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Riprendi in mano la tua vita

BARCHETTE IN MANO

“Nessuno può tornare indietro e ricominciare da capo, ma chiunque può andare avanti e decidere il finale.” Karl Barth

Quante volte ci troviamo catapultati in situazioni che non volevamo?

Quante volte accade qualcosa che non ci sentiamo pronti ad affrontare?

A tutti capita di sentirsi in balia degli eventi, incapaci di uscire da una spirale di negatività che ci trascina e ci fa sentire impotenti.

Vorremmo riprendere il controllo della nostra vita, cambiare direzione ma spesso travolti al caos non sappiamo da dove iniziare.

Ecco 7 suggerimenti (Fonte: www.blessyou.me) per riscrivere il copione della nostra vita  ed esserne finalmente il protagonista.

  1. ASCOLTATI. Ascolta il dolore, l’ansia lo stress, la stanchezza. Cosa ti stanno comunicando? Quale è l’area della tua vita che sta boccheggiando, desidera aria fresca e ha sete di cambiamento? Accettare e ascoltare le emozioni negative richiede molto coraggio ma è la porta per la vera felicità. Cosa è che ti fa battere il cuore? Smetti di liquidare quel sogno, quel desiderio con la logica della paura che ripete incessantemente che “non si può-non è il momento-non ha senso-sarà troppo difficile-ma se poi…”. Ascolta il tuo istinto, rinnova le aree della tua vita, che non rispondono più ai tuoi desideri più profondi. Osa sognare e permettiti di vivere i tuoi desideri e le tue passioni.
  2. DIVENTA PADRONE DELLA TUA MENTE. Sono i pensieri che attraversano la nostra mente e creano la realtà che ci circonda. Il modo in cui pensi a te stesso plasma l’immagine che hai di te. Quando ti capita di avere pensieri negativi domandati se ti appartengono o sono frutto di condizionamenti del passato e di giudizi esterni a te stesso. Chiediti in che modo possono esserti utili. Se non lo sono, lasciali scivolare via e sostituiscili con altri che arricchiscano la tua vita. I pensieri governano le tue azioni e le tue reazioni ad ogni evento. E’ qui che risiede la chiave di volta. Padroneggia i tuoi pensieri, scegli con cosa nutrire la tua mente e diventerai padrone della tua vita.
  3. IMPARA A LASCIARE ANDARE. Oggi è il primo girono della tua vita. Ieri è già andato e domani, credimi, non arriverà prima di domani. Oggi, ora, adesso è l’unico momento su cui hai potere. Per quanto doloroso sia stato il tuo passato, per quanti sbagli credi di avere commesso, per tutte le cose che sarebbero potute andare diversamene, ormai sono andate. Vuoi cambiare qualcosa? Fai ora, adesso, qualcosa di diverso. Lascia andare il senso di colpa, la rabbia, il dolore, la tristezza e prima di lasciarli andare domanda loro cosa ti hanno voluto insegnare di utile per rendere diverso, migliore il tuo oggi.
  4. ALLENA L’ASSERTIVITA’. Meriti di dire “Sì” quando vuoi dire “sì” e “No” quando senti che quella determinata richiesta non è in linea con te stesso e non è giusta per te in quel momento. Non c’è niente da guadagnare ma tutto da perdere a lasciare che siano gli altri a decidere per te. Essere assertivi significa avere il coraggio di essere ed esprimere se stessi e ti permette di evitare la trappola del “se avessi fatto/detto, se fossi stato diverso…”. Che senso ha cercare di essere diverso da ciò che sei nel profondo?
  5. APPREZZA E GODI DELLE PICCOLE COSE DI OGNI GIORNO. Ormai numerosi studi scientifici hanno ampiamente dimostrato come esprimere gratitudine aumenti stabilmente il nostro livello della felicità. Un modo per riconoscere quelle cose che ci rendono grati della vita è godere del momento che stiamo vivendo ora. Stai mangiando? Gusta ogni boccone, assaporalo. Nota come questo cambi il semplice atto di mangiare. Stai chiacchierando con un amico/amica? Ascoltato apertamente, sospendi il giudizio e fai domande. Goditi la conversazione, le risate, i silenzi.
  6. RIDI, SORRIDI, GIOCA. Diceva Nietzsche “non si può ridere di tutto e tutti ma ci si può provare” Inizia da te stesso, guarda al lato comico dei problemi e delle difficoltà che incontri. Riuscirai a creare il distacco necessario per vederle da altre angolazioni. Ridi delle tue paure è uno dei migliori modi per affrontarle con coraggio. Sorridi. Non per convenzione o convenienza. Sorridi perché non c’è niente di più bello che poterlo fare. Entra in un bar la mattina e senti come cambia il tuo stato d’animo e l’atmosfera intorno a te regalando un sorriso sincero. Gioca. Torna bambino, scherza. Prova ad affrontare un compito noioso come se fosse un gioco divertente. Ti aiuterà a focalizzarti sugli aspetti piacevoli che non avevi minimamente considerato, stimolerà la tua creatività e ti aprirà a nuovi punti di vista.
  7. SCEGLI IL BICCHIERE MEZZO PIENO. La vita è piena di sfide. Affrontarle con sano ottimismo significa rivolgere la propria attenzione alle possibilità racchiuse dentro le difficoltà. Ricordati che dietro ogni vincolo c’è sempre un’opportunità, che ogni crisi può essere un’occasione e che il dolore porta sempre con sé il seme di una meravigliosa rinascita. Tocca a te scegliere se raccoglierlo!

Allora , tu che mi leggi, sei pronto per riappropriarti della tua vita?

E poi arriva il mattino a raccontarci come si fa, ogni volta, a ricominciare. (Cit.)

 

Dimostrare qualcosa, ma perché e a chi?

chi sono

“Il nostro continuo impegno a fare ed agire sembra un modo per impedirci di essere. Se ci si dà abbastanza da fare non si è obbligati ad essere qualcuno. Si può cercare con sempre maggiore impegno, di diventare qualcosa di diverso da quello che si è: sempre migliori, sempre più potenti, sempre più simili a qualcun altro e sempre meno simili a ciò che in passato abbiamo scoperto di essere”. Carl Whitaker

Spesso diventiamo quello che gli altri ci dicono che siamo; anche se dentro di noi sappiamo che siamo ben altro, è un modo triste per depistare gli inseguitori e a volte purtroppo per perdersi e non trovarsi più. Fare finta che tutto va bene, sì per un po’ si può fare, ma poi?  Dimostrare qualcosa che non è risulta ancora più triste e inutile, e poi, perché? Sarebbe come fare il bagno in un luogo bellissimo e poi scoprire che c’è uno scarico fognario. Faresti finta di nulla e continueresti ad immergerti tra colibatteri e residui fecali?

