Mese: settembre 2016

Il dialogo interno (parte 2)

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“Stai attento a come parli con te stesso perchè ti stai ascoltando” L.M.Hayes

Riprendiamo il discorso del post precedente ritornando all’esempio del vino rovesciato sulla tovaglia pulita. Dico a me stessa, per abitudine acquisita negli anni “ecco sono sempre la solita maldestra. Non cambierò mai”.

Proviamo ad analizzare quello che mi sono appena detta. Si tratta di una critica distruttiva, probabilmente eco delle critiche ricevute in passato, magari da mia madre, che si era stancata di lavare continuamente le cose che sporcavo. Quale è la convinzione che si nasconde dietro questa mia affermazione? Probabilmente il giudizio severo nei confronti dei miei comportamenti nasce da un’aspettativa di perfezione che in sé non ha nulla di realistico.

Per modificare la mia critica posso pormi una domanda utile allo scopo, per esempio potrei domandarmi se, davvero, ogni volta che prendo in mano un bicchiere di vino, lo rovescio sulla tovaglia. Così facendo, posso trasformare la convinzione di partenza “Ecco, sono sempre la solita maldestra. Non cambierò mai!” in una affermazione più costruttiva, “in alcuni casi mi capita di comportarmi in modo maldestro, ma posso migliorare”.

Un atteggiamento positivo ha effetti benefici perfino sul nostro stato di salute. Esiste una relazione profonda tra dialogo interno e la nostra stessa fisiologia. Un esempio: provate a ripetere più volte le parole “ti odio, ti odio, ti odio ..”. Osservate gli effetti che questa ripetizione produce sul vostro organismo: i denti si stringono, la mascella tende a serrarsi, i muscoli nella parte superiore del corpo si contraggono, il respiro accelera come pure il battito cardiaco.

Viceversa, ora provate a ripetere più volte la parola “ ti amo, ti amo, ti amo ….” E osservate l’effetto che questa frase produce su di voi. Probabilmente si aprirà un sorriso sul vostro volto, i muscoli si rilasseranno, il respiro si tranquillizzerà, il battito cardiaco tenderà a rallentare.

Si tratta di un esperimento e può darsi che le differenze tra i due stati siano lievi. Pensate però di amplificare la situazione e considerate quali meccanismi siete in grado di innescare, semplicemente cambiando il vostro dialogo interno.

Avete mai osservato l’espressione delle persone che hanno un atteggiamento negativo nei confronti della vita? Tipicamente, hanno gli angoli della bocca che tendono verso il basso, le sopracciglia sollevate verso l’alto, raramente sorridono e ,se lo fanno, è più per sarcasmi che per divertimento.

Se pensate troppo spesso a qualcosa di sgradevole, finirete per avvertire un senso di nausea, male allo stomaco, potreste perfino avere delle aritmie, o un innalzamento della pressione, o un senso di affaticamento. Ormai è assodato come il nostro stato d’animo sia in grado di influenzare le condizioni di salute, sia nel bene sia nel male. Sappiamo anche che le emozioni represse finiscono per somatizzare, trasformandosi a volte in vere e proprie patologie.

Saper usare il dialogo interno significa saper entrare in buona relazione con se stessi. Se vogliamo imparare a trasformare il continuo chiacchiericcio in uno strumento costruttivo per la nostra salute, è importante che impariamo ad ascoltarci e a non giudicarci troppo severamente.

Un suggerimento?? Iniziare a formulare domande capaci di mettere in dubbio le convinzioni limitanti, per poi proseguire con l’introduzione di concetti nuovi che portano al cambiamento.

Ecco, di seguito, alcune domande che potremmo rivolgere a noi stessi dopo aver ascoltato la “vocina interiore”:

  • Il dialogo contiene una critica o un incoraggiamento?
  • La critica è costruttiva o distruttiva?
  • Se la critica è costruttiva come potrebbe essere trasformata in modo da diventare costruttiva?
  • Come potrei ammorbidire il giudizio su me stessa?
  • Su quali convinzioni si basano le frasi del mio dialogo interno?
  • Queste convinzioni sono sempre valide o potrebbero essere espresse in modo meno rigido?

Abbiamo visto che non possiamo fare a meno di parlare con noi stessi, ma non è detto che il dialogo interno rifletta le nostre effettive convinzioni. Prima di tutto, il dialogo interno non è la realtà. E’ parte di me, ma non è me. Potrebbe essere semplicemente, come ho detto nel post precedente, il ricordo di programmi educativi. Non ha senso perciò domandarci se ciò che stiamo dicendo sia giusto o sbagliato, in quanto il dialogo interno no ha a che fare con la realtà oggettiva, ma è strettamente legato alla nostra soggettiva percezione del mondo.

Ha senso piuttosto chiederci se sia d’aiuto o di ostacolo al raggiungimento dei nostri obiettivi, una volta che questi siano stati chiaramente definiti.

Ogni volta che ci rendiamo conto di avere una convinzione limitante e di volerla abbandonare, perché non utile ai nostri scopi, è importante riconoscerne l’intenzione positiva. Così facendo, eviteremo di dare giudizi severi nei confronti di noi stessi e potremo intraprendere efficacemente il processo di cambiamento.

Per trasformare una convinzione, è necessario aprirsi al dubbio. Per questo le domande utili che possiamo rivolgere a noi stessi cominciano con: “e se? … è sempre vero che? ..”. Mettendo in dubbio le vecchie convinzioni, creo spazio per qualcosa di diverso, di più utile alla mia situazione attuale.

Un buon dialogo interno, per essere davvero efficace, deve essere orientato all’obiettivo, ragionando in termini di utilità. Le domande che poniamo a noi stessi sono potenti, così come il linguaggio che usiamo per formularle, perché veicolano la nostra attenzione e creano immagini, progettando il nostro futuro.

E’ meglio chiedersi “che cosa posso fare per risolvere il problema?” piuttosto che “perché non l’ho fatto prima?”. Spesso, infatti, interrogarsi sul “perché” focalizza sul passato piuttosto che sul futuro: rischiamo così di appiattirci nel rimpianto, orientandoci verso il passato piuttosto che prepararci a quello che possiamo concretamente fare ora ….

Il dialogo interno

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“Le tue credenze diventano i tuoi pensieri

I tuoi pensieri diventano le tue parole.

Le tue parole diventano le tue azioni.

Le tue azioni diventano le tue abitudini.

Le tue abitudini diventano i tuoi valori.

I tuoi valori diventano il tuo destino”

Mahatma Gandhi

Vorrei riprendere un post in cui ho trattato questo argomento, ampliandone un po’ i concetti.

Non è banale interrompere il corso dei pensieri. Ne sa qualcosa chi si accosta per la prima volta alla pratica della meditazione. Provate a fermarvi un attimo e cercate di non pensare a nulla.

La tecnica consiste nel mettersi in una posizione comoda, lontano da possibili fonti di distrazione. A questo punto si applica il respiro consapevole, contando mentalmente le inspirazioni e le espirazioni, senza forzarle. Capita che tra un respiro e l’altro vengano alla mente le cose più strane: il lavoro che deve essere completato per domani, le chiavi dimenticate nella serratura, la bolletta del telefono da pagare …

I maestri insegnano a non opporsi al flusso naturale dei pensieri, ma ad accettarne il fluire come fossero rondini di passaggio. Occorre molto esercizio e anche una buona dose di umiltà e di pazienza per riuscire a spegnere, non fosse che per pochi minuti, il chiacchiericcio che di continuo si sviluppa dentro di noi, il cosiddetto “dialogo interno”.

Quando per esempio diciamo a noi stessi: “Uffa, un’altra giornata da dimenticare!” oppure “ che simpatica persona che ho incontrato oggi”, tutto questo è dialogo interno. Ma se è vero che parliamo continuamente con noi stessi, che cosa ci raccontiamo e, soprattutto, tutte queste chiacchiere ci fanno sempre bene?

Il fatto è che il dialogo interno non è tutto farina del nostro sacco, ma rappresenta i nostri “maestri interiori”, ricorda cioè quelle voci che ci hanno accompagnato negli anni della nostra formazione e che ci hanno inculcato principi e regole di vita potenzianti o limitanti, a seconda dei casi. Gli adulti di riferimento (genitori, nonni, insegnanti) ci hanno trasmesso, nel corso della nostra crescita, tutto ciò che reputavano essere per il “nostro bene”. Con le migliori intenzioni, insieme ad alcuni programmi educativi utili per vivere, spesso ci sono tramandati anche dei veri e propri killer personali. Le critiche distruttive che ci furono rivolte in passato quasi sempre hanno poi il potere di trasformarsi in etichette alle quali abbiamo finito per uniformarci.

