MIO: possesso o identità?

IO SONO MIA

Darò subito una mia personale preferenza, mi piace l’uso del termine se riferito all’identità personale, piuttosto che all’appartenenza. Dunque “mio” non nel senso del possesso, ma dell’identificazione.

Nell’accezione più comune del possesso, l’aggettivo è costantemente, e spesso a ragione, bistrattato e censurato. Non sta bene rimarcare il possesso e questo lo impariamo fin da bambini. E’ quasi sempre considerato dagli adulti un segno di egoismo, di prepotenza e di mancanza di considerazione per gli altri.

Tuttavia non è bene eccedere con le colpevolizzazioni associando al termine solo aspetti egoistici di prevaricazione. Infatti non possiamo dimenticare che, nel corso dello sviluppo evolutivo, l’uso del “mio” risponde soprattutto al bisogno di affermare la propria identità che piano piano emerge nel suo costituirsi come entità autonoma.

E’ quindi, a mio parere, necessario che gli educatori, anche per trasmettere ai bambini dei sani principi di autotutela, insegnino loro a confrontarsi con gli altri arrivando anche a battersi per rivendicare i propri diritti. Ovviamente tutto questo senza che venga meno il reciproco rispetto. Diciamo che potrebbe essere un’educazione all’assertività, caratteristica comunicativa fondamentale per il buon vivere nel pieno riguardo dei propri e altrui bisogni.

Questo perché se noi trasmettiamo ai bambini, riguardo all’uso del “mio”, solo una sorta di avversione che contrasta con il loro naturale istinto di autoaffermazione, faremo crescere individui inibiti e timorosi che faticheranno a riconoscere la loro potenzialità e a trovare uno spazio di libera espressione.

Se andiamo un po’ più a fondo, staccandoci dal mero significato di possesso di cose tangibili, l’uso del “mio” porta con sé una importante familiarità con la propria intimità.

Dentro ciascuno di noi c’è un mondo prezioso da scoprire e vivere, al quale solo noi abbiamo accesso, in cui è tutto rigorosamente “mio”.

E’ uno spazio che va preservato perché è lì che nasce e cresce la nostra autonomia.

L’uso del possessivo, poi, entra prepotentemente di “diritto” nelle relazioni amorose. E questa è una consuetudine che dovrebbe inquietarci, perché rimanda ad una modalità poco sana di intendere i legami.

A mio parere non esiste un’espressione più avvilente di una dichiarazione d’amore che assume la forma di un atto di proprietà: “sei Mio”, “sei Mia”.

Sarebbe bene ribellarci a queste parole, invece di pensare che esse rappresentino l’aspetto più alto di un sentimento d’amore: “per te esisto solo io, per me esisti solo tu”. Senza considerare che in realtà esse esprimono la presa di possesso della nostra individualità, uno scippo ingiustificato a prescindere da ogni sentimento possa esserci sotto.

Ammettiamo pure che, nelle relazioni sentimentali, non sempre il desiderio di “possedere” l’altro sottenda necessariamente ad una logica di potere; a volte a più a che fare con un bisogno di fusione totale, almeno all’inizio. Credo comunque sia importante prestare maggiore attenzione al linguaggio e alle sue implicazioni, per non venire meno al rispetto dell’identità dell’altro.

Al contrario, nell’accezione che preferisco, come ho detto all’inizio, l’aggettivo “mio” contiene un preciso richiamo all’identità e alla responsabilità personale.

In questo caso “Mio” mi identifica, parla di me, mi caratterizza come persona unica. Ha la funzione di delimitare il mio confine, indispensabile per evitare di disperdermi, di confondermi o farmi invadere dall’ambiente circostante così da poter conservare i tratti propri della mia personalità.

“Mio” potrà quindi voler dire: “So chi sono, mi riconosco, mi tengo in considerazione perché conosco il mio valore e la mia unicità”.

Il sottotitolo di tutto questo diventa quindi “abbasso l’omologazione”. Conosciamo tutti l’intensità delle pressioni a cui veniamo sottoposti costantemente dai vari mezzi di comunicazione che dettano precise tendenze e propongono continuamente modelli a cui conformarci per sentirci integrati e “uguali”.

Con questo presupposto, “mio” allora potrà assumere il significato di “non convenzionale”, maggiormente “unico”, proprio di una persona che ha una propensione a differenziarsi per affermare la propria inconfondibile Essenza.

Perciò rivendichiamo pure “mio e di nessun altro”, nel senso migliore del termine!

liberamente tratto da: I.Castoldi “Se bastasse una sola parola” ed. Urra

Il tesoro

tesoro

photo by raica quilici:  http://www.flickr.com/photos/raicaaicar/4326327846/

“ … C’è una cosa che si può trovare in un unico luogo al mondo, é un grande tesoro, lo si può chiamare il compimento dell’esistenza. E il luogo in cui si trova questo tesoro è il luogo in cui ci si trova ….” Martin Buber

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Siamo noi il compimento della nostra esistenza …. tutto va ricondotto al centro, al nostro interno …

Se ri-troviamo il nostro nucleo più profondo e lo amiamo, lo accettiamo, lo proteggiamo potremmo spingerci verso l’altro liberi da aspettative e proiezioni che inquinano le relazioni ….

Spesso cerchiamo nell’altro la nostra identità, la legittimazione del nostro “essere al mondo” .

Pensiamo che l’altro sia il tesoro agognato per raggiungere la sicurezza, attribuendogli il potere della nostra felicità. Investiamo fatica e tempo in qualcosa di altro da noi per mancanza di fiducia … “io senza di te sono nulla…”

Le nostre risorse vengono nascoste sotto tonnellate di detriti … annaspiamo in continua ricerca di qualcosa che ci possa “salvare” non vedendo che quel qualcosa è nel posto esatto dove ci troviamo …… siamo noi ……

Le quattro matrioske: temperamento – carattere – personalità – identità (II parte)

IDENTITà 5

René Magritte, Décalcomanie, 1966

Continuiamo a occuparci delle nostre matrioske e passiamo alla terza: la personalità.

Essa contiene le due precedenti, il temperamento e il carattere, ma va oltre queste.

