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Sull’osare …. una storia

OSARE 6

 

 

“C’era una volta un uomo che stava scalando una montagna. Stava facendo una salita piuttosto complicata, in un luogo dove c’era stata un’abbondante nevicata.

Aveva passato la notte in un rifugio e, il mattino seguente, la neve aveva coperto tutta la montagna, il che rendeva la scalata ancora più difficile. Ma l’uomo non era voluto tornare indietro, cosicchè, in un modo o nell’atro, con fatica e coraggio, continuò ad arrampicarsi sempre più su, scalando questa altissima montagna.

Finchè, ad un certo punto, forse per un calcolo sbagliato, forse perché la situazione era davvero difficile, un gancio della sua corda di sicurezza cedette. L’alpinista scivolò e cominciò a cadere a picco a lato della montagna, sbattendo selvaggiamente contro le pietre in mezzo ad una valanga di neve.

Tutta la vita gli passò davanti agli occhi e, mentre inerme aspettava il peggio, sentì che una fune gli accarezzava il viso. Senza pensarci vi si aggrappò istintivamente. Forse la fune era rimasta appesa a qualche appiglio … Se era così, era possibile che reggesse e arrestasse la caduta.

Guardò in alto, ma era tutto coperto di neve che, tra l’altro, gli cadeva addosso. Ogni secondo sembrava un secolo in questa discesa accelerata e interminabile. All’improvviso, la corda si fermò con uno strattone e resistette. L’alpinista non riusciva a vedere nulla, ma sapeva che, per il momento era salvo. La neve cadeva intensamente e lui stava lì, inchiodato alla fune, sentendo moltissimo freddo ma appeso a quel pezzo di lino che gli aveva impedito di morire schiantandosi sul fondo della valle tra le montagne.

Cercò di guardarsi intorno, ma non c’era verso, non si vedeva niente. Gridò due o tre volte, ma si rese conto che nessuno poteva sentirlo. La sua possibilità di salvarsi era molto remota: anche se avessero notato la sua assenza, nessuno avrebbe potuto cercarlo prima che avesse smesso di nevicare e, anche allora, come avrebbero fatto a sapere che l’alpinista era appeso in qualche punto del burrone.

Però se non avesse fatto subito qualcosa, sarebbe stata la fine.

Ma che fare?

Pensò di arrampicarsi lungo la corda per cercare di raggiungere il rifugio ma si rese immediatamente conto che era impossibile. All’improvviso sentì la voce. Una voce dentro di sé che gli diceva: “Salta”. Forse era la voce della sua saggezza interiore, forse di qualche spirito maligno, forse un ‘allucinazione … E sentì che la voce insisteva: “Salta … salta ..” .

Pensò che saltare significasse morire sul colpo. Pensò alla tentazione di scegliere la morte per smettere di soffrire.

E per tutta risposta la voce si ostinò con ancora più forza: “Salta, non soffrire più, questo è un dolore inutile, salta!”. E, di nuovo ebbe l’impulso di aggrapparsi ancora più forte, mentre si diceva coscientemente che la voce che lo incitava a saltare, senza dubbio non poteva essere quella che gli aveva salvato la vita.

La lotta continuò per ore, ma l’alpinista rimase aggrappato a quella che pensava fosse la sua unica possibilità.

La leggenda racconta che, il mattino seguente, la pattuglia di ricerca e salvataggio trovò lo scalatore quasi morto. Gli restava appena un soffio di vita. Qualche minuto in più e l’alpinista sarebbe morto congelato, paradossalmente aggrappato alla sua corda ….. a meno di un metro da terra …. “

Jorge Bucay

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A volte dunque non saltare può condurci alla morte. In alcune occasioni la nostra vita è legata a quel salto, al lasciare andare le cose alle quali ci aggrappiamo fortemente, credendo che possederle sia ciò che continuerà a salvarci dalla caduta.

Tutti tendiamo ad aggrapparci alle idee, alle persone, alle esperienze vissute, ai legami, agli spazi fisici, ai luoghi conosciuti senza osare l’ignoto.

Troppo spesso, anche se intuitivamente ci rendiamo conto che aggrapparci non ci porterà a nulla, continuiamo a restare ancorati a quello che non ci serve o non c’è più, fuggendo dalle fantasiose conseguenze che immaginiamo accadranno se ci permettiamo di lasciarlo andare.

Vivere attivamente è permettere che le cose cessino di essere per far posto a cose nuove, è smettere di aggrapparsi al passato per paura dell’ignoto. Diventare adulto implica sempre perdere qualcosa, anche se fosse solo uno spazio immaginario. Crescere implica abbandonare una realtà precedente, anche se ci sembra più sicura, più protetta e quindi più prevedibile.

