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Lasciare andare o cadere ….

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“E quanto coraggio ci vuole a lasciare andare qualcosa che vorresti a tutti i costi restasse? Non è forte chi trattiene, chi stringe la morsa. E’ davvero forte chi capisce quando è il momento di mollare la presa” (cit)

L’esplorazione del Sé è inestricabilmente legata con l’evolversi dell’esistenza di ciascuno di noi. Gli alti e i bassi che caratterizzano la vita possono generare la crescita personale o creare paura. Quale dei due si riveli poi dominante dipende interamente dal nostro modo di intendere il cambiamento.

Il cambiamento può essere vissuto sia come qualcosa di esaltante che come qualcosa di spaventoso, ma a prescindere da come lo intendiamo, noi tutti dobbiamo affrontare il fatto che il cambiamento rappresenta il tratto distintivo della vita.

Se si prova molta paura il cambiamento non sarà gradito e si farà di tutto per creare intorno a noi un mondo che sia prevedibile, controllabile e definibile.

Con la paura possiamo fare due cose: possiamo riconoscere di averla e metterci all’opera per lasciarla andare, oppure decidere di tenerla cercando di sfuggirle nascondendoci.

Quando abbiamo in noi paura, insicurezza o debolezza e cerchiamo di impedire che vengano innescate, il più delle volte si verificheranno nella nostra vita alcuni cambiamenti o eventi che sfidano i nostri sforzi. E poiché opponiamo resistenza a quei cambiamenti, ci sembra di stare lottando contro la vita.

Quella parte interiore di noi che non sta bene con se stessa non è in grado di fronteggiare l’evolversi naturale della vita, poiché non cade sotto il suo controllo. Se la vita si evolve in modo tale da innescare i nostri problemi interiori, allora per definizione non va bene. Noi definiamo l’intera gamma della nostra esperienza esterna in base ai nostri problemi interiori. Se vogliamo evolvere tutto questo è necessario che cambi.

Durante il nostro cammino ci renderemo conto che i nostri tentativi di proteggerci dai problemi non fanno altro che aumentarne il numero. Nel cercare di sistemare persone, luoghi e cose in modo tale che non ci creino disturbo, cominceremo ad avere l’impressione che la vita sia contro di noi. Sentiremo che l’esistenza è una lotta e che ogni giorno è pesante perché dobbiamo assumere il controllo di tutto e lottare contro tutto. Sentiremo che chiunque, in ogni momento, è in grado di suscitare la nostra inquietudine.

Questo rende la nostra vita una continua minaccia. Ed è per questo che nella nostra mente si svolgono tutti quei dialoghi cercando di immaginare come fare per impedire alle cose di succedere, o cercando di capire cosa fare, visto che ormai sono successe.

L’alternativa è quella di decidere di evitare di lottare realizzando e accettando che la vita non cade sotto il nostro controllo. Poichè la vita è in continuo mutamento, se cerchiamo di controllarla non saremo mai in grado di viverla pienamente. Anziché vivere la vita, vivremo la paura della vita.

Ma una volta che avremo deciso di non combattere con la vita dovremo fronteggiare la paura che ci costringeva a combattere.

Quando c’è paura dentro di noi, gli eventi della vita inevitabilmente la sollecitano. Come un sasso gettato nell’acqua, il mondo con i suoi continui mutamenti crea delle increspature in qualsiasi cosa custodito dentro di noi. Spesso la vita crea situazioni che ci spingono ai nostri limiti proprio per prendere coscienza di quei blocchi che limitano lo scorrere della nostra energia vitale e questo diventa una grande opportunità per liberarci dal nostro fardello di dolore. Ed è allora che ci accorgeremo che , in realtà, la vita, sta solo cercando di darci una mano.

Quindi permettiamo al dolore di venire in superficie nel nostro cuore e di attraversarlo. Se lo facciamo, il dolore transiterà. Questo rappresenta l’inizio e la fine dell’intero sentiero: arrendersi al processo di svuotamento di noi stessi.

Quando il nostro fardello viene colpito, lasciamo andare  proprio in quell’attimo; esplorare o trastullarci con il problema, sperando di mitigarlo, non ci renderà le cose più facili. Se non ci abbandoniamo, smarrendoci nelle sensazioni e nei pensieri di inquietudine che vengono a galla, verremo risucchiati e una volta caduti saremo alla mercè dell’energia che ci agita. Entreremo in un vortice senza fine che ci farà sempre più allontanare dal centro di noi stessi.

Quindi non cadiamo. Lasciamo andare; non importa di cosa si tratta, abbandoniamoci. Più grande è una cosa, maggiore sarà la ricompensa per averla lasciata andare e peggiore sarà la caduta se non lo facciamo. Non c’è alcuna zona grigia nel mezzo: o lasciamo andare , o non lo facciamo.

Permettiamo a tutti i nostri blocchi e malesseri di fare da carburante per il viaggio. Quello che ora ci sta schiacciando può diventare una potente forza per elevarci. Dobbiamo semplicemente essere disposti a compiere l’ascesa……

La sofferenza: sabbie mobili della nostra anima. (II parte)

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“Il dolore rovescia la vita, ma può determinare il preludio di una rinascita.” E.Breda

Continuiamo la riflessione iniziata nel post precedente con un’altra metafora: immaginiamo di trovare una persona intrappolata nelle sabbie mobili; non ci sono né funi, né rami per cercare di raggiungerla e tirarla fuori.

L’unico modo per aiutarla è parlarle. La persona continua a gridare “Aiutami a uscire” e comincia a fare quello che farebbero tutti quando sono bloccati in qualcosa che li spaventa terribilmente: lottare per uscirne, per scappare.

Quando inciampiamo rimanendo intrappolati in un cespuglio di rovi o in una pozzanghera fangosa, camminare, saltare, tirarsi fuori per allontanarsi sono azioni efficaci.

Questo però non vale per le sabbie mobili. Per uscire fuori da qualcosa che ci incastra è necessario sollevare un piede e muoverlo in avanti, ma quando si è bloccati nelle sabbie mobili questa è una pessima idea. Infatti, alzando un piede, tutto il peso del corpo grava solo su metà della superficie di appoggio, questo significa che la pressione che spinge giù il corpo nella sabbia raddoppia istantaneamente. In più, il vuoto creato dal piede che si alza risucchia ancora più giù il resto del corpo.

L’unico risultato finale di questa azione è quello di sprofondare sempre più nelle sabbie mobili.

Quindi cosa possiamo rispondere alla persona che urla “Aiuto”? Se sappiamo come funzionano le sabbie mobili dovremmo gridarle di smetterla di muoversi per uscire e di provare ad allargare più che può braccia e gambe per massimizzare il contatto con la superficie del pantano, solo in questo modo la persona può non sprofondare e muoversi verso la salvezza, emergendo piano piano dalle sabbie.

Ovviamente poiché la persona sta tentando di liberarsi e di uscire dalle sabbie mobili, è estremamente difficile comprendere che la cosa più saggia e sicura da fare è proprio stare nel fango.

