Mese: ottobre 2016

Scegliere di migliorarsi.

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Christophe Andrè e Francois Lelord , due psicologi francesi nel loro libro “La Forza delle Emozioni”,  scrivono che chi è triste non ha capito la vita; con questo non intendono offendere chi è triste, ma illuminare una via per uscire da questo stato mentale.

Non capiamo la vita, dice Lelord, se non riusciamo a vedere la sua perfezione indipendentemente da quello che noi ne pensiamo. Se invece focalizziamo la nostra attenzione sulla “perfezione della vita al di là di tutto”, non la sciupiamo, confrontandola continuamente con la dolorosa nostalgia delle nostre preferenze.

Alla luce di questo allora anche l’idea di migliorarsi va maneggiata con cautela: se osserviamo bene, essa implica un certo grado di non accettazione di sé, quindi una sensazione di sofferenza. Possiamo invece scegliere di migliorare la nostra vita senza provare avversione, facendo riferimento alle nostre risorse fondamentali.

Caratteristica dell’essere umano è comportarsi nei riguardi di se stesso come lo scultore con il materiale grezzo come ci tramanda Pico della Mirandola. In ogni cultura e in ogni epoca è presente il tema del migliorarsi, del coltivare se stessi. Il concetto implica il nostro osservare noi stessi, oggettivandoci e valutandoci rispetto alle nostre preferenze.

Se siamo VIVI cambiamo comunque ogni giorno. Ogni informazione, ogni esperienza ci cambia un po’: aggiunge al nostro vissuto strati di consapevolezze che ci permettono di aggiustare il tiro. Metabolizziamo tutto quello che ci raggiunge attraverso i sensi, ogni notizia e ogni concetto, ogni frase ascoltata con attenzione creando casse di risonanza.

Non si può non cambiare, come la rotta della nave, che, per essere diritta, è fatta di continue piccole curve. Migliorarsi è “volere” controllare il nostro cambiamento, farlo nella direzione di ciò che pensiamo sia meglio, alla ricerca del nostro ben-essere.

Per migliorarci, in qualsiasi campo, possiamo far riferimento a cinque passi:

SAPERE => nel prefiggerci uno scopo, un obiettivo osserviamo quale comportamento vogliamo adeguare al nostro desiderio di migliorare. Cerchiamo di osservarci senza alcuna avversione, accettando che quello che siamo è il punto di partenza. Focalizziamoci sulla sensazione positiva che progettiamo di sentire quando ce l’avremo fatta.

VOLERE => il volere è nella nostra decisione: la possiamo rinforzare ogni giorno con visualizzazioni del nostro riuscirci, della sensazione di libertà conseguente, godendoci in anticipo, nell’immaginazione, lo stato di fatto di quando avremo già raggiunto il nostro obiettivo.

POTERE => il nostro sentimento di essere in grado di occuparci del nostro miglioramento, osservando sia i nostri progressi, senza darli per scontati, anzi festeggiando ogni passo “verso”, sia i momenti di difficoltà, ricordandoci che fanno parte del processo e che possiamo sempre ricominciare, ogni volta, da adesso.

CONSAPEVOLIZZARE=> quale è il vantaggio nascosto del comportamento che vogliamo superare, e trovare il modo di conservarlo in un modo diverso. Ci risulterebbe infatti inutilmente gravoso cercare di superare un comportamento dal quale in parte traiamo vantaggio, per quanto nascosto. Ad esempio, se mi ammalo il vantaggio può essere stare a casa dal lavoro e riposarmi, se riesco ad organizzarmi in modo tale da farlo anche da sana, non mi “occorre” ammalarmi. Allora chiediamoci: questo “difetto” ci dà una qualche soddisfazione? E’ un rito? Una pausa? Vuole dimostrare qualcosa? Permetterci qualcosa che altrimenti ci sembra impossibile ottenere? Visto che qualsiasi cosa facciamo comporta un qualche vantaggio per noi, per quanto nascosto, individuarlo ci permette di migliorarci.

CONFERMARCI => sia quando facciamo passi avanti, sia quando siamo in una situazione di stallo o quando viviamo una ricaduta, possiamo riconoscere di essere sulla via del miglioramento. Non possiamo aspettarci né tantomeno pretendere che siano gli altri a confermarci nei nostri tentativi: come possono sentire come ci sentiamo, i nostri sforzi, il nostro bisogno di riconoscimento?

L’importante nel vivere la scelta del migliorarsi è non farci male, svalutandoci per come siamo ora, non-ancora-migliori, rispetto a come vorremmo-essere, occupiamoci di noi con dedizione, amore e perché no anche simpatia.

E un buon miglioramento può essere, per un po’, smettere di cercare di migliorarci, scegliere di fidarci di essere già “sufficientemente migliori”…..

Bibliografia:

Christophe Andrè e Francois Lelord – La Forza delle Emozioni – Ed.Corbaccio

Sulla consapevolezza dei propri bisogni e desideri ed emozioni… (III parte)

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Per quanto riguarda il vivere consapevolmente, tra provare un’emozione e nominarla semplicemente corre un’enorme differenza.

