Mese: febbraio 2016

Una teoria del vivere ….

teoria del vivere

“Non si può fare a meno di aver continuamente presenti i problemi: se li abbandoni, quando ci ripensi è peggio …” Molti pensano così alla vita. Tutti attraversiamo momenti in cui i pericoli e le preoccupazioni occupano per intero la nostra emotività e i nostri pensieri. Possiamo allora sentirci timorosi, come bambini che stanno rintanati, oppure avere l’impressione di essere come soldati appostati dietro le fortificazioni, impossibilitati ad allentare la guardia, destinati per sempre ad attendere l’arrivo del nemico.

Non vi è nulla di strano o di sbagliato in questi sentimenti; è importante però capire che si tratta di nostre opzioni, di modi di essere che adottiamo per affrontare la vita e non, come spesso crediamo, di ineluttabili necessità generate dalle pur reali difficoltà del vivere. Sono strategie di sopravvivenza.

In questo modo possiamo anche pensare che c’è talvolta un po’ di esagerazione nei nostri pensieri, che il continuo orientamento ai pericoli ed ai problemi rischia di farci sfuggire felicità, soddisfazioni, emozioni anche se si sa che prima o poi i barbari potranno premere ai confini.

La capacità di vivere momenti (o anche lunghi periodi) di felicità e serenità fa parte delle potenzialità affettive dell’essere umano. Essa è collegata ad una sorte di “fiducia di base” che non tutti possediamo in modo uguale e che si genera in fasi precocissime della vita, ma che può essere aiutata a svilupparsi anche in seguito, e non ha nulla a che vedere con la superficialità o l’ottimismo a tutti i costi.

La fiducia di base ci rende speranzosi non tanto e non solo circa il buon esito delle nostre traversie, attuali o future, quanto nel fatto che in quelle traversie sapremo trovare il modo, pur soffrendo, di realizzare, per quanto possibile, compiti importanti della nostra vita o di cavarcela, ricostruendo sulle ceneri di quello che è andato perduto.

In qualche modo la fiducia di base ci facilita la vita perché non ci costringe ad occuparci continuamente della morte.

Già perchè il punto è questo, la paura della morte. Tutti moriamo e tale destino biologico è anche un evento affettivo presente in infinite forme nelle nostre emozioni.

Alla morte ci prepariamo inconsapevolmente nel corso di tutta la nostra vita. Ad essa non abbiamo nulla da opporre tranne la nostra stessa capacità di vivere e di lasciare nella vita qualcosa di noi.

Abbiamo una tensione interna a sopravvivere sia nella specie attraverso i figli, sia nella cultura e nella memoria tramite i ricordi, le ricchezze, gli affetti, i frutti del nostro talento o della nostra creatività. Possiamo quindi dire che vivere bene è in qualche modo collegato ad una pacificazione con l’idea della morte.

La vita ci presenta infinite morti sotto forma di perdite, sconfitte, disillusioni, rovesci, eventi che ci costringono a ricominciare, a sentire l’abbandono, l’incertezza, la solitudine, il fallimento.

Per alcuni questi accadimenti possono assumere la tinta fosca di un destino atroce, di una persecuzione malevola ed è facile che a questo proposito venga elaborata una teoria del vivere in cui vengono eliminate o ridotte al minimo la possibilità di piacere e felicità. Una teoria in cui è bene “non illudersi” ed è pertanto opportuno mantenere alzata la guardia, vivendo ogni momento come se stesse già accadendo quello che si teme potrà accadere. In questo modo l’infelicità viene utilizzata come una barriera immunitaria di fronte al rischio dell’attesa e della disillusione. Meglio vivere nello scontento che affrontare i rischi di un brusco disincanto.

Tuttavia credo che nessuno possa dire che la realtà sia veramente come il sogno. Il sogno è il motore della vita, ma è fatto per spingerci e per motivarci, quasi mai per essere realizzato così come è.

In fin dei conti, aver realizzato i propri sogni significa quasi sempre aver trovato una strada per sentirci amati, capaci, in pace con se stessi e questo avviene percorrendo vie impreviste, affrontando l’incertezza e il dolore come aspetti inevitabili ma utilizzabili per cambiare e per crescere.

E poi i sogni sono come i bambini: possiamo aiutarli, proteggerli, accudirli, ma dobbiamo anche affidali alla vita se vogliamo che crescano …

Tu dipendi da te …..

liberta 3

Se ti soffermi a pensare o leggi ad alta voce il titolo di questo post “tu dipendi da te”, sentirai che la frase torna su se stessa come il ballo spontaneo di un bambino che gira su se stesso, come il movimento della terra, che gira nonostante tutto … E’ la sua naturalezza/verità che ci attrae e/o ci allontana.

Se ancora ti soffermi a pensare o leggi ad alta voce “tu dipendi da te” coglierai l’ulteriore e straordinario messaggio di relazione di dipendenza che rende possibili, vere e costruttive, relazioni con  gli altri, tanto più si è centrati sulla relazione con se stessi.

Una buona relazione con se stessi è, infatti, condizione fondamentale per costruire relazioni positive con gli altri, per oggettivare mete e perseguire obiettivi.

Tu puoi realizzare te stesso, tu puoi perseguire le tue finalità fondamentali, tu hai il potere di trasformare la tua vita, tu puoi sceglierti, tu puoi scegliere.

Tu puoi scegliere chi essere, cosa e come essere, cosa e come fare.

Tu puoi scegliere con chi e come relazionarti con gli altri.

