La pioggia sul bagnato

pioggia sul bagnato 1

Banksy- “The rain-girl”

Negli infiniti tiri di dado della Fortuna, nel multiforme variare del Destino può capitare che “piova sul bagnato”, ovvero che vada sempre peggio quando va male e sempre meglio quando va bene; abbiamo allora l’impressione che vi sia un disegno già scritto che guida gli avvenimenti della nostra vita, poiché essi ci appaiono indipendenti dalle nostre azioni o tentativi di modificarne il corso.

Le cose che ci capitano, invece, hanno una loro storia che per molti versi dipende dalle nostre scelte e per altri dal contesto in cui ci troviamo.

In mille occasioni abbiamo costruito i binari su cui procede la nostra vita e per lungo tempo può succedere che lungo questa strada ferrata vada tutto per il meglio. Tuttavia non possiamo avere il controllo delle mille variabili che incontriamo sul nostro cammino. Come in una immaginaria scacchiera di migliaia di caselle, a mano a mano che giochiamo le varie mosse del vivere le prospettive davanti a noi si moltiplicano divenendo imprevedibili e incontrollabili.

E proprio perché sappiamo che è impossibile prevedere l’esito di ogni passo, ci abituiamo fin da piccoli a fidarci un po’ di noi stessi e un po’ del contesto.

La ripetizione di fatti positivi è percepita come una sorta di conferma della nostra capacità di crescere con successo, di essere competenti e di meritare il bene. Al contrario se si ripetono fatti negativi, possiamo provare un senso di esclusione dal bene, quasi come ci “meritassimo”, per qualche misteriosa ragione, una punizione.

Ci sono persone che tendono a a costruire una sorta di “regolarità” utilizzando i fatti positivi della vita e tollerando quelli negativi aspettando un futuro migliore.

Chi invece utilizza i fatti negativi per tracciare una linea di regolarità tende a sottovalutare le cose che funzionano avendo un’idea cupa e triste del vivere.

Lasciarsi andare alla gioia o alla tristezza è un fatto naturale, ma oltre certi limiti non ci aiuta ad entrare nel futuro, perché ci abitua a pensare che le cose che ci accadono siano quasi indipendenti da quello che facciamo. Non vi è, al contrario, alcuna ragione per cui le cose “debbano” per forza andare sempre bene o male indipendentemente dal nostro intervento.

“Aiutati che il Ciel t’aiuta”,come tutti i proverbi voce della saggezza popolare, potrebbe essere un ottimo mantra per ricordarci che possiamo sempre fare qualcosa per guadagnarci il bene evitando di subire il male.

Una sorta di idea di fondo che può far sentire gratitudine e orgoglio per le cose buone della vita, ma anche speranza e desiderio di reagire alle cose negative che accadono o che noi stessi abbiamo determinato.

Quando “piove sul bagnato”, quando il Destino e la Fortuna ci sembrano avversi, possiamo navigare a vista, arginare i danni e riflettere sulla rotta che abbiamo imboccato e sulle sue possibili variazioni.

Ricordiamoci che nulla della vita è veramente incorreggibile, nulla è senza speranza.

 

 

liberamente tratto da:

S.Gastaldi – “La terapia degli affetti” – Ed.FrancoAngeli

Le mille facce del dolore

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Che cosa è veramente il dolore??? Può essere una domanda idiota: chi non lo conosce?? Eppure non è detto che quello che per me è doloroso lo sia anche per gli altri o che lo sia nella stessa misura.

Una mia cliente mi ha recentemente detto che per lei non esistono semplicemente il piacere e il dolore, ma una gamma di sensazioni  ed emozioni continua che va dal piacere al dolore.

Il dolore è allora la serie delle sensazioni che si collocano, per così dire, sul versante negativo del sentire.

Ma c’é un dolore del sèntire e un dolore dell’essere.

Quest’ultimo può essere profondo devastante, quello più temuto, quello cui si riferisce forse una delle preghiere cattoliche più intense quando alla fine recita “liberaci dal male”.

Il dolore, come più volte ho scritto, ha una sua collocazione nella vita, una funzione profonda, esplorata dal pensiero teologico, filosofico, letterario e poetico sin dagli albori dell’umanità.