Immaginiamo per esempio un uomo che torni a casa dal lavoro e la moglie gli chiede:” Come stai?” E lui, distrattamente risponda: “Da schifo”. Allora lei, piena di compassione: “Si vede che ti senti uno straccio”. A questo punto l’uomo lascia che le parole della moglie lo raggiungano. Sospira, la tensione comincia a lasciare il suo corpo e con un tono di voce del tutto diverso, quello di una persona che non combatte più i propri sentimenti, ma li riconosce come propri e li accetta comincia a raccontare che cosa lo turba. “Sì”, le dice con una nuova sincerità, “sono di un umore nero”. Adesso sta provando le sue emozioni, non le sta più solo nominando e liquidando con l’espressione sbrigativa “da schifo”. Questo è il primo passo per poterle affrontare e superare.

Alzando il livello di consapevolezza apro la via all’integrazione. Uno dei motivi persone per cui anche molto intelligenti e colte non sanno risolvere i propri problemi personali è che, negando i loro sentimenti e le loro emozioni, rifiutandosi di viverle e accettarle, rendono impossibile alla loro intelligenza di lavorarci sopra per compiere la nuova integrazione necessaria a risolverli.

Se le emozioni sono profondamente represse, prima di essere pienamente vissute, è necessario sbloccarle.

Un primo passo in questa direzione potrebbe essere il seguente esercizio di completamento di una serie di frasi:

  • Mio madre (mio padre) era sempre ….
  • Con mia madre (mio padre) mi sentivo ….
  • Una delle cose che volevo da mia madre (mio padre) e non ho mai avuto è …
  • Ricordo che soffrivo quando …
  • Ricordo che avevo paura quando …
  • Ricordo che mi arrabbiavo quando …
  • Una delle cose che ho imparato a fare per sopravvivere …

Leggendo questa lista una persona potrebbe pensare che aggiungere i finali sia un’impresa ardua. Quando le propongo a volte mi sento chiedere: “Se non me lo ricordo?”. Non è necessario ricordare. Basta aggiungere dei finali che completino grammaticalmente la frase, inventando se occorre, perché la libertà di inventare apre la possibilità di mettere dei finali veri e significativi.

Sempre nell’ambito delle emozioni una valida pratica quotidiana per acquisire consapevolezza è la disciplina della continua osservazione di sé abbinata all’accettazione senza giudizio.

Essa consiste nel contemplare il proprio stato momentaneo, nel notare quanto c’è da notare, senza pretendere che le cose siano diverse da quelle che sono: si tratta solo di essere testimoni consapevoli, senza negare, disconoscere o condannare e intanto continuare a respirare con dolcezza e profondamente.

L’unico desiderio è quello di essere consciamente presenti nel qui e ora.

Per molti non è facile imparare l’arte di mettersi in contatto con le proprie emozioni. I clienti spesso commentano le loro emozioni, le “spiegano”, domandano scusa per esse, cercano di risalire alla loro origine storica e ovviamente rimproverano e mettono in ridicolo se stessi per averle provate, ma trovano estremamente difficile contemplarle.

Quando poi le emozioni con cui lottiamo sono sgradevoli o dolorose, l’impulso è quello di opporci ad esse armando il corpo contro, cosa che in genere serve solo a intensificarle.

E’ un po’ come quando guidiamo una macchina e quella slitta: per riprendere il controllo, dobbiamo resistere all’impulso di girare il volante in direzione opposta allo slittamento e girarlo invece in quella dello slittamento; nello stesso modo chi è colpito da un’emozione molesta deve apprendere l’arte di assecondarla, invece di contrastarla, per riuscire finalmente a dissolverla.

Quando da adulti riusciamo a scavalcare le nostre difese e a rivivere certe emozioni e i ricordi che esse riportano a galla, il risultato può essere, almeno all’inizio, allarmante. Possiamo sentirci assaliti dal terrore, dal dolore e dalla collera. Per rimanere presenti in momenti come questi, per resistere alla tentazione di rifugiarci nuovamente nella non –consapevolezza, occorre molto coraggio.

Tuttavia se rimaniamo presenti e consapevoli avremo modo di crescere imparare. I primi passi sono sempre i più duri. Ma è segno di maturità e saggezza capire che abbiamo il potere di contemplare, astenendoci dal giudicarli, i nostri pensieri, ricordi ed emozioni senza che per questo prendano il sopravvento o ci spingano ad agire in modo autodistruttivo.

Vivere consapevolmente è un atto di amore nei confronti delle nostre possibilità positive. E’ un impegno nei confronti del nostro valore personale e dell’importanza della nostra vita.

Sulla consapevolezza dei nostri bisogni e desideri (II parte)

CONTROLLO EMOZIONI

Come si sviluppa questa non-consapevolezza nel sentire le emozioni?

A livello psicologico le persone riescono più o meno ad automatizzare il processo di spostamento della propria attenzione mentale dalle emozioni vissute come destabilizzanti.

A livello fisico questa mancanza di consapevolezza si può indurre in due modi.

