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Il modello Iceberg: i bisogni di base che guidano i nostri comportamenti

ICEBERG

Photo by Marjorie Teo on Unsplash

Perché devo provare sempre questo terribile bisogno di far sí che gli altri vedano le cose come le vedo io? Doris Lessing

Per riuscire a trasformare ciò che c’è di disfunzionale nel nostro modo di comportarci è importante riconoscere i driver sottesi a nostro agire. Nel libro “Il potere di cambiare” di Giovanna D’Alessio ho trovato un’interessante modalità che può aiutarci in questo compito: il Modello Iceberg.

La metafora dell’Iceberg, che forse non tutti sanno trae le sue origini da un piccolo libro di Hemingway ”Il principio dell’Iceberg”, è un’immagine che è stata applicata a diversi ambiti nel corso della storia, come quello letterario e a quello delle risorse umane. Ai più, però, é nota soprattutto per l’uso che se ne fa in psicologia per spiegare la struttura della nostra mente secondo  il modello freudiano.

In questo libro, il Modello Iceberg descrive come i nostri comportamenti, ossia la parte di noi più visibile, siano in realtà la punta di un processo molto più complesso che ha inizio nella soddisfazione o meno dei nostri bisogni di base.

MODELLO ICEBERG

Il modello “Iceberg” dal libro sotto citato

Quindi il nostro agire, osservabile dagli altri, nasconde, subito sotto il livello dell’acqua, “pensieri ed emozioni”, che muovono le nostre azioni. Scendendo al di sotto dei pensieri e delle emozioni troviamo i nostri “valori” e le nostre “priorità” che influiscono, non poco, sui pensieri e sulle emozioni. Sotto a questi, ossia alla base di tutto: i “bisogni” soddisfatti o insoddisfatti.

Sono i bisogni a creare i filtri con i quali coloriamo il nostro modo di vedere e leggere noi stessi, il mondo e gli eventi che ci capitano.

Sono i nostri bisogni a creare i valori che a loro volta danno origine al modo in cui pensiamo e proviamo emozioni, le quali a loro volta generano i comportamenti.

Dalla base dell’Iceberg si innesca una serie di conseguenze sul modo in cui vediamo e rispondiamo al mondo; e dalla base dell’Iceberg derivano i nostri paradigmi.

Tutti noi nasciamo completamente vulnerabili e bisognosi di cure. La nostra sopravvivenza è completamente nelle mani di chi si prende cura di noi.

Dalla nascita oltre ai bisogni fisiologici di essere nutriti e accuditi, abbiamo una serie di bisogni psicologici che devono essere soddisfatti affinchè possiamo vivere e crescere in modo sano.

Quattro sono i bisogni di base fondamentali divisi a coppie polarizzate: da una parte c’è il ”bisogno d’amore e di appartenenza”, ossia il bisogno di percepire amore incondizionato, accettazione e riconoscimento. Dall’altra parte il “bisogno di autoespressione”, che significa sentirsi un essere indipendente che fa scelte autonome.

Un’altra polarità è costituita dal “bisogno di sicurezza”, quella sensazione di sentirsi al riparo da ogni pericolo. E la modalità in cui si concretizza questa sicurezza è la “prevedibilità”. Un ambiente sicuro è quello in cui il bambino ha la percezione che non solo oggi verrà sfamato e che la mamma ci sarà in caso di pericolo, ma che questo accadrà anche domani e nel futuro. Tuttavia se l’ambiente è sempre costantemente sicuro e prevedibile, può dare al bambino pochi stimoli necessari alla sua crescita. Ecco che all’altro polo troviamo il ”bisogno di varietà e imprevedibilità” che permettono al bambino di cimentarsi con le sfide utili al suo apprendimentoe di conseguenza al suo sviluppo.

Nei suoi primi mesi e anni di vita, ogni bambino ha come unica preoccupazione quella di ottenere la soddisfazione di questi bisogni (amore, espressione autonoma, prevedibilità e varietà) ed è fisiologicamente attrezzato, per mezzo del cervello rettiliano, a monitorare l’ambiente intorno a lui per identificare le fonti di soddisfazione dei bisogni oppure il pericolo che essi restino insoddisfatti.

La presenza dei bisogni è funzionale al nostro sviluppo perché ci fornisce lo stimolo ad agire, a cercare di ottenere quello di cui abbiamo bisogno evitando quello che è pericoloso per noi.  Quando questi bisogni sono soddisfatti, lo sviluppo del bambino non ha limiti. Se invece uno dei bisogni è stato negato totalmente o anche parzialmente, ecco che si innescano i meccanismi di protezione e la paura. Questa paura, poi, colorerà tutti i livelli sovrastanti dell’Iceberg e influirà in particolar modo sulle relazioni.

Quando il bambino non ottiene i quattro elementi necessari alla sua sopravvivenza (amore, sicurezza, varietà ed autoespressione) percepisce il pericolo e reagisce immediatamente. Quando questi pericoli vengono vissuti in modo molto forte e continuativo, egli immagazzina nel suo corpo le sensazioni associate a quei pericoli e sviluppa un profondo bisogno insoddisfatto che da adulto verrà rivissuto in maniera ugualmente potente non appena si presenterà una causa scatenante.

Quando il bambino cresce, l’adulto che si sviluppa si porterà dietro un bagaglio di bisogni. Alcuni sono funzionali a farlo avanzare nella vita, perché costituiscono un potente motore motivazionale. Altri, ossia quelli soddisfatti in modo condizionato o negati, costituiranno, invece, la base di tutti i comportamenti non funzionali e di molte paure ad essi associate.

Per parlare di questo, appuntamento al prossimo post ……

 

 

 

liberamente tratto da:

G.D’Alessio – Il potere di cambiare – Ed.Rizzoli

Il mio Albero della Vita

albero

Come un albero muovo le foglie dei miei pensieri ad ogni respiro quelle più prossime ondeggiano impazzite ….. pensieri irrisolti, tormentati, senza sosta.

Quelle riparate dalla folta chioma restano quiete ma non immobili cullate dalla brezza che riesce a raggiungerle …. momenti in cui le idee flutuano silenziose prima di trovare il loro posto….

Certezze e convinzioni si fermano per fare il posto al nuovo.

Ad ogni respiro corrisponde un battito che dal cuore raggiunge le radici fonti di vita renendole vive e pulsanti.

Protesi verso l’alto i rami, esperienze ed emozioni condivise … alcuni di essi dritti e semplici, altri si snodano in complicati giochi di intrecci.

Il tronco esile alla nascita ondeggia incerto ad ogni sbuffo di vento …. ora ruvido, spesso e compatto racconta la mia anima …. ogni anello un attimo di vita.

Nella corteccia le ferite, segni dei combattimenti vinti ….. la resina, lacrime diventate linfa.

