Mese: luglio 2014

Sull’intuizione …

intuito e ragione

 

Cominciamo con la definizione di “intuizione”:

  • Il potere o la facoltà di conseguire conoscenze o cognizioni in modo diretto, senza evidente ricorso a riflessione razionale o processi inferenziali.
  • Comprensione rapida e profonda.
  • Dal latino “intuitio” e da “in” e “tueri” – contemplare, guardare con attenzione da cui “atto di guardare con attenzione dentro di sé o una forma superiore di attenzione tramite lo sguardo interiore.

Esiste una forza vitale universale e intelligente in ogni cosa e in ogni persona. Risiede in ciascuno di noi, nella forma di una profonda saggezza, una conoscenza interiore. Abbiamo accesso a questa meravigliosa forma di conoscenza e di saggezza attraverso l’intuizione, un senso interno che ci dice cosa ci appare giusto e vero in ogni momento.

Molte persone non abituate a fare uso cosciente dell’intuizione immaginano che sia una forza misteriosa che dovrebbe arrivare loro attraverso una qualche esperienza mistica trascendentale. In realtà, la nostra intuizione è uno strumento molto pratico e concreto sempre disponibile per aiutarci a prendere decisioni difficili, affrontare problemi e sfide nella vita quotidiana.

L’intuizione è una cosa naturale che abbiamo fin dalla nascita. I bambini piccoli sono molto intuitivi, ma nella nostra cultura li si educa subito a non esserlo.

Di fatto, siamo tutti potenzialmente intuitivi: alcuni sviluppano questa abilità in modo consapevole, mentre la maggior parte delle persone impara a trascurarla o rinnegarla. Per fortuna basta un po’ di pratica per riabilitare e sviluppare le nostre capacità intuitive. Possiamo imparare ad entrare in contatto con la nostra intuizione, a seguirla e a farla diventare una guida efficiente nella nostra vita.

In molte culture l’intuizione è riconosciuta e rispettata come una dimensione naturale e assai importante della vita. Queste società creano potenti rituali, come riunioni pubbliche, condivisioni dei propri sogni, canti balli e interrogazioni di oracoli, tutte cose che favoriscono la connessione con il regno interiore dell’intuizione. Gli appartenenti a quelle culture imparano a fidarsi e a seguire il loro senso interno del vero; essi hanno un sentimento profondo delle interconnessioni che strutturano la vita.

La nostra moderna cultura occidentale, invece, non riconosce alcuna validità all’intuizione, negando perfino che esista. Il nostro sistema scolastico riflette e rinforza questa tendenza. Si concentra quasi esclusivamente sullo sviluppo della parte sinistra del cervello, corrispondente alle capacità razionali e perlopiù ignora lo sviluppo dell’emisfero destro, che presiede alle capacità intuitive e creative.

La mente razionale è come un computer: elabora degli imput che riceve dall’esterno e sulla base di queste informazioni trae delle conclusioni logiche. Per questo motivo, ha dei limiti ben precisi, potendo applicarsi soltanto a quei dati che riceve dal nostro mondo esterno.

La mente intuitiva, invece, sembra avere accesso ad una riserva infinita di informazioni, fra cui alcune che non abbiamo raccolto per esperienza personale. Sembra dunque capace d’immergersi in un profondo deposito di conoscenza e di saggezza. E’ anche capace di classificare queste informazioni, di fornirci esattamente ciò che ci occorre e di farlo al momento giusto.

Anche se il messaggio può arrivarci un pezzettino per volta, se impariamo a seguire questo flusso di informazioni un passo dopo l’altro, scopriremo come ci conviene agire. Nel momento in cui impariamo a fare affidamento su questa guida, la vita assume un carattere sicuramente più fluido.

Quando dico che è necessario che l’intuizione diventi la nostra forza trainante, non intendo sminuire né tantomeno eliminare l’intelletto. La nostra facoltà razionale è uno strumento molto potente che può aiutarci ad organizzare, comprendere e imparare dall’esperienza.

Tuttavia, se cerchiamo di dirigere la nostra vita a partire dalla sola ragione, corriamo il rischio di tralasciare molte cose.

Molti di noi hanno addestrato il loro intelletto a mettere in dubbio le intuizioni. Quando sorge una intuizione, la mente razionale immediatamente dice: “Non penso che possa funzionare”, oppure: “Che idea folle!”, così l’intuizione viene messa da parte. E’ bene addestrare il nostro intelletto a rispettare, ascoltare ed esprimere la nostra voce intuitiva.

Molte persone usano la parola “istinto come sinonimo di “intuizione”. In realtà, istinto e intuizione sono cose diverse, anche se collegate.

Gli animali vivono grazie all’istinto, una dote geneticamente programmata che li guida nello sforzo di sopravvivere e riprodursi. Noi esseri umani siamo animali e possediamo anche noi capacità istintive che ci spingono all’autoconservazione e alla preservazione della specie.

Ma. Oltre all’istinto, noi umani abbiamo l’intuizione, che ci fornisce una quantità vastissima di informazioni relative non soltanto alla nostra  sopravvivenza, ma anche alla nostra crescita, al nostro sviluppo, all’espressione del carattere e altro …

Di solito il comportamento istintuale è simile in tutti i membri di una specie, mentre l’intuizione sembra più sintonizzata coi nostri bisogni individuali in ogni circostanza.

Divenendo sempre più “civilizzati”, noi esseri umani abbiamo continuato a reprimere o ripudiare le forze istintuali, come l’aggressività e la sessualità. Entro una certa misura questo è necessario per avere una società ordinata e rispettosa delle leggi. Tuttavia, se reprimiamo eccessivamente i nostri istinti, perdiamo molta della nostra energia vitale, nonché la capacità di prenderci cura di noi stessi.

Quando ripudiamo le forze istintuali, spesso perdiamo anche il contatto con la nostra intuizione. Perciò dobbiamo cercare di sviluppare un più sano equilibiro tra intelletto, istinto e intuizione.

Uno dei punti decisivi per entrare in contatto con l’intuizione è imparare a rilassare la mente e il corpo quanto basta per permettere alla nostra attenzione di “uscire dalla testa” e immergersi in un luogo profondo dentro di noi dove risiede l’antica saggezza.

Limitarsi a lasciare che la consapevolezza si diriga verso un luogo profondo del corpo può essere di grande aiuto per aprire le porte all’intuizione.

