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La via della consapevolezza: l’accettazione dei propri limiti per vivere in libertà.

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” Non dovrebbero forse questi dolori antichi diventare finalmente fecondi per noi?” R.M.Rilke

La via della consapevolezza si acquisisce nel tempo e si acquista attraverso un lento e spesso faticoso percorso riflessivo.

L’individuazione di sé è un processo continuo che ci accompagna per tutta la vita perché ogni fase dell’esistenza ha le sue particolarità e le sue necessità, ha bisogno di ricevere ogni volta attenzioni particolari ai diversi eventi della vita, per poter dare risposte maggiormente consapevoli e congruenti con il proprio modo di essere.

Alle diverse tappe evolutive corrispondono diverse modalità espressive e comunicative, in quanto dipendenti anche dalle acquisizioni cognitive ed emotive maturate da ciascuno.

Certamente ogni percorso è individuale e può definirsi unico come unico è ognuno di noi.

Parlando di consapevolezza immediatamente ci viene in mente la parola autostima; perché sono le consapevolezze che possono aiutare a modificare il nostro modo di essere, sono le consapevolezze che consentono di misurare il livello di autostima e di migliorare la qualità dell’essere al mondo.

Secondo il pensiero di Margaret Mahler, già al momento della nascita si è dotati di un bagaglio genetico sul quale si vanno ad innestare poi le coordinate relazionali: da questi incastri si definiscono via via le modalità di essere nel mondo.

Questa autrice, che ha studiato l’interazione madre-bambino e ha osservato i progressi nell’individuazione del piccolo, definisce il primo periodo della vita “fase simbiotica” e quello successivo “processo di separazione-individuazione. Queste tappe sono basilari per una crescita sana: se il bambino può vivere in termini positivi la fase simbiotica, nell’accoglienza totale del suo essere e con le risposte adeguate ai suoi bisogni, potrà approdare alla fase successiva durante la quale egli sentirà il bisogno di allontanarsi dall’oggetto sicuro, cercando la sua via autonoma, ma con la certezza di poter ri-trovare il porto sicuro nel momento in cui sente il bisogno.

Questa alternanza tra la simbiosi e l’individuazione è il solo mezzo per raggiungere la consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti, ma questa meta presuppone il saper tollerare la frustrazione della mancanza dell’oggetto d’amore, la madre, quando essa è assente e non può accudire il bambino.

Il bambino sa tollerare la frustrazione quando, attraverso il pensiero, riesce ad immaginare l’oggetto d’amore e quindi a renderlo disponibile per se stesso, e nell’immaginario si instaura ciò che si definisce “costanza dell’oggetto”.

La “costanza dell’oggetto”, cioè la capacità di mantenere internamente l’immagine della mamma, consente al bambino l’acquisizione del limite della sua onnipotenza e nello stesso tempo dona al bambino conforto e sostegno. Il radicamento di queste consapevolezze genera una base sicura che consentirà di affrontare le ulteriori fasi della crescita, fasi che verranno affrontate sulla scia delle modalità acquisite nei primi tempi della vita.

E comunque, comunque vada la vita, in ogni caso la sofferenza accompagna il cammino dell’uomo, ma da questa, insieme alla risonanza del dolore è possibile, volendo, cercare di percorrere la via della trasformazione per raggiungere nuovi significati del sé.

La crescita è anche dolore, il cammino non è mai privo di spine, ma la vita è nostra e solo noi possiamo modificare, attraverso l’azione il viaggio.

E per superare il dolore, a volte sopito e sordo, a volte invece evidente ed espresso, legato alla carenza di autostima che ostacola il nostro procedere vitale, è necessario porsi in ascolto delle nostre “disfatte” che impediscono il germogliare della nostra parte creativa.

Portare in figura i nostri blocchi, le nostre difficoltà, consapevolizzare il nostro modo di essere nel mondo significa avere il potere di modificare le situazioni, significa avere in mano il timone e poter scegliere la direzione; il limite è ciò che da spessore alle nostre capacità.

Quando manca la consapevolezza di se stessi inevitabilmente cerchiamo qualunque altra cosa fuori di noi. Abbiamo bisogno di identificarci in qualcosa, ma questo qualcosa può non essere propriamente nostro, quindi sperimentiamo la frustrazione di non poter riuscire, viviamo un fallimento e ci sentiamo “limitati” . Se riuscissimo a fare nostro quello che per Perls è il must di ogni essere umano :” “ogni individuo ogni pianta, ogni animale ha solo uno scopo … realizzarsi per quel che è. Una rosa, è una rosa. La rosa non ha nessuna intenzione di realizzarsi come canguro” , eviteremmo molte frustrazioni e mobiliteremmo, invece, tutte le nostre risorse per diventare quelli che siamo.

Diventare consapevoli significa assumersi la responsabilità della propria vita significa dare a se stessi la possibilità di perdonarsi per la propria imperfezione e, perché no, di gioire, sorridere dei propri difetti ed errori: “amo tutti gli incontri imperfetti di bersaglio e freccia che mancano il centro, a sinistra e a destra, sopra e sotto. Amo tutti i tentativi che falliscono in mille modi diversi…amico non aver paura dei tuoi errori. Gli errori non sono peccati. Gli errori sono modi di fare qualcosa di diverso, forse nuovo in senso creativo. Amico non pentirti dei tuoi errori. Siine fiero. Hai avuto il coraggio di dare qualcosa di te stesso” (Perls, 1969)

Essere consapevoli di ciò che si prova dentro di sé, senza sentirsi sbagliati, è il passo fondamentale per essere padroni di se stessi. Arthur Schopenhauer

 

La strada verso l’Autoaccettazione

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Niente è più difficile che accettare sé stessi. Max Frisch

Nel post precedente ho puntato il focus sul permettersi di essere ciò che siamo, per fare ciò è essenziale una piena autoaccettazione incondizionata.

La strada verso l’Autoaccettazione è un percorso da te a te. Si parte lasciandosi alle spalle l’autorifiuto per arrivare, attraverso l’autocompassione, all’autorispetto e quindi all’autoespressione.