Tu puoi coltivare desideri e speranze, tu puoi vivere pienamente.

Tu puoi rispettare te stesso e gli altri.

Per scegliersi è necessario ritenere di avere un valore, di potere fare la differenza, di potere essere significativi nel determinare eventi e situazioni, di essere , in definitiva, il nostro meglio, per fare scelte e raggiungere obiettivi.

Migliorare la relazione con se stessi e con gli altri, realizzare le proprie mete, è possibile sempre, a qualsiasi età, in ogni luogo, divenendo padroni e non schiavi dei propri comportamenti, delle proprie reazioni emotive, dei propri contesti sociali, del proprio passato e presente, o dei propri progetti per il futuro.

Credere nelle proprie possibilità è la prima condizione perché le possibilità si realizzino, imparando ad apprezzarsi come preziosa risorsa, ricca di potenzialità umane e non di pregi e difetti, riuscendo sempre più a distinguere tra ciò che vogliamo realmente, tra le nostre finalità fondamentali e ciò che è:

  • solo apparenza (desideri messi sopra per sollecitazioni esterne, per abitudine) e alla fine, infatti non ci soddisfa come ci aspettavamo;
  • solo illusoria costrizione (gli altri hanno potere su di noi solo se glielo diamo).

Migliorando la conoscenza di noi stessi, imparando ad ascoltarci, possiamo toccare con mano, cosa ci soddisfa e cosa no e capire quali sono le direzioni importanti su cui investire il nostro tempo e le nostre energie, evitando di sprecare tempo ed energie, se non per scelta.

Noi pensiamo che sia normale avere dei sogni da bambini o da ragazzi e non averli da adulti, ma questo non è normale, nel senso di sano ed inevitabile ma solo nel senso che è quello che accade nella norma, ma accade quello che ci si aspetta che accada perché l’essere umano cerca conferme alle proprie idee e sensazioni e generalmente teme il cambiamento e la diversità.

Ma la realtà è in continuo divenire, non è fissa e immutabile e quindi crescere, evolversi, presuppone il cambiamento, la disconferma, il coraggio del dubbio e la fiducia nelle proprie possibilità.

Tuttavia il punto non è solo cosa possiamo, bensì cosa vogliamo e a quale prezzo ci interessa, maturando flessibilità sul come e quando realizzare l’obiettivo, perché questo, nella maggior parte dei casi, non dipende solo da noi. Siamo, infatti, la variabile più significativa nel condizionare cosa ci accade e ci accadrà, ma non l’unica.

La nostra realizzazione passa attraverso gli altri in senso ampio. Infatti, qualsiasi obiettivo vogliamo realizzare è nell’ambito di un contesto sociale, quindi possiamo essere fermi sull’obiettivo, ma flessibili nei tempi e modalità, essendo disponibili a negoziare, tali termini.

Quando non realizzo quello che voglio è perché qualcosa non ha funzionato in me o fuori. Si tratta di capire cosa, e valutare l’opportunità di ritentare, essendo attenti al come e al quando.

In questa valutazione è importante tenere a mente che:

  • noi siamo la variabile più significativa
  • l’unica su cui possiamo esercitare il massimo controllo e la massima influenza
  • noi siamo l’unica che può dipendere da noi al 100%
  • gli altri, la fortuna, gli eventi esterni sono influenzabili solo parzialmente e solo attraverso noi stessi, quindi ancora una volta: credere nelle proprie possibilità è la prima condizione perché le possibilità si realizzino.

Credere nelle proprie possibilità ed esprimerlo con i comportamenti pratici, significa darsi delle opportunità e assumersi la responsabilità della propria vita, delle proprie scelte, dei propri risultati.

Significa non poter più ricorrere al “ho dovuto farlo, mi hanno obbligato, devo farlo …”, come eventuale giustificazione per tutto quello che nella nostra vita non ci soddisfa; ma vuol dire soprattutto riaffermare la sovranità e il potere dell’individuo rispetto ai suoi contesti di vita, significa poter dire “nel bene e nel male, sono il regista della mia vita, ogni conseguenza deriva da mie scelte”, “sono io a decidere come comportarmi, non mi limito a re-agire agli altri, ai contesti, all’ambiente”.

Non accettare la responsabilità conseguente all’avere il potere di scegliere è negarsi la possibilità di realizzarsi, di essere felici, di avere successo, di vivere consapevoli che “vivere” è già un successo.

In troppi hanno già perso la speranza…..

Ci si accontenta del lavoro che capita, di risultati mediocri, di amicizie tappabuchi, di relazioni di coppia che al massimo sono di sostegno e sempre meno di amore, di ambienti di lavoro , spesso solo, falsamente sereni, carichi di tensioni e ipocrisie, dove ci si rincorre per sottolineare le qualità negative di ognuno, gli errori e raramente le qualità positive, i meriti.

Troppo forte è la tentazione di accontentarsi di quello che si riesce ad avere senza grandi sforzi, perché non crediamo abbastanza che quello che siamo  e abbiamo dipende da ciò che facciamo e da come pensiamo, sentiamo e agiamo.

Diciamo: “a che pro sforzarsi di ottenere qualcosa di più, tanto non dipende da me c’è il caso, ci sono gli altri …” Se io non mi do chance, perché pretendere chance dagli altri o dalla fortuna ?? Solo realizzando il viaggio so che arriverò!

