Ri-parto da me …..

margherita

Ben Ri-Trovati …..

Settembre mese di ritorni … rimettersi in moto e riprendere la propria vita  , tanti progetti nuovi nella testa fatti sull’onda del riposo vacanziero , riusciremo a portarli a termine o verremo nuovamente risucchiati dal vortice di impegni , tutti assolutamente prioritari, che sembra caratterizzare tutti indistintamente???

E se quest’anno fosse diverso ??? Se cercassimo di “prevenire” invece di “curare”, rendendoci attivamente artefici del nostro ben-essere???

Se ci pensiamo bene , in fondo, basta poco : un po’ di organizzazione, e la ferma convinzione che il nostro star bene oltre che a noi giova anche a chi ci sta intorno.

Ecco quindi una super offerta, valida per tutto il mese di Settembre in presenza o se non abiti a Roma su Skype, di “rimessa in forma” per ripartire alla grande!

RIPARTODAME

Un micro percorso per ottimizzare le nostre risorse focalizzandole su obiettivi reali pianificando le priorità per riuscire, alla fine, a ritagliarci quel piccolo spazio vitale che ci permetta di respirare e non solo di “prendere fiato” quando non ne possiamo più.

Quindi largo ad ogni tipo di idea che possa rendere il nostro vivere più fluido; 1 ora al giorno per noi stesse … e se proprio 1 ora è troppa, mezz’ora o anche 15 minuti . L’importante è che ci sia un piccolo momento tutto solo per noi, potrebbe essere anche un buon allenamento per imparare a dire quei “no” che tanto ci costano ma che sono altrettanto indispensabili per la nostra autonomia.

Visto che l’offerta è veramente SupeScontata (Euro 110 -comprensivo di IVA), ti chiedo in cambio di:
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Puoi contattarmi per il primo appuntamento compilando il modulo qui sotto.

Sulla possibilità di crescere …

CRESCERE

Tante persone infelici e insoddisfatte aspettano che la felicità venga portata in dono da una fata o un mago che con la bacchetta magica la fa comparire dinanzi a loro confezionata in una bella scatola con il fiocco rosso.

Da molte altre persone, felici e soddisfatte impariamo  che la felicità nasce da una lotta costante e passionale e soprattutto che la si costruisce attimo per attimo, tassello per tassello.

Il cambiamento che porta alla felicità è una manifestazione di coraggio mentre l’immobilismo, il ristagno è appannaggio di quella parte di noi che non vuole correre il rischio di andare alla scoperta dei molteplici aspetti della vita.

Muoversi e percorrere la propria esistenza costituisce l’espressione gioiosa della curiosità dell’esplorazione, ma significa anche accettare l’inquietudine e la paura che il nuovo possono dare .

Se ci atteniamo sempre a quello che ci fa sentire sicuri, non viviamo l’esperienza della crescita. Se non corriamo dei rischi non possiamo acquistare fiducia in noi stessi.

Questa grandiosa possibilità di reinventare, attraverso le nostre scelte, il corso della propria vita è un privilegio esclusivo della specie umana rispetto a tutti gli altri generi animali.

Anche se il materiale di cui disponiamo è costituito di frammenti non solo luminosi bensì disperati e apparentemente da buttare esiste sempre la possibilità di tessere qualcosa di artisticamente armonico pur nella sua imperfezione.

Come diceva Paul Sartre “un uomo può sempre fare qualcosa di ciò che hanno fatto a lui”.

E’ pure vero che, molto spesso, è difficile buttarsi nel grande mare del cambiamento senza una sorta di salvagente che in qualche modo ci rassicuri che in seguito non rimpiangeremo il gesto fatto; nello stesso tempo sappiamo pure che tutto questo è possibile solo a livello immaginativo perché l’assunzione del rischio costituisce l’inevitabile prezzo di qualsiasi rinnovamento.

Voler modificare una situazione, seppur instabile e disfunzionale, significa comunque, cambiare delle abitudini radicate, mettere in discussione delle certezze , disfarsi di un copione che all’origine della sua messa in atto è servito alla nostra sopravvivenza.

Tutto questo comporta un’avida curiosità di vita e una costante flessibilità di pensieri, progetti ed azioni.

Un elemento che può aiutarci nel nostro cammino di evoluzione è porci un obiettivo, poiché l’essere proiettati verso di esso facilita l’insorgere di momenti di entusiasmo e vitalità.

Una meta importante può essere quella di imparare ad amarsi cessando di sottovalutarci, scoprendo invece tutti i propri lati positivi di cui fruire e godere.

In ogni caso, fissarsi un traguardo valido significa contare le tristezze e pareggiarle con le gioie.

Pensiamo a quante volte diciamo a noi stessi frasi come:

HO BISOGNO DI ESSERE AMATO

DEVO RIUSCIRCI

SONO UN MISERABILE

E’ UN DISASTRO

Ottenendo solo di cadere in un’autocommiserazione senza fine, arrotolati su noi stessi come animali, buoni solo a leccarci le ferite che questo mondo crudele ci infligge ogni giorno.

Proviamo ora a fare un esercizio di ottimismo e autorivalutazione, pronunciando frasi equivalenti ma contrarie:

Posso rischiare di essere anche rifiutata

Faccio del mio meglio, accetto il mio limite

Sono davvero una bravissima persona

E’ una situazione del tutto affrontabile

Vedremo che in tal modo, la morsa della nostra inefficacia si allenta , si viene a creare una doppia polarizzazione: da un lato tutta la più cupa tristezza e dall’altro una sana fiducia. Giocando in mezzo a questi due poli riusciremo a trovare un equilibrio emotivo più realistico che porta con sé una maggiore intenzionalità creativa.

Come ho detto all’inizio, il processo di conquista della piena consapevolezza di sé, che porta alla crescita reale e profonda e di conseguenza alla felicità per essere riusciti a prendere in mano la propria vita, non è facile e spesso ci si trova bloccati lungo la strada colti da una improvvisa nebbia o impantanati in una buca piena di fango.

In questi casi un aiuto può venire da un percorso di Counseling che può fornire quella bussola o quella pala necessarie per uscire dall’impasse.