Continuare a rimanere aggrappati al passato è rimanere centrato su quello che ho perché non ho il coraggio di vivere quello che succede.

Imparare ad elaborare una perdita significa andare verso il nuovo, passare dal conosciuto allo sconosciuto per continuare a crescere …..

“Ciò che non abbiamo osato, abbiamo certamente perduto” Oscar Wilde

Ci sono possibilità

coppia-bici

“I dwell in possibility” E.Dickinson

Anche se oggi sembra minacciata, l’avventura dello stare in coppia resta una proposta magnifica, stupefacente e a volte esplosiva!

Con questo post, nato sulla scia di un libro stupefacente, lucido e a volte chirurgicamente spietato che sto leggendo “Eccomi” di Jonathan Safran Foer, voglio invitare tutti coloro che si impegnano in questa avventura a trovare i mezzi per affrontarla nel migliore dei modi cercando di non farsi intrappolare da:

  • l’accusa dell’altro “é colpa tua, hai sempre ragione, non parli mai, non ti si può dire mai nulla, non ci sei mai”
  • l’autoaccusa: “non vedo mai nessuno, non sono interessante, i miei genitori non mi hanno mai amato, non ho mai avuto possibilità…”
  • il non detto: tutte quelle parole sospese che per paura, noia, fatica, si vanno ad accumulare  dando origine a distanze sempre più incolmabili ….

La vita a due ha bisogno di responsabilizzazione ad ogni istante, di presenza di quell’Eccomi  senza se e senza ma.

Se non ci lasciamo definire dai desideri e dalle paure dell’altro, se non tentiamo di definirlo in funzione dei nostri desideri o delle nostre paure, possiamo sperare di alimentare una relazione viva e duratura con un essere amato o una persona che ci ama.

E’ possibile cominciare a restare in piedi senza vacillare, senza piegarsi sotto la paura …

E’ possibile cominciare a camminare, senza essere titubanti; a scegliere un proprio cammino, ad aprirsi un varco attraverso gli ostacoli e i dubbi.

E’ possibile cominciare a parlare, forse esitando, ma con parole proprie.

E’ possibile osare.

E’ possibile esprimere il proprio stato d’animo, le proprie emozioni, le proprie posizioni.

E’ possibile correre il rischio di perdersi, di soffrire.

E’ possibile correre il rischio di non essere sempre compresi o ascoltati.

E’ possibile abituarsi ad una maggiore solitudine per incontrare meglio la parte migliore di sé.

E’ possibile cominciare ad uscire dai bisogni e dalle mancanze che l’altro proietta su du noi, per vivere relazioni di piacere in cui il desiderio possa esprimersi in tutta libertà nello spazio dentro di noi, nello spazio necessario ad ogni incontro.

E’ possibile vivere inizi e nascite senza ferirsi, senza entrare nelle ferite altrui.

E’ possibile cominciare a nascere di nuovo più vicini a se stessi. Riconoscersi nel sogno, nella tenerezza, nella condivisione delle parole.

Quando l’impossibile attraverso l’ascolto e lo sguardo dell’altro si trasforma in possibile è …. MERAVIGLIA!!!

Vivere la coppia in modo duraturo e in una relazione di creatività prima di tutto vuol dire correre il rischio di assumere una posizione il più possibile chiara nelle nostre aspettative, nei nostri contributi e nelle nostre zone di intolleranza e vulnerabilità.

Vuol dire proporre all’altro di stabilire i suoi confini, di affermarsi anche nelle sue richieste, nelle sue aspettative e nelle sue zone di intolleranza e vulnerabilità.

Vuol dire anche accettare di scoprire con stupore e disagio la possibilità o l’impossibilità di una relazione viva e sempre da costruire, da alimentare e sviluppare con la persona che ci ha scelto e che noi abbiamo scelto.

Ogni relazione contiene una parte aleatoria, imprevedibile, un’incognita legata alle evoluzioni, alle rivelazioni e agli incontri che costellano ogni esistenza. Questo è il rischio legato ad ogni forma di vita.

Un rischio sempre più ridotto se preso in considerazione da uno sguardo lucido sulla realtà.

Vorrei concludere con una sorta di Dichiarazione dei diritti all’amore da leggere ogni tanto insieme strada facendo ….