Tutto questo per dire che la vita di ciascuno di noi può essere molto simile a questa situazione con la differenza che spesso sono sabbie mobili antiche che sono state in agguato, sullo sfondo, per anni e che in momenti alterni possono invadere tutto il nostro spazio interiore e più ci muoviamo per risalire in superficie, più sprofondiamo nel viscidume dei nostri circoli viziosi.

Cambiamo prospettiva e facciamo del nostro dolore un alleato, un’opportunità per percorrere il sentiero meno battuto. Smettiamo di dibatterci dentro le sabbie mobili e rimaniamo con loro.

Nella maggior parte dei casi il tentativo di sbarazzarsi del proprio dolore serve solo ad amplificarlo, a intrappolarci ancora di più al suo interno e a trasformarlo in qualcosa di traumatico. Nel frattempo vivere la nostra vita viene messo in secondo piano.

L’alternativa? Accettarlo; che non significa darsi per vinta accettando l’auto-sconfitta, bensì “arrendersi” al flusso della vita con i suoi pieni e i suoi vuoti, le sue zone di luce e quelle in ombra ….

Proviamo a farci queste domande: stiamo vivendo la vita che vorremmo vivere adesso? La nostra vita è focalizzata su quello che per noi ha realmente significato? Il modo in cui viviamo la nostra vita è caratterizzato da vitalità e impegno o dal peso dei nostri problemi?

Quando siamo presi dalla lotta contro la nostra sofferenza interiore, spesso mettiamo la vita in posizione di attesa, di “pausa”, credendo che il nostro dolore debba diminuire prima di poter realmente ri-niziare a vivere ancora.

Ma che cosa accadrebbe se potessimo vivere la vita che veramente vogliamo, adesso, a partire da questo momento?

Entrare in contatto con la vita che vogliamo vivere e imparare a realizzare i nostri sogni nel presente non è semplice, perché la nostra mente, come tutte le menti umane, farà scattare trappola dopo trappola e alzerà barriera dopo barriera.

Nel momento in cui però sappiamo che può esistere un’alternativa, a questo punto la scelta è nostra.

La vita può ferirci e lo farà. Alcune di queste cose non le possiamo scegliere: avvengono malgrado tutto, ma sempre abbiamo la CAPACITA’ di RISPONDERE (Respons-Ability).

Le conseguenze che arrivano nella nostra vita derivano dalle azioni che facciamo. Nessun altri, tranne noi stessi, possiamo intraprendere la strada dell’accettazione o dell’evitamento. L’una ci porterà a dar valore a quello che veramente ci importa, l’altra ci intrappolerà nell’eterno chiacchiericcio della nostra mente, che come le sabbie mobili, non farà altro che portarci sempre più giù.

La vita è una scelta e la scelta non si riferisce a sentire dolore oppure no. Riguarda se vivere o non una vita significativa e di valore.

E quindi, cosa abbiamo da perdere? Non sarebbe stupendo se potessimo uscire dalla mente ed entrare nella nostra vita?

La sofferenza: sabbie mobili della nostra anima. (I parte)

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Che cos’è la sofferenza? Io non sono sicuro di che cosa sia, ma so che la sofferenza è il nome che diamo all’origine di tutti i sospiri, le urla e i gemiti – piccoli e grandi, rozzi e multiformi – che ci affliggono. È una parola che definisce il nostro sguardo ancor più di ciò che stiamo contemplando. Jonathan Safran Foer

Le persone soffrono. Non si tratta semplicemente della sensazione di dolore, la sofferenza è molto di più.

Noi esseri umani, chi più chi meno, lottiamo costantemente con la sofferenza interiore prodotta dalle nostre emozioni e dai nostri pensieri difficili da tollerare, ricordi spiacevoli, impulsi e sensazioni indesiderate.

Ci rimuginiamo sopra, ci preoccupiamo, proviamo fastidio, li anticipiamo, li temiamo.

Allo stesso tempo dimostriamo un grandissimo coraggio, una profonda compassione e una notevole capacità nell’andare avanti, perfino con storie personali particolarmente difficili.

Pur sapendo di esserne feriti continuiamo con speranza ad amare il prossimo. Anche di fronte all’insensatezza, continuiamo ad abbracciare i nostri ideali.

E qualche volta siamo pienamente VIVI, consapevoli, presenti totalmente a noi stessi, e quando è così vorremmo che non finisse mai.

Poi arriva lo sbarramento, come se il troppo benessere fosse qualcosa che non sta bene vivere per lungo tempo. Lasciamo quindi che il problema del caso ci riempia completamente e iniziamo il rimuginio che come un criceto dentro la gabbia cerca disperatamente la via d’uscita, intrappolandoci, in realtà, sempre più nella sofferenza.

Per dirla chiaramente noi esseri umani giochiamo una partita “truccata” in cui la mente stessa, un meraviglioso strumento per capire e gestire l’ambiente che ci sta intorno, si rivolta contro chi la ospita.

Urge un cambio di prospettiva, una trasformazione nel modo in cui ci rapportiamo con la nostra esperienza personale, cercando di fare nostri questi concetti:

  • Il dolore esistenziale è normale, è importante e accompagna ogni persona;
  • Dolore e sofferenza sono due cose diverse, due stati differenti dell’essere;
  • Non è necessario che ci identifichiamo con la nostra sofferenza;
  • Possiamo vivere una vita di valore, iniziando da adesso, ma per farlo dobbiamo imparare a uscire dalla nostra ed entrare nella nostra vita

Facendomi aiutare da una metafora, la distinzione tra la funzione di una difficoltà, dolore interiore e la forma che assume nella vita di una persona può essere paragonata ad un combattente sul campo di battaglia. La guerra non sta andando bene. La persona combatte sempre più duramente. Perdere è un’opzione devastante e chi combatte pensa che sia impossibile vivere una vita piena che valga la pena di essere vissuta, a meno che non si vinca la guerra. Così la guerra continua.

Questa persona, tuttavia, non sa che esiste la possibilità di abbandonare il campo di battaglia in qualsiasi momento, cominciando a vivere la sua vita da subito.

La guerra magari prosegue ancora, e il campo di battaglia rimane ancora visibile, ma il risultato della guerra non è più così importante e la sequenza apparentemente logica di dover vincere la guerra prima di iniziare davvero a vivere, viene abbandonata.

Questa metafora ci può aiutare a capire meglio la differenza tra l’apparenza delle “difficoltà interiorie” e la loro reale sostanza. In questa metafora, la guerra sembra quasi la stessa, sia che tu la stia combattendo, sia che tu la stia semplicemente osservando. La sua forma esteriore rimane la stessa, ma il suo impatto, la sua effettiva sostanza, è profondamente diversa: combattere per la tua vita non è lo stesso che vivere la tua vita!

Imparare ad affrontare le nostre angosce in un modo diverso può cambiare l’impatto che esse hanno sulla nostra vita. Anche se l’apparenza dei sentimenti o dei pensieri non cambia, cambia il modo in cui entrano a far parte del nostro vivere.

….. ti aspetto la settimana prossima per la seconda parte

Cosa ci fa soffrire?

