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L’Arte come gesto-emozione di un Io ferito

ARTETERAPIA

“Nella stessa misura in cui non accetta l’altro, l’uomo non riconosce il diritto all’esistenza dell’”altro” che è in lui, e viceversa …. Il confronto appare indubbiamente più complicato quando si dispone soltanto di prodotti figurativi che, per chi li intende, parlano un linguaggio di per sé eloquente, ma a chi non li intende sembrano un linguaggio da sordomuti. Di fronte a queste raffigurazioni l’Io deve prendere l’iniziativa e chiedersi: “Che effetto fa su di me questo segno?” …” C.G.Jung

Molto spesso i lavori che si svolgono durante una sessione di ArtCounseling sono, oltre che parole che non si riescono ad esprimere con la voce, anche gesti trasformati in immagini.

Non sempre tali immagini derivano da atti di consapevolezza e di riflessione, esse sono piuttosto un involto per quei gesti che altrimenti andrebbero sparsi e persi.

Gesti che le immagini arginano e organizzano attraverso iscrizioni simboliche esterne, offrendo di riflesso un perimetro, un contenimento ed una capacità di pensiero ad un Io interno ferito.

Questi lavori diventano quindi narrazione di emozioni che trovano sulla carta la loro possibilità di esistere. Uno spazio produttivo dove possibili sbocchi, risposte non dette, soluzioni cercate acquistano la liberatoria concretezza di un istante creativo. Atti creativi capaci di fornire davvero un sollievo e un sostegno e più ancora un’ampiezza al di là delle angosce.

Infatti, nel superiore “gioco” costituito dal dipingere, la forma ricercata è tradotta in una immagine figurata o astratta che diventa un autentico simbolo. E questa trasmette, diventando concretamente specchio, i gesti, le sensazioni e le emozioni da assimilare sempre più dentro di sé, da introiettare come argine e contorno ben più pensabile e vivibile.

Jung ha scritto “vi sono […] persone […] le cui mani hanno la capacità di esprimere contenuti dell’inconscio” (Jung “La funzione trascendente”); vi è quindi un “sapere” del corpo che a partire dal gesto e dalla sensorialità rinviene la consapevolezza delle proprie memorie e delle eventuali ferite ed è in grado di travasarlo in più complesse e personali strutture di significato.

E’ proprio quanto potenzialmente accade nell’arte del dipingere, così come può accadere in vario grado ed in differenti modi grazie al tramite di qualunque altra attività espressivo-creativa. In questi casi il simbolo conserva dentro di sé il gesto da cui nasce o che può ugualmente nascere, volendo, nella nota musicale, nel passo di una danza, nella recitazione di un attore.

Gesti tesi a diventare consapevoli dell’emozione in essi celata e che quindi a tale scopo inventano un gioco che offre inconsapevolmente all’io ferito, la risposta parziale ma ferma di un momento di incanto.

Il gesto insomma come punto di partenza, il seme che contiene le potenzialità e le linee direttive della futura possibile pianta.

Ecco quindi come in un percorso di ArtCounseling diventa primario il processo , la messa in atto che porta racchiusa in sé sia la ferita che la sua ri-tessitura, per arrivare alla consapevolezza, a quella fonte primaria di dolore e darsi quindi il permesso di poter andare oltre ….

Sulla deprivazione

DEPRIVAZIONE

Nulla è più facile che illudersi, perché ciò che ogni uomo desidera, crede anche che sia vero. Demostene

La deprivazione è la sensazione cronica che manchi qualcosa; ed è a partire da questa sensazione di mancanza che proviamo il bisogno impellente di risolvere l’insoddisfazione che ne deriva. L’unica soluzione che pensiamo possibile è tentare di cambiare la situazione o la persona che ci mette nella difficoltà.

L’esperienza della deprivazione può raggiungere la massima intensità quando viene accostata all’esperienza dell’essere nutriti. Può essere estremamente doloroso, addirittura devastante,  quando nel momento in cui ci sentiamo  amati per qualche ragione ci viene tolto quell’amore. In quei momenti di pura sofferenza non riusciamo a collegare quel dolore alla sua origine infantile; non siamo consapevoli di trovarci di fronte ad un malessere esistenziale. Al contrario, nella maggior parte dei casi, riversiamo la rabbia e la frustrazione verso chi ci ha messo in quella situazione.

In ogni relazione intima capiterà di sentirsi deprivati e abbandonati; è difficile da accettare ma fa parte del gioco della vita. Nessuno potrà mai riempire i buchi lasciati da deprivazioni antiche, né potrà mai salvarci dal fatto che fondamentalmente siamo soli e che da soli dobbiamo fare i conti con noi stessi.

Altresì è utile capire che proprio attraversando l’esperienza della deprivazione imparando a contenere la delusione e la frustrazione di non avere quello che vogliamo possiamo crescere interiormente, sviluppando quella salda fiducia in noi stessi. Senza questo passaggio non cresceremo mai, rimarremo sempre bambini che si aspettano che gli altri e il mondo diano loro ciò che vogliono.

Proviamo ora ad andare un po’ più vicino, cercando di penetrare più a fondo a quella che è la deprivazione, parola che viene spesso sostituita e confusa con abbandono.

Solitamente non ci sono dubbi su cosa sia un’esperienza di abbandono. Qualcuno che ci ama ci lascia o muore oppure la persona che amiamo incontra qualcun altro e se ne va.

La deprivazione può essere meno evidente, essa può essere attivata dai modi sottili con cui la persona che vive con noi non soddisfa le nostre aspettative.