  • Amarti senza sottometterti
  • Addomesticarti senza metterti in gabbia
  • Conosceti senza irrigidire la mia visione
  • Trovarti senza nascondermi
  • Raggiungerti senza minacciarti
  • Accoglierti senza trattenerti
  • Chiederti senza obbligarti
  • Darti senza svuotarmi
  • Rifiutarti senza ferirti
  • Lasciarti senza dimenticarti
  • Riempirti senza colmarti
  • Esserti fedele senza tradirmi
  • Sorriderti e intenerirmi
  • Scoprirti e stupirmi
  • Meravigliarmi e lasciarmi andare alla fluidità dello slancio
  • E restare così viva e libera, aperta alle possibilità dei nostri incontri

 

 

 

Perché relazionarsi è così difficile?

abbraccio 1

“ Siate due colonne che sostengono lo stesso tetto, ma non cercate di possedere l’altra persona, lasciate che rimanga indipendente. Sorreggete lo stesso tetto: quel tetto è l’amore “ K.Gibran

Perché non sei ancora un vero essere. Dentro di te c’è un vuoto interiore e hai paura che, entrando in relazione con qualcun altro, prima o poi questo vuoto sia portato allo scoperto; ti sembra quindi più sicuro mantenere una certa distanza dalla gente, così almeno, puoi fingere di esistere.

Non sei ancora nato; sei solo una potenzialità, non sei ancora un essere completo, e soltanto due persone realizzate possono relazionarsi.

Due semi non possono entrare in relazione, perché sono chiusi; due fiori possono relazionarsi, perché sono aperti, e possono effondere il loro profumo l’uno verso l’altro, possono danzare nello stesso raggio di sole e nello stesso alito di vento e possono dialogare e sussurrare fra loro. Ma per due semi tutto ciò è impossibile, perché sono completamente chiusi, privi di finestre: come potrebbero relazionarsi?

La situazione in cui ti trovi è questa: l’essere umano nasce sotto forma di seme, e può diventare un fiore oppure restare un seme. Dipende tutto da te, da cosa decidi di fare; crescere o no dipende interamente da te; si tratta di una tua scelta, ed è necessario affrontarla momento per momento, perché ogni istante rappresenta un crocevia.

Milioni di persone decidono di rinunciare a crescere, restano semi e si fermano allo stato potenziale; non sanno cosa sia la realizzazione e l’attuazione del proprio essere, non sanno cosa significhi ESISTERE, e vivono e muoiono in modo del tutto vuoto. Come possono relazionarsi? Se lo facessero metterebbero in mostra se stesse, la propria nudità, sembra quindi molto più saggio  mantenere le distanze.

Persino gli amanti mantengono le distanze; si avvicinano solo fino a un certo punto e stanno molto attenti a indietreggiare al momento giusto; stabiliscono confini che non attraversano mai, restandone imprigionati. Certo tra di loro esiste una sorta di legame, ma non è quello della relazione, bensì quello del possesso. Ma possedere non significa relazionarsi, al contrario, il possesso distrugge ogni possibilità di entrare in relazione.

Entrare in relazione con una persona significa rispettarla: non puoi possederla. Quando ci si relaziona, c’è riverenza e si giunge ad essere davvero molto, molto vicini, in profonda intimità, senza però interferire con la libertà dell’altro, che resta un individuo indipendente. La relazione che si crea non coinvolge un soggetto ed un oggetto ma due soggetti alla pari.

Perché milioni di persone hanno scelto di rimanere semi? La ragione delle loro scelta è che la condizione del seme è più sicura di quella del fiore. Il fiore è fragile, mentre il seme sembra molto più resistente; il fiore può essere distrutto molto facilmente, perché basta una raffica di vento per far volare via i suoi petali, mentre il seme non può essere disperso dalle correnti con altrettanta facilità, perché è protetto, al sicuro.

Il fiore è molto esposto e, pur essendo così delicato, è sottoposto a moltissimi rischi: può arrivare un forte vento, può piovere a dirotto, il sole può essere troppo caldo … Ad un fiore può accadere qualsiasi cosa ed è costantemente in pericolo, mentre il seme è al sicuro; per questo milioni di persone scelgono di rimanere semi , il rischio è troppo forte.

Ma restare semi significa rimanere in uno stato di morte, senza un minimo di vitalità; certo, si tratta di una condizione sicura, ma priva di vita. La morte è una cosa sicura, mentre la vita è incertezza! Chi vuole VIVERE davvero dovrà farlo in mezzo al pericolo; chi desidera raggiungere la vetta deve assumersi il rischio di smarrirsi; chi vuole salire fino alla cima più alta deve correre il rischio di cadere e di scivolare. Più è grande il desiderio di crescere, più occorre accettare il pericolo.

Il primo requisito per relazionarsi è ESSERE, diventare un vero individuo, perché se ESISTI veramente, nasce anche un grande desiderio di avventura, di scoperta e quando sei pronto ad andare in esplorazione, sarai anche pronto per relazionarti…….

