Mese: giugno 2019

La pioggia sul bagnato

pioggia sul bagnato 1

Banksy- “The rain-girl”

“Alzi il tuo corpo verso le nuvole di pioggia, il tuo respiro si riempie d’acqua. Guardi la forma delle gocce, te stesso, riflesso come un’immagine.” T. Lehikoinen

Negli infiniti tiri di dado della Fortuna, nel multiforme variare del Destino può capitare che “piova sul bagnato”, ovvero che vada sempre peggio quando va male e sempre meglio quando va bene; abbiamo allora l’impressione che vi sia un disegno già scritto che guida gli avvenimenti della nostra vita, poiché essi ci appaiono indipendenti dalle nostre azioni o tentativi di modificarne il corso.

Le cose che ci capitano, invece, hanno una loro storia che per molti versi dipende dalle nostre scelte e per altri dal contesto in cui ci troviamo.

In mille occasioni abbiamo costruito i binari su cui procede la nostra vita e per lungo tempo può succedere che lungo questa strada ferrata vada tutto per il meglio. Tuttavia non possiamo avere il controllo delle mille variabili che incontriamo sul nostro cammino. Come in una immaginaria scacchiera di migliaia di caselle, a mano a mano che giochiamo le varie mosse del vivere le prospettive davanti a noi si moltiplicano divenendo imprevedibili e incontrollabili.

E proprio perché sappiamo che è impossibile prevedere l’esito di ogni passo, ci abituiamo fin da piccoli a fidarci un po’ di noi stessi e un po’ del contesto.

La ripetizione di fatti positivi è percepita come una sorta di conferma della nostra capacità di crescere con successo, di essere competenti e di meritare il bene. Al contrario se si ripetono fatti negativi, possiamo provare un senso di esclusione dal bene, quasi come ci “meritassimo”, per qualche misteriosa ragione, una punizione.

Ci sono persone che tendono a a costruire una sorta di “regolarità” utilizzando i fatti positivi della vita e tollerando quelli negativi aspettando un futuro migliore.

Chi invece utilizza i fatti negativi per tracciare una linea di regolarità tende a sottovalutare le cose che funzionano avendo un’idea cupa e triste del vivere.

Lasciarsi andare alla gioia o alla tristezza è un fatto naturale, ma oltre certi limiti non ci aiuta ad entrare nel futuro, perché ci abitua a pensare che le cose che ci accadono siano quasi indipendenti da quello che facciamo. Non vi è, al contrario, alcuna ragione per cui le cose “debbano” per forza andare sempre bene o male indipendentemente dal nostro intervento.

“Aiutati che il Ciel t’aiuta”,come tutti i proverbi voce della saggezza popolare, potrebbe essere un ottimo mantra per ricordarci che possiamo sempre fare qualcosa per guadagnarci il bene evitando di subire il male.

Una sorta di idea di fondo che può far sentire gratitudine e orgoglio per le cose buone della vita, ma anche speranza e desiderio di reagire alle cose negative che accadono o che noi stessi abbiamo determinato.

Quando “piove sul bagnato”, quando il Destino e la Fortuna ci sembrano avversi, possiamo navigare a vista, arginare i danni e riflettere sulla rotta che abbiamo imboccato e sulle sue possibili variazioni.

Ricordiamoci che nulla della vita è veramente incorreggibile, nulla è senza speranza.

 

 

liberamente tratto da:

S.Gastaldi – “La terapia degli affetti” – Ed.FrancoAngeli

Che cosa voglio?

 

COSAVOGLIO

Sarebbe da stupidi, non credi? Passare una vita intera a desiderare qualcosa senza mai agire. (Dal film Blow)

In molti post di questo blog c’è il rimando a questa amletica domanda “Che cosa voglio?” che è il punto di partenza da cui iniziare per poi raggiungere quei famosi obiettivi nati proprio dall’ascolto dei nostri bisogni. Mai però ho dedicato un intero post alla domanda in questione, sollecitata dal week end di formazione che ho condotto,  vediamo un po’ dove mi porta la riflessione ….

Per molte persone è difficile rispondere a questa domanda. Questo è dovuto al fatto che , oltre non tenere in considerazione la nostra voce interiore, viviamo anche in tempi in cui abbiamo a disposizione una scelta pressoché sterminata di modalità di configurare la nostra vita.