Possiamo sentirci deprivati quando questa persona fa o dice qualcosa che ci fa sentire separati da lei; oppure quando un’amica o amico manifestano mancanza di attenzione nei nostri confronti; o ancora quando sentiamo che l’altro è disonesto e manca di integrità o addirittura quando l’altro frequenta amici che non ci piacciono o ama vedere film che non ci piacciono.

La deprivazione e l’abbandono sono due facce di una stessa ferita, ma non si manifestano nella stessa maniera.

Se qualcuno ci lascia o se qualcuno che ci è vicino muore, è probabile che si venga gettati immediatamente nella ferita di abbandono.

Nella deprivazione è invece come ricevere continuamente piccole dosi di abbandono e c’è sempre qualcuno verso cui provare rabbia, frustrazione e delusione tanto che la nostra energia viene distolta dal provare dolore per quello che ci accade focalizzandosi sull’accusare l’altro per la sofferenza che sentiamo.

Veniamo catapultati nello stato bambino che sente che non dovrebbe essere trattato in quel modo, che è brutto e ingiusto che quella persona sia così.

Nascosta dietro alla nostra reazione di accusa, rabbia, rassegnazione e allontanamento che spesso compare quando non otteniamo quello che vogliamo c’è uno spazio di grande paura.

Quello che sentiamo quando veniamo abbandonati è la stessa paura di separazione dall’amore, la paura di non avere mai più quello di cui abbiamo bisogno, la paura di rimanere per sempre soli e senza amore.

La differenza con la deprivazione è che questo avviene in dosi più piccole ma più frequenti. Sono momenti in cui senza averne la piena consapevolezza riviviamo dolorose e intollerabili esperienze antiche. Quello che proviamo sono gli echi di quella profonda ferita che ci è stata inferta nell’infanzia quando ci siamo sentiti abbandonati.

Se guardiamo bene tutti, più o meno, abbiamo subito l’esperienza dell’abbandono, forse perché un genitore se ne è andato via di casa quando eravamo piccoli, o perché era spesso assente fisicamente o emozionalmente, o ancora perché non ci siamo sentiti visti, ascoltati, voluti o perché sentivamo la pressione di pretese e aspettative nei nostri confronti vissute come condizione per essere accettati.

Quella di cui io parlo è la ferita d’abbandono che ha le sue radici nella mancanza di empatia, cura, protezione, nutrimento, attenzione guida.

Nessuno ha avuto un’infanzia perfetta, ma anche se avessimo avuto un “perfetto” nutrimento fisico ed emozionale sentiremmo ugualmente dentro di noi un vuoto. Quel vuoto che è necessario affrontare per diventare adulti, quel vuoto che nasce dalla primaria esperienza di deprivazione e abbandono che abbiamo vissuto: lasciare il grembo materno.

Crescendo, teniamo per lo più sepolti il dolore e la paura di questo abbandono, finchè non ci permettiamo di avvicinarci a qualcuno, allora essi vengono in superficie, minando a volte la relazione che stiamo vivendo.

Molte relazioni naufragano per la mancanza di comprensione del fatto che, in qualsiasi legame, se vogliamo andare in profondità nell’intimità con l’altro, dovremo incontrare spesso la deprivazione.

Capita quindi che se ci troviamo a vivere la frustrazione della deprivazione o il dolore dell’abbandono o minimizziamo le nostre sensazioni reprimendole, oppure sentiamo rabbia e risentimento.

La strada utile, invece, è quella di diventare pienamente consapevoli e sentire i modi in cui, nell’infanzia, abbiamo vissuto l’essere deprivati e abbandonati.

Mentre regrediamo allo stato bambino cerchiamo disperatamente e ossessivamente di scappare dal panico che deriva nel sentirsi deprivato e abbandonato, c’è, invece, una parte del nostro essere che ne è attratta, una parte di noi che sa che imparare a sentire stando in quella paura è un fondamentale rito di passaggio sul cammino verso la riconquista di sé.

Certamente quanto più fummo deprivati nella nostra infanzia tanto più difficile sarà affrontare la deprivazione e l’abbandono, ma la nostra esperienza è che a nessuno vengono risparmiati quella paura e quel dolore. Attraversare queste esperienze vuol dire aprire la porta per connetterci direttamente con l’esistenza, per sviluppare quella fiducia che sorge quando sentiamo che è l’esistenza stessa che ci sostiene e che si prende cura di noi.

 

 

liberamente tratto da:

Krishnananda,Amana – “Fiducia e sfiducia” – Ed.Feltrinelli

Dall’essenza alla personalità

personalità

Studi e ricerche in ambito psicologico e sociologico hanno messo in evidenza come la personalità di ciascun individuo sia il prodotto di almeno due distinti fattori: la predisposizione innata o potenzialità da una parte e le stimolazioni, pressioni o inibizioni che il soggetto subisce nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza da parte dell’ambiente familiare e sociale in cui vive.

Da ciò si è visto che un ambiente familiare e sociale consapevole e accogliente produrrebbe stimolazioni che faciliterebbero lo sviluppo delle potenzialità, di cui la persona è dotata dalla nascita, portando alla strutturazione di una personalità sana, forte ed elastica e soprattutto coerente con il vero sé .

Al contrario, invece, se il contesto familiare e sociale trascura di prendersi un’adeguata e amorevole cura dei piccoli ed è inoltre incline ad abusare del proprio potere non rispettando le particolarità individuali, allora produrrà più proibizioni che stimolazioni evolutive esigendo comportamenti ipocriti e compiacenti che non corrisponderanno al sentire interiore. Il risultato, quindi, sarà una inibizione e distorsione delle potenzialità della persona che porterà ad una personalità rigida, disarmonica e soprattutto lontana dal vero sé e per molti aspetti in continuo conflitto con esso.