Uno di questi è restringendo il respiro, cioè riducendo l’inspirazione. Ad esempio se qualcosa ci spaventa all’improvviso in genere inspiriamo bruscamente e poi ci paralizziamo, rimanendo in apnea. Possiamo bloccare l’inspirazione o l’espirazione a seconda della emozione che stiamo combattendo in quel momento. Quando reprimiamo la collera tendiamo a bloccare l’espirazione. Tutti i genitori sanno che i bambini si impediscono di piangere trattenendo il fiato. Anche queste reazioni, a lungo andare, possono essere automatizzate: in questo modo la persona finisce per non esserne più consapevole.

Il secondo modo per reprimere fisicamente la consapevolezza consiste nel contrarre i muscoli che sarebbero mobilizzati se l’emozione venisse lasciata affiorare e fosse espressa. Per esempio, chi spesso blocca la collera in genere ha gli avambracci contratti, perché sono quelli che userebbe per sferrare il colpo se si permettesse di sfogarsi fisicamente. I muscoli che vengono tesi ripetutamente per bloccare le emozioni finiscono per rimanere cronicamente contratti, al punto che la contrazione diventa parte della struttura fisica. Questa è l’ “armatura” corporea di cui parlava Wilhelm Reich .

Quando nasce la non-consapevolezza?

Quando i genitori trasmettono l’impressione che certe emozioni siano “inaccettabili”, insegnano al bambino che per conservare il loro amore e la loro approvazione deve pagare il prezzo della non-consapevolezza.

Provo a fare alcuni esempi: un bambino cade, si fa male, e il padre gli dice:” gli uomini veri non piangono”. Come prima cosa il bambino impara a non far vedere quando sente male e poi, quando la repressione si fa più profonda, a non accorgersi di avere male. Una bambina è arrabbiata con il fratello e la mamma dice:” quello che senti è molto brutto. Non devi avere questi sentimenti”. Nella bambina, la capacità di provare collera non è estinta, ma semplicemente sepolta sotto il livello di consapevolezza, pronta a causare danni inimmaginabili più tardi nella vita, quando eromperà in apparenza senza giustificazione nei contesti più disparati.

I genitori emotivamente inibiti, del tutto estraniati dalla propria vita interiore, tendono a produrre figli emotivamente inibiti. Non è una regola, ma nella maggioranza dei casi è così.

Se i genitori sono convinti che certi pensieri ed emozioni siano “cattivi” e contagiano con questa idea i loro figli, questi ultimi possono legare la propria stima di sé all’idea di avere i pensieri e le emozioni “giuste”. Questo è un modo sicuro per indurre il terrore della propria vita interiore e delle proprie motivazioni e per imparare a censurare quello che “non va”, cioè proteggersi con una corazza di non-consapevolezza.

Per molti bambini i primi anni di vita sono pieni di esperienza spaventevoli e dolorose. Un bambino può avere genitori che non soddisfano mai il suo bisogno di essere toccato, abbracciato, coccolato, che litigano in continuazione, che evocano deliberatamente la paura e il senso di colpa come mezzo per esercitare il controllo, che oscillano tra una sollecitudine eccessiva e il disinteresse più totale, che lo trascurano, che lo criticano e rimproverano in continuazione, che lo sommergono di affermazioni strambe e contraddittorie, che si aspettano da lui cose in netto contrasto con le sue conoscenze o necessità, che lo sottopongono a violenza fisica, che scoraggiano i suoi sforzi per affermare se stesso. Il bambino può quindi vivere la propria paura, collera o sofferenza come mutilante e così, per sopravvivere e poter funzionare, impara l’intorpidimento fisico. Il contatto diretto con il proprio stato interiore è vissuto come insopportabile e pericoloso. La consapevolezza è vissuta come insopportabile e pericolosa.

Paura, dolore e collera non vengono riconosciuti, vissuti, espressi e quindi nemmeno abbandonati. Rimangono congelati nel corpo, barricati dietro mura di tensione fisica e psicologica. E si installa uno schema che andrà ripetendosi ogni volta che la persona è minacciata da un’emozione in grado di intaccare l’equilibrio dell’intorpidimento.

Tuttavia non reprimiamo solo i sentimenti negativi. Quando si viene anestetizzati in preparazione ad un intervento chirurgico, non è solo la capacità di sentire dolore a venire sospesa, ma anche quella di provare piacere. Lo stesso accade con la repressione emotiva.

Ovviamente la repressione si può attuare in vari gradi a seconda di quello che vogliamo sotterrare. Ma una cosa vale per tutti, e cioè che diminuire la capacità di sentire il dolore vuol dire anche la capacità di provare piacere …..

se ti va continua a seguirmi …..

Sulla consapevolezza dei nostri bisogni e desideri …

WISHES

Quando invito i miei clienti a parlare dei propri bisogni e desideri, rimango spesso colpita da quanto diventano goffi, esitanti. E’ molto raro che rispondano subito con chiarezza. Spesso invece è come se lottassero contro una specie di divieto interiore che impedisce loro di sapere o dichiarare quali sono i loro bisogni e desideri più profondi.

