Rompere la gabbia della “dipendenza affettiva” imparando a credere in se stessi.

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Vorrei ora allargare un po’ il concetto trattato nei post precedenti, visto anche le esperienze con alcune clienti che mi dicono : “ si, si, ho capito tutto a livello teorico , consapevolezza, accettazione, prendersi cura della nostra parte bambina, etc.etc. …. Ma in pratica, come faccio????” Lungi da me fare di questo post una ricetta da applicare alla lettera , ribadisco il Counselor non da consigli e soprattutto non ha la bacchetta magica , è una maniera per riflettere insieme su cosa siano le cose da recuperare per vivere finalmente una vita piena e autonoma.

Al primo posto metterei la “solitudine” o meglio imparare a fare amicizia con la propria solitudine.

Pensare a se stessi, dedicarsi del tempo rappresentano aspetti dimenticati dal dipendente affettivo. Per queste persone solitudine significa terrore di vivere nel dolore dell’abbandono.

Questa stessa solitudine può però essere percepita diversamente, in primo luogo accettando che a piccole dosi possa fare bene e che possa essere un invito ad accogliere la possibilità di ricentrarsi su di sé.

E’ possibile percepirla come una penosa attesa, ma anche fare lo sforzo di considerarla un appuntamento con se stessi, un’occasione d’oro di fermarsi, tornare a inquadrarsi, costringersi a porsi delle domande e vedersi così come si è.

A meno di vivere sotto permanente tutela di qualcun altro, i momenti di solitudine sono inevitabili. E allora, perché non prendere il toro per le corna e trasformare questi momenti d’orrore in occasioni di crescita? Questi faccia a faccia con se stessi possono convertirsi veramente in qualcosa di davvero positivo. La solitudine diventa così l’occasione per porsi delle domande e di prendere coscienza degli schemi nei quali ci siamo insabbiati.

Quando non è un’alleata naturale, la solitudine fa paura. E’ lo stress della novità. Di uno sconvolgimento delle nostre abitudini di vita. La paura di sé si aggiunge a quella dell’isolamento e dell’oblio. Le prime settimane sono le più dolorose. Non c’è nessuno a motivarci. A stimolarci, a dirci cosa fare e cosa pensare.

Non c’è nessuno!

E’ un periodo in cui si è soggetti alla disorganizzazione. Il corpo si fossilizza in una forma di paralisi emotiva che ci rende incapaci di qualsiasi azione. E’ il buco nero, il grande vuoto. Ci si sente come in un vicolo cieco.

La nostra energia, che proveniva essenzialmente dagli altri, sembra averci abbandonato. Prima di avvertire i benefici di una solitudine scelta, ci travolgono l’angoscia, la paura, il malessere e i pensieri negativi. Poi, rapidamente si instaura la noia. Le giornate e le persone che incontriamo cominciano ad apparirci noiose. Gli svaghi che amavamo perdono di interesse. A questo stadio, ancora non ci rendiamo conto che siamo noi ad essere diventati noiosi e senza interesse. Essendo stati troppo indaffarati a occuparci degli altri, non siamo mai andati alla scoperta dei nostri interessi. Siamo allora preda della malinconia; tutto ben presto diventa complicato, inutile, pesante.

Ci intristiamo nella nostra solitudine. Si affaccia lo spettro della depressione che, di fatto, è un desiderio di espansione dell’essere. Arrivati a questo punto, abbiamo l’impressione di non aver più alcuno scopo.

Di fronte a noi stessi capiamo di non saper più bene dove ci troviamo, soffriamo in continuazione, dubitiamo seriamente della nostra capacità di vedere le cose in un colore diverso dal nero. Siamo faccia a faccia con noi stessi.

E’ ora, quindi, di infrangere il silenzio, di iniziare una conversazione amichevole con il nostro io. E’ soprattutto il momento di uscire a fare una passeggiata, di mettere in ordine in dispensa, di rispolverare i progetti che avevamo messo  da parte, di riordinare il guardaroba, le nostre pratiche, le foto, la rubrica del telefono, quella dei compleanni, di riscoprire il quartiere, l’associazione che ci interessa, la videoteca.

Da quanto tempo abbiamo messo da parte il parrucchiere e l’estetista? Quel negozio di libri d’occasione, quella boutique che vende i vestiti che ci piacevano tanto, quel panificio artigianale, quel bar con i cornetti così buoni? E di ritorno dalle commissioni, eccoci con nuovi libri da riordinare che ci fanno riscoprire perle dimenticate in fondo ad una scatola, disegni che non facciamo più, musica che riscopriamo … è l’inizio di un meraviglioso pellegrinaggio sulle orme dei nostri personali archivi: quello che eravamo prima di abbandonare noi stessi.

Questa vecchia cassetta ci ritrasmette la voglia di andare ad acquistare nuovi CD, di osare una serata di ballo e se nessuno ci porta, tanto meglio, sarà una vera immersione nel proprio sé!

Impregnato di tutte queste ricchezze l’Io cresce, il nostro sorriso riaffiora, l’ansia si acquieta per lasciare il post al piacere di scoprirsi. Non abbiamo più bisogno di piacere a qualcuno, non abbiamo nulla da perdere e tutto da scoprire.

Approfittiamo dunque di questi momenti di solitudine per occuparci di noi. Così facendo, ci ricolleghiamo a quello che siamo veramente, cioè ESSERI UNICI, pieni di desideri, in grado di prendersi cura di se stessi, pieni di bisogni e sempre più capaci di soddisfarli.

La solitudine apre la porta ad una nuova amicizia con qualcuno di meritevole e di particolare che ci siamo presi il tempo di frequentare: noi stessi. Questo essere prezioso, che la solitudine ci ha permesso di incontrare  nuovamente, sarà l’essere più fedele, quello che ci seguirà per tutta la vita.

In questo modo il peso della solitudine diventa più leggero perché la trasformiamo in un appuntamento con ciò che siamo …..

Continua nel prossimo post ….

Trovare una misura

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“Il controllo assoluto su un altro essere umano non è possibile e tantomeno auspicabile. Ed è sempre distruttivo. Uno dei grandi miti sul vero amore vorrebbe che le vite di un uomo e di una donna fossero intrecciate per sempre, incamminate sulla stessa via, protese verso le stesse mete e i medesimi interessi, e che ogni istante di separazione fosse per loro un’eternità. Quand’anche ciò fosse possibile, a me sembra tristissimo!Sentirsi uniti, protetti, solidali è un sentimento del tutto naturale. Ma diventa un problema quando noi ne facciamo un’esigenza esclusiva. Chi focalizza il proprio amore su un unico soggetto ha difficoltà nei suoi rapporti con gli altri. Constatare che le persone che amiamo sanno amare, oltre a essere amate, dovrebbe essere un conforto, non una minaccia ….” (Leo Buscaglia – Vivere, amare, capirsi – )

Il primo passo verso la risoluzione delle dipendenze affettive è certamente riconoscere di avere un problema. Esistono, dei confini estremamente sottili tra ciò che in una coppia è normale e ciò che, nell’abitudine cronica, diviene dipendenza. La difficoltà nell’individuazione del problema risiede anche nei modelli di amore che, come si è detto, una persona affettivamente dipendente conserva nella propria memoria e che fanno ritenere determinati abusi e sacrifici di sé come “normali” in nome dell’amore.