Dato che la società e la cultura da cui proveniamo è stata per secoli improntata ad approcci educativi rigidi ed autoritari, non ci dobbiamo sorprendere se la quasi totalità delle persone ha strutturato una personalità più vicina al secondo tipo, ossia del falso sé. Anche se nella nostra epoca le cose sono in parte cambiate, non si deve dimenticare che fino a pochi decenni fa i genitori davano poco amore e considerazione ai figli che erano invece portatori di molti doveri e quasi nessun diritto. L’educazione a cui i bambini erano soggetti era molto severa, autoritaria e repressiva; la cultura dominante dava poco valore all’affettività e chiedeva ai figli obbedienza totale.

Dobbiamo aspettare la prima metà del novecento perché qualcosa cambi. Grazie all’avvento dei nuovi valori portati avanti della cultura degli anni Sessanta i modelli autoritari sono stati messi in discussione, passando però, in molti casi, all’estremo opposto, ossia ad un permissivismo eccessivo che porta con sé altrettanti problemi. La mancanza di confini e contenimento unita ad una educazione troppo permissiva fa sentire i bambini abbandonati a se stessi amplificando le loro ansie e paure.

Ogni eccesso è deleterio: se ci si sente non amati quando siamo oggetto di comportamenti autoritari e severi, ci si sente altrettanto non amati e abbandonati a se stessi in caso di estrema permissività. La risposta giusta è sempre nel mezzo; è necessario, quindi, trovare un punto di incontro tra autorità e permissività.

Ecco perché, pur essendo migliorate le condizioni sociali e culturali, le persone continuano a costruirsi maschere e personaggi e ad identificarsi in un’idea di se stesse lontana dalla loro vera essenza.

Mentre i nostri progenitori erano per lo più ignoranti riguardo la loro vera natura e la possibilità di risvegliarla, oggi molte persone sono sveglie anche se inibite a fare quel salto di qualità per vivere pienamente la loro vita in accordo con la loro essenza. Da una parte avvertono la spinta interiore che le porta ad intraprendere un qualche percorso di autoconoscenza e consapevolezza, dall’altra sono costantemente soggetti a conflitti interiori fra queste spinte evolutive e le spinte involutive generate dal falso sé e rinforzate dalla società .

Il processo che porta alla formazione della nostra personalità inizia dall’infanzia, ed è da lì che l’incontro con il contesto familiare può diventare di supporto allo sviluppo di un sé in linea con le nostre potenzialità; oppure può trasformarsi in uno scontro che ci porta verso la costruzione di un falso sé.

L’infanzia è quel periodo della vita contrassegnato da gioco e spensieratezza ma anche da ansie e paure. Da bambini siamo deboli e indifesi, abbiamo un grande bisogno di cure e amore per sopravvivere, di attenzione e riconoscimento ed è soprattutto dai genitori che dipende il nostro benessere fisico e psicologico; con loro vorremmo trascorrere gran parte del nostro tempo; essi sono le nostre divinità indiscusse. Purtroppo la maggior parte dei genitori è lontana dall’avere le conoscenze e la sensibilità per essere all’altezza di questo compito così totalizzante. Nella maggior parte dei casi devono lavorare e non possono, e a volte non vogliono, dedicarci tutto il tempo che vorremmo e anche quando sono con noi non riescono a darci tutto quell’amore a cui aneliamo. Spesso non riescono perché non ne sono capaci, anche loro vittime di poco amore non hanno imparato ad aprire il loro cuore.

Per non parlare poi di quei genitori che trascurano i loro figli lasciandoli al loro destino, oppure li picchiano o li prevaricano in vari modi, dicendo anche che lo fanno per il loro bene.

Ecco quindi che è gioco forza proteggersi, difendersi a scapito della nostra vera essenza che viene relegata sullo sfondo. Si inizia ad indossare la maschera del falso sé che coprirà la nostra personalità.

Quello che conta ai fini di un sano e felice sviluppo del bambino non sono le intenzioni ma l’amore che egli riceve in termini concreti di accudimento dei suoi bisogni, di contatto fisico, di sorrisi, di abbracci, di accettazione e riconoscimento. Ed è da questo contenimento incondizionato che si svilupperà quella base sicura da cui partire per erigere le fondamenta della nostra personalità in linea con la nostra essenza.

Come scrive magistralmente Peter Schellembam nel suo libro “La ferita dei non amati”: “per quanto cerchiamo di negare o immaginare che noi non siamo stati feriti, la verità è che tutti noi portiamo delle cicatrici e nel cuore riconosciamo segretamente che la nostra vita è una sinfonia di note meravigliose e dolorose insieme: siamo stati amati abbastanza da riuscire a sopravvivere, ma non abbastanza da sentirci integri”

Ovviamente ci sono differenze tra una situazione e l’altra, ma tutti, chi più chi meno, abbiamo sofferto di queste ferite affettive.

Amare incondizionatamente un figlio (lo vedremo nel prossimo post) non significa solo prendersene cura, non fargli mancare nulla, non picchiarlo e coprirlo di baci e abbracci; certo questo è moltissimo ma c’è dell’altro: amarlo significa anche accettarlo e apprezzarlo per quello che è, solo così egli potrà sviluppare con autenticità ciò per cui è nato … se stesso!

Sulla fiducia

animale tana 1

Ci saranno sempre dei sassi sul tuo cammino dipende da te se farne dei muri o dei ponti ….