Ma come si può vivere o agire con efficacia senza conoscerli?

Questa difficoltà nell’affermare i propri bisogni può essere dovuto a svariati motivi.

Uno può essere che da bambini queste persone abbiano ricevuto dai genitori messaggi del tipo: “Senti piccolo, eccoti la bella novità: la vita non gira intorno a te. La vita non gira intorno ai tuoi bisogni o desideri, ma intorno a quelli degli altri. Tu non conti niente, sei solo un piccolo ingranaggio ..”.

Oppure, quando le necessità e i desideri di un bambino vengono ignorati troppo a lungo, il dolore diventa talmente insopportabile che questo, per sopravvivere, impara a reprimerli, a seppellirli lontano dalla coscienza, cercando rifugio nella non-consapevolezza.

Un altro motivo può essere un trauma che porta i bambino a percepire la vita come così spaventevole e pericolosa da spingerlo a soffocare, una volta adulto, qualunque forma di affermazione di sé, non parliamo poi di esprimere, quello che gli serve e che desidera.

Un ulteriore motivo è che, quando sperimentiamo desideri in contrasto con il concetto che abbiamo di noi stessi, rendiamo a negargli e disconoscerli: ad esempio un uomo adulto può avere bisogno di carezze e coccole che non permetterà mai a se stesso di ammettere perché fa a pugni con il suo concetto di mascolinità e autonomia.

In un modo o nell’altro, spesso bisogni e desideri importanti vengono sepolti vivi. Questo però non vuol dire che cessino di esistere. Significa, semmai, che influenzano i nostri sentimenti e il nostro comportamento in modi in cui non ci accorgiamo neppure.

Per esempio, il bisogno non riconosciuto di carezze e coccole si può manifestare in una continua ricerca di soddisfazione sessuale, in quanto il sesso è l’unica forma di contatto fisico che la persona in questione ritiene accettabile.

Oppure il bisogno di comprensione e visibilità che sono un diritto di nascita del bambino possono manifestarsi nell’adulto con l’ossessione di essere “compiacente” e “popolare” a tutti i costi.

Un esercizio che propongo ai miei clienti è di completare le seguenti frasi (di seguito riporterò anche alcune risposte):

Se mettessi il 5% di più di consapevolezza nei miei bisogni più profondi ….

  • Saprei quali sono
  • Potrei prendermi meglio cura di me stesso
  • Non mi arrabbierei con gli altri perché non indovinano il mio bisogno

Se mettessi il 5% di più di consapevolezza nei miei desideri più profondi ….

  • Saprei che il mio lavoro non mi basta
  • Mi rimetterei a studiare
  • Lascerei il lavoro e aprirei un0attività tutta mia
  • Riprenderei a suonare

Se qualcuno mi avesse insegnato che i miei desideri e bisogni contano …

  • Sarebbe l’infanzia di un altro e non la mia
  • La mia vita sarebbe diversa
  • La mia vita non sarebbe tutta obblighi e doveri
  • Avrei pensato di più a quello che conta veramente per me

Se trattassi con rispetto i miei bisogni e i miei desideri …

  • Non piacerei a nessuno
  • Non avrei amici
  • La gente direbbe che sono egoista

Leggendo queste risposte quali conclusioni trarreste? Non trovereste, forse, che ascoltare e onorare i propri desideri può essere non tanto un atto di indulgenza verso se stessi, quanto di vero e proprio coraggio?

Trattare bisogni e desideri con un minimo di rispetto, combattere per loro, prenderli seriamente, è per molti una sfida formidabile e spaventosa.

Spesso è molto più facile seppellirli, rinunciare persino alla capacità di riconoscerli, praticare il sacrificio di sé. Per fuggire alla responsabilità, oppure per sentirsi accettata la gente vende pezzetti di anima ogni giorno.

Alcuni sono dei veri e propri maestri in questo tipo di resa e sacrificio.

Quando non siamo in contatto con i nostri bisogni e desideri, affrontiamo la vita senza remi e senza timone. La nostra non-consapevolezza è pericolosa, per noi stessi e spesso anche per gli altri. Siamo ciechi alle radici delle nostre azioni, mossi da forse che non comprendiamo.

Nel nostro stato di intorpidimento psichico , possiamo arrivare persino a dire che la nostra mancata connessione con bisogni e desideri rappresenti la “spiritualità del distacco”, ma una spiritualità raggiunta attraverso la non-consapevolezza è una contraddizione di termini.

… ti aspetto al prossimo post ….

Dal padre all’altro

ranocchie principi

“ L’uccisione dei vecchi genitori, il loro smembramento e la loro neutralizzazione sono la condizione necessaria per ogni nuovo inizio …” E.Neumann

Io penso che sia sempre possibile creare una relazione d’amore che contenga una sana autostima personale, la ricerca di Sé e una proiezione non nevrotica dell’ideale sul nostro fidanzato, se noi ci impegniamo in un lavoro personale di cura delle ferite della nostra infanzia.

Infatti, fortunatamente, noi non siamo il nostro danno passato, lo abbiamo subito ma possiamo trasformare il danno in dono, per poter vivere al meglio ora la nostra esistenza.