Il Counselor si prende cura di chi ha davanti, accettandolo incondizionatamente, ascoltandolo attivamente , aiutandolo a riconoscere ed elaborare le sue emozioni avendo come obiettivo quello di tirare fuori le potenzialità del cliente che si affida a lui per arrivare a quell’autonomia e capacità di autodeterminazione che fa la differenza tr il vivere e il sopravvivere.

Per attraversare la terra di mezzo e raggiungere il paese del vero sé è necessario mettere i piedi a bagno nelle emozioni , percorrere i sentieri interiori sentendoli sulla pelle . Non si può rimanere seduti al tavolino sfogliando dotti capitoli di un libro teorico, poiché allora sarebbe come leggere attentamente un gran libro di cucina…. senza però mai cucinare né mangiare!

“…. crescere significa diventare quello che siamo sempre stati, ma non siamo mai riusciti ad essere …”

Occupare il tempo con la sofferenza

sofferenza 2

In qualche caso noi facciamo una vera e propria azione di ammutinamento del benessere. Così molte persone giocano a farsi male con la vita attuale fino a quando non si rendono conto che i danni sono ingenti, purtroppo in alcuni casi è necessario farsi male molte volte prima di capire.

In alcuni casi il sistema delle difese organiche, bombardato strategicamente dagli auto boicottaggi, non resiste e le persone si ammalo gravemente. E poi va detto e tenuto in conto da tutti coloro che si occupano di “aiuto”, alcune persone non ce la fanno. Non riescono a prendersi la responsabilità di cambiare la loro vita, di aggiornarla, di renderla attuale, di interrompere la coazione a ripetere instauratasi nell’infanzia.

In questi casi vediamo persone oscillare fra onnipotenza e vittimismo e quando entrano nello stato di coscienza della “sopravvivenza” arrancano paurosamente e cercano di arrabattarsi in qualsiasi modo, mettendo una toppa di qua e poi una di là per tappare le falle che si aprono. Sono persone che non riescono a darsi quel rispetto che consentirebbe loro di avviarsi verso quella trasformazione necessaria per “diventare quello che si è”.

Ne ho avute di persone simili tra i miei clienti. Per me è un grande dolore vederle arrivare a far risplendere la propria luce e poi tornare giù e vederle scomparire di nuovo tra le onde. Il mio senso di perfezionismo  una volta non accettava tutto questo, percepivo come sconfitta personale chi decideva di abbandonare il percorso. Oggi ho imparato ad accettare che non tutti vogliono veramente “salvarsi”.

Ho imparato, sulla mia pelle, che bisogna lavorare veramente duro con se stessi. E’ un impegno, un vero e proprio lavoro, ma chi l’ha detto che la vita è una passeggiata?

Eppure basterebbe veramente poco, prendersi veramente cura di sé, tirare fuori le emozioni, rassicurarsi con l’amore verso se stessi e ritrovare la fiducia … ma quanto lavoro c’è dietro la realizzazione di cose così semplici …

Molti invece preferiscono occupare il tempo con la sofferenza, una qualunque, anche la più stupida, pur di non affrontare il dolore, l’abbattimento della cui parete porta al piacere, sì perché solo una parete divisoria separa queste due emozioni tanto profonde quanto confinanti.

Quello che accade è come una disconnessione; l’anima rimane indietro rispetto al pensiero che va troppo veloce.

Se i genitori comprendessero quanto sono importanti per i figli, molti problemi fra genitori e figli non esisterebbero. Invece spesso i genitori di fronte all’imponenza di questo grande affetto regrediscono ad una posizione infantile, così non si sentono né visti, né amati dai figli e reagiscono con misure puerili e sproporzionate nei loro confronti.

Io credo che il nostro nemico più grande sia questo considerarci al di fuori del mondo. Il non considerarci per chi siamo veramente e obiettivamente così come gli altri riescono a riconoscerci e amarci. Questa consapevolezza darebbe al bambino dentro di noi la speranza che spesso rifiuta mettendo sempre dei dubbi, ma non c’è dubbio sul nostro Sé.

Il nostro Sé può essere maltrattato, violato, manipolato ma non muore mai. Il Sé altro non è che quel bambino che aspetta che qualcuno venga a prenderlo, quel bambino che non sa tornare a casa da solo. Ma quel “qualcuno” oggi siamo noi, è l’adulto che c’è in noi, di lui il bambino si fida, perché ha lo stesso odore, lo stesso fiuto, lo stesso cuore che batte forte. Il punto è sentire questa integrazione fra i due livelli di noi stessi: l’adulto e il bambino.

Il cambiamento comporta un cambio di energie. L’energia che fino a quel momento era servita a mantenere il sintomo, questa volta viene impiegata per sostenere il cambiamento. Il primo segnale viene dato da un senso di disorientamento: quando una persona arriva ad un certo grado di benessere, dopo aver convissuto per molto tempo con la sofferenza, incomincia a sentire un certo grado di estraneità con il piacere e dice: “Adesso sto bene e che faccio?”.

Ma perché una volta raggiunta la consapevolezza dei meccanismi distorti non si riesce a cambiare atteggiamento e si tende inconsciamente a ripetere la coazione? C’è evidentemente un vuoto da colmare e spesso la persona decide di occupare il tempo con la sofferenza. Alcuni sostengono che è per non sentire la paura di vivere, altri per non sentire la paura di morire; in senso generale è lo stesso vuoto che tiene lontane le persone da un percorso di crescita o cambiamento. Sì, perché essenzialmente la paura di vivere è la paura di cambiare il proprio stato, le proprie vere o false sicurezze, lasciare qualcosa di certo, il nostro star male, per qualcosa di incerto: starò mai bene?