In questo viaggio si impara l’impegno verso se stessi e il modo come rivendicare i propri diritti.

Una volta raggiunta la meta ci si troverà di fronte alla svolta decisiva della nostra vita.

Presupposto fondamentale del nostro viaggio è che ognuno è la persona che è e lo sarà sempre.

Siamo il contenitore di ogni nostra esperienza e accettare noi stessi significa accogliere tale spazio e quello che comprende.

Naturalmente non sempre si è felici a volte, o forse spesso, si vorrebbe cambiare qualcosa o magari molte cose e la vita è tutt’altro che perfetta.

Ci sforziamo di essere migliori, di correggere i nostri difetti, di sviluppare abitudini più sane; ciononostante , rimaniamo quello che siamo.

Quando proviamo rabbia, proviamo rabbia.

Quando ci sentiamo offesi, ci sentiamo offesi.

Quando siamo felici, siamo felici.

Possiamo avere problemi; ma siamo noi e soltanto noi che possiamo risolverli. Tutto comincia e finisce con noi!

Ricordiamoci sempre che è nostro diritto essere noi stessi. E’ nostro diritto di nascita, il più fondamentale di tutti i diritti umani, ed io aggiungo l’unico dei doveri.

Ma noi vogliamo essere veramente noi stessi? A cosa serve un diritto se non lo rivendichiamo, anche con forza se occorre.

Quando faccio questa domanda a qualcuno dei miei clienti spesso mi guarda smarrito, pensano che sia la continua autocritica a produrre la crescita e che invece l’autoaccettazione sia una forma di autocompiacimento giustificativo; invece disapprovarsi, giudicarsi e punirsi formano il carattere e rendono l’individuo migliore.

Proviamo ad immaginarci questa scena: la nostra mente come un tribunale dove siamo messi costantemente sotto processo. Nessuna giuria, solo un giudice inflessibile, un pubblico ministero accusatore e un piccolo avvocato difensore. I legali presentano le loro tesi: quello dell’accusa con forza e vigore mentre il difensore ha una voce flebile e incerta, chiamano a deporre testimoni, che chissà per quale strano motivo rafforzano sempre le tesi dell’accusa. Noi siamo l’attore che recita contemporaneamente tutte le parti. E che cosa riguarda il processo? La nostra condanna a morte. L’uccisione della nostra identità colpevole di essersi resa visibile.

Affermare il nostro diritto a esistere quali siamo è il primo segnale sulla strada verso l’autoaccettazione; sapere che meritiamo di farlo è un passo importante.

Quindi difendiamo noi stessi così come siamo, con le nostre gioie, i nostri sbagli, i nostri sbalzi di umore, i nostri problemi.

Accettiamo il miracolo del nostro Sé più profondo al di là di ogni apparenza. L’autorifiuto uccidendo la parte più vera di noi non paga. Le punizioni che ci infliggiamo sono solo dolore senza alcun vantaggio.

Accettiamoci come siamo, amiamoci con tutte le nostre contraddizioni, complicazioni e complessità. Il semplice atto dell’autoaccettazione elimina ogni resistenza. Quello che combattiamo persiste, se cediamo ci liberiamo!

L’autoaccettazione è il grembo da cui nasce l’autostima.

Il curioso paradosso è che quando accetto me stesso per come sono, allora posso cambiare. Carl Rogers

 

liberamente tratto da:

B.Mandel – Percorsi di autostima – Ed.Mediterranee

Prendersi cura di sè

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Prendersi cura di sé è una strada sicura verso la gioia di vivere.

Più solennemente affermo che il modo in cui una persona si prende cura di sé testimonia la stima che ha nei confronti di se stessa.

Certe persone credono che prendersi cura di sé soprattutto significhi fare un bagno caldo con una bella musica ed una candela profumata.

Effettivamente è piacevole , quando si amano la musica soft e le candele e se si preferisce il bagno alla doccia. Ma a mio avviso prendersi cura di sé significa prendersi cura di tutto il proprio essere.

L’essere è composto da tre dimensioni più una tutte ugualmente importanti (almeno sicuramente le prime tre, la quarta a volte per molti può essere un optional….) => la Testa, il Corpo, il Cuore e l’Anima. In quale ordine di importanza, si chiederanno alcuni? Diciamo che è un po’ come la teoria dei vasi comunicanti, tutte sono strettamente interconnesse fra loro.

Mi spiego:

  • Se non ci prendiamo cura del Corpo, rischiamo di ammalarci o di esaurirci fisicamente
  • Se non ci prendiamo cura della Testa, presto o tardi faremo le peggiori sciocchezze che avremmo potuto evitare con un minimo di buonsenso e di distacco e potrebbe andarci di mezzo il Corpo
  • Se non ascoltiamo il Cuore, rischiamo l’esaurimento affettivo con conseguente sofferenza di Testa e di Corpo
  • E infine se non ascoltiamo l’Anima l’esistenza ci sembrerà vuota e priva di senso con il risultato di mettere in crisi tutte le altre parti.

Non è facile, direte voi? E’ una questione di pratica e di abitudine. La tecnica consiste nell’interrogare ogni giorno queste dimensioni e verificare la loro rispettiva soddisfazione,.

Se ascoltiamo il corpo, ci dirà se ha l’energia per continuare o se ha bisogno di riposo, di stimoli o di altre cose.

Se ascoltiamo il cuore, ci dirà se è contento e valuterà il nostro grado di piacere.

Se ascoltiamo la testa, ci indicherà, come un radar, il grado di coesione della nostra vita nel suo insieme.

Se ascoltiamo l’anima, ci dirà se soffre o se si sente realizzata.

Spetta a noi tener conto di questi messaggi e reagire in modo adeguato. In fondo, cosa c’è di più importante nella vita che rispondere alle esigenze del propri essere? E ATTENZIONE , niente paura a diventare egoisti; paradossalmente, più ci prenderemo cura di noi, più saremo aperti verso gli altri, verso le loro esigenze, e più saremo capaci di contribuire alla creazione del resto del mondo.

Accade spesso che le persone non facciano niente per prendersi cura di sé, perché non sanno come fare. Usano ripetutamente sistemi non efficaci per risolvere il loro problema; in questo modo finiscono per sentirsi scoraggiati e buttano la spugna seguendo la corrente della sopravvivenza.

Prendersi cura di sé è un concetto molto ampio che include prendersi cura della propria identità, della propria integrità, della propria intimità, del proprio mondo emotivo, affettivo, intellettuale, del proprio ambiente fisico e di tutti gli aspetti che compongono la propria vita ed esprimono la persona che si è.

Mangiare ciò che ci fa bene, concedersi le ore di sonno di cui si ha bisogno, indossare i vestiti in cui ci si sente a proprio agio, prendersi cura del proprio corpo, significa soddisfare le proprie esigenze di igiene di vita e di equilibrio. Sono tutti mezzi per prendersi cura di sé.

Concedersi il diritto di essere se stessi, soddisfare i propri bisogni affettivi, fare un lavoro che offra piacere, motivazione, valorizzazione, sono tutti modi per prendersi cura di sé.

Uscire da una relazione in cui ci si sente giudicati, dire a qualcuno che i suoi atteggiamenti ci feriscono, allontanarsi da certe persone, sono tutti modi per prendersi cura di sé.

Prendersi cura di sé non significa seguire i propri impulsi sconsideratamente, significa riflettere, riconoscere le proprie esigenze, i propri bisogni e soddisfarli adeguatamente.

Dopo avere stabilito un tale rapporto con se stessi, vedrete che non sarà mai stato così bello farsi un bagno !!!

Non ci si può prendere veramente cura di sé quando si ha poca autostima. Più un individuo ha stima di sé, più saprà prendersi cura di se stesso, e più darà valore ai propri sentimenti, ai propri giudizi e al proprio modo di vedere la vita. La mancanza di autostima rappresenta la morte della propria identità, una morte che si infligge ad una parte di sé.

Lo sviluppo dell’autostima passa attraverso lo sguardo che gli altri hanno posato su di noi. Essere amati, considerati, riconosciuti e coccolati da bambini sembra essere una condizione inevitabile per una buona autostima.

Eppure molti bambini hanno ricevuto la misura cosiddetta “normale” di ciò che genitori “normali” potevano dare loro in termini di amore, e si sono ritrovati senza autostima. Altri bambini sono stati abbandonati, rifiutati, abusati e tuttavia si sono ritrovati in età adulta con una forte autostima, acquisita a forza di lottare per la sopravvivenza.

Ecco perché, che da bambini siate stati amati o no, desiderati o no, riconosciuti o no, evitate di stare con lo sguardo sempre rivolto al passato. Impegnatevi a sviluppare la vostra autostima con la piena coscienza di voi stessi come siete oggi, ascoltando i bisogni che cercate di soddisfare in questo momento.

Soddisfare i bisogni del proprio corpo, del proprio cuore, della propria testa e della propria anima sono tutti segni di una grande autostima.

Ricordate, solo noi possiamo fare il meglio per noi stessi!!!

Gestire gli errori

ERRORI

Vignetta di Massimo Cavezzali ( Cavez)

“Il più grande sbaglio nella vita è quello di avere sempre paura di sbagliare.” Elbert Hubbard

Una delle principali caratteristiche delle persone con poca autostima è la difficoltà di ammettere di avere sbagliato. Infatti riconoscere gli errori sarebbe un ulteriore conferma della propria inadeguatezza e mancanza di valore avendo come modello un ideale irraggiungibile di perfezione.

Questo pensiero trova le sue radici nell’infanzia quando si viene rimproverati e corretti se il nostro comportamento non è conforme alle aspettative di genitori, educatori o altre persone per noi significative. Queste correzioni, purtroppo troppo spesso, non sono circoscritte alla nostra condotta ritenuta “sbagliata” ma vengono accompagnate dal messaggio “tu sei sbagliato”, creando le basi per una considerazione negativa di sé.

Questi rimproveri genitoriali nel momento in cui vengono interiorizzati alimentano il nostro Critico Interiore che perpetua il rimprovero nel momento in cui commettiamo un errore o quando il nostro comportamento non corrisponde agli standard stabiliti.

L’autostima non ha nulla a che vedere con la perfezione e non significa evitare gli errori: vuol dire, invece, accettarsi incondizionatamente con difetti ed errori, con ciò che ci piace e ciò che non ci piace.

Imparare a ridimensionare i nostri sbagli interpretandoli in maniera nuova e diversa limita la loro minacciosità e ce li fa considerare come eventi naturali, addirittura validi per la propria vita.

Questa diversa prospettiva ci permette di apprendere dagli errori e di andare oltre. D’altra parte gli errori sono una funzione della crescita e della consapevolezza, in quanto requisito indispensabile per qualsiasi processo di apprendimento: è difficile imparare qualcosa senza commettere alcuno sbaglio.

Ogni errore ci indica che cosa bisogna correggere e ci porta sempre più vicino al comportamento più efficace.

Chi non rischia per paura di fallire ha poche opportunità di imparare cose nuove e crescere: gli errori non sono degli strumenti di valutazione della nostra intelligenza o del nostro valore, sono semplicemente dei passi verso un obiettivo.

Inoltre gli errori sono un requisito fondamentale per la spontaneità: la paura di commetterne inibisce la libera espressione di sé.

Se non ci diamo il permesso di sbagliare, non ci sentiremo mai sicuri e liberi di esprimere nemmeno le cose giuste. La paura di sbagliare porta all’isolamento ed impedisce la spontaneità, perché costringe a vigilare costantemente sulle proprie azioni e rende timorosi e ciechi di fronte ad ogni opportunità che offre la vita.

Quando prendiamo una decisione, in genere scegliamo l’azione che ci sembra poter soddisfare maggiormente i bisogni che premono al momento. Questa capacità di scelta dipende in gran parte dalla consapevolezza con cui si percepiscono e si comprendono tutti i fattori riferiti al bisogno che si vuole soddisfare. “Errore” è una definizione che applichiamo al nostro comportamento in un secondo tempo, quando la nostra consapevolezza è cambiata e siamo di fronte alle conseguenze della nostra azione per cui avremmo voluto agire diversamente.