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Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia riarsa,
era il cavallo stramazzato.
Eugenio Montale

Perché proviamo dolore? Perchè siamo vivi. Il dolore è necessario, ha una chiara funzione adattiva. Tutti gli esseri viventi è necessario che siano capaci a reagire ad uno stimolo nocivo o a una minaccia. Il dolore è un meccanismo essenziale che ci avvisa della presenza di qualcosa che potrebbe ferirci a livello fisico o emotivo.

Il dolore è quindi un meccanismo fisiologico adattivo molto complesso che la natura e l’evoluzione hanno messo a punto e perfezionato per permetterci di vivere. A volte però, nonostante l’eccellenza del dispositivo, possiamo soffrire per cose che non sono mai successe e mai succederanno.

Ma quali sono le cause delle nostre sofferenze? Partendo dal presupposto che non è possibile fare una mappa esaustiva e dettagliata di tutto ciò che può creare sofferenza, anche perché ognuno di noi ha i suoi personali “attivatori”, proviamo a delineare i motivi più generali che potrebbero risvegliare i nostri recettori del dolore.

Il dolore emozionale nella maggior parte dei casi nasce dalle avversità. Ogni giorno affrontiamo centinaia di situazioni contrarie ai nostri interessi. Tutti noi vorremmo condurre una vita tranquilla, ignari del fatto che le difficoltà sono frequenti. Il dolore ben gestito ci permette di crescere. Spesso, invece, soffochiamo il dolore con farmaci e autoinganni, ma questo ci impedisce di affrontare il problema a viso aperto, risolvendolo e diventando così più forti e sicuri. Se riusciamo a trasformare le difficoltà in una sfida potremo perdere la loro negatività.

Altra causa del dolore emozionale sono le frustrazioni che proviamo quando le nostre aspettative non si realizzano. Ma quali sono le nostre aspettative? Come ci immaginiamo la vita? Abbiamo speranza incerte e nebulose. Fissiamo mete che spesso sono irraggiungibili e finiscono per farci soffrire.

Spesso interiorizziamo e facciamo nostre le aspettative degli altri. Ci dicono come dobbiamo essere, quando dobbiamo aspettare o quando possiamo agire e noi ci crediamo. Diamo per certa questa immagine del mondo costruita confondendo il reale con ciò che desideriamo, che poi non sempre si compie, provocandoci una sofferenza gratuita che avremmo potuto evitare.

Il dolore emozionale nasce anche dalla delusione. Spesso, infatti, non vediamo la realtà per come è ma per come la desideriamo. Le persone sono come sono, non come speriamo che siano, e così anche la vita. Ci autoinganniamo: vogliamo credere che le cose andranno bene e che i problemi si risolveranno da soli, come per magia. Ipotechiamo la nostra vita per una felicità apparente e chiudiamo gli occhi davanti alle difficoltà. Quando poi la realtà ci manda i suoi segnali di allarme sotto forma di ansia, inquietudine, malessere, invece di chiederci cosa sta accadendo, cerchiamo di distrarci. Ma la realtà insiste, allora ricominciamo con la nostra menzogna, cercando di costruirci una facciata convincente. Ma l’imbroglio in cui viviamo inizia a sgretolarsi, così dobbiamo mentirci più sfacciatamente e passare al livello successivo. Finchè l’illusione si rompe del tutto e il film che stavamo montando si inceppa, portando con sé enormi dosi di dolore.

Soffriamo anche per il cambiamento. Cambiare ci costa molto, soprattutto perché partiamo da un’idea di base scorretta. Cerchiamo la stabilità credendo che ci darà sicurezza e felicità, mentre la vita è per sua natura instabile e in continuo mutamento. Ci sforziamo di controllare l’incontrollabile, proviamo a costruire parapetti che ci proteggano dal cambiamento, finendo così per perdere le nostre energie. Che l’esistenza si in continua trasformazione è una buona notizia, perché vuol dire che anche la peggiore delle disgrazie avrà una fine, se lavoriamo nella giusta direzione.

La sofferenza può nascere anche dall’immaginazione. Ci assilliamo per catastrofi e problemi che magari non si verificheranno mai, siamo terrorizzati da quello che potrebbe accadere ai nostri figli, la nostra mente prefigura malattie, incidenti, difficoltà, impregnando di paura il futuro. Non solo soffriamo per ciò che è già accaduto, ma ci arrovelliamo su quello che può succedere e che, per quanto spesso irreale, provoca un dolore che è effettivamente percepito dal nostro organismo e finisce per alterarlo e destabilizzarlo proprio come farebbe un dolore reale.

A volte la vita ci fa soffrire, non possiamo evitarlo. Proviamo senza successo a vivere nel mondo delle fate, ma quando muore qualcuno vicino a noi, ci viene diagnosticata una malattia, vediamo soffrire un figlio o piangere un bambino ci troviamo faccia a faccia con il volto più crudele della vita. Tuttavia, possiamo arrivare a controllare parte di questa sofferenza imparando ad analizzare la realtà, a prendere le decisioni giuste e ad automotivarci. Si tratta di attivare le nostre forze emozionali per poter affrontare quello che ci scoraggia perché, se non possiamo cambiarlo, possiamo almeno cercare di gestirlo.

Vi propongo ora un esercizio: analizzate il dolore che sentite e provate ad identificarne l’origine. Prendete carta e penna e riflettete ……

E RICORDIAMOCI:

  • Il dolore ben gestito permette di crescere
  • Correggiamo le aspettative che abbiamo sulla vita
  • Chiediamoci se ci autoinganniamo e, se sì, smettiamo di mentirci
  • Accettiamo il fatto che la vita è un cambiamento continuo
  • Smettiamo di rimuginare e trasformiamo le preoccupazioni in azioni
  • Evitiamo di confondere il possibile con il probabile
  • Teniamo a freno la nostra immaginazione, rendendola costruttiva
  • Evitiamo di anticipare ciò che non è ancora accaduto

Liberamente tratto da:

T.Navarro – “Kintsukuroi” -Ed.Giunti

Il dolore è il prezzo della libertà

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Le nostre ferite sono spesso le aperture nella parte migliore e più bella di noi.
David Richo

Una riflessione sull’onda della bellissima lezione di domenica al corso triennale in counseling di ADYCA 

Uno dei requisiti essenziali per la vera crescita e per una profonda trasformazione personale è rappresentato dal fare pace con il dolore.

Nessuna evoluzione può aver luogo senza cambiamento e i periodi di cambiamento non sempre sono agevoli. Cambiamento significa porre una sfida a ciò che ci è familiare e avere il coraggio di mettere in questione i nostri tradizionali bisogni di sicurezza, comodità e controllo. Questa esperienza viene spesso percepita come dolorosa.

Acquisire familiarità con questo dolore fa parte della nostra crescita. Anche se non possiamo gradire affatto le sensazioni di fastidio interiore, dobbiamo essere in grado di stare tranquillamente all’interno di noi stessi e di fronteggiarle, se vogliamo sapere da dove provengono.