Voglio terminare questa riflessione con un brano tratto da “la migliore salute possibile” di Andrew Weil che mette il focus sull’importanza della motivazione come fattore indispensabile a contrastare l’inerzia iniziale ad ogni cambiamento. Il primo passo??? Avere l’umiltà di chiedere aiuto ……

“L’inerzia è la resistenza al movimento, all’azione o al cambiamento. Proprio come i corpi fisici fermi tendono a rimanere fermi, mentre quelli in movimento tendono a continuare a muoversi in linea retta finchè non subentri una forza esterna, anche il corpo umano è resistente al cambiamento. Se avete provato a lavorare una massa di argilla fredda o di pasta di pane, sapete quanta perseveranza e quanti sforzi sono necessari per renderle morbide e malleabili. In questi casi la forza esterna viene dalle mani esperte a lavorare l’argilla o la pasta che superano la naturale inerzia. Molte persone vogliono cambiare la propria vita ma non riescono a immaginare di poterlo fare senza un aiuto esterno: Ritengo che se mani esperte potessero esercitare su di loro la forza necessaria per avviare il procedimento,potrebbero farcela, e intanto restano legate alle proprie abitudini. La risposta a questo problema diffuso sta nella motivazione. Il termine stesso deriva dal verbo latino che significa “muovere” ….”

Cambiamento e sofferenza ….

change 2

Il vero cambiamento parte da noi stessi. Una volta formata la propria autorappresenzatione, ogni persona cerca di mantenere le definizioni di sé nel mondo che la caratterizzano. Perché avvenga realmente un cambiamento, deve modificare il suo copione.

La persona deve accettare la sofferenza della perdita di questa narrazione di sé che l’ha accompagnata fin qui, per poter poi attivare le proprie risorse e potenzialità, nella ricerca di nuove modalità di relazione con se stessa e con il mondo.

Per ridurre il dolore si può chiedere aiuto ad altri, per esempio counselor, psicoterapeuti, oppure insegnanti o una nonna saggia, per attraversare il momento della sofferenza.

Nella nostra società il superamento costruttivo di queste fasi è reso più difficile dalla mancanza di riti di passaggio. In lacune tribù degli indiani d’America, ad esempio, esistevano alcuni riti per l’”addestramento alla sofferenza”.

Ma la vita va anche presa per quello che è, non credo che esista una strada che allevi totalmente il dolore nell’abbandonare certe illusioni: possiamo solo mitigarlo condividendo i vissuti, imparando i modi che la nostra comunità ha codificato per elaborare questa difficile esperienza della crescita.

Pensiamo alle parole: “Sono cambiata, qualcosa mi ha cambiata, pago perché qualcuno mi cambi…”. Il fattore trasformativo che noi attribuiamo al cambiamento sembra essere dovuto ad un bisogno odierno di numerare, elencare ed esaudire le possibilità di cambiamento, per controllarlo in modo quasi maniacale.

Così facendo dimentichiamo che la nostra identità è frutto anche del contatto imprevedibile con l’altro.

A volte cioè, è necessario rischiare l’incontro, con tutta la carica di ignoto che essa porta con sé. Solo quando mi denudo di fronte a te, quando cade la maschera, in quel momento la vita pianta un seme di speranza, perché la sofferenza generata dalla novità dell’incontro con la novità del contatto con l’altro formi un suo significato.

Questo vuol dire fidarsi e lasciarsi andare alla vita, nonostante tutto.

Il cambiamento crea sempre un po’ di scompiglio: occuparci di ciò che ci è familiare è automatico e ci rassicura, ci fa sentire il controllo su noi stesse e sui nostri sentimenti.

Intraprendere con decisione una situazione nuova, invece, ci fa perdere l’illusione del controllo di noi e del nostro mondo emotivo, fa nascere il timore di poter perdere cose per noi importanti. Ogni scelta implica una perdita, se non altro, quella di abbandonare l’immobilità.

In questo senso, la sola decisione di passare ad agire per noi stessi, trasgredendo e smobilizzando le antiche etichette alla nostra persona, porta nuova linfa nella nostra vita.

Non siamo più quelli di prima, stiamo accettando il rischio della novità e del cambiamento: le caratteristiche dell’eroismo stanno facendo capolino dentro di noi!!!

 

Sicurezza di base

mamma e bambino 1

Sulla scia del post precedente ….

Chiudi gli occhi e fai silenzio dentro di te. Respira. Come ti senti? E’ piacevole? Respira facendo penetrare l’ aria fino al bacino. Entra dentro te stesso, nella zona che va dall’osso sacro al coccige. Sei in grado di restare un’ora in silenzio a casa tua o altrove senza sentire la tentazione di accendere la televisione, radio, computer, di immergesti nella lettura di un giornale o di telefonare ad un’amica?

Stai bene in compagnia di te stessa? Senti di avere il tuo posto su questa terra? Hai fiducia nella vita?

La sicurezza interiore e’ la sensazione di essere a proprio agio all’interno di se stessi, comodamente appoggiati alla base, alla colonna vertebrale, all’osso sacro. E’ una sensazione molto fisica, un’esperienza corporea elaborata durante il periodo di stretto contatto con i genitori. Non e’ legata soltanto ai loro messaggi verbali, anche se i ” ti voglio tanto bene” la confortano.

Essa si nutre di carezze, di sguardi, di amore illimitato, di tenerezza e di baci, in breve, di intimità.

Genera una certa tranquillità di fronte alle situazione difficili, permette di godere della solitudine senza sentirsi isolata, di far fronte alle prove della vita senza grandi sconvolgimenti , da’ la certezza di avere un posto su questa terra, la sensazione di essere ben salda e protetta.

Abbiamo interiorizzato la sensazione di protezione fornitaci dai nostri genitori quando eravamo molto piccoli.

Il bambino molto piccolo non possiede automaticamente autostima, in lui la fiducia si genera attraverso la relazione con gli altri, al concepimento fino al primo anno di vita. Se l’esperienza del periodo trascorso con i genitori e’ stata piacevole, si costituirà in lui una fiducia naturale, una fiducia di base.

Ma può aver anche vissuto esperienze spiacevoli. Non siamo completamente al sicuro neppure nel ventre materno.

Sono accettata? Ho il mio posto in mezzo agli altri? Queste sono le domande a cui il bambino trova una risposta in quel periodo di assoluta dipendenza.