Il dolore fisico potrebbe essere visto come una naturale capacità di avvertire un pericolo e reagire in vista della sopravvivenza dell’individuo e della specie. Per esempio se non sentissimo il dolore dell’ustione potremmo subire danni fatali prima di poter reagire e metterci in salvo dal fuoco.

La capacità di provare dolore è quindi connessa alla sopravvivenza, al punto tale da poter essere utilizzata in modo perverso dall’umanità contro la stessa sopravvivenza, la pratica della tortura, da sempre utilizzata e ancora oggi ampiamente praticata nel mondo, tende a mettere fortemente in conflitto la sopravvivenza personale con la sopravvivenza degli ideali: le persone torturate possono anche rinnegare i propri valori, tradire gli a ici, confessare ogni sorta di reato, anche immaginaria, tanto è forte il segnale del dolore nella loro mente e tanto puó essere alto e intollerabile l’allarme che esso determina, specie se associato, come avviene sempre, all’idea che il dolore non cesserà se non alla confessione o alla morte.

Il dolore emotivo è anch’esso un segnale, solitamente legato al senso di perdita irrimediabile di un oggetto d’amore, di una parte di noi.

Il dolore depressivo, ad esempio, così duro da vivere e da sopportare, è un’esperienza che trasfigura la vita, le cambia i connotati:scolora le belle giornate e incupisce quelle brutte, rende opaco il futuro  e intollerabile il presente.

Esso ci fa galleggiare in una stanza desolata che può imprigionarci sino a rendere il vivere del tutto insopportabile.

Il dolore, qualunque sia la sua natura, ci mette nelle condizioni di pensare ad un pericolo per la nostra integrità fisica e psichica. Quando però supera la soglia della sopportazione può diventare esso stesso un problema o un pericolo per noi, perchè può indurci a considerare la vita e noi stessi la causa principale del segnale di allarme che ci pervade e ci spinge a fuggire da noi stessi oltre che dagli altri o a colpire noi stessi, oltre che gli altri…

Per questa ragione è necessario accogliere il dolore nelle sue manifestazioni precoci, quando è possibile, deciderne il senso e fare qualcosa per reagire, senza aspettare che esso divenga intollerabile e ci induca quindi ad azioni esasperate.

Accolto precocemente il dolore rivela una dimensione densa di potenzialità positive.

Finchè è tollerabile si presta a farci agire per modificare la situazione, ci induce a riformulare la visione delle cose e a cercare nuove prospettive.

Come tutti segnali di disadattamento ci spinge a muoverci per trovare un adattamento migliore alla vita.

In questa dimensione il dolore non è un problema, è una parte utile della vita che non ci impedisce di sperare, amare e crescere …

“ …Date al dolore la parola;  il dolore che non parla, sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi….” W.Shakespeare

liberamente tratto da:

S.Gastaldi – “La terapia degli affetti” – Ed.FrancoAngeli

Lasciare alle spalle ciò che non c’è più (II parte)

tazza

Lasciare significa: lasciare che per un po’ le cose seguano il loro corso, che si muovano liberamente senza il nostro intervento, finché la direzione del loro movimento non si mostri spontaneamente. Se rinunciamo a tentare di guidare le cose e quelle, muovendosi, si allontanano da noi, lasciamole andare. Molliamo la presa. Se le lasciamo andare per la loro strada, ci rendiamo liberi per qualcos’altro.
Bert Hellinger,

Se sono in grado di accettare tutto quello che comporta una perdita elaborandolo nel modo “giusto” per me “gli addi” non saranno altro che un arricchimento ed una crescita.

Immagina se mi aggrappassi a quegli splendidi momenti dell’infanzia (sempre che ce ne siano stati…) che mi fanno pensare a come era bello essere bambini , o se mi sentissi confortata la ricordo dell’immaginaria sicurezza dell’utero della mia mamma, pensando che quello sia lo stato ideale. Pensa se restassi ferma a un qualche tappa precedente della mia vita e decidessi dio non proseguire. Immagina se stabilissi che alcuni momenti del passato sono talmente belli, certi legami così gratificanti, alcune persone tanto importanti che non voglio perderli, e mi aggrappassi a loro come ad una corda salvatrice, a ciò che non sono più. ….