Una volta riusciti a fronteggiare i nostri tormenti ,ci accorgeremo che esiste uno strato di dolore profondamente radicato nel nucleo centrale del nostro cuore. Esso è talmente scomodo e impegnativo da farci trascorrere tutta la vita a evitarlo.

Molto spesso la nostra personalità è costruita intorno a modi di essere, di pensare, di agire e di credere che sono stati sviluppati al fine di evitare questo dolore.

Poiché schivare questo dolore ci impedisce di esplorare quella parte di noi che sta al di là di quello strato, la vera crescita ha luogo quando finalmente decideremo di affrontare il dolore.

Essendo situato nel nucleo centrale del cuore, il dolore si irradia all’esterno e influisce su qualsiasi cosa facciamo. Esso è sempre presente, sotterraneo, nascosto fra le pieghe dei nostri pensieri e delle nostre emozioni.

La  nostra psiche è fatta per evitare questo dolore e di conseguenza, alle sue fondamenta, essa teme il dolore.

Per comprendere meglio ciò facciamo caso al fatto che se per noi l’emozione del rifiuto costituisce un grosso problema, avremo timore di tutte quelle esperienze che possono provocare il rifiuto. Quella paura andrà a costituire la nostra psiche e anche se gli eventi veri e propri che causano il rifiuto sono rari, avremo continuamente a che fare con la paura del rifiuto. E’ così che creiamo un dolore che è sempre presente.

Arriveremo a renderci conto che qualunque schema di comportamento basato sulla fuga dal dolore si trasforma in un vero e proprio portale di ingresso del dolore stesso.

Al fine di evitare il dolore del rifiuto, lavoreremo duramente per mantenere le nostre amicizie. Poiché è possibile essere rifiutati perfino dagli amici, lavoreremo sempre più duramente per evitare che questo accada. Per riuscirci, dovremo fare in modo che tutto ciò che facciamo sia accettabile agli occhi degli altri. Questo determinerà il modo in cui ci vestiamo e il nostro comportamento.

In questo modo non siamo più direttamente focalizzati sul rifiuto; ora la questione si è estesa allontanandoci di uno strato dal nucleo centrale del dolore.

Ecco quindi che partendo dal dolore centrale per cercare di evitarlo si costruiscono a poco a poco strati su strati che ci allontanano sempre più dalla fonte del “problema”, portando tuttavia il potenziale del dolore primigenio in tutte le cose che facciamo.

Passare la vita ad evitare il dolore significa averlo sempre alle spalle.

Vogliamo davvero tenerci dentro tutto questo ed essere obbligati a manipolare il mondo per evitare di sentirlo? Come sarebbe la nostra vita se non fosse governata da quel dolore? Saremo liberi!

E per essere liberi la prima cosa da fare è non aver paura del dolore e del tumulto interiore. Fintanto che temiamo il dolore, cercheremo di proteggerci, la paura ci costringerà a farlo.

Pertanto è necessario guardare dentro di noi e decidere che da ora in poi il dolore non ci crea problema. E’ solo una delle cose che esistono nell’universo. Qualcuno può dirci o farci qualcosa che infiamma il nostro cuore, riaprendo quell’antica ferita, ma poi passa. E’ una esperienza temporanea, accogliamola, osserviamola, stiamoci …..

Quando qualcosa di doloroso viene a contatto con il nostro corpo, tendiamo istintivamente a ritrarci. Anche la nostra psiche fa la stessa cosa: se viene toccata da qualcosa che la disturba tende a ritirarsi. Possiamo sentirne l’effetto sotto forma di una specie di contrazione all’interno del nostro cuore. Se abbocchiamo, il dolore diventerà una parte di noi. Per anni ci resterà dentro e andrà a costruire proprio uno dei mattoni della nostra vita. Darà forma ai nostri pensieri, alle nostre reazioni e preferenze future.

Se la vita fa qualcosa che provoca una sensazione di fastidio all’interno di noi, anziché tirarci indietro lasciamo che ci attraversi come un vento … facciamo l’opposto del contrarci e chiuderci . Rilassiamoci e rilasciamo. Rilassiamo il nostro cuore ferito finchè non arriviamo faccia a faccia proprio con il punto esatto che fa male. Rimaniamo aperti e ricettivi per poter essere presenti là, dove si manifesta la tensione. Dobbiamo essere disposti a restare presenti proprio nel punto in cui proviamo irrigidimento e dolore, poi rilassiamoci per scendere ancora più in profondità.

Quando ci rilasseremo e avvertiremo la resistenza, il cuore vorrà ritrarsi, chiudersi, proteggersi e difendersi. Continuiamo a rilassarci. Rilassiamo le spalle e rilassiamo il cuore. Lasciamo andare e facciamo spazio al  dolore affinchè ci possa attraversare.

Ogni singola volta in cui ci rilassiamo e lasciamo andare, un tassello del nostro dolore ci lascerà per sempre. Ma ogni volta in cui opponiamo resistenza e ci chiudiamo, edifichiamo il dolore all’interno di noi.

Se vogliamo essere liberi, prima dobbiamo accettare che c’è dolore nel nostro cuore. Siamo stati noi a stivarlo lì. E abbiamo fatto tutto il possibile per conservarlo, tenendolo molto in profondità, in modo da non doverlo mai sentire. In noi ci sono anche gioia, bellezza, pace, ma si trovano sull’altra faccia del dolore. Dobbiamo essere disposti ad accettare il dolore per poter attraversare dall’altra parte. Accettiamo semplicemente che c’è e che lo sentiremo. Accettiamo che, se ci rilassiamo, si presenterà per qualche attimo davanti alla nostra consapevolezza, per poi scorrere via.

In verità è il dolore il prezzo della libertà. Non appena saremo disposti a pagare quel prezzo, non avremo più paura. Nell’attimo in cui non temeremo più il dolore, saremo in grado di affrontare senza paura tutte le situazioni della vita e  riusciremo a muoverci nel mondo finalmente totalmente padroni di noi stessi ……

Le mille facce del dolore

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Che cosa è veramente il dolore??? Può essere una domanda idiota: chi non lo conosce?? Eppure non è detto che quello che per me è doloroso lo sia anche per gli altri o che lo sia nella stessa misura.

Una mia cliente mi ha recentemente detto che per lei non esistono semplicemente il piacere e il dolore, ma una gamma di sensazioni  ed emozioni continua che va dal piacere al dolore.

Il dolore è allora la serie delle sensazioni che si collocano, per così dire, sul versante negativo del sentire.

Ma c’é un dolore del sèntire e un dolore dell’essere.

Quest’ultimo può essere profondo devastante, quello più temuto, quello cui si riferisce forse una delle preghiere cattoliche più intense quando alla fine recita “liberaci dal male”.

Il dolore, come più volte ho scritto, ha una sua collocazione nella vita, una funzione profonda, esplorata dal pensiero teologico, filosofico, letterario e poetico sin dagli albori dell’umanità.

Il dolore fisico potrebbe essere visto come una naturale capacità di avvertire un pericolo e reagire in vista della sopravvivenza dell’individuo e della specie. Per esempio se non sentissimo il dolore dell’ustione potremmo subire danni fatali prima di poter reagire e metterci in salvo dal fuoco.