Un albero nelle stagioni della vita: ad ogni primavera carico di gemme e fiori di rinascita …in estate rigoglioso e fiero con il sole che gioca tra i rami, in autunno scrolla le fronde alleggerendo i pensieri , in inverno coperto sotto una coltre di neve, in silenzio …..

In questa valle sono!!!

Tra le meraviglie che non hanno fine all’orizzonte prendo parte allo spettacolo della VITA!

Il dialogo interno

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“Le tue credenze diventano i tuoi pensieri

I tuoi pensieri diventano le tue parole.

Le tue parole diventano le tue azioni.

Le tue azioni diventano le tue abitudini.

Le tue abitudini diventano i tuoi valori.

I tuoi valori diventano il tuo destino”

Mahatma Gandhi

Vorrei riprendere un post in cui ho trattato questo argomento, ampliandone un po’ i concetti.

Non è banale interrompere il corso dei pensieri. Ne sa qualcosa chi si accosta per la prima volta alla pratica della meditazione. Provate a fermarvi un attimo e cercate di non pensare a nulla.

La tecnica consiste nel mettersi in una posizione comoda, lontano da possibili fonti di distrazione. A questo punto si applica il respiro consapevole, contando mentalmente le inspirazioni e le espirazioni, senza forzarle. Capita che tra un respiro e l’altro vengano alla mente le cose più strane: il lavoro che deve essere completato per domani, le chiavi dimenticate nella serratura, la bolletta del telefono da pagare …

I maestri insegnano a non opporsi al flusso naturale dei pensieri, ma ad accettarne il fluire come fossero rondini di passaggio. Occorre molto esercizio e anche una buona dose di umiltà e di pazienza per riuscire a spegnere, non fosse che per pochi minuti, il chiacchiericcio che di continuo si sviluppa dentro di noi, il cosiddetto “dialogo interno”.

Quando per esempio diciamo a noi stessi: “Uffa, un’altra giornata da dimenticare!” oppure “ che simpatica persona che ho incontrato oggi”, tutto questo è dialogo interno. Ma se è vero che parliamo continuamente con noi stessi, che cosa ci raccontiamo e, soprattutto, tutte queste chiacchiere ci fanno sempre bene?

Il fatto è che il dialogo interno non è tutto farina del nostro sacco, ma rappresenta i nostri “maestri interiori”, ricorda cioè quelle voci che ci hanno accompagnato negli anni della nostra formazione e che ci hanno inculcato principi e regole di vita potenzianti o limitanti, a seconda dei casi. Gli adulti di riferimento (genitori, nonni, insegnanti) ci hanno trasmesso, nel corso della nostra crescita, tutto ciò che reputavano essere per il “nostro bene”. Con le migliori intenzioni, insieme ad alcuni programmi educativi utili per vivere, spesso ci sono tramandati anche dei veri e propri killer personali. Le critiche distruttive che ci furono rivolte in passato quasi sempre hanno poi il potere di trasformarsi in etichette alle quali abbiamo finito per uniformarci.

Se, per esempio, ci hanno continuato a ripetere che avevamo un pessimo carattere, probabilmente si siamo rassegnati a “dover” litigare con tutti. Oppure ci sono state inculcate, sempre per il nostro bene, convinzioni limitanti da cui trae origine un dialogo interno negativo.

Ecco a titolo di esempio, alcune frasi autolesioniste di cui le persone si servono, con risultati facilmente prevedibili:

Non ci posso fare niente!!

Tanto non ci riesco!!

E’ impossibile!!

Non ce la farò mai !!

Io sono fatta così!!

Non fa per me!!

Mi hai fatto sentire una stupida!!

Che posso farci se sono giù!!

Tanto non cambierò mai!!

Nell’educazione, si usano, tradizionalmente, più rimproveri che incoraggiamenti, si preferiscono le critiche agli apprezzamenti e, come se ciò non bastasse, si ritiene che tutto questo sia “buona educazione”.

Se, distrattamente rovescio un bicchiere di vino sulla tovaglia pulita, può darsi che la mia prima reazione sia dire a me stessa “Come faccio ad essere così stupida?”. Ecco un esempio di dialogo interno che contiene una critica distruttiva, probabilmente la stessa che mi veniva rivolta quando ero ragazza.

Il prevalere della negatività, delle convinzioni limitanti,della paura è causa di malessere. Se, d’altra parte, è così naturale usare un dialogo interno negativo, come possiamo difenderci?

Poiché il dialogo interno non è un processo inconscio, è relativamente facile prenderne atto: possiamo facilmente ascoltare la vocina interna e registrare ciò che dice, senza giudicarla, come se scattassimo una fotografia e poi la osservassimo in ogni suo dettaglio. Registrare il dialogo interno ci permetterà infatti di migliorarlo. Chi è gentile con gli altri lo è, prima di tutto verso se stesso. Viceversa, le persone arroganti hanno quasi sempre un cattivo rapporto verso la propria persona: decisamente non si amano!!!

Il dialogo interno, come abbiamo visto, fa uso del linguaggio e questo è tanto più efficace quanto più fa uso di espressioni positive e potenzianti.

E’ importante usare frasi positive, perché l’inconscio non coglie le negazioni, è suggestionato solo dalla parola che evoca proprio ciò che vorremmo evitare.

Dire a se stessi “Non devo assolutamente commettere errori” equivale a dire “Devo assolutamente commettere errori”. Questo invito viene così registrato nell’inconscio e il genio della lampada, si sa, obbedisce a modo suo a questo genere di comandi.

E’ meglio anche evitare l’uso abituale di termini totalizzanti come mai, sempre, terribile, allucinante, anche se talvolta queste espressioni vengono usate in senso ironico. Il fatto è che diventano facilmente un’abitudine e influenzano negativamente l’emisfero destro del cervello.

Viceversa è ormai noto che il pensiero positivo favorisca il successo. Non si tratta di indossare una maschera sorridente o di recitare una parte in una commedia senza fine. Non posso dire “che bella giornata!” dopo che ho forato una gomma in autostrada, ho aspettato il carro attrezzi per due ore sotto il sole cocente e dopo un’attesa interminabile ho pure pagato un conto salatissimo. Non solo suonerebbe falso, ma sarebbe addirittura un insulto alla mia intelligenza.

Il pensiero positivo autentico deve basarsi su elementi reali e nasce soprattutto dall’assunzione di responsabilità: posso cambiare le cose e, se non lo posso fare, posso almeno cambiare atteggiamento e vedere come trasformare al meglio la situazione o come risolvere un problema.

Per questo è così importante imparare a gestire il proprio dialogo interno, trasformando le convinzioni limitanti in potenzianti con pazienza e fiducia ……

….. e non è ancora finito …. se ti è piaciuto o interessato l’argomento continua a seguirmi nel prossimo post ….

Abbattere i muri

abbattere muri

Cominciamo con una metafora …

Immaginate di esservi trovati nel bel mezzo di un campo aperto sul quale splendeva sempre il sole. Era un luogo bellissimo di gran luce ed apertura. Era talmente bello che avete deciso di viverci.