Nostro figlio arricchisce la sua fiducia di base a contatto con noi, nutrendosi della nostra sicurezza personale e della protezione fisica e affettiva che siamo capaci di offrirgli. Il nostro amore, l’accettazione totale della sua persona, sono senza dubbio essenziali, ma non sufficienti. Un bambino molto piccolo che piange da solo in camera sua, dopo otto minuti è nel terrore più completo. Tenerlo in braccio, dormirci insieme, allattarlo: tutto quello che favorisce il contatto fisico incrementa la fiducia di base.

Ci sono tuttavia diversi tipi di contatto: il “contatto tranquillizzante” offre sicurezza ottimale, nel rispetto dello spazio del bambino. Un neonato, l’osso sacro sostenuto saldamente dalla mano di un genitore, tiene la schiena, il collo e la testa ben dritti e spalanca gli occhi sul mondo. La sensazione provata durante quel contatto gli permette di aprirsi senza paura.

 Chi non ha avuto un sufficiente e autentico contatto fisico con i genitori, chi non ha potuto interiorizzare un’adeguata sicurezza, sente il bisogno di essere sempre in compagnia di qualcuno. Non riesce ad affrontare un momento di solitudine , e’ dipendente dal telefono. Televisione e radio sono sempre accesi per produrre un rumore di fondo, ha paura del silenzio, del vuoto. Ha scelto di dipendere dagli altri, oppure da un “oggetto di transizione” come le sigarette., l’alcol, il lavoro, la droga, i vestiti, il cibo, i soldi, il potere, il sesso.

Alcuni cercano la sicurezza di un impiego, la stabilita’ finanziaria, un legame sentimentale duraturo, che tentano di difendere con il vincolo del matrimonio.

Ma “sicurezza” va poco d’accordo con “libertà “, ancora meno con “intimità “. Queste persone preferiscono le abitudini all’avventura, si aggrappano alle proprie convinzioni, tendono al conformismo, se non addirittura all’estremismo e alle sue certezze assolute. Cercano la sicurezza quando quello che non hanno e’ l’intimita. Purtroppo e’ una ricerca drammatica e mai appagata, perché sbagliano obiettivo.

La fiducia di base non si trova nella cioccolata, ancora meno nel sesso e nel denaro, anche se talvolta cerchiamo di recuperarla con questi mezzi. Si ricostituisce nel legame con gli altri. Abbiamo bisogno di interiorizzare esperienze di una relazione positiva, per poi elaborarla. E’ impossibile trovare da soli la sicurezza interna.

Ecco quindi, come un percorso di Counseling in cui il cliente viene accolto senza giudizio e ascoltato può costituire quella base sicura entro cui ri-tessere la sua fiducia.

Anche la regolarità delle sessioni, l’attenzione totale del counselor sono elementi che trasmettono al cliente la sensazione di avere il suo posto nel mondo. In quello spazio definito da regole chiare, si può sentire accettato, riconosciuto, ascoltato e in questo modo ricostituire la sua sicurezza di base.

E’ il bambino che e’ in noi che ha bisogno di ricostituire la sua sicurezza. L’ adulto che siamo diventati può andargli incontro….

Di seguito alcuni suggerimenti  che possono aiutarti a ri-contattare il tuo bambino restituendogli la sua fiducia di base:

  • Impara di nuovo a respirare. Inspira profondamente, visualizzando l’aria che penetra lungo la tua colonna vertebrale, fino all’osso sacro. Per aiutarti, metti la mano sull’osso sacro, inspira nella mano. Espira con la bocca aperta senza soffiare, lascia solo che l’aria esca dal tuo corpo.
  • Siediti di fronte a te stessa, in silenzio, dieci minuti al giorno.
  • Vai incontro al bambino che è dentro di te. Tu l’adulto, ascolta mentalmente quel bambino che eri e concedigli l’attenzione e l’amore di cui ha bisogno. Sussurragli questi importanti messaggi : “ti voglio bene” “esisti per me, per me sei molto importante”.
  • E soprattutto ascoltalo quando si confida con te. Lascia che i ricordi riaffiorino e sii l’adulto di cui avresti avuto bisogno nella tua infanzia.
  • Spesso, durante il giorno coccola mentalmente il bambini che è in te. Trasmettigli tenerezza, senza usare parole.
  • Compra qualche cuscino e anche un peluche un “oggetto di transizione” che forse ti è mancato quando eri piccolo. Un peluche è dolce, è tenero, e in lui si può proiettare l’immagine del bambini che eravamo.
  • Cammina in campagna, sulla spiaggia , in montagna … Guarda la natura intorno a te … La bellezza di un luogo risveglia in noi un senso di appartenenza, che può anche aiutare a ricostruire il sentimento di sicurezza interiore.
  • Fatti massaggiare, un massaggio dolce, apprezzando il tocco delle mani che accarezzano il tuo corpo: nulla sostituisce le mani di un altro essere umano per disegnare i contorni del nostro involucro corporeo. Abbiamo molto più bisogno di contatto fisico di quanto osiamo pensare.

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Liberamente tratto da:

Isabelle Fillozat – “Fdati di te” – ed.Piemme

Imparare a …… fare nulla …..

non fare nulla

Forse vi state chiedendo cosa ci faccia un post sul “far niente” in un blog che parla di crescita personale.

Certo lo sviluppo personale comporta attivismo, movimento, energia e dinamismo! Nessuno nega anzi che l’attivismo sia probabilmente la componente più conosciuta e pubblicizzata dell’evoluzione della persona, e tuttavia, anch’essa è solo un aspetto. Nessuno riesce a mantenersi attivo, dinamico e pieno di energie per tutto il giorno, e nessuno può inserire la quinta marcia e sfrecciare a gran velocità senza mai rallentare.

Forse credete che non fare niente sia la cosa più facile del mondo, ma per qualcuno è praticamente impossibile. C’è chi non riesce a lasciare un lavoro a metà, chi non ce la fa a concedersi nemmeno un piccolo intervallo anche se è esausto, e chi non prende assolutamente in considerazione l’idea di delegare a qualcun altro anche una piccola parte del proprio lavoro. Al solo pensiero di sedersi un attimo a oziare, queste persone subiscono un attacco di ansia che le costringe a riprendere la ricerca di qualcosa da fare.