Se si prova qualche fatica a rilassarsi, ecco qualche suggerimento:

  • Fare qualcosa di piacevole che richieda un esercizio fisico – camminare, correre o mettere su della musica e ballare – finchè non ci si sente stanchi. A quel punto stendersi e rilassarsi profondamente.
  • Mettere della musica rilassante che piace particolarmente mentre ci si stende e si lascia che la musica entri dentro.
  • Ascoltare una cassetta audio di meditazione guidata
  • Fare un corso di yoga o meditazione che alleni alla capacità di rilassarsi.

La cosa fondamentale è essere gentili con noi stessi. Evitiamo di  insistere troppo, ricordandoci che ci si sta preparando a prestare ascolto a qualcosa che in fondo sappiamo gi

Come saldare il debito e ri-nascere …..

rinascere

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Eccoci all’ultimo passo per liberarci dal famigerato blocco emotivo che impantana il nostro progredire verso una vita piena e soddisfacente.

Una volta esaminate le singole componenti del sentimento, desideriamo liberare il corpo e la mente dai vincoli a cui sono stati finora sottoposti: l’unico modo per farlo è accettare e amare il “sentimento”.

E’ necessario, cioè, presumere che esso, pur avendoci creato il disagio e l’ansia, aveva una sua funzione. Se vogliamo veramente liberarcene, non basta distruggerlo: relegandolo all’oblio, restiamo vuoti, e tale vuoto dovrà essere riempito. Il sentimento originario, infine, si ripresenterà: se riusciamo a liberare il sentimento bloccato, ma non troviamo un nuovo modo per soddisfare il nostro bisogno, ne elaboreremo uno nuovo, atto a riempire il vuoto. Questo nuovo stato emozionale creerà altrettanto danno di quello passato.

Se invece consapevolizziamo il bisogno, coperto dal sentimento problematico ed adottiamo un modo più adeguato per soddisfarlo nel rispetto di noi stessi, ci liberiamo facilmente da sensazioni e credenze negative, aprendoci al rifluire dell’energia. In tal modo permettiamo la crescita di quelle parti di noi che sono rimaste intrappolate.

Esistono vari tipi di debiti o di bisogni, ma i due principali sono: quelli generati dalla paura e quelli generati dall’amore.

I debiti generati dalla paura si fondono sul timore delle conseguenze; derivano da una pulsione interiore a evitare le responsabilità, dall’amore per se stessi o per gli altri. Tutti abbiamo le nostre paure, il che non significa che siamo cattive persone ma che, probabilmente, durante la nostra crescita il nostro sistema energetico non si è sviluppato completamente perché qualcosa o qualcuno non lo ha permesso. Tali debiti ci paralizzano: il piccolo ferito resta in noi, bloccato nel sentire, e ci dominerà, nel timore di perdere il controllo. Solo quando soddisferemo le sue esigenze, potrà tornare nuovamente ad essere bambino.

Alcuni di questi debiti potrebbero essere:

  • Devo evitare di crescere
  • Devo evitare di correre rischi
  • Devo evitare di farmi male
  • Devo evitare di ricordare esperienze dolorose
  • Devo evitare di ripetere esperienze dolorose
  • Devo evitare il fallimento
  • Gli altri possono prendersi cura di me.

I debiti generati dall’amore sono di per sé, sacrificali: implicano, cioè, la scelta di mortificarsi per fare stare meglio gli altri o per evitare di essere feriti

A questa schiera appartengono:

  • Devo salvare la vita a qualcuno
  • Devo alleviare il dolore di qualcuno
  • L’altro viene prima di me
  • Devo espiare le mie colpe
  • Devo essere utile
  • Devo imparare una lezione

Identificare un debito riguardante un problema emozionale richiede una totale onestà nei confronti di se stessi o di un altro individuo.

Ricordiamoci che il cambiamento è un processo , una presa di coscienza anche dei nostri limiti per far venire alla luce un soggetto nuovo che , nonostante la fatica, ha l’espressione serena di una donna che ha appena partorito uno splendido bambino: se stesso!

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Esistono molte tecniche per scoprire il debito da pagare che ci rende schiavi nello stato di blocco, quelle che io uso più frequentemente nei percorsi di crescita che propongo sono:

Scrivere la storia della propria vita:

Prendete un blocco e una penna. Pensate ad un problema che vi causa insoddisfazione e frustrazione. Scrivete la storia della vostra vita in funzione di tale problema: a tal fine potete seguire il cammino dell’Eroe, ovvero di una persona che impara qualcosa, attraverso varie prove, e che diviene migliore, più forte e capace di condividere con gli altri la sua esperienza.

Voi siete l’Eroe della storia, il soggetto con il problema emozionale, che cavalca direttamente verso di esso, che lotta e lo supera, che vive per raccontare la sua esperienza e che infine torna a casa. Voi siete l’Eroe che dalle difficoltà ricava il bene.

Le tappe del viaggio sono le seguenti:

  • Iniziate a “casa” descrivendo la situazione familiare e quello che vi causa il problema.
  • Uscite di casa. Cosa vi succede, mentre viaggiate per il mondo?
  • Combattete contro il drago, ovvero contro il problema emozionale che vi crea il disagio. Descrivetelo, conoscetelo. In che modo è meglio avvicinarlo? Trattarlo? Combatterlo?
  • Sconfiggete il drago. In che modo supererete l’ostacolo rappresentato dal drago/sentimento? A quale risorsa dovete ricorrere per sconfiggerlo? Che saggezza è necessario avere per trasformare il drago?
  • Tagliate la testa al drago. Cosa avete appreso dalla lotta?
  • Accettate la ricompensa. Che cosa significa per voi questa lotta nell’ambito della vostra vita? Quali energie, conoscenze e ricchezze è necessario che accettiate per cambiare?
  • Tornate a casa. Tutti gli eroi tornano da dove sono venuti. Come vi sembra adesso il punto di partenza?