Quindi avete comprato il terreno e avete cominciato a progettare e a costruire la casa dei vostri sogni.

Avete gettato solide fondamenta, avete costruito la casa servendovi di blocchi di cemento per non avere problemi di decadimento ed infiltrazioni.

Avete costruito ampie finestre ed un tetto sporgente. Dopo aver installato le finestre vi siete resi conto che entrava parecchio calore ; quindi avete installato delle persiane di protezione che potevano anche essere chiuse a chiave per motivi di sicurezza.

Si trattava di una casa molto ampia capace di immagazzinare provviste sufficienti a garantire una completa autosufficienza. Avete perfino costruito un’ala separata per una persona tranquilla di vostra conoscenza che avrebbe tenuto in ordine la casa e vi avrebbe lasciato liberi di vivere in solitudine. E di solitudine si sarebbe trattato, poiché la vostra romantica ricerca includeva l’impegno a fare meno del telefono, radio, televisione o connessione Internet.

La vostra casa era finalmente finita e voi eravate molto entusiasti di viverci. Amavate il senso di apertura del campo e tutta la luce e la bellezza della natura. Ma più di ogni altra cosa, eravate innamorati della casa. Avevate riversato tutto il cuore e l’anima in ogni aspetto della sua progettazione , e si vedeva: esprimeva realmente “voi”. Infatti con il passare dei giorni avete finito per passare sempre più tempo in casa.

Poi vi siete resi conto che con le persiane e le porte ben sprangate, la casa aveva cominciato a prendere l’aspetto di una fortezza. E questo non presentava alcun problema per voi … anzi!

Quindi, poco a poco vi siete abituati a vivere in sicurezza all’interno dei confini della casa. Vi siete dedicati felicemente alle vostre attività di lettura e scrittura, tutto quello che avevate sempre voluto. In realtà la vostra vita lì era proprio comoda perché l’ambiente era completamente climatizzato e un moderno sistema di illuminazione vi procurava tanta luce quasi come quella del sole.

Trovavate la vostra casa talmente confortevole, gradevole e sicura che avete smesso del tutto di pensare al mondo esterno. Dopo tutto, l’interno risultava familiare, prevedibile e assolutamente controllabile. L’esterno invece era sconosciuto, imprevedibile e completamente fuori dal vostro controllo.

Tuttavia poiché non spegnevate mai le luci, ad un certo punto le lampadine , sfinite dall’usura, hanno cominciato a fulminarsi. Ed è stato allora che vi siete accorti del problema : nessuno vi aveva lasciato in dotazione delle lampadine di scorta.

Da quel momento in poi la sola luce che avevate a disposizione proveniva dalle poche candele che avevate tenuto per le emergenze. Ma ce n’erano molto poche, quindi le risparmiavate con cura. Poiché per indole amavate la luce, questo vi riusciva molto difficile; ma non abbastanza da costringervi a superare le paure che avevate sviluppato riguardo al lasciare la sicurezza rappresentata dalla vostra casa.

Alla fine, lo stress di vivere in quella oscurità ha finito per ripercuotersi sul vostro ben-essere.

Avete cominciato a preoccuparvi molto di tenere la casa illuminata. La sola luce di cui eravate a conoscenza , visto che la memoria del meraviglioso campo di grano inondato di sole ha cominciato via via a svanire dalla vostra mente, era quella che creavate nell’oscurità grazie alle vostre preziose candele. Eravate tagliati fuori da tutto e il solo conforto che avevate era il senso di protezione che vi garantiva la vostra casa.

Poi un giorno la governante, che condivideva con voi il bisogno di restare nell’ambiente sicuro della casa, vi ha chiamati giù in cantina. Siete rimasti senza parole davanti a ciò che avete visto: era stata trovata una intera riserva di torce elettriche, che potevano essere accese semplicemente agitandole.

Vi siete messe all’opera entrambe cercando di creare luce, bellezza e felicità all’interno dei confini della vostra casa. Avete addobbato ogni stanza facendo in modo che la luce continuasse a risplendere finchè non era tempo di andare a dormire.

Avete ricominciato a leggere e a scrivere, tutte attività che nel buio avevate abbandonato e sembrava fosse ritornato il paradiso.

Un giorno vi è capitato di trovare un libro nella vostra biblioteca. Ha suscitato il vostro interesse perché parlava della luce naturale che esiste all’esterno, il cui ricordo era scomparso dalla vostra mente. Parlava perfino di immergersi in quella luce. Ma si riferiva a molta più luce di quanta riusciste mai a immaginare, senza che qualcuno dovesse far nulla per crearla. Questo vi ha confuso. Dopo tutto, la sola luce di cui eravate a conoscenza era quella artificiale, prodotta dalle candele e dalle torce elettriche. Tutta la luce che eravate in grado di sperimentare si limitava a quanta riuscivate a crearne all’interno della casa. Ci avevate talmente a lungo che tutte le vostre speranze, i vostri sogni, la vostra filosofia e le credenze che avevate si fondavano sul fatto di trovarvi all’interno di quella casa buia.

Continuando la lettura di quel libro avete rintracciato la descrizione di una luce autonoma che risplendeva ovunque, che cadeva su tutto con costanza. Sebbene non aveste alcun punto di riferimento per comprenderlo, questo toccava qualcosa di profondo in voi.

Il libo poi affrontava il tema di uscire all’esterno, cioè di andare oltre le pareti del mondo che vi siete creati. In effetti, il libro affermava che, sebbene proviate attaccamento verso il mondo che avete creato per evitare l’oscurità e ne siate invaghiti, non conoscerete mai l’abbondanza della luce naturale che si trova oltre i confini della vostra casa…..

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Come è possibile uscire all’esterno?

la metafora sopra descritta di vivere all’interno di questa casa illustra come spesso ci imprigioniamo dentro i nostri pensieri e le nostre emozioni.

La nostra casa sono tutte le nostre esperienze passate, tutti i nostri pensieri, ogni concetto, punto di vista, opinione, credenza, speranza e sogno che abbiamo raccolto intorno a noi.

Abbiamo intessuto tutto questo facendone il mondo concettuale in cui viviamo. Questa struttura blocca completamente qualunque luce naturale . Abbiamo i muri di pensiero tanto spessi e chiusi da far sì che all’interno di quella costruzione non ci sia niente altro che buio.

Siamo talmente tanto assorbiti dal prestare attenzione ai nostri pensieri da non superare mai i confini che ci creiamo.

Quando ci avviciniamo alle nostre zone di confine, provando a far fluire l’emozione abbiamo la sensazione di dirigerci verso un abisso, una oscurità profonda.

Tuttavia se proviamo a considerare il muro non come qualcosa che ci protegge ma come qualcosa che impedisce l’ingresso alla luce, vorremo andare lì e toglierlo di mezzo. E’ necessario oltrepassare queste mura per tornare a vedere il sole.

In realtà, se ci pensiamo bene, non è  poi così difficile. Più volte, ogni giorno, il flusso naturale della vita si scontra con le mura che abbiamo eretto e cerca di abbatterle. Ma noi continuiamo a difenderle. Se avviene qualcosa che pone una sfida alle mura della nostra mente, diventiamo estremamente difensivi.

Abbiamo costruito un concetto di noi stessi, ci siamo calati dentro e ora difendiamo quella dimora con tutto quello che abbiamo a disposizione.

Ma se riflettiamo, cosa crea quella dimora interiore, se non le mura dei nostri pensieri, credenze, rimuginii? Pensieri ed emozioni spesso legate a situazioni che non esistono più; ma persistono al nostro interno e formano le mura entro cui viviamo.

E se qualcosa dall’esterno penetra dentro cercando di aprire una falla , ecco che paura e agitazione si impadroniscono di noi , mettendoci sottosopra poiché sfida l’edificio di pensieri in cui viviamo. Allora, per mettere le cose a posto cominciamo a fare le nostre razionalizzazioni che diventano toppe per quella falla e ritorniamo dietro le nostre barricate.

Proprio come quella persona, nella metafora, che piena di paura si è asserragliata nella casa buia in mezzo ad un campo illuminato dal sole, e che poi ha lottato per creare un po’ di luce, anche noi lavoriamo sodo per costruire entro i confini delle nostre muraglie un mondo migliore del nostro buio interiore. Decoriamo le pareti con i ricordi delle nostre esperienze passate e con i nostri sogni per il futuro. Ma, proprio come l’abitante della casa che era potenzialmente in grado di lasciare il suo mondo, auto-edificato e artificiale per uscire nella bellezza della luce naturale, anche noi possiamo uscire dalla nostra casa di pensieri in un mondo senza limiti.

La nostra consapevolezza si può espandere fino ad inglobare la vastità dello spazio … la vera liberazione si trova semplicemente dall’altro lato delle nostre mura. Possiamo uscire fuori lasciando semplicemente che sia la nostra vita quotidiana a smantellare le mura di cui ci circondiamo. Possiamo farlo anche solo evitando di fornire sostegno, manutenzione e difese alla nostra fortezza.

Immaginiamo che siano le mura a crollare aprendo davanti a noi un paesaggio di luce , dove finalmente ESSERE , lasciando che le emozioni tracimino per poi imparare a scorrere fluide nel loro letto come un fiume che trova da solo la strada verso il mare …..

Grazie mente, oggi non gioco!

la mente

Giudicare è uno dei modi più comuni con cui la nostra mente accresce il nostro malessere ; ma ce ne sono moltissimi altri.

Di seguito un elenco di domande e commenti comuni che la mente fa, i quali spesso suscitano o intensificano delle emozioni spiacevoli.

“Perché mi sento così?”

Questa domanda ci predispone a passare in rassegna tutti i nostri problemi, uno per uno, per vedere si riusciamo a identificare quello che ha causato le nostre emozioni. Naturalmente, questo ci fa stare peggio, perché crea l’illusione che la nostra vita sia fatta solo di problemi. Inoltre fa perdere un sacco di tempo in pensieri spiacevoli  (e questo processo ci aiuta in qualche modo pratico? Ci aiuta a fare qualcosa per migliorare la nostra vita?)

In genere ci si fa questa domanda perché si pensa che, se si riesce a trovare il motivo per cui si sta così “male” si riuscirà a trovare un modo per sentirsi meglio. Purtroppo questa strategia è quasi sempre controproducente; nella maggior parte dei casi non è importante “perché” esattamente sono emerse le emozioni spiacevoli; quello che conta è “come” si reagisce a da esse..

Il fatto fondamentale è sempre lo stesso: proviamo quello che proviamo! Quindi, se riusciamo ad imparare ad accettare le nostre emozioni senza per forza doverle analizzare, ci risparmieremo un sacco di tempo e fatica.

“Cosa ho fatto per meritarmi questo?”

Questa domanda ci predispone a dare la colpa a noi stessi. Rimastichiamo tutte le “brutte” cose che abbiamo fatto per cercare di capire perché l’universo abbia deciso di punirci. In questo modo finiamo per sentirci indegni, inutili, cattivi o inadeguati.

“Perché sono così?”

Questa domanda ci porta a frugare in tutta la storia della nostra vita alla ricerca dei motivi per cui siamo come siamo. Spesso l’unico risultato di questa domanda è rabbia, risentimento e scoraggiamento.

“Non ce la faccio!”

Fra le variazioni sul tema ci sono “Non lo sopporto!”, “E’ troppo per me”, “Avrò una crisi di nervi” e via dicendo. Sostanzialmente, la nostra mente ci sta dicendo che siamo troppo deboli per reggere la situazione e che se continueremo a sentirci come ci sentiamo ci accadrà qualcosa di brutto. (E’ una storia utile a cui prestare attenzione?)

“Non dovrei sentirmi così”

Questo è un classico. Qui la nostra mente contesta la realtà. La realtà è questa: in questo preciso momento proviamo quello che stiamo provando. Ma la nostra mente dice: “La realtà è sbagliata! Non dovrebbe essere così! Basta! Datemi la realtà che voglio io!”

Questa specie di lite con la realtà non si conclude mai a nostro favore. E serve a cambiare qualcosa?

“Vorrei non sentirmi così”

Pia illusione: uno dei passatempi preferiti dalla mente (“Vorrei avere più fiducia in me stessa”, “Vorrei non essere cos’ ansiosa”). Così possiamo passare ore e ore a immaginare quanto la nostra vita potrebbe essere migliore se soltanto provassimo emozioni diverse. (E questo ci aiuta ad affrontare la vita che conduciamo oggi?)

L’elenco potrebbe continuare a lungo. Basti dire che il sé pensante ha molti modi per acuire direttamente i nostri stati d’animo negativi o per farci perdere un’enorme quantità di tempo a ruminare inutilmente su di essi.

Quindi d’ora in avanti, cogli la tua mente sul fatto quando cerca di agganciarti con domande e commenti di questo tipo. Poi rifiutati semplicemente di stare al gioco. Ringraziala per aver cercato di sprecare il tuo tempo e concentrati invece su qualche attività utile o significativa.

Può esserti utile dire: “Grazie mente, ma oggi non gioco …!”

Abbattere i muri …..

abbattere muri

Cominciamo con una metafora …

Immaginate di esservi trovati nel bel mezzo di un campo aperto sul quale splendeva sempre il sole. Era un luogo bellissimo di gran luce ed apertura. Era talmente bello che avete deciso di viverci.

Quindi avete comprato il terreno e avete cominciato a progettare e a costruire la casa dei vostri sogni.

Avete gettato solide fondamenta, avete costruito la casa servendovi di blocchi di cemento per non avere problemi di decadimento ed infiltrazioni.

Avete costruito ampie finestre ed un tetto sporgente. Dopo aver installato le finestre vi siete resi conto che entrava parecchio calore ; quindi avete installato delle persiane di protezione che potevano anche essere chiuse a chiave per motivi di sicurezza.

Si trattava di una casa molto ampia capace di immagazzinare provviste sufficienti a garantire una completa autosufficienza. Avete perfino costruito un’ala separata per una persona tranquilla di vostra conoscenza che avrebbe tenuto in ordine la casa e vi avrebbe lasciato liberi di vivere in solitudine. E di solitudine si sarebbe trattato, poiché la vostra romantica ricerca includeva l’impegno a fare meno del telefono, radio, televisione o connessione Internet.

La vostra casa era finalmente finita e voi eravate molto entusiasti di viverci. Amavate il senso di apertura del campo e tutta la luce e la bellezza della natura. Ma più di ogni latra cosa, eravate innamorati della casa. Avevate riversato tutto il cuore e l’anima in ogni aspetto della sua progettazione , e si vedeva: esprimeva realmente “voi”. Infatti con il passare dei giorni avete finito per passare sempre più tempo in casa.

Poi vi siete resi conto che con le persiane e le porte ben sprangate, la casa aveva cominciato a prendere l’aspetto di una fortezza. E questo non presentava alcun problema per voi … anzi!

Quindi, poco a poco vi siete abituati a vivere in sicurezza all’interno dei confini della casa. Vi siete dedicati felicemente alle vostre attività di lettura e scrittura, tutto quello che avevate sempre voluto. In realtà la vostra vita lì era proprio comoda perché l’ambiente era completamente climatizzato e un moderno sistema di illuminazione vi procurava tanta luce quasi come quella del sole.

Trovavate la vostra casa talmente confortevole, gradevole e sicura che avete smesso del tutto di pensare al mondo esterno. Dopo tutto, l’interno risultava familiare, prevedibile e assolutamente controllabile. L’esterno invece era sconosciuto, imprevedibile e completamente fuori dal vostro controllo.

Tuttavia poiché non spegnevate mai le luci, ad un certo punto le lampadine , sfinite dall’usura, hanno cominciato a fulminarsi. Ed è stato allora che vi siete accorti del problema : nessuno vi aveva lasciato in dotazione delle lampadine di scorta.

Da quel momento in poi la sola luce che avevate a disposizione proveniva dalle poche candele che avevate tenuto per le emergenze. Ma ce n’erano molto poche, quindi le risparmiavate con cura. Poiché per indole amavate la luce, questo vi riusciva molto difficile; ma non abbastanza da costringervi a superare le paure che avevate sviluppato riguardo al lasciare la sicurezza rappresentata dalla vostra casa.

Alla fine, lo stress di vivere in quella oscurità ha finito per ripercuotersi sulla vostra salute fisica e mentale.

Avete cominciato a preoccuparvi molto di tenere la casa illuminata. La sola luce di cui eravate a conoscenza , visto che la memoria del meraviglioso campo di grano inondato di sole ha cominciato via via a svanire dalla vostra mente, era quella che creavate nell’oscurità grazie alle vostre preziose candele. Eravate tagliati fuori da tutto e il solo conforto che avevate era il senso di protezione che vi garantiva la vostra casa.

Poi un giorno la governante, che condivideva con voi il bisogno di restare nell’ambiente sicuro della casa, vi ha chiamati giù in cantina. Siete rimasti senza parole davanti a ciò che avete visto: era stata trovata una intera riserva di torce elettriche, che potevano essere accese semplicemente agitandole.

Vi siete messi all’opera entrambi cercando di creare luce, bellezza e felicità all’interno dei confini della vostra casa. Avete addobbato ogni stanza facendo in modo che la luce continuasse a risplendere finchè non era tempo di andare a dormire.

Avete ricominciato a leggere e a scrivere, tutte attività che nel buio avevate abbandonato e sembrava fosse ritornato il paradiso.

Un giorno vi è capitato di trovare un libro nella vostra biblioteca. Ha suscitato il vostro interesse perché parlava della luce naturale che esiste all’esterno, il cui ricordo era scomparso dalla vostra mente. Parlava perfino di immergersi in quella luce. Ma si riferiva a molta più luce di quanta riusciste mai a immaginare, senza che qualcuno dovesse far nulla per crearla. Questo vi ha confuso. Dopo tutto, la sola luce di cui eravate a conoscenza era quella artificiale, prodotta dalle candele e dalle torce elettriche. Tutta la luce che eravate in grado di sperimentare si limitava a quanta riuscivate a crearne all’interno della casa. Ci avevate talmente a lungo che tutte le vostre speranze, i vostri sogni, la vostra filosofia e le credenze che avevate si fondavano sul fatto di trovarvi all’interno di quella casa buia.

Continuando la lettura di quel libro avete rintracciato la descrizione di una luce autonoma che risplendeva ovunque, che cadeva su tutto con costanza. Sebbene non aveste alcun punto di riferimento per comprenderlo, questo toccava qualcosa di profondo in voi.

Il libro poi affrontava il tema di uscire all’esterno, cioè di andare oltre le pareti del mondo che vi siete creati. In effetti, il libro affermava che, sebbene proviate attaccamento verso il mondo che avete creato per evitare l’oscurità e ne siate invaghiti, non conoscerete mai l’abbondanza della luce naturale che si trova oltre i confini della vostra casa…..

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Come è possibile uscire all’esterno?

L’allegoria sopra descritta di vivere all’interno di questa casa illustra come spesso ci imprigioniamo dentro i nostri pensieri e le nostre emozioni.

La nostra casa sono tutte le nostre esperienze passate, tutti i nostri pensieri, ogni concetto, punto di vista, opinione, credenza, speranza e sogno che abbiamo raccolto intorno a noi.

Abbiamo intessuto tutto questo facendone il mondo concettuale in cui viviamo. Questa struttura mentale blocca completamente qualunque luce naturale . Abbiamo i muri di pensiero tanto spessi e chiusi da far sì che all’interno di quella struttura non ci sia niente altro che buio.

Siamo talmente tanto assorbiti dal prestare attenzione ai nostri pensieri da non superare mai i confini che ci creiamo.

Quando ci avviciniamo alle nostre zone di confine mentale, provando a far fluire l’emozione abbiamo la sensazione di dirigerci verso un abisso, una oscurità profonda.

Tuttavia se proviamo a considerare il muro non come qualcosa che ci protegge ma come qualcosa che impedisce l’ingresso alla luce, vorremo andare lì e toglierlo di mezzo. E’ necessario oltrepassare queste mura per tornare a vedere il sole.