Se pensate che stia esagerando, vi assicuro che, al giorno d’oggi, si tratta di un problema reale, di un’ossessione per l’attivismo di cui soffrono molte persone, dai manager, e dai direttori d’azienda fino alle casalinghe.

Spesso il problema si manifesta inizialmente quando si deve far fronte ad una situazione particolarmente stressante, in tale occasione si cerca di ricorrere a tutte le energie disponibili per superare l’ostacolo e per sostenere la fatica fisica ed emotiva conseguente; in altre parole si innesta la quinta. Noi tutti possediamo le risorse per far fronte a circostanze particolarmente impegnative, ma non si tratta di energie inesauribili.

Dato che lo stress e gli effetti negativi che lo accompagnano si manifestano gradualmente e furtivamente, è difficile giudicare quando non se ne può più. Di solito si sottovalutano i sintomi fisici di allarme, come i mal di testa, gli stati di affaticamento, o l’insonnia, e maggiore è il nostro senso del dovere e più ignoreremo i segnali rivelatori di tali tensioni.

Un chiaro indice di iperattività è la smodata attenzione che riserviamo ai dettagli e l’ossessionante impegno nel fare tutte le cose in un attimo.

Se la coazione ad attivarsi eccessivamente non viene controllata in tempo,si esauriscono le riserve di energia e prima o poi affioreranno problemi di salute. Un classico esempio di sovraccarico di tensioni è rappresentato dall’esaurimento nervoso.

Come ho scritto sopra la persona dotata di un forte senso del dovere è particolarmente soggetta a scivolare in questa abitudine di prendersi troppe cose a carico. Capita poi che, malgrado abbia da lungo tempo superato la causa originale dello stress, la persona mantenga lo stesso ritmo forsennato perché non riesce a scaricarsi, e quindi nemmeno a recuperare le energie perdute.

Sovraccaricarsi di lavoro è indice dell’incapacità di prendersi davvero sul serio. La mancanza di comprensione dei propri limiti fisici deriva spesso da un’educazione in cui dal bambino ci si aspettava troppo e lo si stressava emozionalmente incitandolo a realizzare imprese eccezionali per guadagnare l’approvazione dei grandi.

Quando i genitori sono persone difficili da accontentare, è possibile che il figlio si venga a trovare in una situazione senza via d’uscita, perché non riuscirà mai a fare abbastanza per soddisfarli ed essere gratificato.

E’ questa l’origine dell’impegno disperato di coloro che si danno troppo da fare per risultare piacevoli, o per essere rispettati dagli altri.

A questi indefessi stacanovisti non passa mai per il cervello che possono essere approvati per quello che sono e non per quello che fanno, perché i loro genitori, molto probabilmente, ragionavano allo stesso modo.

Non tutti sono capaci di liberarsi dall’ossessivo attivismo da soli e in alcuni casi occorre chiedere aiuto; un percorso di crescita attraverso il Counseling o l’Arteterapia potrebbe aiutare a prendere consapevolezza del proprio valore, abbandonando così il copione “compiaci ad ogni costo” e recuperando il timone della propria vita.

Governare i propri livelli di attività significa imparare a guadagnare tempo per se stessi, liberarsi da un senso del dovere morboso e squilibrato per ritagliare momenti di ricreazione in cui poter riprendere fiato. Una volta esaurite le energie per eccesso di attività, occorre tempo per farle tornare al livello normale, quindi prima si impara a stare senza fare nulla e meglio sarà ….

Accettare quello che è accaduto in passato

diamante graffiato

Un principe possedeva un enorme diamante di cui andava fierissimo. Questa pietra preziosa era costruita in una teca protetta.

Un giorno il principe chiese ad un suo servo di portargli il diamante, perché desidera ammirarlo più da vicino. Prendendolo tra le mani, quale non fu il suo stupore nello scoprire un enorme graffio sulla parte del diamante che di solito non vedeva!

Il principe divenne molto infelice; non riusciva a smettere di pensare a quella pietra preziosa e al difetto di cui non era stato consapevole. Decise di radunare il consiglio e di esporre il problema.

Alcuni consiglieri volevano avviare una grande indagine per trovare i colpevoli, quelli che avevano rigato il diamante. Altri intendevano creare una commissione scientifica per cercare di capire cosa potesse essere più duro del diamante e graffiarlo. Altri ancora suggerivano di rimettere il diamante nella teca e cercare di dimenticare che avesse un lato imperfetto.

Il consigliere più anziano e più saggio prese la parola: “Vostra maestà, credo che la soluzione migliore consista nell’utilizzare questo difetto nel diamante per farne qualcosa che ne aumenti il valore”.

Tutti i consiglieri si misero a ridere di questa proposta, che giudicavano stramba. Il principe fece loro segno di tacere e si rivolse all’anziano: “E come pensi si possa fare?”.

“Vostra maestà, conosco un orafo incredibilmente dotato che abita nei dintorni. Potremmo farlo venire”. “E sia – disse il principe – lo si vada a chiamare”.

Si vide allora arrivare un artigiano vestito con semplicità, dallo sguardo caloroso e dal  sicuro. Quando gli fu presentato il problema, rispose che poteva fare qualcosa. Il principe non si sentiva molto rassicurato, ma ripose fiducia nell’orafo.

Tre giorni dopo, l’artigiano andò dal principe reggendo su un vassoio coperto di velluto il diamante, che scintillava di mille luci. Dal graffio l’uomo aveva ricavato lo stelo di una splendida rosa che aveva inciso nel diamante; era riuscito a creare il fiore in modo tale da aumentare la bellezza e lo splendore del diamante.

Il principe era meravigliato. Ricompensò l’orefice e ordinò di riporre nuovamente il diamante nella teca, con il lato inciso in evidenza, per poterlo ammirare. Non c’era più nulla da nascondere, il graffio “della vergogna” era diventato il supporto di una splendida rosa…

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Questa metafora riassume bene quanto può succedere quando accettiamo quello che è stato in passato.