Se, per esempio, ci hanno continuato a ripetere che avevamo un pessimo carattere, probabilmente si siamo rassegnati a “dover” litigare con tutti. Oppure ci sono state inculcate, sempre per il nostro bene, convinzioni limitanti da cui trae origine un dialogo interno negativo.

Ecco a titolo di esempio, alcune frasi autolesioniste di cui le persone si servono, con risultati facilmente prevedibili:

Non ci posso fare niente!!

Tanto non ci riesco!!

E’ impossibile!!

Non ce la farò mai !!

Io sono fatta così!!

Non fa per me!!

Mi hai fatto sentire una stupida!!

Che posso farci se sono giù!!

Tanto non cambierò mai!!

Nell’educazione, si usano, tradizionalmente, più rimproveri che incoraggiamenti, si preferiscono le critiche agli apprezzamenti e, come se ciò non bastasse, si ritiene che tutto questo sia “buona educazione”.

Se, distrattamente rovescio un bicchiere di vino sulla tovaglia pulita, può darsi che la mia prima reazione sia dire a me stessa “Come faccio ad essere così stupida?”. Ecco un esempio di dialogo interno che contiene una critica distruttiva, probabilmente la stessa che mi veniva rivolta quando ero ragazza.

Il prevalere della negatività, delle convinzioni limitanti,della paura è causa di malessere. Se, d’altra parte, è così naturale usare un dialogo interno negativo, come possiamo difenderci?

Poiché il dialogo interno non è un processo inconscio, è relativamente facile prenderne atto: possiamo facilmente ascoltare la vocina interna e registrare ciò che dice, senza giudicarla, come se scattassimo una fotografia e poi la osservassimo in ogni suo dettaglio. Registrare il dialogo interno ci permetterà infatti di migliorarlo. Chi è gentile con gli altri lo è, prima di tutto verso se stesso. Viceversa, le persone arroganti hanno quasi sempre un cattivo rapporto verso la propria persona: decisamente non si amano!!!

Il dialogo interno, come abbiamo visto, fa uso del linguaggio e questo è tanto più efficace quanto più fa uso di espressioni positive e potenzianti.

E’ importante usare frasi positive, perché l’inconscio non coglie le negazioni, è suggestionato solo dalla parola che evoca proprio ciò che vorremmo evitare.

Dire a se stessi “Non devo assolutamente commettere errori” equivale a dire “Devo assolutamente commettere errori”. Questo invito viene così registrato nell’inconscio e il genio della lampada, si sa, obbedisce a modo suo a questo genere di comandi.

E’ meglio anche evitare l’uso abituale di termini totalizzanti come mai, sempre, terribile, allucinante, anche se talvolta queste espressioni vengono usate in senso ironico. Il fatto è che diventano facilmente un’abitudine e influenzano negativamente l’emisfero destro del cervello.

Viceversa è ormai noto che il pensiero positivo favorisca il successo. Non si tratta di indossare una maschera sorridente o di recitare una parte in una commedia senza fine. Non posso dire “che bella giornata!” dopo che ho forato una gomma in autostrada, ho aspettato il carro attrezzi per due ore sotto il sole cocente e dopo un’attesa interminabile ho pure pagato un conto salatissimo. Non solo suonerebbe falso, ma sarebbe addirittura un insulto alla mia intelligenza.

Il pensiero positivo autentico deve basarsi su elementi reali e nasce soprattutto dall’assunzione di responsabilità: posso cambiare le cose e, se non lo posso fare, posso almeno cambiare atteggiamento e vedere come trasformare al meglio la situazione o come risolvere un problema.

Per questo è così importante imparare a gestire il proprio dialogo interno, trasformando le convinzioni limitanti in potenzianti con pazienza e fiducia ……

….. e non è ancora finito …. se ti è piaciuto o interessato l’argomento continua a seguirmi nel prossimo post ….

Le stagioni della vita di una donna

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“Cercare dentro di sé la bambina che sa meravigliarsi, l’adulta che sceglie e la saggia che è consapevole della dimensione sacra della vita quotidiana” J.Bolen

Sulla scia della formazioni di Sabato sul Mandala delle Stagioni© una metodologia di crescita e consapevolezza attraverso il diagramma mandalico ideata da Sonia Dionisi psicologa e psicoterapeuta sistemica, una riflessioni sulle stagioni declinate seguendo il ritmo di crescita di noi donne…..