La fiducia, argomento senza fine che apre la porta per riversare litri di inchiostro cercando di delinearne i contorni. Al suo opposto il tradimento ferita indelebile dell’anima da cui parte il doloroso cammino di risalita verso l’amore per se stessi. Amore indispensabile per trasformare quell’antica ferita che ha messo a dura prova il nostro sentirci degni, in fiducia in sé.

A questo proposito vorrei in questo post riportare una parte dell’introduzione del libro di Krishnananda-Amana “Fiducia e sfiducia” che delinea come la “sfiducia” e la paura di essere traditi e abbandonati può essere curata ri-connettendoci  con noi stessi e la nostra integrità, imparando ad ascoltare la voce profonda della nostra saggezza interiore.

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[…] sembra che nella vita non ci sia tema più grande della fiducia. Abbiamo ricevuto e continuiamo a ricevere lezioni sulla fiducia, ed è proprio la nostra fiducia ad essere messa alla prova quando attraversiamo un momento difficile.[…]

[…] La qualità della nostra fiducia è misurata dallo stato della nostra vita: dall’amore che abbiamo per noi stessi, dalla profondità dell’intimità delle nostre relazioni più importanti, dalla gioia con cui affrontiamo la vita. Sviluppare una fiducia matura è il tesoro al termine dell’arcobaleno del lavoro interiore. […]

[…] Molto spesso, quando veniamo feriti (o traditi – ndr), abbiamo la tendenza a chiudere con la persona che ci ha feriti, ma in questo modo ci chiudiamo anche a noi stessi. Questa chiusura è molto dolorosa, anche se a volte non ne sentiamo il dolore, ed è alla base di molti disturbi fisici e psicologici.

Quando ci chiudiamo, ci ritiriamo in uno spazio di profonda sfiducia e guardiamo al mondo e alla gente da questo spazio. Siamo come animali feriti che spiano il mondo con sospetto dalla loro tana. Da questo spazio è praticamente impossibile vedere con chiarezza gli altri, per questo così spesso reagiamo o li allontaniamo per non essere di nuovo feriti.

Quando ci troviamo in questo stato di animali feriti rintanati nella propria sfiducia tendiamo a riciclare in continuazione gli stessi pensieri e le stesse credenze, finendo magari per abituarci ad una vita di isolamento. Viviamo allora in una situazione dolorosa in cui speriamo di essere trattati in un modo che ci faccia sentire sicuri di poterci esporre, ma appena le nostre aspettative vengono deluse, cosa che accade inevitabilmente, ci ritiriamo nella nostra tana pienamente convinti della verità della nostra sfiducia. Ci rassegniamo alla solitudine inventandoci ogni genere di ragione per non incontrare gli altri.

Sentendoci soli e non nutriti nella nostra tana facciamo allora un nuovo tentativo per uscire, sperando che questa volta la vita e gli altri non saranno un pericolo.

Non solo ci basiamo su come veniamo trattati dall’esterno per rinnovare la nostra fiducia, ma ci abituiamo anche a credere che il nostro nutrimento nella vita dipenda da eventi esterni e da come gli altri si comportano verso di noi. Questo atteggiamento verso noi stessi e verso la vita crea rancore e rabbia e non ci aiuta ad imparare ad espandere la fiducia.

Abbiamo bisogno di una comprensione che ci aiuti a riconoscere il valore delle delusioni e degli abbandoni, così che ci possano dare forza, anziché indebolire o distruggere la nostra fiducia nella vita.

Se vediamo il significato emozionale dei nostri momenti difficili, allora possiamo contenere il dolore. Le delusioni e gli abbandoni ci sfidano a scoprire una fiducia reale. Altrimenti le nostre ferite possono diventare terribili e insopportabili.

Forse diamo per scontato che non è possibile avere fiducia o, se abbiamo esperienze di apertura e fiducia, succede poi qualcosa che ci fa chiudere. Magari alterniamo momenti di estatica fiducia in una persona, o nella vita in generale, a momenti in cui sentiamo separati e isolati.

Sembrerà strano, ma la caratteristica di una genuina fiducia è di non dipendere dagli altri, né da qualcosa di esterno. E’ una profonda esperienza interiore di connessione con il nostro essere e con l’esistenza. […]

[…] Non siano così impotenti come potrebbe sembrare quando arriva il momento di aprire il nostro cuore alla vita, agli altri, e in definitiva, a noi stessi. Perché, fondamentalmente, non è negli altri che dobbiamo imparare ad avere di nuovo fiducia, ma in noi stessi. […]

[…] Per lo più non viviamo nella fiducia in noi stessi, e se sperimentiamo un sentimento di fiducia è in realtà ciò che chiamiamo “fiducia fantasticata”, non una fiducia reale.

La fiducia fantasticata è costruita a partire dalle aspettative e opinioni su come l’esistenza (o Dio) e gli altri dovrebbero trattarci. Naturalmente, quando quelle esperienze non vengono soddisfatte entriamo nella sfiducia, provando collera, risentimento e rassegnazione. Inoltre, possiamo facilmente sentirci vittime di come gli altri o la vita ci trattano.

C’è una parte dentro di noi che vive nella fiducia fantasticata e forse vivrà sempre così. E’ uno spazio interiore infantile e ferito che ha bisogno della nostra comprensione e del nostro amore. […]

[…] C’è un altro aspetto della nostra coscienza più profondo e più saggio. Quest’altra parte ci può aiutare a passare gradualmente dalle aspettative, dalle accuse e dalla negatività ad una più profonda responsabilità. Ci può insegnare ad accogliere le delusioni e le frustrazioni come opportunità per andare più in profondità, per crescere e maturare. Può guidarci e mostrarci che la vita è in realtà amorevole e si prende cura di noi. In questo modo vedremo e sentiremo la bellezza reale nella vita e nelle persone che ci sono vicine, in coloro che amiamo, nei nostri amici e nei nostri genitori.

