in discussione il meccanismo sociale esteriore che promuoveva il mascheramento, ma non sono state scalfite le motivazioni interiori cha portano a mascherarsi perdendo il contatto con le nostre più intime aspirazioni, con quel nucleo dell’essere che ci contraddistingue da tutti gli altri esseri viventi rendendoci unici.

Non è facile liberarsi di abitudini sociali vecchie di secoli, anche perché la tendenza a mascherarsi non dipende solo dal perpetuarsi di certi modelli culturali, ma deriva anche dalla naturale tendenza a ricercare il piacere e sfuggire il dolore, che in termini di interazione sociale significa ricercare l’amore e l’approvazione degli altri ed evitarne la riprovazione e l’aggressione. La motivazione psicologica che ci spinge, fin dall’infanzia, a comunicare in modo controllato, artefatto è proprio quella di ottenere considerazione e accettazione da parte degli altri, proteggendo al contempo la nostra vulnerabilità.

Fare Pulizia …..

semi 1

“Come il contadino passa al setaccio i semi per togliere le impurità, noi dobbiamo imparare a passare al setaccio la nostra vita, cosìfacendo spesso pulizia, manteniamo la chiarezza che ci serve per attirare nuove esperienze”

Risonanze del week-end …..

Siamo esseri che adorano riempire ogni cosa con i propri ricordi, con i propri cimeli di famiglia; ogni spazio a disposizione continene tantissime coseche sono appartenute ad un passato lontano, che non servono più, ma di cui non riusciamo a disfarci.

Conclusione? Esse occupano spazio, uno spazio che, se liberato e pulito, potrebbe contenere cose nuove.

Quante volte ci lamentiamo perchè la vita tradisce le nostre aspettative? Tantissime.

Tuttavia non possiamo permettere che le novità entrino nella nostra vita, se prima non prepariamo per loro lo spazio necessario per collocarsi.

Ora è arrivato il momento!

Liberiamoci dai tanti fardelli che ci portiamo dietro da chissà quanle passato, da chissà quale persona o storia, da chissà quale paura …. il passato è andato!

Noi e il mondo intorno a noi sta cambiando, tutto cambia costntemente, in noi  e fuori di noi, ad ogni nostro respiro, ad ogni nostro battito di cuore.

Prendiamoci il tempo di svuotare tutti gli armadi, di mettere da una parte quello che serve e di lasciare andare quello che non serve più.

E se prima pensavamo di non avere abbastanza spazio, ora, dopo aver fatto pulizia, ci stupiremo quanto vuoto sia rimasto in quegli stessi armadi.

La chiarezzza arriva sempre eliminando ciò che non va o che non serve.Ogni scelta, ogni decisione è necessario che nasca dalla chiarezza, altrimenti il rischio sarà di prendere ancora una volta cose che non ci servono, o peggio ancora, ci fanno male …..

Le donne sagge …..

DONNE4

Le Donne sagge si prendono cura di sè, scelgono con la “saggezza del cuore”, ascoltano e raccolgono i segnali dela vita, si fidano del proprio istinto, chiedono aiuto e sanno stare da sole, coltivano la curiosità e mantengono la capacità di stupirsi.

Improvvisano e ridono insieme, accolgono, si rimettono in gioco, sanno di re di No e sanno dire di Sì, assumono oggi la propria responsabilità per il futuro, custodiscono tutto quello che conta per loro, camminano leggere sui fili e appoggiano il piede saldo sullaterra, tessono la trama della vita e inventano il tempo, amano e sanno trasformarelapietra in pane …..

R.Piliego

Auguri a me e a tutte le donne cuoricino

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: