Prendersi il tempo per adattarsi al cambiamento

cambiamento 4

Questo post mi sembra di fondamentale importanza affinchè il percorso che decidiamo di intraprendere per diventare liberi e autonomi possa portare a risultati duraturi. E’ basilare imparare a rispettare i propri tempi e soprattutto imparare che non esiste un’autostrada superveloce per raggiungere il risultato , bensì piccoli passi fatti ognuno seguendo il proprio ritmo.

Succede spesso che nel momento in cui vediamo una soluzione spuntare all’orizzonte, abbiamo la tendenza a mettere tutto sottosopra per sistemare il più velocemente possibile le cose . Invertendo radicalmente la rotta, sconvolgiamo parecchi elementi della nostra vita che si influenzano a vicenda. L’ansia provocata dalla grande instabilità nella quale siamo sprofondati diventa allora insopportabile; ed ecco che regrediamo, mettiamo in movimento tutto per tornare indietro, nei vecchi panni.

Il cambiamento può, invece, essere effettuato con dolcezza, in questo modo, lasciamo al nostro corpo, mente e cuore il tempo di adattarsi alle novità.

Spesso, prendiamo prima di tutto in considerazione le soluzioni magiche che conducono solamente ad altre illusioni. Il dipendente è pronto a tutto per piacere; l’idea di assumere nuove sembianze gli piace come nessun’altra.

Concentrandoci sulle nostre priorità e sugli aspetti più problematici della nostra vita, possiamo risolvere una cosa alla volta senza edificare una serie di cantieri. La stabilità e la tranquillità sono fondamentali, fanno parte del nostro equilibrio. I cambiamenti saranno più duraturi e valorizzanti se ci prendiamo del tempo, ciò che abbiamo acquisito si fissa e abbiamo il tempo di assaporare le nostre piccole vittorie. Il desiderio di evolvere trova spazio nella nostra vita.

Il modo migliore per scoraggiarsi è di guardare in blocco tutto quello che vorremmo fare. E’ quindi preferibile fissarsi obiettivi realistici secondo quello che sappiamo essere nelle nostre possibilità. Suddividiamo la strada in tappe ripartendola, quindi, in azioni più semplici.

E’ più facile cominciare con obiettivi meno imponenti, alzando il livello di difficoltà man mano che prendiamo confidenza.

La difficoltà ad adattarsi al cambiamento può rappresentare un ostacolo quando intraprendiamo un cammino per liberarci dalla morsa della dipendenza affettiva. E’ necessario quindi individuare i nostri fattori di resistenza per evitare passi falsi. Può trattarsi della nostra spiacevole tendenza ad autosabotarci quando si tratta di volerci bene.

Il rifiuto di andare a cercare aiuto, le scelte autodistruttive, il rapido demotivarsi e il rinchiudersi in se stessi sono indici del fatto che il nostro corpo oppone resistenza.

Avere la padronanza dei propri pensieri, volersi bene, esercitare il libero arbitrio, agire in maniera coerente con quello che si è! Concediamoci del tempo!!!

Tentando di controllare l’ambiente, il compagno o la compagna e le persone care, il dipendente affettivo cerca di proteggere ad ogni costo il suo paradiso artificiale. L’impressione che tutto gli sfugga di mano e che sta perdendo il controllo della sua vita è talmente forte da indurlo a compensare cercando compulsivamente di controllare tutto all’esterno. E’ il suo modo di scendere a patti con la sua grandissima insicurezza e la sua paura di perdere tutto.

Smettendo di voler prendere il controllo ad ogni costo, segue una strada molto più serena verso un’indipendenza maggiore. Lasciando andare aspetti della vita sui quali non ha un vero potere, dispone di più tempo ed energia per concentrarsi sulle cose che può veramente cambiare, evitando così di disperdere le energie e si ricentra su se stesso. Agisce concretamente sulla sua vita, senza intromettersi indebitamente in quelle altrui.

E dopo mature riflessioni, dopo numerose prese di coscienza e azioni concrete per liberarsi dalla dipendenza, arriviamo a cambiare per diventare quello che siamo.

Le nostre percezioni, le nostre credenze errate e le nostre cattive abitudini cedono il passo ad un prolifico lavoro su noi stessi. I nostri interessi, i nostri talenti e le nostre motivazioni profonde si manifestano e i nostri ideali disfunzionali lasciano il posto ad una visione tutta personale della vita.

E ci accorgiamo di aver finalmente ripreso le redini della nostra esistenza e il potere sulla nostra vita!!!!

Sviluppare la propria intelligenza emotiva

intelligenza emotiva

E continuando a viaggiare sulla strada che porta alla libertà e all’autonomia affettiva , incontriamo un altra grande risorsa che ci può aiutare nel cammino: l’intelligenza emotiva.

L’intelligenza emotiva è la capacità dell’individuo di gestire le proprie emozioni così da agire in maniera coerente in funzione di quello che è e compiere scelte che gli siano favorevoli.

Sviluppare la propria intelligenza emotiva richiede una buona dose di attenzione verso i propri veri sentimenti, in modo da identificarli, esaminarli e farne un’analisi lucida.

Numerosi fattori influenzano l’intelligenza emotiva di una persona. Il fatto di essere cresciuta in un ambiente sano, di aver potuto appropriarsi degli strumenti necessari durante la sua crescita o di aver progredito sul piano personale rappresentano fattori che facilitano lo sviluppo di questo tipo di intelligenza.

L’intelligenza emotiva è la capacità di descrivere le emozioni a parole, di inquadrarle con sufficiente precisione per poterle esprimere nella maniera più “sana” e coerente possibile. Riuscendo a distinguere le emozioni, diventa più facile esternarle e comunicarle apertamente. Abbiamo così una migliore comprensione di quello che viviamo e siamo meno prigionieri dei nostri turbini emotivi.

Se riusciamo poi a identificare e a isolare le emozioni dominanti è più facile capire ciò che viviamo individuando così più chiaramente quello che succede nel nostro universo interiore. L’acume che sviluppiamo viene applicato anche a coloro che ci circondano. Acquisiamo una sensibilità particolare che ci permette di capire più facilmente quello che vive l’altro e quello che tenta di esprimere; il mondo delle emozioni ci è meno alieno.

Avere una migliore comprensione del nostro vissuto emotivo ci permette di collegare le emozioni ai pensieri. Le emozioni influenzano i pensieri, le azioni e le percezioni. Più facilità abbiamo a decodificare rapidamente le nostre emozioni e più siamo consapevoli del loro impatto sui nostri pensieri.

Sviluppando la nostra intelligenza emotiva, siamo così maggiormente in grado di vedere il collegamento tra quello che viviamo e quello che pensiamo; i nostri pensieri possono allora influenzare positivamente le emozioni, permettendoci di prestare più ascolto ai nostri sentimenti e di cercare di armonizzarli con le nostre azioni. Tutto questo si manifesta soprattutto quando compiamo scelte coerenti con quello che avvertiamo. Ci concediamo il tempo di decantare prima di prendee decisioni, di ascoltare maggiormente con il nostro cuore. Rimanendo ricettivi, vigili e paerti a quello che le nostre emozioni hanno da dire, invece di crogiolarci nel diniego e di fuggirle, permettiamo alla nostra intelligenza emotiva di svilupparsi finendo per essere molto più in armonia con noi stessi e migliorando il nostro modo di comunicare.