 

Krishnananda – Amana “Fiducia e sfiducia” Ed. Economica Feltrinelli

Siete invidiosi?

INVIDIA

Niente paura: l’invidia è uno dei sentimenti più diffusi. Se scopriamo quale è la nostra invidia prevalente, possiamo capire qualcosa in più delle nostre debolezze e dei nostri bisogni affettivi.

Tra i sentimenti più diffusi e, tuttavia, meno dichiarati, l’invidia può aspirare a occupare un posto in primo piano. Basta che ci guardiamo intorno, fuori e dentro noi stessi, per scoprirla nelle sue diverse forme e tonalità.

Cosa è l’invidia? E’ un dolore verso noi stessi, una fitta al cuore che coglie di fronte a quello che non abbiamo, per ciò che non siamo. E’ un motore di trasformazioni nobili della persona, poiché invita a crescere, a migliorare, a mettersi in pari con i propri progetti di vita quando ci si accorge di essere rimasti indietro. Ma è anche la segreta ispiratrice di malanimi, di difficoltà a stare serenamente con gli altri.

La si ammette malvolentieri per via di quel suo tono particolare: acido, ingeneroso, lamentevole, aggressivo. Un tono che ci mette in cattiva luce. E’ dunque un sentimento da elaborare, da non lasciar trasparire in modo diretto.

Tuttavia combattere l’invidia può essere un’impresa titanica, a volte destinata a fallire se non si comprendono le ragioni della nostra tendenza ad essere invidiosi.

Viviamo in un mondo che mette  tutti in competizione. I modelli del successo sociale e professionale sono sempre più fondati sulla possibilità di esibirsi attraverso segnali di ricchezza, di notorietà, di prevalenza sugli altri.

La competizione per la vita può allora diventare una continua ricerca di questi segnali di successo. Oppure gli sforzi per crescere possono essere indirizzati a prevalere su qualcuno, a essere più “in vista” di quelle determinate persone che ci appaiono immeritatamente più favorite di noi nel lavoro, nelle amicizie, nell’amore …

Consideriamo due modelli affettivi dell’invidia:

  • Un modello che si fonda su affetti della relazione tra madre e bambino molto piccolo: esso ci ispira un’invidia per gli oggetti di consumo e per l’amore. Questo tipo di invidia ci spinge a desiderare molti beni materiali, oppure ci spinge a ricercare una posizione sempre centrale nelle relazioni con gli altri (quasi a testimoniare che la vita, la “mamma”, ci ha proprio nel cuore, guarda solo noi, ci illumina con il suo sguardo amoroso e ci riempie di beni preziosi). Si tratta di un’invidia che si collega ad un’angoscia di esclusione, al timore di non essere amati. Quando si prova questo tipo di sentimento non si riesce a tollerare di stare in posizioni di “contorno”, poiché ci si sente esclusi in maniera troppo cocente. Non si accetta neppure che agli altri possano capitare cose belle e fortunate, poiché ci si sente messi in secondo piano, rispetto a loro dal “destino”.
  • Un modello che si fonda sulla relazione tra padre e bambino durante la crescita: in esso l’invidia si rivolge alle capacità degli altri. Si soffre per sé quando si incontra qualcuno più bravo, più colto, più abile, più brillante o affascinante … etc. E’ un’invidia che rode, soprattutto perché si accompagna a mai sopiti timori di non essere adeguati, all’altezza, capaci. Fa temere di essere lasciati nell’angolino con il cappello dell’asino in testa. La paura è quella di essere scaricati definitivamente, di perdere la prospettiva del futuro a causa di una sorta di sentenza di incapacità.

Vediamo dunque come il “dolore per noi stessi”, che è la vera natura dell’invidia, ci dice molto su come siamo fatti e su quale è la ferita prevalente che ci portiamo dietro.

Quale è la nostra invidia? Se lo scopriamo, possiamo anche capire qualcosa in più delle nostre debolezze e dei nostri bisogni affettivi. Uscire dalle invidie può allora significare imparare a tollerare un po’ di esclusione senza morirne, per crescere e migliorare. Imparare a guadagnare l’amore, a seguire i propri talenti, diventando così veramente “capaci”.

E se si è già (o ci si sente) capaci e fortunati? Allora è bene essere sensibili alle invidie altrui, per non far male (e soprattutto per non farsi male!). Forse un po’ di generosità permette a tutti, invidiosi e invidiati, di vivere meglio ….

“ E di innumerevoli afflizioni è generoso il mondo,

ma i morsi dell’invidia sono tra le ferite più

sanguinose, profonde, difficili, da rimarginare

e complessivamente degne di pietà ..”

D.Buzzati

Il bambino “emozionale”

bambino emozionale

“ il vero nettare della vita è dentro di te. Proprio in questo momento puoi ritornare in te, guardare dentro di te. Non c’è bisogno né di preghiere né di adorazioni. Tutto ciò che serve è un viaggio silenzioso verso il tuo essere. E quando trovi il tuo proprio centro, hai trovato il centro dell’intera esistenza.” Osho

Ieri durante una sessione con una cliente abbiamo lavorato sulla “paura” , il terrore paralizzante che ci annienta sovrastandoci e impedendo ogni movimento. Quel sentirsi piccoli e indifesi in balia degli eventi. Quel sentirsi traditi e calpestati senza più alcuna fiducia da dare , nemmeno a se stessi. Emozione che come un torrente impetuoso ci investe e travolge , facendo emergere la parte più fragile, e piccola di noi. E’ lo stato mentale del “bambino emozionale”  che  prende il sopravvento facendoci identificare totalmente con l’emozione che proviamo, senza la capacità di distanziarcene per esplorarla. Che fare dunque?