“La “personalità” viene definita come lo stile di comportamento stabile e relativamente prevedibile nel tempo. E’ il modo che ci connota soggettivamente a livello delle percezioni, dei pensieri su noi stessi e sul mondo: le nostre credenze, il nostro sistema valoriale, i nostri ideali impliciti ed espliciti. E’ inoltre, il nostro modo di espressione ei regolazione pulsionale, è il nostro stesso sentire affettivo nel metterci in relazione con gli altri” (da E.Spalletta – Personalità sane e disturbate – ed. Sovera).

La personalità si forma nell’adolescenza attraverso l’internalizzazione del valore, ossia in quella fase della crescita in cui i valori vengono fatti propri in termini personali, momento faticoso di ricerca delle proprie personalissime motivazioni per aderire al valore.

In realtà uscire dall’infanzia vuole dire superare la pura adesione ai così detti comportamenti corretti per paura delle reazioni genitoriali, seguendoli invece in nome di una propria scelta.

Tutto questo necessariamente deve avvenire attraverso una fase di elaborazione personale che può portare con sé errori e opposizioni che hanno lo scopo di conquistare quella libertà indispensabile per seguire ciò che è giusto, senza essere condizionati dalle reazioni altrui o dal timore delle conseguenze. In questo modo l’adolescente può decidere che tipo di persona vuole diventare, che tipo di studente, di figlio e di uomo o donna intende essere.

L’adolescenza coincide con la scoperta dei propri valori, di ciò che ti fa vibrare. Alcuni possono sentirsi attratti dal senso di giustizia, altri dalla vicinanza con chi sta nel bisogno, piuttosto che attirati dal successo e dalla notorietà.

Conoscere i propri valori significa scoprire qualcosa della propria anima. Essi danno slancio ed entusiasmo, sono qualcosa per cui si si appassiona. Sentire di avere qualcosa per cui spendersi, che meriti una dedizione piena, fa venire voglia di vivere intensamente dando il meglio di sé.

I valori, dunque, a cui affidare la propria realizzazione personale fondano la nostra personalità e modificano sensibilmente le dinamiche affettive del temperamento e del carattere, esaltandone alcune e abbassandone altre armonizzandole, così, con la filosofia di vita scelta.

Il carattere predispone alla scelta di alcuni valori, ad esempio un figlio sensibile sarà incline a ritenere un valore il rispetto degli altri, mentre un figlio che tende ad essere sempre più forte degli altri è spontaneamente affascinato da chi comanda anche se fosse una figura negativa. Tuttavia rimane sempre un certo margine di libertà per riconoscere che alcune cose sono sbagliate anche se piacciono; esiste sempre la possibilità di rendersi conto che un certo tipo di comportamento non è giusto e che non è apprezzabile essere un tipo così.

Questa è la ragione per cui i figli diventando grandi possono “maturare” ed essere così persone migliori: possono lasciarsi progressivamente guidare da quello che è giusto e da ciò che valutano essere bene o male.

I valori quindi modificano il carattere, modellando le inclinazioni naturali rafforzandole o depotenziandole.

La scelta dei valori è relativamente indipendente dalla capacità educativa dei genitori. Essa è molto influenzata dai mass media e dalla cultura dominante come dagli incontri e dalle frequentazioni amicali. L’eredità valoriale della famiglia può, infatti, essere accettata o rifiutata, come gli insegnamenti dei genitori possono essere fatti propri o rimandati al mittente.

L’adolescente che intraprende il cammino della scoperta di sé, arriva alla meta non quando sa descrivere in modo realistico il proprio carattere o non ha più alcun dubbio sulla professione da scegliere, bensì quando intuisce il “tipo di vita” che lo fa sentire vivo, detta in una parola la sua “mission”.

La quarta matrioska che racchiude in sé tutte le altre è l’identità propriamente detta.

“Il concetto d’identità, riguarda la concezione che un individuo ha di se stesso nell’individuale e nella società, quindi l’identità è l’insieme di caratteristiche uniche che rende l’individuo unico e inconfondibile, e quindi ciò che ci rende diverso dall’altro. L’identità non è immutabile, ma si trasforma con la crescita e cambiamenti sociali” (da Wikipedia)

L’identità contiene in sé le tracce del temperamento, l’influenza dovuta alle circostanze della vita (carattere) e le decisioni guidate dai valori scelti, tutto ricollocato in un orizzonte più vasto. Essa si riferisce al “senso della vita”, al significato che noi vogliamo dare alla nostra esistenza.

Il processo di formazione dell’identità che trova la sua completezza intorno ai 45/50 anni si può distinguere in quattro fasi: “identificazione, di individuazione, di imitazione e di interiorizzazione. Attraverso l’identificazione  il soggetto si rifà alle figure rispetto alle quali si sente uguale e con le quali condivide alcuni caratteri; produce il senso di appartenenza a un’entità collettiva definita come “noi” (famiglia, patria, gruppo di pari, comunità locale, nazione fino ad arrivare al limite all’intera umanità). Con la componente di individuazione il soggetto fa riferimento alle caratteristiche che lo distinguono dagli altri, sia dagli altri gruppi a cui non appartiene (e, in questo senso, ogni identificazione/inclusione implica un’individuazione/esclusione), sia dagli altri membri del gruppo rispetto ai quali il soggetto si distingue per le proprie caratteristiche fisiche e morali e per una propria storia individuale (biografia) che è sua e di nessun altro. Attraverso l‘imitazione, che è intesa come attività di riproduzione conscia e inconscia di modelli comportamentali, l’individuo si muove in maniera differente all’interno della società a seconda del contesto sociale in cui si trova. Infine, l’interiorizzazione permette al soggetto di creare un’immagine ben precisa di sé grazie all’importanza che hanno i giudizi, gli atteggiamenti, i valori e i comportamenti degli altri sui noi stessi” (da Wikipedia)

Il compimento del progetto identitario porta con sé il disincanto di poter vincere su tutto e l’accettazione della propria e altrui umanità.

Parallelamente è il momento della riconferma definitiva del proprio “modo di vedere la vita”; si avverte che nonostante tutto non si può rinunciare alla propria maniera unica di essere.