Essere all’ascolto di sé per il dipendente affettivo, che spesso si sente confuso sul piano emotivo, è qualcosa da imparare.

Quando le emozioni si presentano in blocco e il dolore che le accompagna è forte, la paura sovente fa in modo che tutto venga represso. Può succedere che una situazione vissuta faccia talmente male che non si sa da quale parte iniziare per districare questo groviglio di emozioni e pensieri.

Anni trascorsi ad evitare le nostre emozioni ci allontanano dai nostri bisogni, da quello che siamo. Più prendiamo in considerazioni il nostro sentire, più la comunicazione con noi stessi migliora, cosa che esercita ripercussioni favorevoli sul nostro modo di comunicare con chi ci sta vicino. Essere all’ascolto di sé apre la porta ad una comunicazione più autentica con l’altro: ci apriamo ed in questo modo invitiamo l’altro ad aprirsi.

Quantunque sia ipersensibile ai bisogni e alle aspettative altrui, il dipendente affettivo scarseggia in quanto a comunicazione. Dato che dubita di se stesso ha paura ad aprirsi e ad esternarsi. Più impara a conoscersi e a stimarsi, più va diritto al punto. Si creano così comunicazioni più chiare con gli altri. La comunicazione è sempre meno inquinata dal filtro della dipendenza.

Prestando più attenzione, il dipendente affettivo sviluppa una migliore qualità dell’ascolto e questo risana il suo rapporto in quanto, come ben sappiamo, la comunicazione rappresenta il cemento di una relazione ….

Sviluppare la fiducia in sè

fiducia in sè

Dipinto di Amanda Cass

Mano a mano che ci abbandoniamo dalla paura dell’abbandono cresce la fiducia in noi stessi e la meta dell’autonomia si fa più vicina …

Il dipendente affettivo coltiva un rapporto complesso con il concetto di fiducia. Non ha fiducia in se stesso e non ripone fiducia negli altri. Non ha nemmeno molta fiducia nella vita.

Ripone fiducia e poi la toglie secondo criteri che sono noti solo a lui. E’ stato messo a dura prova perché lo hanno tradito o perché ha vissuto esperienze infelici. Sviluppa quindi relazioni senza fiducia e in questo senso tutto si complica.

La fiducia in noi stessi si nutre di esperienze in grado di dimostrarci come tale fiducia possa instaurarsi comodamente senza venire tolta di mezzo. Quando siamo alle prese con la dipendenza affettiva, a richiamare la nostra attenzione sono soprattutto le esperienze contrarie. La fiducia è fragile.

La fiducia in noi stessi è un pilastro che ci aiuta a consolidare il nostro intimo. Più è solida meno facilmente crolliamo; essa si costruisce un mattone alla volta nel corso di occasioni varie che ci permettono di svilupparla. Quando c’è fiducia le cose funzionano, quando la si perde tutto crolla. Ogni certezza vacilla, non crediamo più nell’amore, nella sincerità, nell’impegno. Ricordiamo solo le ferite d’amore, provocate da una fiducia tradita.

Man mano che sviluppiamo la fiducia in noi stessi cresce l’indipendenza; disponiamo di munizioni a sufficienza per affrontare la vita e incassare rovesci senza dubitare di noi stessi. In questo modo dipendiamo meno dagli altri per la nostra sopravvivenza, non siamo più alla mercè della loro approvazione perché ci concediamo il permesso di scegliere il meglio per noi.

Nessuno possiede un’incrollabile fiducia in sé; tutti attraversiamo momenti di dubbio e di incertezza, è umano. Tuttavia, se conserviamo dentro uno stabile nucleo di fiducia in noi stessi, la vita diventa più facile, compiamo scelte migliori, esitiamo di meno.

Man mano che impariamo a conoscerci, a stimarci e ad affermarci, la fiducia prende piede. Quando il rapporto si stabilizza, quando le nuvole all’orizzonte si dissipano, la fiducia è là, ma un colpo basso può fare in modo che tutto crolli. I rapporti che seguono ne soffrono, il nuovo partner non ha il beneficio del dubbio bensì il fardello della prova. Considerato che non nutriamo fiducia, la gelosia ci ruba il nostro primo bacio, manomette tutto quello che l’altro dice e lo rende colpevole ai nostri occhi. Vorremmo, ma non ci riusciamo.

Ci affidiamo al tempo che passa affinchè sistemi le cose. E tutto questo lo viviamo in silenzio, nel sospetto, cosa che non ci aiuta. Parlarne è necessario.

Aprendoci, ci lasciamo scoprire per quello che siamo. Apriamo la porta ad una relazione basata sulla comunicazione, cosa che facilita l’instaurarsi di un rapporto di fiducia.

La fiducia si sviluppa aprendosi ad esperienze di coppia costruttive. Per farlo, occorre compiere buone scelte, ossia evitare di seguire l’istinto del bambino ferito che cerca ad ogni costo di rivivere esperienze che gli permettano di porre rimedio al passato. Occorre cambiare rotta!!!

Fiducia in sé significa avere esperienze a sufficienza per convincersi del proprio valore personale. A questo proposito, occorre conoscersi ancora di più per riuscire a distinguere i punti deboli da quelli forti, calcando la mano su questi ultimi. Siamo consapevoli degli ambiti in cui abbiamo del talento, di ciò che riusciamo a compiere con facilità e dei motivi per i quali gli altri potrebbero essere interessati a noi.

La fiducia in sé è un segno di forza; segna il confine tra quelli che osano e quelli che si bloccano.

Se vi chiedo di elencarmi dieci delle vostre più belle qualità, in mancanza di fiducia me ne fornirete una o due, dopo molte esitazioni. Se invece avete fiducia in voi mi elencherete con sicurezza le qualità e farete lo stesso per quanto riguarda i punti deboli.

Per sviluppare la fiducia in se stessi occorre concedersi dei diritti che ancora non erano stati rivendicati, ad esempio il diritto di dire “No”, di cambiare idea o di sbagliare. Si acquisisce fiducia a forza di provare e di osare ad essere. Nessuno è immune dal fallimento o dal rischio di perdere la faccia. Chi osa avrà sempre il merito di averci provato. E’ attore della propria vita!

Quando osiamo, sviluppiamo la fiducia in noi stessi e questo ci aiuta ad osare di più, fino a farci gonfiare d’orgoglio. Ci affermiamo con più facilità, ci esprimiamo meglio, ridiamo dei nostri errori, ci prendiamo meno sul serio, siamo più clementi nei nostri confronti e, in questo senso, ci risulta più facile esserlo nei confronti degli altri.

La fiducia che riponiamo in noi influenza i nostri pensieri, le nostre azioni, il nostro giudizio e le nostre scelte. Il dipendente che sviluppa la fiducia in se stesso è, tutt’un tratto, un po’ meno dipendente. Si crea più spazio per la libertà all’interno della coppia uscendo dalla spirale della gelosia e del possesso.