La capacità di provare dolore è quindi connessa alla sopravvivenza, al punto tale da poter essere utilizzata in modo perverso dall’umanità contro la stessa sopravvivenza, la pratica della tortura, da sempre utilizzata e ancora oggi ampiamente praticata nel mondo, tende a mettere fortemente in conflitto la sopravvivenza personale con la sopravvivenza degli ideali: le persone torturate possono anche rinnegare i propri valori, tradire gli a ici, confessare ogni sorta di reato, anche immaginaria, tanto è forte il segnale del dolore nella loro mente e tanto puó essere alto e intollerabile l’allarme che esso determina, specie se associato, come avviene sempre, all’idea che il dolore non cesserà se non alla confessione o alla morte.

Il dolore emotivo è anch’esso un segnale, solitamente legato al senso di perdita irrimediabile di un oggetto d’amore, di una parte di noi.

Il dolore depressivo, ad esempio, così duro da vivere e da sopportare, è un’esperienza che trasfigura la vita, le cambia i connotati:scolora le belle giornate e incupisce quelle brutte, rende opaco il futuro  e intollerabile il presente.

Esso ci fa galleggiare in una stanza desolata che può imprigionarci sino a rendere il vivere del tutto insopportabile.

Il dolore, qualunque sia la sua natura, ci mette nelle condizioni di pensare ad un pericolo per la nostra integrità fisica e psichica. Quando però supera la soglia della sopportazione può diventare esso stesso un problema o un pericolo per noi, perchè può indurci a considerare la vita e noi stessi la causa principale del segnale di allarme che ci pervade e ci spinge a fuggire da noi stessi oltre che dagli altri o a colpire noi stessi, oltre che gli altri…

Per questa ragione è necessario accogliere il dolore nelle sue manifestazioni precoci, quando è possibile, deciderne il senso e fare qualcosa per reagire, senza aspettare che esso divenga intollerabile e ci induca quindi ad azioni esasperate.

Accolto precocemente il dolore rivela una dimensione densa di potenzialità positive.

Finchè è tollerabile si presta a farci agire per modificare la situazione, ci induce a riformulare la visione delle cose e a cercare nuove prospettive.

Come tutti segnali di disadattamento ci spinge a muoverci per trovare un adattamento migliore alla vita.

In questa dimensione il dolore non è un problema, è una parte utile della vita che non ci impedisce di sperare, amare e crescere …

“ …Date al dolore la parola;  il dolore che non parla, sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi….” W.Shakespeare

liberamente tratto da:

S.Gastaldi – “La terapia degli affetti” – Ed.FrancoAngeli

Lasciarsi alle spalle ciò che non c’è più (I parte)

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Alcune persone pensano che aggrapparsi alle cose le renda più forti, ma a volte si necessita di più forza per lasciare andare che per trattenere – Hermann Hesse

In alcuni momenti di questo viaggio per ri-trovare se stessi, cercando risposte, può accadere di confrontarsi con la scoperta che il “chi sono” non si sovrappone necessariamente al “chi ero” e a volte il mio “io” di oggi è completamente diverso dal mio “io” di ieri nonostante sia eredità di quest’ultimo. Questo significa che non sono colei che ero e anche che non ho accanto né le stesse cose, né le stesse persone di allora. E questo può fare male …….

Il dolore è un evento imprescindibile e fa parte della nostra crescita. Tutte le sensazioni associate alla tristezza sono normali, nessuna esperienza costituisce di per sé una malattia, nessuna è minaccia della nostra integrità.

Può darsi che in un determinato momento, di fronte ad una specifica situazione, una persona reagisca attraversando un processo di grande sofferenza. Ma è anche possibile che la stessa persona, o un’altra, in un momento diverso ma comunque simile, attraversi un altro tipo di dolore, molto più grande e intenso.

E’ giusto così: il vissuto di ciascuno di fronte ad un dolore è una questione unica e personale.

Prendiamo alcune migliaia di persone e tingiamo i loro pollici con la vernice nera. Chiediamo poi loro di lasciare le impronte sulla parete. Ciascuna sarà diversa, non ce ne saranno due uguali, perché non esistono due persone con le stesse impronte digitali.

Tuttavia, hanno tutte caratteristiche simili che ci permettono di studiarle e sapere di più sul loro conto. Ognuno dei nostri dolori, al pari delle impronte, è unico e ogni modo di affrontarlo è irripetibile.

Nonostante ciò, ogni dolore somiglia, in alcuni punti, a tutti gli altri dolori e questi tratti comuni ci consentono di capirli maggiormente. Di fatto “aiutare” qualcuno in un momento di dolore significa lasciar libero chi soffre di esprimere le proprie emozioni, qualunque esse siano, a suo modo e con i tempi di cui necessita. Noi counselors, insieme a psicologi e psicoterapeuti concordiamo sul fatto che la possibilità di trovare una forma d’espressione del vissuto interiore aiuta ad alleviare il dolore di coloro che stanno attraversando questo cammino.

Potremmo chiederci perché mai una persona dovrebbe pensare che si separerà dalle cose? Ci sono molte cose che una persona tiene con sé per tutta la vita. A quelle potremmo aggrapparci tranquillamente, sapendo che staranno al nostro fianco fino all’ultimo minuto. Sarebbe bello se non fosse per il fatto che è impossibile.

Questo è il primo insegnamento dell’essere adulti! E se non vogliamo accettare questo ci illuderemo fingendo finte eternità possibili. Inoltre, quanto si può godere di qualcosa per la quale si ha l’estrema paura di  perderla????

Poniamo il caso che ci sia un oggetto sulla mia scrivania fatto di un materiale caldo e splendido al tatto. Supponiamo che lo tenga saldamente tra le mani per paura che qualcuno me lo voglia rubare ; che succederebbe se il pericolo (anche se immaginario) continuasse a incombere ed io continuassi a tenere strettamente l’oggetto fra le mie mani?

In primo luogo mi renderei conto che non c’è più nessuna possibilità di godere al tatto di ciò che stringo (provaci adesso, metti qualcosa con forza tra le mani e stringi. Guarda se riesci a percepire come è al tatto. Non puoi. L’unica cosa che puoi sentire è che lo stai afferrando, che stai cercando di evitare che si perda).

La seconda cosa che potrebbe accadere, tenendolo strettamente fra le mani, è sentire dolore (continua ad afferrare l’oggetto con forza in modo che nessuno possa portartelo via e osserva cosa succede).

Ho ottenuto ciò che volevo però lungo la strada ho rinunciato a tutta la felicità che veniva dalla  relazione con l’oggetto in sé.

Questo è quello che succede insistendo con la stupida necessità di possedere quello che non ci appartiene più: che sia una qualunque idea ritenuta baluardo o una qualsivoglia relazione, inclusi i legami più stretti, con i genitori, figli o partner.

Di fatto ciò che fa sì che i miei vincoli transitino attraverso spazi godibili è, continuando nella metafora, potere aprire la mano. Imparare a non vincolarmi nell’odiosa maniera di conquistare, controllare o stringere ma piuttosto lasciarsi andare ad una situazione di vero incontro con l’altro senza timore di provare in seguito dolore.