E’ il momento della scelta definitiva di se stessi; e questa accettazione finale della propria identità si esprime attraverso cambiamenti che possono essere descritti in questo modo:

  • La persona acquista essenzialità: si va al sodo concentrandosi sull’essenziale. Si intuisce la sostanza delle cose e anche il giudizio sugli uomini e le vicende umane va oltre la mera apparenza.
  • Si rafforza la dedizione verso la propria “mission”: si lasciano perdere le cose marginali per concentrarsi su quello che è davvero importante per la propria realizzazione. E’ la stagione in cui compare il nucleo significativo e centrale di sé: si vive con più intensità e concentrazione, con più coraggio senza le paure e i dubbi che rallentano il passo. A questo punto il carattere perde importanza, ciò che acquisisce valore è invece la visione della vita che decide, dentro, cosa vale e cosa non vale, cosa merita o non merita la nostra dedizione.
  • Si chiarifica la personalità, poiché si lascia ispirare più profondamente dai principi e dalle convinzioni, la persona lascia intravedere più apertamente la sua anima.

Vivere la vita in modo conforme al proprio sentire più profondo, genera la soddisfazione dell’identità quasi volesse trasparire, senza più filtri, anche la contentezza del nostro Creatore.

 

liberamente tratto da:

O.Poli – “la mia vita senza di me”

Le quattro matrioske: temperamento – carattere – personalità – identità

matrioske

Come vi ho promesso in questo post oggi vorrei soffermarmi nel delineare i quattro aspetti distintivi del nostro carattere: il temperamento, il carattere propriamente detto, la personalità e l’identità.

Metaforicamente possiamo rappresentarli come quattro matrioske contenute una nell’altra; cominciamo con la prima.

Il temperamento che possiamo considerare come la matrioska più piccola è “una tendenza costituzionale, stabile, presente fin dalla nascita, geneticamente predisposta e regolata da fattori ormonali e da neurotrasmettitori” (da E.Spalletta – Personalità sane e disturbate – ed. Sovera).

Al temperamento appartengono gli aspetti più generali del carattere come essere estroversi o introversi, timidi o sicuri di sé, docili o tendenzialmente ribelli. Le aree in cui si manifestano queste tendenze sono le emozioni, l’attenzione e l’attività motoria.

Possiamo definire il ”temperamento” come l’indole di fondo di ogni individuo non riconducibile ad altro che ad una misteriosa combinazione di fattori ereditari. E’ importante ribadire che esiste un temperamento dato in natura per non correre il rischio di cadere nel “determinismo educativo” ispirato dal presupposto che è la qualità del rapporto educativo a rappresentare l’unica variabile in grado di determinare il comportamento, l’orientamento valoriale e la riuscita della vita dei nostri figli.

Gli errori dei figli sarebbero quindi sempre e necessariamente riconducibili ad errori educativi e i loro comportamenti inadeguati ad errori dei genitori. Causa questa dell’incubo che tiene aperta l’industria dell’angoscia materna di non essere una madre “sufficientemente buona” ventiquattro ore su ventiquattro.

Al verificarsi di ogni problema dei figli, per chi segue la cultura del “determinismo educativo” la domanda è una: “dove sono i genitori?” Passando severamente al vaglio il loro impegno e la loro capacità educativa e poichè nessun genitore è perfetto, il colpevole è presto trovato.

Questi infatti avrebbero dovuto prevedere ciò che non va. L’errore del figlio è quindi irrimediabilmente causato dal fallimento educativo del genitore, come se questi fosse onnipotente e l’educazione potesse tutto, indipendentemente dalle caratteristiche innate del figlio e dalla sua capacità di decidere da sé.

Questo presupposto, che non tiene conto della nozione sul “temperamento”, non fa altro che assegnare al genitore un eccesso di responsabilità con l’unico risultato di sentirsi perennemente ansioso e fallito se il figlio non è come dovrebbe.

C’è una grande differenza tra il genitore disperato iper-responsabilizzato e quello che soffre per gli errori dei figli. La sofferenza del primo è “malata” perché dettata dal senso di colpa, la seconda è sana perché motivata dal vero dispiacere.

I genitori generano i figli ma non li creano; anche i figli sono portatori di debolezze affettive e morali tipiche di una natura, nella sua grandezza, imperfetta e limitata. Il compito dei genitori è di accoglierli nella loro umanità, aiutarli nel riconoscimento di loro stessi e delle loro debolezze, accompagnandoli nel rafforzamento delle loro potenzialità e nell’accettazione dei loro limiti. Solo la consapevolezza e l’accettazione possono “contenere” e valorizzare quello che la natura ci dà in dono.

Il carattere è la seconda matrioska, entro cui è contenuto il “temperamento”.

Il “carattere” è “la componente della personalità maggiormente plasmata dall’ambiente. Coincide con  l’espressione delle funzioni cognitive, con l’elaborazione di idee e concetti su di sé e sugli altri e sul mondo” (da E.Spalletta – Personalità sane e disturbate – ed. Sovera).

Come si può evincere da ciò che ho scritto sopra, le circostanze educative, in questo caso, possono molto nella formazione del carattere. Non è ininfluente nascere in una famiglia serena ed equilibrata piuttosto che in una famiglia disfunzionale.

E’ proprio nella formazione del carattere che più si dispiega il potere educativo dei genitori che possono, molto spesso inconsapevolmente, alimentarne alcuni aspetti e scoraggiarne altri contribuendo in modo significativo alla configurazione del software psicologico del loro figlio. Se, ad esempio, un genitore si sente in colpa nei confronti del figlio, non sarà sufficientemente determinato nel gestire i suoi capricci finendo per viziarlo.

Se dunque è pur vero che i materiali da costruzione, ossia il “temperamento”, sono dati in natura, il progetto educativo è elaborato dai genitori, che con la mano destra traccia linee armoniose ed equilibrate, e con la sinistra spesso cancellano o distorcono il disegno originale. Vogliono il bene del loro figlio ma inconsciamente ne alimentano gli aspetti meno positivi.