 

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liberamente tratto da:

Osho – il mistero femminile – Mondadori

Dall’Osare al “mettere in pratica”

OSARE 1

Troppo spesso nella vita le persone non riescono a ottenere ciò che vogliono veramente perché si lasciano trascinare dagli eventi e imprigionare dal tempo e dalle pretese che gli altri hanno su di loro.

Non compiono mai il passo di decidere cosa vogliono davvero ottenere dal loro tempo, dal loro lavoro, dalle loro relazioni e soprattutto da se stesse.

Non stabiliscono liberamente e consapevolmente l’obiettivo che si impegnano a raggiungere per vivere in modo completo e gratificante. Al contrario, finiscono col percorrere una qualsiasi strada che la vita offre loro, e che per di più molte volte si rivela deludente.

Come poter invertire questa rotta?

=> OBIETTIVO: più fai chiarezza su quello che vuoi raggiungere e più facile sarà trovare un modo per riuscirci.

Se viaggi su una barca a vela, se sai esattamente dove stai andando, eventuali cambiamenti repentini  della direzione del vento non ti potranno creare alcun problema: ti basterà posizionare le vele in modo da proseguire la navigazione verso la destinazione che avevi scelto. Invece, chi naviga nel mare della vita senza avere una meta precisa, sarà facilmente portato ad andare “dove tira il vento”, focalizzandosi sull’atto di navigare invece che sul mantenere la rotta: le probabilità che in questo modo arrivi in un porto non gradito sono davvero alte, sempreché non finisca addirittura sugli scogli.

Quindi la prima domanda a cui dobbiamo abituarci a rispondere è: “cosa voglio veramente?” “quale è il mio vero obiettivo?”

=> LO SCOPO: spesso nella vita sappiamo quello che dovremmo fare, ma non abbiamo sufficienti ragioni che ci entusiasmino, dei perché tanto importanti da predisporci a fare qualsiasi cosa necessaria per ottenere quello che vogliamo veramente.

Una persona che ha un motivo valido per andare da qualche parte, in un modo o nell’altro riuscirà ad arrivarci, trovando le risorse sufficienti a superare qualsiasi ostacolo. La nostra motivazione non è mai legata all’obiettivo in sé, ma a ciò che ci darà raggiungerlo, a come ci farà stare, alle sensazioni che ci farà provare.

Pensa per esempio ad una situazione nella quale sei stata fortemente motivata e la tua determinazione non è venuta meno nel tempo: sicuramente quell’obiettivo per te era davvero importante aveva un significato speciale, ti avrebbe fatto stare incredibilmente bene, cos’ come non raggiungerlo sarebbe stato un dolore insopportabile. In poche parole valeva la pena impegnarsi per quello, c’erano dei validi motivi che ti spingevano all’azione.

Perciò quando sai cosa è che vuoi veramente prova a chiederti: “perché lo voglio? Cosa mi darà? Come mi sentirò dopo aver raggiunto questo risultato? Quale è il mio vero scopo? Perché vale la pena impegnarsi per questo?”

=> PIANO DI AZIONE: “quali azioni specifiche devo fare per ottenere questo risultato che sono impegnato a raggiungere?”.

Quando il tuo obiettivo è veramente chiaro e le ragioni per cui vuoi raggiungerlo ti danno la spinta emozionale abbastanza forte, scoprire il modo migliore per portare a termine il lavoro diventa qualcosa di ovvio.

Ci sono molto modi per raggiungere un qualsiasi risultato: se una strada  non funziona, ma sei focalizzato sul tuo obiettivo e hai uno scopo sufficientemente importante, allora potrai essere flessibile e ti sarà facile trovarne un’altra.

Quindi, prima di decidere cosa fare, è bene sapere che cosa vogliamo e perché lo vogliamo e solo allora stabilire il nostro piano di azione, come un qualunque viaggiatore che, prima di mettersi in cammino, ha deciso dove andare, per quale motivo vuole andare e che strada percorrere per arrivarci……

 

“Tutti noi abbiamo una mission che perseguiamo senza esserne del tutto consapevoli. Nel momento in cui la portiamo completamente alla coscienza, le nostre vite possono decollare…” James Redfield

La capacità di osare ….

OSARE 3

Troppo spesso nella vita le persone non riescono a ottenere ciò che vogliono veramente perché si lasciano trascinare dagli eventi e imprigionare dal tempo e dalle pretese che gli altri hanno su di loro.

Non compiono mai il passo di decidere cosa vogliono davvero ottenere dal loro tempo, dal loro lavoro, dalle loro relazioni e soprattutto da se stesse.

Non stabiliscono liberamente e consapevolmente l’obiettivo che si impegnano a raggiungere per vivere in modo completo e gratificante. Al contrario, finiscono col percorrere una qualsiasi strada che la vita offre loro, e che per di più molte volte si rivela deludente.