Dopo aver scritto la vostra storia provate a riflettere sul significato che ha per voi oggi

 

Un altro esercizio utile è il seguente:

Identificate un problema che non riuscite apparentemente a risolvere. Ponetevi queste domande:

  • Che sensazioni avete quando ci pensate? Scrivetele sotto forma di elenco.
  • Quali credenze si associano ad ogni sensazione? Scrivetele sotto forma di affermazione , ad esempio:

 

 

Sensazioni suscitate dal problema

Credenze correlate con il problema
 
Tristezza Ferisco gli altri quando affermo la mia verità
Paura Posso essere ferita dagli altri se chiedo qualcosa
Panico Nulla può fermare questo schema

 

  •  Valutate ogni credenza ed associatela ai pensieri, come ad esempio:

 

Credenze correlate col problema Pensieri
 
Ferisco gli altri quando affermo la mia verità Posso ferire. Possono affermare la mia verità.
Posso essere ferito dagli altri quando chiedo qualcosa Posso essere ferito. Posso chiedere qualcosa.
Nulla Può fermare questi schemi Io ho degli schemi. Gli schemi non possono essere fermati da nulla, a quanto mi risulta

 

Prendete i pensieri ed associateli alle sensazioni così come vengono percepite:

  • Mi sento triste quando affermo la mia verità e gli altri mi feriscono e, così, decido quando condividere qualcosa o no.
  • Ho paura quando chiedo qualcosa, e vengo ferito. Così, domando ad altri, finchè trovo qualcuno disposto ad aiutarmi.
  • Cado in preda al panico quando scopro di avere degli schemi, e non so come bloccarli. Così, chiedo a chi non li ha di aiutarmi.

Isolare il pensiero

PENSIERO

Nel post precedente ci siamo occupati di isolare la sensazione primigenia causa del blocco emozionale in questo post tratterò la modalità per isolare il pensiero che unito alla sensazione da origine all’emozione che crea disagio.

Il pensiero correlato con il sentimento problematico può avere avuto origine con noi, o essere semplicemente la nostra reazione ad una determinata situazione.

Se così è, verrà probabilmente manifestato con una frase tipo “Vedo che tutti sono infelici”. Immaginiamo che questo pensiero sia stato elaborato durante una riunione familiare durante la quale abbiamo espresso la nostra rabbia. Se abbiamo percepito che tutti sono infelici nel vederci arrabbiati, abbiamo probabilmente dato ordine alla credenza e al sentimento secondo cui “tutti diventano infelici quando ci arrabbiamo”. Tale sentimento può svanire quando ne parliamo, in fase di rielaborazione, con qualcuno o quando viviamo un’esperienza familiare in cui la nostra rabbia genera una risposta altrui del tutto diversa.

Sfortunatamente succede invece molto spesso che, soprattutto in tale ambito, tendiamo sempre a ricevere le stesse reazioni e gli stessi giudizi dagli altri. Ad un certo punto la nostra percezione dell’infelicità di chi ci circonda si correla con la rabbia, ed i due fattori restano perennemente associati; di conseguenza, ecco presentarsi la situazione di blocco e ogni volta che vediamo qualcuno arrabbiarsi corroboriamo lo schema di pensiero secondo cui qualcuno vicino a noi è infelice.

I pensieri possono anche avere origine da chi ci circonda: alcuni li assimiliamo istantaneamente, altri solo nel tempo.

Se, per esempio, siamo cresciuti in una famiglia critica nei confronti di una certa comunità etnica, o delle classi benestanti, oppure convinta che gli artisti debbano essere per forza poveri, può succedere di fare nostre queste idee. In altri casi, selezioniamo alcuni concetti dal sistema di credenze con cui siamo a contatto: ad esempio nostro padre potrebbe sostenere che le donne sono stupide, nostra madre, che ci pare invece intelligente, potrebbe avere difficoltà a gestire bene il libretto degli assegni. In questo caso, unendo i due fatti, potremmo giungere ad elaborare questo concetto: “ le donne sono stupide per quanto concerne il denaro”.

Individuare il pensiero o la credenza, più importante può essere problematico: in ogni momento potremmo, infatti, avere un’infinità di pensieri in testa, molti dei quali potrebbero essere le conclusioni dettate dal sentimento esperito in una situazione specifica. Quello che a noi interessa, invece, è arrivare al cuore della convinzione, non perdendoci in una miriade di convinzioni createsi in noi nel tempo.

Un esercizio che propongo spesso ai miei clienti che si trovano in una con-fusione emotiva è il seguente: dopo aver dato loro carta e penna, li invito a descrivere il sentimento che li turba e quindi, a fare un’affermazione, cioè ad esprimere un pensiero o una credenza relativi ad esso.

Torniamo all’ipotetica cliente di inizio post, quella che ha introiettato dal padre la credenza che le “donne sono stupide” e unendola alla difficoltà della madre a gestire il denaro ha elaborato il concetto che  “le donne sono stupide per quanto concerne il denaro”

Ella potrebbe venire da me portando questa sua affermazione riguardo al suo sentire : “Mi sento spesso male quando spendo. Mi dico che non dovrei farlo ma, peggio sto, più spendo”.

Da cui ne consegue: “ho un cattivo rapporto con il denaro”.

Per verificare che siamo veramente giunti al nocciolo della questione, stimolo la cliente a continuare ; all’ultima affermazione, le chiedo di aggiungere “come mai?” e la prego di rispondere. Provo a procedere in questo modo finchè non emerge in lei la consapevolezza della natura del disagio che sta provando.

Continuando dal precedente corollario la sequenza potrebbe essere la seguente:

Corollario: “Ho un cattivo rapporto con i soldi: mi accorgo di non  riuscire a metterli da parte”.

Corollario: “Non riesco mai a metterli da parte, in fondo sono una donna!”

Corollario: “ Come donna, non riesco mai a metterli da parte, si sa le donne hanno un cattivo rapporto con i soldi”.

Corollario: “Le donne hanno un cattivo rapporto con i soldi: è mio padre che dice sempre così, lui lo crede”

Corollario: “Mio padre ritiene che le donne abbiano un cattivo rapporto con il denaro perchè ha paura di lasciarlo in mano loro”.

Corollario:” Ha paura di lasciarlo in mano loro, in questo modo non avrebbero più bisogno degli uomini”.

Corollario: “ Se non avessero più bisogno degli uomini, potrebbe essere lasciato da sua moglie”.

 

Ecco una strada per arrivare al nocciolo del problema!

A questo punto siamo pronti a sviscerare la situazione che ha bloccato il sentimento …..

 

Nel prossimo post l’ultimo passaggio: come saldare il debito …..

Isolare la sensazione

SENSAZIONI

Eccoci all’ulteriore passo necessario per liberarsi dai nostri “blocchi emozionali”.

Ogni volta che ci troviamo in uno stato emozionale, siamo bloccati in una particolare sensazione e, se tentiamo di decifrarla, dobbiamo sempre ricordare che essa viene dal passato, non dal presente. Anche se la situazione attuale è caratterizzata da una sensazione, l’intensità, il tipo, la portata e la profondità di quest’ultima sono determinati dal passato.

A volte è , tuttavia, relativamente facile riconoscere la causa emozionale principale, sovente mascherata da numerose altre. Siamo, del resto, soliti “bendare” la ferita originaria con vari strati di sensazioni, in modo da proteggere il sé lesionato nella vita passata così da evitargli altro dolore.

