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La paura del rifiuto e i suoi slittamenti

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“Il rifiuto ci turba, l’approvazione ci confonde.”  Nicolás Gómez Dávila

Riflessioni sparse dopo una sessione di Counseling ……

Il bisogno di legami, di appartenenza e di accettazione, è probabilmente uno tra i più importanti per l’essere umano. Forse è un retaggio del nostro passato genetico di primati privi di difese, quando solo unendoci potevamo far fronte ai predatori: essere rifiutati, in questo caso, significava essere condannati.

Di qui l’importanza del legame per la nostra autostima; la necessità di saperlo suscitare e assaporare. E anche la diffidenza che occorre nutrire quando questo bisogno di legame e la relativa capacità di individuare un rifiuto non funzionano più regolarmente,facendo di noi persone ipersensibili a qualsiasi forma di allontanamento.

Quando si lavora sulla propria autostima è essenziale riflettere a fondo sul problema del rifiuto, delle conseguenze che ha su di noi e del modo in cui noi stessi contribuiamo a tali conseguenze attraverso l’eccesso di sensibilità. Quindi è importare prestare attenzione non più soltanto al rifiuto, ma anche al nostro sistema di rilevazione del rifiuto che, se non funziona bene, può farci soffrire molto e metterci in situazioni destinate al fallimento. Infatti sentirsi rifiutati non significa sempre che lo si è veramente. Se in passato siamo stati spesso vittime di autentiche esperienze di rifiuto, a quel punto ereditiamo un sistema di rilevamento del rifiuto che è diventato ipersensibile, anche se l’ambiente che ci circonda al momento ora è più accogliente.

Si tratta di una sorta di allarme guasto. Questo sistema di allarme ci è stato tramandato dall’evoluzione: poiché eravamo animali sociali e potevamo vivere solo al’interno di gruppi solidali, la nostra sopravvivenza dipendeva dalla nostra capacità di mantenere il nostro posto nel gruppo. Ritrovarsi soli equivaleva ad una condanna a morte. Ma quel che si giustifica in una situazione di pericolo oggettivo può sfuggire alla nostra volontà nelle situazioni in cui sappiamo che, in teoria, non esiste un pericolo così grande.

Il timore del giudizio negativo da parte degli altri è di fatto legato alle sue possibili conseguenze negative: essere giudicati, se il giudizio è negativo, equivale a rischiare di essere rifiutati.

Visto che , di solito, se non ci stimiamo, ci giudichiamo negativamente, allora ci immaginiamo che il giudizio altrui sarà impietoso e severo quanto lo è il nostro. A quel punto ci allontaniamo da quello che riteniamo sia un pericolo e, in questo modo, inconsciamente confermiamo la possibilità di tale pericolo. Tale ipersensibilità al giudizio altro non è che la parte emersa della paura del rifiuto.

Tutto allora diventa difficile, perché l’autostima fa fatica a stabilire una differenza tra l’essere realmente rifiutati e pensare di esserlo. Nel dubbio , è più propensa a dar credito all’intuizione: “Se mi senti rifiutato o non amato, è perché lo sono.”

Questo genere di distorsione del ragionamento si riscontra nelle persone in preda ad una forte attivazione emozionale: dal momento che ci sentiamo a disagioin difficoltà, siamo convinti di essere in difficoltà. E che tutti ci vedano  che siamo in difficoltà. Non consideriamo più le nostre emozioni come un avvertimento della possibilità di un problema, ma come una certezza della sua realtà e della sua gravità.

La forza di tale convinzione comporta una modificazione del nostro comportamento che andrà nella direzione di quel che temiamo. Occorre pertanto fare molta attenzione a questa tendenza a leggere il pensiero ed auto intossicarsi con le erronee convinzioni del ragionamento emozionale. Uno sguardo, un sorriso, un silenzio, una parola sussurrata all’orecchio di qualcuno mentre stiamo parlando, rischiano di essere interpretati in modo erroneo sotto l’effetto della nostra difficoltà.

Occorre quindi stare attenti alla proiezione dei propri processi mentali: dal momento che dubitiamo di noi e del fatto di essere accettati socialmente, ci sorvegliamo; e pensiamo che gli altri facciano altrettanto; allora abbiamo la sensazione sgradevole, e spesso sbagliata, di essere al centro della loro attenzione.

Ecco quindi alcune strategie per affrontare la paura del rifiuto:

  • Conoscere a fondo le situazioni che danno l’avvio alla nostra ansia si valutazione. In genere esse sono tutte occasioni in cui ci troviamo in una situazione di osservazione, di competizione, di prestazione . Sapere che in momenti del genere tenderemo a sopravvalutare i giudizi rivolti a noi rappresenta una prima tappa. Quando ci troviamo in queste situazioni, tenderemo a sorvegliarci, a bistrattarci, a interessartci di più delle nostre manchevolezze anziché godere dei talenti degli altri, o ridere del loro desiderio di esibirli.
  • Ricordare che anche gli altri pensano soprattutto a se stessi. E sì, non siamo l’ombelico del mondo, come a volte le nostre difficoltà tendono a farci credere. “E se gli altri non ti stessero osservando e giudicando? Gli altri pensano a se stessi, come te …..”
  • Accettare la possibilità di essere giudicati. Piuttosto che voler evitare ad ogni costo questo giudizio, accettiamolo, poi consideriamo con calma come modificarlo, sempre nella visione di un sé globale e non focalizzato sui propri limiti e difetti. Accettare anche l’idea che effettivamente ci sono persone che ci giudicheranno dall’aspetto, la conversazione, le buone maniere o altri stupidi marcatori sociali. E’ vero, esistono. Ma è altrettanto vero che queste persone non sono la maggioranza. Perché quindi dedicare la maggior parte della nostra energia a proteggerci da persone che potrebbero essere critiche, con il risultato di impedirci di godere degli scambi con persone più accoglienti e interessanti?
  • Adottare comportamenti sociali che privilegiano l’azione, vale a dire andare verso la gente. E’ fondamentale non stare ad aspettare che ci vengano rivolti segnali di apertura, non aspettare che siano sempre gli altri a fare il primo passo. So che spesso ci si comporta in questo modo perché ci si dice, come in una specie di test: “Se le persone si avvicinano per parlarmi, vuol dire che ne hanno veramente voglia. Se invece sono io ad avvicinarmi, in qualche modo le costringo”. Così, è più forte la paura del rifiuto, più si sopravvaluta la visibilità dei segnali di apertura e più si aspetta che siano gli altri a percepirli e decodificarli, nella speranza che capiscano il nostro imbarazzo e facciano il primo passo … Ma questi segnali di apertura, che noi pensiamo chiari e manifesti, spesso sono invisibili all’altro. E siccome pensiamo di aver mostrato abbastanza, restiamo lì, speriamo e aspettiamo…..

Un suggerimento per concludere cerchiamo di essere più chiari!!! Bisogna scegliere tra due rischi: quello di un eventuale ed episodico rifiuto, o quello dei rimpianti e vi assicuro che il peso dei rimpianti a volte è molto più difficile da reggere a lungo termine che non quello di un rifiuto …..