Come poter invertire questa rotta?

  1. OBIETTIVO: più fai chiarezza su quello che vuoi raggiungere e più facile sarà trovare un modo per riuscirci.

Se viaggi su una barca a vela, se sai esattamente dove stai andando, eventuali cambiamenti repentini  della direzione del vento non ti potranno creare alcun problema: ti basterà posizionare le vele in modo da proseguire la navigazione verso la destinazione che avevi scelto. Invece, chi naviga nel mare della vita senza avere una meta precisa, sarà facilmente portato ad andare “dove tira il vento”, focalizzandosi sull’atto di navigare invece che sul mantenere la rotta: le probabilità che in questo modo arrivi in un porto non gradito sono davvero alte, sempreché non finisca addirittura sugli scogli.

Quindi la prima domanda a cui dobbiamo abituarci a rispondere è: “cosa voglio veramente?” “quale è il mio vero obiettivo?”

  1. LO SCOPO: spesso nella vita sappiamo quello che vorremmo fare, ma non abbiamo sufficienti ragioni che ci entusiasmino, dei “perchè e come” tanto importanti da predisporci a fare qualsiasi cosa necessaria per ottenere quello che vogliamo veramente.

Una persona che ha un motivo valido per andare da qualche parte, in un modo o nell’altro riuscirà ad arrivarci, trovando le risorse sufficienti a superare qualsiasi ostacolo. La nostra motivazione, spesso,  non è legata all’obiettivo in sé, ma a ciò che ci darà raggiungerlo, a come ci farà stare, alle sensazioni che ci farà provare.

Pensa per esempio ad una situazione nella quale sei stata fortemente motivata e la tua determinazione non è venuta meno nel tempo: sicuramente quell’obiettivo per te era davvero importante aveva un significato speciale, ti avrebbe fatto stare incredibilmente bene, cos’ come non raggiungerlo sarebbe stato un dolore insopportabile. In poche parole valeva la pena impegnarsi per quello, c’erano dei validi motivi che ti spingevano all’azione.

Perciò quando sai cosa è che vuoi veramente prova a chiederti: “perché lo voglio? Cosa mi darà? Come mi sentirò dopo aver raggiunto questo risultato? Quale è il mio vero scopo? Perché vale la pena impegnarsi per questo?”

  1. PIANO DI AZIONE: “quali azioni specifiche devo fare per ottenere questo risultato che sono impegnato a raggiungere?”.

Quando il tuo obiettivo è veramente chiaro e le ragioni per cui vuoi raggiungerlo ti danno la spinta emozionale abbastanza forte, scoprire il modo migliore per portare a termine il lavoro diventa qualcosa di ovvio.

Ci sono molto modi per raggiungere un qualsiasi risultato: se una strada  non funziona, ma sei focalizzato sul tuo obiettivo e hai uno scopo sufficientemente importante, allora potrai essere flessibile e ti sarà facile trovarne un’altra.

Quindi, prima di decidere cosa fare, è bene sapere che cosa vogliamo e perché lo vogliamo e solo allora stabilire il nostro piano di azione, come un qualunque viaggiatore che, prima di mettersi in cammino, ha deciso dove andare, per quale motivo vuole andare e che strada percorrere per arrivarci……

 

“Tutti noi abbiamo una mission che perseguiamo senza esserne del tutto consapevoli. Nel momento in cui la portiamo completamente alla coscienza, le nostre vite possono decollare…” James Redfield

Sviluppare la fiducia in sè

fiducia in sè

Dipinto di Amanda Cass

Mano a mano che ci abbandoniamo dalla paura dell’abbandono cresce la fiducia in noi stessi e la meta dell’autonomia si fa più vicina …

Il dipendente affettivo coltiva un rapporto complesso con il concetto di fiducia. Non ha fiducia in se stesso e non ripone fiducia negli altri. Non ha nemmeno molta fiducia nella vita.

Ripone fiducia e poi la toglie secondo criteri che sono noti solo a lui. E’ stato messo a dura prova perché lo hanno tradito o perché ha vissuto esperienze infelici. Sviluppa quindi relazioni senza fiducia e in questo senso tutto si complica.

La fiducia in noi stessi si nutre di esperienze in grado di dimostrarci come tale fiducia possa instaurarsi comodamente senza venire tolta di mezzo. Quando siamo alle prese con la dipendenza affettiva, a richiamare la nostra attenzione sono soprattutto le esperienze contrarie. La fiducia è fragile.

