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Riflessioni sull’amore

cuori ponte milvio

“Ogni relazione significa definire se stessi attraverso un altro e definire l’altro attraverso se stessi” Ronald Laing

Oggi 14 Febbraio San Valentino, celebrazione universale dell’amore romantico.

Rito annuale dell’amore alla Peynet dove un lui e una lei teneramente seduti su una panchina aprono le finestre dei loro cuori l’uno all’altra.

Festa di tutti quegli innamorati che a Roma hanno circondato i lampioni di Ponte Milvio con i lucchetti come pegno delle loro promesse.

Ma l’amore è realmente questo valzer di cuoricini, fiori, palloncini, stucchevoli cioccolatini… languidi baci e tenere carezze????

A questo punto chi mi legge potrebbe dire:” ma che sei scema??? Lo sanno tutti che amore è anche impegno, progettualità, confronto,darsi reciproco, arrendevolezza …”

Allora vi potreste chiedere  quale è lo scopo di questo post al di là di una mera disquisizione accademica sulle varie facce dell’amore. In realtà l’idea di fermarmi a riflettere sull’universo amore mi è venuta sollecitata dalle esigenze di alcuni miei clienti di esplorare le varie facce dei loro mondi “d’amore” .

  1. uomo passionale fatto di viscere e cuore vorrebbe “perdersi, affondare nell’Amore… darsi alla follia” – “sentirci, amarci, sprofondare l’uno nell’altra, l’altra nell’uno… perdere i confini, sperdersi nel deserto e nella tormenta dei sensi…” per poter esorcizzare la morte “rompendo la cadenza del dolore” . Per lui amore è Eros contrapposto a Thanatos.
  2. giovane donna in perenne ricerca del Principe Azzurro che sogna ogni mattina di trovare dietro l’angolo, incastrata invece in rapporti impossibili con uomini “tormentati” per paura di guardarsi intorno rischiando di trovare l’uomo giusto.
  3. innamorata della seduzione, perennemente in bilico tra il rapporto “serio” ed i sobbalzi del cuore.
  4. E ed E. imprigionate nel ruolo di mamma-compagna.
  5. M.che dopo gli “anta” ha finalmente scoperto la passione e si sente finalmente una donna completa.
  6. P.che al contrario, dopo gli anta, ha abdicato alla passione per una serena e un po’ noiosa laguna senza increspature.
  7. ragazzo giovane già “cinicamente” consapevole delle trappole del cuore.

Il filo che unisce tutti questi cuori è il voler ri-trovare lo stato nascente, la pietra miliare da cui tutto ha avuto inizio nella consapevolezza del “qui e ora”.

E il punto di partenza è sempre ri-trovare se stessi, innamorarsi di se stessi come individui autonomi e indipendenti.

Non si può donare ciò che non si ha. Amare significa essenzialmente dare. Possiamo trasmettere amore all’altro esclusivamente in proporzione all’amore che abbiamo per noi stessi.

Inoltre per poter far dono di se stessi è necessario che vi sia un Sé da offrire e una matura consapevolezza di esso, perché solo un Sé autonomo e libero può essere contemporaneamente individualista e altruista.

Esistono diversi tipi di dipendenza  camuffata da amore, e relazioni di scambio fondate sulla necessità, ma neanche queste sono amore autentico, profondo, spontaneo, poiché questo è legato alla capacità di essere autonomi , quindi non vincola bensì è liberatore.

Nell’atto d’amore il momento di estasi si realizza nella massima unione, nella fusione e con-fusione di testa, cuore e viscere, che consente di attraversare il confine tra l’una e l’altra identità. In questo darsi e trovarsi l’orgasmo può allora essere libero da controlli, ostilità o trionfo, in quanto esiste una interdipendenza di due Sé autonomi che non temono il momentaneo annullarsi e confluire uno nell’altro, poiché sanno tutti e due che da questo temporaneo mescolarsi le due rispettive individualità non potranno che uscire più ricche e più forti.

Proviamo quindi a considerare la “coppia” come un essere/avere “un compagno nella stanza a fianco” . Come quando, vivendo sotto uno stesso tetto ciascuno può stare da solo in una stanza nella consapevolezza però che l’altra stanza non è vuota, bensì ricca di un’altra presenza, non obbligata, ma in ogni momento liberamente raggiungibile e allo stesso modo liberamente allontanabile.

Allo stesso modo, nella coppia psicologicamente matura dove ciascun elemento è autenticamente libero, la consapevolezza del proprio stare insieme costituisce la “casa” calda, rassicurante e gratificante. Ciascuno dei partners, in questo modo, si sente con-tenuto sapendo di poter entrare/uscire dalle “stanze” secondo le rispettive intime esigenze. Anche uscendone, infatti la casa rimane come punto di riferimento e continuità. In tal modo la sicurezza dell’agibilità dell’altro placa la fame di simbiosi e rende capaci di vivere fuori di lui ,cioè autonomi, e nello stesso tempo disponibili a lui, in quanto liberi.

Danzare sul filo del rasoio …

danzare sul filo 2

Riflessioni dopo una sessione di counseling …..

Il grande paradosso dell’amore è che ci stimola ad essere pienamente noi stessi e a rispettare la nostra verità individuale, e al tempo stesso anche ad abbandonarci senza riserve. Se ci allontaniamo troppo da noi stessi avvicinandoci al partner, cominciamo a perderci, se però ci tratteniamo e rimaniamo troppo autosufficienti, non è possibile un contatto profondo.

Se una relazione vogliamo che vada avanti non è possibile restare aggrappati ad una posizione unilaterale. Momento per momento è necessario essere capaci di mantenere le nostre posizioni, ma anche di lasciarci andare e modificare la nostra prospettiva se cambia la situazione. Non possiamo aggrapparci a nessuna delle situazioni sicure e abituali, sia di separatezza che di fusione, sia di dipendenza che di indipendenza, sia di attaccamento che di distacco.

Ecco perché vivere in genuina presenza e intimità con un’altra persona ci costringe a vivere sul margine dell’ignoto.

Un confine o un margine, come punto di incontro di due mondi differenti, è un luogo di enorme potere. Sulla riva, dove si incontrano mare e terra, si sprigionano energie poderose e tumultuose. La nostra pelle è elettrica, perché in essa si riconciliano l’interno e l’esterno, il sentimento e il mondo.

L’essenza di una relazione è di riunire gli opposti, pertanto ci fornisce continuamente l’opportunità di passare dall’una all’altra parte di noi: maschile e femminile, noto e ignoto, amore e paura, condizionato e incondizionato, cielo e terra. L’alchimia dell’amore fiorisce in questo gioco, perché il calore e il contrasto delle differenze fra due persone spingono ad esplorare nuovi modi di essere. Tuttavia, la nostra paura dell’ignoto, spesso, ci induce a chiuderci e tirarci indietro dal margine vibrante dove i nostri opposti si incontrano e a volte si scontrano.

Così, se ci teniamo a usare le grandi occasioni che le relazioni ci offrono, dobbiamo imparare a restare vigili e aperti rispetto alla paura, alla tensione e all’ambiguità che esse fanno nascere.

Il confine dove gli opposti si incontrano è affilato come il filo del rasoio, poiché incide attraverso la serie di abitudini e routine comode e familiari che identifichiamo con “me”, “come sono io”. Riconosciamo questo filo sensibile ogniqualvolta sentiamo l’acutezza del contatto, l’intensità dell’essere toccati, colpiti e trafitti da un altro.

Nell’aprirci all’altro incontriamo l’ignoto; ci sentiamo vulnerabili, incerti sul da fare. Aprirci? Proteggerci? Un po’ di ciascuna cosa? Che ne sarà di noi se non ci aggrappiamo alle vecchie strategie? Dove ci porterà? Che fare? … Ci gira la testa ….

Nessuna di queste domande può portarci ad una soluzione soddisfacente ma solo a distoglierci dal filo del rasoi dove ci sentiamo trafitti dal nostro amore e dalla nostra vulnerabilità. Perché sentiamo il bisogno di essere trafitti in questo modo, ci sentiamo più pienamente svegli e vivi.

Qui sul filo del rasoio, scopriamo l’essenziale precarietà dell’amore. Qui possiamo anche imparare a danzare con il flusso e l’incertezza che si presentano continuamente in una relazione. Un acrobata non mantiene la sua posizione su una corda tesa tentando di tenersi in perfetto equilibrio. Piuttosto lascia che il suo equilibrio lo faccia muovere avanti e indietro, trovando così nuovi equilibri.

Aprirsi a un altro, inevitabilmente, mette alla prova anche il nostro equilibrio interiore, smuovendo parti di noi da cui ci siamo da tempo distaccati. Perciò, in una relazione, ogni momento di incertezza indica diversi lati di noi stessi o quei lati che cercano di raggiungere un nuovo equilibrio tra di loro. Possiamo scoprire come procedere, in questi momenti, soltanto osando sentire e riconoscere entrambi i lati e vedere dove ci portano.

Così, invece di attenerci a un qualche stato di ideale armonia, possiamo imparare a far uso dell’azione stessa di cadere da un estremo all’altro per risvegliarci e vedere dove siamo e, nel risveglio, trovare un nuovo equilibrio.

Naturalmente può fare abbastanza paura mantenersi in equilibrio sul filo del rasoi, esplorando cosa significa essere presenti rispetto ad un’altra persona, senza contare più sulle vecchie strategie e formule. In questo caso la paura è un richiamo perché ci stiamo muovendo da un territorio noto ad uno ignoto e più vasto che sta davanti e intorno a noi. Ci mette in guardia dal non dare nulla per scontato restando svegli rispetto a quanto ci sta succedendo e rispetto a quello che la situazione richiede.

La paura e la vulnerabilità che sentiamo, quando non abbiamo niente di concreto in mano, ci indica che stiamo evolvendo. Così, sebbene qualcuno abbia detto “l’amore è abbandonare la paura”, questa visione appare semplicistica e visto che la paura è la compagna dell’intimità, potremmo piuttosto dire che “l’amore è fare amicizia con la paura “ ….

Dal padre all’altro

ranocchie principi

“ L’uccisione dei vecchi genitori, il loro smembramento e la loro neutralizzazione sono la condizione necessaria per ogni nuovo inizio …” E.Neumann

Io penso che sia sempre possibile creare una relazione d’amore che contenga una sana autostima personale, la ricerca di Sé e una proiezione non nevrotica dell’ideale sul nostro fidanzato, se noi ci impegniamo in un lavoro personale di cura delle ferite della nostra infanzia.

Infatti, fortunatamente, noi non siamo il nostro danno passato, lo abbiamo subito ma possiamo trasformare il danno in dono, per poter vivere al meglio ora la nostra esistenza.

Per sviluppare una sana capacità di amare è necessario, innanzi tutto, non metterci in una posizione emotiva rigida che ci costringe a scegliere tra dipendenza dell’altro o autonomia, dare o ricevere, ragione o sentimento, luce o ombra: nell’incontro amoroso bisogna sapersi aprire a un percorso trasformativo di noi stesse e dell’Altro, in cui tutti questi aspetti trovino un loro spazio comune.

Inoltre, possiamo maturare in noi stesse la possibilità di vivere una “buona” relazione d’amore se riconosciamo l’altro come un essere umano separato da noi , (ma con un interesse simile al nostro, per la costruzione di un rapporto autenticamente reciproco) e, nello stesso tempo, proviamo un’attenzione curiosa e autentica per la sua diversità.

Dobbiamo imparare a ricostruire, dentro di noi, un’immagine vera dell’altro: inizialmente noi creiamo un rapporto con l’altro idealizzandolo, e in seguito, attraverso l’esperienza diretta dell’incontro, possiamo riconoscere le nostre proiezioni su di lui e questo ci permette di stabilire un contatto più diretto e reale.

Allo stesso modo, è proprio il confronto vero con l’altro che ci permette di avanzare nel nostro percorso di crescita individuale: amando l’altro anche nei suoi aspetti Ombra, impariamo ad amare e ad accogliere noi stesse.

In un rapporto d’amore autentico anche noi dobbiamo essere pronte a giocarci, esprimendole, le nostre parti oscure avendo fiducia che l’altro possa accoglierle e integrarle nella relazione, in modo costruttivo. Vedere insieme all’altro la nostra Ombra ci permette di collocarla nel rapporto sentimentale in modo maturo, evitando che diventi un elemento distruttivo.

Così come l’altro, riacquista ai nostri occhi l’aspetto di principe, dopo che anche il suo lato Ombra è stato integrato dentro di noi, allo stesso modo ognuna può sentirsi principessa, anche con le sue parti oscure, e “sposare il suo principe”.

Saper amare in modo “sano” vuol dire passare da “essere come l’altro” ad “essere con l’altro” autenticamente, e questo ci aiuta nella realizzazione personale perché l’amore è crescita, piacere, gioia di vivere, complicità, senso di appartenenza.

L’esperienza dell’amore svolge la funzione di uno spazio interiore, il vaso degli alchimisti, dove la combinazione di elementi diversi dà origine all’oro, in cui si possono comporre le forze opposte del maschile e del femminile, per giungere alla realizzazione della totalità del Sé.

Credo quindi che valga la pena di riflettere e approfondire cosa determini le nostre scelte sentimentali, proprio perché ritengo che l’amore sia una straordinaria forza propulsiva che può aprire a noi stesse la via d’accesso al nostro Sé più profondo.

Ma per completare il nostro processo di crescita nella capacità di amare l’altro occorre, anche, che ognuna di noi torni al proprio padre idealizzato/perduto e gli permetta di morire in pace.

“Uccidere i vecchi genitori” vuol dire saper rinunciare per sempre al padre reale, a quel luogo magico di aspettative infantili: lasciar morire quel che deve morire, per permettere la nascita di un nuovo maschile interno, il nostro Animus, che ci guiderà nella scelta adeguata dei nostri partner …

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Liberamente tratto da:

M.Morganti – Figlie di padri scomodi – Ed.FrancoAngeli

Perché relazionarsi è così difficile?

abbraccio 1

“ Siate due colonne che sostengono lo stesso tetto, ma non cercate di possedere l’altra persona, lasciate che rimanga indipendente. Sorreggete lo stesso tetto: quel tetto è l’amore “ K.Gibran

Perché non sei ancora un vero essere. Dentro di te c’è un vuoto interiore e hai paura che, entrando in relazione con qualcun altro, prima o poi questo vuoto sia portato allo scoperto; ti sembra quindi più sicuro mantenere una certa distanza dalla gente, così almeno, puoi fingere di esistere.

Non sei ancora nato; sei solo una potenzialità, non sei ancora un essere completo, e soltanto due persone realizzate possono relazionarsi.

Due semi non possono entrare in relazione, perché sono chiusi; due fiori possono relazionarsi, perché sono aperti, e possono effondere il loro profumo l’uno verso l’altro, possono danzare nello stesso raggio di sole e nello stesso alito di vento e possono dialogare e sussurrare fra loro. Ma per due semi tutto ciò è impossibile, perché sono completamente chiusi, privi di finestre: come potrebbero relazionarsi?

La situazione in cui ti trovi è questa: l’essere umano nasce sotto forma di seme, e può diventare un fiore oppure restare un seme. Dipende tutto da te, da cosa decidi di fare; crescere o no dipende interamente da te; si tratta di una tua scelta, ed è necessario affrontarla momento per momento, perché ogni istante rappresenta un crocevia.

Milioni di persone decidono di rinunciare a crescere, restano semi e si fermano allo stato potenziale; non sanno cosa sia la realizzazione e l’attuazione del proprio essere, non sanno cosa significhi ESISTERE, e vivono e muoiono in modo del tutto vuoto. Come possono relazionarsi? Se lo facessero metterebbero in mostra se stesse, la propria nudità, sembra quindi molto più saggio  mantenere le distanze.

Persino gli amanti mantengono le distanze; si avvicinano solo fino a un certo punto e stanno molto attenti a indietreggiare al momento giusto; stabiliscono confini che non attraversano mai, restandone imprigionati. Certo tra di loro esiste una sorta di legame, ma non è quello della relazione, bensì quello del possesso. Ma possedere non significa relazionarsi, al contrario, il possesso distrugge ogni possibilità di entrare in relazione.

Entrare in relazione con una persona significa rispettarla: non puoi possederla. Quando ci si relaziona, c’è riverenza e si giunge ad essere davvero molto, molto vicini, in profonda intimità, senza però interferire con la libertà dell’altro, che resta un individuo indipendente. La relazione che si crea non coinvolge un soggetto ed un oggetto ma due soggetti alla pari.

Perché milioni di persone hanno scelto di rimanere semi? La ragione delle loro scelta è che la condizione del seme è più sicura di quella del fiore. Il fiore è fragile, mentre il seme sembra molto più resistente; il fiore può essere distrutto molto facilmente, perché basta una raffica di vento per far volare via i suoi petali, mentre il seme non può essere disperso dalle correnti con altrettanta facilità, perché è protetto, al sicuro.

Il fiore è molto esposto e, pur essendo così delicato, è sottoposto a moltissimi rischi: può arrivare un forte vento, può piovere a dirotto, il sole può essere troppo caldo … Ad un fiore può accadere qualsiasi cosa ed è costantemente in pericolo, mentre il seme è al sicuro; per questo milioni di persone scelgono di rimanere semi , il rischio è troppo forte.

Ma restare semi significa rimanere in uno stato di morte, senza un minimo di vitalità; certo, si tratta di una condizione sicura, ma priva di vita. La morte è una cosa sicura, mentre la vita è incertezza! Chi vuole VIVERE davvero dovrà farlo in mezzo al pericolo; chi desidera raggiungere la vetta deve assumersi il rischio di smarrirsi; chi vuole salire fino alla cima più alta deve correre il rischio di cadere e di scivolare. Più è grande il desiderio di crescere, più occorre accettare il pericolo.