Perfezionismo e “principio di realtà” ….

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Tutto ciò che abbiamo visto nei post precedenti ci ha portato alla conclusione che il vero nemico del perfezionista e proprio il suo perfezionismo e che la sola gara in cui egli può essere certo di arrivare primo è quella dello stress!

Il perfezionista è portato all’ansia, all’ostilità, a chiudersi in sé, a rattristarsi e deprimersi. Quando poi arriva ad una vera patologia, tende all’ossessività e rischia di sviluppare tendenze paranoiche.

Vediamo quindi quali semplici “rimedi” è possibile mettere in pratica per alleggerire il fardello e ri-trovare un migliore ben-essere.

ACCETTARSI è già un primo importante passo, ma non si tratta di accettare o rifiutare la propria natura così come è nella sua totalità. E’ possibile invece metterne in luce gli aspetti positivi, imparare a gestirla meglio riducendone così l’impatto negativo.

Pertanto, la ricerca del “pelo nell’uovo”, esasperante quando diventa “pedanteria”, è di grande aiuto se permette di individuare i dettagli utili alla riuscita di un progetto o, per dirla in maniera diversa, se si è in grado di distinguere tra la “sciocchezza” e il “dettaglio importante”. Cambia il punto di vista e ci si concentra su ciò che non va non tanto per criticare in maniera negativa e quindi distruttiva, bensì per migliora e concorrere al successo. Così facendo diventiamo persone di fiducia per quei compiti per cui occorre essere precisi e meticolosi, ottenendo apprezzamento per questa innegabile capacità di conseguire un miglioramento.

Un perfezionista “patologico” vede ciò che non va, biasima, fa la predica, impone. La confusione tra fine e mezzi lo rende spesso insopportabile. Anche un perfezionista “positivo” vede ciò che non va, ma ha un atteggiamento creativo, cerca nuovi modi per farlo funzionare e propone.

La differenza è evidente, sia per se stesso che per gli altri!

E’ dunque essenziale a questo punto ricollegarsi con il “principio di realtà”, prendendo in considerazione l’ambiente, il contesto e le capacità a disposizione, così da permettere un adattamento.

Abbandonare le alte sfere dell’idealismo astratto e tornare al pragmatismo presuppone avere ben chiaro ciò che si vuole e la sua potenziale fattibilità. “Voglio essere perfetto” non è un ideale realistico, perché esige qualcosa di impossibile che provoca perdita di contatto con i limiti e le possibilità.

Il buonsenso imporrebbe di agire con lucidità e dire: “Voglio ciò che non esiste. Perché prendersela di non riuscire ad ottenere qualcosa (o essere qualcuno) che non esiste?”. Detta così è semplice. Eppure sono tanti coloro che portano avanti questa ricerca indefinita e infinita.

Ho detto e torno a sottolineare che il perfezionista crede di “essere” perfetto nel momento in cui crede di “fare” qualcosa perfettamente. Cerca la perfezione al livello del “fare”, identificandosi con ciò che fa incorrendo nell’errore di scambiare il “fare” per l’”essere”. Poiché commette un errore, vuol dire che non è perfetto! Rieccoci dunque al punto di partenza, al quale si aggiungono denigrazione e rifiuto di sé.

Proseguiamo nel ragionamento anche se confina con l’assurdo ….

Scienza, tecnica, sport … tutto dimostra che un cambiamento in vista di una evoluzione o di un miglioramento è sempre possibile, anzi avviene costantemente. Se la perfezione è caratterizzata da ciò che arriva allo stadio finale, nel quale non c’è più nulla da aggiungere o da togliere, siamo già belli e condannati. Credendo di raggiungere la perfezione in un dato settore ci infliggiamo subito l’imperfezione, perché non cerchiamo più nessun altro nuovo modo di cambiare, di migliorare. E la terra continuerebbe a girare senza aspettarci, abbandonandoci alla nostra fossilizzante illusione!

Il principio di realtà ci ricorda quanto le sensazioni e il punto di vista personale siano importanti per il nostro modo di apprendere e descrivere ciò che è.

Talvolta siamo perfezionisti per influenze esterne: “In quel dato settore devo essere di una meticolosità estrema”. Per esempio, lo si dovrà essere nel lavoro di orologiaio, perché precisione e risultato sono tassativi, ma non così tanto nella vita privata, ossia in un altro contesto. In questo caso è utile chiedersi: “Ho scelto di diventare orologiaio perché mi piace la perfezione nel lavoro che svolgo o sono diventato perfezionista perché me lo impone il mio lavoro?”. Può essere che il “bisogna …” sia una sorta di alibi. Abbandonare il contesto specifico potrebbe anche permettere di ricreare un equilibrio.

Prendere in considerazione la realtà conduce ad identificare i settori della vita in cui si esercita il perfezionismo. Alcune persone concentrano il loro perfezionismo in un unico ambito e lo sono poco negli altri. Fintanto che la cosa costituisce uno sprone, va benissimo. Ma quando dilaga al punto da occultare tutto il resto, nasce un vero problema.

Le persone con cui è “impossibile vivere” sono quelle che permettono alle loro eccessive esigenze di interferire con il partner, la famiglia, gli amici, il lavoro …  Non hanno più alcun senso del piacere. Anche il relax, la realizzazione, lo svago e le distrazioni diventano fonte di insoddisfazione e di nervosismo, di collera, di angoscia e di fallimento.

E’ davvero essenziale sottolinearlo: un perfezionista “patologico” rappresenta una situazione invivibile per queste persone e un grande peso per tutti gli altri.

Al contrario, quando è positivo può diventare uno splendido sprone …  purchè abbia la capacità di stabilire i necessari limiti!! …

Concludendo questo breve viaggio nella “perfezione” : “Meglio di bene” o “meglio del meglio”?

Come abbiamo visto tra il perfezionismo funzionale e quello patologico è una questione di dosi nella visione del fine, nel modo di fare le cose e nella paura di non riuscire.