In realtà, se ci pensiamo bene, non è  poi così difficile. Più volte, ogni giorno, il flusso naturale della vita si scontra con le mura che abbiamo eretto e cerca di abbatterle. Ma noi continuiamo a difenderle. Se avviene qualcosa che pone una sfida alle mura della nostra psiche, diventiamo estremamente difensivi.

Abbiamo costruito un concetto di noi stessi, ci siamo calati dentro e ora difendiamo quella dimora con tutto quello che abbiamo a disposizione.

Ma se riflettiamo, cosa crea quella dimora interiore, se non le mura dei nostri pensieri, credenze, rimuginii? Pensieri ed emozioni spesso legate a situazioni che non esistono più; ma persistono al nostro interno e formano le mura entro cui viviamo.

E se qualcosa dall’esterno penetra dentro cercando di aprire una falla , ecco che paura e agitazione si impadroniscono di noi , mettendoci sottosopra poiché sfida l’edificio di pensieri in cui viviamo. Allora, per mettere le cose a posto cominciamo a fare le nostre razionalizzazioni che diventano toppe per quella falla e ritorniamo dietro le nostre barricate.

Proprio come quella persona, nella metafora, che piena di paura si è asserragliata nella casa buia in mezzo ad un campo illuminato dal sole, e che poi ha lottato per creare un po’ di luce, anche noi lavoriamo sodo per costruire entro i confini delle nostre muraglie un mondo migliore del nostro buio interiore. Decoriamo le pareti con i ricordi delle nostre esperienze passate e con i nostri sogni per il futuro. Ma, proprio come l’abitante della casa che era potenzialmente in grado di lasciare il suo mondo, auto-edificato e artificiale per uscire nella bellezza della luce naturale, anche noi possiamo uscire dalla nostra casa di pensieri in un mondo senza limiti.

La nostra consapevolezza si può espandere fino ad inglobare la vastità dello spazio … la vera liberazione si trova semplicemente dall’altro lato delle nostre mura. Possiamo uscire fuori lasciando semplicemente che sia la nostra vita quotidiana a smantellare le mura di cui ci circondiamo. Possiamo farlo anche solo evitando di fornire sostegno, manutenzione e difese alla nostra fortezza.

Immaginiamo che siano le mura a crollare aprendo davanti a noi un paesaggio di luce , dove finalmente ESSERE , lasciando che le emozioni tracimino per poi imparare a scorrere fluide nel loro letto come un fiume che trova da solo la strada verso il mare …..

Osservati senza giudicare

fiore nelle mani

Cresciamo in un mondo in cui, se non ti dai da fare, se non appari vincente, se non punti alla realizzazione, sei un fallito. Introiettiamo queste idee, e per attuarle ci rivolgiamo a modelli esterni. Pensiamo di doverci cambiare, trasformare, diventare migliori…. E nello sforzo di diventare qualcosa che abbiamo in mente, diventiamo artificiali, tradiamo l’essenza che ci abita.

Occuparsi di sé significa “soltanto” guardare se stessi. Qualsiasi cosa si faccia occorre osservarsi senza esprimere alcun giudizio…

Mi vengono brutti pensieri? Io non li mando via li osservo dolcemente…

Non mi piace il lavoro che faccio? Ebbene, osservo me stessa che fa fatica….

Sto semplicemente nel presente a guardare le mie azioni.

Piano, piano mi accorgerò di esistere nel puro silenzio dell’osservazione e vedrò che lo spazio dell’osservazione si allargherà.

Via via che sarò diventata un “puro osservatore” mi accorgerò che la mia coscienza diventa sempre più nitida e svaniranno una dopo l’altra credenze, certezze, sicurezze, definizioni, rimpianti, rancori che sono il frutto delle nostre identificazioni e che ci rendono la vita impossibile.

Quando diciamo che in noi ci sono delle parti “brutte”, stiamo giudicando, non conoscendo. Crediamo che siano parti sbagliate, emozioni negative ed inaccettabili.

Allora la sofferenza e la disperazione ci invadono. Ma soffrire per un proprio modo d’essere significa che qualcosa sta lottando in noi per venire alla luce. Qualcosa spesso di molto prezioso, che nascondiamo anche a noi stessi. E che si riaffaccia in modi strani, incontrollabili e inopportuni, almeno finchè non sapremo accoglierlo, non gli apriremo le porte, lasciandogli spazio.

Guardiamo dolcemente quello che chiamiamo la “bruttezza” …. e saremo sorpresi.

Solo se accetto ciò che c’è dentro di me, tutto il “brutto” che mi appare, solo allora posso diventare ciò che sono. Accettarsi non è piacersi…e, in questa chiave, è molto più importante che volersi bene.

Un grande osservatore scopre, che è diventato se stesso, è fiorito col “suo” fiore. Non è più una fotocopia.

Ognuno di noi è l’originale, l’utopia è voler essere a tutti i costi la fotocopia…..

Sugli stati d’animo

stati d'animo 1

“Noi siamo le sole creature sulla terra che possono cambiare la propria biologia col modo in cui pensiamo e sentiamo.”Deepak Chopra

Che cosa sono i miei stati d’animo? Sono tutto ciò di cui prendo coscienza quando esco dai miei automatismi quotidiani, quando mi astraggo dall’agire e mi lascio andare all’osservazione di quanto succede dentro di me.

Gli stati d’animo sono l’eco che risuona dentro di me di quello che sto vivendo, o di quello che ho vissuto, o di quello che non ho vissuto ma mi sarebbe piaciuto vivere, o di quello che spero di vivere.

Sono anche quello che mi continua a ronzare nella testa dopo che mi sono detto: va bene, basta, smettila, non pensarci più.

Insomma gli stati d’animo sono un intero universo, sono il cuore pulsante del nostro legame con il mondo.

Dal punto di vista psicologico si potrebbero definire gli stati d’animo come contenuti mentali consci o inconsci, in cui si mescolano sensazioni fisiche, sottili emozioni e pensieri automatici,e che influenzano la maggior parte dei nostri atteggiamenti. Di solito non prestiamo loro una particolare attenzione, né ci sforziamo di capirli, o di integrarli alla nostra riflessione. Per fortuna tutto questo lo fanno per conto loro: il ruolo e l’influenza che esercitano su ciò che siamo e che facciamo sono immense.

Pensiamo a quanto ci influenzano le nostre malinconie, i nostri dispiacere. Pensiamo alle nostre collere espresse o meno, ma così spesso sproporzionate rispetto ai fatti immediati: tutto questo non proviene forse dal rimuginio di stati d’animo di risentimento, di rancore, oppure di umiliazione e di inquietudine? Stati d’animo rimuginati da tempo, e tanto più potenti quanto meno se ne è consapevoli.

I nostri stati d’animo sono qualcosa di più che pensieri o emozioni: sono la loro mescolanza. Nessuna emozione è priva di pensiero, nessun pensiero è privo del ricordo, nessun ricordo può esistere senza emozione, etc …. Gli stati d’animo sono l’espressione di quella grande commistione indissociabile di tutto ciò che succede dentro di noi e intorno a noi: un misto di emozioni e pensieri. Di corpo e di mente, di fuori e di dentro, di presente e di passato.