Esiste una massima buddista che dice che i problemi dell’uomo dipendono in gran parte da tre tipologie di difficoltà che hanno tutte a che fare con la volontà:

  1. L’uomo vuole cose che non può ottenere
  2. L’uomo ottiene cose che non vuole avere
  3. L’uomo spesso non sa neppure di preciso che cosa vuole o non vuole avere!

Per risolvere questi problemi è consigliabile liberarsi di molte illusioni a cui ci siamo affezionati o di cui non ci siamo resi conto fino ad oggi.

Il famoso primo passo consiste nel rivolgere uno sguardo spassionato e realistico alla realtà della nostra vita, che viene quasi sempre alterata da quattro situazioni: desideri non ponderati, sogni irrealistici, aspettative inadeguate, traumi del passato irrisolti.

Spesso mi capita di sentire dai miei clienti: “Sento che nella mia vita dovrei cambiare qualcosa , ma non so esattamente che cosa. Tutto sommato sto bene e ho tutto quello di cui ho bisogno. Ma in realtà non è ciò che voglio veramente!”

Questa situazione porta di regola ad uno stato di confusione interiore che può rapidamente crescere e trasformarsi in una sorta di disperazione. Il che genera poi insicurezze ancora maggiori e delusioni riguardo all’”ingiustizia della vita”. Se si osservano queste dinamiche da una prospettiva interiore ci si rende facilmente conto di quanta energia la singola persona disperda in un simile processo. Un’energia di cui di fatto avrebbe bisogno per imboccare un cammino costruttivo.

La chiave per risolvere questa situazione consiste nella capacità di distinguere nettamente la propria realtà interiore dal quella prestabilita dall’esterno. Solo nel momento in cui si riconosce la modalità con cui i propri progetti interiori si distinguono dalle direttive provenienti dalla famiglia o dalla società può avere inizio il cambiamento.

Senza dubbio questo potrebbe significare anche liberarsi dall’idea che: se tutti lo fanno, sarà pure giusto. Non necessariamente!!! E’ vero che può essere giusto per alcuni o addirittura per molti, ma magari non per me! E se così fosse proviamo a domandarci: avremo il coraggio di opporci ad una travolgente maggioranza di familiari, amici, colleghi??? Ricordiamoci che è in gioco nientemeno che la NOSTRA VITA!!!!

Ecco un esercizio: cominciamo ad esaminare quelle concezioni o attività che possedete o avete eseguito da sempre. Scrivetele su un foglio e integratele con un commento: “va bene per me” o “non va bene per me”. Potete anche scegliere la formula: “è frutto di una mia convinzione” oppure “è solo l’opinione di …. ma non la mia”.

Di sicuro in una società sovrabbondante di stimoli non è sempre facile percepire la flebile “voce interiore” che parla alla propri anima. Quindi sarebbe assolutamente necessario concedersi ogni giorno alcuni minuti di silenzio. Per farlo, poi sarebbe utili trovare un posto adatto, tutto nostro. Fermare tutto …. Respirare …. e Ascoltare …. In modo da poter distinguere nel caos informe delle voci di sottofondo, la voce solista che piano piano affiora.

Chi si abitua ad ascoltare la sua voce interiore verrà a conoscenza di quello che vuole veramente. Acquisirà una chiarezza che avrà effetti positivi in due direzioni: in primo luogo eliminerà ogni dubbio sulle proprie intenzioni e secondo trasmetterà una forza che permetterà di attuare in maniera mirata quanto riconosciuto come personale verità……

 

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati. Martha Medeiros

Il controllo: efficacia e pericolosità

controllo di sè

Ci sono momenti nella vita in cui l’unica alternativa possibile è perdere il controllo.
Paulo Coelho

Il tema del controllo si può declinare in vari modi. Innanzitutto distinguendo tra controllo su noi stessi e controllo sugli altri. Argomenti ambedue da maneggiare con cura perché possibili fonti di guai.

Se ci riferiamo al rapporto con noi stesse, dobbiamo parlare di “autocontrollo”. Ossia la facoltà di fare la cosa giusta nel momento opportuno, tenendo conto del “principio di realtà” contenendo quindi gli impulsi sconvenienti e procrastinando la soddisfazione dei bisogni in attesa della condizione favorevole.

Questa attesa adulta e controllata è possibile solo quando esiste la piena consapevolezza dei nostri bisogni e delle opportunità concrete per soddisfarli, in caso contrario rischiamo l’infelicità e l’emarginazione.