La fiducia in noi stessi è un pilastro che ci aiuta a consolidare il nostro intimo. Più è solida meno facilmente crolliamo; essa si costruisce un mattone alla volta nel corso di occasioni varie che ci permettono di svilupparla. Quando c’è fiducia le cose funzionano, quando la si perde tutto crolla. Ogni certezza vacilla, non crediamo più nell’amore, nella sincerità, nell’impegno. Ricordiamo solo le ferite d’amore, provocate da una fiducia tradita.

Man mano che sviluppiamo la fiducia in noi stessi cresce l’indipendenza; disponiamo di munizioni a sufficienza per affrontare la vita e incassare rovesci senza dubitare di noi stessi. In questo modo dipendiamo meno dagli altri per la nostra sopravvivenza, non siamo più alla mercè della loro approvazione perché ci concediamo il permesso di scegliere il meglio per noi.

Nessuno possiede un’incrollabile fiducia in sé; tutti attraversiamo momenti di dubbio e di incertezza, è umano. Tuttavia, se conserviamo dentro uno stabile nucleo di fiducia in noi stessi, la vita diventa più facile, compiamo scelte migliori, esitiamo di meno.

Man mano che impariamo a conoscerci, a stimarci e ad affermarci, la fiducia prende piede. Quando il rapporto si stabilizza, quando le nuvole all’orizzonte si dissipano, la fiducia è là, ma un colpo basso può fare in modo che tutto crolli. I rapporti che seguono ne soffrono, il nuovo partner non ha il beneficio del dubbio bensì il fardello della prova. Considerato che non nutriamo fiducia, la gelosia ci ruba il nostro primo bacio, manomette tutto quello che l’altro dice e lo rende colpevole ai nostri occhi. Vorremmo, ma non ci riusciamo.

Ci affidiamo al tempo che passa affinchè sistemi le cose. E tutto questo lo viviamo in silenzio, nel sospetto, cosa che non ci aiuta. Parlarne è necessario.

Aprendoci, ci lasciamo scoprire per quello che siamo. Apriamo la porta ad una relazione basata sulla comunicazione, cosa che facilita l’instaurarsi di un rapporto di fiducia.

La fiducia si sviluppa aprendosi ad esperienze di coppia costruttive. Per farlo, occorre compiere buone scelte, ossia evitare di seguire l’istinto del bambino ferito che cerca ad ogni costo di rivivere esperienze che gli permettano di porre rimedio al passato. Occorre cambiare rotta!!!

Fiducia in sé significa avere esperienze a sufficienza per convincersi del proprio valore personale. A questo proposito, occorre conoscersi ancora di più per riuscire a distinguere i punti deboli da quelli forti, calcando la mano su questi ultimi. Siamo consapevoli degli ambiti in cui abbiamo del talento, di ciò che riusciamo a compiere con facilità e dei motivi per i quali gli altri potrebbero essere interessati a noi.

La fiducia in sé è un segno di forza; segna il confine tra quelli che osano e quelli che si bloccano.

Se vi chiedo di elencarmi dieci delle vostre più belle qualità, in mancanza di fiducia me ne fornirete una o due, dopo molte esitazioni. Se invece avete fiducia in voi mi elencherete con sicurezza le qualità e farete lo stesso per quanto riguarda i punti deboli.

Per sviluppare la fiducia in se stessi occorre concedersi dei diritti che ancora non erano stati rivendicati, ad esempio il diritto di dire “No”, di cambiare idea o di sbagliare. Si acquisisce fiducia a forza di provare e di osare ad essere. Nessuno è immune dal fallimento o dal rischio di perdere la faccia. Chi osa avrà sempre il merito di averci provato. E’ attore della propria vita!

Quando osiamo, sviluppiamo la fiducia in noi stessi e questo ci aiuta ad osare di più, fino a farci gonfiare d’orgoglio. Ci affermiamo con più facilità, ci esprimiamo meglio, ridiamo dei nostri errori, ci prendiamo meno sul serio, siamo più clementi nei nostri confronti e, in questo senso, ci risulta più facile esserlo nei confronti degli altri.

La fiducia che riponiamo in noi influenza i nostri pensieri, le nostre azioni, il nostro giudizio e le nostre scelte. Il dipendente che sviluppa la fiducia in se stesso è, tutt’un tratto, un po’ meno dipendente. Si crea più spazio per la libertà all’interno della coppia uscendo dalla spirale della gelosia e del possesso.

Quello che ieri sembrava troppo bello per essere vero diventa realistico, possibile e compatibile con la nostra realtà. Quando in una relazione si instaura la fiducia, le basi si consolidano e la vita quotidiana diventa più semplice.