Il modo per non soffrire “di più” non è amare “di meno”, cercando di non compromettersi affettivamente con niente e con nessuno, ma imparare a non rimanere legati a ciò che non c’è più.

Impegnarsi a godere di quello che si ha in ogni momento e fare il possibile perché sia meraviglioso finchè dura. Non vivere oggi pensando a quanto è stato bello ieri, ma sforzandosi di rendere entusiasmante quello che avviene ora.

Restare ancorati a ciò che accade in ogni momento presente, non a ciò che è stato. Restare legati a ieri significa vivere schiavo del passato, coltivando ciò che non è più.

Che succede se una persona trae vigore dal riscoprire ogni giorno la sua relazione con l’altro? Che succede se ci obblighiamo a rinnovare l’impegno con l’altro quotidianamente piuttosto che una volta per sempre? Per molti, timorosi, insicuri e intransigenti, la relazione diventerà un vincolo poco impegnato, per me è esattamente il contrario: non bisogna attaccarsi ad una persona, situazione o relazione, come una cozza su uno scoglio, e se domani ciò che dà tanto piacere finisce, essere in grado di prendere la decisione di lasciarlo andare, ma finchè non arriva quel momento ( e non è detto che deve arrivare per forza) cercare di impegnarsi completamente.

Essere chi sono è correre il rischio di percorrere senza paura questo cammino “bagnato di lacrime” perché oltre alle persone che uno perde ci sono situazioni che si trasformano, legami che cambiano, tappe della propria vita che si superano, momenti che finiscono e ognuno di essi rappresenta una perdita da elaborare …..

…… continua nel prossimo post

La lezione del dolore

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Illustrazione di Amanda Cass “Broken doll”

Siamo una razza geniale. Davvero lo siamo.

La mente umana è fantastica e terribile allo stesso tempo. Le nostre menti hanno creato tante grandi cose su questa terra, ma sono anche capaci di grandi oscurità.

Il dolore fa parte della vita ed è assolutamente inevitabile.

Prima o poi nel cammino della nostra esistenza qualcosa ci colpisce, ci ferma, ci fa male. Questo a prescindere dalle nostre condizioni di vita e dalla nostra consapevolezza.

Il dolore appartiene a quella sfera di eventi che l’Universo ha previsto per noi e che spesso ci risultano misteriosi, ma che hanno comunque un senso nell’ambito del disegno più grande.

Talvolta a causa della nostra mente limitata tendiamo a vedere questi momenti come negativi, orribili, opera di qualche malefico complotto.

A volte, in verità, possono essere davvero pesanti; ciò che ci fa male, ci fa male. Ma se il dolore è inevitabile un certo tipo di sofferenza è evitabile.

Ricordiamoci che noi possiamo scegliere sempre!

Possiamo scegliere di restare paralizzati nella sofferenza rimanendoci invischiati per chissà quanto tempo, logorandoci, stando male, uscendone alla fine malconci e senza forze.

Oppure possiamo ricordarci che pur provando quello che stiamo provando, abbiamo la possibilità di far sì che gli eventi e le circostanze non ci definiscano tenendoci bloccati.

Ciò non comporta smettere di sentire dolore, ma significa poterlo accettare e riuscire, rispettando i nostri tempi, a trasformare la sofferenza scoprendo il meccanismo che ci porta a soffrire.

E siamo sempre allo stesso punto: diventare sempre più consapevoli della nostra più intima essenza. Solo in questo modo potremo rispondere al perchè il dolore faccia parte della vita.

La vita non è mai casuale, ogni cosa ha un senso ben preciso, a volte di non subitanea comprensione, ma nulla succede per caso.

Molto spesso quando ci accade qualcosa di doloroso e difficile opponiamo una strenua resistenza, non la vogliamo proprio quella cosa nella nostra vita. Rifiutiamo che debba succedere proprio a noi, pensiamo di non meritarlo.

Lottiamo con tutti noi stessi per allontanare il problema e con esso il dolore che questo comporta. Ma il risultato, il più delle volte, è rimanerci ancora più invischiati.

Se, al contrario, permettiamo alla parte più profonda di noi, a ciò che possiamo chiamare la nostra anima, a prendere fiato, abituandoci a stare in contatto, facendole spazio, ecco che tutta quella sofferenza comincia a darci delle risposte.

Ecco che cominciano ad arrivare delle soluzioni.

Energie inaspettate arrivano a sostenerci.

Apprendiamo la lezione contenuta nel dolore e da lì possiamo ripartire per procedere nel nostro cammino di espansione e crescita.

La vita si evolve costantemente e la nostra non fa eccezione.

Detta così potrebbe essere più facile imparare a seguire il flusso della vita.

Quando tentiamo di aggrapparci per paura di cadere, fallire, soffrire è proprio la volta che veniamo trascinati dalla corrente.

Il dolore si manifesta lungo il tragitto, abbiamo, però, gli strumenti necessari per riprenderci dalla sofferenza.

Se rifiutiamo di credere all’importanza del riconoscimento e dell’ascolto attento di quella parte profonda di noi, allora la sofferenza avrà il sopravvento.

E per sofferenza intendo anche fatica, sforzo, stanchezza, paralisi, apatia.

Pensiamo al nostro corpo, un piccolo Universo a nostra disposizione che anche quando siamo fermi e non sappiamo cosa fare, continua a trasformarsi, riciclarsi, evolversi, esattamente come la vita.

Qualsiasi condizione noi stiamo vivendo, l’essenza della vita non si ferma mai.

Le cose succedono e noi cosa possiamo fare?

Se restiamo fermi ad osservare solo la realtà che ci circonda perdiamo di vista il disegno più grande; e in quell’osservare soffriamo per quello che vediamo.

Proviamo a spostare lo sguardo verso l’interno. Quello che è là fuori è decisamente più piccolo di quello che c’è dentro di noi ed è qui che possiamo scegliere.

La nostra vita evolve in base alle scelte che facciamo consapevolmente e inconsapevolmente.

Invece di resistere o vivere la vita come una serie di eventi casuali, potremo provare ad entrare dentro di noi e scegliere di vivere secondo quella visione. La nostra unica e irripetibile essenza.

In questo modo non ci sarà sforzo né resistenza, perché saremo consapevoli che ogni cosa ci può condurre al risultato migliore per noi.

E giorno dopo giorno inizieremo a vedere in che modo e perché le cose sono andate proprio in quella maniera.

Quando quello che ci fa male acquista un senso, pur stando nel dolore possiamo vedere che là avanti, là in fondo, comunque c’è luce e improvvisamente cominceremo a sentirci diversamente rispetto a quell’esperienza.

E’ qui che il dolore diventa saggezza ed è qui che inizia la ricostruzione. Ed è qui che diventiamo interi.

Chi di noi non si è mai sentito a pezzi? Chi di noi non ha mai provato la sensazione di essere distrutto?