Perché accontentarsi quando puoi scegliere il meglio? Che cosa credi che ti manchi? Te la stai raccontando … non ti manca nulla!!!

Se ti va, prova a fare questo esercizio: prendi carta e penna e scrivi una lista di cose che non hai fatto per paura che sarebbero state criticate dagli altri. E soprattutto decidi e metti a fuoco chi sono questi “altri”.

Una volta che li avrai individuati, visualizzali affidando ad ognuna di queste persone il progetto a cui hai rinunciato per paura di quello che potrebbe aver pensato.

Prendi delle buste, scrivi il nome di ciascuna persona che ti ha apparentemente frenato e inserisci in ogni busta la descrizione dell’episodio avvenuto.

Alla fine dell’esercizio guarda quanto sono gonfie queste buste. Alcune sono sottili, mentre altre sono lì per scoppiare? Almeno due non potrebbero essere neanche chiuse ? Per vivere al meglio e diventare un “vincente” occorre che tu lascia andare quello che non ha funzionato nella tua esistenza. Per farlo occorre “perdonare” tutti quei nomi. Molte di quelle buste riportano nomi che ti sono familiari? Le due più gonfie sono quelle dove c’è scritto il nome di mamma e papà?

Molte persone meravigliose sono state apparentemente poco amate da uno dei genitori o comunque hanno avuto uno o tutti e due i genitori con importanti problemi ad esprimere il loro amore. Così, inconsciamente, essi sono diventati efficaci e potenti nel disperato tentativo di poter proteggere uno dei genitori e contenere o salvare l’altro. Oppure hanno conseguito vittorie al fine di raggiungere risultati tali da rendere impossibile il non riconoscimento da parte loro. Ma spesso questo, anche se è avvenuto, non è arrivato nei tempi necessari per migliorare la qualità della realtà affettiva di tutti.

Ci sono genitori che continuano ad alzare l’asticella su cui i loro figli devono saltare e non basta mai quanto in alto tu sia riuscito ad arrivare.

Evita di sentirti indifeso rispetto al ricordo delle dinamiche intercorse qualora queste non siano state vincenti. Ogni cosa irrisolta con i tuoi genitori si “appiccicherà” nelle tue relazioni e le influenzerà negativamente. Mille volte meglio risolvere e “guarire” quello che hai salvato riguardo a tutto quello che non ha dato buoni risultati, solo così potrai essere veramente libero di realizzare al massimo il tuo potenziale.

Ricordati che ogni volta che non metti tutto l’impegno che puoi esprimere per raggiungere il risultato, sei portato ad accettare compromessi e sarai pronto a diventare quello che rimpiangerà di non essere divenuto qualcuno: a quel punto sarai capace di prenderti la tua responsabilità e di ripartire? O punterai il dito contro tutti coloro che ti avrebbero impedito di arrivare? Sei proprio sicuro che siano stati “loro” a farti scivolare? Quanto sarebbe meglio se tu ti accorgessi che hai fatto invece tutto da solo, sempre, ma specialmente quando le cose non hanno funzionato?

Fermati un attimo a riflettere, è tempo ben speso. Come potrebbe l’immobilità permetterti di arrivare da qualche parte, in quale modo potrebbe mai farti raggiungere qualcosa?

Mentre fino a questo momento ogni “no” ci crocifiggeva , ora è fondamentale riconoscere che sono i modi di pensare che avevamo ieri che ci hanno condotto e accompagnato a quello che siamo oggi, a tutto questo! L’importante è evitare di sentirsi incompresi e spostare le proprie energie su qualcosa di altro a cui teniamo comunque tantissimo in modo da superare l’impasse e riprendere il cammino.

Questo significa capacità di scelta e non ha nulla a che vedere con la rinuncia bensì con una messa a fuoco più produttiva e concreta. E’ necessario semplicemente smettere di avere timore, cambiare pensieri, prestare più attenzione, orientarci verso qualcosa di più adatto ai percorsi che abbiamo in mente e CE LA FAREMO!!!!

Noi sappiamo tutto, occorrerebbe tenerne conto! Talvolta sarebbe molto più utile smettere di spingere il fiume e forse sarebbe proprio lì che ci accorgeremmo che sì, quel risultato lo abbiamo raggiunto!

Crediti: foto e aforisma iniziale da https://psicologoonlinerizzo.wordpress.com/

Un personaggio che non sono io

rifiuto me stessa

“Il coraggio di conoscere se stessi è un coraggio raro; e sono molti quelli che che preferiscono incontrare il loro acerrimo nemico in campo aperto, piuttosto che il proprio cuore nell’armadio.” (Anonimo)

Il primo modo di vivere senza se stessi è nascondere la propria identità. Il secondo è nell’imporsi una identità che non è la nostra.

Molte persone si creano una identità inautentica e prigioniera del personaggio che mettono in scena con il risultato di vivere una vita artefatta sempre più lontani da se stessi.

Questa autoimposizione, infatti, rende tutto più difficile e artificioso: le reazioni sono calcolate, lo stile di vita e le relazioni perdono di immediatezza e semplicità. Vivere secondo una falsa identità non è per nulla agevole, implica sforzo e fatica come tutto ciò che è innaturale.

Il “posso essere come mi piace pensarmi” escludendo la nostra vera natura significa riprogrammare il software di noi stessi, ritenuto banale e non speciale, introducendo un “virus” che pensiamo possa essere il “cavallo di troia” per diventare finalmente “di classe A” apprezzati da tutti indiscriminatamente.

Il rifiuto dell’identità scatta, quasi sempre, perché si ritiene di essere sbagliati o di non essere meravigliosi quanto si vorrebbe. Tuttavia inventarsi un’altra identità significa far violenza a  noi stessi, perché non è facile disabilitare le nostre reazioni emotive naturali per indossare la maschera di qualcun altro immaginato o reale che si ritiene migliore di noi. Continuare a fingere a lungo andare diventa pesante e faticoso.

L’identità che racchiude in sé il temperamento, il carattere e la personalità (leggi QUI e QUI) è qualcosa che va scoperta e non inventata arbitrariamente.

Se essa è artificiale, indossata come un abito di scena, non potrà che essere provvisoria. Si potranno recitare più parti a seconda delle circostanze e delle convenienze passando da una all’altra senza il senso della continuità biografica.