Quello che ieri sembrava troppo bello per essere vero diventa realistico, possibile e compatibile con la nostra realtà. Quando in una relazione si instaura la fiducia, le basi si consolidano e la vita quotidiana diventa più semplice.

E allora come procedere???? Imponendosi delle esperienze arricchenti e nutrienti sul piano emotivo. Imparando a conoscersi, a dare il giusto peso alle cose; nulla è del tutto nero o del tutto bianco. Sviluppare la fiducia in se stessi esige tempo, energia e attenzione, implica l’impegno sul piano personale e, soprattutto, l’azione. Solo “pensare di …” come sappiamo bene ha i suoi limiti, è l’esperienza che fa in modo che la trasformazione si avveri. Occorre fare esperienza di vita e guardare se stessi agire, in interazione con gli altri.

E come in ogni percorso di crescita la strada più efficace è quella di ricentrarsi su se stessi, di esprimere a parole quello che si sente e di agire in prima persona ….

Sbarazzarsi dalla paura dell’abbandono

cuore ferito 3

Eccoci forse alla parte più difficile del percorso verso la libertà dalla dipendenza affettiva: la paura dell’abbandono.

Una delle opinioni più diffuse in materia di dipendenza è che la causa profonda di quest’ultima affondi le radici nell’infanzia. Ogni dipendente affettivo ha seguito un suo percorso disseminato da insidie, che lo ha condotto a credere di non valere quanto gli altri, di dover fare i salti mortali per meritare di essere amato. Tuttavia il tipo di cammino che lo ha portato a convivere con il fardello dato dalla dipendenza affettiva non ha importanza; è tutta sua la responsabilità di liberarsi da questa morsa.

“Il senso di abbandono e le difficoltà che sopraggiungono in seguito alle separazioni sono inestricabilmente legate alla prima esperienza vissuta con la madre o con chi ne ha fatto le veci” (C.Rivest). Che si tratti di esperienze di rifiuto nel cortile della scuola, di umiliazioni subite dai compagni di un ambiente familiare carente, di esperienze reali o temute di abbandono, è chiaro che il bambino è un essere vulnerabile e permeabile a numerose ferite.

Quando accenniamo alla nostra paura dell’abbandono, non ne siamo mai fieri. Ci crediamo deboli, abbiamo paura di venire congedati dal nostro ruolo di amanti devoti. E’ tutto il contrario. Rivelare la nostra paura di essere abbandonati è un gesto che dimostra una buona conoscenza di sé e grande autenticità. E’ il primo passo per tenere a bada il fuggiasco che è in noi, che al primo segnale d’attacco si mette in salvo o si impegna anima e corpo a guardarsi bene le spalle.

Questa smisurata paura dell’abbandono, che paralizza il dipendente affettivo, si accompagna ad una collera repressa e a una rabbia che non ha mai potuto esprimersi. Probabilmente risale al giorno in cui i genitori si sono separati, secondo lui per colpa sua. Oppure al giorno in cui ha perduto qualcuno di così caro che tutto l’amore del mondo non è stato in grado di sostituire.

E’ possibile vivere con una perdita e sopravvivere a essa senza negarla. Non ritengo realistico cercare in qualcun altro quello che manca dentro di noi. E’ un esercizio di compensazione che non conduce da nessuna parte. Anche se abbiamo vissuto perdite importanti, c’è ancora posto per l’amore, per la tenerezza, per qualcosa di altro.

Tentando di compensare una perdita con una presenza, sprechiamo tempo ed energia. E’ più opportuno lasciare dentro di noi uno spazio per coloro che sono scomparsi e ancora più spazio per un nuovo amore o per un’amicizia che nasce. In questo modo viviamo il lutto di un mondo perfetto, una famiglia perfetta, e accettiamo che la vita abbia anche la sua parte di sofferenza.

Ripiegandoci su noi stessi e sviluppando una corazza così spessa che nessuno oserà avvicinarsi, non facciamo altro che privare il nostro essere del suo legittimo bisogno d’amore o di compagnia.

Per paura di essere rinnegati o abbandonati neghiamo noi stessi e ci abbandoniamo. Privarsi della tenerezza e dell’affetto di cui si ha tanto bisogno per paura di soffrire ancora è un po’ come mutilarsi il cuore. Sì il bambino che siamo stati avrebbe davvero avuto bisogno dell’adulto che non è mai tornato!

L’angoscia emotiva legata alla paura dell’abbandono è terribile e proprio perché fa così male usiamo tutti gli espedienti possibili per evitare di vivere questo strazio interiore così profondo.

Tuttavia, fintanto che la sfuggiremo, questa paura ci perseguiterà senza tregua. Per sopravviverle occorre affrontarla, analizzarla, guardarla bene in faccia a lungo. Quando urla dentro di noi, è la testa che parla al cuore.

Tutto il dolore che da così tanto tempo viene soffocato ha bisogno di essere evacuato attraverso le lacrime. Quando ce ne liberiamo, a liberarsi è un intero universo, disponibile ad un amore lucido e ad un’amicizia disinteressata.

Talvolta un buon pianto non è sufficiente, si tratta di un percorso che conduce all’accettazione; occorre lasciare la presa, abbandonare certe credenze sbagliate.

Prima di tutto questo, la tappa più importante è prendere coscienza di questa terribile paura dell’abbandono. Se la persona amata dovesse lasciarci, dopo che abbiamo dato tutto a questa relazione … Se la persona nella quale riponiamo più fiducia e con la quale condividiamo la vita dovrebbe esserci infedele … Se un giorno, senza aspettarcelo, al nostro ritorno dovessimo trovare la porta chiusa a chiave … Se lui non dovesse ritornare mai più …  Questi pensieri ci ossessionano giorno e notte, fino a quando non accettiamo la parte di rischio di una relazione.

Dopo aver preso coscienza, dopo esserci ricentrati su noi stessi invece di cercare di immobilizzare l’universo intero per placare la nostra insicurezza, c’è ancora qualcosa da fare. Dopo essere diventati più tolleranti nei confronti dell’imperfezione del mondo, dell’onnipresente rischio di perdere ad ogni secondo quello che credevamo nostro di diritto, c’è ancora qualcosa da fare.

ESSERE FIERI!  Fieri di quello che abbiamo compiuto fino a qui, nonostante la sofferenza, al di là delle umiliazioni, dell’angoscia e talvolta persino dell’abbandono vero e proprio. Abbiamo motivo di essere fieri: siamo cresciuti nonostante queste perdite, abbiamo preso forma, ci siamo rafforzati; siamo in vita, ci stiamo costruendo.

In ragione della sua paura dell’abbandono, il dipendente affettivo attraversa momenti di scoraggiamento e disperazione. Finisce con l’infliggersi sevizie affettive, ad esempio lasciare qualcuno che ama per paura di essere tradito. Nonostante tutta la sofferenza e l’angoscia emotiva che questo sentimento fa vivere, l’abbandono più penoso che si possa subire è quello di lasciarsi perdere da soli.