Il primo requisito per relazionarsi è ESSERE, diventare un vero individuo, perché se ESISTI veramente, nasce anche un grande desiderio di avventura, di scoperta e quando sei pronto ad andare in esplorazione, sarai anche pronto per relazionarti…….

 

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liberamente tratto da:

Osho – il mistero femminile – Mondadori

Cambiamento e sofferenza ….

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Il vero cambiamento parte da noi stessi. Una volta formata la propria autorappresenzatione, ogni persona cerca di mantenere le definizioni di sé nel mondo che la caratterizzano. Perché avvenga realmente un cambiamento, deve modificare il suo copione.

La persona deve accettare la sofferenza della perdita di questa narrazione di sé che l’ha accompagnata fin qui, per poter poi attivare le proprie risorse e potenzialità, nella ricerca di nuove modalità di relazione con se stessa e con il mondo.

Per ridurre il dolore si può chiedere aiuto ad altri, per esempio counselor, psicoterapeuti, oppure insegnanti o una nonna saggia, per attraversare il momento della sofferenza.

Nella nostra società il superamento costruttivo di queste fasi è reso più difficile dalla mancanza di riti di passaggio. In lacune tribù degli indiani d’America, ad esempio, esistevano alcuni riti per l’”addestramento alla sofferenza”.

Ma la vita va anche presa per quello che è, non credo che esista una strada che allevi totalmente il dolore nell’abbandonare certe illusioni: possiamo solo mitigarlo condividendo i vissuti, imparando i modi che la nostra comunità ha codificato per elaborare questa difficile esperienza della crescita.

Pensiamo alle parole: “Sono cambiata, qualcosa mi ha cambiata, pago perché qualcuno mi cambi…”. Il fattore trasformativo che noi attribuiamo al cambiamento sembra essere dovuto ad un bisogno odierno di numerare, elencare ed esaudire le possibilità di cambiamento, per controllarlo in modo quasi maniacale.

Così facendo dimentichiamo che la nostra identità è frutto anche del contatto imprevedibile con l’altro.

A volte cioè, è necessario rischiare l’incontro, con tutta la carica di ignoto che essa porta con sé. Solo quando mi denudo di fronte a te, quando cade la maschera, in quel momento la vita pianta un seme di speranza, perché la sofferenza generata dalla novità dell’incontro con la novità del contatto con l’altro formi un suo significato.

Questo vuol dire fidarsi e lasciarsi andare alla vita, nonostante tutto.

Il cambiamento crea sempre un po’ di scompiglio: occuparci di ciò che ci è familiare è automatico e ci rassicura, ci fa sentire il controllo su noi stesse e sui nostri sentimenti.

Intraprendere con decisione una situazione nuova, invece, ci fa perdere l’illusione del controllo di noi e del nostro mondo emotivo, fa nascere il timore di poter perdere cose per noi importanti. Ogni scelta implica una perdita, se non altro, quella di abbandonare l’immobilità.

In questo senso, la sola decisione di passare ad agire per noi stessi, trasgredendo e smobilizzando le antiche etichette alla nostra persona, porta nuova linfa nella nostra vita.

Non siamo più quelli di prima, stiamo accettando il rischio della novità e del cambiamento: le caratteristiche dell’eroismo stanno facendo capolino dentro di noi!!!

 

Avere relazioni consapevoli (2° parte)

relazioni consapevoli

“La consapevolezza è un processo al quale tutti noi siamo chiamati ad aderire: nessuno ci ha educati all’amore, nessuno ci ha insegnato ad AMARE. Semplicemente, ognuno di noi ha come modello di relazione quello dei genitori e, più o meno inconsciamente, tende a vivere le sue relazioni affettive o replicando il primo o creandone uno diametralmente d opposto. Quello che ci hanno insegnato con la nostra educazione (il comportarci bene, l’avere buone maniere, avere regole e valori), non è assolutamente sufficiente. La mancanza di consapevolezza è una delle cause dell’infelicità umana che ci porta sempre a fare gli stessi errori perché vengono ignorati i meccanismi sottostanti. Spesso non siamo neppure consapevoli dei nostri bisogni affettivi e delle nostre paure e nella relazione di coppia, proprio dove questi vengono maggiormente amplificati, questa non conoscenza porta a enormi sofferenze”

(http://www.buonerelazioni.it/2011/02/07/la-consapevolezza-nelle-relazioni-damore/)

Quando entriamo in una relazione amorosa lo facciamo con aspettative e desideri più o meno espliciti. Sappiamo bene quali sono i nostri? E quelli del nostro partner? E sappiamo bene che nessuno è su questa terra per rimarginare le nostre ferite ? E che è necessario chiedere al partner se vogliamo che i nostri bisogni siano soddisfatti?

Molti tutto questo non lo sanno, o preferiscono evitare di saperlo, e, se qualcosa li turba, si aspettano dal loro partner completa disponibilità e comprensione illimitata senza esplicitare nulla. Non si rendono conto che anche il loro partner ha lo stesso desiderio, e neppure di quanto raramente riesca a soddisfarlo. Psicologicamente non si sono mai evoluti oltre lo stadio della relazione genitore-figlio, che è essenzialmente asimmetrica : il figlio prende, il genitore dà incondizionatamente.

Tutti noi abbiamo la responsabilità all’interno di una relazione; è necessario avere ben chiaro se la qualità dello scambio ci soddisfa e in caso contrario , se pensiamo che ci siano margini di recupero confrontarci, dialogare. L’intento deve essere quello di imparare qualcosa, crescere e non di giustificare i propri comportamenti . Difendere a tutti i costi le nostre posizioni è contrario alla consapevolezza.