Fin dall’antichità le donne sono state associate al flusso e riflusso della vita umana e del mondo naturale. I cambiamenti fisiologici delle donne accadono in concomitanza con quelli del ciclo di vita della comunità.

Vi sono dei cambiamenti naturali che avvengono all’interno del corpo femminile durante tutto l’arco della nostra vita: il menarca, le mestruazioni, il concepimento, la gestazione, il parto, l’allattamento la menopausa. Questi fenomeni che si tramandano da madre in figlia come il passaggio di un testimone prezioso, sono stati associati al ciclo della luna per la loro periodicità e sincronicità.

Ma anche le stagioni hanno una grande importanza nello scandire il nostro tempo di vivere e Joan Borysenko,medico e psiconeuroimmunologa statunitense, in modo poetico, le paragona alle fasi della vita di una donna: primavera, dai ventuno ai trentacinque anni; estate, dai trentacinque ai quarantanove; autunno, dai cinquanta ai sessantatré; inverno, dai sessantatré in avanti. Proviamo a sfogliare il calendario per vedere quali frutti ci porta ogni stagione.

LA PRIMAVERA

“La giovinezza sarebbe un periodo più bello se solo arrivasse un po’ più tardi nella vita” C.Chaplin

Nella prima parte della “primavera” (dai 21 ai 27 anni) si esplora la vita, ci si avventura fuori dal nido familiare per trovare i propri stili di vita. Sono gli anni della sperimentazione pura in cui si delinea con più forza la propria identità e la propria mission. E’ il momento delle potenzialità e delle occasioni; dell’espansione senza confini, ebbre di libertà con il desiderio di cambiare il mondo intorno a noi.

E’ anche il periodo degli incontri, la stagione degli amori assoluti e totalizzanti che colpiscono come un uragano in cui in un momento ti senti sul tetto del mondo e il momento dopo uno straccio da strizzare .Si vive con l’acceleratore premuto per paura di perdere un solo attimo di vita.

Quando si arriva al giro di boa dei trent’anni si fa l’inventario di quello che si è raggiunto e si pongono nuovi obiettivi. E’ il momento in cui sorge anche il dilemma cruciale: farsi una famiglia e diventare madre o focalizzarsi sulla carriera?

Primavera della vita turbolenta e tumultuosa dove le scelte sono d’obbligo , decisioni che spesso incideranno sull’andamento dell’ Estate ormai prossima.

Gli interrogativi più ricorrenti: “Chi sono veramente?” “Cosa voglio realmente dalla vita?” “Dove sto andando?” “Sono sulla strada giusta?”

E in un battibaleno eccoci catapultate sotto il sole caldo dell’estate.

ESTATE

“L’esperienza non è ciò che accade. E’ ciò che fate con quello che accade” A.Axley

Questa è la stagione in cui è necessario prendersi cura e difendere tutto quello che di bello è entrato nella nostra vita; è la stagione in cui raccogliere una parte dei frutti che si sono seminati in primavera ma è anche il momento in cui noi donne andiamo alla ricerca del nostro sé più autentico.

Questa nuova consapevolezza spesso ci porta a riorganizzarci la vita facendo nuove scelte. Anche se si è già sperimentata l’importanza della cura di sé , non si è ancora trovato un equilibrio stabile tra impegni famigliari e professionali .

Per molte è il momento della prima crisi di “mezza età” in cui, con l’obiettivo di dare una conformazione più stabile alla nostra vita per prepararci all’autunno, si compiono, paradossalmente, cambiamenti radicali nel campo sociale, professionale, personale come rotture di rapporti, divorzi, separazioni, ritorno all’università per prendere una laurea o una specializzazione, cambiamenti di interessi professionali, trasferimenti all’estero.

Le domande che premono per una risposta sono: “Chi sono oggi veramente?” “Cosa è cambiato in me?” “Dove sto andando realmente?” “Che cosa voglio davvero da ora in poi?”

Dai 42 ai 48 anni inizia l’estate piena in cui le transizioni  spesso non sono cercati ma avvengono a seguito del ciclo naturale dell’esistenza: figli che lasciano la casa, malattie, morte dei genitori che portano con sé anche la consapevolezza della propria mortalità.