La definizione di azione “giusta” o “sbagliata” , “buona” o “cattiva” ci spinge a punirci inutilmente.

Valutazioni più ragionevoli come “saggio”, “efficace”, “inefficace”, oltre a non colpevolizzarci tengono conto del fatto che le nostre azioni possono essere influenzate da una scarsa consapevolezza.

E’ importante, quindi, essere consapevole dei nostri bisogni e di come cerchiamo di soddisfarli per poter riconoscere le nostre azioni inefficaci in modo da poter compiere scelte adeguate e funzionali all’obiettivo che vogliamo raggiungere.

Sottomissione e dipendenza

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Comunque sia stata la tua infanzia, qualunque siano la tua storia e le tue capacità, se lavori in una società molto gerarchizzata, che funziona sull’attribuzione di un giudizio di rendimenti sui dipendenti, con un capo molto presente, avrai certamente meno fiducia in te che se avessi la fortuna di lavorare in un’impresa a carattere cooperativo, attenta ai problemi dei dipendenti.

Quando vediamo riconosciuti i nostri meriti, ci sentiamo ascoltati e valorizzati, la nostra autostima tende ad aumentare. Se invece dobbiamo soltanto ubbidire agli ordini, conformandoci alle direttive, se ci sentiamo repressi, se gli obiettivi del nostro lavoro sono decisi da altri, la nostra autostima si sgretola rapidamente. Ma tutto questo non avviene a caso: infatti è proprio con questa strategia che i capi mantengono la loro autorità.

La mancanza di autostima è proporzionale all’assenza di potere sulla propria persona.

Lavorare in un’impresa che umilia i dipendenti, vivere accanto ad un marito che ti disprezza, oppure accanto a genitori che ti offendono e ti minacciano, distrugge l’autostima anche se una persona è solida ed equilibrata. In questi casi è necessario fare appello a tutta la propria forza d’animo e uscire prima possibile da quella situazione.

Spesso vengono da me persone che mi chiedono di aiutarle a trovare la forza di sopravvivere in una condizione familiare o lavorativa insopportabile. Non vorrebbero andarsene, anche se si sentono oppressi e ne soffrono, perchè sono convinti che la responsabilità sia la loro. È un pò come camminare con scarpe troppo strette. A un certo punto dobbiamo assolutamente dirci: ” mi sono sbagliata, queste scarpe che ho comprato non sono della mia misura, me le tolgo e ne indosso altre”, decisamente meglio che tentare ogni tipo di pomata o di calmare per soffrire meno.

La mancanza di autostima, quindi, non è una caratteristica innata di una persona, ma una conseguenza, una reazione a un ambiente o una situazione specifica.

Che una persona sia dipendente da una donna, da un uomo, dalla sigaretta o dall’alcol: è la dipendenza stessa a imprigionarla nella mancanza di autostima. Da un alto essa genera una forma di sicurezza, ma dall’altra indica una certa fragilità e vulnerabilità.

Se la nostra disinvoltura dipende da un bicchiere di vino, il nostro atteggiamento spigliato da una sigaretta, la nostra calma da una compressa di ansiolitico, significa che non siamo perfettamente a nostro agio con noi stessi e ne siamo consapevoli, anche se riusciamo a ingannare chi ci sta accanto.

La dipendenza forse è nata proprio dalla mancanza di autostima. Abbiamo scoperto che, mangiando una tavoletta di cioccolato o accendendo una sigaretta, riusciamo a tenere sotto controllo emozioni troppo forti. Ma la dipendenza finisce per rendere schiavi e può essere pericolosa: se per caso un giorno viene a mancare quell’appoggio esterno,sopraggiunge il panico, il crollo …

La dipendenza ci mostra, giorno dopo giorno, un’immagine sempre più svilita di noi stessi. E la situazione peggiora, ovviamente, quando la persona cui siamo fortemente vincolati ci umilia, ci disprezza, ci fa sentire “inferiori”.

Poiché manco di autostima, a chi affido il potere?

Quando acquisto potere sull’altro, in che modo la sua dipendenza mi rassicura?

Ampliando il discorso ricordiamo che  la sottomissione, la mancanza di autostima di una parte della popolazione ha permesso al modello gerarchico di durare nel tempo.

Oggi cerchiamo di uscire da quella struttura piramidale che limita la creatività e rende utopica la nostra speranza di democrazia.

Per esempio, per restituire autostima a ogni persona seduta intorno ad un tavolo per uno stage di gruppo, non basta far fare individualmente un lavoro “psicologico”: è necessario anche modificare la conformazione del gruppo e le regole di funzionamento.

Sempre più imprese abbandonano il modello gerarchico tradizionale, e anche se le “alte sfere” hanno molte difficoltà a rinunciare alle loro prerogative e ai vantaggi acquisiti, la rivoluzione è in corso.

Internet, in particolare, ci introduce a una nuova forma di intelligenza collettiva non piramidale.

Molte persone ritrovano l’autostima grazie al computer. Navigando nella rete, non vengono mai giudicate o rimproverate, possono arricchire autonomamente la loro cultura, partecipare a forum di discussione. Il loro parere è preso in considerazione come quello di chiunque altro. Possono anche condividere le loro conoscenze, e persino collaborare all’enciclopedia libera universale, Wikipedia.

Su Internet niente più esasperate formule di cortesia, che miravano al rispetto della gerarchia sociale: sul web hanno tutti pari dignità.

L’autostima dà autonomia e l’autonomia dà autostima.

Oggi la sfida è questa: fare coesistere autonomia e rispetto dell’altro ……

E tu cosa pensi di tutto questo???? Ti va di lasciare un tuo commento????

Azione e Autostima: darsi da fare per stimarsi …

AZIONE AUTOSTIMA

“ Agendo, a volte si sbaglia. Non facendo niente, si sbaglia sempre” R.Rolland

L’azione? È una parte di interiorità che si esprime….