Parlate con due persone innamorate da anni e scoprirete che agiscono nei confronti dell’altro con un alto livello di attenzione. Non danno mai nulla per scontato. Rimangono consapevoli dei valori e dei tratti che li hanno fatti innamorare inizialmente, e li rilevano nei loro incontri e nel loro interagire di ogni giorno. Hanno mantenuto la capacità di vedere e apprezzare. Il loro amore è attivo mentalmente. Se, al contrario, si è passivi mentalmente, nessuna eccitazione può durare, né l’amore romantico, né nessun altra passione. Se la passività mentale è la normalità e la consapevolezza attiva l’anormalità, l’idea di un amore durevole può essere percepita solo come un illusione, e la nostra condizione abituale è la noia.

Se amiamo consapevolmente sappiamo che il modo in cui reagiamo al partner comporta un continuo processo di scelta. Se il mio compagno esprime un desiderio, sono consapevole di come reagisco e di effettuare una scelta. Se il mio compagno esprime un bisogno, qualunque cosa io scelga di fare, la faccio consapevolmente. Inoltre, non eleggo il mio umore del momento ad autorità massima o guida infallibile delle mie reazioni.

A volte, nonostante tutta la mia buona volontà, non riesco a fare quello che il mio partner mi chiede, ma questo non mi impedisce di trattare i suoi desideri con rispetto. Posso comunicargli che lo amo anche quando non mi sento di assecondarlo.

Ognuno di noi mette nell’amore un diverso livello di consapevolezza. Alcuni, la minoranza, ce ne mettono moltissima, ma la maggioranza tollera in quella che dichiara essere la relazione più importante della propria vita un livello di non-consapevolezza veramente scioccante. Per queste persone, la “casa” è dove vanno a riposare dalla faticosa giornata di lavoro.

Amare consapevolmente non significa sottoporre la relazione ad una continua analisi. Spesso questa “analisi” è un esercizio che ha ben poco a che fare con la consapevolezza. Bisogna invece saper Vedere ed Ascoltare. Prestare attenzione. Dare un chiaro feedback. Osservare le proprie emozioni e quelle del partner. Osservare la qualità della comunicazione. Notare il carattere della relazione così come viene ricreata ogni giorno.

Una delle cose più significative da osservare è la gestione dei conflitti. Nei momenti di frizione, chi fa che cosa? Si cerca di trovare una soluzione o un colpevole? Si prova a capire o ci si critica a vicenda? Le differenze vengono viste con benevolenza o con paura ed ostilità? Che cosa è più importante: proteggere il rapporto o giustificare se stessi? Se ci si allontana, chi fa il primo passo per ri-avvicinarsi? Che cosa fa l’altro nel frattempo?

Se quello che vediamo non ci piace, possiamo provare comportamenti diversi. Ma questa possibilità esiste solo se vediamo con chiarezza i nostri comportamenti attuali. Se la radice di tutti i mali è la negazione della realtà, la radice di tutte le virtù è il rispetto di essa.

Quanto sei consapevole tu che leggi queste righe? Stai facendo un paragone con la tua vita? Oppure l’intero discorso fluttua nel regno remoto e prudente dell’astrazione?

Anche in questo caso possiamo osservare la relazione reciproca tra autostima e vivere consapevolmente: più la nostra autostima è alta, più è probabile che operiamo consapevolmente all’interno della relazione amorosa. E più operiamo consapevolmente, più alimentiamo la nostra autostima. Ecco perché una relazione può essere veicolo di crescita personale. Accettando questa sfida, si cresce anche come persone …..

Ricordiamoci che “la premessa fondamentale è che tutte le nostre relazioni sono basate su quella che abbiamo con noi stessi. Non possiamo infatti imparare ad amare gli altri se non riusciamo ad amare noi stessi” (http://www.buonerelazioni.it/2011/02/07/la-consapevolezza-nelle-relazioni-damore/)

Avere relazioni consapevoli

RELAZIONE 1

 Photo by: http://www.flickr.com/photos/richardstep/7438002534/

Il livello di consapevolezza con cui trattiamo gli altri varia in funzione della natura del rapporto. Razionalmente, più la relazione è importante per noi, più vi prestiamo attenzione; in questo modo se amiamo e ne siamo coscienti (cioè se non siamo solo ciecamente infatuati), capiamo quella persona sicuramente meglio di quanto non capiamo chiunque altro.

A qualunque livello di intimità, uno dei modi per trasmettere il nostro rispetto ad un altro essere umano è mettere consapevolezza nell’incontro; cioè vederlo, ascoltarlo e rispondergli in modo che l’altro si senta compreso. Al contrario, con la distrazione  trasmettiamo mancanza di rispetto, come dire: “tu, i tuoi pensieri e le tue emozioni non siete degli della mia attenzione.

Abbiamo una profonda necessità di essere visti, capiti e apprezzati in modo coerente con la nostra percezione di noi stessi. E’ così che sperimentiamo una forma di oggettività sul nostro io e le sue espressioni, vale a dire una forma di autoaffermazione.

La necessità di questa esperienza è insita nella nostra natura umana, e quando viene frustrata ne risentono la crescita e il benessere generale.

Quando i bambini vengono trattati non come persone, ma come oggetti fastidiosi o buffi gocattoli, si sentono invisibili e la loro autostima spesso soccombe. Se un uomo sente di essere visto dalla moglie non come un essere umano ma come un oggetto di successo o una macchina dalle grandi prestazioni, oppure quando una moglie si sente vista dal marito non come una persona ma come un oggetto sessuale o un trofeo, il risultato è un senso di invisibilità, e la relazione ne soffre.

Il grido muto: “quando parli con me, per favore, vedimi” significa: “quando parli con me, per favore, siine consapevole”.

Quando mettiamo nell’incontro con un altro un alto livello di consapevolezza, ci accorgiamo di quello che dice, del suo aspetto e del sottotono emotivo della sua comunicazione. Registriamo molte più informazioni del contenuto letterale delle sue parole. Ma nel contempo siamo consci anche delle nostre parole e del nostro sottotono emotivo, nonché dei molteplici segnali che noi stessi inviamo. Sarebbe ingenuo pensare che gli altri reagiscano solo, e ricevano solo, le nostre dichiarazioni verbali. Quindi, se agiamo con attenzione, riconosciamo la complessità dei nostri scambi, e le nostre reazioni riflettono in vari gradi la nostra consapevolezza.