Secondo passo: chiedere aiuto, ci si può avvalere del supporto psicologico individuale, a volte può essere necessaria una psicoterapia, ma ciò che è certamente utile per velocizzare e stabilizzare i miglioramenti è il confronto in gruppo tra persone che vivono lo stesso problema perché ciò consente di prendere un impegno con gli altri, davanti agli altri e di cominciare a riconoscere le distorsioni della realtà, grazie alle somiglianze della propria vita con la vita altrui che consentono di vincere le difese che non permettono di vedere la verità sulla propria storia personale.

Spesso, paradossalmente, è la “speranza” che fa sopravvivere il problema e che tende a cronicizzarlo: la speranza in un cambiamento impossibile, soprattutto in un contesto relazionale in cui si sono consolidati, e persino pietrificati, dei ruoli e dei copioni da cui è, più o meno, impossibile uscire. Così, paradossalmente, l’inizio del cambiamento arriva quando si raggiunge il fondo e si sperimenta la disperazione, che rappresenta la possibilità di sotterrare le illusioni che hanno nutrito a lungo il rapporto patologico.

Come ho detto all’inizio la descrizione del dipendente affettivo e del suo annullamento nell’altro secondo lo schema ebbrezza, dose e perdita dell’io è praticamente identica a quello dell’innamorato, perduto in un mondo parallelo, dimentico del resto, concentrato ossessivamente sull’oggetto unico e insostituibile del suo amore. Dove è la differenza? Perché una è una bolla bellissima che tutti guardano con invidia e l’altra, invece, è un’orrenda prigione dove si consuma un copione di dolore e annientamento?

Tra l’innamoramento e la dipendenza, tra la passione e l’annullamento, come ho scritto più sopra, il confine è labilissimo. Per questo poi è così difficile capire dove comincia una cosa e dove finisce l’altra. Si può provare, però, a mettere dei paletti.

Il primo riguarda il considerare da quanto tempo dura la simbiosi. Un rapporto fusionale è pressoché inevitabile nella fase iniziale di una relazione, poi però, se dà il passo e l’andatura a tutta la storia, se si mangia via ogni possibile evoluzione e cambiamento, allora, forse, c’è qualcosa che non va.

Secondo paletto: la quantità. Un rapporto d’amore tenderà almeno un po’ alla fusione simbiotica ma non deve tenderci troppo. Un esempio concreto: cercare di stare il più possibile con l’altro è una faccenda connaturata con l’amore; stare solo e soltanto con lui rifiutando ostinatamente qualunque altro contatto è una cosa cui prestare attenzione.

Ricapitolando: non troppo e non troppo a lungo, altrimenti forse siamo davanti ad un problema di dipendenza, forse dobbiamo drizzare le antenne.

Però non è ancora sufficiente. Troppo è un concetto abbastanza relativo: come si può misurare davvero se il limite è stato superato, se stiamo deragliando verso qualcosa di distruttivo e malsano?

Qui c’è una regola infallibile; bisogna misurare la sofferenza che si sente . Più soffro, più amo è il modello dell’amore per noi occidentali. Ce lo hanno passato, tra l’altro, secoli e secoli di letteratura e svariati decenni di cinema, canzoni e televisione. Tutti più o meno, volenti o nolenti, prendiamo questa malsana equazione come punto di riferimento assoluto.

Avere consapevolezza vuol dire cercare di capire sempre quello che ci succede, ascoltarsi e sentire riconoscere le note dissonanti, vuol dire non crogiolarcisi dentro, vuol dire immaginare che è possibile anche diversamente.

Il modello dell’amore come annullamento è terribilmente seducente. Non c’è niente da fare, se guardi Adele H. di Truffaut, pensi che quella donna, una delle più grandi drogate d’amore della storia del cinema, una che insegue un uomo che nemmeno la vuole fino all’altro capo del mondo, è pazza, ma ne rimani completamente affascinato e stregato.

Si tratta, in conclusione, di trovare una misura. Si tratta di mantenere sempre un punto di vista critico. Si tratta di continue triangolazioni e aggiustamenti per trovare la giusta distanza con le cose, con i modelli per portarle nella propria vita in modo creativo e personale.

……. e non abbiamo ancora finito, se ti va continua a seguirmi …..

Dipendenza affettiva: polarità e tratti

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Foto di: http://www.flickr.com/photos/chiaramatteo/5483037342/

La persona che soffre di Dipendenza Affettiva può dimostrare il proprio vuoto interiore in due forme opposte, ma nello stesso tempo reciproche: “Io sono responsabile della felicità dell’altro”, oppure: “L’altro è responsabile della mia felicità”.

Queste due forme di dipendenza condividono la stessa speranza di trovare negli altri il proprio centro di gravità, la propria fonte di valorizzazione, la propria ragione di esistere e il proprio benessere esistenziale. Quando la persona  dipende stabilisce un contatto serio, vi si attacca come una striscia di velcro e non lascia la sua preda.

Questa persona, infatti, dipende da tutti: dalla famiglia, dal partner, dal capufficio, dagli amici. Facendo degli altri il proprio centro di gravità, abbandona i propri interessi personali, i propri valori, per concentrarsi su quelli delle persone da cui dipende e che considera più importanti. Cerca allora di soddisfare anche il loro più piccolo desiderio e si permette anche di crearne di nuovi, per sentirsi indispensabile.

Oppure, all’opposto, conta sull’altro per regolare la propria vita nei minimi dettagli. E’ l’altro che deve decidere delle sue attività  o delle attività comuni, nelle sue scelte nel vestire e nell’organizzare l’andamento della vita quotidiana.

Ciascuno di noi ha qualità e difetti, che costituiscono un individuo completo, con una propria personalità. A volte, però, poiché è cresciuta in una famiglia disfunzionale, la persona dipendente ha acquisito comportamenti particolari, che le sono stati trasmessi dal proprio ambiente.