…… se ti interessa leggere anche delle altre due matrioske “personalità” e “identità” ti do appuntamento a domani ….

liberamente tratto da:

O.Poli – “la mia vita senza di me”

Un personaggio che non sono io

rifiuto me stessa

Il primo modo di vivere senza se stessi è nascondere la propria identità. Il secondo è nell’imporsi una identità che non è la nostra.

Molte persone si creano una identità inautentica e prigioniera del personaggio che creano con il risultato di vivere una vita artefatta sempre più lontani da se stessi.

Questa autoimposizione, infatti, rende tutto più difficile e artificioso: le reazioni sono calcolate, lo stile di vita e le relazioni perdono di immediatezza e semplicità. Vivere secondo una falsa identità non è per nulla agevole, implica sforzo e fatica come tutto ciò che è innaturale.

Il “posso essere come mi piace pensarmi” escludendo la nostra vera natura significa riprogrammare il software di noi stessi, ritenuto banale e non speciale, introducendo un “virus” che pensiamo possa essere il “cavallo di troia” per diventare finalmente “di classe A” apprezzati da tutti indiscriminatamente.

Il rifiuto dell’identità scatta, quasi sempre, perché si ritiene di essere sbagliati o di non essere meravigliosi quanto si vorrebbe. Tuttavia inventarsi un’altra identità significa far violenza a se stesso, perché non è facile disabilitare le nostre reazioni emotive naturali per indossare la maschera di qualcun altro immaginato o reale che si ritiene migliore di noi. Continuare a fingere a lungo andare diventa pesante e faticoso.

L’identità che racchiude in sé il temperamento, il carattere e la personalità (parlerò più diffusamente di questo in un prossimo post) è qualcosa che va scoperta e non inventata arbitrariamente.

Se essa è artificiale, indossata come un abito di scena, non potrà che essere provvisoria. Si potranno recitare più parti a seconda delle circostanze e delle convenienze passando da una all’altra senza il senso della continuità biografica.

Come ho detto sopra inventarsi una identità risponde al bisogno di trovarsi migliori, superiori, straordinari, non comuni, non come gli altri; tutte caratteristiche che fanno parte della costellazione del “narcisismo”.

E’ difficile rinunciare alla segreta pretesa di essere meravigliosi; la cultura del nostro tempo fa finta di non riconoscere il pericolo del virus narcisistico, facendone una bandiera desiderabile. Per molte persone, specialmente quelle giovani, essere “normali” rappresenta un antivalore perché il messaggio imperante è “Distinguiti!”. Ma possiamo solo inventare personaggi non creare identità.

Ricordiamoci però che la costruzione non è irreversibile, la personalità autentica, quella originale è indelebile, sopravvive clandestinamente nell’oscurità di se stessi. Essa attende solo di essere riconosciuta e accettata smantellando la costruzione artificiale che la teneva prigioniera.

“E’ un vincente!” si dice di una persona, oppure “è un perdente!” senza ormai avvertire neppure un brivido per la disumanità che questi termini evocano.

Se il senso del proprio valore si nutre del confronto con l’inferiore, il solo a far prevalere la nostra superiorità, gli aspetti di mancanza non suscitano più vicinanza o compassione, ma sono motivo di denigrazione e derisione. Il limite altrui, i difetti, le incapacità, i fallimenti suscitano disprezzo divenendo anzi l’occasione per considerare l’altro “non come me”, non “uno del mio giro”.

La prevalenza di questa cultura narcisistica attiva dinamiche perverse di esclusione. Sembra quasi scomparso il desiderio di rapporti paritari, come quelli amicali; sono sempre più i bambini che non vogliono avere amici, ma essere adorati, diventare punti di riferimento. Non amici, quindi, bensì ammiratori; c’è chi arriva addirittura a creare “fans club” già alla scuola elementare, con tanto di tessera.

La nostra cultura ha perso il presupposto che fonda il valore di una persona e questo vuoto è stato riempito con l’ebrezza di sentirsi migliori di altri.

Il narcisismo osannato da pubblicità e media anestetizza la sensibilità verso il dolore degli altri, uccide la pietà e rende feroci, sprezzanti soprattutto con i più deboli e meno fortunati. Esso “mostrifica” le persone poiché distrugge il nucleo più profondo della capacità di amare.

Solo rinunciando al sogno narcisistico possiamo accogliere la nostra vera identità scoprendo infine di non essere poi così male.

Imporci una identità ci rende perennemente instabili perché le parti “indesiderate” non sono integrate bensì negate accentuando l’aspetto opposto, ritenuto desiderabile. Il personaggio così creato diventa alla fine una caricatura perché risponde ad uno stereotipo. Ecco quindi che la forza diventa aggressività, la determinazione si trasforma in cocciutaggine, la capacità di decisione in voglia di imporsi e il coraggio diventa avventatezza.

Chi rinuncia alla propria identità ricerca un vantaggio (evitare il giudizio negativo o il rifiuto affettivo, appagare il bisogno di essere considerato speciale) e tale operazione, per quanto non pienamente consapevole, non è al difuori della responsabilità personale.

Ed è proprio a partire dal riconoscimento di questa responsabilità che può iniziare il cammino di rinascita, cercando di riscattare la parte migliore di sé.

Il recupero dell’identità perduta infatti avviene sempre a caro prezzo, ossia, nel correre quei rischi che si era voluti evitare rinunciando a qualcosa che era sembrato vantaggioso e sicuro.

Comportarsi in conformità con il proprio senso di giustizia, esprimere sinceramente il proprio punto di vista, ad esempio, può esporci alla disapprovazione, eventualità che si era accuratamente cercato di evitare indossando un altro abito. Esplicitare un giudizio comporta dover gestire le conseguenze della nostra presa di posizione “senza se e senza ma”.

Nella rinuncia ad essere se stessi si consuma il tradimento del vero per la paura di non reggere al confronto. Si fa diventare il bene ciò che si intuisce possa piacere all’altro per avere in cambio un simulacro di accettazione; scoprendo poi di non avere nemmeno la stima di coloro per i quali ci si è annullati.