Non tutti gli incontri richiedono tuttavia questo livello di concentrazione; è il contesto a determinare il giusto livello di consapevolezza.

Domandiamoci: che cosa vuol dire agire consapevolmente in una relazione amorosa?

Amare un altro essere umano significa conoscere e amare la sua persona. Questo presuppone un impegno a vedere e capire l’oggetto del nostro amore. L’”amore” senza vista e conoscenza è una contraddizione di termini. Come posso di dire di amarti se non ti vedo, non so chi sei e non mostro nessun desiderio di saperlo? Sarebbe come dire: “per favore, non distrarmi con la realtà di quello che sei. Sono tutta presa dal mio sogno di te”.

Molti hanno una relazione con, o sposano, non una persona, ma una fantasia, e poi se la prendono con quella stessa persona perché non è all’altezza della loro fantasia. Evitano di esaminare i processi mentali che li hanno portati a selezionare proprio quel partner preferendo prendersela con un mondo in cui la strada della non-consapevolezza non porta alla soddisfazione finale.

Le ragioni per cui ci innamoriamo di una persona sono molte complesse, e non tutte prontamente accessibili alla coscienza. Uno dei piaceri degli innamorati è proprio quello di cercare a livelli sempre più profondi i tratti del partner che li ispirano e li eccitano. Questo processo può andare avanti per anni e diventare una fonte incessante di piacere e di crescente intimità.

Ma all’inizio della relazione in genere possiamo chiederci: che cosa mi piace e mi stimola di più in questa persona? Che cosa mi piace dei suoi progetti? Che cosa ammiro nel suo carattere? Ho delle riserve, dei dubbi? Se sì, a quale proposito e come posso verificarli? Che cosa non mi piace e che importanza ha per me nella scala dei miei valori? Che cosa sembriamo avere in comune, e perché penso che sia così? In cosa potremmo essere incompatibili e perché penso che sia così?

Forse non riusciremo mai ad elencare tutti gli elementi che ci ispirano amore e attrazione, ma questo non deve fermare i nostri tentativi di identificarne quanti più possibile, perché è uno dei modi in cui cresce l’amore e l’intimità, sempre che la relazione abbia una base solida e sana……

se ti è piaciuto questo post seguimi domani per la seconda parte ….. 🙂

Amor proprio e amore per gli altri

amare se stessi 6

…. Essere amanti di se stessi è la base di ogni relazione

La mia idea di un incontro sano è quella di due persone centrate su se stesse che dividono il loro cammino senza rinunciare a chi sono. Se non sono centrata su me stessa è come se non esistessi. Se non so chi sono, se non rispondo a questa prima domanda, come potrò incontrarti sul mio cammino?

Ma è difficile accettare questa idea dell’amore, soprattutto perché va contro tutto quello che abbiamo imparato. La società cerca in molti modi di insegnarci a privilegiare il prossimo. Ci viene detto, per esempio, che se stiamo insieme a qualcuno qualunque cosa sia importante per lui deve esserlo anche per te.

Ogni volta che dico che dovremmo accettare il fatto di essere il centro della nostra esistenza e che il nostro punto di vista è più importante di quello degli altri, qualcuno sbotta indignato:” questo è un modo di pensare egocentrico!”. Io rispondo: “Si, certo. E’ egocentrico, o meglio “ego-centrato”. E per di più è salutare che lo sia. Il male non è essere centrati su se stessi. Quello che è folle è voler essere il centro della vita di un altro”.

Inevitabilmente, per apprendere questa idea dell’incontro bisogna avere il coraggio di essere protagonisti della propria vita, perché se manca il protagonista, non si può fare il film. “Tu puoi essere molto importante nella mia vita, posso volerti bene ed essere disposta a cedere un poco, oltre me stessa, amo anche te; però non voglio essere obbligata a scegliere tra i due … Scommetto con tutto il cuore su noi due. Ma se mi costringerai a scegliere fra me e te … sceglierò me….”

Non bisogna confondere l’espressione di questo sano egoismo con il comportamento dei miserabili, gli avidi o gli avari che sono un’altra cosa.

Parlando di me, ripeto sempre la stessa cosa: mi dà tanta soddisfazione compiacere le persone che amo e, da vera egoista, non voglio rinunciarvi. Questo lo chiamo egoismo solidale. Non voglio smettere di allietare la vita, alleggerire il cammino e colmare di sorrisi le facce di chi mi sta intorno. Ma non lo faccio per loro, lo faccio per me. E c’è una bella differenza.

Se io facessi una cosa per te, non potrei continuare a sostenere il valore dell’autodipendenza. Il mio comportamento non dipenderebbe da me, bensì da quello di cui hai bisogno e allora, poco a poco, senza rendermene conto, comincerei a diventare dipendente.

Tutto comincia quando smetto di fare qualcosa perché credo che non ti farebbe piacere o ne faccio un’altra perché so che è quello che ti aspetti da me. Se nel mio desiderio di compiacerti sono diventata dipendente, ci saranno ogni volta sempre più cose alle quali sarò costretta a rinunciare. E non credo che questo porti a niente di buono.

Quell’idea tanto legata alla religione cristiana “amerai il prossimo tuo come te stesso”, non deve essere interpretata se non per ciò che è. Essa non dice “amerai l prossimo tuo “più” di te stesso”, bensì “come” suggerendo che questo è il massimo che uno può pretendere dal suo amore per il prossimo.

L’amore per gli altri si crea e si nutre ma comincia da quello verso se stessi. Quanto più mi godo la mia vita, quanto più piacere sono in grado di provare, tanto maggiore è la mia capacità di innamorarmi di me stessa e degli altri.