Per sviluppare una sana capacità di amare è necessario, innanzi tutto, non metterci in una posizione emotiva rigida che ci costringe a scegliere tra dipendenza dell’altro o autonomia, dare o ricevere, ragione o sentimento, luce o ombra: nell’incontro amoroso bisogna sapersi aprire a un percorso trasformativo di noi stesse e dell’Altro, in cui tutti questi aspetti trovino un loro spazio comune.

Inoltre, possiamo maturare in noi stesse la possibilità di vivere una “buona” relazione d’amore se riconosciamo l’altro come un essere umano separato da noi , (ma con un interesse simile al nostro, per la costruzione di un rapporto autenticamente reciproco) e, nello stesso tempo, proviamo un’attenzione curiosa e autentica per la sua diversità.

Dobbiamo imparare a ricostruire, dentro di noi, un’immagine vera dell’altro: inizialmente noi creiamo un rapporto con l’altro idealizzandolo, e in seguito, attraverso l’esperienza diretta dell’incontro, possiamo riconoscere le nostre proiezioni su di lui e questo ci permette di stabilire un contatto più diretto e reale.

Allo stesso modo, è proprio il confronto vero con l’altro che ci permette di avanzare nel nostro percorso di crescita individuale: amando l’altro anche nei suoi aspetti Ombra, impariamo ad amare e ad accogliere noi stesse.

In un rapporto d’amore autentico anche noi dobbiamo essere pronte a giocarci, esprimendole, le nostre parti oscure avendo fiducia che l’altro possa accoglierle e integrarle nella relazione, in modo costruttivo. Vedere insieme all’altro la nostra Ombra ci permette di collocarla nel rapporto sentimentale in modo maturo, evitando che diventi un elemento distruttivo.

Così come l’altro, riacquista ai nostri occhi l’aspetto di principe, dopo che anche il suo lato Ombra è stato integrato dentro di noi, allo stesso modo ognuna può sentirsi principessa, anche con le sue parti oscure, e “sposare il suo principe”.

Saper amare in modo “sano” vuol dire passare da “essere come l’altro” ad “essere con l’altro” autenticamente, e questo ci aiuta nella realizzazione personale perché l’amore è crescita, piacere, gioia di vivere, complicità, senso di appartenenza.

L’esperienza dell’amore svolge la funzione di uno spazio interiore, il vaso degli alchimisti, dove la combinazione di elementi diversi dà origine all’oro, in cui si possono comporre le forze opposte del maschile e del femminile, per giungere alla realizzazione della totalità del Sé.

Credo quindi che valga la pena di riflettere e approfondire cosa determini le nostre scelte sentimentali, proprio perché ritengo che l’amore sia una straordinaria forza propulsiva che può aprire a noi stesse la via d’accesso al nostro Sé più profondo.

Ma per completare il nostro processo di crescita nella capacità di amare l’altro occorre, anche, che ognuna di noi torni al proprio padre idealizzato/perduto e gli permetta di morire in pace.

“Uccidere i vecchi genitori” vuol dire saper rinunciare per sempre al padre reale, a quel luogo magico di aspettative infantili: lasciar morire quel che deve morire, per permettere la nascita di un nuovo maschile interno, il nostro Animus, che ci guiderà nella scelta adeguata dei nostri partner …

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Liberamente tratto da:

M.Morganti – Figlie di padri scomodi – Ed.FrancoAngeli

La poesia della vita

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Per me poesia è vivere la vita con profonda sensibilità; è vivere non attraverso la testa ma tramite il cuore. E’ una vita fondamentalmente radicata nella bellezza.

Quando la vita è orientata verso la bellezza possiede una sua poesia. In quel caso si cammina poeticamente, si mangia e si respira poeticamente ….

La testa è triste, solo il cuore sa come danzare; la testa è deformata: di fronte alla danza è storpia!

Ed è molto pesante, vive schiacciata a terra, striscia sul terreno. Il cuore possiede le ali e può volare alto nel cielo: quell’elevarsi è ciò che io definisco poesia.

Dunque, questo è il mio consiglio: dimentica ogni serietà. Scordati di avere una testa: agisci, opera sempre di più come se non avessi una testa.

All’inizio sarà solo un “come se”; piano piano diventerà reale. E poi verrà il giorno in cui sarà reale ….

Osho

 

Perché è importante prendersi cura delle ferite emotive …

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Il concetto di ferita è più comunemente inteso in relazione a danni fisici ai tessuti vitali, ma l’usiamo anche liberamente come metafora di danni emotivi:

  •  Mi ha ferito … Sono davvero sconvolta
  • Ha veramente urtato il suo ego
  • L’ha trafitta con quella lingua affilata
  • Ha il cuore spezzato : non sa proprio come andare avanti senza di lui
  • La delusione fu davvero cocente; era tanto che l’aspettavo
  • Mi sento completamente distrutta

C’è naturalmente una bella differenza tra una ferita fisica e una ferita emotiva; la ferita fisica si vede a occhio nudo e può essere spesso percepita al tatto; inoltre si può discutere sulla gravità di una ferita fisica ma non si può negarne l’esistenza in una forma o nell’altra.