Ci riduciamo in migliaia di frammenti quando viviamo solo fuori di noi, quando ci ostiniamo a confrontarci solo con il mondo che ci circonda. Questo non vuol dire smettere di considerare il mondo circostante, bensì che l’inizio di ogni esperienza è dentro di noi e il ritorno è sempre dentro di noi.

In questa dimensione il dolore è quello che è necessario che sia: un passo avanti verso chi siamo, nella nostra essenza più vera e profonda.

E con ciò non voglio neanche dire che il dolore è auspicabile; non dimentichiamoci, però, quanto il dolore ci fa crescere, quanto ci permetta di conoscerci.

E’ vero a volte ci fa a pezzi, ma sempre per ricostruirci più forti e questa è una grande fonte di energia. E l’energia per raggiungere l’altra sponda è proprio quello che serve per arrivarci.

Quando il dolore bussa alla nostra porta, facciamo che sia la nostra essenza ad aprire, se ci affidiamo a lei, se crediamo in lei, saprà portarci verso la luce.

Ricordiamoci che il dolore stesso è la nostra anima che cercava di chiamarci a gran voce.

Ed è proprio da dentro noi stessi che, se non potremo governare il vento, potremo governare le vele.

Liberametne tratto da: B.Pozzo – La vita che sei –

 

Sul rimpianto ….

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“Il rimpianto è un tipo di dolore molto particolare; di fronte ad esso siamo impotenti. È come una finestra che si apra di sua iniziativa: la stanza diventa gelida e noi non possiamo fare altro che rabbrividire. Ma ogni volta si apre sempre un po’ meno, finché non arriva il giorno in cui ci chiediamo che fine abbia fatto.” Arthur Golden

Quando il rimpianto si insinua nel nostro essere, può arrivare a corroderci l’anima in modo irreparabile, come una goccia d’acqua che a lungo andare sgretola la roccia fino a creare un solco profondo. E spesso il suo lavorio lento è sordo e quasi inavvertito finchè non comincia a lasciare una traccia che diventa impossibile ignorare.

Succede che ci voglia del tempo per prendere coscienza del nostro scontento, di quel vago senso di insoddisfazione a cui non sappiamo dare un nome che pervade la nostra vita rendendoci inquieti e incapaci di apprezzare quello che abbiamo; poi all’improvviso, come una luce che squarcia il buio, ecco affiorare alla mente ricordi del passato che credevamo accantonati, desideri mai realmente sopiti, progetti non coltivati, relazioni lasciate andare prima che sbocciassero. Tutta una serie di pratiche “inevase”, rimaste in sospeso, in un limbo ad attendere il momento “buono”, quello mai arrivato.

A questo punto in molti di noi prevale la convinzione di non essere stati sufficientemente pronti a cogliere “l’attimo fuggente”, a carpire l’occasione nel momento in cui si presentava, a salire su quel treno che piano piano è sfumato all’orizzonte

Altri, invece più avezzi a scaricare all’esterno le proprie responsabilità, attribuiranno alla sfortuna, al caso o alla vita, che a volte sa essere veramente ingiusta, i fallimenti di tanti proponimenti in cui avevano creduto.

Comunque sia per ciascuno di noi esiste un ricco bagaglio di sogni svaniti, speranze perdute, omissioni fatali che ci portiamo appresso nel nostro vivere quotidiano.

Tra tutti gli stati d’animo che creano sofferenza, il rimpianto è quello che più può tenerci legati ad un passato irrimediabilmente perduto. Il suo insinuarsi lento e inesorabile può logorarci a tal punto da renderci insensibili alle gratificazioni e agli stimoli che la vita, in qualunque sua età, può offrirci.

Ed è proprio per questa sua ineluttabilità che il rimpianto si distingue dalla nostalgia.

La nostalgia può essere dolce, essa rievoca vicende perdute, ma avvenute che ci hanno lasciato una scia di buone sensazioni.

Al contrario il rimpianto è crudele, perché, il più delle volte, riguarda opportunità che ci siamo lasciati sfuggire oppure può riferirsi a errori di valutazione e di scelta che hanno compromesso in maniera fatale il corso della nostra vita.

Quando diventiamo consapevoli dell’impossibilità di rimediare al danno fatichiamo a rassegnarci; vorremmo riavvolgere indietro il nastro della nostra storia per poter rifare quel pezzetto di strada, possibilità, ahimè, che non ci verrà mai concessa.

In alcuni momenti la vita è fatta di tentativi unici e per questo è necessario essere tempestivi, osando, per non portarci dietro la pericolosa sensazione dell’”avrei potuto farlo”.

Il rimpianto, poi, tende inevitabilmente ad accumularsi. Difficilmente svanisce perché il tempo che passa accresce la consapevolezza di quello che ci manca e quindi fa lievitare l’amarezza e la delusione.

Tutto questo ha come unico risultato una profonda sfiducia nelle nostre capacità e nella nostra intraprendenza che produrrà solo disistima e avvilimento.

Alla fine arriveremo a nutrire risentimento contro noi stessi per ciò che non siamo stati in grado di realizzare o di conquistare.

E’ opportuno quindi, per evitare di cadere nel circolo vizioso del rimpianto e dell’autocommiserazione, provare a cambiare prospettiva.

In primis cerchiamo di riflettere sul carattere evolutivo della vita; nel giudicare la nostra storia spesso ci dimentichiamo che il trascorrere del tempo e l’esperienza acquisita, nel bene e nel male, contribuiscono alla nostra evoluzione mutando l’angolazione da cui osserviamo la realtà.

E’ per questo che in certe occasioni fatichiamo a riconoscere come nostri pensieri e comportamenti che in altri contesti, spaziali e temporali, ci sembravano rispecchiare adeguatamente la nostra mentalità e i nostri bisogni.

Quindi, riguardo alle scelte pregresse che si sono rivelate poi inopportune o addirittura disastrose, la nostra responsabilità va, almeno in parte, ridimensionata.

E utile saper riconoscere di aver agito, il più delle volte, con le migliori intenzioni, convinti dell’efficacia dei nostri propositi.

Del resto non sempre abbiamo a nostra disposizione sufficienti informazioni che potrebbero orientare al meglio le nostre decisioni e progetti, in tutte le situazioni c’è sempre una variabile, a volte sconosciuta al momento, che dobbiamo considerare.

Alla luce di tutto questo la cosa migliore è quindi vivere calati nel presente, cercando di fare del nostro meglio, ma con la consapevolezza che qualcosa potrebbe andare storto e quindi potremmo non essere immuni dal rimpianto. Ricordiamoci inoltre che come tutti i vissuti, anche il rimpianto ha una funzione preziosa. Quando infatti il malessere si fa più acuto, ci segnala che è il momento di svoltare, di muoverci alla ricerca di opportunità diverse, invece di rimanere invischiati in un passato che ci tiene ancorati ai dispiaceri e alle disavventure patite più che alle gioie e alle soddisfazioni godute.

Bisogna imparare a sciogliere i lacci e lasciare andare quello che è perduto, senza piangere troppe lacrime sulle occasioni mancate.