Come ho detto sopra inventarsi una identità risponde al bisogno di trovarsi migliori, superiori, straordinari, non comuni, non come gli altri; tutte caratteristiche che fanno parte della costellazione del “narcisismo”.

E’ difficile rinunciare alla segreta pretesa di essere meravigliosi; la cultura del nostro tempo fa finta di non riconoscere il pericolo del virus narcisistico, facendone una bandiera desiderabile. Per molte persone, specialmente quelle giovani, essere “normali” rappresenta un antivalore perché il messaggio imperante è “Distinguiti!”. Ma possiamo solo inventare personaggi non creare identità.

Ricordiamoci però che la costruzione non è irreversibile, la personalità autentica, quella originale è indelebile, sopravvive clandestinamente nell’oscurità di se stessi. Essa attende solo di essere riconosciuta e accettata smantellando la costruzione artificiale che la teneva prigioniera.

“E’ un vincente!” si dice di una persona, oppure “è un perdente!” senza ormai avvertire neppure un brivido per la disumanità che questi termini evocano.

Se il senso del proprio valore si nutre del confronto con l’inferiore, il solo a far prevalere la nostra superiorità, gli aspetti di mancanza non suscitano più vicinanza o compassione, ma sono motivo di denigrazione e derisione. Il limite altrui, i difetti, le incapacità, i fallimenti suscitano disprezzo divenendo anzi l’occasione per considerare l’altro “non come me”, non “uno del mio giro”.

La prevalenza di questa cultura narcisistica attiva dinamiche perverse di esclusione. Sembra quasi scomparso il desiderio di rapporti paritari, come quelli amicali; sono sempre più i bambini che non vogliono avere amici, ma essere adorati, diventare punti di riferimento. Non amici, quindi, bensì ammiratori; c’è chi arriva addirittura a creare “fans club” già alla scuola elementare, con tanto di tessera.

La nostra cultura ha perso il presupposto che fonda il valore di una persona e questo vuoto è stato riempito con l’ebrezza di sentirsi migliori di altri.

Il narcisismo osannato da pubblicità e media anestetizza la sensibilità verso il dolore degli altri, uccide la pietà e rende feroci, sprezzanti soprattutto con i più deboli e meno fortunati. Esso “mostrifica” le persone poiché distrugge il nucleo più profondo della capacità di amare.

Solo rinunciando al sogno narcisistico possiamo accogliere la nostra vera identità scoprendo infine di non essere poi così male.

Imporci una identità ci rende perennemente instabili perché le parti “indesiderate” non sono integrate bensì negate accentuando l’aspetto opposto, ritenuto desiderabile. Il personaggio così creato diventa alla fine una caricatura perché risponde ad uno stereotipo. Ecco quindi che la forza diventa aggressività, la determinazione si trasforma in cocciutaggine, la capacità di decisione in voglia di imporsi e il coraggio diventa avventatezza.

Chi rinuncia alla propria identità ricerca un vantaggio (evitare il giudizio negativo o il rifiuto affettivo, appagare il bisogno di essere considerato speciale) e tale operazione, per quanto non pienamente consapevole, non è al difuori della responsabilità personale.

Ed è proprio a partire dal riconoscimento di questa responsabilità che può iniziare il cammino di rinascita, cercando di riscattare la parte migliore di sé.

Il recupero dell’identità perduta infatti avviene sempre a caro prezzo, ossia, nel correre quei rischi che si era voluti evitare rinunciando a qualcosa che era sembrato vantaggioso e sicuro.

Comportarsi in conformità con il proprio senso di giustizia, esprimere sinceramente il proprio punto di vista, ad esempio, può esporci alla disapprovazione, eventualità che si era accuratamente cercato di evitare indossando un altro abito. Esplicitare un giudizio comporta dover gestire le conseguenze della nostra presa di posizione “senza se e senza ma”.

Nella rinuncia ad essere se stessi si consuma il tradimento del vero per la paura di non reggere al confronto. Si fa diventare il bene ciò che si intuisce possa piacere all’altro per avere in cambio un simulacro di accettazione; scoprendo poi di non avere nemmeno la stima di coloro per i quali ci si è annullati.

Sotto la paura di essere se stessi si nasconde il più delle volte una pretesa infantile che tuttavia non giustifica il fine. Chi è prigioniero delle proprie paure e non fa nulla per superarle, soffre un patimento inutile e distruttivo per evitare una sofferenza giusta e costruttiva. Si entra nella spirale del vittimismo.

Il compatimento e l’autocommiserazione mettono in ombra la responsabilità e senza l’assunzione della propria responsabilità non c’è trasformazione e rinascita.

liberamente tratto da:

O.Poli – “La mia vita senza di me”

Consapevoli di sè

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“Non era affatto debole, era straordinariamente fragile e potente come tutte le persone forti e profonde.” M.Mazzantini

Dopo il week end di formazione per Agevolatori nel Metodo Mandala-Evolutivo® in cui abbiamo lavorato ed esplorato la nostra “Ombra” e la nostra “Luce” penso che questa ulteriore riflessione sulla consapevolezza di sé ci stia come “il cacio sui maccheroni”.

Quando una persona assume la piena responsabilità di sé non ha più bisogno di servirsi della proiezione, agisce partendo da sé e dal riconoscimento delle proprie emozioni e bisogni.

Quando si diventa pienamente consapevoli non si è più vittime. Riconoscere di non essere più vittime comporta la perdita dell’illusione di onnipotenza: tutto gira intorno a me e se non gira è perché sono gli altri che non mi vedono. Illusione a cui ci siamo aggrappati per sopravvivere.

Tuttavia, per diventare responsabili di se stessi bisogno accettare la propria solitudine. Se, al contrario, vivremo con la costante paura di essere abbandonati, non vivremo e non potremo essere realmente responsabili di noi stessi. Vivremo, invece, in funzione degli altri, compiacendoli, odiandoli, rifiutandoli e soprattutto, purtroppo, dando loro il potere sule nostre emozioni.

Per riprendere in mano il potere sulle nostre emozioni, occorre riconoscere in noi le nostre parti fragili accettandole per poterle integrare. E’ necessario avere il coraggio di stare davanti a quegli aspetti della nostra personalità che preferiamo non vedere, non riconoscere come nostri. E’ necessario avere il coraggio di stare davanti a quei sentimenti ed emozioni di cui abbiamo paura, che ci procurano sofferenza, che ci creano problemi. L’obiettivo di tutto questo è il riconoscimento dei nostri piani, fisico, emotivo e mentale che solo integrati possono portarci a vivere una vita piena.