In genere, quanto più è intensa l’emozione che provoca disagio, tanto più vecchia è la sensazione e tanto più giovani eravamo quando subimmo un danno emozionale. E’ importante tornare all’età in cui siamo stati feriti ed in cui si è formato il sentimento che oggi ci nuoce; il sé chiede aiuto, anche se potrebbe simultaneamente rifuggirlo.

A questo punto il lavoro diventa molto delicato: si tratta di far emergere proprio quell’antica sensazione che nel “lì e allora” ha dato origine al blocco e al conseguente schema emozionale disfunzionale.

Portare per mano il cliente a toccare la ferita originaria, agevolandolo nella sua presa di consapevolezza, attraversando senza paura il territorio del dolore, sicuro di trovare dall’altra parte la libertà di “essere quello che è”.

In questo percorso di “presa di coscienza” è importante rispettare il proprio tempo ; ognuno ha il suo . Nulla va forzato, bensì accompagnato, ascoltando tutti i segnali che il corpo rimanda.

Potrebbe capitare di rimanere paralizzati dalla paura, OK, facciamola nostra alleata e sperimentiamola fino in fondo. Cosa ci sta dicendo?

Oppure essere invasi da una enorme tristezza, diamole il giusto rispetto vivendola fino in fondo, ascoltando quello che porta con sé.

O ancora potremmo avere voglia di arrabbiarci, senza però riuscire a farlo. Anche la rabbia porta con sé un messaggio , evitiamo di reprimerlo, anzi proviamo ad amplificarlo sentendo quale parte del corpo è coinvolta dandole voce.

Per trovare “La Sensazione” che ci crea il blocco è necessario eliminare tutte le altre, strato dopo strato , senza mai perdere la speranza, accogliendo le nostre difficoltà e lo stato “in-panicato” della bambina (o bambino) ferita, finchè giungeremo a quella “giusta”, proprio quella, causa primigenia della nostra sofferenza per liberarcene così da poter VIVERE pienamente ….

 

Dai parole al dolore;

la pena che non parla sussurra il cuore sovraccarico

e lo spinge a spezzarsi…” W.Shakespeare

 

Porre le emozioni e i sentimenti al centro del palcoscenico.

blocco emotivo

Riprendo il post precedente occupandomi del primo passo necessario  per imparare a liberarci da quei blocchi emozionali  che ci impediscono di vivere in pieno tutte le nostre potenzialità.

Ogni “risanamento” emozionale inizia con il riconoscimento di chi siamo e di cosa “sentiamo” nel momento. Siamo bloccati in un sentimento, emozionalmente sensibili o abbiamo solo una giornata nera?

Quando il nostro modo di essere interferisce con il nostro bene, quando ci sembra di non essere in grado di affrontare i problemi, di ottenere ciò che vogliamo, di non essere capiti o di non capire gli altri, sappiamo probabilmente già di essere “emozionali”. In tal caso, se le condizioni illustrate sono croniche, se non riusciamo in alcun modo a liberarcene, può essere presente un copione emozionale di vecchia data.

A questo punto faccio una piccola parentesi e mi fermo un momento a spiegare cosa intendo per “emotività” e “sensibilità emotiva”. La prima si sperimenta quando le emozioni rimangono intrappolate nel sistema delle nostre convinzioni. Se reagiamo sempre nello steso modo ad ogni minaccia, se piangiamo in ogni occasione, se ci infuriamo ogni volta che qualcuno ci fa uno sgarbo. Essa genera delle sequenze fisse (copioni) difficili da controllare, gestire o cambiare. Ci fa sentire stanchi ed esauriti, divisi da noi stessi . Se invece sappiamo condividere le sensazioni altrui, se sappiamo piangere quando ne abbiamo veramente bisogno, arrabbiandoci se i nostri diritti vengono violati, siamo dotati di “sensibilità emotiva” che genera una reazione fluida e appropriata, permettendoci di modificare le reazioni abituali qualora sia necessario.

L’Emotività compromette il nostro equilibrio, allontanandoci dal nostro punto di riferimento, il senso del sé, e può farlo in due modi: attraverso l’iperpulsione o attraverso l’ipopulsione.

Quando ci troviamo in “iperpulsione” abbiamo la sensazione di lavorare sempre, anche durante il sonno, ci sembra di continuare ad elaborare idee, pensare, sentire, muoverci e percepire. L’iperpulsione è uno stato di sforzo eccessivo, dettato dalla convinzione che è nostro compito compensare le mancanze delle altre persone o di quelle parti di coi che non svolgono adeguatamente il loro compito.

Le sensazioni associate a tale condizione sono schiaccianti: molto intense, forti o dolorose, in questo caso:

  • Ci sentiamo confusi e privi di autocontrollo
  • Ci sentiamo spesso irrazionali o costretti a rispondere secondo un preciso schema
  • Abbiamo difficoltà a distinguere la nostra realtà da quella altrui
  • Abbiamo difficoltà a differenziare i nostri problemi, sensazioni e desideri da quelli altrui
  • Proviamo sempre sensazioni intense, che ci confondono quando la situazione non le giustifica.
  • Ci sentiamo obbligati a farci carico degli altri, inducendoli a provare una determinata sensazione o a vedere le cose a nostro modo.
  • Abbiamo molte difficoltà a restare nel “qui e ora”: mente e sensazioni vagano nel passato o nel futuro
  • Ci sentiamo bloccati in una modalità comportamentale reattiva e sembriamo incapaci di liberarcene.
  • Siamo soggetti ad oscillazioni dell’umore, talora senza ragione
  • Ci sentiamo spesso iperstimolati o eccitati
  • Avvertiamo, ciclicamente uno stato di esaurimento; al di là di ogni azione, ci sentiamo stanchi.

Quando, invece, siamo in uno stato di ipopulsione, agiamo come robot: le nostre risposte sembrano automatizzate. Talora siamo incapaci di reagire ad una situazione, di rispondere a livello emozionale o di dire quello che pensiamo. Spesso lo stato di ipopulsione può manifestarsi come un atteggiamento eccessivamente intellettuale. Nonostante i tentativi, non riusciamo ad entrare in contatto con la sensazione, ma solo con i pensieri.