Trai i tratti che possiamo trovare nelle persone dipendenti affettivamente ci sono:

  • Orgoglio: poiché la stima di sé non è radicata, la persona dipendente affettivamente non ha un’alta opinione di sé e delle proprie azioni. Inoltre, poiché le manca la fiducia in se stessa, tende a giudicare gli altri, a non riconoscere i loro meriti e le loro qualità. Non vuole essere relegata in secondo piano ed essere considerata inferiore. Tuttavia, si sente sempre incapace di chiedere aiuto agli altri: vuole dimostrare che il suo modo di vedere e di fare le cose non ha bisogno di essere migliorato. Come liberarsi da questa forma di orgoglio? Intanto riconoscendola e allo stesso tempo introducendo un po’ di umiltà, comprendendo che non si perde nulla nel riconoscere il valore degli altri. Al contrario, si potrebbero trovare elementi per far crescere se stessi.
  • Razionalizzazione: sempre per mancanza di fiducia in sé, la persona affettivamente dipendente crede di dover giustificare ciascuno dei propri atti e delle proprie opinioni. Per di più, poiché molto spesso è incapace di condividere le proprie emozioni e i propri sentimenti, questa giustificazione delle cose viene fatta ad un livello razionale: la persona parla con la testa piuttosto che con il cuore. Come liberarsi da questa tendenza? Interrogandosi seriamente sui motivi profondi delle proprie azioni e opinioni imparando a condividerle apertamente. La persona dipendente è necessario che prenda coscienza che ha anch’essa emozioni e sentimenti che valgono la pena di essere espressi.
  •  Perfezionismo: quando si prende come modello uno dei propri genitori e questi è un perfezionista, il bambino cresciuto in una famiglia disfunzionale cerca di sviluppare questa tendenza. In sé, il perfezionismo non è un difetto; lo diventa quando è spinto ad un livello inaccettabile non tenendo conto dei limiti che ci appartengono proprio perché umani. Il soggetto dipendente è necessario che si renda conto che la perfezione non è di questo mondo, che nessuno si aspetta questo da lui e che anch’egli non può reclamarla dagli altri. Una buona dose di semplicità in tutte le circostanze è la soluzione migliore.
  • Rinvio: la mancanza di fiducia in sé, la paura di sbagliare, di essere giudicati fanno sì che alcune persone affettivamente dipendenti rimandino costantemente a più tardi quello che potrebbero fare in quel momento. Esitano a passare all’azione. Solo attraverso l’esperienza e il lavoro possono vincere questo loro difetto e rendersi conto che possono agire altrettanto bene di chiunque altro. Così a poco, a poco, acquisteranno fiducia in sé.
  • Autocompatimento: alcune persone hanno la tendenza a piangere costantemente sulla propria sorte e a non accettare le prove che la vita riserva loro. E’ una caratteristica che si trova sovente presso le persone affettivamente dipendenti. Esse si sentono rifiutate, buone a niente, incapaci di riuscire nella vita. Anche in questo caso si tratta di mancanza di fiducia in se stessi. Per uscire da questa situazione, conviene imparare a sdrammatizzare le situazioni, a relativizzare l’importanza delle cose e degli avvenimenti, ad accettare la vit così come si presenta e soprattutto ad accettare se stessi.
  • Inquietudine: il soggetto affettivamente dipendente è un inquieto. Ha paura di quello che avverte all’interno di se stesso e di ciò che potrebbe succedergli in futuro. E’ necessario imparare a far fronte a questa insicurezza confrontandosi con essa, piuttosto che evitarla. Anche qui si tratta di una questione di fiducia in se stessi.
  • Prostrazione: può succedere che il soggetto dipendente tagli tutti i contatti con gli altri appena si presenta la minima difficoltà. La sconfitta in questa o in quell’altra circostanza produce in lui un senso di scoraggiamento dal quale troverà difficile riprendersi. E’ necessario che la persona affettivamente impari a passare all’azione, a pro-attivarsi, e a dirsi che quella sconfitta non è la fine di tutto, ma unicamente un avvenimento sfortunato e, soprattutto passeggero.

La conclusione di tutto questo???? Imparare ad amarsi, amare e lasciarsi amare; chi è affettivamente dipendente, non conoscendo le proprie risorse né le proprie qualità, ne è incapace. Vive solo in funzione degli altri, per servirli o esserne servito, ignorando totalmente cosa sia una relazione alla pari.

Le depressioni, la violenza coniugale, l’incapacità di prendersi per mano, tutte le forme di tossicomania, le malattie del corpo e dell’anima, a mio avviso, nella maggioranza dei casi, hanno una sola causa: la dipendenza affettiva. E’ necessario comprendere che si può venirne fuori impegnandosi, chiedendo aiuto. Bisogna imparare ad attingere in sé le risorse necessarie indispensabili alla felicità. Credete di non averle??? Io vi assicuro di sì!

La felicità non viene dagli altri. E’ in noi, adesso. Bisogna partire da se stessi, mai dall’esterno. Il/la partner, i figli, i beni materiali possono contribuire a questa felicità, ma non devono diventare la sola ragione di vita.

“IO SONO IMPORTANTE!” ecco quello che ciascuno dovrebbe dire a se stesso ogni giorno. E non si tratta di egoismo, siatene sicuri. Significa ri-centrarsi, prendere coscienza che siamo noi il centro di noi stessi. Il cammino non è sempre facile, ma se si vuole veramente uscire dal circolo vizioso delle sofferenze d’amore a ripetizione, dall’isolamento, dalla depressione è necessario passare all’AZIONE !!!!

Come???? ……. continua a seguirmi …..

Come si diventa dipendenti affettivi?

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I motivi per i quali una persona può finire nella rete  vischiosa della dipendenza affettiva sono moltissimi. Primo fra tutti quello legato al vissuto personale da ricercare negli affetti primari e nei vuoti, nelle carenze e nei traumi che si sono avuti in eredità.

In particolare nel rapporto instaurato durante l’infanzia con i genitori, se quest’ultimi hanno lasciato insoddisfatti i bisogni infantili costringendo i bambini i cui bisogni d’amore rimanevano inappagati ad adattarsi imparando a limitare i loro bisogni.  Questo processo di limitazione può portare al formarsi di pensieri del tipo: “I miei bisogni non hanno importanza” o “non sono degno di essere voluto bene”.Da adulti, questi “bambini non amati” dipendono dagli altri per quanto concerne il proprio benessere psico-fisico e la soluzione dei loro problemi. Vivono nella paura di essere rifiutati, scappano dal dolore, non hanno fiducia nelle loro capacità e si giudicano persone non degne d’amore. E da adulti, nelle relazioni d’amore che avranno, ripeteranno lo stesso identico schema, lo stesso copione, la stessa storia. Penseranno di non meritarsi un bel niente, annullandosi completamente e chiedendo continuamente conferme.

Inoltre quanto più i suddetti bisogni rimangono insoddisfatti all’interno del legame significativo infantile (quello madre-bambino), tanto più tale legame si rinnova immodificato nei confronti delle nuove figure di riferimento: il partner in questo caso. Allo stesso tempo più una relazione deve adempiere ad esigenze basilari di protezione e di sicurezza, tanto più forte è il legame che si sviluppa e tanto maggiori sono le minacce potenziali che possono provenire da qualsiasi situazione esterna che metta in discussione tale legame.