Ma crediamo di non aver niente da perdere a lasciarci vivere. Mentre crediamo di avere molto da perdere a rischiare di impegnarci per un risultato che poi, magari, malgrado gli sforzi non si realizza; tra l’altro senza considerare che il processo, il realizzare il percorso, è già parte del risultato atteso.

Noi siamo il risultato degli apprendimenti, soprattutto inconsapevoli, che abbiamo realizzato fin qui: siamo contemporaneamente gli attori, i costruttori ed il risultato delle esperienze che abbiamo fino ad ora realizzato; siamo l’insieme delle conoscenze, capacità, opinioni, atteggiamenti, emozioni e sentimenti, che abbiamo allenato di più, vivendo e scegliendo di vivere alcune esperienze fra le tante possibili, scegliendo il chi, il cosa, come, quanto, quando e perché.

Riconoscendo e riaffermando il “diritto di proprietà” della nostra propria vita e rafforzando la capacità di scegliere e realizzare obiettivi per se stessi, noi possiamo partecipare consapevolmente alla nostra realizzazione.

Noi siamo la nostra migliore occasione!!!!

Noi siamo la risorsa più preziosa che abbiamo per essere soddisfatti di noi stessi, della nostra vita, delle nostre relazioni. Troppo spesso invece, rischiamo di sentirci ininfluenti, quasi in balia degli altri e della fortuna. Fondamentale è allora l’acquisizione ed il rafforzamento della convinzione che il nostro presente e il nostro futuro dipende (può dipendere!) da noi, che al di là di quello che siamo quello che conta è ciò che vogliamo essere.

L’augurio che mi faccio e faccio a chi legge è quindi un “in bocca al lupo” dove al posto del lupo ci siamo noi …..  “In bocca” quindi alla nostra fiducia e volontà, al nostro impegno, “in bocca” ai nostri sogni trasformati in progetti …….

 

La crisi come anticamera della ricerca.

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“Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, chè la dritta via era smarrita….” Dante Alighieri

Un percorso di crescita e consapevolezza non è qualcosa che si intraprende a cuor leggero. Mettere in discussione le proprie certezze, il proprio stile di vita, la nostra stessa identità può essere molto faticoso e anche doloroso.

Solo se ci si rende conto di non conoscersi veramente e si avverte di essere molto di più di quello che appare siamo motivati ad andare alla ricerca di noi stessi.

Solo se si prova una profonda insoddisfazione e si ammette sinceramente che quello che abbiamo trovato nella vita non è quello che si cercava veramente ci si mette in cammino per nuove terre.

Solo se ci si accorge che il raggiungimento delle mete sognate è frenato da condizionamenti, rigidità, paure che vengono da un “allora” nebuloso ci spingeremo a conoscere quello che blocca il nostro viaggio.

Ecco perché la decisione di iniziare un percorso di consapevolezza nasce quasi sempre da una crisi.

Nessuno ama le crisi, tutti noi vorremo fare a meno della sofferenza, tuttavia esse rappresentano il passo fondamentale di ogni percorso evolutivo, in quanto svolgono l’importante funzione di farci prendere coscienza che qualcosa di importante non va nella nostra vita e spesso non va da lungo tempo.

La crisi è un sintomo, non la causa della sofferenza e molto spesso essa è l’ultimo di una serie di segnali che sono stati ignorati. Se si giunge a questo punto significa che abbiamo accumulato una grande insoddisfazione avendo evitato di affrontare i bisogni della propria anima.

Moltissimo sono le modalità che mettiamo in atto per non ascoltare i messaggi di scontento che provengono dalla nostra parte più profonda: alcuni si chiudono nel loro mondo illusorio facendo finta che vada tutto bene; altri si distraggono e disperdono in inutili ed estenuanti battaglie contro gli altri proiettando su di loro tutte le insoddisfazioni che provano; altri ancora si immergono totalmente nel lavoro fino ad isolarsi completamente e infine altri, pur avvertendo il malessere, temporeggiano per molto tempo “sopportando” con rassegnazione.

Fortunatamente però per quanto siamo sordi ai messaggi dell’anima arriva il tempo in cui ci troviamo a fare i conti con noi stessi.

“Era inevitabile che dopo qualche anno di una tale vita il mio spirito reclamasse un maggiore spazio, una maggiore armonia e profondità. Era come se sentissi una voce, la mia stessa voce, che mi invitava a tornare sulla mia strada, più vicino al mio vero Sé. Ma esisteva davvero una strada che era la mia strada, e se sì, dove era? E come riuscire a contattare il Sé profondo in una società che sembra fatta apposta per fartene allontanare?” (E.Cheli “Percorsi di Consapevolezza”)

La crisi dunque è una fase necessaria e imprescindibile per ogni percorso evolutivo, è da lì che prende le mosse il viaggio verso se stessi.

Solo grazie alla sofferenza della crisi accettiamo di metterci in discussione. Solo il dilagare prorompente delle, emozioni che non si possono più trattenere riesce a rompere la corazza delle rigidi abitudini e dei meccanismi di difesa che abbiamo sviluppato dentro e intorno a noi.

E solamente a questo punto siamo pronti per intraprendere il nostro cammino di ricerca, crescita e trasformazione per arrivare a ciò che la nostra anima anela: essere realmente quello che siamo, liberi di vivere con pienezza la nostra vita.

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liberamente tratto da:

E.Cheli “Percorsi di Consapevolezza” -Xenia

Solo se Ascolto me, Ascolto te …..