Per semplificare di seguito vi propongo un quadro riassuntivo delle due tipologie ricordandovi che va sempre tutto contestualizzato

Il perfezionista “funzionale” dice: “Voglio il meglio di bene”

  • Sa prendere decisioni importanti e punta a livelli elevati ma precisi
  • Competente e molto coscienzioso, lavora con metodo, attenzione e prudenza
  • Dato che mira ad un risultato visto come massimo, può correre dei rischi, benché tema i cambiamenti troppo improvvisi perché ha bisogno di un ambiente sicuro. Per questo ha occhio per i dettagli, dedica molto tempo alla ricerca, accumula informazioni e analizza in maniera sistematica le situazioni.
  • Sa mostrarsi creativo, ma è consapevole dei limiti (i suoi e quelli degli altri) e accetta l’idea di “insuccesso”
  • Cercando di fare il meglio, riesce a trarre soddisfazione dai risultati conseguiti, perché il suo realismo gli permette di capire che “la perfezione non è di questo mondo”
  • E’ in grado di imparare e di apprezzare gli sforzi compiuti, le capacità e i punti di forza.
  • Poiché da valore alla qualità è apprezzato per il suo livello di esigenza il quale riflette attenzione e precisione

Il perfezionista “patologico” dice: “Voglio il meglio del meglio”

  • Poichè vuole raggiungere la vetta ad ogni costo e rifiuta qualunque posto che non sia il primo, si odia se non primeggia e vive nell’ansia, nella paura, nella mancanza di gioia e di controllo. Stabilisce e persegue ideali rigidi, non realistici o impossibili da raggiungere, con i quali si raffronta e si identifica.
  • Evita però le nuove esperienze: troppi rischi dovuti ad un eccessivo numero di possibilità di errore.
  • Ricerca l’approvazione, vuole piacere; tuttavia, agendo in modalità “tutto o niente”, drammatizza le conseguenze di qualunque errore e vive nella critica o nell’autocritica costante ed eccessiva.
  • Eterno insoddisfatto anche se fa qualcosa di eccellente, reagisce con notevole scetticismo o collera ai complimenti (e non sa farne)
  • Poiché vede gli altri come aggressori, è particolarmente sulla difensiva nei confronti delle critiche.

Il suo universo deve essere senza difetti, pertanto fa un suo eccesivo della parola “dovere”; vuole sempre il meglio ed esige dagli altri lo stesso assoluto imperativo.

Perfezionisti …. perchè?

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“Il più vicino alla perfezione è colui che riconosce consapevolmente i propri limiti” Goethe

Il “Perfezionismo” argomento gettonato in questo tempo dove “l’aurea mediocritas” ossia “l’aurea moderazione” di oraziana memoria e il “sufficientemente buono” di Winnicott sembrano sparire in un universo scintillante di esseri ossessionati dalla perfezione e in preda a sensi di colpa se non riescono a raggiungerla.

da qui l’idea di alcuni post per andare a vedere la “perfezione” nei suoi versanti realistico/funzionale e irrealistico/ disfunzionale più da vicino …..

Non nasciamo perfezionisti, lo diventiamo. Il perfezionismo plasma la nostra personalità. Se ci sviluppiamo così e continuiamo ad esserlo nonostante gli inconvenienti vuol dire che ci sono dei validi motivi.

Il perfezionista continua a spingersi oltre e non riesce ad apprezzare l’istante presente, perché si proietta continuamente in un futuro nel quale conclude tutto ciò che ancora non ha concluso. Così facendo, egli, raggiunge un confine che, una volta varcato, lo porta ad arretrare. E’ come se si spingesse troppo oltre: raggiunge il bene, ma invece di fermarsi vuole il meglio e consegue così il meno bene e continuando ad insistere finisce per ottenere il peggio.

Questa rincorsa all’Io Ideale si conclude con il fallimento di chi, non conoscendo i propri limiti li oltrepassa. Ne è un esempio il fenomeno del “burn-out”: a furia di volere sempre di più, si arriva ad uno stadio in cui si “crolla”, per ritrovarsi “bruciati dentro”, senza riuscire a fare più niente

La storia personale del perfezionista è caratterizzata, spesso, da un’infanzia vissuta all’insegna delle critiche. Quasi sempre criticato per i propri sbagli e raramente premiato per le proprie conquiste. Questa continua esposizione alla critica porta anche alla creazione del  “dialogo interno negativo”: una vocina dal tono giudicante e cinico che, durante la giornata, ci recita lunghi elenchi di fallimenti, che ci spinge ad essere spietati con noi stessi e a pretendere l’impossibile dagli altri con il conseguente altissimo livello di stress e tensione che ne deriva.

Perché quindi insistere a queste condizioni?  A parte il fatto che cambiare non è facile e richiede un modo di pensare decisamente diverso, il motivo risiede nel fatto che questo comportamento risponde ad imperativi che riprendono i tratti essenziali dei tre tipi di perfezionisti descritti nel post precedente. Come i suddetti tipi, anche tali ragioni possono coesistere a varie intensità nella stessa persona oppure prevalere una sull’altra.

Vi è innanzitutto una componente narcisistica che risponde ad un bisogno di valorizzazione. Nell’amore condizionato si ha il seguente discorso: “Non esisto e non mi amo fintanto che non divento perfetto o che non raggiungo un livello che reputo perfetto”. Per contrastare questa introiezioni è necessario imparare sia ad amarsi senza dipendere completamente da ciò che si compie, sia distinguere tra l’essere e il fare.

Il perfezionista prova anche un eccessivo bisogno di placare la propria ansia. Prevedere i minimi dettagli e stanare gli errori gli permette di lasciare meno spazio possibile agli imprevisti, così da far fronte ad ogni situazione e calmare la paura dell’ignoto che lo domina.

Il terzo motivo è il timore del rifiuto, secondo il principio “sono amato e accettato se risulto perfetto e mi comporto perfettamente”. Il meccanismo è sempre quello dell’amore condizionato e a comandare ancora una volta è la paura. Più del fatto di essere amati e accettati, a prevalere è la paura del rifiuto, che si cerca di placare diventando perfetti.

Insomma possiamo dire che un perfezionista rimane tale perché non ha trovato nulla di meglio per calmare la sua paura.

Ha bisogno di esistere ai propri occhi e agli occhi degli altri; la risposta a questo bisogno è ESSERE PERFETTO . Essere eccellente non è sufficiente, bisogna fare di più.

Esistono tuttavia dei casi in cui questo meccanismo permette davvero di dare il massimo e non arrivare al peggio. Sarebbe interessante scoprire dove si trova il confine e che cosa differenzia il sano perfezionismo dal perfezionismo “malato” o addirittura patologico …

….. continua a seguirmi ….

Dinamica della preoccupazione e delle inquietudini.

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“La mia mente non fa altro che scannerizzare il futuro! E’ come un radar sempre in funzione, che cerca di vedere le seccature in arrivo prima ancora che siano arrivate”, così mi raccontava un giorno una mia cliente a cui avevo chiesto di trovare una metafora che descrivesse il suo continuo stato di pre-occupazione.

La pre-occupazione è in effetti un rimuginio rivolto verso il futuro. E’ costituita da un concatenarsi di stati d’animo negativi e dolorosi riguardo a quello che potrebbe accadere ( ma quando si è oltremodo ansiosi si sopprime il condizionale e si dice “quello che accadrà”) in un futuro più o meno prossimo.

La sequenza di pensiero disfunzionale messa in atto dalla pre-occupazione è stata largamente studiata dai cognitivisti:

  1. Si producono costantemente ipotesi su eventuali pericoli futuri
  2. Si scambia l’ipotesi per una certezza
  3. Si reagisce come se essa fosse realtà.

Nel corpo e nel cervello dell’ansioso non c’è differenza tra pensare un problema ed averlo. Se  mi metto a pensare alla mia morte, a poco a poco il mio corpo e la mia mente reagiranno come se dovessi morire presto.