Tra le caratteristiche della storia familiare e personale condivise da chi è coinvolto in un problema di dipendenza affettiva ci sono:

  • la provenienza da una famiglia in cui sono stati trascurati, soprattutto nell’età evolutiva, i bisogni emotivi della persona;
  • una storia familiare caratterizzata da carenze di affetto autentico che tendono ad essere compensate attraverso una identificazione con il partner, un tentativo di salvare lui/lei che in realtà coincide con un tentativo interiore di salvare se stessi;
  • una tendenza a ri-attribuirsi nella propria vita di coppia, più o meno inconsapevolmente, un ruolo simile a quello vissuto con i genitori che si è tentato a lungo di cambiare affettivamente, in modo da poter riprovare a ottenere un cambiamento nelle risposte affettive pressoché inesistenti ricevute nella propria vita;
  • l’assenza nell’infanzia della possibilità di sperimentare una sensazione di sicurezza che genera, nel contesto della co-dipendenza, un bisogno di controllare in modo ossessivo la relazione e il partner, che viene nascosto dietro un’apparente tendenza all’aiuto dell’altro.

Da tutto ciò vediamo come il peso dell’infanzia sia fondamentale nel nostro vissuto sentimentale e nella scelta del partner. Tuttavia voglio sottolineare anche che, tendenzialmente una persona tenterà, in maniera del tutto inconsapevole, di trovare nell’amore e nelle relazioni affettive non solo qualcosa dell’antico amore originario provato per le figure genitoriali ma cercherà pure, di rimettere i conti a posto con quel passato lontano, se quel passato è stato fonte di sofferenza, se ha inferto ferite o causato vuoti.

Un esempio semplice. Nel caso di una donna che abbia avuto un padre distante e anaffettivo, l’innamorarsi di una figura simile, che presenti gli stessi tratti caratteriali e comportamentali, che induca la messa in scena dello stesso tipo di copione, donerà l’iillusione di colmare i vuoti patiti nell’infanzia, di riavere indietro quello che non si è ricevuto, quello per cui si sente di essere in pesante credito.

Molte delle donne coinvolte in dipendenze affettive hanno subito gravi abusi e maltrattamenti nella loro infanzia. Da adulte cercano il riscatto, pretendendo amore dal loro carnefice.

Ha ragione Hanif Kureishi quando dice:” Siamo molto precisi quando scegliamo le persone d’amare. Specialmente quando scegliamo quelle sbagliate”. Siamo precisi perché quella persona sbagliata è in realtà giusta, giustissima per realizzare l’antico copione cui ci “costringe” il nostro vissuto infantile.

….. e ancora ……

Sulla dipendenza affettiva

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Amare è come una droga: all’inizio viene la sensazione di euforia, di totale abbandono. Poi il giorno dopo vuoi di più. Non hai ancora preso il vizio, ma la sensazione ti è piaciuta e credi di poterla tenere sotto controllo. Pensi alla persona amata per due minuti e te ne dimentichi per tre ore. Ma, a poco a poco, ti abitui a quella persona e cominci a dipendere da lei in ogni cosa. Allora la pensi per tre ore e te ne dimentichi per due minuti. Se quella persona non ti è vicina, provi le stesse sensazioni dei drogati ai quali manca la droga. A quel punto, come i drogati rubano e s’umiliano per ottenere ciò di cui hanno bisogno, sei disposto a fare qualsiasi cosa per amore. (Paulo Coelho)

Le persone che si amano sognano di essere una cosa sola. Diventare uno, dei due che erano, delle due metà divise, è quello che cercano continuamente di realizzare.

La fusione con l’altro è il punto cieco verso il quale si viene risucchiati e richiamati. E’ come un canto delle sirene. Irresistibile ai più che sono stati inchiodati dall’aver riconosciuto il volto dell’altro. Fondersi. Quello che si tenderà a fare sarà costruire un rapporto simbiotico, esclusivo. Un rapporto nel quale si chiude fuori tutto, ci si ripiega all’interno, l’uno verso l’altro, l’uno lo specchio dell’altro, l’uno e l’altro senza confini, disciolti, annullati, fusi.

In tutto ciò c’è un lato nero, una voragine che inghiotte fino a farci sparire dentro. Si chiama annullamento. L’annullamento totale di sé nella relazione ha poi un fratello gemello : il possesso, padre della gelosia morbosa di cui ho trattato in post precedenti (Qui  Qui e Qui)

E’ così che la bolla non è più il giardino segreto degli amanti ma diventa una gabbia, un’ angusta prigione, all’interno della quale i due che si amano consumano un teatrino drammatico di soprusi, violenze psicologiche, tirannie, aggiustando ciascuno i conti con il proprio passato e con i propri fantasmi.

L’annullamento totale di se stessi in una storia, in un’altra persona, ha un nome: dipendenza affettiva. Essa è un disturbo psicologico vero e proprio al pari della dipendenza da droghe o da fumo o alcol.

La dipendenza annida le sue radici nella storia personale di ognuno, nei legami parentali e nei conseguenti schemi affettivi da questi lasciati in eredità (Pattern di attaccamento e conseguenti Modelli Operativi Interni).

Che cosa è la dipendenza affettiva? Siccome esistono molte definizioni, molte sottili varianti di questo disturbo, voglio far riferimento a quella data da una scrittrice che amo molto Lucia Extebarria nel suo libro “Io non soffro per amore” :”la dipendenza affettiva è una dipendenza psicologica ed emotiva manifestata da certe copie legate da un vincolo strettissimo e poco equilibrato, privo dei requisiti necessari per costruire un rapporto sano: rispetto, stima, onestà ed empatia. Sono rapporti che si basano quindi su una dipendenza (dipendenza di uno dei membri della coppia nei confronti dell’altro, o dipendenza reciproca). Dipendenza che si nutre dall’insicurezza e dalla paura di affrontare la solitudine che ci affligge”.

Una approfondita analisi di tale patologia è stata effettuata dal sociologo Antony Giddens, il quale nel suo libro “Dipendenza affettiva” ne ha evidenziato accuratamente alcune specifiche caratteristiche:

L’ebrezza => chi è dipendente affettivamente prova una specie di euforia a contatto con la persona che ama, che gli è indispensabile per stare bene

La dose => chi è dipendente cerca dosi sempre maggiori dell’altro, del tempo da spendere con lui, della sua presenza. L’assenza dell’altro è percepita come insopportabile, si ha la sensazione di esistere solo quando c’è l’altro e non basta il suo pensiero a rassicurarlo, ha bisogno di manifestazioni continue e tangibili. La necessità di aumentare la dose fa chiudere la coppia al resto del mondo. Tutto viene chiuso “fuori”, persino le normali attività quotidiane sono trascurate, l’latro è l’unica ragione di vita.

La perdita dell’IO => chi è dipendente perde la propria identità, perde qualunque capacità critica su se stesso, sull’altro e sulla relazione. L’altro è irrinunciabile, è colui dal quale dipende tutto, anche la vita stessa.