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“Ascoltare è una forma di accettazione” S.T.Mann

Ascoltare è un’arte tra le più difficili. Sappiamo come siano rare le persone che sono veramente in grado di ascoltare, intendendo con questo com-prendere realmente quanto viene detto loro, tuttavia, capita qualche volta di incontrarne.

Si tratta di persone per le quali le parole che pronunciamo diventano dense di significato perché ci “vedono” e desiderano ardentemente aprire uno spazio di condivisione , facendoci sentire non più viaggiatori solitari spersi nel vaso mondo, bensì soggetti in cammino uniti da un comune destino.

Questo “ascolto pieno” va al di là delle parole pronunciate, perché include una attenzione più profonda non solo a quello che di verbale viene messo in comune ma anche verso tutti i canali analogici da noi utilizzati, perlopiù in modo inconsapevole.

Si tratta quindi di un ascolto a 360° che rivela una evidente capacità di empatia e un sincero desiderio di conoscenza di chi si ha di fronte.

Molto più spesso invece, quando iniziamo una conversazione con qualcuno, ci capita di non trovare ascolto e di non darne nemmeno, questo perché nella maggior parte dei casi, quando parliamo con un interlocutore siamo portati a ricercare l’eco delle nostre parole e il riverbero delle nostre percezioni.

Invece di ascoltare l’altro ascoltiamo noi stessi impedendoci di percepire veramente i messaggi di chi abbiamo di fronte. Interpretiamo i discorsi dell’altro e i suoi comportamenti secondo le nostre esigenze, volti soprattutto a trovare conferme e riconoscimento.

Il disaccordo delle opinioni ci disturba e ci predispone ad un atteggiamento di chiusura e sospetto. Ci proclamiamo curiosi delle diversità ma in verità siamo alla ricerca delle somiglianze e delle analogie.

La dissonanza degli intenti ci infastidisce, se poi unita a questa abbiamo sentore di biasimo e note giudicanti, l’inquietudine e l’irritazione prendono il sopravvento, rendendoci totalmente incapaci a costruire uno spazio di vera condivisione con il prossimo.

In molti casi il dissenso può sfociare in aperto conflitto che può lasciare una traccia indelebile nella relazione. Oppure, l’incomprensione genera una chiusura totale e ostile tra gli interlocutori che, se non risolta rapidamente, può portare alla rottura definitiva.

La difficoltà a comunicare è un argomento molto gettonato da coloro che si avvicinano ad una relazione d’aiuto e il nostro compito di operatori diventa una ricerca di strategie volte a facilitare nei clienti la consapevolezza e quindi la trasformazione di rigidi copioni relazionali in capacità di confronto.

La disponibilità all’Ascolto, come ho detto all’inizio, presuppone una buona dose di empatia; sintonizzarsi sui bisogni dell’altro “mettersi nei suoi panni” anche se manteniamo i nostri. Spesso invece siamo talmente concentrati sulle nostre convinzioni e pretese che le parole del nostro interlocutore diventano solo un fluire ininterrotto di suoni che neppure ci scalfisce; una sorta di rassicurante rumore di fondo che ci tiene compagnia.

Questa attenzione verso noi stessi, tuttavia, non va confusa con una effettiva capacità di contatto con la nostra sfera più intima e profonda. Molti di noi rifugge l’Ascolto di sé, quella decodifica del proprio “sentire” che favorisce appunto l’ascolto della propria voce interiore.

Si pensa tanto, si sente poco. La nostra consapevolezza è, troppo spesso, alquanto carente. Il più delle volte ci accontentiamo di una approssimativa raccolta dati, saltando frettolosamente alle conclusioni che spesso sono molto lontane alla realtà della nostra essenza più profonda. Questo perché vogliamo evitare di impegnare il cuore e la mente per paura di scoprire aspetti di noi che potrebbero non piacerci e per il bisogno, quindi, di coltivare una immagine di noi stessi idealizzata che possa garantirci l’apprezzamento da parte degli altri.

L’ascolto degli altri passa attraverso l’ascolto di noi stessi, un ascolto consapevole, profondo, senza evitamenti, senza nasconderci dietro illusioni o compiacimenti. Un ascolto congruente seguendo il ritmo dei pensieri e il battito del nostro cuore, abbandonando paure e insicurezze.

Se scaviamo con sincerità all’interno del nostro animo, al di là delle nostre ombre, troveremo un tesoro di risorse che potranno alimentare la nostra autostima e rafforzare le nostre competenze relazionali. L’altro non ci farà più paura e porci al suo ascolto vorrà dire veramente aprirsi ad un nuovo mondo.

Solo confidando in noi stessi, nella ricchezza della nostra vita interiore saremo finalmente in grado di avere accesso a questo altro mondo …..

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liberamente tratto da:

I.castoldi “Se bastasse una sola parola” URRA Feltrinelli

Stai come vuoi …

bene e male

“ C’è una vita dentro ognuno di noi, che non è mai la vita che stiamo vivendo, è una specie di sogno, di desiderio. In quella vita tutti noi siamo forti, coraggiosi, determinati. Ma la riteniamo irraggiungibile, ed è un errore! Perché quella vita è dietro una porta, che possiamo aprire con le chiavi giuste, e farla diventare così la nostra vera vita!!!” C.Maffei

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I problemi che si incontrano quotidianamente hanno spesso origine dentro di noi: stati d’animo non gestiti adeguatamente creano paure ed ostacoli. Perciò la più efficace risorsa che abbiamo a disposizione è il nostro equilibrio emotivo.