Questa mescolanza è ovviamente tanto ricca quanto complessa: unica, labile, sempre rinnovata, mai esattamente la stessa. Come le onde del mare.

Gli stati d’animo non sono solo un accumularsi di idee, emozioni o sensazioni ma sono anche la sintesi che operiamo automaticamente  tra il dentro (stato fisico e visione del mondo) e il fuori (come reagiamo a quello che ci succede); essi collegano passato, presente e futuro in una visione coerente di insieme.

Un’altra caratteristica degli stati d’animo è che perdurano ben oltre le situazioni che li hanno giustificati o scatenati.

Per parlare dei nostri stati d’animo disponiamo di diversi termini: disposizione di spirito, umori, sentimenti . Gli inglesi parlano di feeling, mood . Un bel termine che ho trovato sfogliando vari articoli è “sentimenti di fondo” , la base, lo sfondo da cui poi emergono i nostri diversi “sentire”.

Vi sono diversi modi di accostarsi ai propri stati d’animo. Spesso dobbiamo fermarci e rimanere in ascolto del rumore di fondo; come quando passeggiamo nel bosco, ci fermiamo e tendiamo l’orecchio: allora sentiamo il vento, gli alberi, gli uccelli …. Tutti i rumori che se non restiamo in ascolto ci sfuggono. Il semplice fatto di fermarci e osservare ciò che mormora dentro di noi è sufficiente. Poi, se vogliamo andare un po’ più lontano, scendere un po’ più in profondità, potremo imparare ad ascoltare i nostri stati d’animo per esempio con la mediazione o con la scrittura del diario.

A proposito di meditazione vorrei concludere questo primo post sugli stati d’animo con una metafora a cui si ricorre sovente nella meditazione zen: la cascata.

Ognuno di noi può osservare i propri stati d’animo, restando nelle loro immediate vicinanze, come quell’uomo che, mentre camminava, si è insinuato dietro la cascata, e per un momento si è trovato al riparo tra la roccia e il torrente che precipitava, un po’ bagnato, un po’ tremante, ma protetto e privilegiato.

Uno degli obiettivi della meditazione di “piena consapevolezza” è appunto quello di mettersi per un momento da parte e guardare i propri stati d’animo che passano, scomporli, capirli. Ma senza cercare di arrestarne il flusso: a chi potrebbe venire in mente di fermare l’acqua di una cascata? ….

Sviluppare la propria intelligenza emotiva

intelligenza emotiva

E continuando a viaggiare sulla strada che porta alla libertà e all’autonomia affettiva , incontriamo un altra grande risorsa che ci può aiutare nel cammino: l’intelligenza emotiva.

L’intelligenza emotiva è la capacità dell’individuo di gestire le proprie emozioni così da agire in maniera coerente in funzione di quello che è e compiere scelte che gli siano favorevoli.

Sviluppare la propria intelligenza emotiva richiede una buona dose di attenzione verso i propri veri sentimenti, in modo da identificarli, esaminarli e farne un’analisi lucida.

Numerosi fattori influenzano l’intelligenza emotiva di una persona. Il fatto di essere cresciuta in un ambiente sano, di aver potuto appropriarsi degli strumenti necessari durante la sua crescita o di aver progredito sul piano personale rappresentano fattori che facilitano lo sviluppo di questo tipo di intelligenza.

L’intelligenza emotiva è la capacità di descrivere le emozioni a parole, di inquadrarle con sufficiente precisione per poterle esprimere nella maniera più “sana” e coerente possibile. Riuscendo a distinguere le emozioni, diventa più facile esternarle e comunicarle apertamente. Abbiamo così una migliore comprensione di quello che viviamo e siamo meno prigionieri dei nostri turbini emotivi.

Se riusciamo poi a identificare e a isolare le emozioni dominanti è più facile capire ciò che viviamo individuando così più chiaramente quello che succede nel nostro universo interiore. L’acume che sviluppiamo viene applicato anche a coloro che ci circondano. Acquisiamo una sensibilità particolare che ci permette di capire più facilmente quello che vive l’altro e quello che tenta di esprimere; il mondo delle emozioni ci è meno alieno.

Avere una migliore comprensione del nostro vissuto emotivo ci permette di collegare le emozioni ai pensieri. Le emozioni influenzano i pensieri, le azioni e le percezioni. Più facilità abbiamo a decodificare rapidamente le nostre emozioni e più siamo consapevoli del loro impatto sui nostri pensieri.

Sviluppando la nostra intelligenza emotiva, siamo così maggiormente in grado di vedere il collegamento tra quello che viviamo e quello che pensiamo; i nostri pensieri possono allora influenzare positivamente le emozioni, permettendoci di prestare più ascolto ai nostri sentimenti e di cercare di armonizzarli con le nostre azioni. Tutto questo si manifesta soprattutto quando compiamo scelte coerenti con quello che avvertiamo. Ci concediamo il tempo di decantare prima di prendee decisioni, di ascoltare maggiormente con il nostro cuore. Rimanendo ricettivi, vigili e paerti a quello che le nostre emozioni hanno da dire, invece di crogiolarci nel diniego e di fuggirle, permettiamo alla nostra intelligenza emotiva di svilupparsi finendo per essere molto più in armonia con noi stessi e migliorando il nostro modo di comunicare.

Essere all’ascolto di sé per il dipendente affettivo, che spesso si sente confuso sul piano emotivo, è qualcosa da imparare.

Quando le emozioni si presentano in blocco e il dolore che le accompagna è forte, la paura sovente fa in modo che tutto venga represso. Può succedere che una situazione vissuta faccia talmente male che non si sa da quale parte iniziare per districare questo groviglio di emozioni e pensieri.

Anni trascorsi ad evitare le nostre emozioni ci allontanano dai nostri bisogni, da quello che siamo. Più prendiamo in considerazioni il nostro sentire, più la comunicazione con noi stessi migliora, cosa che esercita ripercussioni favorevoli sul nostro modo di comunicare con chi ci sta vicino. Essere all’ascolto di sé apre la porta ad una comunicazione più autentica con l’altro: ci apriamo ed in questo modo invitiamo l’altro ad aprirsi.

Quantunque sia ipersensibile ai bisogni e alle aspettative altrui, il dipendente affettivo scarseggia in quanto a comunicazione. Dato che dubita di se stesso ha paura ad aprirsi e ad esternarsi. Più impara a conoscersi e a stimarsi, più va diritto al punto. Si creano così comunicazioni più chiare con gli altri. La comunicazione è sempre meno inquinata dal filtro della dipendenza.

Prestando più attenzione, il dipendente affettivo sviluppa una migliore qualità dell’ascolto e questo risana il suo rapporto in quanto, come ben sappiamo, la comunicazione rappresenta il cemento di una relazione ….