Tuttavia, ad un certo punto, questa tensione di tutto il nostro essere diventa troppo dolorosa: allora cerchiamo di allontanarcene, provando a scacciare le nostre inquietudini, cosa che non funziona affatto, pensando a qualcosa di altro, o buttandoci in una qualsiasi attività. Ma, dal momento che questa distanza rappresenta un “controllo” meno efficiente del problema, ci ricaschiamo. E ci ricaschiamo continuamente.

Questo continuo movimento di avvicinamento ed evitamento a cui è stato dato il nome di “flip-flap delle preoccupazioni” è descritto in maniera superba da Woddy Allen, sagace interprete dei meccanismi dell’animo umano: “credo che il mio esaurimento peggiori. La mia asma anche. Quando respiro si sentono dei sibili e la testa mi gira sempre più. Soffoco fino a sentirmi mancare. La mia stanza gronda umidità ed io ho continui brividi e palpitazioni cardiache. Ho anche notato che non ho più asciugamani puliti. Fino a quando andrà avanti tutto questo?”

Il brano riportato sopra è un bell’esempio di uno dei meccanismi dello humor che è tipico dell’ansia: non appena si comincia ad avvicinarsi troppo a quello che fa paura, cambiare subito argomento e abbassare la tensione con una battuta di spirito. Abbiamo la sensazione di poter controllare la preoccupazione solo con la fuga; ma, d’altro canto, subito dopo inconsciamente non siamo tranquilli all’idea di lasciarci alle spalle dei problemi irrisolti. Quindi ci ritorniamo sopra, ma è troppo dura, e allora torniamo a fuggire e così all’infinito ….

Perché non impariamo niente dalla vita??? Tutti abbiamo visto e sperimentato che un sacco di volte la nostra inquietudine non è servita a nulla: vuoi perché non c’era nessun pericolo, vuoi perché non era poi così tremendo e siamo riusciti a sopravvivere.

L’inquietudine è un po’ come l’adesione ad una fede. E’ un po’ vero per tutti gli stati d’animo, che tendono a farci aderire ad una visione del mondo, ma sembra sia più evidente per gli stati d’animo ansiosi. Per esempio diffidiamo molto di più dei nostri stati d’animo collerici per paura di quello a cui potrebbero portarci, e individuiamo più facilmente i nostri stati d’animo tristi, perché appesantiscono il nostro corpo e frenano le nostre azioni.

L’ansia, invece, sa perfettamente come sussurrarci all’orecchio: “io sono tua amica, non sono altro che prudenza, lucidità, vigilanza. Abbi fiducia. Vai avanti insieme a me!”.

Il credo degli ansiosi è:

  • Il mondo è pieno di pericoli e minacce
  • Io sono fragile e quelli che amo sono fragili
  • E’ possibile sopravvivere, o aumentare le possibilità di sopravvivenza, all0unica condizione di adottare tutte le precauzioni adeguate.

Questa percezione di un mondo pericoloso implica ovviamente un estremo desiderio di evitare il minimo rischio.

Certo, le basi di questo credo comportano una parte di verità, ma solo una parte; proviamo quindi a rimodularle:

  • E’ vero, il mondo è pericoloso, ma soprattutto in determinati momenti e in determinati luoghi, ve ne sono altri in cui possiamo sentirci al sicuro.
  • E’ vero che siamo fragili e adottare qualche precauzione è utile, ma non al punto di adottare tutte le precauzioni possibili e vivere sotto una campana di vetro
  • E’ vero che stando attenti aumentiamo le nostre possibilità di sopravvivenza; è inutile tuttavia farne un’ossessione che deteriorerebbe la nostra qualità di vita, facendoci sopravvivere a lungo, ma chiusi nella gabbia della iper-protezione.

La nostra inquietudine dura anche perché noi la coviamo, la alimentiamo chiudendoci nelle nostre convinzioni. Diventiamo intolleranti ad altre visioni del mondo.

Quando siamo invischiati in stati d’animo ansiosi, tendiamo a provare stupore o collera di fronte alle persone allegre, a quelle che non si preoccupano, agli ottimisti: le vediamo unicamente come persone a cui manca qualcosa, l’intelligenza o la lucidità, ma non come persone che hanno qualcosa più di noi, per esempio una propensione per la felicità.

Ci piace immaginare che non abbiano avuto a che fare con la preoccupazione per un caso fortunato “la vita li ha favoriti”, per negazione “fanno come gli struzzi”, o per stupidità “non hanno mai capito nulla di come va il mondo”.

Non riusciamo a goderci la vita e non riusciamo a capire come gli altri possano farlo: “ho qualcosa di meglio da fare che rallegrarmi: preoccuparmi! E’ più importante! E’ più utile!”

E’ curioso questo complesso di superiorità che ci invade quando siamo sotto l’influsso delle nostre pre-occupazioni. In quei momenti qualcuno che veda le cose più serenamente di noi è uno che non si cura di nulla, vale a dire un incosciente. Un povero miscredente che non ha capito il nostro credo.

Un’altra mia cliente in un giorno di particolare scoramento mi diceva: “l’ansia vince sempre”. Io non credo che siamo condannati a vederla sempre vincere, ma, di fatto, accogliere che gli stati d’animo di ansia, inquietudine siano sempre lì pronti ad entrare nelle nostre vite come ospiti indesiderati che ci sforzeremo comunque di ascoltare  …….

La paura di aver paura ….

PAURA E CORAGGIO

La PAURA , solo la parola ci mette già ansia, il cuore inizia a battere , i pensieri si confondono e alla paura si aggiunge “la paura di aver paura” dandoci il definitivo colpo di grazia …

Di seguito una riflessione di Rossella Panigatti estratta dal suo libro “La paura della paura”

Perché abbiamo paura se abbiamo un tetto sulla testa e di che sfamarci, un lavoro soddisfacente e degli affetti? Che ragione c’è? Sì, magari il nostro partner si lamenta perché la casa è piccola, il capoufficio non è proprio simpatico e a volte fa delle sfuriate inutili, ci vediamo invecchiare … ma da questo ad avere paura, bè , ce ne passa!

Siamo proprio sicuri che sia così, o ci stiamo raccontando la favola del “vissero tutti felici e contenti”? Quante volte ci diciamo che “va tutto bene”, sapendo perfettamente che non va bene per nulla? Vogliamo, almeno con noi stessi, essere sinceri?

Fermiamoci a fare qualche considerazione.

Da quando abbiamo la capacità di comprendere siamo nutriti dalla paura. Per primi ereditiamo i timori derivanti dai disequilibri dei nostri genitori, che, a fin di bene, tendono a proiettare su di noi le loro paure senza rendersi conto del danno che provocano.

Frasi come quelle che seguono sono esempi banali, ma tristemente comuni: “Se non stai buono viene l’uomo nero che ti porta via!”, oppure “Finisci tutto, o chiamo l’orco che mangia i bambini …”, o ancora “Non vorrai andare in giro vestita così Non sai che hanno violentato due ragazze proprio in questo quartiere?”.