La parola “equilibrio” contiene “libra”, cioè “bilancia”. Questa definizione mi fa pensare ad una bilancia con i piatti pari, sullo stesso livello. Quando ci si trova in questa condizione, si ha la piena padronanza di sé: un particolare stato di grazia, nel quale è possibile prendere le decisioni più efficaci.

Quando invece questo equilibrio si rompe, avvertiamo una sensazione di disagio o di inadeguatezza, non sappiamo come affrontare le sfide che si presentano ogni giorno, ci sentiamo vittime degli accadimenti. Per sentirci bene abbiamo bisogno di pareggiare i piatti della nostra bilancia interiore.

L’equilibrio dipende da noi. Solo noi siamo liberi di decidere come vogliamo stare.

Possiamo stare come vogliamo piuttosto che come vogliono gli altri o come sembra ci sia imposto dalle nostre vicende personali, l’importante è essere liberi e responsabili della nostra scelta …..

E tu come vuoi stare oggi ??????? ……..

La fragilità come risorsa

cristallo

Una riflessione che a prima vista può sembrare una contraddizione: la via verso la consapevolezza va mano nella mano con la fragilità che diventa risorsa nel quotidiano.

“In un’epoca che ha fatto del decisionismo e dell’arroganza delle virtù, sostenere che la fragilità è un valore umano potrebbe suonare come un’eresia. Eppure ogni giorno i piccoli passi e le grandi svolte della nostra vita ci insegnano che non sono affatto le dimostrazioni di forza a farci crescere, ma le nostre mille fragilità: tracce sincere della nostra umanità, che di volta in volta ci aiutano nell’affrontare le difficoltà, nel rispondere alle esigenze degli altri con partecipazione, aprendoci – quando serve – al loro dolore” (Prefazione all’”uomo di vetro” di V.Andreoli).

Se nel nostro cammino siamo arrivati al punto di avere riconosciuto e accettato la nostra imperfezione umana volendoci sentire “responsabili di” e non “colpevolizzati per” il passaggio successivo è valorizzare e celebrare la nostra fragilità.

La parola “fragilità” deriva dal verbo “frangere” ed indica la capacità di rompere una resistenza o un proposito per andare incontro a qualcos’altro; è il cancello che si varca per incontrare l’ignoto, la novità, la diversità.

Ecco come la strada verso la consapevolezza di noi stessi ha come compagna di viaggio la fragilità: mentre il senso di impotenza od onnipotenza ci piegano alla vita oscurando la percezione dei nostri limiti nel tentativo di imporci un ideale dell’io richiesto dall’esterno, la fragilità ci offre la possibilità di accedere alla mutevolezza della realtà. Mette alla prova la sicurezza infantile che ricerchiamo nelle nostre relazioni continuamente volte alla creazione o ri-creazione di quella “base sicura” residuo o miraggio della nostra infanzia. Inoltre ci aiuta ad attrezzarci per saper affrontare gli imprevisti che l’altro può mostrarci e ci suggerisce come stare nelle relazioni tirando fuori dall’imperfezione e l’ordinarietà del quotidiano quello che può essere nutriente per la nostra vita.

In questa ottica quindi la fragilità diventa un’alleata, una risorsa, ci apre parti di noi e anche dell’altro che non avevamo sperimentato offrendoci nuove direzioni e nuove sfide con noi stessi.

Secondo questo punto di vista perché allora non provare a considerare le nostre imperfezioni come elementi dissonanti che plasmano la nostra diversità, che caratterizzano la nostra originalità, togliendoci dall’omologazione imperante della società?

Accettiamo l’imprevisto, l’errore,il limite: recuperiamo le proiezioni lanciate per paura all’esterno di noi stessi, integriamo il nostro disobbediente “lato oscuro”, la parte nera della luna ,per accogliere una conoscenza realistica e più ampia di noi stessi. Tenendo sempre a mente che la fragilità non è debolezza, si pensi ad un vaso di cristallo, è fragile, sì, ma questa sua fragilità è una sua caratteristica strutturale, una caratteristica che lo rende prezioso, non è un difetto. È il vaso.

Gestione creativa delle emozioni

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“ Il fondamento della vita è l’emozione” A.De Mello

Spesso nella società contemporanea le emozioni sono giudicate negativamente ed è estremamente diffuso inibirle. Dice Fromm: “ […] è diventato un ideale pensare e vivere senza emozioni ..” Riconoscere di essere emotivo è come ammettere una propria debolezza o addirittura una colpa. E’ comunque considerato un handicap che va superato, controllato per avere successo nella vita, per sentirsi forti, efficaci e ammirati dagli altri.

Eppure le emozioni possono essere effettivamente molto piacevoli. Ricordate cosa cantava il grande Lucio???

“ … seguir con gli occhi un airone sopra un fiume e poi ritrovarsi a volare e sdraiarsi felici sopra l’erba ….. e di notte passare con lo sguardo la collina per scoprire dove il sole va a dormire … parlare del più e del meno con un pescatore per ore e ore … e ricoprir di terra una piantina verde sperando possa nascere un giorno una rosa rossa … tu chiamale se vuoi emozioni …..

E noi vogliamo non solo chiamarle emozioni ma anche viverle al meglio assaporando tutto quello che ci possono portare ….. La creatività umana è strettamente collegata alle emozioni, alla capacità di viverle, valorizzarle e comunicarle.