L’autostima è certamente un rapporto con se stessi, ma si nutre d’azione. Essa può evolversi solo nelle oscillazioni con quest’ultima: riflessione e azione, azione e riflessione … E’ la respirazione stessa dell’autostima che è in gioco: essa soffoca nel solo rimuginio, nel solo ragionamento, nella sola discussione, anche se tutto ciò è lucido e intelligente.

L’azione è l’ossigeno dell’autostima. L’immobilità la rende fragile, il movimento la salva. Anche al prezzo di certi dolori: agire equivale ad esporsi, a fallire, a essere giudicati. Ma l’autostima si costruisce anche – spesso – su sogni infranti.

L’azione e l’autostima intrattengono stretti legami, in tre dimensioni principali:

  • La vera autostima si rivela sempre nell’azione e nel confronto con la realtà => essa può prendere forma solo attraverso l’incontro con il fallimento e il successo, l’approvazione e il rifiuto …. Altrimenti , si riduce ad una pura “dichiarazione”, come dicono gli specialisti dei sondaggi di opinione; noi non siamo soltanto quello che proclamiamo o immaginiamo di essere; non sempre facciamo quello che annunciamo di voler fare. La verità dell’autostima si situa, anche, sul terreno della vita quotidiana, e non solo ai vertici dello spirito.
  • L’azione è facilitata dall’autostima => uno dei sintomi dell’autostima fragile consiste appunto nella complessità dei rapporti con l’azione. Nelle persone con una bassa autostima, essa è temuta e respinta (è la procrastinazione), perché si ha paura di rivelarsi deboli, di lasciar trapelare i propri limiti. Oppure è cercata come mezzo per ottenere ammirazione e riconoscimento, ma tollerata solo se vincente.
  • L’azione nutre, plasma, costruisce l’autostima => essa è, insieme ai legami sociali, una delle due grandi fonti di nutrimento. Tutto il resto non è altro che suggestione, nel bene e nel male.

Come agire senza troppo soffrire? Per reintrodurre nella nostra vita il movimento della vita stessa, vi sono timori che vanno respinti, abitudini che vanno messe in discussione, regole che vanno applicate: evitare di aver paura di fallire, evitare di dipendere dal successo, evitare di credere nella perfezione …..

Agire e trarre insegnamenti dall’azione rappresenta quello che si può fare di meglio per la propria autostima.

Immobili, restiamo nel nostro mondo personale. In azione, lo modifichiamo e soprattutto lo apriamo…. Arrovellarsi troppo è inefficace. Tenuta a distanza dagli insegnamenti dell’azione, l’autostima entra in tensione, si chiude in se stessa, diventa sempre più fragile. E’ grazie ai continui scambi con la vita che possiamo aspira re a costruirci, svilupparci, a espanderci, a conoscerci, non restando nel bozzolo del nostro io.

Sottraendoci al reale ci fossilizziamo. Andandogli incontro possiamo crescere. E’ l’azione che apre al mondo dandoci l’opportunità di scoprire e di realizzarsi ….

Lei non sa chi sono io …..

lei non sa chi sono io

http://www.flickr.com/photos/diquara/4725101444/


Non è raro conoscere persone molto suscettibili, con le quali è necessario stare veramente attenti a come si parla o come ci si comporta; esse tendono infatti  a interpretare le azioni che non corrispondono alle loro aspettative come disattenzioni o offese nei loro confronti e possono reagire malamente , con rimproveri, chiusure, musi lunghi.

Tutti sappiamo quanto sia difficile e faticoso trattare con queste persone, che richiedono uno sforzo relazionale molto alto al fine di non incorrere in equivoci o fraintendimenti.

Qualche volta, se le osservo da lontano, mi viene quasi da ammirarle, per la loro straordinaria capacità di perseguitare il prossimo e di ottenere molto spesso attenzioni e accondiscendenza superiori a quanto sia necessario e naturale.

La suscettibilità è una caratteristica emozionale complessa. Essa appartiene a tutti noi e deriva soprattutto dalla nostra insicurezza e dalla nostra dipendenza dagli altri.

Anche le persone molto sicure di sè possono essere estremamente suscettibili quando si trovano in una situazione di affidamento che le rende più fragili.

Una disattenzione da parte di uno sconosciuto può non offenderci, ma lo stesso gesto da parte di un amico può ferirci se in quel momento la nostra aspettativa o il nostro bisogno è quello di ottenere vicinanza, affetto, condivisione.

Se facciamo derivare la “nascita” della suscettibilità in famiglia, essa rimanda alla difficoltà del bambino a costituire un senso della propria identità sganciato dal continuo rifornimento di affetti, gratificazioni e attenzioni. Così può esservi la suscettibilità dei primogeniti, feriti e privati di importanza dall’emergere di altri personaggi sulla scena familiare (i fratelli e le sorelle minori), quella degli ultimogeniti, messi in ombra dall’importanza e dal potere dei maggiori, quella infine dei mezzani presi tra due fuochi …

C’è poi la suscettibilità di chi ha problemi fisici, di chi ha meno soldi, di chi non ha ancora raggiunto il meritato prestigio, di chi si fa in quattro per gli altri, di chi è importante altrove e qui non lo si riconosce, etc, etc ….

Quando è molto alta la suscettibilità è uno scudi difensivo che si frappone fra noi e le nostre relazioni, limitandole seriamente perché non è per nulla orientata a conoscere “chi sia l’altro”, bensì a valutare quanto l’altro “sa chi sono io” o, per meglio dire quanto l’altro mi tratti per quel che ‘io voglio assolutamente essere per lui”!

Comunque al di là dei casi patologici, la suscettibilità rappresenta un segnale utile: nella sua fisiologia si manifesta come un allarme, che può accenderai in differenti tonalità  e così avvertirci di qualcosa che ci riguarda.