Accogliere, accettare e com-prendere, osservando il nostro bambino “ferito” senza giudizio , senza allontanarlo ……

[…] Immaginate che un bambino entri nel vostra camera e vi chieda di uscire a giocare con lui. Comincia a fare i capricci. Voi vorreste che capisse che potrete giocare con  lui domani, che oggi non è proprio possibile. Ma “domani” non significa nulla per lui. Si mette a pestare i piedi: “No! Adesso!” dice. Finchè, pieno di rabbia scoppia a piangere.

Dentro di noi abbiamo una parte che è esattamente come quel bambino: non ha alcuna nozione del domani, non sopporta di aspettare né di venire contrariata, non sa posporre la gratificazione e il piacere a un altro momento perché non crede che ci sia “un altro momento”, non ha uno spazio dentro di sé dove contenere il dolore o la frustrazione. […]

[…] Possiamo chiamarlo “stato mentale del bambino ferito” o spazio interiore del “bambino emozionale”.

In questo stato di coscienza siamo incapaci di stare con ciò che c’è, di essere presenti e contenere l’esperienza, siamo spaventati, diffidenti e molto insicuri. E queste paure ci rendono impulsivi, reattivi e costantemente inquieti.

Quando ci troviamo in questa struttura mentale non siamo di solito consapevoli di niente altro in noi se non di questo spazio, ci identifichiamo totalmente col bambino emozionale, incapaci di vedere che non è ciò che siamo. Molti, a causa di ferite subite nell’infanzia, ferite profonde e non ancora guarite, sono sempre pieni di paura, vergogna e sfiducia, finendo con il crearsi un’identità basata su quel bambino emozionale. Ma quelle qualità sono parte della nostra natura, ci sono state instillate come risultato del condizionamento e delle esperienze su cui non avevamo controllo.

La mancanza di comprensione e di spazio per le paure, i bisogni e i comportamenti del bambino emozionale, crea infelicità nella nostra vita ed è causa di molti dei nostri problemi soprattutto relazionali.[…]

Quando penetriamo nello stato del bambino emozionale […] ci sono due aspetti. Il primo, ciò che è manifesto, è costituito dai comportamenti che condizionano la nostra vita:

  • Reazione e controllo
  • Aspettative e pretese
  • Compromesso
  • Assuefazione
  • Pensiero magico

Queste sono le cinque facciate che l’altro si trova davanti quando si relaziona con noi.

Dietro questi comportamenti c’è un’altra parte, più profonda, costituita dalle emozioni:

  • Paura e choc
  • Vergogna e insicurezza
  • Bisogno e vuoto
  • Angoscia
  • Sfiducia e rabbia

Quando siamo nello stato del bambino reagiamo in modo automatico agli eventi della vita. Le reazioni sono determinate dalla paura che se non reagiamo ci accadrà qualcosa di brutto o non riusciremo a ottenere ciò di cui abbiamo bisogno. Dallo stimolo passiamo automaticamente alla reazione, senza alcuna consapevolezza di cosa stia succedendo e perché. Reagiamo così velocemente e automaticamente perché sentiamo che è questione di vita o di morte.[…]

[…] Il bambino interiore ha delle aspettative, sugli altri e sulla vita. Si aspetta che i suoi bisogni saranno soddisfatti e che sarà liberato dalle paure che lo affliggono. E’ naturale che un bambino senta così, perché trovandosi in uno stato di impotenza e insicurezza cosa altro potrebbe sperare per sentirsi al sicuro? In certi casi sono state vissute talmente tante delusioni che le aspettative sono state seppellite sotto uno stato di rassegnazione, ma sono ancora lì .[…]

[…] Le paure sono ben radicate nella nostra mente e si basano su esperienze passate, alcune delle quali sono state dimenticate; inoltre, siccome il bambino è ferito, quando ne siamo dominati non ci sentiamo liberi o spontanei, ma pieni di vergogna, inadeguatezza, senso di inferiorità, tristezza, rabbia e sfiducia. Non ci sentiamo autosufficienti, al contrario ci sentiamo vuoti e aneliamo disperatamente che qualcuno colmi quel vuoto. Normalmente siamo molto identificati con lo stato mentale del bambino. Quando cattura la nostra coscienza sembra essere totalmente ciò che siamo. Essendo persi nelle nostre reazioni, subissati dalle aspettative o sopraffatti dall’insicurezza e dalla paura, ci è difficile immaginare che ciò accade solo perché il bambino emozionale dentro di noi ha preso il comando.[…]

[…] Quando incontriamo lo stato del bambino emozionale …… non lo reprimiamo, non lo mandiamo via. Ciò creerebbe solo difficoltà, perché lui andrà altrove a sfogarsi, o potrebbe ripiegarsi su se stesso, nascondendo il suo entusiasmo e le sue doti ….. Quello che faremo è cercare di capire il suo comportamento e ciò che nasconde: daremo dunque il nostro amore e la nostra attenzione al bambino emozionale, osservandolo senza giudizio. Questo non lo fa scomparire, ma non sarà più quella potente forza nascosta nella nostra vita che, senza che ne siamo consapevoli, guida i nostri comportamenti e le nostre emozioni ….. Quei comportamenti, reazioni, aspettative, assuefazioni e compensazioni, sono sintomi di profonde emozioni nascoste, ma praticando pazientemente l’”essere con” queste emozioni quando sorgono, anziché giudicarle, impariamo a riconoscere e a contenere le sensazioni di sfiducia, paura, vuoto e insicurezza che stanno dietro a questi comportamenti. […]

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Liberamente tratto da:

Krishnananda – “Uscire dalla paura” – Ed. Feltrinelli

Quale paura per quale ferita ….. istruzioni per l’uso

paura 1

Per un bambino che è impotente, innocente e totalmente dipendente, ogni abuso, ogni intolleranza, ogni mancanza di attenzione è un’esperienza di abbandono. Noi proviamo che lì con noi non c’è nessuno che si prenda cura dei nostri bisogni. Questa sensazione provoca il panico.