Sotto la paura di essere se stessi si nasconde il più delle volte una pretesa infantile che tuttavia non giustifica il fine. Chi è prigioniero delle proprie paure e non fa nulla per superarle, soffre un patimento inutile e distruttivo per evitare una sofferenza giusta e costruttiva. Si entra nella spirale del vittimismo.

Il compatimento e l’autocommiserazione mettono in ombra la responsabilità e senza l’assunzione della propria responsabilità non c’è trasformazione e rinascita.

liberamente tratto da:

O.Poli – “la mia vita senza di me”

L’ascolto del dolore

dolore 5

“L’uomo dovrebbe imparare ad affrontare il dolore perché non è tutto da gettare via. C’è un dolore che tormenta e uno che matura. Un dolore che distrugge e un altro che avvisa per tempo di ciò che occorre fare.” Romano Battaglia

Un altro post, di questo blog, sul dolore che in questo periodo di profonda crisi politica, sociale, economica sembra essere prepotentemente alla ribalta, declinandosi in tutti i suoi aspetti. Primo fra tutti la perdita di identità , quel sottile tarlo , di colpo diventato realtà, di non appartenere a se stessi …..

Molte persone scoprono di vivere una vita in-autentica, mentre desiderano vivere pienamente, o almeno sentirsi vive. La loro rinascita è sempre preceduta da una lunga sofferenza; in molti casi, al dolore in un primo momento è negata dignità e valore. Si impongono di non pensarci o si sforzano di convincersi che tutto vada bene. Se la raccontano, come si dice.

Vari anestetici sono disponibili allo scopo, con nomi commerciali quali: “sono io quella sbagliata”, “c’è chi sta peggio di me”, “sono infelice perché corro dietro a fantasie”, “sono troppo sensibile e mi lamento per cose da poco”, “sono io che chiedo troppo”.

Molti sono i convincimenti con cui si cerca di anestetizzare il dolore, dai più popolari: “ma si, va beh, fa lo stesso”, “non importa”, al più filosofico “la felicità che io cerco è in realtà un’illusione” e al rassegnato “in fondo le mie amiche stanno peggio di me”.

Tali anestetici sono spesso iniettati in vena, a titolo di aiuto, proprio dalle persone che ti vogliono bene, o dovrebbero volertene. Tuttavia, anch’esse vanno capite: farsi carico dell’altrui dolore è molto disturbante. Bisogna amare molto chi sta male, per condividere la sua sofferenza e attraversare insieme la lunga e oscura notte del “perché sono infelice e cosa devo fare per non esserlo più”.

Ci vuole grande forza per lasciarsi investire dal dolore altrui, dargli un senso, partecipare al disorientamento di chi soffre. E non tutti hanno questa forza.

E così minimizza le parole del dolore, facendole apparire sciocche, esagerate , superficiali . E’ più facile tergiversare, far finta di non capire, non dare peso, scoraggiare, far balenare i pericoli che il cambiamento potrebbe provocare.

Ma se il dolore non è accolto e se non si trovano le parole esatte per dirlo, è costretto ad aprirsi nuovi varchi, a cercare sbocchi anche laddove non saprebbe consentito.

Il passaggio decisivo è smettere di fuggire, lasciare che la sofferenza non ci risparmi, permetterle di diffondersi fino a sentirne la ferita profonda. Rifiutare le facili anestesie, sentire, percepire, vivere il dolore. Trattarlo come un utile campanello d’allarme, piuttosto che un ospite indesiderato.

Spesso il dolore dell’identità negata genera un sommovimento interiore, una ribellione di cui si intuisce l’enorme potere deflagrante, in grado di destabilizzare la situazione personale. Il vulcano che si riaccende è l’immagine più adeguata. La persona percepisce di avere dentro di sé una bomba con la miccia accesa. Molti si propongono di spegnerla, immergendola nell’acqua della rassegnazione, del senso di colpa che in realtà nascondono un’oggettiva complicità con il male che ha generato l’infelicità.

La perdita della propria identità si comunica spesso alla coscienza con immagini che alludono alla morte. La più classica è la sensazione di soffocamento, di mancanza d’aria, di spazio vitale.

Ma anche la sensazione di vivere in un sarcofago, di indossare un abito che non è il proprio. Non diversamente dal sentirsi spenti, insensibili e anestetizzati e dal non doversi fare più alcuna domanda e farsi andare bene tutto, per non soffrire.

Domina una sensazione di appiattimento, di perdita generale di interesse per la vita.

Molte volte mi raccontano anche la sensazione di estraneità alla propria storia personale: di aver fatto molte cose , ma per costrizione, per senso del dovere, senza un’intima partecipazione. E comunque non per quello che sono o eseguendo cose “che non mi appartengono, in cui non mi riconosco”.

Il cambiamento, e lo ripeto ancora,  richiede di stare dentro al proprio dolore, sentirlo, lasciarsene invadere, lasciarlo entrare e dargli un nome.

La consapevolezza, è bene saperlo, è sempre figlia del dolore …..

Cambiamento e sofferenza ….

change 2

Il vero cambiamento parte da noi stessi. Una volta formata la propria autorappresenzatione, ogni persona cerca di mantenere le definizioni di sé nel mondo che la caratterizzano. Perché avvenga realmente un cambiamento, deve modificare il suo copione.

La persona deve accettare la sofferenza della perdita di questa narrazione di sé che l’ha accompagnata fin qui, per poter poi attivare le proprie risorse e potenzialità, nella ricerca di nuove modalità di relazione con se stessa e con il mondo.

Per ridurre il dolore si può chiedere aiuto ad altri, per esempio counselor, psicoterapeuti, oppure insegnanti o una nonna saggia, per attraversare il momento della sofferenza.

Nella nostra società il superamento costruttivo di queste fasi è reso più difficile dalla mancanza di riti di passaggio. In lacune tribù degli indiani d’America, ad esempio, esistevano alcuni riti per l’”addestramento alla sofferenza”.

Ma la vita va anche presa per quello che è, non credo che esista una strada che allevi totalmente il dolore nell’abbandonare certe illusioni: possiamo solo mitigarlo condividendo i vissuti, imparando i modi che la nostra comunità ha codificato per elaborare questa difficile esperienza della crescita.