Per imparare ad amare, dobbiamo prima imparare a volere bene a noi stessi senza volerci separare da alcuna nostra parte. Il non riconoscere, il non vedere, il non ascoltare, proiettare e separare sono meccanismi che partono dalle nostre antiche ferite e che ripetuti coattivamente non fanno altro che convalidare quell’antico pensiero di non essere degni di amore.

Se non diventiamo consapevoli, ci comporteremo tutta la vita secondo il modo in cui abbiamo interiorizzato il nostro vissuto infantile e questo con il tempo diventa blocco, complesso, paura,tensione che limita la nostra esistenza, che spezza, separa la nostra personalità, impedendo il libero fluire dell’energia, del calore.

Queste parti rifiutate e non amate, poi, nel tempo, si ribellano e si trasformano in draghi.

Tutto quello che dentro e fuori di noi sentiamo come minaccioso è, in realtà, qualcosa che vuole essere riconosciuto e amato.

Essere consapevoli significa anche essere responsabili delle proprie emozioni, di quello che proviamo e non solo di ciò che facciamo.

Siamo abituati ad essere responsabili del lavoro, dei comportamenti pratici, meno per quello che sentiamo; tuttavia diventare responsabili delle proprie emozioni vuol dire diventare liberi, liberi di provare quello che desideriamo, liberi dagli altri.

In questo modo non ci sarà più alcuno a cui dare la colpa dei nostri conflitti. Ognuno di noi deciderà chi essere, che cosa provare, che cosa sentire dentro di sé, che cosa scegliere. Pienamente responsabile, pienamente consapevole.

E se non ci piaceranno le nostre reazioni emotive di fronte ad una determinata persona, in una determinata circostanza, saremo chiamati a far qualcosa per rispetto a noi stessi: scomparirà la paura e saremo liberi di chiedere ciò di cui abbiamo bisogno.

Non gettare sugli altri la tua responsabilità; è questo che ti mantiene infelice. Assumiti la piena responsabilità. Ricorda sempre: “Io sono responsabile della mia vita. Nessun altro è responsabile; pertanto, se sono infelice, devo scrutare nella mia consapevolezza: qualcosa in me non va, ecco perché creo infelicità tutt’intorno a me”. Osho

 

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liberamente tratto da: V.Albisetti “I sogni dell’anima”

Introspezioni

introspezione

“ so cosa mi direte, che bisogna rientrare in se stessi … sono rientrato in me stesso più volte. Soltanto, ecco, non c’era nessuno. Allora, dopo un momento ho avuto paura e sono tornato fuori a fare del rumore per rassicurarmi …” Jean Anouilh

Gli stati d’animo sono l’espressione e la sede della consapevolezza. Quei momenti in cui ci sentiamo esistere, corrispondono, se ci riflettiamo un po’, ad un equilibrio particolare: ci sentiamo distinti da quel che ci circonda e al contempo sentiamo di farne parte. Al contrario evacuando i nostri stati d’animo, non facendoci attenzione, ci ridurremo a semplici “macchine per vivere”. E, a volte, non appena smetteremo di agire o reagire, saremo invasi da una sensazione di vuoto, inquietante o deprimente.

Noi abbiamo bisogno dell’introspezione, di guardare dentro noi stessi. Certo piegandoci troppo su noi stessi, possiamo perdere l’equilibrio e affogare. Certo l’introspezione da sola non basta: dobbiamo anche vivere, e l’azione e l’incontro ci insegnano e ci rivelano parecchie cose su di noi. Forse ci rivelano anche più cose dell’introspezione e riguardo a quello che siamo. Ma probabilmente ce ne rivelano di meno a come lo siamo a ciò che ci determina a esserlo ….

E poi, esercitarsi nell’introspezione è come concedersi il tempo di accordare il proprio strumento musicale, per poi suonare meglio. Quanti di noi si preoccupano di ri-accordare regolarmente la propria anima???

Cosa facciamo subito dopo aver litigato con qualcuno? Ci precipitiamo al telefono per sfogarci con qualcuno di partecipe che, non avendo assistito alla scena, sarà pienamente d’accordo con noi. Dopo di che , riprenderemo a fare quello che stavamo facendo, rimuginando.

Cosa facciamo se ad un certo punto ci blocchiamo nel lavoro? Ci irritiamo, poi ci alziamo per rinfrescarci le idee. Ci mettiamo a guardare le nostre mail, oppure usciamo a prendere un caffè.

Agendo in questo modo, non abbiamo fatto altro che sfuggire ai nostri stati d’animo anziché accoglierli.

Paradossalmente, è in seguito a questo tipo di comportamento che il rischio del rimuginio è più alto. Dal momento che la piccola piaga legata agli stati d’animo non è stata pulita e non le abbiamo prestato attenzione, il problema si ripresenterà tranquillamente, restando sullo sfondo delle noste attività, sotto forma di rimuginii.

Perché in momenti come questi non ci concediamo il tempo di respirare a fondo e dirci … “ che cosa sta succedendo dentro di me? Che cosa c’è che non va? Che cosa è questo senso di malessere? Che cosa posso accettare e che cosa posso cambiare?” Poi occuparci d’altro e vedere che cosa succede …

E perché non prendere anche l’abitudine di chiederci: “come va lì dentro?” più volte nell’arco della giornata. Perché non misurare la temperatura dei nostri stati d’animo il più regolarmente possibile?

Senza questa ginnastica dolce, navigheremo perennemente tra due scogli: lasciarci sommergere dai nostri stati d’animo (il rimuginio) e rifiutarci di prestarvi attenzione (la fuga che in questo caso è fuga da sé).

Mentre invece, come sempre, la via da seguire è quella che sta nel mezzo: un introspezione tranquilla ma consapevole dei propri limiti.

Esprimere il potenziale

POTENZIALE

La grande sfida è diventare tutto ciò che hai la possibilità di diventare. Tu non puoi immaginare cosa fa allo spirito umano il massimizzare il tuo potenziale umano ed estenderlo fino al limite. Jim Rohn

Diversi insegnamenti indicano che l’essere umano è costituito da un nucleo centrale, la sua parte “essenziale”, che è stato chiamato Anima, Io profondo, Sé. Questo nucleo contiene in potenza ed è la fonte di tutto ciò che l’essere umano andrà esprimendo nella sua vita. È la nostra ESSENZA.