La strada per ri-trovare se stessi passa attraverso un contatto profondo con le proprie emozioni sia piacevoli che spiacevoli. La vita è un continuum di emozioni . Non è possibile vivere una vita autentica senza di esse. E’ assurdo immaginare e impossibile da realizzare un momento felice che ne sia privo.

Purtroppo nella società contemporanea abbiamo dimenticato queste evidenti verità: scambiando una risonanza emozionale spontanea, autentica e profonda per una “più immobile indifferenza”. Questo può sembrare esagerato, perché basta accendere il televisore in un qualunque momento della giornata per assistere a pubbliche manifestazioni di sceneggiate emotive. Ma questo non significa che la gente sia capace di vivere emozioni autentiche e profonde. In realtà questi individui provano dei vissuti che sono artificiosi, privi di spontaneità e intensità. Assistiamo all’incapacità di relazionarsi in modo schietto con la realtà, di provare sentimenti naturali e profondi. Sono emozioni che non si vivono, ma si indossano, quasi fossero abiti,in determinate occasioni.

Molto spesso si identifica l’emozione con una sensazione di disagio, ci si focalizza più sulle emozioni spiacevoli che su quelle piacevoli. A questo proposito ho provato a fare una ricerca su Internet e ho trovato che le emozioni con più voci e più cercate  sono per lo più quelle che indicano sensazioni spiacevoli.

Gioia, meraviglia, allegria, soddisfazione, entusiasmo, sorpresa, speranza, tenerezza,felicità, appagamento, eccitazione, compiacimento,approvazione ….. sono parole in via di estinzione oppure usate a sproposito, vuote di ogni significato.

La gestione creativa delle emozioni comporta un contatto profondo con il proprio Sé emozionale. Mira alla crescita emozionale intesa non come spinta alla perfezione e all’autocontrollo ma come libera e positiva espressione di Sé nell’ambito di relazioni creative. Mira al successo non come acquisizione e aumento del potere ma come realizzazione di tutte le proprie potenzialità creative. Aspira alla felicità come piena consapevolezza del vissuto di un momento di gioia profonda e unica, anziché come ricerca ossessiva e rincorsa frenetica alla dimensione quantitativa del piacere superficiale, piatto e insapore.

Cosa sono in realtà le emozioni? Non sono una forza astratta e travolgente, sfuggente alla nostra volontà; sono in pratica un insieme di:

  • Sensazioni fisiologiche che coinvolgono vari organi
  • Sentimenti molto intensi
  • Pensieri, cioè frasi che mentalmente diciamo a noi stessi e immagini che noi stessi ci proiettiamo con gli occhi della mente

Gestire creativamente un’emozione significa quindi vivere in modo creativo sia le componenti fisica, affettiva e cognitiva, sia l’esperienza relazionale correlata ad esse.

Proviamo a fare un esempio: l’emozione piacevole di una passeggiata in bicicletta. Cosa significa vivere fino in fondo la bellezza del momento? Prima di tutto non distruggerne la piacevolezza con pensieri negativi anche se fanno parte del vostro presente. Provate ad azzerare tutto e a stare nel “qui e ora”. Sentite le braccia che guidano con sicurezza il manubrio. Le gambe che spingono con forza sui pedali. Sentite la meraviglia dei vostri polmoni che aspirano l’aria fresca piena di ossigeno e la trasformano in energia. Sentite la sintonia tra tutti i vostri organi: cuore, muscoli, polmoni, arterie, vene, naso, bocca, occhi, mani, gambe … E sentite l’armonia tra il vostro corpo, i sentimenti e il pensiero di questi istanti. L’armonia tra questo vostro Sé integrato e tutta la parte di mondo che vive questa esperienza con voi: gli alberi, la strada, il cielo, il vento che vi soffia sul viso, l’aria che vi entra dentro …. Vivete tutto questo con la profonda consapevolezza di esserne il protagonista attivo. Assolutamente concentrati sull’istante presente ….

“ … Onestamente Folco, questo mondo è una meraviglia. Non c’è niente da fare è una meraviglia. E se ci riesci a sentirti parte di questa meraviglia – ma non tu , con i tuoi due occhi e i tuoi due piedi; se Tu questa essenza di te, sente di essere parte di questa meraviglia – ma che vuoi di più, che vuoi di più? …” (Tiziano Terzani)

Immergetevi completamente e profondamente nell’emozione, e questo può succedere facendo varie cose come leggere un libro, ascoltare una musica, guardare un film oppure ascoltare vostro figlio che vi racconta cosa ha fatto con gli amici.

Staccate da tutto il resto e calatevi nell’emozione, anche se è una cosa che agli altri sembra infantile, anche se avreste tante cose serie e urgenti a cui pensare.

Lasciatevi andare in questo istante vitale, vi assicuro che ne risalirete ancora più creativi, più leggeri e più forti di prima. E anche, da non sottovalutare, più capaci di affrontare i vari impegni che avevate…..  è una opportunità per VIVERE!!!!

Come riconoscere e alimentare gli spazi del piacere …

BAMBINO CHE GIOCA 2

Il piacere è una ricchezza che può esistere ovunque, un aspetto possibile di ogni cosa che facciamo, una fonte di energia che ci rilancia nella vita e ci rende possibile conseguire obiettivi altrimenti lontani e difficili.

Ho sempre un po’ detestato il detto “prima il dovere e poi il piacere”, perché invece è possibile rendere piacevole il dovere, o perlomeno non renderlo spiacevole.