Nonostante ciò è stato doloroso abbandonare ognuno di questi luoghi, lasciare la mia infanzia, abbandonare l’utero, lasciarsi alle spalle l’adolescenza. Ciascuno di queste azioni ha implicato delle perdite da un lato, e profitti dall’altra ma è grazie a ciò che si diventa ciò che si è.

Non esiste un profitto importante che non implichi, in qualche modo, una rinuncia, un costo emotivo, una perdita, perché questa è la verità che si scopre alla fine: che il dolore è imprescindibile dal nostro processo di sviluppo personale, che le perdite sono necessarie per la nostra maturazione e che quest’ultima, a sua volta, ci aiuta a percorrere il nostro cammino.

Quanto più ci si sgancia, tanto maggiore sarà la crescita. Più si è maturi, minore sarà la disperazione di fronte a ciò che ho perso; meno ci si tormenta per ciò che è stato, meglio si potrà continuare a percorrere il cammino.

Se sai chi sei, sarai in grado anche di abbandonare volontariamente e dolorosamente qualcosa per far posto ai nuovi desideri.

Bisogna svuotarsi per potersi riempire. Una tazza serve solo quando è vuota. Una tazza piena non ha senso perché non la si può riempire con niente. Non può dare nulla perché prima dovrà imparare a svuotarsi.

Non si è solo ciò che si possiede ma anche e soprattutto ciò che si è in grado di dare. E per questo è necessario sperimentare la perdita, il distacco e una certa dose di dolore perché si perde qualcosa anche quando si decide di proprio iniziativa di dare ciò che è nostro.

Per poter rispondere alla domanda “Chi sono?” bisogna accettare anche il vuoto, lo spazio dove, per decisione, per caso o per natura, non c’è più quello che c’era prima.

Questa è la nostra vita: disfarsi del contenuto della tazza per poterla riempire di nuovo. La nostra vita si arricchisce ogni volta che la riempiamo, ma anche ogni volta che la svuotiamo perché, quando lo facciamo, ci stiamo aprendo alla possibilità di riempirla di nuovo.

Personalmente la storia del mio rapporto con la mia crescita e con il mondo è la storia di questo ciclo dell’esperienza: entrare e uscire, riempirsi e svuotarsi, prendere e lasciare. Anche se non sempre è un processo facile. Anche se non sempre è privo di danni ……

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Per saperne di più:

Judith Viorst – Distacchi – Ed. Sperling Paperback

Lasciarsi alle spalle ciò che non c’è più (I parte)

distacchi

Alcune persone pensano che aggrapparsi alle cose le renda più forti, ma a volte si necessita di più forza per lasciare andare che per trattenere – Hermann Hesse

In alcuni momenti di questo viaggio per ri-trovare se stessi, cercando risposte, può accadere di confrontarsi con la scoperta che il “chi sono” non si sovrappone necessariamente al “chi ero” e a volte il mio “io” di oggi è completamente diverso dal mio “io” di ieri nonostante sia eredità di quest’ultimo. Questo significa che non sono colei che ero e anche che non ho accanto né le stesse cose, né le stesse persone di allora. E questo può fare male …….

Il dolore è un evento imprescindibile e fa parte della nostra crescita. Tutte le sensazioni associate alla tristezza sono normali, nessuna esperienza costituisce di per sé una malattia, nessuna è minaccia della nostra integrità.

Può darsi che in un determinato momento, di fronte ad una specifica situazione, una persona reagisca attraversando un processo di grande sofferenza. Ma è anche possibile che la stessa persona, o un’altra, in un momento diverso ma comunque simile, attraversi un altro tipo di dolore, molto più grande e intenso.

E’ giusto così: il vissuto di ciascuno di fronte ad un dolore è una questione unica e personale.

Prendiamo alcune migliaia di persone e tingiamo i loro pollici con la vernice nera. Chiediamo poi loro di lasciare le impronte sulla parete. Ciascuna sarà diversa, non ce ne saranno due uguali, perché non esistono due persone con le stesse impronte digitali.

Tuttavia, hanno tutte caratteristiche simili che ci permettono di studiarle e sapere di più sul loro conto. Ognuno dei nostri dolori, al pari delle impronte, è unico e ogni modo di affrontarlo è irripetibile.