Molti hanno cercato di descrivere questa essenza. Le descrizioni sono sempre approssimative: “ un dito che indica la luna, ma non la luna stessa”. Possono però aiutarci ad intuire la presenza della nostra essenza, a percepire che è sempre lì, che non dobbiamo costruirla ma ri-conoscerla, perché è ciò che siamo profondamente.

Una di queste descrizioni, che a me è piaciuta molto,  indica le tre qualità fondamentali della vita in ogni sua manifestazione: intelligenza, affettività ed energia ( A.Blay => psicologia dell’autorealizzazione) . Ogni essere umano è formato da queste tre energie , a livello fisico come a livello psichico e spirituale. La nostra essenza, il nostro essere è costituito da tre centri che in realtà formano un’unità.

Dal nostro centro di affettività proviene tutta la capacità di sentire: empatia, allegria, compassione, ma anche la coscienza della bellezza e soprattutto la coscienza dell’unità della vita. E’ questa percezione di unità che calma l’angoscia di separazione e di isolamento, quell’emozione che sperimentiamo proprio quando viviamo lontani dalla nostra essenza.

Dal nostro centro di intelligenza provengono tutti i processi del pensare, analizzare, comprendere. E’ un’espressione della nostra intelligenza tutto ciò che riguarda la conoscenza, il potere di osservare, di elaborare dati, di scoprire le relazioni tra le cose, l’insight e l’intuizione. Il contatto con questo aspetto della nostra essenza risveglia e calma la sete di sapere chi siamo profondamente, il senso dell’esistenza.

Dal nostro centro di energia derivano tutti i processi relativi a forza, costanza, sicurezza, vitalità, e anche solidità e stabilità. Il contatto con questo centro calma la sensazione di essere come una foglia al vento insicuri e impotenti.

Guardiamo quindi l’essere umano come un’asse con tre qualità fondamentali che formano il suo potenziale essenziale e che si esprimono in ogni atto della sua vita. E’ qualcosa che ci appartiene dalla nascita e che siamo invitati a sviluppare e ad esprimere. Lo sviluppo di queste qualità costituiscono il nostro modo di essere e di stare nel mondo: viviamo esprimendo comunque, che ne siamo consapevoli o meno, la nostra essenza.

Tutto quanto esprimiamo è parte di essa, viene da essa, è essa stessa, lo stesso Sé che si manifesta.

Detto questo possiamo chiederci come mai l’essere umano esprima così poco della sua essenza; emerge qui la nozione di “falsa personalità” o “velo”, una maschera che copre e nasconde l’io profondo e che ci fa credere che noi non siamo quello che siamo – l’essenza – e che siamo quello che non siamo – la falsa personalità.

Forse, quindi il senso dell’esistenza è il dis-velare quello che è velato e ce lo insegna la scuola della vita attraverso le sue esperienze, se riusciamo a imparare da esse.

Lo sviluppo delle qualità non è garantito dallo scorrere del tempo. Solo se la persona matura questo potenziale potrà emergere sempre di più e meglio.

Evolversi o svilupparsi significa quindi poter individualizzarci e manifestare aspetti ogni volta più ricchi e luminosi: un’intelligenza più chiara; un amore più aperto; un’energia più solida.

Quando esprimiamo il nostro potenziale, cresciamo non solo oggettivamente, nel senso che sviluppiamo maggiori abilità, ma anche soggettivamente, in quanto diventiamo più coscienti di noi stessi. Esprimere il nostro potenziale in modo creativo ci fa scoprire che Siamo, che esistiamo; e così cresce in noi un senso interiore di presenza. E nel momento in cui ci sentiremo più centrati nella nostra essenza, scopriremo uno stato di pace e di libertà più profondo e ci accorgeremo di non dipendere dalla contingenza delle situazioni concrete. Potremo vivere situazioni sgradevoli o dolorose, ma lo faremo sotto un segno di accettazione e di interezza.

Voglio terminare con un piccolo racconto che più di mille spiegazioni teoriche illustra la differenza che esiste tra il vivere con Presenza ed esistere senza questa coscienza di Essere.

“ Un forestiero arriva in un paese e mentre visita il cimitero resta colpito dalla lapidi: “… visse 3 anni e 10 mesi”, “ visse 4 anni e 3 giorni”, “visse 2 anni, 3 mesi e 14 giorni”. Osserva che tutte le tombe riportano periodi di tempo simili. Viene colto da una profonda compassione per la perdita prematura di così tante vite, perciò chiede al custode, una persona anziana dalla lunga barba: “Cosa è successo? Che disgrazia è capitata che sono morti così tanti bambini?” L’anziano risponde: “No, nessun bambino; qui siamo tutti longevi; è che abbiamo una tradizione: quando nasciamo, ci viene dato un quaderno nel quale annotiamo i momenti nei quali siamo stati realmente Presenti nella nostra vita, perché solo quando siamo Presenti è Vita. Nelle lapidi viene perciò segnato solo il tempo realmente vissuto dalla persona”.

Risveglio

risveglio 2

Foto: “il croco nella neve” Anna Caliendro

Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno.
Pablo Neruda

Sospesa nell’assoluto, ti abbandoni al flusso per fonderti fino a trovare il senso della sua trama.

Ancora non sai chi sei, intuisci solo una impercettibile lieve sensazione che ti spinge a desiderare questo inizio …. Sospinta da questa sensazione desideri soltanto che sia un buon inizio e che, finalmente, tutto quanto grida gioia di nascere in te, riceva ascolto e ti cresca dentro per portare i tuoi frutti …

Non sei più quella di prima, sei nata da poco con gli occhi aperti, sai e ricordi … Neonata, vorresti restare a farti cullare, accudire, nutrire e coccolare, avvolta nella tua pelle di seta che attende soltanto il calore del sole … quel caldino che sa di buono, di grande rispetto per una vita che nasce…. Piano, piano incominci a far chiarezza a portare a coscienza il tuo essere nata …

Camminiamo nella vita trasportando pesi che non sono più nostri, zaini che sembrano appartenere ad altre vite e che non riusciamo ad abbandonare. Ci identifichiamo con aspetti di noi stesse che andrebbero messi in un museo o abbandonati al corso di un ruscello che li porti fino al mare. Ci identifichiamo con i simulacri di quello che siamo state e ci portiamo a spasso, come fossimo manichini abbandonati tra le quinte di un teatro ormai dismesso. Crediamo di essere ancora quello che ormai non siamo più. Un inganno che dura da una vita, così sottile da non lasciarci nemmeno l’occasione di smascherarlo tanto che, scelte dettate da qualcosa di già morto, continuano a farci ignorare il nuovo che avanzerebbe se ne avesse lo spazio.