Ogni giorno al nostro risveglio, se vogliamo, possiamo dare un rapido sguardo agli impegni che ci attendono e viverli come una intollerabile sequenza di compiti, spostamenti, orari obbligati, impegni che ci limitano, che ci espongono a prove e sacrifici, ci soffocano. In quel momento il nostro sguardo seleziona i punti critici della vita perché siamo orientati a vederla così. Ci sono, altresì, persone felici che hanno mille appuntamenti e mille doveri, persone infelici che possono fare quello che vogliono.

Personalmente, comunque sia la giornata che mi attende, cerco sempre di godere del profumo del caffè di prima mattina, di sentire fino in fondo il brivido del corpo che si risveglia e vorrebbe ancora un po’ dormire, del mio cane che cerca la mia attenzione strofinando il muso sulle mie gambe. Sono attimi, piccolissimi momenti di piacere che migliorano l’umore. La sola idea che esistano, che siano possibili, mi dispone bene.

Ma il piacere deriva anche dall’accettare quello che è necessario fare, dal darsi la possibilità di arricchire il “dovere” con la nostra impronta. Il piacere è uno spazio creativo.

E se non ci sono spazi creativi nel nostro “dovere”? Il piacere non deriva tanto da “cosa” si fa, ma da “come” lo si fa. Imbustare mille lettere, incollare gli indirizzi e chiudere le buste non è il massimo della vita, ma se lo si fa approfittandone per pensare e sognare un po’ o ascoltando musica, può essere un lavoro gradevole e rilassante. Oppure insieme a qualcuno, approfittando dell’occasione per chiacchierare e scherzare. Il piacere è uno spazio relazionale.

Possiamo sentire piacere in modo travolgente quando sentiamo di crescere, di migliorare. Il piacere è uno spazio di sviluppo della mente.

Possiamo anche vivere il piacere di essere amati, riparati dai dolori, protetti dal male. Il piacere è uno spazio consolatorio.

Spesso chiedo ai miei clienti: “Cosa le dà piacere nella vita?” Molti si bloccano, riflettono e mi guardano con aria stupita. Nulla! Sentono che nella loro vita non c’è nulla di piacevole, ma soprattutto sentono che l’idea stessa del piacere è estranea al loro mondo interno, come se da tempi antichissimi avessero preso la decisione di non concedersi questa esperienza.

Siamo troppo spesso noi, non il mondo, ad eliminare questa possibilità dalla nostra vita. Anche quando ci sembra che siano stati gli altri, le circostanze avverse, i problemi, le cattiverie.

Ri-trovare dentro sé questa fonte di bene non è facile. Spesso bisogna attraversare conflitti, affrontare ansie, disobbedire a regole. Il piacere è uno spazio trasgressivo.

E ora arrivederci … ar-rivederci con piacere ….

L’Eroina che è in ogni donna

donna in viaggio

Ogni donna è il personaggio principale della propria storia di vita.

In lei è presente un’Eroina potenziale protagonista del viaggio che inizia con la sua nascita e prosegue per tutta la durata della sua vita.

Lungo il cammino potrà incontrare la sofferenza, la solitudine, scoprirsi vulnerabile, sperimentare il limite e imbattersi nella sua Ombra.

Ma potrà anche trovare significati, sviluppare il carattere, apprendere la saggezza, conoscere l’amore.

Il viaggio dell’Eroina è un viaggio di scoperta, di crescita e di integrazione di tutti gli aspetti di sé in una personalità intera e complessa.

Il compito più importante che spetta alla donna-eroina nel suo cammino verso l’individuazione è la capacità di scelta.

Muoversi dalla “dinamica immobilità” che la fa stare ferma in mezzo al crocevia delle possibilità, incerta sui propri sentimenti, astenendosi dalla scelta perché incapace di rinunciare a perdere qualcosa, oppure vittima-martire degli eventi che le passano sopra travolgendola o ancora sentendosi inadeguata ad accettare il rischio che ogni scelta comporta.

Assumersi la responsabilità di fare una scelta non sempre è facile , ciò che contraddistingue la donna-eroina è che lei lo fa!

La donna non-eroina, al contrario, si affianca alla scelta di qualcun altro invece di decidere attivamente se questo è quello che vuole fare.

Ciò che spesso ne risulta è una persona passiva, vittima degli eventi che, molto spesso dopo il fatto, dice:”Non era questo che volevo. L’idea è stata tua” oppure “Facciamo sempre e solo quello che vuoi tu”, non riconoscendo in questo modo la sua incapacità a prendere una decisione.

A parziale discolpa di questo tipo di comportamento va sottolineato che le radici della “scelta” affondano nel terreno dell’autostima.

L’autostima è il proprio modo di vedere se stessi e se stessi nella relazione con gli altri. Essa è una spia luminosa che di fronte ad un bivio ci segnala la strada da seguire.

Possedere una buona autostima significa essere consapevoli dei propri punti di forza e di conseguenza saper attivare le proprie risorse di fronte agli ostacoli e alla conseguente necessità di fare nuove scelte.

In origine la stima di sé si costruisce e si modifica sulla base delle caratteristiche individuali, dei successi o degli insuccessi che registriamo dentro di noi in diversi momenti della vita. Allo stesso tempo essa si modella anche in rapporto all’immagine che ci rimandano gli altri, alle loro valutazioni più o meno comprensive o incoraggianti.

Va anche detto che a causa di stereotipi culturali che rendono più difficile alla donna l’autodeterminazione, la via femminile all’autostima ha un percorso più lungo e tortuoso di quello dell’Eroe maschile.