Possiamo utilizzarla come “termometro” che misura la febbre della nostra insicurezza e della nostra instabilità affettiva, in generale o nei confronti di determinate relazioni. Essa ci indica quanto siano grandi i nostri bisogni e le nostre aspettative, la quantità di “dolore” e di “rabbia” che proviamo per la loro delusione  sarà la misura della nostra fragilità e la nostra dipendenza dalla persona o dal gruppo che ci sta frustando, che non sa chi siamo noi, e che, se anche lo sa, se ne frega!

Le nostre buffe reazioni emotive e i nostri comportamenti irriguardosi e colpevolizzanti verso coloro che non ci aiutano a sostenere la nostra identità potrebbero farci sorridere, se decidessimo “eliminare” la causa del nostro male, anziché arrabbiarci con il mondo.

Ma come ai fa a superare questi scogli, a diventare meno insicuri,ad allargare la nostra vita senza pretendere che ci sia sempre qualcuno vicino a noi che ci legge nella mente e si comporta come noi desideriamo?

Semplice impariamo a “fare provviste”. Ogni occasione di crescita, ogni gesto di riconoscimento sono un alimento che possiamo metabolizzare e immagazzinare.

Le persone troppo suscettibili non hanno mai imparato a sentirsi sazie e spesso questo è capitato, perché mentre mangiavano relazioni buone si preoccupavano della possibilità che qualcosa fosse loro tolto, anziché godere di quello che avevano a disposizione.

Un piacere che venga sentito come un’offerta della vita e non sia subito liquidato come l’antipasto di un pasto infinito e mai saziante può farci sentire una dolcezza infinita. Un obiettivo che ci permettiamo di sentire come conquistato da noi e non concesso dalla benevolenza dell’altro può parlarci di chi noi veramente siamo.

Tutto ci lascia la porta aperta alla speranza e fa abbassare la febbre, almeno per un po’ …

liberamente tratto da:

S.Gastaldi – “La terapia degli affetti” – Ed.FrancoAngeli

Sperare è potere …..

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La mia autostima alimenta la speranza. Solo se mi riconosco, se mi considero di valore, se mi reputo degno di felicità, se sono consapevole delle mie potenzialità e della forza che posso esprimere, sono anche in grado di desiderare.

La speranza è desiderio e configura un futuro auspicato, ma incerto nella sua realizzazione. La speranza può assumere le forme immaginarie di uno scrittore, la visione di un leader, la strategia di un giocatore, i sospiri di un innamorato. In tutti i casi è movenza attiva e non semplice attesa.

Per scatenare le migliori energie, la speranza deve fare i conti con il principio di realtà, ovvero è necessario ancorare i desideri al possibile e al potenziale. La speranza è tale solo se configura un’utopia possibile, un luogo che non è presente, ma è realisticamente raggiungibile.

E’ la speranza di Colombo, armato di centinaia di mappe, di infiniti giorni di calcolo, di equipaggi professionali, di navi forti e capaci di solcare tempeste, e soprattutto delle sue capacità di navigatore.

Colombo è stato protagonista di un incredibile fallimento: doveva cercare la strada più breve per le indie, ha trovato quella più lunga ……  Ma anche nel fallire possiamo ottenere risultati inaspettati!

E’ il principio di realtà che trasforma l’utopia in programma, obiettivi, strategie di azione. In questo senso la speranza è un fatto di prassi, si azione di iniziativa, di espressione concreta dei propri sogni, di analisi attenta del reale.

Ma l’analisi del reale non è mai soggettiva. La speranza permette all’osservatore di avere una visione attiva della realtà, dal punto di vista del suo possibile cambiamento.

Colui che spera cerca nella realtà le leve che possano permettere di realizzare quello che desidera. La fondazione pratica della speranza dipende dal numero di alleati che riesce a mobilitare intorno a sé. La presenza o assenza di alleati rappresenta l’ecologia della speranza.

Come il pessimista non farà altro che cercare conferme alla sua impotenza, colui che spera cerca indizi che lo conducano alla meta. Mosso dalla volontà di realizzarsi, cercherà nella realtà tutte le opportunità per farlo.

Colui che non ha desiderio, cercherà nella realtà chi gli offre prima un lavoro, qualunque esso sia. Il pensiero caricato dalla speranza, non può contemplare l’esistente, non può fermarsi e osservare; è carico di azione potenziale.

Viviamo in uno dei paesi più ricchi del mondo, eppure sembra che non ce ne accorgiamo …. Se alziamo lo sguardo in cerca di modelli, possiamo vedere centinaia di migliaia se non milioni di uomini e donne che si muovono sul pianeta mossi dalla speranza di una vita migliore. Sfidano stati canaglia, mafiosi senza scrupoli, mari in tempesta, popoli pregni di razzismo, perché animati dalla speranza. Invece di averne paura dovremmo imparare da loro …

La speranza è vita attiva !!!!!

Avere relazioni consapevoli (2° parte)

relazioni consapevoli

“La consapevolezza è un processo al quale tutti noi siamo chiamati ad aderire: nessuno ci ha educati all’amore, nessuno ci ha insegnato ad AMARE. Semplicemente, ognuno di noi ha come modello di relazione quello dei genitori e, più o meno inconsciamente, tende a vivere le sue relazioni affettive o replicando il primo o creandone uno diametralmente d opposto. Quello che ci hanno insegnato con la nostra educazione (il comportarci bene, l’avere buone maniere, avere regole e valori), non è assolutamente sufficiente. La mancanza di consapevolezza è una delle cause dell’infelicità umana che ci porta sempre a fare gli stessi errori perché vengono ignorati i meccanismi sottostanti. Spesso non siamo neppure consapevoli dei nostri bisogni affettivi e delle nostre paure e nella relazione di coppia, proprio dove questi vengono maggiormente amplificati, questa non conoscenza porta a enormi sofferenze”

(http://www.buonerelazioni.it/2011/02/07/la-consapevolezza-nelle-relazioni-damore/)

Quando entriamo in una relazione amorosa lo facciamo con aspettative e desideri più o meno espliciti. Sappiamo bene quali sono i nostri? E quelli del nostro partner? E sappiamo bene che nessuno è su questa terra per rimarginare le nostre ferite ? E che è necessario chiedere al partner se vogliamo che i nostri bisogni siano soddisfatti?