Non è facendo in modo che l’altro non si allontani di un millimetro che ci immunizziamo dall’abbandono, bensì assicurandoci che, qualunque cosa accada, come individui noi non ci abbandoneremo.

Sopravviviamo alle perdite, alla partenze e ai tradimenti sviluppando un amore incondizionato verso noi stessi, un amore verso il nostro essere imperfetti, affascinanti e coraggiosi. Attraverso queste prove, ci rendiamo conto di essere ancora lì a raccogliere i nostri cocci, a pulire le nostre zone sinistrate, ad aspettare giorni migliori. Nonostante tutte le sofferenze siamo ancora lì, vivi e vibranti animati da questo desiderio di vivere e i essere felici. Ne vale la pena! Abbiamo cercato ovunque l’amore perché sappiamo che ce lo meritiamo. Poi, incamminandoci, impariamo ad amarci di più. Diventiamo il nostro migliore amico, quello che c’è, che è presente persino nel cure della tempesta. Diventiamo il nostro genitore, quello che ricorda ogni tappa della nostra vita.

Siamo le persone meglio qualificate per coccolare il nostro bambino interiore, per acclamare il nostro coraggio e la nostra determinazione, per prometterci di prenderci cura di noi, qualunque cosa succeda. E’ così che generiamo l’amore di cui avremo tanto bisogno, agendo come un genitore pieno di tenerezza e capace di rispondere ai nostri bisogni. Siamo dunque pronti a tutto per farci piacere, siamo responsabili della nostra felicità.

Più prendiamo coscienza di avere il potere di agire e concretamente sulla nostra vita e di aiutare il bambino ferito in noi a ricostruire se stesso, meno ci lasciamo paralizzare dalla paura dell’abbandono, perché ora abbiamo il potere di prenderci un impegno verso noi stessi e di non abbandonarci più.

Adesso possiamo riporre fiducia nella vita. La nostra terribile paura dell’abbandono smetterà di incuterci timore. Progredendo, arriviamo ad averne abbastanza di essere ostaggio della paura; abbiamo solo voglia di stare bene ….

Sbarazzarsi della vergogna

vergogna

(immagine trovata nel web senza alcun riferimento)

Continuiamo il cammino verso la libertà occupandoci ora della vergogna.

Quando ci vergogniamo, ci svalutiamo e questo nuoce alla nostra autostima. IL nostro giudizio inoltre rafforza il senso di colpa. Ci vergogniamo e quindi ci scusiamo ulteriormente. In ultima analisi, ci scusiamo perché qualcun altro non ha avuto rispetto verso di noi.

E’ un mondo alla rovescia. Siamo stati vittima di un’ingiustizia o di un trattamento sleale e invece di provare rabbia, di ribellarci, aggiungiamo al nostro dolore una vergogna che non era nemmeno destinata a noi.

A braccetto con il senso di colpa la vergogna ci trascina in una danza macabra lontana dalla nostra personale realizzazione e lontanissima dalla libertà. Questi sentimenti ci imprigionano, ci isolano e ci derubano della nostra energia.

Quando si è dipendenti, si è ipersensibili all’atteggiamento di coloro che ci circondano, ai loro commenti, alle loro critiche e ai loro rimproveri. Ci si aspetta che verso di noi siano più clementi. Ancora una volta sono speranze vane; noi non  abbiamo il potere di cambiare gli altri. Darsi da fare per cambiare se stessi, invece, è un progetto di vita.

La vergogna si nasconde in noi e quindi sta a noi sbarazzarcene. Concedendole sempre meno spazio, la mettiamo alla porta. La vergogna si nasconde in fondo alla nostra fragilità, al nostro desiderio di perfezione e al nostro bisogno di piacere a tutti.

La vergogna ferisce la nostra dignità e ci fa credere di essere degli inferiori e dei deboli. Amplifica il nostro senso di incompetenza, la nostra insicurezza e la nostra paura di essere ancora una volta respinti.

La vergogna è un grande velo di tristezza, di impotenza e di rabbia repressa che seppellisce la nostra volontà di essere. Il suo scopo principale è quello di rafforzare il nostro atteggiamento di vittima, la nostra impotenza, la nostra passività.

Proviamo a prendere coscienza che la stima di cui abbiamo bisogno per ricostruire noi stessi non viene dall’esterno bensì da dentro di noi!

A far nascere la vergogna è la convinzione di essere sporchi, di aver perduto una forma d’orgoglio e di non meritare più il rispetto. La vera dignità rimane intatta; l’unico problema è che la vergogna la vela e la nasconde.

Incamminarsi verso la libertà significa soprattutto sbarazzarsi delle credenze errate e dei soffocanti sentimenti negativi che appesantiscono il cammino. E’ soltanto rifiutando in maniera categorica di lasciarsi insidiosamente imporre un’ingiustificata vergogna che delimitiamo il nostro territorio interiore. La vergogna è pericolosa, perché si insedia nel nostro intimo, nei nostri pensieri profondi e nella nostra privacy. E nessuno ha il diritto di venire a calpestare queste aiuole!

Ci vergogniamo di noi perché ci hanno mentito sulla nostra persona. Ci sono stati tenuti nascosti tantissimi aspetti belli e non si è preso il tempo di sottolineare i nostri punti di forza.

A furia di vergognarci e di sentirci in colpa, ci isoliamo. Nutriamo un senso di insicurezza nei confronti del mondo esterno. Ci diciamo che, a casa nostra, nessuno può farci del male.

Man mano che sprofondiamo in un isolamento rivendicato dalla vergogna, cresce la difficoltà a instaurare rapporti con persone nuove. Si finisce con il credersi contagiosi e indesiderabili e non c’è nessuno ad affermare il contrario.

Come uscirne??? Imparando ad amarci. A forza di amarci e di volerci bene, compiamo scelte di vita nelle quali non c’è posto per sentimenti distruttivi.

Iniziamo le grandi pulizie tra i nostri pensieri. Prendiamoci il tempo di comprendere che siamo persone di valore, degne di amore e che soprattutto hanno il diritto di sbagliare.

La vergogna può essere sostituita dalla tenerezza lasciando così il posto ad esperienze valorizzanti. La vergogna che proviamo è spesso un profondo sentimento di ingiustizia, impotenza, rabbia e tristezza.

Sbarazzandoci delle false credenze e dell’ingiustificato senso di colpa permettiamo a emozioni più “sane” di venire alla luce. Emozioni che nascono dal nuovo senso di fiducia che proviamo nei nostri confronti, fiducia che ,vincendo la vergogna e il senso di colpa , ci fa ri-trovare il senso del nostro essere nel mondo …..

“ La vergogna non è essere inferiori all’avversario,

è essere inferiori a se stessi …” M.Mandchoue

e il cammino non è ancora concluso …..

Sbarazzarsi del senso di colpa

senso di colpa

Ulteriore passo in avanti per liberarsi dalla dipendenza affettiva è sbarazzarsi del senso di colpa.

Poiché si vergogna dei comportamenti generati dalla sua dipendenza e si sente colpevole a priori, il dipendente affettivo si scusa di esistere. Il profondo senso di colpa che avverte altera le sue percezioni. Si colpevolizza rapidamente, perché si sente responsabile della felicità altrui e crede, appunto per questo, di essere direttamente responsabile dell’infelicità di chi gli sta vicino.