E’ vero che abbiamo sempre la capacità di decidere, scegliendo quello che è meglio per noi, accettando o meno quello che ci propongono, ma si tratta dei nostri genitori, come non fidarsi? E se per caso stavamo cominciando a costruirci dei punti di riferimento che ci permettevano di sentirci al sicuro e protetti in un mondo bello e accogliente, e che ci sostiene comunque, ecco che questi si scontrano con i loro timori e si sgretolano senza speranza.

Ci sono poi le paure indotte dalla società in cui viviamo, che le produce sistematicamente per auto perpetuarsi e proteggersi e per indirizzarci a fare ciò che è “giusto”.

Per non parlare infine delle nostre paure personali, determinate dalle decisioni che di volta in volta prendiamo in merito a quello che ci accade intorno, sia che ci riguardi direttamente o che sia un fatto che leggiamo sui giornali.

Perché temiamo di ammettere che la paura fa parte della nostra vita? Si tratta di un’emozione comune molto primitiva.

Agli albori dell’umanità, quando ci reggevamo a stento sulle due gambe, è stata proprio questa emozione istintiva che ha permesso all’animale-uomo di individuare in tempo il pericolo di mettersi in salvo. La modalità di allarme, infatti , è propria di quella che chiamerei la “paura sana”, quella che ci fa fare un balzo indietro quando una macchina sta per investirci o che ci permette di reagire ad un malintenzionato.

Questo campanello d’allarme può addirittura salvarci la vita e rappresenta una reazione energetica corretta allo stimolo => reazione: c’è un reale pericolo, il nostro sistema energetico lo recepisce e manda l’informazione che si traduce in adattamento fisiologico, mettendo in allerta e potenziando i sistemi e gli organi del nostro corpo in modo da permetterci di sopravvivere.

In questi casi , la paura svolge egregiamente il suo compito. Poi, c’è un’altra manifestazione della paura, che, da semplice e lineare informazione che a volte si rivela vitale, si trasforma in un sentimento oscuro, strisciante, in un’ansia immotivata che ci assale senza ragione e ci strangola, non lasciandoci vivere.

Se ci guardiamo intorno possiamo vedere come la seconda modalità oggi sia molto più diffusa di quanto non appaia, una pandemia i cui segni scorgiamo sui volti di chi ci passa accanto e, spesso, anche sul nostro quando, gettando un’occhiata distratta ad una vetrina, ci specchiamo involontariamente.

Questa paura ha una causa diversa poiché non è generata da minacce reali, concrete, ma da un’indicibile molteplicità di stress, più o meno evidenti, più o meno sommersi, davanti ai quali rischiamo di soccombere.

Abbiamo paura di quello che non conosciamo, l’ignoto, anche se potrebbe essere migliore, ma anche della troppa intimità, della vera vicinanza. Abbiamo paura di non essere più sani o giovani, o potenti, di perdere il controllo, di essere condizionati o “invasi”, di essere respinti, paventiamo le troppe responsabilità o il fallimento. Soprattutto, abbiamo paura di non essere visti e mati per quello che siamo.

Questa paura è una presenza costante nella nostra vita e, visto che è una emozione comune a tutti, come la rabbia o l’amore, come la solitudine , perché negarla?

Perché abbiamo paura della paura? Perché non ammettiamo semplicemente di aver paura, senza comportarci come se non esistesse?

La ragione principale è di origine culturale: nella nostra società non è bello aver paura. Ci hano insegnato che è vergognoso provare paura, essere insicuri, o provare qualsiasi altra sfumatura di questa emozione. E non è tutto. Se il fatto di avere paura è considerato altamente inopportuno, c’è una cosa che anche peggio: mostrarla.

Molto presto quindi impariamo a mascherarla con il controllo, riducendo la voce della paura ad un sussurro sempre più flebile;diventiamo maestri a simulare un coraggio senza tentennamenti. All’inizio la recita è fatta a beneficio degli altri, così che non percepiscano il nostro timore di non farcela, o di non essere amati, o il terrore di essere abbandonati. Tale pantomima a furia di essere rappresentata ha alla fine effetti drammatici su di noi: non soltanto finiamo per persuaderci che non proviamo paura nel momento presente, ma che non l’abbiamo mai provata.

Così facendo ci neghiamo la possibilità di modificare quello che determina la nostra paura che finisce per crearci problemi molto più grandi. Infatti, la paura, anche se negata e ignorata lavora sotto la superficie frenando il nostro cammino verso una vita piena.

Se in questi momenti in cui tutto diventa pesante e lento ci fermassimo un attimo ad ascoltarci, ci renderemmo conto che l’ostacolo più grosso è, appunto, la paura della paura. E’ proprio lei che riesce a trasformare una semplice indicazione di qualcosa fuori equilibrio in un freno che ci immobilizza.

Far finta di non aver paura significa non fare le cose, rinunciare, accampare delle scuse, oppure agire con tensione. Vuol dire pesare ogni parola e ogni gesto, anche quando agiamo, e temere il fallimento.

Ne vale la pena?

La via che è necessario imboccare, dunque, è quella , prima di tutto, di smettere di demonizzare la paura. Poi, imparare a trasformare questa energia stagnante in energia in movimento: per dinamizzare la paura e procedere nella vita sgravati da questo fardello, pronti ad ascoltarla quando si presenterà di nuovo.

Questo ovviamente non significa che non avremo più paura; vuol dire solo che vivremo la paura nel suo giusto contesto, come messaggio di un disequilibrio che, una volta risolto, può tornare a essere qualcosa di armonioso…….

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liberamente tratto da:

R.Panigatti – “La paura della paura” – ed. TEA

Come regolare i propri stati d’animo di inquietudine …

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Nel post precedente ho cercato di disegnare un quadro di come le inquietudini , le pre-occupazioni e le ansie possono impadronirsi di noi e legarci a sé in maniera indissolubile, inquinando la nostra vita e decurtando la nostra fetta di Ben-Essere.

Vediamo ora come poter alleggerire la tensione della loro presenza senza incorrere d’altra parte alla fuga; bensì dando loro lo spazio che meritano ma non la facoltà di inondarci.

  • EVITARE DI IDENTIFICARSI CON LE PROPRIE INQUIETUDINI => è una questione di distanza che ci manca tanto una volta che esse hanno cominciato a prenderne posizione dentro di noi. proviamo a vedere le pre-occupazioni come un sintomo, guardiamoci mentre stiamo rimuginando! E’ fondamentale riconoscere subito l’innescarsi di una pre-occupazione, come i pompieri individuano un principio di incendio: è più facile spegnere le fiamme se le si prende all’inizio. Quindi focus sull’innesto del circolo vizioso!
  • DISCUTERE DELLE PROPRIE INQUIETUDINI => per esempio chiedendosi “con che genere di problemi mi sto tormentando?” E’ utile abituarsi a misurare le proprie pre-occupazioni, per esempio dando loro un voto da 0 a 100. Ci accorgiamo allora che molte delle nostre ansie si situano tra 0 e 20. Ce ne occuperemo certamente ma in un’atmosfera più distesa, non con la sensazione che stiamo gestendo un problema gravissimo.
  •  TORNARE CON I PIEDI PER TERRA (“principio di realtà” docet) E SBARAZZARSI DI UN CERTO NUMERO DI ILLUSIONI =>
  • Illusione 1 : E’ possibile controllare tutto, dandosi un po’ da fareRealtà: No, non si può controllare tutto

    Illusione 2: Impegnandosi a dovere, si dovrebbe poter evitare i problemi.