Molti tutto questo non lo sanno, o preferiscono evitare di saperlo, e, se qualcosa li turba, si aspettano dal loro partner completa disponibilità e comprensione illimitata senza esplicitare nulla. Non si rendono conto che anche il loro partner ha lo stesso desiderio, e neppure di quanto raramente riesca a soddisfarlo. Psicologicamente non si sono mai evoluti oltre lo stadio della relazione genitore-figlio, che è essenzialmente asimmetrica : il figlio prende, il genitore dà incondizionatamente.

Tutti noi abbiamo la responsabilità all’interno di una relazione; è necessario avere ben chiaro se la qualità dello scambio ci soddisfa e in caso contrario , se pensiamo che ci siano margini di recupero confrontarci, dialogare. L’intento deve essere quello di imparare qualcosa, crescere e non di giustificare i propri comportamenti . Difendere a tutti i costi le nostre posizioni è contrario alla consapevolezza.

Parlate con due persone innamorate da anni e scoprirete che agiscono nei confronti dell’altro con un alto livello di attenzione. Non danno mai nulla per scontato. Rimangono consapevoli dei valori e dei tratti che li hanno fatti innamorare inizialmente, e li rilevano nei loro incontri e nel loro interagire di ogni giorno. Hanno mantenuto la capacità di vedere e apprezzare. Il loro amore è attivo mentalmente. Se, al contrario, si è passivi mentalmente, nessuna eccitazione può durare, né l’amore romantico, né nessun altra passione. Se la passività mentale è la normalità e la consapevolezza attiva l’anormalità, l’idea di un amore durevole può essere percepita solo come un illusione, e la nostra condizione abituale è la noia.

Se amiamo consapevolmente sappiamo che il modo in cui reagiamo al partner comporta un continuo processo di scelta. Se il mio compagno esprime un desiderio, sono consapevole di come reagisco e di effettuare una scelta. Se il mio compagno esprime un bisogno, qualunque cosa io scelga di fare, la faccio consapevolmente. Inoltre, non eleggo il mio umore del momento ad autorità massima o guida infallibile delle mie reazioni.

A volte, nonostante tutta la mia buona volontà, non riesco a fare quello che il mio partner mi chiede, ma questo non mi impedisce di trattare i suoi desideri con rispetto. Posso comunicargli che lo amo anche quando non mi sento di assecondarlo.

Ognuno di noi mette nell’amore un diverso livello di consapevolezza. Alcuni, la minoranza, ce ne mettono moltissima, ma la maggioranza tollera in quella che dichiara essere la relazione più importante della propria vita un livello di non-consapevolezza veramente scioccante. Per queste persone, la “casa” è dove vanno a riposare dalla faticosa giornata di lavoro.

Amare consapevolmente non significa sottoporre la relazione ad una continua analisi. Spesso questa “analisi” è un esercizio che ha ben poco a che fare con la consapevolezza. Bisogna invece saper Vedere ed Ascoltare. Prestare attenzione. Dare un chiaro feedback. Osservare le proprie emozioni e quelle del partner. Osservare la qualità della comunicazione. Notare il carattere della relazione così come viene ricreata ogni giorno.

Una delle cose più significative da osservare è la gestione dei conflitti. Nei momenti di frizione, chi fa che cosa? Si cerca di trovare una soluzione o un colpevole? Si prova a capire o ci si critica a vicenda? Le differenze vengono viste con benevolenza o con paura ed ostilità? Che cosa è più importante: proteggere il rapporto o giustificare se stessi? Se ci si allontana, chi fa il primo passo per ri-avvicinarsi? Che cosa fa l’altro nel frattempo?

Se quello che vediamo non ci piace, possiamo provare comportamenti diversi. Ma questa possibilità esiste solo se vediamo con chiarezza i nostri comportamenti attuali. Se la radice di tutti i mali è la negazione della realtà, la radice di tutte le virtù è il rispetto di essa.

Quanto sei consapevole tu che leggi queste righe? Stai facendo un paragone con la tua vita? Oppure l’intero discorso fluttua nel regno remoto e prudente dell’astrazione?

Anche in questo caso possiamo osservare la relazione reciproca tra autostima e vivere consapevolmente: più la nostra autostima è alta, più è probabile che operiamo consapevolmente all’interno della relazione amorosa. E più operiamo consapevolmente, più alimentiamo la nostra autostima. Ecco perché una relazione può essere veicolo di crescita personale. Accettando questa sfida, si cresce anche come persone …..

Ricordiamoci che “la premessa fondamentale è che tutte le nostre relazioni sono basate su quella che abbiamo con noi stessi. Non possiamo infatti imparare ad amare gli altri se non riusciamo ad amare noi stessi” (http://www.buonerelazioni.it/2011/02/07/la-consapevolezza-nelle-relazioni-damore/)

Sicurezza di base

mamma e bambino 1

Sulla scia del post precedente ….

Chiudi gli occhi e fai silenzio dentro di te. Respira. Come ti senti? E’ piacevole? Respira facendo penetrare l’ aria fino al bacino. Entra dentro te stesso, nella zona che va dall’osso sacro al coccige. Sei in grado di restare un’ora in silenzio a casa tua o altrove senza sentire la tentazione di accendere la televisione, radio, computer, di immergesti nella lettura di un giornale o di telefonare ad un’amica?

Stai bene in compagnia di te stessa? Senti di avere il tuo posto su questa terra? Hai fiducia nella vita?

La sicurezza interiore e’ la sensazione di essere a proprio agio all’interno di se stessi, comodamente appoggiati alla base, alla colonna vertebrale, all’osso sacro. E’ una sensazione molto fisica, un’esperienza corporea elaborata durante il periodo di stretto contatto con i genitori. Non e’ legata soltanto ai loro messaggi verbali, anche se i ” ti voglio tanto bene” la confortano.

Essa si nutre di carezze, di sguardi, di amore illimitato, di tenerezza e di baci, in breve, di intimità.