Alcuni, come i consiglieri del principe, vogliono trovare i colpevoli, smascherarli, punirli … farlo tuttavia non cambia ciò che è.

Altri vogliono capire il perché, perché io, da dove deriva? Si arriva a risalire nel tempo, magari per trovare l’origine del problema alcune generazioni prima. Questo non cambia ciò che è.

Infine, come i consiglieri del principe, un gran numero di persone preferisce “dimenticare”: è passato, è finito, non parliamone più. Neanche questo cambia ciò che è. Tutte queste strategie seguitano ad alimentare una sofferenza non accettata.

L’unica via che permette di andare verso la serenità consiste nel confrontarsi con il proprio dolore, i rimpianti, il rancore, l’odio, la paura, accettarne l’esistenza e il fatto che spesso abbiano buoni motivi per esistere,

E’ poi necessario esprimerli, parlandone a qualcuno (un percorso di Counseling può aiutarti a fare questo), mettendoli per iscritto, disegnandoli, dipingendoli, scolpendoli, interpretandoli, cantandoli … insomma, dando loro una forma al di fuori di noi.

Occorre poi guardarli in faccia, considerarli come materiale da costruzione e cercare di capire cosa farne.

Una volta trovato il modo di procedere a questa sublime alchimia che consiste nel trasformare la sofferenza in compassione, il dolore del passato può essere accettato pienamente e la nostra vita essere finalmente vissuta per intero ….

Counseling o Psicoterapia “pit stop” per ritrovare la gioia di vivere ….

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Vivere la vita cento per cento. Spesso si vive a metà perché o non si oltrepassano i limiti minimi oppure perché si vuole vivere mentalmente nell’infanzia. E’ come vivere addormentati. Il lungo sonno inizia nell’infanzia, prosegue a tinte forti nell’adolescenza e prosegue in alcuni casi per tutta la vita. Si diventa così esseri incompleti: per metà adulti e per metà bambini. Fino a che questa ambiguità diventa insopportabile.

E’ la crisi esistenziale per eccellenza, quella che di solito viene fuori fra i trenta e i quarant’anni, dal cui esito si definisce il destino della propria vita.

Che fare???? O si va avanti nel segno della confusione o si decide i fermarsi per ritrovare la propria unità. In questo senso un percorso di counseling o, in alcuni casi, una psicoterapia possono considerarsi strumenti per risvegliarsi e riprendere in mano il controllo della propria esistenza.

Una via di cambiamento, decidere di accorgersi di se stessi : una scoperta formidabile!

Ma al di là di qualsiasi percorso si voglia intraprendere tutti dovrebbero accorgersi ad un certo punto come esista un modo qualsiasi per partecipare di più alla propria vita, non sottovalutarla mai, prenderla in considerazione una volta per tutte, non bruciarla rapidamente come se fosse un bene di consumo.

La vita va assaporata lentamente. Se ci si accorge che si corre troppo, occorre fermarsi per andare a recuperare quello che si credeva perso.

Cambiare è accettarsi per come si è, accorciare la distanza fra sé e sé e accorgersi di essere diventati adulti. In quanto adulti, poi, abbiamo la necessità di prendere atto con serenità e obiettività di questi cambiamenti. Pesare bene i cambiamenti concreti, imparare a metterli sulla bilancia e misurarli oggettivamente.

Bisogna poi avvicinarsi al counseling o alla psicoterapia senza l’illusione infantile che tutto possa essere risolto con un colpo di bacchetta magica altrimenti arriva matematica la delusione, bisogna avvicinarsi con realismo e spirito di avventura. Il viaggio alla scoperta di noi stessi e un cammino affascinante che richiede tuttavia impegno e coraggio, la “guarigione” non è un punto d’arrivo ma uno stato.

Si “guarisce” tante volte, il percorso per ri-trovare se stessi è costellato da combattimenti contro un drago dalle tante teste; ogni volta si abbatte una testa e si va avanti con la prossima. Jung parla di percorso a spirale: la sensazione è di essere sempre nello stesso cerchio, ogni volta che torniamo sul problema originario, attraverso le cadute o il regredire, tipico di ogni percorso di crescita. In realtà invece ci troviamo su  di una spirale e ogni volta siamo un po’ più su, ogni volta ci ritroviamo ad un livello più alto anche se crediamo di essere tornati indietro.

Quindi le cadute che sperimentiamo nel nostro cammino di consapevolezza sono occasioni importanti per acquisire una nuova energia. Meglio ancora, le cadute sono necessarie per evolverci!

Personalmente considero la nostra evoluzione come un percorso a tappe. Ogni volta, tappa dopo tappa, bisogna riconoscere a noi stessi i cambiamenti che sono tanti, veramente tanti.

Tuttavia è necessario anche sapere che per il bambino che vive dentro di noi i cambiamenti non sono mai abbastanza perché il bambino vuole il paradiso, non c’è misura che lo soddisfi. Come tutti i bambini se gli dai 100 vuole 110. Esagera, semplicemente esagera. Così quando diventiamo adulti cresciuti possiamo percepire la portata di queste esagerazioni e sentirle presenti nell’anima.

Solo lavorando sul dolore, sul vero dolore sottostante il vittimismo, il bisogno di lamentarsi sempre, potremo capire che in fondo volevamo molto di più, molto di più di quanto i nostri genitori ci potevano dare.

Molti problemi e conflitti hanno la loro radice nelle “esagerazioni”. L’equilibrio e l’armonia vengono fuori dalla fine della dipendenza dalle esagerazioni puerili. Superare un problema significa renderlo inattuale, lasciarlo indietro. Essere finalmente consapevoli di vivere nel presente adulto. Comprendere che oggi c’è una via d’uscita che non potevamo vedere un tempo.

Il lavoro con noi stessi non è una corsa sfrenata verso un punto d’arrivo per poi avere quella liberazione catartica che sogniamo da quando eravamo piccoli; bensì un lavoro paziente che va oltre l’obiettivo, un po’ come superare i problemi significa renderli inattuali più che risolverli.