Ha più fermate, giri più ampi e bisogno di più rifornimenti ma, forse proprio per questo movimento lento, contiene sfumature, dettagli, sensazioni e osservazioni che contribuiscono a formare una rappresentazione composita e multiforme di noi stesse.

La mutevole essenza di noi donne che tanto affascina l’Eroe sottende una molteplicità di bisogni e comportamenti che fanno emergere alcune diversità fondamentali rispetto al modo in cui uomini e donne sviluppano e vivono il senso di sé e del proprio valore.

L’Eroe e l’Eroina, cioè, differiscono sensibilmente nel modo in cui ai autorappresentano, vivono, agiscono e affrontano il Viaggio.

Ai primi posti per l’uomo c’è l’autonomia per la donna la relazione.

Con una metafora possiamo dire che lo sguardo dell’uomo guarda avanti, quello della donna guarda intorno a sé.

Questo in virtù dei diversi percorsi che hanno caratterizzato il processo di individuazione del maschile e del femminile.

Il primo rivolto soprattutto alla ricerca del “potere”, il secondo relegato al mondo degli affetti.

Il femminile è sovrano nel regno dell’anima, consigliere saggio e accorto, maestro dei sentimenti e di emozioni, ossia di quegli aspetti e di quei valori con il quale il maschile ha poca dimestichezza. Tutto questo a discapito della propria capacità ad autodeterminarsi.

Vita dura per la nostra Eroina nel suo cammino verso l’integrazione….

La nostra capacità di scelta, l’autoefficacia e la stima verso noi stesse sono sempre subordinate all’ abilità di “stare in relazione”.

Difficile spezzare la catena e darci il permesso di percepire noi e la nostra vita appagante e piena in senso integrale e non solo “in relazione a..”.

Da qui tutta una serie di ansie, paure di essere respinte, competitività e conflitti reali derivanti dall’impegno richiesto, dalla famiglia e dal lavoro cui si dedica tempo ed energia.

Possiamo quindi comprendere quanto sia profonda e diffusa la sensazione di non sentirsi adeguate se non si tessono e mantengono legami…

E’ indispensabile, quindi, sviluppare la capacità di “disobbedire” alle etichette appiccicate su noi stesse e sul mondo attraverso la ri-appropazione di tutti gli elementi “ombra” del femminile.

E la nostra Eroina si sentirà tale nel momento in cui si sentirà sufficientemente forte da poter affrontare il suo “drago” sviluppando la capacità di espandersi nell’ambiente andando verso l’altro e nello stesso tempo la capacità inversa di ritirarsi dal contatto, scegliendo di appartenersi.

Ed è in questa continua danza tra lo “stare in relazione” e scegliere di ascoltarsi che consiste l’equilibrio e l’integrazione.

A questo punto potremmo ridefinire la scala dei valori al femminile, inserendovi oltre al relazionarsi e al mantenere il legame, altre priorità come il potere personale, il coraggio e la determinazione a perseguire i propri obiettivi.

In conclusione il Viaggio verso la completezza si traduce nella capacità di essere attive e ricettive ad un tempo, autonome e intime. Si tratta di parti di noi che possiamo arrivare a conoscere attraverso le esperienze della vita, parti che sono innate a tutte noi e come dice Thomas Eliot:

“Non desisteremo mai dall’esplorare . E la fine di ogni nostro esplorare sarà giungere là donde siamo partiti e conoscere quel luogo per la prima volta”

Liberametne tratto da: M.Menditto – “Autostima al femminile” – Ed.Erickson

Buon Compleanno!

happy birthday scarabocchio

Ed eccomi a 56 primavere … traguardo importante che segna un mio personale punto di passaggio tra le mie due identità Genovese e Romana ….

28 anni trascorsi in mezzo ai “caruggi” della mia città natale e 28 vissuti tra i fasti della “grande bellezza” che mi ha adottata ……

Davanti a me come una pellicola vedo scorrere immagini della mia vita: fotogrammi impressi nella memoria, ricordi che ri-sento con il corpo.

Genova …. Il suo profumo … l’ombra del sole sulle case colorate … il vento di tramontana e il suo cielo azzurro … il mare che mi abbraccia … il suono della risacca che accarezza gli scogli …. una casa in mezzo ad un grande giardino ….

Il mio dolore così denso e compatto come trama di un tessuto in cui mi avvolgevo nel lunghi silenzi dei miei giorni spezzati.

Gomitolo di ragazza che non riusciva a trovare il filo per dipanare la sua vita. Ore buie, lacrime salate che non avevano fine.

E poi la fuga … desiderio di ri-trovarmi sotto un nuovo cielo …

Roma … sconosciuta … regale nella sua maestà … nascondermi anonima tra anonimi volti … prendermi per mano: solo io per me, un piede dietro l’altro alla ricerca di me stessa …

Tra la folla due occhi, una base sicura, sensazione di tregua, un posto dove riposare dopo le mie battaglie …. Vittorio che ha creduto in me da sempre, che ha visto al di là, che mi ha insegnato la fiducia …

E da noi due … Alessandro … per sempre …..

E tra salite, rocambolesche cadute, labirinti in cui le uscite apparivano come miraggi, pianure infinite, paesaggi spettrali, spicchi di luna in notti gelide ….

Eccomi qui all’alba di un nuovo giorno di vita …. Intera …. Unica …. Irripetibile …. SONO IO!!

Buon compleanno …. Gabriella …..!

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