Ci siamo. Possiamo tracciare, a grandi linee, il ritratto del drogato d’amore, che presenta tutti i sintomi, né più né meno, del tossicodipendente o dell’alcolista. Alla persona dipendente viene la crisi d’astinenza, se l’altro si allontana troppo, se si crea una minima distanza, se non è a portata d’occhio o almeno di telefono.

Una persona dipendente deve mantenere sempre un contatto, meglio se fisico: entra nei ristoranti dando la mano all’amato, lo sbaciucchia, pretende a sua volta di essere sbaciucchiata e rassicurata, continuamente, in pubblico e non.

Una persona dipendente non farà più niente se non in compagnia dell’altro: cancellerà impegni e interessi, sfronderà il cerchio delle amicizie fino a renderlo inesistente, chiuderà la coppia a doppia mandata per paura che qualcosa interrompa la magia unica e meravigliosa che lei e il suo innamorato stanno vivendo.

E’ evidente che la dipendenza impone un gioco delle parti. C’è uno dei due, di solito la donna, che si annulla. E l’altro che le fa fare sostanzialmente tutto quello che vuole. Spesso c’è uno che è ridotto ad un burattino, e l’altro che muove i fili. Non è uno schema così preciso, ovviamente, perché i nodi che intrecciano vittima e carnefice sono sempre abbastanza complicati e ambivalenti.

Tra chi detta le condizioni e chi subisce si crea, una forma di co-dipendenza che rende anche il carnefice dipendente dalla sua vittima. Chi subisce, la vittima, si annulla nell’altro e nella relazione, perde completamente la propria identità, cancella se stesso, i propri bisogni e necessità. La vittima non vive senza il suo aguzzino. Ma l’aguzzino a sua volta non può fare a meno, per affermare se stesso, di colui che sta annientando.

Quello che lega due persone tenute insieme da un rapporto del genere è un nodo strettissimo, un vincolo molto difficile da spezzare, una storia dettata da due profonde insicurezze che si incastrano, drammaticamente, alla perfezione.

….. e il discorso continua se mi vorrai seguire per un po’ ….

” Vi è più volere di quanto si creda nella felicità …” E.A. Chartier

Una strategia per affrontare gli eventi: il “coping”

stereogramma 1

Il concetto di “coping” è stato introdotto in psicologia negli anni 60’ ad opera dello psicologo e ricercatore statunitense Lazarus che lo ha studiato come un processo strettamente collegato allo stress. Il termine può essere tradotto con “fronteggiamento”, “gestione attiva”, “risposta efficace”, “capacità di risolvere i problemi” e indica l’insieme di strategie mentali e comportamentali che sono messe in atto dall’individuo come risposta adattativa per ridurre lo stress derivato da una situazione minacciosa.  .

Il concetto fondamentale del modello teorico di Lazarus è quello della valutazione cognitiva che l’individuo fa della situazione; in particolare egli distingue due tipi di valutazione: la valutazione primaria, rivolta all’ambiente e al significato di minaccia, sfida o danno che il soggetto gli attribuisce; la valutazione secondaria, che riguarda la considerazione delle risorse e opzioni disponibili per gestire il danno reale o potenziale. Il coping, quindi,  consiste negli “sforzi, orientati all’azione ed intrapsichici, per gestire (cioè controllare, tollerare, ridurre, minimizzare) le richieste ambientali ed interne, ed i conflitti tra esse, che mettono alla prova o vanno al di là delle risorse personali” (Lazarus)

La capacità di coping si riferisce non soltanto alla risoluzione pratica dei problemi, ma anche alla gestione delle proprie emozioni e dello stress derivati dal contatto con i problemi.

Quando infatti una persona si trova di fronte ad un problema che ha suscitato una risposta emotiva, può reagire in vari modi. Uno di questi è cercare di affrontarlo utilizzando una strategia focalizzata sul problema stesso, direttamente, con le risorse di cui la persona dispone.

Se questo non è possibile la persona può adottare una strategia centrata sull’emozione, tendente quindi a controllare gli effetti negativi di una risposta emotiva troppo forte.

La prima funzione, viene definita “focalizzata sul problema” (problem-focused) e comprende strategie ed azioni il cui scopo è ridurre l’impatto negativo della situazione tramite un cambiamento esterno della situazione stessa.

La seconda funzione, invece, è “focalizzata sull’emozione” (emotion-focused), per cui le strategie messe in atto sono tese alla modificazione dell’esperienza soggettiva spiacevole e delle emozioni negative che la accompagnano.

Accanto a queste due vi è una terza tipologia di coping centrato sull’evitamento (avoidance coping), rappresentato dal tentativo dell’individuo di ignorare la minaccia dell’evento stressante o attraverso la ricerca di un supporto sociale o impegnandosi in attività che distolgono la sua attenzione dal problema.

In altre parole, il processo si riferisce sia a ciò che un individuo fa effettivamente per affrontare una situazione difficile, fastidiosa o dolorosa o a cui comunque non è preparato, sia al modo in cui si adatta emotivamente a tale situazione. Nel primo caso si parla di coping attivo, nel secondo di coping passivo.

In generale il coping attivo è più efficace, dal punto di vista dell’adattamento, quando la fonte dello stress può essere modificata o eliminata, mentre il coping passivo lo è quando la fonte di stress non è evitabile o il soggetto non ha alcuna influenza su di essa.

Ne consegue che il coping è una strategia fondamentale per il raggiungimento del benessere e presuppone un’ attivazione comportamentale dell’individuo, che lo renda protagonista della situazione e non soggetto passivo.

Ad aiutare di fronte una situazione difficile possono essere sia le risorse personali, (quali possono essere il saper programmare le diverse attività, stabilendo delle priorità; suddividere un compito in più fasi; alternare i compiti e assumere un atteggiamento di fiducia nelle proprie capacità), sia le risorse organizzative, sia le risorse interpersonali che aiutano ad avere una vita sociale soddisfacente.

Sicuramente la caratteristica personale che maggiormente aiuta a fronteggiare le situazioni problematiche è la creatività. Infatti, solo una disponibilità al possibile, a considerare il problema da più punti di vista e quel tanto di inventiva ci consentirà di risolvere questo stato di incertezza.

Utili suggerimenti pratici sulle diverse strategie di coping possono essere :

  • mantenere un controllo attivo sul problema
  • non drammatizzare il problema
  • rilassarsi considerando il problema da diverse prospettive
  • avere fiducia in se stessi
  • non rimandare il problema
  • ammettere i propri limiti e sfruttare al massimo le proprie capacità

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La foto in testa al post è uno stereogramma un’immagine piana bidimensionale atta a fornire una illusione di profondità, prova a scoprire cosa si nasconde in essa ….