Genera una certa tranquillità di fronte alle situazione difficili, permette di godere della solitudine senza sentirsi isolata, di far fronte alle prove della vita senza grandi sconvolgimenti , da’ la certezza di avere un posto su questa terra, la sensazione di essere ben salda e protetta.

Abbiamo interiorizzato la sensazione di protezione fornitaci dai nostri genitori quando eravamo molto piccoli.

Il bambino molto piccolo non possiede automaticamente autostima, in lui la fiducia si genera attraverso la relazione con gli altri, al concepimento fino al primo anno di vita. Se l’esperienza del periodo trascorso con i genitori e’ stata piacevole, si costituirà in lui una fiducia naturale, una fiducia di base.

Ma può aver anche vissuto esperienze spiacevoli. Non siamo completamente al sicuro neppure nel ventre materno.

Sono accettata? Ho il mio posto in mezzo agli altri? Queste sono le domande a cui il bambino trova una risposta in quel periodo di assoluta dipendenza.

Nostro figlio arricchisce la sua fiducia di base a contatto con noi, nutrendosi della nostra sicurezza personale e della protezione fisica e affettiva che siamo capaci di offrirgli. Il nostro amore, l’accettazione totale della sua persona, sono senza dubbio essenziali, ma non sufficienti. Un bambino molto piccolo che piange da solo in camera sua, dopo otto minuti è nel terrore più completo. Tenerlo in braccio, dormirci insieme, allattarlo: tutto quello che favorisce il contatto fisico incrementa la fiducia di base.

Ci sono tuttavia diversi tipi di contatto: il “contatto tranquillizzante” offre sicurezza ottimale, nel rispetto dello spazio del bambino. Un neonato, l’osso sacro sostenuto saldamente dalla mano di un genitore, tiene la schiena, il collo e la testa ben dritti e spalanca gli occhi sul mondo. La sensazione provata durante quel contatto gli permette di aprirsi senza paura.

 Chi non ha avuto un sufficiente e autentico contatto fisico con i genitori, chi non ha potuto interiorizzare un’adeguata sicurezza, sente il bisogno di essere sempre in compagnia di qualcuno. Non riesce ad affrontare un momento di solitudine , e’ dipendente dal telefono. Televisione e radio sono sempre accesi per produrre un rumore di fondo, ha paura del silenzio, del vuoto. Ha scelto di dipendere dagli altri, oppure da un “oggetto di transizione” come le sigarette., l’alcol, il lavoro, la droga, i vestiti, il cibo, i soldi, il potere, il sesso.

Alcuni cercano la sicurezza di un impiego, la stabilita’ finanziaria, un legame sentimentale duraturo, che tentano di difendere con il vincolo del matrimonio.

Ma “sicurezza” va poco d’accordo con “libertà “, ancora meno con “intimità “. Queste persone preferiscono le abitudini all’avventura, si aggrappano alle proprie convinzioni, tendono al conformismo, se non addirittura all’estremismo e alle sue certezze assolute. Cercano la sicurezza quando quello che non hanno e’ l’intimita. Purtroppo e’ una ricerca drammatica e mai appagata, perché sbagliano obiettivo.

La fiducia di base non si trova nella cioccolata, ancora meno nel sesso e nel denaro, anche se talvolta cerchiamo di recuperarla con questi mezzi. Si ricostituisce nel legame con gli altri. Abbiamo bisogno di interiorizzare esperienze di una relazione positiva, per poi elaborarla. E’ impossibile trovare da soli la sicurezza interna.

Ecco quindi, come un percorso di Counseling in cui il cliente viene accolto senza giudizio e ascoltato può costituire quella base sicura entro cui ri-tessere la sua fiducia.

Anche la regolarità delle sessioni, l’attenzione totale del counselor sono elementi che trasmettono al cliente la sensazione di avere il suo posto nel mondo. In quello spazio definito da regole chiare, si può sentire accettato, riconosciuto, ascoltato e in questo modo ricostituire la sua sicurezza di base.

E’ il bambino che e’ in noi che ha bisogno di ricostituire la sua sicurezza. L’ adulto che siamo diventati può andargli incontro….

Di seguito alcuni suggerimenti  che possono aiutarti a ri-contattare il tuo bambino restituendogli la sua fiducia di base:

  • Impara di nuovo a respirare. Inspira profondamente, visualizzando l’aria che penetra lungo la tua colonna vertebrale, fino all’osso sacro. Per aiutarti, metti la mano sull’osso sacro, inspira nella mano. Espira con la bocca aperta senza soffiare, lascia solo che l’aria esca dal tuo corpo.
  • Siediti di fronte a te stessa, in silenzio, dieci minuti al giorno.
  • Vai incontro al bambino che è dentro di te. Tu l’adulto, ascolta mentalmente quel bambino che eri e concedigli l’attenzione e l’amore di cui ha bisogno. Sussurragli questi importanti messaggi : “ti voglio bene” “esisti per me, per me sei molto importante”.
  • E soprattutto ascoltalo quando si confida con te. Lascia che i ricordi riaffiorino e sii l’adulto di cui avresti avuto bisogno nella tua infanzia.
  • Spesso, durante il giorno coccola mentalmente il bambini che è in te. Trasmettigli tenerezza, senza usare parole.
  • Compra qualche cuscino e anche un peluche un “oggetto di transizione” che forse ti è mancato quando eri piccolo. Un peluche è dolce, è tenero, e in lui si può proiettare l’immagine del bambini che eravamo.
  • Cammina in campagna, sulla spiaggia , in montagna … Guarda la natura intorno a te … La bellezza di un luogo risveglia in noi un senso di appartenenza, che può anche aiutare a ricostruire il sentimento di sicurezza interiore.
  • Fatti massaggiare, un massaggio dolce, apprezzando il tocco delle mani che accarezzano il tuo corpo: nulla sostituisce le mani di un altro essere umano per disegnare i contorni del nostro involucro corporeo. Abbiamo molto più bisogno di contatto fisico di quanto osiamo pensare.

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Liberamente tratto da:

Isabelle Fillozat – “Fdati di te” – ed.Piemme

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