Pensiamo alle parole: “Sono cambiata, qualcosa mi ha cambiata, pago perché qualcuno mi cambi…”. Il fattore trasformativo che noi attribuiamo al cambiamento sembra essere dovuto ad un bisogno odierno di numerare, elencare ed esaudire le possibilità di cambiamento, per controllarlo in modo quasi maniacale.

Così facendo dimentichiamo che la nostra identità è frutto anche del contatto imprevedibile con l’altro.

A volte cioè, è necessario rischiare l’incontro, con tutta la carica di ignoto che essa porta con sé. Solo quando mi denudo di fronte a te, quando cade la maschera, in quel momento la vita pianta un seme di speranza, perché la sofferenza generata dalla novità dell’incontro con la novità del contatto con l’altro formi un suo significato.

Questo vuol dire fidarsi e lasciarsi andare alla vita, nonostante tutto.

Il cambiamento crea sempre un po’ di scompiglio: occuparci di ciò che ci è familiare è automatico e ci rassicura, ci fa sentire il controllo su noi stesse e sui nostri sentimenti.

Intraprendere con decisione una situazione nuova, invece, ci fa perdere l’illusione del controllo di noi e del nostro mondo emotivo, fa nascere il timore di poter perdere cose per noi importanti. Ogni scelta implica una perdita, se non altro, quella di abbandonare l’immobilità.

In questo senso, la sola decisione di passare ad agire per noi stessi, trasgredendo e smobilizzando le antiche etichette alla nostra persona, porta nuova linfa nella nostra vita.

Non siamo più quelli di prima, stiamo accettando il rischio della novità e del cambiamento: le caratteristiche dell’eroismo stanno facendo capolino dentro di noi!!!

 

La maschera

MASCHERA

I miti aborigeni sulla creazione della terra narrano di un Tempo del Sogno, durante il quale leggendarie creature percorsero in lungo e in largo il continente, cantando il nome di ogni cosa in cui si imbattevano: uccelli, animali, piante, rocce, “ e con il loro canto avevano fatto esistere il mondo” (B.Chatwin – Le vie dei canti – )

Un’antica leggenda animata da creature fantastiche, ma che in realtà descrive quello stesso potere creativo che i bambini custodiscono da sempre come dote innata.

Semplicemente giocando, un bambino sa vedere in una pozzanghera un meraviglioso oceano e fare di una foglia un veliero. Sostenuto dalle sue emozioni può cogliere la vita in una pietra e trasformarla in una delle tante creature che la fantasia sa suggerirgli. Un potere creativo che ogni bambino sa esprimere, grazie alla capacità innata di emozionarsi ed emozionare, senza giudicare i sentimenti che prova, che siano rabbia, gioia o dolore.

Ma proprio da piccoli spesso siamo costretti a camuffare la nostra energia, imparando a mascherare tutte quelle emozioni non tollerate e considerate pericolose dal senso comune della morale. Man mano capita di chiuderci in una “non vita”, dove attraverso giochi raffinatissimi di simulazione ci esercitiamo a esprimere tutto quello che è utile per essere ben allineati e approvati, alienando i messaggi del nostro cuore.

Così iniziamo ad indossare le nostre prime maschere. Ma non c’è colpa in questo gesto. Siamo troppo piccoli e impauriti e vogliamo solo difenderci, sopravvivere, o più spesso preservare l’amore dei nostri genitori, mostrando loro un bambino tanto perfetto quanto irreale che per sopravvivere “deve” adattarsi alle richieste genitoriali.

Purtroppo contemporaneamente, come effetto collaterale, finiamo per sacrificare le nostre emozioni trasformandole e privandole dell’integrità originaria.

La paura del rifiuto ci spinge a negare le nostre debolezze, mascherando il nostro animo con un’ostentata sicurezza. In realtà temiamo l’amore e ogni sua espressione, come un dittatore che ha paura che il suo regime verrebbe sovvertito se la libertà dovesse prevalere. Così non permettiamo alle nostre emozioni di pronunciarsi liberamente, esiliandole nell’angolo più nascosto del nostro animo.

Spesso trasformiamo invece il senso di autostima che da piccoli nobilita e sostiene il nostro amore, tramutandolo in orgoglio. Ci mascheriamo così di presunzione e giudichiamo come sbagliato tutto quello che sfugge al nostro controllo. Una maschera pericolosa che spesso nasconde un profondo senso di vergogna interiore. Quella vergogna nata sin da piccoli, quando fummo educati a percepire come inappropriata ogni espressione spontanea d’amore, quasi come se bisognasse avere una giustificazione per esprimere le proprie emozioni.

Ma se la paura del rifiuto e l’orgoglio possono spingerci sin da piccoli a indossare le nostre prime maschere esiste un terzo cospiratore che alimenta le nostre simulazioni: la volontà distorta. Da piccoli abbiamo imparato a mascherarci per difenderci dal giudizio e dalle coercizioni, perché in gioco c’era la nostra sopravvivenza. Da adulti però siamo solo noi che scegliamo di mantenere ancora imprigionate le nostre emozioni e di credere alle menzogne apprese sin da piccoli.

Non siamo più vittime di nessuno e se ci ostiniamo a vivere ancora dietro una maschera, la responsabilità è solo nostra. Della nostra volontà distorta che ci induce ancora a dare credito a delle percezioni infondate, come l’idea di dover essere perfetti e privi di fragilità per essere amati.

“Uno è più autentico quanto più somiglia all’idea che ha sognato di se stesso” Almodovar – Tutto su mia madre

Forse proprio in questa frase sta il segreto per rompere la maschera di quei codici sociali tanto reali quanto artefatti, smettere di ossessionarci che la nostra vita sia necessariamente compresa e approvata da tutti coloro che ci circondano, dando nuovamente voce al potere creativo delle nostre emozioni.

Una voce capace di evocare non più una realtà rigida, relegata nella paura del comune consenso, ma che sa modificarsi e assumere le forme e i colori migliori che la vita sa suscitare.