Non è questo il caso delle ferite emotive; poiché non ci sono segni fisici a provarne l’esistenza, spesso non si crede a chi dice di sentirsi ferito.

Una ferita emotiva è un sentimento, o un insieme di sentimenti, provocati da un evento esterno vero o immaginario e percepito in modo doloroso dalla persona che lo prova.

Queste ferite possono non essere visibili, ma sono reali come quelle fisiche; anch’esse richiedono protezioni e “cure” rapide ed efficaci.

Esattamente come le sensazioni provocate dalle ferite fisiche, quelle che accompagnano le ferite emotive sono un avvertimento; ci segnalano che dobbiamo correre ai ripari e, come succede nel caso dei traumi fisici, se le ignoriamo lo facciamo a nostro rischio e pericolo.

A volte se la ferita emotiva è solo un graffio superficiale, si può rimarginare da sola se abbiamo abbastanza ossigeno emotivo ( come serenità e piacere) nella nostra vita.

Ma non dobbiamo dimenticare che anche ogni minima ferita consuma risorse e richiede tempo per essere chiusa anche se non ne siamo consapevoli. Un accumulo di piccole sofferenze potrebbe, perciò, richiedere lo stesso tempo e la stessa energia per guarire di quelle più gravi e dolorose.

Finchè il processo di “ritessitura” conscio e inconscio di una ferita non è completo, il nostro sistema fisico e mentale va a ritmo ridotto; si comporta come una macchina che ha bisogno di qualche intervento al motore; esso non presta le sue performance migliori, non funziona nel modo efficiente e veloce o reattivo che gli è solito. Tutto ciò può non costituire un problema se percorriamo le tranquille stradine familiari della nostra vita, ma qualora il nostro sistema fosse sottoposto allo stress di un’autostrada a percorrenza veloce, rischiamo di subire turbamenti o anche crolli.

Perciò se ci trasciniamo da tempo ferite emotive che stanno andando in suppurazione, mantenendo uno stile di vita a bassa intensità , è probabile che non sentiamo nessuno sforzo o impedimento; ma chi può garantirci che la nostra vita resterà libera da stress per sempre?

Tutti sono esposti ai traumi che, è risaputo, arrivano quando meno ce li si aspetta. Inoltre, a volte ci ritroviamo a volare fuori della solita padella e a friggere sul fuoco di problemi che producono effetti a catena o anche un’altra ferita.

In genere si è consapevoli di quanto sia importante prendersi cura delle ferite emotive relativamente gravi, ma pochi riservano sufficiente o anche la minima attenzione a quelle più piccole.

Il prezzo che si può pagare per la mancata attenzione alle piccole ferite si riscontra generalmente in tutta una serie di ambiti della propria vita.

Ad esempio, se soffochiamo regolarmente i sentimenti dolorosi con il pedale emotivo, riduciamo la nostra sensibilità verso le emozioni in genere. Questo significa che trattenendo in noi tristezza o rabbia, riduciamo allo stesso tempo la nostra capacità di provare gioia e passioni positive. E anche se non dobbiamo affrontare problemi o difficoltà gravi, rischiamo di scivolare in una specie di vita sottotono. E infatti è questo che spesso spinge i clienti a chiedere il mio aiuto.

Soffocando i sentimenti e i ricordi di ferite emotive non ricucite, rinunciamo al nostro potenziale di felicità e se diventa un’abitudine, si può creare un circolo vizioso di ricadute.

Il legame tra salute emotiva e salute fisica è ormai così generalmente assodato che non occorre mi dilunghi. Molti di noi hanno probabilmente letto almeno un articolo o visto programmi alla televisione in cui si mostravano i collegamenti fra repressione della rabbia e pressione alta, disturbi digestivi e dolori muscolari. Chi ha sofferto per un grave lutto sa fin troppo bene quanto il dolore profondo indebolisca il sistema immunitario che ci rende più vulnerabili alle infezioni virali.

Chiunque abbia vissuto ferite emotive non ha bisogno di maggiori prove per credere che possiamo pregiudicare la salute fisica e la volontà di badare a se stessi: ha sentito la tensione ai muscoli e alla testa, la nausea alo stomaco, il tumulto del cuore, forse la necessità di bere alcolici più del dovuto o la mancanza di motivazione a mangiare bene, a fare esercizio fisico o anche a lavarsi i denti.

Infine, non dimentichiamo l’impatto delle ferite non trattate sulla salute mentale nostra nonché su quella delle persone che ci vivono e ci lavorano accanto. Non è solo la depressione la potenziale malattia che può svilupparsi come conseguenza di ferite emotive bensì le ferite emotive non curate sono spesso anche alla radice di fobie, compulsioni e dipendenze.

Detto questo vorrei concludere dicendo che la cura emotiva non è comunque certo la panacea per tutti i gravi problemi che dobbiamo oggi affrontare nel mondo, tuttavia credo che possa rafforzare e motivare le persone a dare contributi positivi e costruttivi nel loro ambiente. Il comportamento depresso, amareggiato, cinico, vendicativo, egoistico e ossessivo che le ferite emotive non rimarginate possono alimentare non contribuisce certamente al mantenimento di un ambiente sociale pacifico e reciprocamente solidale.