Riposati ancora un poco, non avere fretta … attendi che la tua trasformazione ti si mostri, come una magica sorpresa …. Ma non è magica … E’ realtà!!

Ora sei pronta ad entrare in contatto con i tuoi reali bisogni, hai lasciato andare, almeno nel silenzio segreto della tua intimità, quelle maschere o quelle corazze che ti eri tenuta stretta addosso.

Stai portando alla luce quegli aspetti di te che hanno dormito fino ad ora, ma che consideri il tuo capitale segreto.

Quante volte hai detto un “mi piacerebbe dipingere, scrivere, cantare, suonare il pianoforte, studiare il giapponese, imparare a cucinare, fare un corso di yoga …. ma non ne ho il tempo??? ..” Quante volte hai represso i “no” che avresti voluto urlare ma che hai trasformato in un “sì” per non fare brutta figura, per non deludere gli altri, per non essere criticata, abbandonata? … Quante volte hai rinunciato ad ammettere il tuo bisogno di amore, oppure la tua rabbia, la tua paura, la tua voglia di stare, scappare, ritornare, abbracciare??? … Quante volte avresti voluto uscire da uno schema, cambiare gioco, perdonare, schiaffeggiare, ma non l’hai fatto??? ….

Il con-tatto con i tuoi veri bisogni è il primo passo per volerti bene e ri-nascere al Nuovo. Non si tratta di capovolgere il mondo ma, caso mai, di vedere lo stesso mondo da altri punti di vista e di percepire te stesso nel mondo, non come vittima di una vita voluta da chissà chi per te, ma alla guida della tua automobile, certa di poter decidere, per quanto ti sia possibile, dove e come condurla. Certa di voler sbocciare per quella che veramente sei e che magari avevi solo dimenticato di essere…..

Hai una missione, la tua energia è di un certo tipo e tu, fedele a te stessa, puoi soltanto abbandonarti al suo flusso e cavalcarla interamente.

La natura invernale si carica di neve, il vento impetuoso la travolge, temporali la devastano, il gelo pare a tratti che la voglia congelare e la metta a dormire per sempre. Ma la natura è viva e rimane la stessa, pur trasformandosi incessantemente.

Tutto ri-nasce, tutto ricomincia ad ogni ciclo di trasformazione, ma l’anima di ogni elemento della natura rimane fedele a se stessa.

Un albero, nonostante il vento, la tempesta, il gelo e la neve rimarrà sempre lui, quell’albero, resistendo fedele a quello che è. Così anche per te ….

Ricomincia il tuo ciclo in ogni istante dell’anno, fluisci con l’energia di quel momento ma sei sempre tu, fedele alla tua natura, fedele all’amore di te ……


liberamente tratto da:

S.Garavaglia – 365 Pensieri per l’anima – Ed. Tecniche Nuove




L’arte di seguire la propria intuizione ….

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Dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione. In qualche modo, essi sanno che cosa vogliamo realmente diventare. Tutto il resto è secondario. Steve Jobs

Riallacciandomi ad un post di qualche tempo fa e ad una sessione di qualche giorno fa con una mia cliente, vorrei aggiungere ancora qualche riflessione sull’intuizione e su come sia importante per il nostro ben-essere ascoltare la saggezza della nostra voce interiore.

Ascoltare, fidarsi e agire in base alla propria guida intuitiva è un’arte e come ogni arte o disciplina richiede un certo impegno. E’ un processo in continuo divenire in cui siamo sempre sfidati a muoverci ad un livello più profondo di fiducia in noi stessi.

Per molti di noi imparare a lasciarsi guidare dall’intuizione significa vivere in modo nuovo, un modo molto diverso da quello che ci hanno insegnato in passato. A volte questo può apparire alquanto disagevole e anche un pochino inquietante.

Se siamo stati abituati  ad accostarci alla vita in maniera del tutto razionale, a seguire certe regole o a fare quello che pensiamo che gli altri vogliono che facciamo, allora cominciare a seguire il nostro interiore sentimento del vero rappresenta una metamorfosi. E’ quindi naturale che tale cambiamento richieda del tempo, e in certi momenti può essere difficile e spiazzante. E’ necessario quindi , in questo percorso, essere molto indulgenti con se stessi.

In certi casi possiamo essere chiaramente consapevoli delle diverse voci in conflitto dentro di noi. Una parte di noi può sentirsi eccitata dai cambiamenti, mentre magari un’altra parte li vede con terrore. Se saremo in grado di riconoscere e rispettare tutte le nostre diverse voci interiori e le diverse emozioni che emergono, la nostra intuizione ci mostrerà il passo adeguato da compiere.

Quanto più ci abituiamo a seguire la nostra intuizione, tanta più fiducia avremo, perché vedremo che funziona davvero. Non solo non sta accadendo nulla di grave (come nelle nostre peggiori paure) ma la nostra vita sta effettivamente migliorando.

Molto probabilmente ,la nostra intuizione ci darà una spinta gentile per farci prendere dei rischi adeguati e farci sperimentare nuovi copioni. Essa potrebbe cercare di mostrarci che abbiamo una nuova direzione da prendere o che in noi c’è un desiderio che sta cercando di affermarsi. Proviamo a concederci il permesso di provarci, seguiamo il nostro impulso intuitivo e stiamo a vedere cosa succede. Potrebbe aprirci una nuova porta. Potrebbe darci la chance di scoprire un nuovo lato di noi che non avevamo imparato ad esprimere fino ad ora.

Mentre apprendiamo a vivere seguendo l’intuizione, potremmo scoprire che anche il processo decisionale cambia, invece di cercare soltanto di figurarci le cose nella mente immaginando come potrebbero cambiare, impariamo a fidarci della nostra “vocina saggia” cominciando ad esplorare le possibilità  che essa ci offre.

Certe persone temono che fidarsi dell’intuizione possa portarli a fare cose da puri egoisti, da irresponsabili o cose che danneggiano gli altri. In realtà è vero il contrario. Siccome l’intuizione è connessa con la nostra parte più autentica essa ci guida sempre verso il nostro bene e di conseguenza verso il maggior bene delle persone coinvolte.