E allora come procedere???? Imponendosi delle esperienze arricchenti e nutrienti sul piano emotivo. Imparando a conoscersi, a dare il giusto peso alle cose; nulla è del tutto nero o del tutto bianco. Sviluppare la fiducia in se stessi esige tempo, energia e attenzione, implica l’impegno sul piano personale e, soprattutto, l’azione. Solo “pensare di …” come sappiamo bene ha i suoi limiti, è l’esperienza che fa in modo che la trasformazione si avveri. Occorre fare esperienza di vita e guardare se stessi agire, in interazione con gli altri.

E come in ogni percorso di crescita la strada più efficace è quella di ricentrarsi su se stessi, di esprimere a parole quello che si sente e di agire in prima persona ….

Aquile, uccelli e altri pennuti

aquila 1

Ci sono uccelli che raramente si alzano dal suolo, limitandosi a razzolare sul terreno, come i polli. Non se ne sono mai chiesti il perché, in quanto la loro vita li soddisfa

Altri preferiscono volare insieme allo stormo, come gi uccelli migratori. Si spostano in luoghi diversi, a seconda delle stagioni, e si sentono al sicuro solo quando sono inseriti in un contesto sociale.

Ce ne sono altri che, invece, amano volare da soli, come le aquile. A questo non basta vivere come gli altri. Hanno bisogno di scoprire cose nuove, di farsi domande, di cercare sempre più in alto. E così si librano nel cielo, mirando al sole, incuranti dell’ignoto …..

Ora ….. immagina te stesso come un uccello …. A quale ti sembra di rassomigliare di più? … cerca di vederne il piumaggio … la forma delle ali … raffigurati ciò che sente e ciò che fa …. In che modo ti piace volare ? … in che modo stai volando? …..

Adesso chiedi a te stesso:

Mi accontento della solita vita di tutti i giorni, oppure credo che potrei fare molto di più? …. Avrei il coraggio di tentare? …. Lascia che le risposte emergano dal punto più profondo di te stesso …. Osservati ….. Ascoltati ….

Ri-Conoscersi

RICONOSCERSI 4

Se ti sei riconosciuta e tieni stretto tra le tue mani quello che ora sei, puoi spargerti nel mondo piano, piano. Senza paura di disperderti, di scioglierti, di svanire, inconsistente.

E’ finito il tempo della vita tra parentesi, accartocciata in maschere neutre. La vita non è una lotta contro un destino che si accanisce contro di te, non è nemmeno la continua sofferenza di dover controllare sempre tutto e tutti, e neppure una realtà estranea nella quale si è stati catapultati da chissà chi.

Fuori di te c’è il mondo che ti aspetta, ha tanto da mostrarti e da scambiare con te.

Tu sei anche quello che ti sta intorno, riconosciti nella natura che ti circonda, brilla con la luce delle stelle e con quella del sole.

Non temere di sentirti straniera, cammina tranquilla oltre i tuoi confini, non puoi perderti, perché non ci sono confini, non c’è il vuoto, tutto è collegato.

Se vuoi essere veramente nel mondo e non soltanto passeggiargli accanto, scendi in campo, osa, lascia la tua tana e apriti all’esterno, troverai tanti specchi che ti stanno aspettando. Accoglili uno ad uno e non averne paura: se brillano o se proiettano coni d’ombra sulla tua pelle fino a farla rabbrividire, non mettere confini, non chiuderti più nel tuo mondo contratto.

Cambia prospettiva, mettiti più in alto, disidentificati, distaccati, senza titubanze, ridimensiona quello che non ti convince, quello che temi, ciò da cui sei fino ad ora fuggita.

Fatti ascoltatore di te …. Ascoltati! …

E quando riesci a guardare da una diversa prospettiva e ti distacchi da quello che vedi fuori di te e anche dentro di te, non naufraghi in te, non ti perdi dentro te stesso.

Guardare da un’altra prospettiva è accorgersi di essere entrati veramente nel Nuovo e sentire che non avrebbe potuto essere che così …

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liberamente tratto da:

S.Garavaglia – “365 pensieri per l’anima”  – Ed.Tecniche Nuove

Talenti e passioni … rendere straordinaria la propria vita …..

attimo fuggente

L”Attimo fuggente”, stupendo film di Peter Weir del 1989, reso a me ancora più caro dopo la scomparsa di Robin Williams, racconta di Welton, uno di quei collegi maschili severi e chiusi al libero arbitrio, alla fantasia, all’immaginazione.

In fredde aule di studio si delineano le storie di un gruppo di ragazzi durante un anno che cambierà la loro vita. Ognuno con un suo passato, ognuno con delle ambizioni per il futuro, ognuno con una famiglia alle spalle ingombrante, onnipresente e calcolatrice. E nella vita di questi ragazzi entra un uomo, un professore ex alunno, Mr Keating che insegnerà a ciascuno a vivere al di fuori dei rigidi schemi di un grigio edificio, a tentare, rischiare, a “succhiare il midollo della vita”, rivelando loro la bellezza del mondo. Senza una pretesa di sudditanza o idolatria Keating mostra a chi lo segue la possibilità di essere liberi rendendo straordinaria la propria vita.