E’ colpevole di non esserci stato, di non essere stato abbastanza presente, di aver soffocato l’altro o di averlo amato male.

Si condanna senza pietà. E’ sua colpa, sua grandissima colpa! Di fatto il senso di colpa, alimentato dal dipendente stesso, gli permette di auto flagellarsi. Attraverso questo sentimento, conserva una certa forma di coerenza nel concetto che ha di se stesso: si crede indegno di fiducia e di amore. La sua paura di perdere l’altro viene rafforzata dal senso di colpa; è convinto di aver fatto qualcosa di grave, di non meritare di essere amato.

Poiché si sente colpevole, il dipendente teme di essere smascherato, teme che si scopra in lui un impostore. La sua unica via d’uscita è quella di scontare la sua pena, ossia asservirsi ulteriormente per pagare il suo debito.

Il senso di colpa affonda le radici fin dall’infanzia, dove il dipendente si è sentito a torto responsabile di dolorose perdite. Può avere avuto la sensazione di derubare qualcuno dell’amore, dell’attenzione o di certi momenti di tenerezza che non si riteneva degno di meritare. L’amore era così raro che è stato costretto a rubarlo oppure era talmente presente che ha creduto di averne privato gli altri a causa della sua avidità. Poco importa in quale momento si è instaurato il senso di colpa, è comunque nato da una credenza errata che si è fossilizzata.

La dipendenza affettiva si nutre del senso di colpa. Quest’ultimo crea l’impressione di un debito inestinguibile in colui che si lascia guidare da esso. Scatena reazioni talvolta esagerate; chi è dominato dal senso di colpa si dà senza riserve, è disponibile e non si rispetta, il tutto perché ha sete di amore. Esso si nutre del vuoto che regna nel cuore del dipendente.

Più ci sentiamo colpevoli, più ci scusiamo di esistere e più facciamo spazio agli altri.

La maggior parte delle pene che ci infliggiamo non sono il frutto di un giudizio esterno, bensì la convinzione di essere nel torto. Il dipendente affettivo sopraffatto dal senso di colpa si scusa di continuo. Si scusa di chiedere, di arrivare un secondo in ritardo, di non aver risposto abbastanza velocemente al telefono; si scusa alzandosi il mattino e si addormenta perdonato a metà.

Il senso di colpa del dipendente non è solo nocivo e inutile, è anche per la maggior parte delle volte ingiustificato. Il dipendente si trascina appresso, insieme al senso di colpa, un fardello che in genere non gli appartiene. La colpa rende fragili le persone saziandosi di rimpianti e di rimorsi. Blocca la nostra volontà di liberarci della dipendenza rafforzando quest’ultima.riduce ai minimi termini l’idea che abbiamo del nostro valore.

Il senso di colpa nasce unicamente dentro di noi; crediamo che scaturisca dall’opinione degli altri, in realtà siamo noi che proiettiamo la nostra paura e il nostro senso di impotenza davanti agli occhi di chi incontriamo. Esso è un fardello molto pesante da portare che impedisce di guardare avanti. È un veleno molto tossico, soffoca il desiderio di affermazione condannandoci a rifiuti immaginari.

Essere colpevoli significa essere muti. Il senso di colpa ci imprigiona mediante un ventaglio di emozioni negative. È talmente presente, fedele e opprimente, da abbarbicarsi a noi, che non riusciamo più a liberarcene. Attacca senza posa la fiducia in noi stessi, fa fallire i nostri tentativi di affermarci e ci ricorda in continuazione ogni nostra piccola mancanza.

Esso ci pervade a tal punto che abbiamo l’impressione di portare tatuati in fronte tutti i nostri fallimenti, vergognandoci di noi stessi.

Siamo sicuri che le persone ci giudichino, pensino male di noi e non si fidino. Il senso di colpa ci fa scivolare in un cupo declino. È come se ci condannassimo da soli allo status di indesiderabili senza aspettare il verdetto del mondo esterno.

Il senso di colpa contribuisce ad alimentare una visione mediocre di noi stessi e, di conseguenza, relazioni malsane che ci confermano questa percezione. Portiamo così avanti circoli viziosi e rapporti che non sono costruttivi.

Al suo parossismo esso ci conduce lungo sentieri cuoi e baltici. Diventiamo allora dei fuggiaschi che tentano di negarlo, anche se in fondo è questa sensazione a condurre le danze.

Il senso di colpa è un va porosi energie, non porta a niente di buono, nessuna soluzione, nessuna buon intenzione; esso si limita solo a farci sprofondare sempre di più ….

Affermarsi

affermarsi

Il secondo passo verso la riconquista della propria libertà liberandosi così dal giogo della dipendenza affettiva è AFFERMARSI.

Affermarsi significa mettere allo scoperto la propria identità. Vuol dire prendersi lo spazio vitale che ci spetta, nel rispetto di ogni essere umano.

Affermandoci, facciamo sapere che esistiamo, che abbiamo come tutti un valore, delle opinioni e un’identità. Raramente è necessario fare esercizio di affermazione dando fiato alle trombe. In genere è sufficiente prendersi lo spazio che ci spetta.

L’affermazione di sé affonda le radici nella considerazione che abbiamo di noi stessi. Imparando a conoscerci, a conoscere le nostre forze e le nostre debolezze, prendendoci il tempo di scoprirci e di amarci per quello che siamo, arriviamo a capire di essere unici.

Più fiducia abbiamo in noi stessi, nel nostro valore e nella nostra capacità di esprimere chiaramente i nostri bisogni, più diventa facile prendere il nostro posto.

Per il dipendente affettivo affermarsi è difficilissimo, perché non conosce i propri limiti, ha una paura sconfinata di perdere l’altro e un’autostima molto scarsa. Per arrivare ad affermarsi, è necessario innanzitutto fissare dei limiti, mettere dei confini, per quanto stabilirli gli riesca difficile e nonostante la paura delle reazioni altrui e di quello che gli altri diranno.

Imparando ad affermarsi, il dipendente affettivo si concede il diritto di dire “NO” quando, dentro di lui, è “NO”. Anche se sappiamo che il senso di colpa potrà coglierci, siamo consapevoli che dire “SI” quando è “NO” rappresenta una palese mancanza di rispetto verso noi stessi. Porre dei limiti non significa non dar prova di generosità o buonsenso, bensì smettere di tollerare gli abusi per mancanza di autostima.

Affermarsi significa anche correre il rischio di esprimere la propria opinione, nonostante sia impossibile che soddisfi sempre tutti all’unanimità. Nel farlo esercitiamo la nostra libertà di espressione, la libertà di pensare ed essere.

Affermarsi vuol dire:

  • Scegliere tra varie possibilità in funzione dei nostri bisogni
  • Scegliere ciò che rientrerà nella nostra giornata e come organizzeremo il tempo
  • Scegliere le persone che vogliamo frequentare, invece di lasciarci guidare sempre dal caso
  • Scegliere i nostri abiti, anche se non siamo più abituati e ci vorrà del tempo
  • Scegliere il canale televisivo che vogliamo vedere
  • Scegliere il film da noleggiare.