Sin dall’infanzia veniamo sollecitati a non essere tropo rumorosi, a non piangere, a trattenere la rabbia. In generale i bambini maggiormente apprezzati dagli adulti sono quelli capaci di controllarsi. Il problema è riuscire a distinguere un essenziale addestramento al controllo dei propri impulsi da un metodo coercitivo che può portare all’inibizione di una sana istintività rivolta a soddisfare legittime esigenze personali.

Per quanta riguarda l’educazione e il delicato apprendimento alla gestione delle proprie emozioni, il fattore decisivo è la capacità di distinguere tra un contesto e l’altro. E’ necessario imparare a riconoscere i vari contesti e, di conseguenza, a modulare azioni e parole affinchè non risultino “di troppo” nei diversi ambienti e nelle diverse circostanze, imparando a considerare che c’è un tempo per ogni cosa.

Il rispetto di vincoli e confini, propri e degli altri, è un requisito fondamentale per il benessere e l’equilibrio di ciascun individuo.

Molto spesso non si tiene abbastanza in considerazione dei possibili effetti deleteri che la nostra incapacità di usare, al bisogno, i provvidenziali freni inibitori, può causare.

I bambini si spaventano molto quando non si sentono contenuti dagli adulti. La furia incontrollata di molto bambini o ragazzi deriva più spesso dalla paura che da cattive inclinazioni; non si sentono abbastanza sicuri, in balia di adulti che non sono in grado di proteggerli fraintendendo le loro tacite richieste di aiuto.

Il controllo di sé, a meno che non sia esasperato e ossessivo, non ha nulla a che vedere con l’annullamento della spontaneità e la privazione di un gratificante appagamento delle esigenze personali, laddove non vengano lesi i diritti degli altri. E’ quel famoso comportamento “assertivo” che in modo adulto, non contaminato dal bambino che vuole tutto subito, consiste nell’”affermazione di sé” avendo la capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni senza tuttavia offendere né aggredire l’interlocutore.

Autocontrollo, quindi, come gestione di quelle valvole che regolano il flusso di scambio affettivo fra noi e gli altri, fra il nostro mondo interiore e gli stimoli esterni, in base ai nostri bisogni e secondo il nostro discernimento.

Autocontrollo come capacità che mi da’ la possibilità di decidere dove, quando, come e con chi manifestare in maniera appropriata i diversi stati d’animo che emergono dal mio sentire.

Inteso in questa maniera, ne consegue che quanto più siamo liberi e padroni di noi stessi, tanto meno avremo bisogno di esercitare un controllo sugli altri, specialmente su quelli che amiamo. Tendenza retaggio dell’insicurezza e della paura di perdere potere nella relazione.

Autocontrollo e controllo sugli altri difficilmente vanno insieme; l’esperienza ci insegna che le persone più accanite nell’esercizio del controllo sugli altri sono in genere quelli che maggiormente difettano di autocontrollo. Grandi sostenitore del rispetto di regole e confini, sono soliti riservare a se stessi un’indulgenza che li assolve da ogni sopruso, mentre non transigono sui torti e sulle debolezze altrui.

Legato al tema del controllo nella sua accezione, per me “inutile” e persa in partenza c’è l’arrogante pretesa di voler controllare ogni aspetto, accadimento o situazione della vita che in molti casi ha un andamento imperscrutabile e misterioso; dimenticandoci che il fattore accidentale è sempre in agguato e spesso spazza via progetti, intenzioni insieme alla nostra sicurezza.

E allora ci prende l’angoscia di essere in balia degli “elementi” con tutte le ansie e i conseguenti arroccamenti e chiusure che ne derivano.

Ricordiamoci, però, che per ogni battaglia persa, c’è una nuova opportunità da cogliere. La paura della sconfitta, del “destino” dietro l’angolo, non ci deve distogliere dal piacere di accettare una sfida ulteriore. Perché mai nulla è completamente perduto finchè avremo una testa per immaginare nuovi scenari ed elaborare nuovi progetti e soprattutto finchè avremo braccia e mani che si uniscono le une con le altre per creare una rete e abbastanza cuore per cullare i nostri sogni cercando di realizzarli.

Il grande segreto della felicità è accordarsi con la vita, non controllarla. J. Vitale

Liberamente tratto da: I.Castoldi “Se bastasse una sola parola” Ed.Feltrinelli

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