    Realtà: No, i problemi fanno parte della vita.

    Illusione 3: L’incertezza sfocerà sicuramente in qualcosa di pericoloso

    Realtà: No, molte cose incerte si risolvono da sé.

  • LOTTARE CONTRO IL NOSTRO BISOGNO DI CONTROLLARE SEMPRE TUTTO => noi ci esauriamo spesso nel tentativo di gestire il corso della nostra vita, fino all’assurdo. Negli stati d’animo ansiosi, abbiamo spesso l’illusione che il controllo sia una soluzione efficace, una risposta ai rischi dell’esistenza. Ma il desiderio di tenere tutto sotto controllo ha come conseguenza una sensazione di sfinimento per non aver mai portato a termine quello che dovevamo fare. Ci condanniamo ad essere sempre oberati.
  •  ACCETTARE CHE IL MONDO CI SFUGGA => questo non significa che dobbiamo rassegnarci al caos, mollare un po’ la presa, vuol dire semplicemente capire che non siamo onnipotenti. Che il disordine e l’incertezza fanno parte del mondo e che se non impariamo a tollerarli avremo un’esistenza davvero faticosa.
  •  AMMETTERE DAVVERO CHE L’AVVERSITA’ ESISTE => e darle un posto nella nostra vita. Accettare che i problemi esistono e considerarli solo per quello che sono: problemi da risolvere, non drammi inaccettabili e minacciosi. Accettare i propri problemi, le avversità, significa accettare e preferire la Vita!.

Concludendo potremmo dire: dobbiamo accettare di vivere dunque “nell’inquietudine” parafrasando il grande Fernando Pessoa? Sì, che altro potremmo fare se non accettare una certa dose di incertezza e di avversità nelle nostre esistenze?

E’ fondamentale comunque ricondurre senza sosta la nostra mente verso il presente “è meglio impiegare la nostra mente per sopportare le disgrazie che ci capitano anziché per prevedere quelle che ci possono capitare” (La Rochefoucauld).

Vivere e agire nel presente, quindi, nel “qui e ora”. Essere nella vita e nei suoi gorghi come un pesce nell’acqua ….. nel perenne timore di finire in pentola ….. No…No … niente paura sto scherzando !!!! ….

Il sintomo come segnale di allarme

DOLORE 4

La consapevolezza di attraversare una crisi esistenziale presuppone la capacità di un’osservazione critica di sé. Ugualmente, il riconoscere il proprio stato si smarrimento esige la presenza dentro di sé di un referente affidabile che ci consenta di prendere coscienza del concetto di mancare di Identità o di averla persa.

In realtà chi si trova a vivere un periodo di confusione il più delle volte non se ne rende conto e quello che avverte sono, quasi sempre, solo una serie di sensazioni corporee che segnalano e accentuano lo stato di sofferenza. Queste sensazione corporee “negative” sono quello che chiamiamo “Sintomi”.

Quale è il meccanismo alla base di tutto questo? E quale è la funzione del sintomo? Sostanzialmente il sintomo è un segnale di allarme.

Come dice Henri Laborit biologo filosofo ed etologo francese, quando un individuo si trova in uno stato di stress eccessivo, deve aggredire l’ambiente, fonte dello stress, o fuggire da esso. Ma quando è incapace di attuare una di queste soluzioni, allora si inibisce e sviluppa un sintomo.

I sintomi fisiologici fello stress: gola chiusa, collo teso, respiro corto, polso accelerato, inducono nella persona uno stato di ansia che prepara l’organismo a reagire ad una aggressione, con il fenomeno attacco/fuga.

Distrutto o evitato l’elemento aggressore, ritrovato un ambiente sicuro, l’individuo potrà tirare il famoso “sospiro di sollievo”, mentre il suo organismo recupererà l’equilibrio necessario al rilassamento e alla ripresa.

Quotidianamente ognuno di noi si trova a vivere un’ampia gamma di situazioni stressanti e di conseguenza reagirà di volta in volta con l’aggressione o con la fuga.

Esempi tipici di attacco all’ambiente sono ad esempio i comportamenti aggressivi di un padre o di una madre nei confronti dei figli, dei più grandi verso i più piccoli, oppure nel contesto lavorativo, quelli dei superiori verso i subalterni. Ogni attacco ben riuscito scarica lo stress e il rilassamento è ritrovato. In questo modo diverse persone, anche “psichicamente disturbate” , attraverso la posizione di dominio che concede loro il privilegio di “curarsi psicologicamente” a spese degli altri, riescono a compensare bene le frustrazioni e a vivere senza mai prendere coscienza del proprio stato di profondo disagio interiore.

Il comportamento alternativo all’aggressione, cioè la fuga, è altrettanto comune e si attua rifugiandosi freneticamente nelle più disparate attività esterne all’ambiente quotidiano, oppure, caso tipico di molti, rifugiandosi nel lavoro. Anche così l’insoddisfazione che si prova verso la propria vita, compensata dalla iperattività permette alla persona di sopportare le frustrazioni scaricandole altrove.

Il problema insorge quando il tipo, o l’ambiente di lavoro non permettono di scaricarsi, quando la famiglia è refrattaria o si ribella alla scarica, quando non esiste la possibilità di attività compensatorie. E anche quando il nostro ruolo di esseri civilizzati ci impone di affrontare e/o attuare le aggressioni in maniera socialmente accettabile, mentre alcune parti di noi vorrebbero risposte fisiche (pugno, calcio etc..).

A questo punto lo stress è continuo, il respiro non ritrova il suo ritmo, i muscoli rimangono tesi, il cuore lavora sotto sforzo.

Senza la possibilità di rilassamento non rimane che uno spostamento continuo di questa energia che, non scaricandosi nell’attacco/fuga, finisce per rivolgersi contro noi stessi, in una sorta di autoaggressione, generando prima sintomi, poi disfunzioni, poi vere e proprie patologie organiche.

L’insorgere della sofferenza fisica, segnalata dai sintomi, costringerà la persona a consultare uno specialista: il medico che gli prescriverà medicinali e giorni di riposo.

Risultato: ritiro dall’ambiente, tramite una fuga autorizzata, e quindi recupero dello stato di rilassamento.