Può accadere, tuttavia, che seguendo la nostra intuizione e comportandoci in modi differenti le altre persone rimangano deluse o turbate. Per esempio, se siamo una persona abituata a compiacere gli altri, la nostra intuizione potrebbe spingerci a imparare a dire “no” quando davvero non vogliamo qualcosa e a porre confini più fermi con le persone. Dapprima questo potrebbe portare scompiglio e delusione ma a lungo andare, tuttavia, il rapporto ne beneficerà proprio in virtù della nostra maggior congruenza tra i nostri bisogni e le nostre azioni.

Mentre imparano a seguire l’intuizione, certe persone attraversano un periodo in cui sembra che la loro vita vada in frantumi. Certi rapporti possono finire o cambiare drammaticamente. Tutto ciò è indizio del fatto che si sta abbandonando certi aspetti della vecchia identità, dei vecchi copioni; se opponiamo resistenza cercando di trattenerli finiremmo per limitare e imprigionare noi stessi.

E’ questione di aver fiducia nel fatto che, anche quando le cose non stanno andando esattamente nella direzione sperata, il percorso ha una sua profonda coerenza. Nuovi rapporti interpersonali, una nuova creatività, un nuovo lavoro possono apparire all’orizzonte riflettendo la nostra maturazione e il nostro sviluppo.

Imparare a seguire l’intuizione può talvolta darci l’impressione di vivere sull’orlo di un precipizio. In un certo senso, significa imparare a vivere senza quel falso sentimento di sicurezza che proviene dal cercare di controllare tutto quello che accade. Gradualmente diventiamo meno timorosi e impariamo a convivere con l’incertezza. Possiamo addirittura imparare a godere del fatto di non sapere molte cose. E’ in effetti una sensazione molto eccitante e rivitalizzante.

Possiamo imparare a muoverci nell’ignoto confidando nel fatto che abbiamo in noi una forza che ci guida e che ci indica la strada.

“Tutto diventa più chiaro se smettiamo di capire e ci affidiamo all’intuizione, a un altro modo modo di vedere il mondo…” Raffaele Morelli

Buchi da riempire e paura del vuoto

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“Abbiamo un bisogno urgente di rallentare, riprendere fiato, di sbarazzarci dall’angoscia di non arrivare a fare tutto quello che si deve fare nell’arco delle ventiquattro ore che fanno la giornata. Nella ricerca della tranquillità, il primo passo è il divorzio dal mito della velocità” Christoph Baker

A volte mi domando, e in questo momento più che in altri, perché ci intossichiamo di cose da fare entrando in circoli viziosi di movimento che hanno ben poco a che fare con i nostri reali obiettivi, facendoci risucchiare da vortici di attività da cui è difficile poi fermarci. Che cosa c’è dietro a tutta questa frenesia da cui così facilmente ci lasciamo invadere e contagiare?

Quasi sempre il risultato è un progressivo allontanamento da noi stessi che ci porta a perdere il ritmo, il nostro, quello con gli altri e con il mondo che ci circonda, diventando come ballerini che seguono automaticamente il passo della musica proposta senza entrarci davvero dentro.

Tutto gira sempre più veloce e noi affannati a cercare di stare dietro ad ogni cosa, proiettati perennemente nel futuro senza tempo di vivere il presente.

Arriva tuttavia un momento in cui sentiamo un richiamo che giunge dalle sconosciute profondità di noi stessi e ci pone un’imbarazzante domanda “Chi sei?”

Molti di noi cresciuti nell’ambito della cultura attuale che in fondo crede che non ci sia nulla di particolarmente affascinante da scoprire dentro di noi, zittisce subito la voce seguitando indaffarata la propria esistenza tra i mille impegni spesso gestiti da un pilota automatico che segue mappe e priorità tracciate da altri.

Non solo il lavoro, ma gli stessi passatempi odierni tendono a occupare ogni singolo istante, colmando tutti gli spazi senza lasciarci più momenti vuoti di riflessione necessari a riconoscere chi siamo, dove stiamo andando, di cosa abbiamo bisogno e cosa vogliamo.

Queste domande, se ignorate, diventano buchi che premono per essere riempiti, ma visto che il fermarci a rispondere comporterebbe la messa in crisi di tutto quello fatto fino ad ora, l’attenzione viene distolta, portata altrove e i buchi vengono colmati con surrogati che servono a tacitare i nostri veri bisogni.

Videogiochi coinvolgenti, film appassionati, riviste patinate che raccontano le vite romanzate di altri, ci fanno vivere emozioni ed esperienze in prestito, per non occuparci delle nostre. Giochini meccanici e ripetitivi fatti al telefono ci ipnotizzano, distogliendoci da un contatto più profondo con la nostra quotidianità.

Il richiamo da questo spazio interiore troppo spesso ignorato e inesplorato e che, nonostante tutto, continua a lanciare segnali, porta con se attrazione e paura.

Attrazione perché “essere ciò che siamo e divenire ciò che siamo capaci di divenire è l’unico scopo nella vita” (B.Spinoza). Paura, perché la scoperta di chi siamo davvero, come ho detto sopra, potrebbe mettere seriamente in discussione tutto quello che fino ad ora abbiamo creato e creduto; oppure, perché davvero pensiamo che ci sia solo dentro di noi una voragine senza fondo che incute terrore.

Quindi se ci fermiamo siamo obbligati gioco forza a confrontarci con questo ignoto e allora facciamo ben attenzione a tenerci sempre occupati in qualche altra attività meno rischiosa.

In realtà questo spazio profondo non è vuoto ma pieno di tantissime cose che il più delle volte non vogliamo vedere: bisogni ignorati, desideri inconfessati, ambizioni nascoste, risorse dimenticate, emozioni inespresse, ricerca di senso…..

Vuoto in realtà affollato, come un oceano che visto da lontano sembra una piatta e anonima distesa orizzontale di acqua, ma in profondità brulica di vita, di tesori e anche di minacce.

“Certo che quando non si conosce l’esistenza della profondità sotto la superficie di questo oceano, il profilo di un relitto che si intravede sott’acqua, una balena che emerge a crogiolarsi al sole, vulcani sottomarini che occasionalmente si attivano, conglomerati di rifiuti affioranti, possono destare qualche preoccupazione. E quando manca lo spirito di avventura la scelta più facile è girare la testa dall’altra parte e tenersi occupati con qualcosa da fare” (M.Danon – Il potere del riposo).

Quindi la paura del vuoto, in realtà è paura della profondità; calarsi come uno speleologo nelle nostre grotte più interne alla ricerca del senso più intimo della nostra esistenza.