Occorre avere il coraggio di esprimere i propri bisogni e le proprie aspettative, senza imporli né trasformarli in esigenze per l’altro.

E’ importante condividere i propri bisogni anzitutto con se stessi, giacchè siamo noi la persona più in grado di soddisfarli, e poi con gli altri, che non possono sempre indovinare tutto. E’ un modo di dire che esistiamo. Abbiamo dei bisogni, delle aspettative, dei desideri, delle attese e dei sogni. Esprimerli significa dar loro vita. Possiamo condividerli, ripristinando così tutta la loro legittimità.

Affermarsi significa anche:

  • Accettarsi per quello che siamo nel rispetto dei nostri aspetti più complessi, in funzione delle nostre zone grigie
  • Accettare la nostra identità, anche quello che sembra fare di noi una persona ai margini, anche se gli altri hanno difficoltà ad accettare la nostra differenza.

Infine affermarsi vuol dire:

  • Sviluppare un’immagine positiva di noi stessi anche se, come tutti abbiamo le nostre debolezze, i nostri fallimenti, i nostri momenti di dubbio e di incertezza
  • Concedersi il diritto di esistere
  • Assumersi il rischio di vedere chi ci sta intorno cambiare atteggiamento di fronte a noi man mano che ci affermiamo.

Per affermarsi occorre essere pronti a rinunciare di piacere a tutti. Per compensare, iniziamo ad marci di più. Ci permettiamo di assaporare la nostra scalata al successo: ri-trovare noi stessi!

Affermarsi non è sempre facile. Possiamo iniziare da situazioni che giudichiamo meno importanti o meno rischiose, compiendo scelte che in seguito possono anche creare disturbo. Da principio ci affermiamo con goffaggine, talvolta abbandoniamo il nostro fazzoletto di territorio sconfinando in quello del vicino. Tuttavia, possiamo sempre ritirarci ed essere consapevoli che il fatto di affermarsi richiede molta pratica.

Ogni esercizio di affermazione genera risultati concreti e un beneficio che si propaga dentro di noi. Tocchiamo con mano il nostro potere personale e la capacità di esprimere i nostri bisogni. Questo ci trasmette soddisfazione, una forma di legittimità. Le nostre scelte diventano libere e consentite; insomma esercitiamo quello che è il libero arbitrio.

Imparando ad affermarci, forgiamo il nostro carattere e rafforziamo la nostra identità …..

….. e ancora ….

Rompere la gabbia della “dipendenza affettiva” imparando a credere in se stessi.

dipendenza affettiva 10

Vorrei ora allargare un po’ il concetto trattato nei post precedenti, visto anche le esperienze con alcune clienti che mi dicono : “ si, si, ho capito tutto a livello teorico , consapevolezza, accettazione, prendersi cura della nostra parte bambina, etc.etc. …. Ma in pratica, come faccio????” Lungi da me fare di questo post una ricetta da applicare alla lettera , ribadisco il Counselor non da consigli e soprattutto non ha la bacchetta magica , è una maniera per riflettere insieme su cosa siano le cose da recuperare per vivere finalmente una vita piena e autonoma.

Al primo posto metterei la “solitudine” o meglio imparare a fare amicizia con la propria solitudine.

Pensare a se stessi, dedicarsi del tempo rappresentano aspetti dimenticati dal dipendente affettivo. Per queste persone solitudine significa terrore di vivere nel dolore dell’abbandono.

Questa stessa solitudine può però essere percepita diversamente, in primo luogo accettando che a piccole dosi possa fare bene e che possa essere un invito ad accogliere la possibilità di ricentrarsi su di sé.

E’ possibile percepirla come una penosa attesa, ma anche fare lo sforzo di considerarla un appuntamento con se stessi, un’occasione d’oro di fermarsi, tornare a inquadrarsi, costringersi a porsi delle domande e vedersi così come si è.

A meno di vivere sotto permanente tutela di qualcun altro, i momenti di solitudine sono inevitabili. E allora, perché non prendere il toro per le corna e trasformare questi momenti d’orrore in occasioni di crescita? Questi faccia a faccia con se stessi possono convertirsi veramente in qualcosa di davvero positivo. La solitudine diventa così l’occasione per porsi delle domande e di prendere coscienza degli schemi nei quali ci siamo insabbiati.

Quando non è un’alleata naturale, la solitudine fa paura. E’ lo stress della novità. Di uno sconvolgimento delle nostre abitudini di vita. La paura di sé si aggiunge a quella dell’isolamento e dell’oblio. Le prime settimane sono le più dolorose. Non c’è nessuno a motivarci. A stimolarci, a dirci cosa fare e cosa pensare.

Non c’è nessuno!

E’ un periodo in cui si è soggetti alla disorganizzazione. Il corpo si fossilizza in una forma di paralisi emotiva che ci rende incapaci di qualsiasi azione. E’ il buco nero, il grande vuoto. Ci si sente come in un vicolo cieco.

La nostra energia, che proveniva essenzialmente dagli altri, sembra averci abbandonato. Prima di avvertire i benefici di una solitudine scelta, ci travolgono l’angoscia, la paura, il malessere e i pensieri negativi. Poi, rapidamente si instaura la noia. Le giornate e le persone che incontriamo cominciano ad apparirci noiose. Gli svaghi che amavamo perdono di interesse. A questo stadio, ancora non ci rendiamo conto che siamo noi ad essere diventati noiosi e senza interesse. Essendo stati troppo indaffarati a occuparci degli altri, non siamo mai andati alla scoperta dei nostri interessi. Siamo allora preda della malinconia; tutto ben presto diventa complicato, inutile, pesante.

Ci intristiamo nella nostra solitudine. Si affaccia lo spettro della depressione che, di fatto, è un desiderio di espansione dell’essere. Arrivati a questo punto, abbiamo l’impressione di non aver più alcuno scopo.

Di fronte a noi stessi capiamo di non saper più bene dove ci troviamo, soffriamo in continuazione, dubitiamo seriamente della nostra capacità di vedere le cose in un colore diverso dal nero. Siamo faccia a faccia con noi stessi.

E’ ora, quindi, di infrangere il silenzio, di iniziare una conversazione amichevole con il nostro io. E’ soprattutto il momento di uscire a fare una passeggiata, di mettere in ordine in dispensa, di rispolverare i progetti che avevamo messo  da parte, di riordinare il guardaroba, le nostre pratiche, le foto, la rubrica del telefono, quella dei compleanni, di riscoprire il quartiere, l’associazione che ci interessa, la videoteca.

Da quanto tempo abbiamo messo da parte il parrucchiere e l’estetista? Quel negozio di libri d’occasione, quella boutique che vende i vestiti che ci piacevano tanto, quel panificio artigianale, quel bar con i cornetti così buoni? E di ritorno dalle commissioni, eccoci con nuovi libri da riordinare che ci fanno riscoprire perle dimenticate in fondo ad una scatola, disegni che non facciamo più, musica che riscopriamo … è l’inizio di un meraviglioso pellegrinaggio sulle orme dei nostri personali archivi: quello che eravamo prima di abbandonare noi stessi.