Il contatto corporeo: un linguaggio da recuperare

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“Nell’abbraccio – ciò che è stato spigolo, linea interrotta, groviglio – diventa di nuovo, come per miracolo, cerchio perfetto.” F.Caramagna

Il contatto corporeo rappresenta una delle dimensioni più penalizzate della comunicazione e quindi più bisognosa ad essere riabilitata e sviluppata.

Il gesto più emblematico di tale dimensione è l’abbraccio, che non va visto solo come gesto tra amanti o genitori e figli, bensì come una forma di saluto e di incontro per conoscere meglio l’altro. In alcuni popoli e culture ci si abbraccia perfino tra sconosciuti, che anzi, grazie all’abbraccio non sono più tali.

Tuttavia nel mondo occidentale il contatto corporeo e l’abbraccio sono molto poco frequenti, perfino tra parenti e amici, e quando ci si abbraccia lo si fa in maniera frettolosa, sfuggente, con il minimo di contatto fisico e di durata, quasi a manifestare una paura della dimensione corporea.

Si preferisce comunicare molto di più attraverso le parole che con il linguaggio del corpo. Eppure attraverso un abbraccio ben fatto si può entrare in sintonia con l’altro molto di più che con centomila parole.

A questo proposito ricordo l’abbraccio meraviglioso di una mia cliente, un contatto di empatia profonda, un grazie reciproco vissuto senza parole.

Secondo alcune scuole di pensiero, che appoggio in toto, l’abbraccio ha il potere di facilitare i processi di guarigione del corpo e della mente ed è fondamentale riappropriarsene.

Quindi se fa così bene abbracciarsi, perché lo facciamo così poco? Tutta colpa di alcuni tabù, che limitano il contatto corporeo a poche intime situazioni, riservando l’abbraccio al partner, a figli e genitori e pochi altri soggetti.

E’ poco probabile che nella nostra società abbracciamo una persona che incontriamo per la prima volta e se lo facessimo potremmo incontrare imbarazzo.

Ed anche laddove è consentito e tollerato, raramente ci si abbraccia con pienezza e spontaneità: l’abbraccio è il più delle volte frettoloso e con un contatto fisico limitato al minimo.

Se poi l’abbraccio è tra due individui di sesso maschile, sia pure padre e figlio o fratelli, l’abbraccio è spesso appena accennato ed energico piuttosto che affettuoso.

Già da ciò si può evincere il grande potere dei tabù che circondano questo gesto. Alla base di tutto c’è il tabù della sessualità che tende a limitare a priori ogni forma di contatto fisico. Poi abbiamo il tabù della omosessualità, di grande impatto in questo momento storico, che comunque persiste nonostante tutto. Quanti sono infatti i maschi che considerano gli abbracci qualcosa di effemminato che non si confà alla visione del forte e sicuro di sé propria della loro identità di genere, e non ditemi il contrario, salvo le dovute e benvenute eccezioni. Infine abbiamo il tabù dell’incesto che induce molti genitori a tenere a distanza i loro figli limitato l’occasione e l’intensità dei contatti corporei con essi; nel migliore dei casi c’è una certa vicinanza corporea durante la prima infanzia, che però poi si riduce molto man mano che i figli crescono.

Secoli e secoli di culture e religioni repressive nei confronti del corpo e della sessualità hanno portato la maggior parte delle persone a credere che tutto ciò che è contatto corporeo sia automaticamente sessuale, producendo così non solo persone represse sessualmente ma anche deprivate dal punto di vista affettivo.

E anche se c’è stata a partire dagli anni 60’ una profonda rivoluzione dei costumi che ha in parte riabilitato la sfera sessuale, l’abbraccio è sempre in qualche misura associato al sesso.

Questo però non è vero o almeno non solo …. Il corpo non esprime solo sesso, ma molto, molto di più, e con un abbraccio si possono comunicare e condividere emozioni, gioia di vivere, compassione, calore umano, amicizia, senso di fratellanza e sorellanza e tante tante altre cose.

Quanti figli e genitori sono stati privati e continuano a privarsi della bellezza e del potere benefico del contatto corporeo e dell’abbraccio in nome di anacronistici tabù? Quante persone evitano, per gli stessi motivi, il contatto umano con i loro simili, contatto che pure è riconosciuto dagli studiosi cine uno dei fondamentali bisogni dell’uomo?

Ad ogni modo non sono solo i tabù sessuali che ci precludono l’abbraccio: vi sono anche le nostre paure e diffidenze verso gli altri, che spesso immaginiamo potenzialmente ostili o comunque maldisposti nei nostri confronti.

Molte persone hanno un idea del mondo come di un luogo assolutamente ostile, dove è bene fidarsi di pochissime persone, tenendo le distanze da tutti gli altri Tuttavia anche se in questo momento visto lo scenario che ci circonda questo timore è comprensibile, provare ad avvicinarsi con un abbraccio potrebbe far capire, meglio di qualunque discorso, che in realtà i temuti altri sono esseri umani come noi, con gli stessi nostri timori e bisogni e allora le paure si allontanano e subentra anzi un senso di familiarità, di simpatia e magri di amicizia ….. utopia?

Intanto di seguito vi propongo un esercizio per reimparare l’arte dell’abbraccio; questo è da fare in coppia magari iniziando con il vostro partner o con l’amica o l’amico del cuore ….

Tutto l’esercizio va fatto senza parlare e ad occhi chiusi.

Si inizia mettendosi in piedi uno di fronte all’altro chiudendo gli occhi. Si fanno un paio di respiri lenti e profondi quindi si torna a respirare normalmente e si cercano le mani dell’altro prendendole gentilmente tra le proprie.

Si sta così, mani nelle mani, senza parlare, semplicemente sentendo le mani dell’altro e lasciando affiorare in modo spontaneo le sensazioni che provengono da questo contatto: sentitene la forma, la sensazione di calore o fresco e nello stesso tempo lasciate che i corpi si rilassino sempre di più.

Rimanete in questa posizione per una decina di secondi.

Dopo questa prima fase avvicinatevi ancora di più all’altro e, lasciando le mani libere, abbracciatevi lentamente e con gentilezza.