L’antidoto? Fare il “morto a galla” che se può essere utile, come ho scritto nel post precedente, per emergere dalle “sabbie mobili del dolore”, in questo caso diventa strumento per distogliere l’attenzione da se stessi verso un altrove fatto di esperienze “mordi e fuggi”, relazioni “usa e getta” che hanno l’unico scopo di mantenere l’attenzione ben salda in superficie.

Entrare in intimità con noi stessi è oggi merce rara, qualcosa da evitare a tutti i costi; vietato rallentare, vietato respirare, vietato sostare anche solo per un minuto, vietato perfino guardarsi allo specchio se non per controllare che l’outfit del giorno sia quello cool del momento.

Quando invece, osiamo varcare la soglia, permettendoci un momento di sano far nulla in ascolto di quel richiamo verso noi stessi ecco che stiamo facendo un passo in più verso la preziosa consapevolezza di Esserci davvero e “se sei consapevole di esistere, allora esisti”

 

 

liberamente tratto da:

M.Danon – Il potere del riposo – ED Urra feltrinelli

 

La via della consapevolezza: l’accettazione dei propri limiti per vivere in libertà.

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” Non dovrebbero forse questi dolori antichi diventare finalmente fecondi per noi?” R.M.Rilke

La via della consapevolezza si acquisisce nel tempo e si acquista attraverso un lento e spesso faticoso percorso riflessivo.

L’individuazione di sé è un processo continuo che ci accompagna per tutta la vita perché ogni fase dell’esistenza ha le sue particolarità e le sue necessità, ha bisogno di ricevere ogni volta attenzioni particolari ai diversi eventi della vita, per poter dare risposte maggiormente consapevoli e congruenti con il proprio modo di essere.

Alle diverse tappe evolutive corrispondono diverse modalità espressive e comunicative, in quanto dipendenti anche dalle acquisizioni cognitive ed emotive maturate da ciascuno.

Certamente ogni percorso è individuale e può definirsi unico come unico è ognuno di noi.

Parlando di consapevolezza immediatamente ci viene in mente la parola autostima; perché sono le consapevolezze che possono aiutare a modificare il nostro modo di essere, sono le consapevolezze che consentono di misurare il livello di autostima e di migliorare la qualità dell’essere al mondo.

Secondo il pensiero di Margaret Mahler, già al momento della nascita si è dotati di un bagaglio genetico sul quale si vanno ad innestare poi le coordinate relazionali: da questi incastri si definiscono via via le modalità di essere nel mondo.

Questa autrice, che ha studiato l’interazione madre-bambino e ha osservato i progressi nell’individuazione del piccolo, definisce il primo periodo della vita “fase simbiotica” e quello successivo “processo di separazione-individuazione. Queste tappe sono basilari per una crescita sana: se il bambino può vivere in termini positivi la fase simbiotica, nell’accoglienza totale del suo essere e con le risposte adeguate ai suoi bisogni, potrà approdare alla fase successiva durante la quale egli sentirà il bisogno di allontanarsi dall’oggetto sicuro, cercando la sua via autonoma, ma con la certezza di poter ri-trovare il porto sicuro nel momento in cui sente il bisogno.

Questa alternanza tra la simbiosi e l’individuazione è il solo mezzo per raggiungere la consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti, ma questa meta presuppone il saper tollerare la frustrazione della mancanza dell’oggetto d’amore, la madre, quando essa è assente e non può accudire il bambino.

Il bambino sa tollerare la frustrazione quando, attraverso il pensiero, riesce ad immaginare l’oggetto d’amore e quindi a renderlo disponibile per se stesso, e nell’immaginario si instaura ciò che si definisce “costanza dell’oggetto”.

La “costanza dell’oggetto”, cioè la capacità di mantenere internamente l’immagine della mamma, consente al bambino l’acquisizione del limite della sua onnipotenza e nello stesso tempo dona al bambino conforto e sostegno. Il radicamento di queste consapevolezze genera una base sicura che consentirà di affrontare le ulteriori fasi della crescita, fasi che verranno affrontate sulla scia delle modalità acquisite nei primi tempi della vita.

E comunque, comunque vada la vita, in ogni caso la sofferenza accompagna il cammino dell’uomo, ma da questa, insieme alla risonanza del dolore è possibile, volendo, cercare di percorrere la via della trasformazione per raggiungere nuovi significati del sé.

La crescita è anche dolore, il cammino non è mai privo di spine, ma la vita è nostra e solo noi possiamo modificare, attraverso l’azione il viaggio.

E per superare il dolore, a volte sopito e sordo, a volte invece evidente ed espresso, legato alla carenza di autostima che ostacola il nostro procedere vitale, è necessario porsi in ascolto delle nostre “disfatte” che impediscono il germogliare della nostra parte creativa.

Portare in figura i nostri blocchi, le nostre difficoltà, consapevolizzare il nostro modo di essere nel mondo significa avere il potere di modificare le situazioni, significa avere in mano il timone e poter scegliere la direzione; il limite è ciò che da spessore alle nostre capacità.

Quando manca la consapevolezza di se stessi inevitabilmente cerchiamo qualunque altra cosa fuori di noi. Abbiamo bisogno di identificarci in qualcosa, ma questo qualcosa può non essere propriamente nostro, quindi sperimentiamo la frustrazione di non poter riuscire, viviamo un fallimento e ci sentiamo “limitati” . Se riuscissimo a fare nostro quello che per Perls è il must di ogni essere umano :” “ogni individuo ogni pianta, ogni animale ha solo uno scopo … realizzarsi per quel che è. Una rosa, è una rosa. La rosa non ha nessuna intenzione di realizzarsi come canguro” , eviteremmo molte frustrazioni e mobiliteremmo, invece, tutte le nostre risorse per diventare quelli che siamo.

Diventare consapevoli significa assumersi la responsabilità della propria vita significa dare a se stessi la possibilità di perdonarsi per la propria imperfezione e, perché no, di gioire, sorridere dei propri difetti ed errori: “amo tutti gli incontri imperfetti di bersaglio e freccia che mancano il centro, a sinistra e a destra, sopra e sotto. Amo tutti i tentativi che falliscono in mille modi diversi…amico non aver paura dei tuoi errori. Gli errori non sono peccati. Gli errori sono modi di fare qualcosa di diverso, forse nuovo in senso creativo. Amico non pentirti dei tuoi errori. Siine fiero. Hai avuto il coraggio di dare qualcosa di te stesso” (Perls, 1969)

Essere consapevoli di ciò che si prova dentro di sé, senza sentirsi sbagliati, è il passo fondamentale per essere padroni di se stessi. Arthur Schopenhauer

 

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