Terminato l’intervallo curativo, l’individuo si re immergerà nell’ambiente e riprenderà la vita di sempre. Ma la radice è nel profondo e il problema non è stato realmente risolto. La sofferenza ricomincerà e la persona tornerà dal medico, per sentirsi nuovamente autorizzata a dire sia al lavoro che a casa: “Sto male, lasciatemi in pace!” ottenendo così il visto per un nuovo ritiro/fuga , per un nuovo illusorio rilassamento.

Per rompere questo circolo vizioso occorre un’autentica revisione esistenziale, che pochi, però, sono disposti a intraprendere, troppo legati ancora al tabù che il male dell’anima sia di predominio dei “folli”.

Fare il punto, fermarsi per guardare dentro se stessi, riconoscere che si sta vacillando , che si è perso l’orientamento vuol dire prendersi cura di se stessi.

Significa smettere di perdere tempo a preoccuparsi e cominciare ad occuparsi per ri-trovare il proprio ben-essere.

Chiedere aiuto ad un professionista che ascoltando incondizionatamente e senza giudizio può sostenerti nella ricerca delle tue soluzioni vuol dire essere un adulto consapevole dei propri limiti , non sempre si può fare tutto da soli, e questo è il primo passo verso lo scioglimento del disagio.

Il Counseling può essere un buon inizio; non ti da soluzioni preconfezionate, bensì ti aiuta a trovare le tue ritenendo che ogni individuo abbia in sé la capacità intrinseca di ri-trovare la sua strada. Per questo il Counselor ha nei confronti del proprio cliente un atteggiamento attivo, propositivo e stimolante le capacità di scelta volto ad incentivare il concetto di responsabilità individuale.

Il Counseling ti aiuta a ri-prendere in mano il timone della tua vita lasciando a te la scelta della rotta, direzione e velocità.

Il Counseling è un processo di apprendimento interattivo: facendo leva sulle capacità qualità e risorse della persona coinvolta nella situazione problematica, il Counselor mira a sviluppare nel cliente nuovi processi di esplorazione, comprensione e apprendimento, al fine di raggiungere una migliore espressione del proprio sé.

L’obiettivo principale del processo di Counseling è quello di fornire ai clienti l’opportunità di procedere in modo più autonomo, verso una vita più soddisfacente e piena di risorse, come individui e membri di una società più ampia.

Sollecitudine … Apprensione … Iperattaccamento

apprensione

Essere apprensivi nei confronti degli altri, dei problemi e delle cose o di sé è la causa di ansia più comune. Accade spesso che si sviluppi un attaccamento eccessivo verso gli oggetti delle nostre attenzione o che ci si identifichi eccessivamente con essi, che si tratti di una persona cara, di una faccenda professionale, del proprio aspetto o di ciò che ci potrebbe accadere.

L’eccesso di identificazione ha luogo quando si investe in modo sproporzionale il senso del proprio valore su una persona o una questione. Quando avviene questo, qualunque sia l’oggetto dell’identificazione, le nostre attenzioni si trasformano in apprensione. Siamo sempre preoccupati o ansiosi e diamo fondo alle nostre energie.

Uni dei primi passi nel processo di trasformazione dell’ansia consiste nel comprendere la differenza fra “essere solleciti” ed “essere apprensivi”.

Quando la fondamentale esigenza umana di occuparsi di ciò che ci circonda esce dai suoi confini naturali, si finisce o per sviluppare un’attenzione ossessiva o per non interessarsi a sufficienza.

La natura ha programmato la nostra sollecitudine verso quello che ci circonda direttamente nel DNA. In molte specie questo è associato alla cura della prole.

Le attenzioni verso gli altri generano un senso di sicurezza e danno vita ad un rapporto, un legame positivamente vitale. Quando questo equilibrio naturale viene spezzato e si generano sentimenti di estrema preoccupazione mista ad ansiosa incertezza, ecco che si scivola in quell’eccesso di attenzione detta apprensione.

Molti hanno compiuto questo passo, trasformando la naturale attenzione verso gli altri in un pesante fardello di preoccupazioni e ansia, quando non in una fonte di manipolazione.

La sollecitudine è una nobile qualità, ma esagerare, correndo di continuo per sostenere ritmi inumani nel timore di ciò che potrebbe accadere se ci si ferma o si rallenta, alla fine logora, prosciuga la nostra energia e compromette la nostra vitalità.

Lo stesso vale per le eccessive preoccupazioni nei confronti degli altri, un tipo comune di apprensione: possono essere controproducenti, perché spesso fanno sentire gli oggetti delle nostre eccessive attenzioni soffocati o manipolati, il che li può indurre a respingerci.

Strettamente connesso con l’apprensione è l’iperattaccamento: la sollecitudine diventa perché si ha paura di perdere ciò a cui tanto si tiene, oppure può manifestarsi nei confronti di persone, luoghi, cose, perché motivato dalla continua ricerca di segnali di conferma che gli altri ci apprezzano.

Questo incessante sforzo volto ad ottenere sempre reazioni positive nei nostri confronti può generare un perenne stato di ansia. L’iperattaccamento da un lato tende a spossare chi ne è fatto oggetto, dall’altro rende il soggetto ipersensibile all’altrui approvazione, inducendolo a controllare eccessivamente, coloro cui tiene, soffocando la propria pace e sicurezza interiore.

Il circolo vizioso si innesca quando ci si identifica eccessivamente con un ruolo, una situazione, una persona cui si tiene molto. Ci si comincia a preoccupare e a volere che le cose vadano in un certo e unico modo, attaccandosi a quel risultato al punto da non riuscire più a scorgere altre opzioni; non si riesce più a “mollare” la questione, la situazione, la persona oggetto delle attenzioni, trasformandosi in un vero assillo.

E, ironicamente, il risultato è normalmente l’opposto di quello desiderato: la persona che si vorrebbe più vicina si allontana e ci evita. “Ma come!” ci si stupisce “Con tutte le attenzioni che le ho dedicato!”.

Questo ciclo di autodistruzione è insidioso, perchè l’apprensione e l’iperattaccamento sono come un morbo contagioso che può diffondersi rapidamente agli altri e infettare come un vero e proprio virus emozionale.

Quando si guarda al mondo attraverso le lenti di una eccessiva identificazione, dell’apprensione e dell’iperattaccamento, si tende immediatamente a schierarsi sulla base di informazioni incomplete. E’ proprio attraverso questo meccanismo che si alimenta la crescente epidemia di stress, ansia e depressione. Il risultato è spesso il cieco rifiuto di comprendere il punto di vista altrui, fenomeno alla base di molti conflitti.

Se si desidera aiutare coloro che si amano, occorre innanzitutto partire da se stessi. Se non li teniamo sotto controllo apprensione ed iperattaccamento tendono ad evolvere in un’abitudine radicata ed ecco che le nostre energie emozionali vengono logorate e, giorno dopo giorno, la qualità della nostra vita si deteriora.