Questa vecchia cassetta ci ritrasmette la voglia di andare ad acquistare nuovi CD, di osare una serata di ballo e se nessuno ci porta, tanto meglio, sarà una vera immersione nel proprio sé!

Impregnato di tutte queste ricchezze l’Io cresce, il nostro sorriso riaffiora, l’ansia si acquieta per lasciare il post al piacere di scoprirsi. Non abbiamo più bisogno di piacere a qualcuno, non abbiamo nulla da perdere e tutto da scoprire.

Approfittiamo dunque di questi momenti di solitudine per occuparci di noi. Così facendo, ci ricolleghiamo a quello che siamo veramente, cioè ESSERI UNICI, pieni di desideri, in grado di prendersi cura di se stessi, pieni di bisogni e sempre più capaci di soddisfarli.

La solitudine apre la porta ad una nuova amicizia con qualcuno di meritevole e di particolare che ci siamo presi il tempo di frequentare: noi stessi. Questo essere prezioso, che la solitudine ci ha permesso di incontrare  nuovamente, sarà l’essere più fedele, quello che ci seguirà per tutta la vita.

In questo modo il peso della solitudine diventa più leggero perché la trasformiamo in un appuntamento con ciò che siamo …..

Continua nel prossimo post ….

Trovare una misura

fusione

“Il controllo assoluto su un altro essere umano non è possibile e tantomeno auspicabile. Ed è sempre distruttivo. Uno dei grandi miti sul vero amore vorrebbe che le vite di un uomo e di una donna fossero intrecciate per sempre, incamminate sulla stessa via, protese verso le stesse mete e i medesimi interessi, e che ogni istante di separazione fosse per loro un’eternità. Quand’anche ciò fosse possibile, a me sembra tristissimo!Sentirsi uniti, protetti, solidali è un sentimento del tutto naturale. Ma diventa un problema quando noi ne facciamo un’esigenza esclusiva. Chi focalizza il proprio amore su un unico soggetto ha difficoltà nei suoi rapporti con gli altri. Constatare che le persone che amiamo sanno amare, oltre a essere amate, dovrebbe essere un conforto, non una minaccia ….” (Leo Buscaglia – Vivere, amare, capirsi – )

Il primo passo verso la risoluzione delle dipendenze affettive è certamente riconoscere di avere un problema. Esistono, dei confini estremamente sottili tra ciò che in una coppia è normale e ciò che, nell’abitudine cronica, diviene dipendenza. La difficoltà nell’individuazione del problema risiede anche nei modelli di amore che, come si è detto, una persona affettivamente dipendente conserva nella propria memoria e che fanno ritenere determinati abusi e sacrifici di sé come “normali” in nome dell’amore.

Secondo passo: chiedere aiuto, ci si può avvalere del supporto psicologico individuale, a volte può essere necessaria una psicoterapia, ma ciò che è certamente utile per velocizzare e stabilizzare i miglioramenti è il confronto in gruppo tra persone che vivono lo stesso problema perché ciò consente di prendere un impegno con gli altri, davanti agli altri e di cominciare a riconoscere le distorsioni della realtà, grazie alle somiglianze della propria vita con la vita altrui che consentono di vincere le difese che non permettono di vedere la verità sulla propria storia personale.

Spesso, paradossalmente, è la “speranza” che fa sopravvivere il problema e che tende a cronicizzarlo: la speranza in un cambiamento impossibile, soprattutto in un contesto relazionale in cui si sono consolidati, e persino pietrificati, dei ruoli e dei copioni da cui è, più o meno, impossibile uscire. Così, paradossalmente, l’inizio del cambiamento arriva quando si raggiunge il fondo e si sperimenta la disperazione, che rappresenta la possibilità di sotterrare le illusioni che hanno nutrito a lungo il rapporto patologico.

Come ho detto all’inizio la descrizione del dipendente affettivo e del suo annullamento nell’altro secondo lo schema ebbrezza, dose e perdita dell’io è praticamente identica a quello dell’innamorato, perduto in un mondo parallelo, dimentico del resto, concentrato ossessivamente sull’oggetto unico e insostituibile del suo amore. Dove è la differenza? Perché una è una bolla bellissima che tutti guardano con invidia e l’altra, invece, è un’orrenda prigione dove si consuma un copione di dolore e annientamento?

Tra l’innamoramento e la dipendenza, tra la passione e l’annullamento, come ho scritto più sopra, il confine è labilissimo. Per questo poi è così difficile capire dove comincia una cosa e dove finisce l’altra. Si può provare, però, a mettere dei paletti.

Il primo riguarda il considerare da quanto tempo dura la simbiosi. Un rapporto fusionale è pressoché inevitabile nella fase iniziale di una relazione, poi però, se dà il passo e l’andatura a tutta la storia, se si mangia via ogni possibile evoluzione e cambiamento, allora, forse, c’è qualcosa che non va.

Secondo paletto: la quantità. Un rapporto d’amore tenderà almeno un po’ alla fusione simbiotica ma non deve tenderci troppo. Un esempio concreto: cercare di stare il più possibile con l’altro è una faccenda connaturata con l’amore; stare solo e soltanto con lui rifiutando ostinatamente qualunque altro contatto è una cosa cui prestare attenzione.

Ricapitolando: non troppo e non troppo a lungo, altrimenti forse siamo davanti ad un problema di dipendenza, forse dobbiamo drizzare le antenne.

Però non è ancora sufficiente. Troppo è un concetto abbastanza relativo: come si può misurare davvero se il limite è stato superato, se stiamo deragliando verso qualcosa di distruttivo e malsano?

Qui c’è una regola infallibile; bisogna misurare la sofferenza che si sente . Più soffro, più amo è il modello dell’amore per noi occidentali. Ce lo hanno passato, tra l’altro, secoli e secoli di letteratura e svariati decenni di cinema, canzoni e televisione. Tutti più o meno, volenti o nolenti, prendiamo questa malsana equazione come punto di riferimento assoluto.

Avere consapevolezza vuol dire cercare di capire sempre quello che ci succede, ascoltarsi e sentire riconoscere le note dissonanti, vuol dire non crogiolarcisi dentro, vuol dire immaginare che è possibile anche diversamente.

Il modello dell’amore come annullamento è terribilmente seducente. Non c’è niente da fare, se guardi Adele H. di Truffaut, pensi che quella donna, una delle più grandi drogate d’amore della storia del cinema, una che insegue un uomo che nemmeno la vuole fino all’altro capo del mondo, è pazza, ma ne rimani completamente affascinato e stregato.

Si tratta, in conclusione, di trovare una misura. Si tratta di mantenere sempre un punto di vista critico. Si tratta di continue triangolazioni e aggiustamenti per trovare la giusta distanza con le cose, con i modelli per portarle nella propria vita in modo creativo e personale.

……. e non abbiamo ancora finito, se ti va continua a seguirmi …..