Ritornare a vivere emozionati, senza sentirci in colpa per questo, perché se, per timore della vita, viviamo senza emozioni, significa che la nostra vita è già finita.

La strada per liberarci dalle nostre maschere è senza dubbio lunga e difficile. Potremmo però affrontarla con la fiducia che la nostra bellezza interiore non smetterà mai nenache per un attimo di esprimersi per rendersi libera.

E’ necessario “sfondare il muro del dolore” per liberarci dalle tante falsità che ci siamo e abbiamo raccontato, quel dolore risanatore che guarisce tante anime in pena …..

Identità personale

cammino 2

“Nessuno si salva tranne che noi stessi. Nessuno ne è capace e nessuno potrebbe. Noi stessi dobbiamo prendere il cammino….” Buddha

Nel corso della nostra esistenza viviamo diverse fasi, diversi periodi; a volte in modo impercettibile, altre in modo eclatante; voluti o imposti viviamo dei cambiamenti.

Ma un cambiamento comporta sempre una morte e una rinascita. La morte rispetto a quello che eravamo e la nascita per quello che saremo. E questo processo provoca dolori, sofferenze e soprattutto mette inevitabilmente a dura prova, ogni volta che accade la nostra identità personale.

Oggi, l’identità personale è comunemente cercata nel possedere le cose e le persone; è quasi sempre costruita sull’esteriorità, piuttosto che sull’interiorità, e così nel momento in cui perdiamole cose o le persone, cioè l’esterno di noi, andiamo in crisi di identità.

Crisi di identità così gravi che possono portare a profondi disagi e che possono essere anche causa di veri e propri problemi fisici.

Solo quando si va dentro di sé centrando la propria esistenza sull’interiorità si può andare verso gli altri e le cose, senza morirvi dentro. Perchè in realtà il problema non è perdere le persone o le cose, bensì non avere in mano la propria vita.

Soprattutto, solo quando si è centrati sul senso profondo della propria esistenza , o meglio, quando questo senso profondo e personale determina la propria identità, siamo in grado di inoltrarci anche per “selve oscure”  senza perderci o per prati al sole godendo pienamente della vita.

Certamente gli imprevisti della vita mettono a dura prova la nostra identità; spesso la mettono in crisi, a volte la spezzano; ma sempre, se si è andati alla ricerca del senso profondo della nostra esistenza, si torna a vivere.

Per senso profondo della nostra esistenza intendo l’orientamento, la mission, inscritto in ogni essere umano, differente uno dall’altro, assolutamente personale e unico.

Solo quando si conosce questo senso profondo dell’esistere e si vuole realizzarlo diventiamo esseri umani a tutti gli effetti Avremo dato uno scopo alla nostra vita!

Non si avvertirà più la noia o l’angoscia, men che meno il fallimento o l’insensatezza della propria esistenza, perché c’è un senso da dare alla vita.

E una volta trovata la visione del proprio cammino …. Go ahead!!!!!

L’Autobiografia: raccontarsi come cura di sè

AUTOBIOGRAFIA

“ ..fogli bianchi sono la dismisura dell’anima

e io su questo sapore agrodolce

vorrò un giorno morire,

perché il foglio bianco è violento.

Violento come una bandiera,

una voragine di fuoco,

e così io mi compongo

lettera su lettera all’infinito

affinchè uno mi legga

ma nessuno impari nulla

perché la vita è sorso,

e sorso di vita i fogli bianchi

dismisura dell’anima..”

Alda Merini

Cercavo un incipit per parlare di autobiografia, qualcosa che toccasse il cuore delle persone e le incuriosisse in modo da arrivare in fondo all’articolo e “per caso” mi è capitato tra le mani un romanzo “Treno di notte per Lisbona” di Pascal Mercier e tra le pagine di questo libro un brano che ha colpito tutti i miei sensi, intenerito la mia anima e dato forse un senso a quello che leggerete dopo…..

“delle mille esperienze che facciamo, riusciamo a tradurne in parole al massimo una e anche questa solo per caso e senza l’accuratezza che meriterebbe. Fra tutte le esperienze mute si celano quelle che, a nostra insaputa, conferiscono alla nostra vita la sua forma, il suo colore, la sua melodia. Allorchè ci volgiamo, quali archeologi dell’anima, a questi tesori scopriamo quanto sconcertanti essi siano. L’oggetto che prendiamo in esame si rifiuta di stare fermo, le parole scivolano via dal vissuto e alla fine sulla carta rimangono pure affermazioni contraddittorie. Per lungo tempo ho creduto che questa fosse una mancanza, una pecca, qualcosa che si dovesse superare. Oggi penso che le cose stiano diversamente: che il riconoscimento dello sconcerto sia la via regia per giungere alla comprensione di quelle esperienze tanto familiari quanto enigmatiche. Tutto ciò può suonare strano, anzi singolare, lo so. Ma da quando vedo la faccenda in questo modo, ho la sensazione di essere per la prima volta davvero vigile e vivo…..”

“C’è un momento nel corso della nostra vita, come dice Duccio Demetrio ,in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito. “Capita a tutti, prima o poi …. da quando forse, la scrittura si è assunta il compito di raccontare in prima persona quanto si è vissuto e di resistere all’oblio della memoria….” (D.Demetrio – “Raccontarsi” p.1).

Raccontare di sé, della propria vita, dei propri ricordi, dei successi e delle sconfitte, dei sentimenti, delle paure, degli amici e degli amori,…l’autobiografia è uno sforzo di attenzione/cura di sé che collega parti differenti della nostra vita fornendo un repertorio di modi di essere di sé nel tempo e nello spazio ed un senso del proprio posto nel mondo, secondo una prospettiva di continua costruzione e ri-costruzione della propria immagine identitaria.

E’, dunque, da un lato, organizzazione e formalizzazione dell’identità vissuta, dall’altro raccolta e organizzazione di elementi costitutivi l’immagine di sé capaci di essere strumenti per scoprire la personale chance evolutiva che ognuno di noi possiede quella “tendenza attualizzante”, coniata da Rogers in base al quale ogni individuo ha in sé la capacità di realizzare le proprie potenzialità . La rivisitazione della propria vita è così sempre un invito e quasi una necessità di ricominciare a vivere e a cercare, abilitandosi a vivere il tempo futuro, consapevole che ogni abilitazione non è mai l’ultima e che ogni abilità maturata nasconde sempre un’altra faccia di sé che è quella del non-ancora-realizzato.