Questo ti potrà essere utile come esempio quando approcci i problemi, ovvero come un’immagine apparentemente normale può riservare delle emozionanti sorprese. Lo stesso ti può succedere con i problemi, prova a cambiare ottica!

Concentrati sull’immagine, sfuocala e mettila a fuoco ripetutamente, fallo più volte come se avessi in mano un binocolo e al centro dell’immagine vedrai emergere ……. dimmelo tu ????

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Bibliografia:

Zani, B. e Cicognani, C. – Le vie del benessere: eventi di vita e strategie di coping – Ed. Carrocci

Uomini e donne collimano?

uomo donna

Numerosi popolari manuali, secondo cui gli uomini vengono da Marte e sanno parcheggiare, mentre le donne vengono da Venere e quindi appunto non so  sanno fare, hanno contribuito a dare vita ad una discussione decisamente più profonda e complessa dei libri da cui ha preso spunto.

Ai tempi delle nostre nonne le regole del gioco erano fisse. Gli uomini assumevano il loro ruolo e le donne pure. Perlomeno all’esterno queste direttive sociali venivano rispettate e seguite in maniera abbastanza coerente.

Dagli anni Sessanta la situazione è cambiata in modo radicale. Se in passato i costumi sociali e la morale trasmessa dalla Chiesa valevano come istanze su cui improntare la convivenza relazionale, oggi questi sono stati progressivamente sostituiti da ideali che vedono ai primi posti della propria scala di valori concetti come libertà, autorealizzazione e indipendenza.

Accanto a questi cambiamenti sociali generali vanno tenute presenti le rivoluzioni specificatamente sessuali, secondo cui gli uomini non sono più i soli che vanno a “caccia” e le donne non sono più le uniche “addette al focolare domestico”.

Le società moderne prevedono individui autonomi e indipendenti, capaci di badare a se stessi e mantenersi da soli. I cambiamenti esterni perché siano considerati in modo evolutivo è necessario che portino con sé anche cambiamenti interni. Il rapporto intrinseco a matrimoni e relazioni sentimentali oggi non solo è ampiamente improntato alla parità dei diritti, ma ha anche acquisito una nuova dimensione profonda.

Nelle relazioni fra individui che vivono la propria vita in piena consapevolezza, la convivenza viene sempre più esperita come un movimento di “anime” e un “viaggio a due”. Si vive insieme per scambiarsi esperienze, cercare un contatto, incontrarsi e costruire qualcosa l’uno con il contributo dell’altro.

La formula che identifica queste dinamiche può essere riassunta con: “più consapevole è una relazione, maggiori saranno al suo interno rispetto, amore e libertà reciproca”. Il partner non viene più inteso come una proprietà o un possesso, bensì piuttosto come “specchio della propria anima”.

In passato era usuale la combinazione di un partner debole con uno forte per compensare debolezze e punti di forza. Oggi, dal momento che debolezze e punti di forza non vengono soffocati a lungo, ma in molti rapporti di coppia discussi apertamente, si tratta di crescere insieme a colui che ci sta di fronte e di mettere finalmente mano ai “compiti a casa” rimasti irrisolti. Per questo c’è bisogno di un luogo protetto che ogni relazione dovrebbe procurarsi, perché stirando, seguendo i figli per i compiti o stando davanti alla televisione non ci sarà l’opportunità di parlare di argomenti che scavino in profondità. Qui si richiede il silenzio, attenzione premurosa, intimità e sensibilità: perché questi sono i momenti che costruiscono davvero il valore e la sostanza di una relazione.

Siccome il classico comportamento di ruolo è radicalmente mutato, uomini chiedono un congedo per paternità mentre giovani mamme riprendono ad esercitare la propria professione, i valori di una relazione sono stati trasferiti dalla sfera esteriore a quella interiore. Oggi, in molti legami, si tratta di vedere nell’altro un “individuo spiritualmente affine”, piuttosto che percepirlo nel classico ruolo uomo-donna. In questo contesto risulta evidente che sul piano psichico la differenza tra uomini e donne si riduce. E’ vero che nell’uomo continua a dominare la parte mentale, attiva e razionale, mentre nella donna è la parte emozionale, ricettiva a essere in primo piano, ma anche questi due mondi si stanno sempre più avvicinando. Le donne acquisiscono chiarezza mentale e gli uomini danno spazio a sentimenti e intuizioni.

Quindi gli uomini permettono alla loro “parte femminile” di estrinsecarsi, mentre le donne imparano ad avvantaggiarsi dei loro “aspetti maschili”. Più lucido e consapevole è questo processo, più facile sarà per i partner coinvolti in una relazione incontrarsi da individuo a individuo e non in primo luogo da uomo a donna.

Per non essere fraintesa: non si tratta di rendere interscambiabili uomini e donne. Le donne rivelano e riveleranno sempre la parte femminile della creazione e gli uomini quella maschile. Per la donna moderna si tratta di scoprire il suo nucleo essenziale più intimo, che non è più prevalentemente specifico di un sesso. Lo stesso vale naturalmente anche per gli uomini.

Se si compie questo passo verso la propria interiorità, l’incontro tra uomini e donne si realizza in una dimensione profonda e completamente diversa. Come ovvio una donna rimane comunque una donna e uo uomo un uomo. Ma nel contesto di questa nuova consapevolezza …. collimano!!!

Ossessione – Delirio – Possesso

gelosia ossesso

Nel post precedente abbiamo visto la misura di una buona gelosia; siamo arrivate a constatare che un po’ di gelosia è sopportabile, anzi ti dimostra che l’altro ci tiene, che ti vede, che ti vuole. Troppa ti mette la corda al collo e ti fa sentire in prigione, sotto assedio, sotto inquisizione. Però sull’idea di un po’ e di troppo non è affatto semplice intendersi. Quanto è un po’? quanto è esattamente troppo? Come si stabilisce se uno è malato e se è solo innamorato? Quale è il limite tra normalità e patologia?

Per fare un po’ di chiarezza possiamo riferirci a quelli che sono considerati i principali tipi di gelosia patologica.

DELIRIO DI GELOSIA o “SINDROME DI OTELLO” => il geloso delirante è paranoico. E’ completamente abitato dalla convinzione che l’altro lo tradisca, cerca continuamente indizi e prove ma in effetti la sua gelosia è impermeabile ad ogni confronto con la realtà, anche se questa dovesse dimostrargli inconfutabilmente che si sta sbagliando. Tenta in ogni modo di strappare la confessione al partner e attua rimedi contro la sua supposta infedeltà restringendone l’autonomia o assoldando investigatori. Il comportamento del geloso delirante non è teso alla scoperta di qualcosa, che si pensa già di sapere, ma piuttosto a far ammettere all’altro la colpa. Da qui una continua richiesta di confessioni assillanti, portate avanti talvolta in modo reiteratamente subdolo, altre volte con l’arma del ricatto, talvolta infine ricorrendo alla coercizione e alla violenza fisica. L’ammissione del tradimento viene presentata sempre come «La Medicina» che porrà fine ai tormenti e ai dubbi che ne conseguono. Talvolta il partner accusato, nella speranza di porre fine ad una situazione insostenibile, ammette un magari inesistente tradimento. Lungi dal placarsi il delirante, che ha finalmente avuto la conferma delle sue certezze, intensifica la sua aggressività e tenta di far ammettere ulteriori infedeltà. Questo tipo di gelosia può giungere ad atti violenti nei confronti del partner o del presunto amante.