Come saldare il debito e ri-nascere …..

rinascere

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Eccoci all’ultimo passo per liberarci dal famigerato blocco emotivo che impantana il nostro progredire verso una vita piena e soddisfacente.

Una volta esaminate le singole componenti del sentimento, desideriamo liberare il corpo e la mente dai vincoli a cui sono stati finora sottoposti: l’unico modo per farlo è accettare e amare il “sentimento”.

E’ necessario, cioè, presumere che esso, pur avendoci creato il disagio e l’ansia, aveva una sua funzione. Se vogliamo veramente liberarcene, non basta distruggerlo: relegandolo all’oblio, restiamo vuoti, e tale vuoto dovrà essere riempito. Il sentimento originario, infine, si ripresenterà: se riusciamo a liberare il sentimento bloccato, ma non troviamo un nuovo modo per soddisfare il nostro bisogno, ne elaboreremo uno nuovo, atto a riempire il vuoto. Questo nuovo stato emozionale creerà altrettanto danno di quello passato.

Se invece consapevolizziamo il bisogno, coperto dal sentimento problematico ed adottiamo un modo più adeguato per soddisfarlo nel rispetto di noi stessi, ci liberiamo facilmente da sensazioni e credenze negative, aprendoci al rifluire dell’energia. In tal modo permettiamo la crescita di quelle parti di noi che sono rimaste intrappolate.

Esistono vari tipi di debiti o di bisogni, ma i due principali sono: quelli generati dalla paura e quelli generati dall’amore.

I debiti generati dalla paura si fondono sul timore delle conseguenze; derivano da una pulsione interiore a evitare le responsabilità, dall’amore per se stessi o per gli altri. Tutti abbiamo le nostre paure, il che non significa che siamo cattive persone ma che, probabilmente, durante la nostra crescita il nostro sistema energetico non si è sviluppato completamente perché qualcosa o qualcuno non lo ha permesso. Tali debiti ci paralizzano: il piccolo ferito resta in noi, bloccato nel sentire, e ci dominerà, nel timore di perdere il controllo. Solo quando soddisferemo le sue esigenze, potrà tornare nuovamente ad essere bambino.

Alcuni di questi debiti potrebbero essere:

  • Devo evitare di crescere
  • Devo evitare di correre rischi
  • Devo evitare di farmi male
  • Devo evitare di ricordare esperienze dolorose
  • Devo evitare di ripetere esperienze dolorose
  • Devo evitare il fallimento
  • Gli altri possono prendersi cura di me.

I debiti generati dall’amore sono di per sé, sacrificali: implicano, cioè, la scelta di mortificarsi per fare stare meglio gli altri o per evitare di essere feriti

A questa schiera appartengono:

  • Devo salvare la vita a qualcuno
  • Devo alleviare il dolore di qualcuno
  • L’altro viene prima di me
  • Devo espiare le mie colpe
  • Devo essere utile
  • Devo imparare una lezione

Identificare un debito riguardante un problema emozionale richiede una totale onestà nei confronti di se stessi o di un altro individuo.

Ricordiamoci che il cambiamento è un processo , una presa di coscienza anche dei nostri limiti per far venire alla luce un soggetto nuovo che , nonostante la fatica, ha l’espressione serena di una donna che ha appena partorito uno splendido bambino: se stesso!

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Esistono molte tecniche per scoprire il debito da pagare che ci rende schiavi nello stato di blocco, quelle che io uso più frequentemente nei percorsi di crescita che propongo sono:

Scrivere la storia della propria vita:

Prendete un blocco e una penna. Pensate ad un problema che vi causa insoddisfazione e frustrazione. Scrivete la storia della vostra vita in funzione di tale problema: a tal fine potete seguire il cammino dell’Eroe, ovvero di una persona che impara qualcosa, attraverso varie prove, e che diviene migliore, più forte e capace di condividere con gli altri la sua esperienza.

Voi siete l’Eroe della storia, il soggetto con il problema emozionale, che cavalca direttamente verso di esso, che lotta e lo supera, che vive per raccontare la sua esperienza e che infine torna a casa. Voi siete l’Eroe che dalle difficoltà ricava il bene.

Le tappe del viaggio sono le seguenti:

  • Iniziate a “casa” descrivendo la situazione familiare e quello che vi causa il problema.
  • Uscite di casa. Cosa vi succede, mentre viaggiate per il mondo?
  • Combattete contro il drago, ovvero contro il problema emozionale che vi crea il disagio. Descrivetelo, conoscetelo. In che modo è meglio avvicinarlo? Trattarlo? Combatterlo?
  • Sconfiggete il drago. In che modo supererete l’ostacolo rappresentato dal drago/sentimento? A quale risorsa dovete ricorrere per sconfiggerlo? Che saggezza è necessario avere per trasformare il drago?
  • Tagliate la testa al drago. Cosa avete appreso dalla lotta?
  • Accettate la ricompensa. Che cosa significa per voi questa lotta nell’ambito della vostra vita? Quali energie, conoscenze e ricchezze è necessario che accettiate per cambiare?
  • Tornate a casa. Tutti gli eroi tornano da dove sono venuti. Come vi sembra adesso il punto di partenza?

Dopo aver scritto la vostra storia provate a riflettere sul significato che ha per voi oggi

 

Un altro esercizio utile è il seguente:

Identificate un problema che non riuscite apparentemente a risolvere. Ponetevi queste domande:

  • Che sensazioni avete quando ci pensate? Scrivetele sotto forma di elenco.
  • Quali credenze si associano ad ogni sensazione? Scrivetele sotto forma di affermazione , ad esempio:

 

 

Sensazioni suscitate dal problema

Credenze correlate con il problema
 
Tristezza Ferisco gli altri quando affermo la mia verità
Paura Posso essere ferita dagli altri se chiedo qualcosa
Panico Nulla può fermare questo schema

 

  •  Valutate ogni credenza ed associatela ai pensieri, come ad esempio:

 

Credenze correlate col problema Pensieri
 
Ferisco gli altri quando affermo la mia verità Posso ferire. Possono affermare la mia verità.
Posso essere ferito dagli altri quando chiedo qualcosa Posso essere ferito. Posso chiedere qualcosa.
Nulla Può fermare questi schemi Io ho degli schemi. Gli schemi non possono essere fermati da nulla, a quanto mi risulta

 

Prendete i pensieri ed associateli alle sensazioni così come vengono percepite:

  • Mi sento triste quando affermo la mia verità e gli altri mi feriscono e, così, decido quando condividere qualcosa o no.
  • Ho paura quando chiedo qualcosa, e vengo ferito. Così, domando ad altri, finchè trovo qualcuno disposto ad aiutarmi.
  • Cado in preda al panico quando scopro di avere degli schemi, e non so come bloccarli. Così, chiedo a chi non li ha di aiutarmi.
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