 

“ Solo un uomo che ha provato la disperazione estrema è capace di provare l’estrema gioia …” Alexander Dumas

 

 

 

 

 

Il Giudice Interiore nelle relazioni affettive.

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Ahimè quasi tutte le nostre relazioni interpersonali sono purtroppo condizionate dal rapporto che abbiamo con il nostro Giudice interiore e dalla maggiore o minore consapevolezza che abbiamo riguardo a questa dinamica.

La situazione più comune è quella di proiettare il proprio Giudice sulle persone con cui abbiamo una relazione e in modo particolare su chi amiamo.

Le relazioni affettive sono quindi il terreno migliore per osservare il nostro giudice al lavoro. E’ proprio là dove c’è un forte coinvolgimento emozionale, attaccamento, legame, aspettative, sogni comuni, che vengono a galla i nostri auto-giudizi più profondi.

Che lo si voglia ammettere oppure no, spesso le persone che ci sono più vicine riescono a mettere il dito sulle nostre piaghe in modo molto efficace. Se, da un lato, questa è probabilmente una delle cause principali di dolore e conflitto nelle relazioni, dall’altro lato è anche una grossa opportunità per capire come proiettiamo al di fuori il nostro Giudice e per vedere come attacchiamo gli altri e attraiamo inconsciamente gli attacchi altrui.

Se proviamo a guardare le cose da un’altra prospettiva ci accorgeremo che i nostri conflitti interpersonali non sono altro che il riflesso di conflitti interni rimasti irrisolti tra il Giudice e il bambino che è in noi che continua a reagire in maniera meccanica.

Come un pendolo, ci spostiamo dall’essere i nostri carnefici, identificandoci con il nostro Giudice, all’essere vittima, identificandoci con il nostro bambino.

La stessa dinamica avviene nei rapporti affettivi, dove a volte diventiamo il Giudice dell’altro attaccandolo, e a volte reagiamo diventando vittime. Proiettare il nostro Giudice sull’altro diventa un meccanismo di difesa che ci permette di mantenere nell’inconscio la dinamica con il nostro Giudice, ossia diventare la vittima dell’attacco dell’altro ci permette di non sentire l’assalto dentro di noi e di attivare le nostre difese contro un nemico esterno, mentre attaccare l’altro con le nostre critiche ci permette di evitare di fare i conti con il dolore che quelle stesse critiche provocano quando le rivolgiamo a noi stessi.

Raramente noi vediamo e sentiamo le persone intorno a noi; piuttosto vediamo e percepiamo la realtà e le persone che ci circondano indossando un paio di occhiali colorati che filtrano le informazioni che ci arrivano leggendole poi secondo la struttura di valori, opinioni, giudizi, e pregiudizi che ci portiamo appresso.

Nelle relazioni affettive, in particolare, questo meccanismo prende il nome di “transfert”.  Transfert significa che in modo inconscio proiettiamo sulla persona amata uno o anche tutti e due i nostri genitori e visto che il nostro Giudice (o Super-Io) altro non è che l’interiorizzazione della parte normativa dei nostri genitori, finiamo con il proiettare su quella persona il nostro Giudice Interiore.

Ci troviamo così intrappolati in una rete di delusioni, ferite, risentimento, lamentele, ci sentiamo non visti e non capiti e ci sentiamo dire lo stesso dalla persona che amiamo.

Per creare relazioni vere e non condizionate dalle nostre proiezioni è necessario quindi risolvere la questione con il nostro Giudice Interiore.

Per fare questo il passo fondamentale è assumersi la responsabilità di agire consapevolmente difendendosi dagli attacchi del proprio Giudice, riconoscendo le situazioni in cui esso si proietta sull’altro, trovando modi concreti per smantellare giudizi e pregiudizi che rendono la nostra affettività “condizionale”.

Certamente fare ciò comporta le sue difficoltà e di fatto vuol dire assumersi completamente la responsabilità della nostra vita smettendo di incolpare gli altri per le nostre sofferenze, frustrazioni e delusioni e vuol dire soprattutto riconoscere che l’amore esiste solo se è senza condizioni.

Dove e come comincia l’amore senza condizioni? Il punto zero si trova nella comprensione che è impossibile amare qualcuno senza condizioni se non so amare me stesso senza condizioni.

Il passo essenziale è quindi cominciare ad amare noi stessi impegnandosi a smascherare il nostro Giudice Interiore e tutti i modi in cui rifiutiamo noi stessi e sabotiamo la nostra crescita.

Se non cominciamo ad onorare la nostra individualità scoprendone l’unicità, molto difficilmente riusciremo a rispettare e amare gli altri per la loro e continueremo a vedere i loro comportamenti sbagliati trovandoci presto infognati nell’illusorio tentativo di cambiare le persone intorno a noi.