GELOSIA OSSESSIVA => ricollegabile ad un disturbo ossessivo compulsivo. Qui è il dubbio a farla da padrone. Questo tipo di gelosia è quella che induce il geloso a trasformarsi, senza posa, in un detective a tempo pieno che può impiegare nelle attività di ricerca delle infedeltà del partner il più e il meglio del suo tempo. I gelosi ossessivi riconoscono l’infondatezza dei loro sospetti, arrivano anche a vergognarsene, ma sono, loro malgrado, trascinati e sommersi dalla tormentosità del dubbio. Così c’è chi sottopone tutti i giorni la moglie a martellanti interrogatori, chi controlla minuziosamente la castità del suo abbigliamento o la corrispondenza del partner e chi magari anche la biancheria intima alla ricerca di attività sessuali illecite. Queste persone riescono a rendersi conto delle loro esagerazioni, ma «non ce la fanno» a cambiare condotta, né a scacciare dalla propria mente certi pensieri pur sentiti come assurdi.

SINDROME DI MAIRET => è una gelosia di confine tra normalità e patologia. Chi la prova è posseduto stabilmente dall’idea di essere tradito, ci pensa continuamente, tuttavia riesce a mantenere aperto e costante un confronto con la realtà.

La gelosia che è riconducibile a questi tre tipi è un sentimento che è finito fuori dai confini di quello che è “normale” e, sicuramente da quello che è accettabile.

La gelosia che appartiene a questa griglia, soprattutto se ci riferiamo ai primi due punti, è quella di chi azzera e nega l’alterità dell’altro per possederlo completamente. E’ fatta di sospetti che rifiutano qualsiasi prova contraria, di convinzioni deliranti che non hanno fondamento nel reale, di continui pedinamenti, controlli incrociati, interrogatori. Questa gelosia è “troppo”.

E’ quella malsana e aberrante di chi dice: mi appartieni, faccio di te quello che voglio, ti annullo, ti nego il diritto di essere altro. Che altrimenti detto suona sinistramente: “ti nego il diritto di esistere”.

Il possesso non c’entra mai con l’amore. Nel possesso non si può mai realizzare un incontro che si possa definire tale.

E non solo la gelosia “cattiva” avvelena e manda a rotoli le storie ma miete vittime, nel senso più concreto del termine. Si uccide trascinati da questo sentimento che troviamo in cima alle statistiche relative alle cause di omicidi. Sono agghiaccianti, pure, gli ultimi dati relativi alle violenze domestiche subite dalle donne a opera del partner e dell’ex, imbizzarrito e accecato dalla gelosia, in preda all’istinto di cancellare definitivamente l’altro.

La gelosia maneggiata con cura, sempre. C’è qui, come in qualunque altra faccia dell’amore e del desiderio, un solo concetto che vale in senso assoluto e in qualunque declinazione lo si consideri: il rispetto autentico dell’alterità dell’altro.

Se si tiene bene a mente , come un perno portante, la convinzione che l’altro è altro da noi, si potrà sicuramente sbagliare, ma difficilmente i danni saranno devastanti, difficilmente si farà carne da macello della storia e della persona.

Cosa si può aggiungere di altro sulla gelosia? Che c’è da imparare a coltivare una certa capacità di osservarsi e che quindi è sempre necessaria una buona dose di criticità nel rispondere ai modelli e agli stereotipi. Che non è vero che più ami e più sei autorizzato a fare quello che ti pare e nemmeno il contrario, che siccome ami allora devi sopportare, devi soffrire, devi patire.

Che un aiuto serio e competente è necessario se il “mostro con gli occhi verdi”, come lo ha chiamato Shakespeare, ci rosicchia il cuore, ci rende pazzi, ci impedisce non solo di amare ma di vivere ……

Educare la gelosia

gelosia magritte

Magritte – I due amanti

“ … la gelosia non va eliminata, va educata …” W.Pasini

Come abbiamo visto nel precedente post in una coppia la gelosia ci vuole, però non deve essere troppa, altrimenti si mangerà via proprio l’amore, lo soffocherà nella tenaglia dei continui sospetti, fino a sfociare, prima o poi, in aperta aggressività.

Sintetizzando: c’è una gelosia buona , che serve alla coppia, e che la mantiene viva e vivace. E una gelosia cattiva, che morde il cuore di chi la prova, distrugge la vita di chi la subisce e disintegra la possibilità di una relazione soddisfacente ed equilibrata.

Quello che è necessario fare è addomesticare la gelosia, renderla docile, piegarla e usarla per le cose positive che può portare. La gelosia una volta educata serve proprio a far durare il desiderio, a tenere viva l’attenzione, a farci “sentire” l’altro come altro da noi, a collocarlo alla giusta distanza. A metterci, insomma, un po’ di giusta paura di perderlo.

Quando si è molto innamorati si cerca la bolla, si tende verso una simbiosi che non è solo ideale ma scende concretamente nelle vita di tutti i giorni.

C’è un mito, uno dei tanti che aleggia sugli amanti legati a doppio filo da un “grande amore”: il mito della sincerità assoluta, il mito di sapere tutto, di condividere tutto, di vedere tutto dell’altro e di far vedere tutto di sé. Quando instauriamo un legame profondo e molto sentito “ci facciamo carico di un dovere di trasparenza” , come dice bene Aldo Carotenuto, una trasparenza reciproca che implica un’apertura incondizionata e che riguarda ogni elemento della nostra interiorità, dai pensieri alle fantasie, alle idee, fino alle emozioni ancora in bozzolo, quelle che forse ancora non proviamo nemmeno ma che potremmo ad un certo punto, chissà, provare.

“Ti dirò ogni cosa di me. E voglio sapere tutto di te”. Gli amanti dichiarano programmaticamente che abdicheranno al proprio essere individui, alla propria complessità. Credono che aprire, senza se e senza ma, lo scrigno della propria interiorità sia una specie di cartina di tornasole della bontà e veridicità di ciò che stanno vivendo.

Di fatto invocare la trasparenza assoluta è qualcosa che cerca di negare e annullare la distanza con l’altro, è un atteggiamento che tenta di cancellare la separazione mentre è questa l’unica garanzia di sopravvivenza del desiderio e della relazione stessa.