Per me non esiste la persona “risolta” ma la persona che fa del lavoro onesto con se stessa per ripristinare la fiducia in quella che è fondamentalmente al fine di ri-trovare la gioia di vivere. Un lavoro di pulizia e di superamento di tutti gli ostacoli veri o presunti che abbiamo messo davanti alla nostra anima per non soffrire più e di conseguenza per imparare a rivederla nel suo splendore e nella sua ricchezza.

Io credo tantissimo nell’aspetto evolutivo della vita. Se ho vissuto di slancio e forse anche un po’ di corsa i primi 40 anni della mia vita, devo dire che gli ultimi 15 sono trascorsi nel segno di una grande evoluzione. Questo mi fa pensare che se abbiamo il coraggio di fermarci per “mettere le mani” nel nostro motore interno possiamo fare progressi indescrivibili ad ogni età, sfruttando funzionalmente ogni “caduta”, ogni “crisi” che la vita inevitabilmente ci propone …..

Amore incondizionato, amore condizionato…. e percorso di counseling….

mamma e bambino

Raramente un bambino è accolto e amato per quello che è, quasi sempre si tende, consapevolmente o meno, a desiderarlo diverso e di conseguenza a cercare di plasmarlo secondo un qualche modello ideale.

La situazione non è, ovviamente, uguale per tutti: alcuni genitori sono più rigidi, altri più amorevoli e più disposti ad accettare e sostenere il bambino in modo incondizionato.

Incondizionato vuol dire:” accettarlo ed amarlo a prescindere dal fatto che assomigli o meno al proprio ideale e a prescindere dal fatto che si comporti come noi adulti desideriamo”. Se invece l’amore e il sostegno dipendono dal come diventerà nostro figlio relativamente al nostro “modello di bambino” si avrà un amore condizionato, in quanto  pone una condizione: “Se sei buono e bravo (nel modo in cui io intendo tali termini) allora ti amerò, altrimenti no”.

Questa seconda specie di “amore”, che molto spesso prevale sull’altra, è in realtà una pericolosa deformazione sentimentale, responsabile in gran parte dei disagi e delle sofferenze psicologiche ed esistenziali delle persone: deformazione perché viene chiamato amore quello che dovrebbe essere chiamato approvazione, pericolosa perchè getta le basi di una profonda insicurezza e confusione affettiva che porterà il bambino prima l’adulto poi ad un eterna ricerca di approvazione da parte degli altri.

Il fondamento erroneo su cui si basa questa ricerca senza fine è che insieme all’approvazione egli riceverà anche l’amore, ma in realtà non è così e non può essere così: l’amore è per definizione spontaneo e gratuito cioè incondizionato.

L’approvazione , che ha anch’essa una sua importanza nella vita sociale e nello sviluppo del bambino purchè sia data e ricevuta per quello che realmente è, può nutrire altri bisogni ma non quello di essere amato.

Quindi per quanto ci si dia da fare per soddisfare le aspettative degli altri non si riceverà mai l’amore che si cerca anzi ci si allontanerà sempre di più andando a nutrire quella voragine di amore che segnerà le nostre scelte future e si getteranno le basi per diventare quello che non siamo , tradendo il nostro vero Sé per diventare quello che vogliono gli altri.

Il nostro bambino diverrà un bambino adattato o sottomesso perdendo così tutta la spontaneità, la curiosità  e la gioia di vivere del bambino libero.

L’amore incondizionato (l’accettazione) è spesso associato alla figura materna ideale , sia in quanto manifestazione del donare gratuito, sia in quanto simbolo dell’energia femminile passiva e ricettiva (saper essere).

L’approvazione (il riconoscimento) invece si collega alla figura paterna, sia in quanto espressione di autorità, sia in quanto espressione dell’energia maschile, attiva e dinamica, tendente ad agire, ad esplorare, a trasformare (il sapere e il saper fare).

Entrambi, sia l’amore incondizionato che l’approvazione, sono imprescindibili  per la crescita del bambino in quanto rappresentazione di due principi  basilari dell’esistenza umana: l’essere e il fare.

L’amore incondizionato è il fondamento della fiducia , è quello che ci dà la sensazione rassicurante di protezione e nutrimento, il senso di dignità in quanto essere umani a prescindere dalla posizione sociale, dalla bellezza o ricchezza.

L’approvazione è tutto ciò che stimola all’azione, a fare del nostro meglio; è la base della nostra energia creativa, del nostro desiderio di evolverci e migliorarci cercando di raggiungere sempre nuovi traguardi.

E’ una energia positiva e utile, che però quando predomina sull’amore , può portare sofferenza e distruzione nel senso di perdita e alienazione da noi stessi.

Per mantenere l’amore delle persone importanti si interiorizzano norme che possono essere contrarie ai propri desideri ed esperienze. Nasce così una dissociazione fra quello che ci sforziamo di raggiungere consciamente ed il vero sè: così ci alieniamo dal nostro nucleo più profondo sviluppando una falsa personalità, che non rispecchia la nostra più vera e intima essenza, ma solo le aspettative dell’ambiente sociale in cui siamo cresciuti. Si comincia così ad indossare quelle maschere che se da un lato ci garantiscono una certa considerazione sociale e ci proteggono, a volte,  dal rischio di essere feriti, dall’altro attutiscono o bloccano del tutto ciò che di bello il mondo esterno e gli altri possono darci.

Chiudersi al dolore significa inevitabilmente anche chiudersi al piacere.

Il punto nodale per poter essere davvero se stessi, per ri-trovarsi, è riuscire a percepire che c’è una grande differenza tra il vero sé, e le maschere che indossiamo ; prendere consapevolezza che noi siamo molto di più di tali maschere ed imparare ad esprimere questo “di più”.

Un percorso di Counseling può aiutarci in questo viaggio alla ricerca di noi stessi.

Il Counseling può diventare allora quella “base sicura” da cui ripartire per andare ad esplorare quegli anfratti di noi che per paura della non approvazione abbiamo chiuso e coperto.