Anche se ora siamo adulti e possiamo realisticamente provvedere di persona alle necessità, quando la ferita si apre il nostro bambino interiore riesce soltanto a ricordare una situazione precedente in cui la paura era devastante. Perciò evitiamo di aprire questa ferita.

E’ spesso difficile risalire alle fonti di questa ferita. Per quelli che sono stati di fatto abbandonati da uno o da entrambi i genitori, o per coloro che hanno subito un abuso fisico o sessuale, la causa è più ovvia. Ma può non essere altrettanto chiaro per altri.

Allo scopo di “guarire” il nostro bambino ferito, non è così importante scoprire perché ciò si è verificato. Ma è importante riconoscere che è successo e riconoscere le ramificazioni di questo evento nella nostra vita quotidiana, particolarmente nelle nostre relazioni. Alcuni di noi possono aver trovato sistemi più efficaci per coprire, negare o “compensare” la ferita, ma tutti quanti ce la portiamo addosso.

Sentirla invece che fuggirla richiede un coraggio immenso.

Come, quindi, affrontare la ferita?

  • Riconoscere che le nostre pretese coprono le nostre paure dell’abbandono e della privazione => la nostra reattività e le nostre pretese, le nostre strategie, i nostri sforzi di controllare, dominare, manipolare l’altro, non sono altro che una copertura per la nostra ferita dell’abbandono. In maniera inconscia il nostro bambino interiore spera che troverà, alla fine, qualcuno che soddisfi tutti i bisogni insoddisfatti della sua infanzia. Il nostro adulto può riconoscere razionalmente che ciò non è possibile, ma il nostro bambino non abbandona mai questa speranza. E questa speranza viene quindi proiettata, per lo più inconsciamente, sulla persona che amiamo o sulla vita, in generale. La nostra ferita dell’abbandono viene stuzzicata nel momento in cui cominciamo a sentire che i nostri bisogni non sono soddisfatti. Perciò il primo passo è riconoscere che la ferita dell’abbandono è stata stuzzicata. Per il nostro bambino quello che sta accadendo nel momento presente è un reale abbandono.. Non riesce a distinguere il fattore scatenante dalla fonte originale. Quando l’evento originante si è verificato era troppo devastante da sentire. E ora che il dolore viene provocato, al nostro bambino interiore sembra che abbia la stessa intensità.
  • Accettare la paura e il dolore e dare loro spazio => più siamo disponibili ad affrontare la ferita quando arriva, più facilmente la supereremo. Se usiamo la relazione per evitare di sentire questo vuoto, non funzionerà mai, stiamo usando la relazione per fuggire da noi stessi. La nostra mente non vuole entrare nel vuoto. Per attitudine preferiremmo essere felici. Ma con una tale attitudine non è possibile attraversare il dolore, quando essi si presenta. Questo stato di cose si acuisce nella relazione perché, condizionati dalla convinzione romantica, crediamo, che il nostro partner ci darà ciò che da bambini non abbiamo ricevuto. Quando poi la nostra relazione ha superato il periodo di “luna di miele”, in cui tutto è meraviglioso e il nostro amato incarna tutti i bisogni e desideri più grandi, ci dirigiamo inevitabilmente verso la delusione, è qui che iniziano i problemi. Per un certo periodo possiamo vivere nella negazione dei sentimenti oppure adattarci, ma in realtà stiamo covando del risentimento. Questo risentimento può essere espresso in molti modi indiretti: sarcasmo, atteggiamento di critica e di giudizio etc.. Nel frattempo la relazione si fa sempre più amara e probabilmente alla fine abbandoneremo la relazione, assolutamente convinti che era necessario perché l’altra persona non era in grado di soddisfare i nostri bisogni. Stiamo omettendo di riconoscere che ogni relazione provocherà, in qualche modo, la nostra privazione e il nostro abbandono. Mentre è proprio provando questi dolori con consapevolezza che possiamo lentamente riempire i nostri vuoti. Questo può aiutarci ad accettare il nostro essere soli. Solo quando abbiamo la volontà di affrontare questo processo in maniera completa possiamo cominciare a trovare un po’ di armonia nella nostra vita amorosa e un po’ di grazia nella traversata della nostra vita.
  • Andare in cerca di sostegno => quando la ferita è aperta ci può essere un’ansia tremenda. Talvolta l’oscurità e la solitudine sembrano senza fondo, interminabili e pensiamo di impazzire. Possiamo sentirci profondamente depressi, diventare pesantemente autocritici e una generale negatività e perdita di fiducia oscura tutte le nostre giornate. In queste occasioni il primo passo è rischiare e chiedere aiuto all’esterno, senza aspettarsi che qualcuno faccia sparire il dolore. Molti di noi sopportano questo dolore nell’isolamento, rafforzando la convinzione che dobbiamo affrontare da soli il dolore. Questo è un falso modo di essere soli, basato più sulla contrazione che sull’espansione, sulla diffidenza e la paura piuttosto che sulla fiducia. C’è una voce interiore che dice: “Nessuno può starmi vicino quando mi sento così”, oppure, ” Sono un peso”. Ma la nostra “guarigione” arriva proprio rivolgendoci a qualcuno quando soffriamo. Quando ho trovato il coraggio di rivolgermi a qualcuno, molta della paura è svanita.