  • Viviamo all’interno della nostra testa, rispondendo in base alla logica e alla razionalità
  • Ci sentiamo distaccati dalla sfera delle emozioni
  • Siamo bloccati un una sensazione oppure in una serie di sensazioni
  • Proviamo un senso di letargia e apatia
  • Abbiamo difficoltà a motivarci per fare qualcosa di nuovo e di creativo
  • Riceviamo messaggi di feedback che ci indicano che siamo troppo freddi e insensibili
  • Abbiamo crisi di dubbio e insoddisfazione
  • Abbiamo difficoltà ad entrare in contatto con l’intuito, il senso di consapevolezza, l’empatia
  • Abbiamo energie represse e ci mancano le ragioni per liberarle

 

Chi ha una personalità estrema è spesso vittima di un iper o di un ipopulsione; gli altri variano comportamento a seconda delle circostanze. E’ facile riconoscere le iperpulsioni come comportamento emozionale poiché l’individuo appare maggiormente emotivo a se stesso come agli altri. In tal caso le emozioni e le sensazioni sono evidenti ed egli li esprime. Per chiunque invece è difficile riconoscere l’ipopulsione come uno stato emotivo: essa viene, infatti, usualmente scambiata per un tratto della personalità.

Quando siamo soggetti ad iperpulsione esprimiamo le nostre emozioni esternamente, se invece siamo in condizioni di ipopulsione, li esprimiamo internamente; le emozioni, cioè, si nascondono in noi invece di manifestarsi liberamente.

Ecco quindi che diventa fondamentale, per poterci liberare dei nostri blocchi emotivi, riconoscere in che stato siamo abitualmente in modo da poter iniziare a separare pensieri ed emozioni in maniera funzionale.

Se ci accorgiamo che per noi è consueta l’iperpulsione, cominceremo a lavorare prima sui pensieri , poi sulle sensazioni: questo perché detta condizione è determinata da queste ultime. In caso invece di ipopulsione, disagio causato dai pensieri, faccio il contrario: è, infatti, più facile iniziare ad esaminare lo strato superficiale di un problema piuttosto che quello più profondo …..

 

Questo secondo passo lo vedremo nel prossimo post …..

 

Come liberarsi dai “blocchi” emozionali ..

blocco emozionale

Essere bloccati a livello emozionale non è divertente, anzi: è molto doloroso, poiché ci tiene intrappolati in schemi obsoleti di autodistruzione. I sentimenti che ci incatenano ci impediscono di realizzare i desideri del cuore e dell’anima.

Tuttavia noi vogliamo avere sia i sentimenti e le emozioni che i pensieri; i primi danno colore alla vita, la fanno scorrere, i secondi contraddistinguono gli eventi della nostra vita; quando li elaboriamo, sappiamo chi siamo, quando li ricordiamo, sappiamo chi eravamo e chi potremo diventare. Quando i sentimenti e le emozioni ci stimolano, ci sentiamo vivi; quando i pensieri ci guidano, siamo “saggi”.

Come possiamo dunque svincolarci da tutte quelle introiezioni che bloccano il libero fluire della nostra energia?

La risposta apparentemente è facile: è necessario liberare i primi dai secondi e lasciarli agire indipendentemente. A parole sembra facile, ma solo se si comprende il concetto fondamentale si riuscirà nell’intento. Una emozione nasce da una sensazione e da un pensiero, ma non è né una sensazione né un pensiero. Quando sentiamo qualcosa a livello interiore, abbiamo una sensazione, ma non siamo la sensazione; quando pensiamo, siamo coloro che elaborano il pensiero, non quest’ultimo. Le emozioni sono, dunque, una proiezione di sensazioni e pensieri; ciò che li unisce è l’energia che conferiamo a questa proiezione.

Credo che emozioni, sensazioni e pensieri siano come un film: l’immagine cinematografica che vediamo sullo schermo viene creata dalla proiezione di due bobine, ognuna delle quali viene attraversata da una luce. L’interazione fra questa e le immagini riprodotte sulle bobine dà origine a quanto vediamo sullo schermo; da sole le singole immagini non hanno vita, non suscitano né sensazioni né pensieri. La loro realtà è determinata da noi mediante l’energia che inviamo al testo, alla rappresentazione, al film, che vive solo grazie ad essa.

Ogni tanto, tuttavia, sorgono problemi nel processo di registrazione, di osservazione o di interpretazione. Forse qualcuno interferisce con il funzionamento del proiettore immettendovi sensazioni e pensieri che non ci appartengono. Talora le proiezioni delle sensazioni e dei pensieri entrano in conflitto tra loro: non riusciamo più a separarli, a distinguere ciò di cui ha bisogno il corpo e ciò di cui necessita la mente. Forse il nostro hardware è danneggiato e la luce non funziona; quanto vediamo sullo schermo genera confusione; in alcuni casi potrebbe addirittura essere bianco. Da tale problema nascono disturbi organici, squilibri del sistema energetico e blocchi emotivi; al di là delle sue specifiche manifestazioni, sensazioni, pensieri e processi emozionali possono risultare gravemente compromessi.

Unica soluzione AFFRONTARE IL PROBLEMA, l’unico modo per risolvere uno stato di confusione emozionale è AFFRONTARLO!

A poco servirà evitarlo cercando di razionalizzarlo oppure tentando di identificare possibili scappatoie.

Prima o poi, come bravi tecnici, dovremo infatti esaminare ogni punto valutando la presenza di possibili “errori” e apportando le debite “correzioni”.

E’ necessario, quindi, eliminare strato per strato, schemi o difficoltàemozionali, seguendo le luci e le “indicazioni” che ci riportano alla corretta percezione di sensazioni e pensieri. In questo caso un percorso di Counseling potrebbe fare al nostro caso. Il Counselor, come una guida, potrebbe accompagnarci in questo viaggio nelle profondità di noi stessi alla ricerca della “luce”, le risorse momentaneamente perdute, ma sempre pronte ad essere riscoperte e riportate in superficie.

Riacquistare e sviluppare il proprio potenziale porterà, quindi, ad un innalzamento della propria autonomia personale con la conseguente maggiore capacità decisionale. Il risultato di tutto questo, dunque, sarà un ritrovato ben-essere e un sostanziale aumento dell’autostima.

Prima di tutto questo è necessario:

  • Porre sentimenti ed emozioni al centro del palcoscenico
  • Isolare la sensazione che ci ha causato il blocco
  • Isolare il pensiero in rapporto alla sensazione
  • Saldare il debito a cui la sensazione e il pensiero erano legati

 

Ne riparlerò ancora  nei prossimi post …….

Amore-dono …. Amore-bisogno…

amore bisogno amore dono

Il nostro modo di amare risente non solo del rapporto che abbiamo avuto con  nostro padre, ma anche del contributo della dea personale che governa la vita psicologica di ognuna di noi. Ci sono dee vergini e dee dipendenti e ci sono due tipi di amore: amore-dono e amore-bisogno.