Nonostante ciò, ogni dolore somiglia, in alcuni punti, a tutti gli altri dolori e questi tratti comuni ci consentono di capirli maggiormente. Di fatto “aiutare” qualcuno in un momento di dolore significa lasciar libero chi soffre di esprimere le proprie emozioni, qualunque esse siano, a suo modo e con i tempi di cui necessita. Noi counselors, insieme a psicologi e psicoterapeuti concordiamo sul fatto che la possibilità di trovare una forma d’espressione del vissuto interiore aiuta ad alleviare il dolore di coloro che stanno attraversando questo cammino.

Potremmo chiederci perché mai una persona dovrebbe pensare che si separerà dalle cose? Ci sono molte cose che una persona tiene con sé per tutta la vita. A quelle potremmo aggrapparci tranquillamente, sapendo che staranno al nostro fianco fino all’ultimo minuto. Sarebbe bello se non fosse per il fatto che è impossibile.

Questo è il primo insegnamento dell’essere adulti! E se non vogliamo accettare questo ci illuderemo fingendo finte eternità possibili. Inoltre, quanto si può godere di qualcosa per la quale si ha l’estrema paura di  perderla????

Poniamo il caso che ci sia un oggetto sulla mia scrivania fatto di un materiale caldo e splendido al tatto. Supponiamo che lo tenga saldamente tra le mani per paura che qualcuno me lo voglia rubare ; che succederebbe se il pericolo (anche se immaginario) continuasse a incombere ed io continuassi a tenere strettamente l’oggetto fra le mie mani?

In primo luogo mi renderei conto che non c’è più nessuna possibilità di godere al tatto di ciò che stringo (provaci adesso, metti qualcosa con forza tra le mani e stringi. Guarda se riesci a percepire come è al tatto. Non puoi. L’unica cosa che puoi sentire è che lo stai afferrando, che stai cercando di evitare che si perda).

La seconda cosa che potrebbe accadere, tenendolo strettamente fra le mani, è sentire dolore (continua ad afferrare l’oggetto con forza in modo che nessuno possa portartelo via e osserva cosa succede).

Ho ottenuto ciò che volevo però lungo la strada ho rinunciato a tutta la felicità che veniva dalla  relazione con l’oggetto in sé.

Questo è quello che succede insistendo con la stupida necessità di possedere quello che non ci appartiene più: che sia una qualunque idea ritenuta baluardo o una qualsivoglia relazione, inclusi i legami più stretti, con i genitori, figli o partner.

Di fatto ciò che fa sì che i miei vincoli transitino attraverso spazi godibili è, continuando nella metafora, potere aprire la mano. Imparare a non vincolarmi nell’odiosa maniera di conquistare, controllare o stringere ma piuttosto lasciarsi andare ad una situazione di vero incontro con l’altro senza timore di provare in seguito dolore.

Il modo per non soffrire “di più” non è amare “di meno”, cercando di non compromettersi affettivamente con niente e con nessuno, ma imparare a non rimanere legati a ciò che non c’è più.

Impegnarsi a godere di quello che si ha in ogni momento e fare il possibile perché sia meraviglioso finchè dura. Non vivere oggi pensando a quanto è stato bello ieri, ma sforzandosi di rendere entusiasmante quello che avviene ora.

Restare ancorati a ciò che accade in ogni momento presente, non a ciò che è stato. Restare legati a ieri significa vivere schiavo del passato, coltivando ciò che non è più.

Che succede se una persona trae vigore dal riscoprire ogni giorno la sua relazione con l’altro? Che succede se ci obblighiamo a rinnovare l’impegno con l’altro quotidianamente piuttosto che una volta per sempre? Per molti, timorosi, insicuri e intransigenti, la relazione diventerà un vincolo poco impegnato, per me è esattamente il contrario: non bisogna attaccarsi ad una persona, situazione o relazione, come una cozza su uno scoglio, e se domani ciò che dà tanto piacere finisce, essere in grado di prendere la decisione di lasciarlo andare, ma finchè non arriva quel momento ( e non è detto che deve arrivare per forza) cercare di impegnarsi completamente.

Essere chi sono è correre il rischio di percorrere senza paura questo cammino “bagnato di lacrime” perché oltre alle persone che uno perde ci sono situazioni che si trasformano, legami che cambiano, tappe della propria vita che si superano, momenti che finiscono e ognuno di essi rappresenta una perdita da elaborare …..

…… continua nel prossimo post