 

In conclusione il maggior aiuto per superare la ferita è proprio la VOLONTA’ di sentirla. Una volta che rivolgiamo verso l’interno l’energia e cominciamo ad assumerci le nostre responsabilità per il dolore, le cose sembrano cambiare radicalmente. Quando il dolore è stato stimolato e la rabbia o la delusione si presentano, in quel momento ci stiamo permettendo di sentire la paurae prorpio da quel momento inizia la risalita …..

 

Ammettere l’esistenza delle proprie ferite per poterle superare….

ferita anima 2

Non riuscire a staccarsi da una sofferenza fisica o emotiva può innescare un processo circolare.

La reazione più comune ad un dolore fisico è la contrazione muscolare: invece di “abbandonarci” al dolore opponiamo una resistenza che accresce il dolore. E quando il dolore aumenta, anche la contrazione si intensifica: si crea così il circolo vizioso dolore-contrazione-dolore.

Con il dolore psichico succede la stessa cosa. Quando siamo feriti la nostra prima reazione è di chiuderci in noi stessi; e più ci chiudiamo in noi stessi più ci sentiamo soli e isolati, più ci sentiamo feriti.

E’ possibile che abbiamo fatto di tutto per negare la nostra sofferenza: soffocarla, annegarla in alcol o droghe, zittirla con il lavoro; ma non è scomparsa. Le nostre emozioni (tristezza, paura, rabbia, senso di colpa, vergogna) non sono svaniti solo perché lo desideravamo.

Alla fine ci siamo adattati alla nostra sofferenza e ci siamo talmente abituati che la mancanza di serenità è diventata il nostro stato d’animo normale.

E’ arrivato il momento, per ri-prendere in mano il timone della propria vita, di diventare consapevoli: è tempo di riconoscere e accettare che siamo stati feriti. E’ naturale opporre resistenza a quello che ci sembra doloroso e difficile. Chiuderci in noi stessi può esserci sembrato un sollievo. Oppure siamo fuggiti. Fuggire lontano dalle nostre ferite era il tentativo di fuggire dai mostri interiori che ci davano la caccia. Ma non ci sono posti dove andare… “dovunque tu vada, là sei anche tu …”

Sentirsi parte del proprio sé ferito, permettere che il nostro sé percepisca tutta questa tristezza, tutto questo sconforto non è una cosa facile. Permettere a noi stessi di esplorare fino in fondo la lesione della nostra anima è una cosa dolorosa verso cui si è naturalmente riluttanti. Ma affrontare faccia a faccia i nostri demoni è l’unico modo per liberarsi di loro e dai contratti che li hanno accompagnati o generati.

Se ci ascolteremo, impareremo qualcosa di essenziale: avremo la possibilità di migliorare radicalmente in consapevolezza. Se arriviamo a dire: “sto permettendo a me stessa di sentire dolore” significa riconoscere consapevolmente che queste ferite esistono.

Una volta riconosciuto che esistono potremo scoprire come e perché hanno influenzato il nostro rapporto con noi stessi e gli altri. Può darsi che nel farlo sentiamo un profondo disagio, ma concedere a noi stessi di vedere quello che non abbiamo potuto, o voluto, vedere prima è una grande occasione di crescita.

Quando smettiamo di combattere con le nostre ferite succede qualcosa di straordinario: ci rendiamo conto che non dobbiamo più permettere che controllino la nostra vita, che non dobbiamo più esserne vittime.

Proviamo a domandarci: “mi serve a qualcosa tenermi le mie ferite?”, “voglio continuare a stare aggrappata alle mie ferite”. La risposta più probabile è “No”.

Scegliere di liberarsi dalle proprie ferite porterà a identificare e risolvere i contatti negativi che da loro discendono. Liberarci dai nostri contratti negativi e disfunzionali ci libererà anche dai limiti che ci siamo imposti. Basta tenerci attaccati a qualcosa che ci impedisce di essere quello che siamo!

Per riuscire a dare una svolta significativa alla nostra vita è necessario concederci l’autorizzazione a farlo: essere consapevoli e pronti ad accettare il cambiamento.

Finchè non ci saremo dati il permesso di cambiare vivremo ancora in simbiosi con i pensieri, emozioni, idee limitanti e riduttive. Non avremo la libertà interiore necessaria per assimilare e integrare una più profonda comprensione di noi stessi. Continueremo ad ostacolare ciò che vogliamo o desideriamo solo perché non riusciamo ad abbandonare vecchi schemi mentali continuando così a rimanere nel conflitto tra quello che pensiamo di volere e la nostra capacità di ammettere quello che vorremmo essere.

Siamo davvero pronti a darci il permesso di rinunciare alle nostre ferite???

Rimanere all’interno della sofferenza non fa crescere; sciogliere i legami con le ferite dà invece un nuovo slancio alla crescita interiore.

Non tutte le ferite guariranno: gli stimoli dolorosi faranno sempre parte della nostra vita. Questo non significa, però, che essi continueranno ad agire condizionando la nostra vita.

Se la vita ci ha così profondamente segnati, ci saranno momenti in cui ci sentiremo più esposti e vulnerabili, in cui saremo momentaneamente trasportati indietro.

Ma quando questo avverrà, è importante capire quello che sta avvenendo e aver fiducia nella capacità di saper prenderci cura di noi stessi …..

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