Questi tipi di amore si collocano lungo un continuum e ognuna di noi occupa, in vari momenti della vita, diversi posti su questa linea, ai cui estremi opposti si trovano il dono e il bisogno.

L’amore-bisogno è quello che ci ha legato a nostra madre, sin da quando siamo nate: amo l’Altro perché ne ho bisogno per vivere, così come da neonata avevo bisogno del latte materno, sono sempre affamata di amore, questo mi spinge a volerne sempre di più e a vivere nel terrore perenne di perdere chi mi “nutre”.

L’amore-dono nasce invece dal piacere di condividere con l’Altro la mia gioia personale di esistere. E’ un sentimento che non nasce dall’altro e non ha necessariamente bisogno di un soggetto d’amare.

L’amore è abbondanza, come dice Osho, “significa avere nel cuore infinite melodie da cantare, che qualcuno ascolti o no è irrilevante”.

Quando per l’amore-bisogno dipendi dall’Altro, ne diventi schiava e nascono rapporti-prigioni; questo uccide il legame sentimentale perché nessuno ama essere schiavo e si sviluppa, inevitabilmente, una insoddisfazione profonda e sotterranea, sia nel carceriere che nel carcerato.

Il criterio che ci permette di distinguere tra una dipendenza affettiva e un sano sentimento amoroso, come più volte ho trattato in questo blog, è il tipo di relazione che esiste nella coppia: se il rapporto è doloroso, insoddisfacente, umiliante, autodistruttivo ma non riusciamo a troncare siamo di fronte ad una dipendenza.

Questo accade perché abbiamo aspettative non realistiche, dovute alla nostra ferita antica, su quello che l’altro vuole/può darci; si crea così un rapporto sbilanciato: il dipendente è mosso dall’ansia e dal bisogno ossessivo di essere rassicurato, e questo lo porta inevitabilmente, ad essere insistente ma più insegue, più l’altro scappa perché ha paura di essere soffocato.

In questo tipo di amore ogni distacco, anche di poche ore, è vissuto come un abbandono e una perdita di identità che spinge a “perseguitare” (dal latino per-seguire= seguire con costanza) l’amato, perché non si tollera né la distanza né l’assenza. Si crea così un circolo vizioso, “né con te né senza di te”: non posso stare con te per il dolore, l’umiliazione, l’insoddisfazione, ma non posso stare senza di te perché mi sento perduta.

E’ a causa della vulnerabilità, implicita nell’innamorarsi, che tra gli amanti si crea un inevitabile rapporto di dipendenza. Innamorarsi implica necessariamente, la rinuncia parziale dell’autonomia: cessiamo di essere totalmente autosufficienti, abbiamo bisogno di essere corrisposte dall’altro per sentirci piene di senso. Amare è la più coraggiosa delle espressioni di fiducia: non possiamo amare veramente se non lasciamo entrare con fiducia, nel nostro intimo, il cavallo di Troia, pur sapendo che forse una notte gli arcieri usciranno dalla sua pancia per distruggere il nostro cuore.

L’innamoramento totalizzate/patologico, è quello in cui il nostro oggetto d’amore ha il potere di renderci assolutamente felici, ricambiandoci, o definitivamente infelici, rifiutandoci, facendoci rivivere una relazione simile a quella avuta con il proprio genitore, nell’infanzia.

Questo che noi chiamiamo innamoramento è, più propriamente, definibile come fissazione/ossessione, mentre quando si ama davvero ci si aiuta reciprocamente ad essere liberi di esprimere se stessi, in modo autentico, nella relazione e non prigionieri di un legame assoluto.

Amore come “dono” vuol dire aiutare l’altro ad essere così pieno del proprio Sé da non dover trasformare noi, e il rapporto con noi, in un bisogno da soddisfare eternamente.

Amore-dono vuol dire, quindi, essere così colma d’amore per la propria vita da volerlo donare senza condizioni a chi lo vuole accogliere; mentre quando amiamo con “bisogno” imploriamo l’amore-cibo, bussando a tutte le porte con una ciotola vuota in mano, destinate a provare rabbia e dolore perché la porta non si apre o il cibo non è sufficiente.

Per riuscire a passare dall’amore-bisogno, amore da mendicante, all’amore-dono, amore da imperatrice, è importante comprendere che la “solitudine” è un concetto vissuto molto diversamente dalle varie donne: se siamo “imperatrici” la solitudine è per noi “l’Essere con se stesse”, la piacevole sensazione di pienezza esistenziale che proviamo quando siamo in compagnia di noi stesse, mentre se siamo “mendicanti” la solitudine ci appare come “mancanza” e nasce dal sentire che solo la vicinanza con l’altro mi rende completa, senza l’altro mi sento perduta.

Il filo d’Arianna che può portarci fuori dal labirinto della dipendenza è proprio ri-trovare quella fiducia in noi stesse, nelle nostre capacità, nella nostra voglia di vivere la vita con pienezza ed autonomia, imparando ad Ascoltarci , seguendo il ritmo del nostro cuore e lasciando che prima di tutto  esso si riempia di Amore per noi ……

Chi sono io?

JOHARI

“Tutto ciò che ci irrita negli altri, può portarci a capire noi stessi…” Carl Gustav Jung

Per uscire dal tunnel della “sopravvivenza” e darsi il permesso di VIVERE è necessario correre un rischio Il rischio di scoprire e conoscere qualcosa di se stessi di cui non si aveva consapevolezza, affrontando l’eventualità che ciò che si teme sia reale almeno in parte .Il rischio di rivelarsi, di essere conosciuti scoperti e quindi conseguentemente poter essere anche rifiutati.

Noi percepiamo noi stessi in aspetti e situazioni diverse e rare volte, nella vita, in modo unitario. La percezione che abbiamo di noi stessi molte volte è il risultato di autopresentazioni del proprio IO e presentazione del nostro IO ricevuto dell’IO degli altri.

Non sempre abbiamo le idee chiare sul “chi sono io”o sul “come sono”. Tanti sono i fattori che ci possono influenzare e che ci portano a modellare il nostro IO.

Analizzare se stessi, dare significato al proprio IO è una vera avventura fatta di momenti euforici ed esaltanti e momenti di difficoltà.

Vuol dire aprire una finestra, lasciando che anche gli altri buttino uno sguardo dentro e ci aiutino a fare luce su certi aspetti per noi avvolti nel buio e per gli altri, al contrario, in piena luce …..