Un quadro emozionale mediocre riduce la pienezza della vita a qualcosa di meccanico: le giornate diventano grigie, si riducono l’allegria e la pace interiore e si perde in modo significativo la propria capacità di adattamento creativo. Si diventa così stressati e ansiosi da finire per sentirsi del tutto inefficaci o, dopo aver esagerato nel senso opposto, ormai incapaci di dedicare attenzione e cure nella giusta misura.

Occorre tuttavia distinguere: una cosa sono la preoccupazione, l’apprensione e l’iperattaccamento, altra cosa sono il vigoroso coinvolgimento emotivo e la passione nei confronti di un obiettivo, atteggiamenti che, invece, aprono la mente e stimolano la creatività. L’ansia, al contrario, ottunde la mente e può ritardare il conseguimento di un obiettivo o annullare la soddisfazione per averlo raggiunto.

Un atteggiamento apprensivo in un’area, inoltre, spesso comporta negligenza in un ‘altra: un po’ come lo schiacciare un pallone da un lato per aumentarne la pressione da quello opposto. Questo squilibrio nell’affrontare i diversi aspetti della vita può a dar luogo a piccoli inconvenienti e seccature in grado di inquinare la gioia di vivere.

Come diceva Winston Churchill: “A rovinare la vita degli uomini è una stringa della scarpa che si strappa”.

Lo stress è essere assediati da mille piccole cose. Non sai quante ne riesci a gestire prima di crollare ……

 

Il Presente

passato presente futuro 1

Se avete praticato yoga, meditazione, tai-chi, probabilmente siete stati invitati dal vostro insegnante a concentrarvi sul momento presente, allontanando da voi ogni latro pensiero. Vivere il presente è un efficace antidoto allo stress.

Può darsi che un’eccessiva enfasi sul “qui e ora” abbia fatto nascere in voi qualche dubbio. Per esempio, avreste potuto domandarvi se ciò sia conciliabile o meno con il tipo di società in cui viviamo e con il nostro bisogno di pianificare il futuro.

Come sempre, si tratta di trovare il giusto equilibrio.

Partiamo da un concetto molto semplice: “Noi viviamo ora”. Questo è un fatto inconfutabile: il passato non c’è più, il futuro non c’è ancora, l’unico momento davvero reale è l’attimo presente.

Le persone ansiose sono tipicamente concentrate sul tempo che passa, sul tempo che non è mai abbastanza e , così entrando in un circolo vizioso bizzarramente tragico, finiscono con lo sprecare l’attimo fuggente. Non appena ne acquisiscono consapevolezza, se ne dispiacciono e l’ansia, così, non fa che aumentare.

Eppure, quando eravamo bambini, eravamo perfettamente in grado di goderci la vita. E’ con l’adolescenza che sono cominciati i guai, così poi, diventati adulti, eccoci alle prese col dover riapprendere quello che abbiamo disimparato nel corso degli anni.

Un bambino non si interroga sul futuro, semplicemente perché si affida agli adulti, quindi gli è più facile concentrarsi sul “qui e ora”. E’ questo il Paradiso terrestre, nel quale nessuno si deve pre-occupare ed è naturale apprezzare ogni momento che la vita ci regala.

IL prezzo per entrare nella condizione adulta sta proprio nella consapevolezza della morte, delle malattie, dei possibili ostacoli che incontreremo. Così, prima o poi, usciamo tutti dal Paradiso terrestre ed entriamo nella difficoltà del vivere quotidiano. Eppure è proprio questa stessa consapevolezza che ci salverà da un inutile sofferenza. Essere consapevoli della limitatezza dell’esistenza rende prezioso il nostro vivere; non potremmo apprezzare la luce se, ogni tanto, non sperimentassimo le tenebre. Non potremmo apprezzare il bene se non sapessimo che esiste anche il male. Se da bambini eravamo felici senza saperlo, ora che siamo adulti possiamo imparare a goderci ogni attimo , essendone consapevoli.

Le due nevrosi che più frequentemente si incontrano nei paesi occidentali, dove c’è maggiore agiatezza, sono l’ansia e la depressione. L’ansia, come ho già scritto in molti post, riguarda la paura del futuro, la depressione affonda spesso le proprie radici nella infelicità dell’oggi a causa di un passato insoddisfacente o di una felicità perduta che, molto probabilmente, all’epoca, nemmeno avevamo apprezzato. Lo sguardo rivolto all’indietro o troppo in avanti spesso ci impedisce di apprezzare quello che abbiamo e stiamo vivendo.

Vivere il presente significa ignorare le distrazioni e focalizzarsi su ciò che più conta, adesso.

Vorrei a questo punto sfatare una falsa credenza sul “qui e ora”. Per alcuni vivere nel presente significa inseguire i propri capricci del momento, equivale alla negazione del passato e, peggio ancora, alla mancanza di progettualità.

Proprio quando siamo infelici nel presente è il momento di guardare al passato per imparare. Si potrà, quindi, sulla base dell’esperienza, progettare il futuro. Come?

Il passato è la nostra storia. Negarlo equivarrebbe a negare una parte di noi. L’errore che spesso commettiamo è guardare TROPPO al passato: questo nega il presente e preclude ogni progresso verso il futuro. Ciò che è stato è stato e non torna più. Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo cambiare il significato che esso ha ora per noi. Il valore del passato sta proprio, infatti, nelle lezioni che la storia ci regala.

Quello che comunemente chiamiamo “fallimento” o “errore” in realtà è solo un’esperienza che ha prodotto un risultato per noi insoddisfacente. Le esperienze perfino quelle più negative, possono essere recuperate per quello che sono in grado di insegnarci. Spesso, invece, assistiamo al ripetersi inesorabile di copioni perdenti.

Se voglio ottenere un risultato diverso da quelli ottenuti in passato, non dovrò far altro che rileggere la mia storia in chiave didattica, sfruttando gli errori di ieri per imparare a non ripeterli oggi. Come ho detto sopra, non possiamo cambiare quello che è stato, però possiamo usare quello che è stato per vivere meglio il presente e progettare un futuro migliore.

A proposito del futuro, se è vero che “del doman non c’è certezza”, perché nessuno di noi può conoscerlo a priori, è altrettanto vero che possiamo aumentare le probabilità di raggiungere quello che vogliamo, lavorando sul presente. E’ qui che entra in gioco la nostra capacità di progettare.

Definisco oggi i miei obiettivi di domani, agisco oggi per ottenere qualcosa nel futuro, mi concentro oggi su quello che voglio ottenere, e poi … mi godo il viaggio per arrivare fino alla meta desiderata.

L’elemento chiave per raggiungere un risultato soddisfacente è infatti non sprecare gli attimi che abbiamo a disposizione: voltarsi indietro quel tanto che basta per imparare, guardare avanti quel tanto che basta per impostare un progetto, quindi procedere, passare all’azione, passo dopo passo.

Così, ogni momento potrà essere assaporato per ciò che di buono ci porterà. Vivendo il presente con pienezza, sapremo accettare quello che la vita ci offrirà, senza stancarci mai di agire, con atteggiamento di apertura al cambiamento.

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