L’”Attimo fuggente” è uno splendido modello anche per un altro insegnamento di grande valore: “pensate a quello che volete essere perché siamo cibo per i vermi”, “anche voi dovete trovare la vostra voce, il vostro potenziale”. Il Prof. Keating invita i suoi studenti a rendersi protagonisti della propria vita, a trovare quello che piace fare ed esprimerlo, a scovare i talenti naturali di cui siamo dotati. Dunque, passioni e talenti: due cardini dello star bene con se stessi.

  • Talenti : doti naturali con cui nasciamo
  • Passioni: ciò che ci piace e adoriamo fare

Entrambi contribuiscono a renderci unici.

Per cosa sei portato? Cosa fai naturalmente bene? Probabilmente ci pensiamo troppo poco, ma ognuno di noi nasce e cresce con dei talenti. Doni innati, inclinazioni a riuscire in qualcosa senza sforzi, sudore o studio.

Non è fantastico sapere di possedere un’abilità o anche più di una, senza doversi applicare? Un talento è come il colore degli occhi, l’altezza o una di quelle voglie che colorano la pelle: senza averli desiderati o scelti ci accompagnano, fanno parte di noi dal momento in cui veniamo al mondo e per il resto della nostra esistenza.

In molti si domandano: “Talenti? Io? Naaaa, io per riuscire in qualcosa devo provare, provare, provare e riprovare”. Questo perché comunemente associamo i “doni” al genio matematico, alla vena poetica, alla capacità di riuscire egregiamente in qualche sport.

Quello del talento è un contenitore ben più ampio, anche se non siamo abituati a riconoscerlo: raccontare barzellette (facendo ridere chi ascolta), usare la voce per affascinare chi ascolta, disegnare, usare il computer, parlare in pubblico con la stessa sicurezza con cui chiacchiereresti con un’amica, creare empatia con gli altri, avere una visione di insieme delle situazioni o al contrario notarne i dettagli e gli aspetti specifici, saper ascoltare, avere il pollice verde, avere la capacità di riflettere su se sessi e conoscersi, essere creativi, essere pragmatici, motivare gli altri …. E non sono finiti, la lista è lunghissima!!!

“Se facessimo tutto ciò che siamo capaci di fare, rimarremmo letteralmente sbalorditi” Thomas Alva Edison

Le passioni invece sono la miccia che causa l’esplosione: quando ami fare qualcosa non c’è impegno che tenga, ostacolo, stanchezza o altro.

Cosa ti piace fare??

Anche in questo caso le alternative sono molte: lo sport, viaggiare, modellismo, cucinare, scrivere, dipingere, arrampicarsi, guidare, andare per funghi, ballare, camminare, scoprire cose nuove ….

A differenza dei talenti però, le passioni non hanno nulla in comune con la capacità di riuscire naturalmente. L’amare qualcosa non implica alcun risultato o efficacia nell’essere in grado di realizzare ciò che piace.

Posso adorare di andare in canoa, ma essere completamente negata, priva di tecnica o di stile e continuare imperterrita a pagaiare ogni domenica solo perché adoro farlo. Così come ci sono patite della cucina che passano ore tra i fornelli e impasti, senza alcuna soddisfazione per gli invitati a cena.

A volte però accade anche il contrario: persone che amano cantare, studiano , si applicano e riescono ad incidere un disco, poi due, tre e fanno della loro passione anche il mestiere della loro vita. Perché facendo qualcosa che viene da dentro con ardore e motivazione, il tempo non sarà perso. MAI!!

Ora prova a pensare: quando lavori su un punto debole per migliorarlo, ottieni un punto debole “un po’ più forte”. Quando lavori su un talento o su una capacità su cui sei forte, dai cosa ottiene? Un’area di eccellenza, un’area dove fai la differenza rispetto al resto del mondo rendendo la tua vita un’opera sempre più straordinaria …

Certo, è importante lavorare sui punti deboli perché, soprattutto se ci appassionano, avremo maggiori possibilità di migliorarli. Ma i punti di forza … ah, quelli sì che si trasformano in aree di eccellenza.

Purtroppo la maggior parte delle persone conosce i propri punti deboli ma non quelli forti: il solito discorso del “ignora te stesso”.

E tu che mi leggi … quali sono le tue passioni ??? E i tuoi talenti ????

“ Solo chi si conosce è padrone di se stesso”

Pierre de Ronsard

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