Voler saper tutto dell’altro e dirgli tutto fino nelle pieghe più nascoste della nostra intimità tradisce il desiderio di ricreare la fusione primigenia, il rapporto simbiotico assoluto, privo di distanza per definizione, quello del bimbo con la madre. E’ voler fare in definitiva la bolla. E la bolla è la culla, dolce e infida, della gelosia.

Voler sapere tutto, esigere di rendere trasparente tutto non lasciando più nemmeno un angolino di non confessato, nemmeno un segreto, più niente che appartenga solo ad uno, implica che qualunque deroga a questa regola sia vissuta come un tradimento. Conoscere e controllare il mondo interiore di un altro essere umano è impossibile, tentare di farlo è assurdo, e in ogni caso non c’entra niente con l’amore.

Prima ho nominato una gelosia buona, che fa bene, in cosa consiste? Per parlare della gelosia buona dobbiamo riallacciarci, ancora una volta all’idea della bolla, della fusionalità. Lì dentro, dove l’altro dovesse perdere effettivamente i suoi confini e la sua magica alterità, l’amore agonizza e poi muore, per legge naturale. La gelosia buona, quella misurata permette proprio che questa simbiosi entri in crisi, rivelando che l’altro è qualcosa di distinto da noi. Che forse non è vero che lo conosciamo così bene.

La gelosia riaccende la luce sulla persona che amiamo e ci dice una verità che dovremmo custodire come un tesoro: ci dice che l’altro non lo conosceremo mai, mai davvero, ce lo restituisce come separato da noi, perciò, come desiderabile.

A confronto con questo sentimento carico di paura succede che l’altro lo rivedi improvvisamente nuovo, sconosciuto, tutto pieno del suo antico mistero. La gelosia irrompe sulla scena degli amanti, e a quel punto può fare il suo lavoro buono: arriva e mette positivamente in crisi quelli che si amano. Arriva ad un dato momento e spezza l’illusione dell’eternità, l’illusione della fiducia illimitata e “apre una crepa nell’innocenza” (J. Hillman). La comparsa della gelosia fa bene perché ridà le carte, e costringe quelli che si amano a guardarsi in faccia, l’un l’altro, nuovamente. Li costringe ad un nuovo incontro e ad un nuovo profondo riconoscimento nella distanza.

A proposito di gelosia

gelosia

“ come geloso io soffro quattro volte: perché sono geloso, perché mi rimprovero di esserlo, perché temo che la mia gelosia possa ferire l’altro perché mi lascio soggiogare da una banalità: soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri …” (R. Barthes – Frammenti di un discorso amoroso -)

 

Scorrendo questo blog ci sono vari post sull’amore , le sue gioie e i suoi tormenti  perchè quindi non soffermarsi a riflettere sulla gelosia…. Se ami conosci la gelosia. Se ami non puoi non conoscerla. La gelosia nasce con l’amore, si sa, anche senza scomodare Freud, Edipo, Elettra e il desiderio di volere tutto per sé il genitore dell’altro sesso.

Qualsiasi discorso o riflessione su questo sentimento potente e controverso non può che partire da questo dato di fatto: la gelosia c’è nell’amore, fa parte del pacchetto tutto compreso, e conviene farci pace con questa idea, da subito, perché tanto non si può proprio fare diversamente.

La gelosia nasce con l’amore per due grandi motivi. Il primo: due amanti appassionati costruiscono tra loro uno spazio sacro, delimitano una zona intoccabile, creano un santuario del e con il loro amore. Qualunque violazione dello spazio sacro è percepita per quello che in effetti è: in sacrilegio bello e buono. Secondo: la gelosia nasce dalla paura di perdere l’altro, l’oggetto di tutto il nostro amore, la persona che con la sua esistenza ci fa vivi. E’ la stessa profonda, antica paura, che chiunque ha provato da bambino, quando i fantasmi più brutti e orribili avevano il volto della disperazione provata per la solitudine,della paura di non essere protetti, di essere abbandonati.

Quella che poi tocca vivere da adulti, è una paura molto simile, una paura che è fatta della stessa cosa, della stessa sostanza: da una sete di amore illimitato ed esclusivo, e dal conseguente terrore di venire rifiutati.

La gelosia è di tutti quelli che amano. Essa non conosce il genere maschile e femminile, è di tutti maschi e femmine. Tradizionalmente si vuole un po’ più rivolta all’esclusività sessuale quella dei primi, un po’ più legata al tradimento affettivo quella delle donne.

La gelosia ha una storia antica, atavica. L’esclusività sessuale nasce, nella notte dei tempi, non era una questione d’amore ma qualcosa che serviva a garantire la stessa sopravvivenza. Qualcosa che aveva a che fare con quello che gli etologi chiamano “sorveglianza del partner”. In natura il senso del possesso è molto comune, e questo per ovvie ragioni evolutive: il maschio sorveglia e protegge la femmina che partorirà i suoi cuccioli, trasmettendo così i suoi geni al futuro. Nella nostra società è probabilmente servita per lo stesso scopo: al maschio per garantire la sua discendenza, alla femmina per assicurarsi protezione e sostentamento.

Più la società si è evoluta, più con il tempo la gelosia ha perso questa sua funzione stabilizzante, fino ad essere considerata, in tempi piuttosto recenti, un sentimento anacronistico, arretrato e gretto. Di essere gelosi un po’ ci si vergogna, perché, in fondo, ammettere di essere rosi da questo demone oscuro è un’aperta dichiarazione di debolezza e insicurezza.

Il geloso soffre moltissimo e non solo per i tormenti inflitti dal dubbio, per il rovello continuo, per i sospetti velenosi, per la paura di perdere chi ama, per la vergogna di sentirsi debole, ma anche perché la gelosia non sta bene, è poco elegante, poco dignitosa.

Ora, è vero che la gelosia da un lato, socialmente non è molto ben vista, ma dall’altro è anche vero che oggi esiste e prolifera ancora uno stereotipo popolare, molto diffuso che dice esattamente il contrario, e cioè: “più sono geloso, più sono passionale, più sono geloso più amo”.

Questa idea che se siamo molto gelosi allora vuol dire che siamo capaci di grandi sentimenti e di grandi passioni è un seme abbastanza insidioso. Naturalmente è un pensiero in cui si è indotti a cadere con una certa facilità, visto che, la gelosia e l’amore sono intimamente legati, che un po’ di gelosia è bene che ci sia nell’amore. Però è proprio su questo punto che si ingenerano equivoci spesso molto dolorosi.

Parecchie fra le donne che subiscono maltrattamenti e violenze da partner molto gelosi li giustificano con il malsano sottinteso che le aggressioni arrivano, è vero, e fanno male, però questo succede in realtà perché lui è tanto, tanto innamorato.

Le violenze, le angherie, i soprusi sono proporzionali all’amore, è una formula da cancellare, tanto quanto l’altra devastante equazione “più soffro, più amo”, della quale e stretta parente e complice.

( Non abbiamo ancora finito di parlare di gelosia … aspetta il prossimo post…)