Dipendenza affettiva: polarità e tratti

dipendenza affettiva 3

Foto di: http://www.flickr.com/photos/chiaramatteo/5483037342/

La persona che soffre di Dipendenza Affettiva può dimostrare il proprio vuoto interiore in due forme opposte, ma nello stesso tempo reciproche: “Io sono responsabile della felicità dell’altro”, oppure: “L’altro è responsabile della mia felicità”.

Queste due forme di dipendenza condividono la stessa speranza di trovare negli altri il proprio centro di gravità, la propria fonte di valorizzazione, la propria ragione di esistere e il proprio benessere esistenziale. Quando la persona  dipende stabilisce un contatto serio, vi si attacca come una striscia di velcro e non lascia la sua preda.

Questa persona, infatti, dipende da tutti: dalla famiglia, dal partner, dal capufficio, dagli amici. Facendo degli altri il proprio centro di gravità, abbandona i propri interessi personali, i propri valori, per concentrarsi su quelli delle persone da cui dipende e che considera più importanti. Cerca allora di soddisfare anche il loro più piccolo desiderio e si permette anche di crearne di nuovi, per sentirsi indispensabile.

Oppure, all’opposto, conta sull’altro per regolare la propria vita nei minimi dettagli. E’ l’altro che deve decidere delle sue attività  o delle attività comuni, nelle sue scelte nel vestire e nell’organizzare l’andamento della vita quotidiana.

Ciascuno di noi ha qualità e difetti, che costituiscono un individuo completo, con una propria personalità. A volte, però, poiché è cresciuta in una famiglia disfunzionale, la persona dipendente ha acquisito comportamenti particolari, che le sono stati trasmessi dal proprio ambiente.

Trai i tratti che possiamo trovare nelle persone dipendenti affettivamente ci sono:

  • Orgoglio: poiché la stima di sé non è radicata, la persona dipendente affettivamente non ha un’alta opinione di sé e delle proprie azioni. Inoltre, poiché le manca la fiducia in se stessa, tende a giudicare gli altri, a non riconoscere i loro meriti e le loro qualità. Non vuole essere relegata in secondo piano ed essere considerata inferiore. Tuttavia, si sente sempre incapace di chiedere aiuto agli altri: vuole dimostrare che il suo modo di vedere e di fare le cose non ha bisogno di essere migliorato. Come liberarsi da questa forma di orgoglio? Intanto riconoscendola e allo stesso tempo introducendo un po’ di umiltà, comprendendo che non si perde nulla nel riconoscere il valore degli altri. Al contrario, si potrebbero trovare elementi per far crescere se stessi.
  • Razionalizzazione: sempre per mancanza di fiducia in sé, la persona affettivamente dipendente crede di dover giustificare ciascuno dei propri atti e delle proprie opinioni. Per di più, poiché molto spesso è incapace di condividere le proprie emozioni e i propri sentimenti, questa giustificazione delle cose viene fatta ad un livello razionale: la persona parla con la testa piuttosto che con il cuore. Come liberarsi da questa tendenza? Interrogandosi seriamente sui motivi profondi delle proprie azioni e opinioni imparando a condividerle apertamente. La persona dipendente è necessario che prenda coscienza che ha anch’essa emozioni e sentimenti che valgono la pena di essere espressi.
  •  Perfezionismo: quando si prende come modello uno dei propri genitori e questi è un perfezionista, il bambino cresciuto in una famiglia disfunzionale cerca di sviluppare questa tendenza. In sé, il perfezionismo non è un difetto; lo diventa quando è spinto ad un livello inaccettabile non tenendo conto dei limiti che ci appartengono proprio perché umani. Il soggetto dipendente è necessario che si renda conto che la perfezione non è di questo mondo, che nessuno si aspetta questo da lui e che anch’egli non può reclamarla dagli altri. Una buona dose di semplicità in tutte le circostanze è la soluzione migliore.
  • Rinvio: la mancanza di fiducia in sé, la paura di sbagliare, di essere giudicati fanno sì che alcune persone affettivamente dipendenti rimandino costantemente a più tardi quello che potrebbero fare in quel momento. Esitano a passare all’azione. Solo attraverso l’esperienza e il lavoro possono vincere questo loro difetto e rendersi conto che possono agire altrettanto bene di chiunque altro. Così a poco, a poco, acquisteranno fiducia in sé.
  • Autocompatimento: alcune persone hanno la tendenza a piangere costantemente sulla propria sorte e a non accettare le prove che la vita riserva loro. E’ una caratteristica che si trova sovente presso le persone affettivamente dipendenti. Esse si sentono rifiutate, buone a niente, incapaci di riuscire nella vita. Anche in questo caso si tratta di mancanza di fiducia in se stessi. Per uscire da questa situazione, conviene imparare a sdrammatizzare le situazioni, a relativizzare l’importanza delle cose e degli avvenimenti, ad accettare la vit così come si presenta e soprattutto ad accettare se stessi.
  • Inquietudine: il soggetto affettivamente dipendente è un inquieto. Ha paura di quello che avverte all’interno di se stesso e di ciò che potrebbe succedergli in futuro. E’ necessario imparare a far fronte a questa insicurezza confrontandosi con essa, piuttosto che evitarla. Anche qui si tratta di una questione di fiducia in se stessi.
  • Prostrazione: può succedere che il soggetto dipendente tagli tutti i contatti con gli altri appena si presenta la minima difficoltà. La sconfitta in questa o in quell’altra circostanza produce in lui un senso di scoraggiamento dal quale troverà difficile riprendersi. E’ necessario che la persona affettivamente impari a passare all’azione, a pro-attivarsi, e a dirsi che quella sconfitta non è la fine di tutto, ma unicamente un avvenimento sfortunato e, soprattutto passeggero.

La conclusione di tutto questo???? Imparare ad amarsi, amare e lasciarsi amare; chi è affettivamente dipendente, non conoscendo le proprie risorse né le proprie qualità, ne è incapace. Vive solo in funzione degli altri, per servirli o esserne servito, ignorando totalmente cosa sia una relazione alla pari.

Le depressioni, la violenza coniugale, l’incapacità di prendersi per mano, tutte le forme di tossicomania, le malattie del corpo e dell’anima, a mio avviso, nella maggioranza dei casi, hanno una sola causa: la dipendenza affettiva. E’ necessario comprendere che si può venirne fuori impegnandosi, chiedendo aiuto. Bisogna imparare ad attingere in sé le risorse necessarie indispensabili alla felicità. Credete di non averle??? Io vi assicuro di sì!

La felicità non viene dagli altri. E’ in noi, adesso. Bisogna partire da se stessi, mai dall’esterno. Il/la partner, i figli, i beni materiali possono contribuire a questa felicità, ma non devono diventare la sola ragione di vita.

“IO SONO IMPORTANTE!” ecco quello che ciascuno dovrebbe dire a se stesso ogni giorno. E non si tratta di egoismo, siatene sicuri. Significa ri-centrarsi, prendere coscienza che siamo noi il centro di noi stessi. Il cammino non è sempre facile, ma se si vuole veramente uscire dal circolo vizioso delle sofferenze d’amore a ripetizione, dall’isolamento, dalla depressione è necessario passare all’AZIONE !!!!

Come???? ……. continua a seguirmi …..