La vita spesso toglie ma altrettanto inaspettatamente aggiunge. Ci sorprende con quei meravigliosi colpi di scena degni di un grande film; basta che il nostro approccio sia di apertura e curiosità verso il nuovo, l’imprevisto, l’ignoto. Basta che non ci affezioniamo troppo al nostro quieto vivere, la nostra “confort zone, che spesso smorza i nostri slanci e la nostra creatività.

Viceversa, molte persone dai rimpianti non si consolano mai. Stanno sempre a lamentarsi della sfortuna, delle perdite subite e degli errori commessi. Eterne vittime di un presente non vissuto. E vivendo così, si lasciano sfuggire le risorse e il bello di un qui e ora che ha sicuramente ancora qualche opportunità in serbo anche per loro.

E tu che mi leggi …da che parte stai?

“Il rimpianto è un enorme spreco di energia. Non vi si può costruire nulla sopra. Serve soltanto a sguazzarvi dentro”. Katherine Mansfield

 

liberamente tratto da:

I.Castoldi – Se bastasse una sola parola – Ed. URRA Feltrinelli

Perché è importante prendersi cura delle ferite emotive …

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Il concetto di ferita è più comunemente inteso in relazione a danni fisici ai tessuti vitali, ma l’usiamo anche liberamente come metafora di danni emotivi:

  •  Mi ha ferito … Sono davvero sconvolta
  • Ha veramente urtato il suo ego
  • L’ha trafitta con quella lingua affilata
  • Ha il cuore spezzato : non sa proprio come andare avanti senza di lui
  • La delusione fu davvero cocente; era tanto che l’aspettavo
  • Mi sento completamente distrutta

C’è naturalmente una bella differenza tra una ferita fisica e una ferita emotiva; la ferita fisica si vede a occhio nudo e può essere spesso percepita al tatto; inoltre si può discutere sulla gravità di una ferita fisica ma non si può negarne l’esistenza in una forma o nell’altra.

Non è questo il caso delle ferite emotive; poiché non ci sono segni fisici a provarne l’esistenza, spesso non si crede a chi dice di sentirsi ferito.

Una ferita emotiva è un sentimento, o un insieme di sentimenti, provocati da un evento esterno vero o immaginario e percepito in modo doloroso dalla persona che lo prova.

Queste ferite possono non essere visibili, ma sono reali come quelle fisiche; anch’esse richiedono protezioni e “cure” rapide ed efficaci.

Esattamente come le sensazioni provocate dalle ferite fisiche, quelle che accompagnano le ferite emotive sono un avvertimento; ci segnalano che dobbiamo correre ai ripari e, come succede nel caso dei traumi fisici, se le ignoriamo lo facciamo a nostro rischio e pericolo.

A volte se la ferita emotiva è solo un graffio superficiale, si può rimarginare da sola se abbiamo abbastanza ossigeno emotivo ( come serenità e piacere) nella nostra vita.

Ma non dobbiamo dimenticare che anche ogni minima ferita consuma risorse e richiede tempo per essere chiusa anche se non ne siamo consapevoli. Un accumulo di piccole sofferenze potrebbe, perciò, richiedere lo stesso tempo e la stessa energia per guarire di quelle più gravi e dolorose.

Finchè il processo di “ritessitura” conscio e inconscio di una ferita non è completo, il nostro sistema fisico e mentale va a ritmo ridotto; si comporta come una macchina che ha bisogno di qualche intervento al motore; esso non presta le sue performance migliori, non funziona nel modo efficiente e veloce o reattivo che gli è solito. Tutto ciò può non costituire un problema se percorriamo le tranquille stradine familiari della nostra vita, ma qualora il nostro sistema fosse sottoposto allo stress di un’autostrada a percorrenza veloce, rischiamo di subire turbamenti o anche crolli.

Perciò se ci trasciniamo da tempo ferite emotive che stanno andando in suppurazione, mantenendo uno stile di vita a bassa intensità , è probabile che non sentiamo nessuno sforzo o impedimento; ma chi può garantirci che la nostra vita resterà libera da stress per sempre?

Tutti sono esposti ai traumi che, è risaputo, arrivano quando meno ce li si aspetta. Inoltre, a volte ci ritroviamo a volare fuori della solita padella e a friggere sul fuoco di problemi che producono effetti a catena o anche un’altra ferita.

In genere si è consapevoli di quanto sia importante prendersi cura delle ferite emotive relativamente gravi, ma pochi riservano sufficiente o anche la minima attenzione a quelle più piccole.

Il prezzo che si può pagare per la mancata attenzione alle piccole ferite si riscontra generalmente in tutta una serie di ambiti della propria vita.

Ad esempio, se soffochiamo regolarmente i sentimenti dolorosi con il pedale emotivo, riduciamo la nostra sensibilità verso le emozioni in genere. Questo significa che trattenendo in noi tristezza o rabbia, riduciamo allo stesso tempo la nostra capacità di provare gioia e passioni positive. E anche se non dobbiamo affrontare problemi o difficoltà gravi, rischiamo di scivolare in una specie di vita sottotono. E infatti è questo che spesso spinge i clienti a chiedere il mio aiuto.

Soffocando i sentimenti e i ricordi di ferite emotive non ricucite, rinunciamo al nostro potenziale di felicità e se diventa un’abitudine, si può creare un circolo vizioso di ricadute.

Il legame tra salute emotiva e salute fisica è ormai così generalmente assodato che non occorre mi dilunghi. Molti di noi hanno probabilmente letto almeno un articolo o visto programmi alla televisione in cui si mostravano i collegamenti fra repressione della rabbia e pressione alta, disturbi digestivi e dolori muscolari. Chi ha sofferto per un grave lutto sa fin troppo bene quanto il dolore profondo indebolisca il sistema immunitario che ci rende più vulnerabili alle infezioni virali.

Chiunque abbia vissuto ferite emotive non ha bisogno di maggiori prove per credere che possiamo pregiudicare la salute fisica e la volontà di badare a se stessi: ha sentito la tensione ai muscoli e alla testa, la nausea alo stomaco, il tumulto del cuore, forse la necessità di bere alcolici più del dovuto o la mancanza di motivazione a mangiare bene, a fare esercizio fisico o anche a lavarsi i denti.

Infine, non dimentichiamo l’impatto delle ferite non trattate sulla salute mentale nostra nonché su quella delle persone che ci vivono e ci lavorano accanto. Non è solo la depressione la potenziale malattia che può svilupparsi come conseguenza di ferite emotive bensì le ferite emotive non curate sono spesso anche alla radice di fobie, compulsioni e dipendenze.

Detto questo vorrei concludere dicendo che la cura emotiva non è comunque certo la panacea per tutti i gravi problemi che dobbiamo oggi affrontare nel mondo, tuttavia credo che possa rafforzare e motivare le persone a dare contributi positivi e costruttivi nel loro ambiente. Il comportamento depresso, amareggiato, cinico, vendicativo, egoistico e ossessivo che le ferite emotive non rimarginate possono alimentare non contribuisce certamente al mantenimento di un ambiente sociale pacifico e reciprocamente solidale.

 

“ Solo un uomo che ha provato la disperazione estrema è capace di provare l’estrema gioia …” Alexander Dumas

 

 

 

 

 

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