“ … Johari voleva conoscere se stesso, ma trovava sempre porte chiuse. Nessuno gli voleva aprire. Nessuno gli voleva dire chi era e perché esisteva. Le porte rimanevano chiuse. “Quando sarai grande, capirai”, gli dicevano.

“Perché ti preoccupi, pensiamo noi ai tuoi bisogni, quando sarai grande, allora…”, “se giovane, goditi la vita…”, “sta con tutti, non legarti a nessuno, poi un domani incontrerai…”.

Così Johari, non riuscendo ad aprire le porte della conoscenza e della responsabilità, cominciò a piangere, a soffrire, a disperarsi.

Chiuso tra quelle mura del “non pensare”, “non fare”, “non preoccuparti”, “non temere”, sentiva aumentare la disperazione dentro di sé con la paura di soffocare e di impazzire.

Poi, una mattina, alzò gli occhi e vide la finestra: fuori, per metà di essa, c’era pioggia, neve vento, tempesta e freddo; l’altra metà, sereno, sole, calore, luce, azzurro e colori meravigliosi.

Allora Johari si alzò piano piano e quasi tentennando per la gioia e per il mistero, andò verso di essa e lentamente e timidamente, la aprì.

Aveva trovato una finestra sul mondo della conoscenza di se stesso….”

Tutto questo lungo preambolo poetico per introdurre un modello per studiare le interazioni sociali molto efficace anche per una maggiore conoscenza di se stessi: la Finestra di Johari,che prende il nome da un gioco di parole ottenuto mescolando alcune parti dei nomi di battesimo di Joseph Luft e Harry Ingham, ricercatori dell’università della California.

Essa offre uno strumento capace di rilevare come la personalità viene espressa, osservando il rapporto tra noi e gli altri. I due ricercatori osservarono che ci sono aspetti della personalità che sono noti sia a noi stessi che agli altri ed aspetti che invece ci teniamo solo per noi. Ci sono cose che gli altri notano di noi e delle quali non siamo consapevoli (o forse non le accettiamo) ed un lato oscuro a tutti.

La finestra è divisa in quattro zone. Le informazioni contenute nelle quattro zone sono dinamiche e possono passare da una zona all’altra al variare del tipo di relazione interpersonale che si instaura tra le persone. Se aumenta il livello di fiducia grazie all’apertura personale e al corretto uso del feedback reciproco, allora diversa sarà l’ampiezza delle zone all’interno della finestra.

  1. L’area PUBBLICA (talvolta chiamata anche ARENA) contiene i fatti e le emozioni che volutamente mostriamo, che mettiamo “in piazza” e di cui parliamo in modo disinvolto. Può esprimere sia la nostra forza che le nostre debolezze, ma è quella parte di noi che scegliamo di condividere con gli altri.
  2. L’area NASCOSTA (o cieca) è quella che contiene le cose che gli altri osservano di noi e che ci sono ignote. Di nuovo si può trattare di feedback positivi o negativi e comunque incide sul modo in cui gli altri si relazionano a noi e anche sul livello della nostra disinvoltura in determinate situazioni.
  3. L’area PRIVATA (o Facciata) contiene quegli aspetti che ben conosciamo di noi stessi, ma che teniamo nascosti agli altri.
  4. L’area IGNOTA contiene quegli aspetti totalmente sconosciuti, a noi stessi e agli altri perché è sepolta nel subconscio che si rivela solo in situazioni particolarmente emozionali

 

I rapporti formali e razionali avvengono fra gli “io aperti”. I rapporti manipolatori sono una combinazione fra io aperto e io occulto. L’io inconscio si rivela in situazioni emotive (amore, paura, timore). L’io ignoto può venir fuori inaspettatamente, con sorpresa di noi stessi e degli altri. Può essere un improvviso atto di coraggio o di violenza.

Le interazioni fra i quattro quadranti determinano quattro tipi di rapporti: comunicazione aperta, informazioni che trapelano o rivelazioni inconsapevoli, confidenze o sfoghi, contagio emozionale.

Conoscersi significa man mano estendere il quadrante in alto a destra, riducendo gli altri……

Ora prova tu … come è la tua “finestra” ? ….

 

 

 

 

L’importanza di tornare ad essere ….

bambini felici 2

Guardiamo ai bambini come a dei vasi vuoti che devono essere riempiti con quel che siamo noi. E’ necessario invece imparare da loro come tornare ad essere noi un vaso vuoto.

Cerchiamo costantemente di cambiare gli altri secondo la nostra natura. Ogni persona diventa più bella ai nostri occhi, più interessante se riusciamo a trasferire in le un po’ di noi.

Così, in quel legame, nasce un senso di soddisfazione, ci sentiamo appagati.

Di fronte ad ogni situazione, di fronte ad ogni persona si innesca immediatamente il giudizio, spesso involontario, a un livello profondo, ma che ha in sé la capacità di attivare il nostro schema di reazione: come posso far cambiare ciò che è qui davanti a me? Come posso renderlo un po’ più simile alle mie aspettative?

E’ un percorso contorto, frustrante, che non ci porta da nessuna parte. Semplicemente così aumentano la tristezza, il risentimento, perché ci rendiamo conto di quanta energia sprechiamo nel cercare di cambiare gli altri, plasmandoli sul nostro modello.

E’ necessaria una inversione di rotta!

E’ necessario imparare a spogliarci di tutto quello che siamo e di quanto cerchiamo di essere in funzione dell’esterno.

I bambini ci insegnano quanto sia importante tornare ad essere “un vaso vuoto”. Quando inizi a lasciare andare, a rimuovere strato dopo strato, con pazienza e costanza, quello che non serve, arrivi ad eliminare ciò che fino a quel momento ti aveva tenuta chiusa in uno stanzino, al buio, spaventata dal mondo.

Quel personaggio fittizio che si era sostituito a te, e che era diventato te, finalmente se ne va e lascia spazio a chi veramente sei.

Quando farai questa esperienza capirai che il più grande potere dell’uomo non è di “essere” bensì “non essere”. In questo stato, cioè diventando un vaso completamente vuoto, dai la possibilità alla magnificenza dell’Universo di riempirti e di svuotarti in ogni momento, così che il flusso sia sempre continuo, vitale, creativo.

Quando rimani in quel contenitore piena di te stessa, di quello che la tua mente ha creato, di quello che il mondo attorno ha creato e confezionato su misura per te, allora hai scelto la via del ristagno, della staticità priva di entusiasmo.