Scrivere di sè è un modo di attribuire un significato alle esperienze passate per poter costruire il proprio futuro;  può aiutarci a ripensare a chi siamo e alla nostra storia; ci obbliga a fermarci un attimo e a capire dove siamo.

Narrare di Sé riattualizzando il passato sollecita nelle persone il recupero di “ quelle tracce di senso” esistenziali, spirituali, relazionali, cognitive, affettive presenti lungo il continuum esperienziale della personale storia di vita e, spesso, sommerse, e in-comprese dalla tumultuosità di quello che ci accade, unite spesso, dalla superficialità e automaticità che accompagnano le azioni della vita quotidiana. Azioni vissute frequentemente come disunite e apparentemente prive di connessioni, per le molteplici interferenze e imprevisti che accrescono il disagio, il disorientamento e ci costringono reattivamente a patteggiare, ad operare scelte, non senza sofferenza e frustrazioni, in un continuo costruire e ri-costruire contesti di vita.

Parlando di sé ci si consente inoltre di sentirsi autore, protagonista e regista di quello che si sta scrivendo. Questo sentirsi personaggio principale ci ricompensa di tutto quel tempo in cui la vita ci ha “obbligato” ad essere comparse, spettatori a volte muti di tutto quanto si è fatto.

Lo spazio autobiografico è il tempo della “tregua”, una “base sicura” nata da noi stessi per noi stessi, in cui pressante diventa il rintracciare i molti ruoli, le molte parti recitate non per colpevolizzarci, bensì per attendere alla “sutura”, alla ri-composizione di tutti i frammenti.

Ri-tessendo le trame della nostra esistenza, alla moviola di uno spazio-tempo  per sé, si genera, altresì, quel momento essenziale di distanza emotiva da se stessi mentre si rivive se stessi, necessario per guardarsi sulla scena cercando di individuare ruoli, battute, esibizioni superflue o viceversa cruciali.

Fare autobiografia è un darsi pace, pur affrontando il dolore del ricordo: scrivendone, infatti, si allevia la sofferenza e se ne rielabora il senso.

E’ trovare una stanza tutta nostra in cui far emergere dallo sfondo indistinto cose ,fatti, sensazioni, figure.

E’ un guardarsi dall’alto osservandoci “come un paesaggio affatto ordinato dove, in quanto autori, stabiliamo simmetrie e asimmetrie, zone oscure o chiarificate, picchi o pianure, vie maestre e sentieri…. non sempre le figure emergono evidenti. E’ però un tentativo della mente di ritrovare un punto, un’ansa ….. al quale ancorarsi. Almeno per qualche istante, tra giochi della memoria e riflessioni sul senso degli accadimenti…” (D.Demetrio “Raccontarsi” pag.34).

Raccontare la propria storia, cercando di portare alla luce dalla penombra dell’oblio le immagini più lontane che si credevano perdute ma che invece sono ancora lì tra le pieghe della nostra memoria, è un atto di solidarietà e amore verso se stessi, è un voler prendersi per mano entrando in contatto in modo autentico con il nostro mondo emozionale iniziando un viaggio verso la parte più profonda di noi stessi portandola alla luce in tutta la sua ricchezza e le sue sfaccettature.

Da tutto ciò possiamo delineare i benefici della pratica autobiografica in un percorso di Arteterapia.

Raccontare la nostra storia, scriverla, buttarla fuori, è già di per se stesso un atto liberatorio. Non può cancellare il dolore o la sofferenza, ma può essere almeno un modo per prenderne le distanze, per mettere un punto. Questo è uno dei motivi più profondi (e per questo curativi) dell’autobiografia. Scrivere di sé è qualcosa che aiuta a stare bene, o meglio.

Prendendosi del tempo per sé, vuol dire aver cura di noi, in sintesi: volerci più bene. Inoltre l’ascolto di noi stessi ci aiuta anche ad aumentare la nostra capacità di ascolto verso gli altri.

Ritornare con la mente ad eventi ed emozioni passate ci fa capire il motivo di scelte che forse oggi non faremmo più ma in quel momento rappresentavano l’unico modo possibile e questo ci aiuta a perdonarci, ad alleviare quei sensi di colpa che spesso avvelenano la nostra vita.

Andare alla scoperta di pezzi lontani della nostra storia vuol  dire anche riannodare fili che credevamo persi , trovando il coraggio di elaborare eventi che sembravano compiuti , giungendo a spiegazioni fino a quel momento rimaste nascoste, aprendosi così spazi di progettualità e cambiamento e permettendoci di intravedere ciò che è possibile fare ancora.

Andare alla ricerca dei ricordi, serve anche a ricercare la bellezza di tanti momenti che abbiamo dimenticato . Gli esercizi della memoria, ci aiutano a tirarli fuori, e così ….. a sorridere di più.

Scrivere di sé e condividere la nostra esperienza con altri, significa offrire ad altri la possibilità di conoscerci così come noi ci percepiamo riscoprendo il nostro valore , arricchendo la nostra immagine e di conseguenza aumentando la nostra autostima. Ci permette inoltre di trovare cose comuni e punti di contatto sentendosi così vicini e sviluppando sentimenti di unione. Crea comunicazione.

Narrare di sé, aiuta ad acquisire sicurezza. Ad operare delle scelte ascoltando le nostre intuizioni più profonde, superando la paura del  giudizio degli altri.

E da ultimo l’aspetto più importante è sentire che si è vissuto e che si sta ancora vivendo…..

Per saperne di più:

Duccio Demetrio “Raccontarsi” Ed. Raffaello Cortina

Duccio Demetrio “Il gioco della vita “ Ed.Guerini e Associati

Natalie Goldberg “Scrivere Zen” Ed. Ubaldini

Fernando Pessoa “Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares” Ed. Feltrinelli