La via più facile è fare tutto questo insieme al nostro partner cominciando a rendere più esplicita la comunicazione per diventare sempre più consapevoli del modo in cui avviene la proiezione del proprio Giudice.

L’impegno comune porta con sé una nuova fiducia condivisa permettendo alla coppia una nuova e reale intimità, dove diventa finalmente possibile manifestare e condividere la propria vulnerabilità senza paura di essere attaccati. E questa diventa anche la base per lasciare andare la paura di essere sbagliati e tutte le ansie collegate.

Più saremo in grado di esporre alla persona amata tutto quello che siamo, più facile sarà entrare in contatto con quelle parti di noi che abbiamo dovuto negare, reprimere e nascondere e più saremo liberi da quel passato che come una zavorra troppo spesso ci impedisce di VIVERE

liberamente tratto da:

A.E.Costantino – La libertà di essre se stessi – Ed.Tecniche Nuove

Le “vie dei Canti”

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“Per gli aborigeni australiani, la loro terra era tutta segnata da un intrecciarsi di “Vie dei Canti” o “Piste del Sogno”, un labirinto di percorsi visibili soltanto ai loro occhi.

La filosofia degli aborigeni era legata alla terra. Era la terra che dava vita all’uomo; gli dava nutrimento, il linguaggio e l’intelligenza, e quando lui moriva se lo riprendeva…

Ferire la terra è ferire te stesso, e se altri feriscono la terra, feriscono te. Il paese deve rimanere intatto, com’era al Tempo del Sogno, quando gli Antenati con il loro canto crearono il mondo…..

Si credeva che ogni antenato totemico, nel suo viaggio per tutto il paese, avesse sparso sulle proprie orme una scia di parole e note musicali, e che queste Piste del Sogno fossero rimaste sulla terra come “vie” di comunicazione tra le tribù lontane.

Un canto faceva contemporaneamente da mappa e da antenna. A patto di conoscerlo, sapevi sempre dove trovare la strada….

Gli Antenati, che avevano creato il mondo cantandolo, erano stati poeti nel significato originario di “poiesis”, e cioè “creazione”.

Nessun aborigeno poteva concepire che il mondo creato fosse in qualche modo imperfetto. L’uomo che andava in walkabout compiva un viaggio rituale: calcava le orme del suo Antenato. Cantava le strofe dell’Antenato senza cambiare una parola né una nota e così ricreava il Creato.

Gli Aborigeni non credevano all’esistenza del paese finchè non lo vedevano e lo cantavano: allo stesso modo, nel Tempo del Sogno, il paese non era esistito finchè gli Antenati non lo avevano cantato.

Quindi la terra deve prima esistere come concetto.

Qual’ è la natura dell’inquietudine umana?

In una delle sue pensèes più cupe, Pascal disse che la fonte di tutte le nostre sofferenze era l’incapacità di starsene tranquilli in una stanza. Perché domandava, un uomo che ha di che vivere sente lo stimolo a trovare un diversivo in qualche lungo viaggio in mare? O vivere in un’altra città, o andarsene alla ricerca di un grano di pepe, o in guerra a spaccare teste? Scoperta la causa delle nostre disgrazie, Pascal volle anche capirne la ragione, e dopo averci riflettuto ne trovò una ottima: cioè la naturale infelicità della nostra debole condizione mortale; così infelice che, se ci concentriamo su di essa, nulla può consolarci.

Solo una cosa può alleviare la nostra disperazione, dice Pascal, ed è lo svago: eppure proprio questa è la peggiore di tutte le nostre disgrazie, perché lo svago ci impedisce di pensare a noi stessi….. Chissà, mi domandai, se il nostro bisogno di svago, la nostra smania di nuovo, era, in sostanza, un impulso migratorio istintivo, affine a quello degli uccelli in autunno? Tutti i grandi maestri hanno predicato che in origine l’Uomo “peregrinava per il deserto arido e infuocato di questo mondo” e che per riscoprire la sua umanità egli deve liberarsi dai legami e mettersi in cammino…..”

Bruce Chatwin – Le Vie dei Canti

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Liberarsi dai legami, dalle zavorre, dai pesi e mettersi in cammino …..

L’obiettivo??? … il percorso …. diventare “quello che si è” è difficile … permettersi di esporre la nostra vera natura? .. spesso impensabile ….

“e se non piaccio??” …. rischiare di andare incontro al rifiuto? ….. troppo spaventevole…

Tuttavia dentro di noi vive l’archetipo del Cercatore, dell’Eroe in viaggio verso la sua Itaca … l’esplorazione è un istinto primordiale e porta con sè l’inquietudine della meta e allora si prova a cercare fuori quello che è già tutto dentro di noi ….

Voler essere ciò che crediamo che gli altri si aspettino da noi, ci impedisce di essere noi stessi … ci blocca nel cammino, ci fossilizza, ci pietrifica …

Ritorniamo alla Terra … alla Nostra Terra …. celebriamoci .. congratuliamoci per i semi che germogliano … diamoci acqua, nutrimento, ri-conosciamoci e amiamoci ….

Seguiamo il battito del nostro cuore … è il suo canto che ci riporterà a casa …….

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