Impariamo a vedere i bambini come uno specchio. Loro ci insegnano tantissimo, perché possiedono un cuore magico, alimentato dall’immaginazione, dalla fantasia, dall’innocenza del giudizio, dalla naturalezza delle emozioni.

Noi abbiamo perso tutto ciò, siamo bravissime a controllare e spesso addirittura a soffocare le nostre pulsioni; abbiamo rimosso la fantasia e l’immaginazione per dare ascolto alla pura razionalità.

Puoi tornare ad essere quello che sei sempre stata e la forza che ti guida verso questa verità si chiama abbandono …..

Aspettative. Ciò che alimenta le reazioni e le pretese.

ASPETTATIVA 3

“le aspettative”  un argomento che mi ha sempre toccata da vicino e che ora “vedo”, nel mio lavoro di Counselor e di Mediatore Familiare , come esse siano la base di molti dei disagi intrapsichici e relazionali.

Stamattina sfogliando il libro di Krishnananda “a tu per tu con la paura” , sono incappata in un capitoletto, il cui titolo ha dato il nome a questo post, che mi sembra perfetto per chiarire alcuni punti.

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La fonte e l’alimento del nostro reagire e pretendere proviene dalle aspettative. Tutti noi nutriamo aspettative reciproche che, se rimangono inconsce, possono distruggere qualsiasi tipo di armonia e intimità desideriamo creare. Perché le aspettative trasformano l’altra persona in un oggetto per i nostri voleri..E poniamo le stesse aspettative sulle situazioni e sulla vita in generale….. Invece di sentire le nostre paure, noi entriamo nel “bambino che pretende” e ci sentiamo vittime della gente, delle situazioni e della vita.

Per conseguire una maggiore consapevolezza del nostro “pretendere”, dobbiamo esaminare le nostre aspettative.

E’ più facile a dirsi che a farsi….. come facciamo a riconoscere le nostre aspettative??

  1. Uno dei modi è notare quando ci sentiamo delusi e reagiamo, sia colpevolizzando e arrabbiandoci che isolandoci con rassegnazione. A seconda del nostro temperamento. Possiamo scagliare la rabbia e la delusione sull’altra persona perché non soddisfa i nostri bisogni, oppure possiamo trattenerle dentro di noi e cuocere nel nostro brodo. … E’ imbarazzante vedere quanto ci aspettiamo dagli altri. Per questo non abbiamo voglia di analizzare questa parte di  noi. Ogni qualvolta sentiamo frustrazione o rabbia, un’aspettativa è stata delusa.
  2. Un altro modo per scoprire un’aspettativa è esaminare cosa si nasconde sotto il nostro giudizio. Spesso proprio dietro ad un giudizio c’è qualcosa che vogliamo o ci aspettiamo da qualcuno.
  3. Un terzo modo per cominciare a riconoscere le nostre aspettative è quello di prendere qualcuno che ci è molto vicino – la nostra relazione fondamentale è l’esempio migliore – e vedere tutti i modi in cui possiamo incolpare questa persona. Incolpiamola per tutto quello che non va in lei, per tutto ciò che non ci dà, per tutto ciò che vorremmo cambiasse. Sotto ognuna di queste colpe c’è una aspettativa.

Quando un’aspettativa non è soddisfatta possiamo avere una reazione esplosiva o implosiva. Le aspettative che provocano il primo tipo di reazione sono positive e si trovano appena sotto lo stato di rabbia e di giudizio. Esse hanno una energia che le sorregge e sono accompagnate dalla sensazione, nella mente del nostro bambino, che meritiamo di vederle soddisfatte. Le definisco positive perché c’è almeno un po’ di energia con cui possiamo connetterci. Quando c’è energia è più facile riconoscere le aspettative e cercare il bisogno insoddisfatto, il buco della nostra vita che esse ricoprono. Le aspettative sono i coperchi dei buchi interiori. Invece di sentire la paura e il dolore che questi buchi provocano, trasformiamo l’energia nell’aspettativa che qualcuno, o la vita stessa, li colmino.

Le aspettative negative sono convinzioni che tratteniamo e che ci impediscono di ammettere che in realtà vogliamo o ci aspettiamo qualcosa. Quando neghiamo di avere bisogni e desideri o quando ci sentiamo così indegni che non pensiamo di meritare nulla, le nostre aspettative vengono sepolte in profondità. Ovviamente sono ancora lì, ma sono più difficili da raggiungere. Per esempio, alcuni di noi vivono nell’illusione che non abbiamo bisogno di niente e di nessuno. Altri provano così tanta vergogna che pensano di non meritare niente. In realtà continuiamo ad avere aspettative, solo che si manifestano indirettamente sotto forma di risentimenti inespressi, di depressione cronica, di malignità, di aggressione passiva.

Copriamo i nostri bisogni con convinzioni del tipo:

  • Avere bisogno degli altri non va bene; dobbiamo imparare a prenderci cura di noi stessi;
  • è inutile desiderare o avere bisogno di qualcosa perché in ogni caso non verremo soddisfatti;
  • esprimere un bisogno porta solo alla frustrazione.

E’ possibile che non riconosciamo assolutamente il fatto di avere bisogni. Li abbiamo rinnegati così a lungo che è diventato quasi impossibile averne la consapevolezza. Le nostre aspettative negative si trovano nel profondo delle nostre ferite interiori. E creano una grande disperazione: non saremo mai amati, accettati o compresi.

Sia che le nostre aspettative si manifestino sotto forma di rabbia, delusione o accusa (è il caso delle aspettative positive) sia che possano essere identificate come una convinzione negativa che copre i nostri desideri e bisogni (è così per le aspettative negative), esse continuano a coprire una parte dentro di noi profondamente ferita e affamata. Il nostro bambino interiore proietta le sue vecchie esperienze sul presente con tutta la paura e la diffidenza che quelle esperienze gli hanno insegnato. Il presente può anche essere più amorevole di quanto crediamo ma noi non ce ne possiamo accorgere. Continuiamo a reagire come farebbe un bambino.

Senza consapevolezza e comprensione è facile sentirsi vittimizzati dall’esistenza per quello che succede piuttosto che vedere che siamo noi stessi a crearlo. Identificando lo schema con profonda compassione possiamo cominciare a modificarlo. La mente del nostro bambino ha formato delle convinzioni e ripete degli schemi basati sulle esperienze della prima infanzia, e noi dobbiamo trovare un modo per risvegliarci dal film che sta distorcendo la mnostra realtà presente con proiezioni del nostro passato.

 

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Krishnananda

“A tu per tu con la paura”

Ed.Universale Economica Feltrinelli

 

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