Trovata una posizione comoda e un buon contatto corporeo rilassatevi e abbandonateci all’abbraccio, senza fare movimenti.

Lasciate affiorare in modo spontaneo le sensazioni che provengono dal vostro corpo.

Dopo una decina di secondi spostate l’attenzione sulla respirazione e cercate gradualmente di sincronizzarla con quella del partner fino a prendere aria assieme e ad espirare assieme.

Abbracciati e respirando all’unisono si può avvertire un senso di intimità e di calore umano molto intenso e piacevole, al quale possiamo abbandonarci a volontà: non ci sono limiti di tempo ….

Quando uno dei due sente di voler smettere, lo farà capire all’altro staccando lentamente le mani dalla schiena e allontanandosi gentilmente fino a riprendere la distanza iniziale…..

Un consiglio: non riaprite bruscamente gli occhi ma riprendete piano piano contatto con quello che vi circonda e ricordate di ringraziare l’altro …..

“Nessuno è troppo grande per un abbraccio. Tutti vogliono un abbraccio. Tutti hanno bisogno di un abbraccio.” Leo Buscaglia

Solo se Ascolto me, Ascolto te …..

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“Ascoltare è una forma di accettazione” S.T.Mann

Ascoltare è un’arte tra le più difficili. Sappiamo come siano rare le persone che sono veramente in grado di ascoltare, intendendo con questo com-prendere realmente quanto viene detto loro, tuttavia, capita qualche volta di incontrarne.

Si tratta di persone per le quali le parole che pronunciamo diventano dense di significato perché ci “vedono” e desiderano ardentemente aprire uno spazio di condivisione , facendoci sentire non più viaggiatori solitari spersi nel vaso mondo, bensì soggetti in cammino uniti da un comune destino.

Questo “ascolto pieno” va al di là delle parole pronunciate, perché include una attenzione più profonda non solo a quello che di verbale viene messo in comune ma anche verso tutti i canali analogici da noi utilizzati, perlopiù in modo inconsapevole.

Si tratta quindi di un ascolto a 360° che rivela una evidente capacità di empatia e un sincero desiderio di conoscenza di chi si ha di fronte.

Molto più spesso invece, quando iniziamo una conversazione con qualcuno, ci capita di non trovare ascolto e di non darne nemmeno, questo perché nella maggior parte dei casi, quando parliamo con un interlocutore siamo portati a ricercare l’eco delle nostre parole e il riverbero delle nostre percezioni.

Invece di ascoltare l’altro ascoltiamo noi stessi impedendoci di percepire veramente i messaggi di chi abbiamo di fronte. Interpretiamo i discorsi dell’altro e i suoi comportamenti secondo le nostre esigenze, volti soprattutto a trovare conferme e riconoscimento.

Il disaccordo delle opinioni ci disturba e ci predispone ad un atteggiamento di chiusura e sospetto. Ci proclamiamo curiosi delle diversità ma in verità siamo alla ricerca delle somiglianze e delle analogie.

La dissonanza degli intenti ci infastidisce, se poi unita a questa abbiamo sentore di biasimo e note giudicanti, l’inquietudine e l’irritazione prendono il sopravvento, rendendoci totalmente incapaci a costruire uno spazio di vera condivisione con il prossimo.

In molti casi il dissenso può sfociare in aperto conflitto che può lasciare una traccia indelebile nella relazione. Oppure, l’incomprensione genera una chiusura totale e ostile tra gli interlocutori che, se non risolta rapidamente, può portare alla rottura definitiva.

La difficoltà a comunicare è un argomento molto gettonato da coloro che si avvicinano ad una relazione d’aiuto e il nostro compito di operatori diventa una ricerca di strategie volte a facilitare nei clienti la consapevolezza e quindi la trasformazione di rigidi copioni relazionali in capacità di confronto.

La disponibilità all’Ascolto, come ho detto all’inizio, presuppone una buona dose di empatia; sintonizzarsi sui bisogni dell’altro “mettersi nei suoi panni” anche se manteniamo i nostri. Spesso invece siamo talmente concentrati sulle nostre convinzioni e pretese che le parole del nostro interlocutore diventano solo un fluire ininterrotto di suoni che neppure ci scalfisce; una sorta di rassicurante rumore di fondo che ci tiene compagnia.

Questa attenzione verso noi stessi, tuttavia, non va confusa con una effettiva capacità di contatto con la nostra sfera più intima e profonda. Molti di noi rifugge l’Ascolto di sé, quella decodifica del proprio “sentire” che favorisce appunto l’ascolto della propria voce interiore.

Si pensa tanto, si sente poco. La nostra consapevolezza è, troppo spesso, alquanto carente. Il più delle volte ci accontentiamo di una approssimativa raccolta dati, saltando frettolosamente alle conclusioni che spesso sono molto lontane alla realtà della nostra essenza più profonda. Questo perché vogliamo evitare di impegnare il cuore e la mente per paura di scoprire aspetti di noi che potrebbero non piacerci e per il bisogno, quindi, di coltivare una immagine di noi stessi idealizzata che possa garantirci l’apprezzamento da parte degli altri.

L’ascolto degli altri passa attraverso l’ascolto di noi stessi, un ascolto consapevole, profondo, senza evitamenti, senza nasconderci dietro illusioni o compiacimenti. Un ascolto congruente seguendo il ritmo dei pensieri e il battito del nostro cuore, abbandonando paure e insicurezze.

Se scaviamo con sincerità all’interno del nostro animo, al di là delle nostre ombre, troveremo un tesoro di risorse che potranno alimentare la nostra autostima e rafforzare le nostre competenze relazionali. L’altro non ci farà più paura e porci al suo ascolto vorrà dire veramente aprirsi ad un nuovo mondo.

Solo confidando in noi stessi, nella ricchezza della nostra vita interiore saremo finalmente in grado di avere accesso a questo altro mondo …..

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liberamente tratto da:

I.castoldi “Se bastasse una sola parola” URRA Feltrinelli

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