Caratteristica fondamentale di un Counselor, infatti, è l’accettazione positiva incondizionata del Cliente, cioè la capacità del Counselor  di accettare il cliente nella sua interezza, senza giudicarlo, rispettandolo come persona a prescindere da ciò che manifesta. Si accetta la persona per quello che è, senza “se” e non per ciò che fa, in maniera positiva valorizzando e credendo nelle sue potenzialità.

Inoltre la “centratura sul cliente” presuppone l’accostarsi del Counselor al Cliente come ad una persona unica ed indipendente, con il diritto di vivere secondo il suo punto di vista.

Lo scopo principale di un percorso di counseling può essere descritto come il tentativo di rimettere in moto il processo esperienziale del cliente aiutandolo a funzionare in maniera più ricca e flessibile e a vivere con maggiore pienezza integrando gli elementi dell’esperienza che non è riuscito finora a fronteggiare, raggiungere, cioè, una più ampia unità con se stesso, divenire “congruente”.

Come risultato dell’accettazione incondizionata ,il cliente, poco a poco, inizia a sentirsi abbastanza sicuro da esplorare se stesso più profondamente, da affrontare aspetti che fino a quel momento erano stati troppo temibili o imbarazzanti. Allo stesso modo l’accettazione da parte del counselor facilita l’auto-accettazione ed il conseguente cambiamento. Quando sperimenta un sufficiente grado di sicurezza interpersonale, il cliente trova il coraggio di abbandonare il suo atteggiamento di difesa e riesce ad instaurare un più stretto contatto con se stesso. Infine un atteggiamento di accettazione rende possibile l’evoluzione di quegli aspetti del cliente che erano, per cosi dire, ‘congelati’ , favorendo una sorta di “contro-condizionamento” rispetto all’amore condizionato, facilitando, in tal modo,  l’azione ripartiva del percorso.

La crescita ed il cambiamento divengono possibili nella misura in cui siamo capaci di accettare noi stessi come siamo.

Allo stesso tempo, questa assenza di giudizio, ricreando in certo qual modo la primaria esperienza di “cura” mancata al cliente, lo stimola verso una maggiore indipendenza ed autoresponsabilità: non ciò che gli altri pensano o si aspettano ma l’esperienza stessa dell’individuo diviene la base prevalente delle sue scelte e delle sue decisioni.

I sogni son desideri …..

SOGNI 3

Ognuno di noi racchiude dentro di sé la persona che è, che è orgogliosa di essere, consapevole delle proprie capacità ma. Soprattutto, dei propri limiti.

La sfida quotidiana è essere ciò che siamo senza vergognarsi di non sapere, di non potere o di non volere. Detto così sembrerebbe il compito di un supereroe ma non lo è.

L’”essere o non essere” di ciascuno consiste nel riuscire a rispondere, a se stessi e agli altri, su quanto fatto con i nostri sogni.

La nostra vita è piena di sogni, sogni propri, presi in prestito, umili, di grandezza, imposti, dimenticati, terribili o incantevoli. Ma una cosa è sognare e un’altra rendersi conto di ciò che facciamo con i nostri sogni.

I sogni sono la visione di qualche cosa che non esiste ancora, che ci sembra invitante e che ci chiede di farla diventare realtà. Se mi lascio affascinare dal sogno e comincio a pensare “come sarebbe bello …”, tutto questo potrebbe trasformarsi in una fantasia, ovvero in un sogno ad occhi aperti del quale sono cosciente, che posso evocare, pensare e persino condividere.

Poter affermare “come sarebbe bello …” significa che il sogno è diventato qualcosa di più vicino.

Se poi mi provo questa fantasia, se la indosso come se fosse una giacca e vedo che mi sta bene, allora si può trasformare in un’illusione. A questo punto, dopo averla provata e aver fatto mia l’immagine sognata, non solo la penso in termini di “come sarebbe bello ..”, ma anche “come mi piacerebbe …”. Illudersi significa proprio questo: impadronirsi di una fantasia.

Ma l’illusione è come un seme. Se l’innaffio, la curo e la faccio crescere, è probabile diventi un desiderio. E’ così che il “come sarebbe bello…” diventa “voglio”.

I nostri sogni sono dunque in grado di evolversi dall’incoscienza iniziale, fino alla pretesa di trasformarsi in desiderio cosciente, senza perdere il contenuto con il quale sono nati.

Fortunatamente la storia non finisce qui; al contrario, è proprio dal desiderio che comincia la parte migliore. Questi ultimi infatti non fanno altro che accumulare l’energia necessaria per intraprendere l’azione.

Cosa ci succederebbe se i desideri non si trasformassero mai in un comportamento concreto? Fondamentalmente due cose; accumuleremmo sempre più energia che, senza via d’uscita, finirebbe prima o poi, per esplodere in una qualche azione sostitutiva o bloccheremmo i nostri interessi e i nostri bisogni per non continuare a sovraccaricare il sistema intimo di armonia psichica. Tutto questo potrebbe spiegare perché se un sogno rimane nascosto e represso può finire per diventare un desiderio che ci fa ammalare, trasformandosi in un sintomo.

Il desiderio altro non è se non la batteria, il nutrimento, il combustibile di ognuno dei miei comportamenti, e acquista senso solamente quando riesco a trasformarlo in azione.

Il desiderio da solo svolge una funzione effettiva se incanala il mio comportamento verso l’azione che lo soddisfa e, per questo, la nostra mente adulta lavora (o sarebbe meglio che lavorasse) in modo costante per trasformare ogni desiderio in azione.

Per essere più incisivi: ogni cosa che faccio e ogni azione che decido di fare è motivata da un desiderio sia che io riesca a identificarli o meno.

Essere più consapevoli di questo processo è uno degli obiettivi di un percorso di Counseling. Costruire azioni coerenti con questi sogni convertiti in desideri, ne è un altro.

Essere capace di scegliere consapevolmente e responsabilmente fra due desideri contraddittori, è l’ultimo e spesso il più difficile.

Molti disagi della nostra vita nascono proprio da desideri repressi e insoddisfatti; sciogliere il nodo , ri-trovare il bandolo della matassa, senza vergognarsi di chiedere aiuto, può farci trovare il cammino che i nostri sogni ci avevano promesso…….