Metaforicamente avviene anche la morte della prima adultità: muore il vecchio sé – il sé sposato,il sé madre di bambini piccoli, il sé figlia – e prende spazio la nuova identità quella dei “fiorenti quarant’anni”, l’età della padronanza di sé!

E’ quell’età in cui si fanno i bilanci e si decide in modo più consapevole che cosa si vuole cambiare o tenere della propria vita, sapendo che ogni decisione presa sarà quella definitiva.

AUTUNNO

“L’autunno ha più oro in tasca rispetto a tutte le altre stagioni” J.Bishop

Stagione di raccolta di ciò che si è seminato nelle nostre primavere e nelle nostre estati: momento ricco di soddisfazioni e di pienezza. Il sole non più caldo e abbacinante circonda tutto con la sua luce dorata e luminosa; il cielo terso delle giornate autunnali fa risaltare i contorni delle cose. Tutto risplende e anche per noi donne questa è la stagione del nostro massimo splendore.

La maturità che si raggiunge è misurata in base alla propria capacità di assumerci la piena responsabilità dei raccolti che abbiamo coltivato, copiosi o miseri che siano.

Essere responsabili, sagge e mature significa accettare la piena responsabilità della propria vita: è in questi momenti che si diventa pienamente “adulte” e si passa alla vera età della maturità.

Come foglie autunnali dorate, rosse, marrone brillante, in autunno le donne di questa età rappresentano l’intensità, la gioia di vivere, la passione e il pieno potere di essere se stesse.

E’ la fase in cui lottiamo con chi siamo state, stiamo diventando e vogliamo diventare. La menopausa con le sue vampate di potere può essere un’occasione per riesaminare la vita passata e capire quali idee, valori e modelli di comportamento possono essere lasciati andare e quali invece tenere.

Le domande che richiedono una risposta sono: “cosa significa essere potenti?” – “Cosa voglio veramente fare con il mio potere, con il mio tempo e con le mie energie?”

Dai 57 ai 64 anni inizia l’autunno pieno, tempo dell’approfondimento della saggezza. Emerge forte la forza di prendere decisioni, si padroneggia con più competenza l’arte di vivere scegliendo sempre più consapevolmente il proprio destino.

I quesiti che più richiedono risposte sono: “Cosa realmente voglio adesso dalla mia vita?” – “Cosa ho imparato fino ad ora?” –

INVERNO

“Invecchiando dobbiamo difenderci dalla sensazione che la nostra importanza si sia ridotta” J.Conrad

Le donne dopo i 63 anni, come dice Margaret Mead, grande antropologa statunitense, vanno verso l’entusiasmo della post-menopausa, in cui scoprono una fase della vita libera da molti impicci e piena di meravigliose opportunità.

E’ il momento in cui si consolida tutto quanto appreso fino a quel momento. Si va verso quella ricca saggezza che va al di là delle cose, riconoscendo di essere connesse con qualcosa che va oltre la comprensione materiale; forse proprio allora si entra appieno nel flusso della vita che diventa ogni giorno meraviglia.

La saggia non ha più bisogno di cercare conferme e approvazioni. Non prova più a compiacere nessuno tranne se stessa.

Si è finalmente auto-sufficienti e si sceglie il sentiero che il nostro cuore ci suggerisce senza più sottostare a compromessi.

L’autenticità diventa il nostro abito, facciamo ciò che diciamo, esprimendo con passione e compassione la nostra verità, finalmente siamo noi stesse, il nostro motto: “Io sono quello che sono”, l’accettazione ha vinto!

Sembra quasi che la post-menopausa porti in dono un rinnovato slancio vitale, caricando il sangue di una rinnovata voglia di vivere che ci porta finalmente a vivere la vita pienamente.

Il nostro inverno, quindi, si potrà trasformare da regno dei ghiacci dove tutto rimane immobile in un luogo e tempo in cui il vecchio muore per fare posto al vero Sé …..

Voglio concludere questo breve excursus con uno scritto, di autore sconosciuto, trovato nel web http://www.ilcerchiodellaluna.it/ , che rappresenta bene il viaggio che ognuna di noi compie per ritrovare quell’immagine riflessa nello specchio che parla di potenza e regalità da cui siamo partite …….

A 3 anni Lei si guarda e vede una regina;

a 8 anni lei si guarda e vede cenerentola;

a 15 anni lei si guarda e vede la brutta copia di qualcun’altra:

“Mamma non posso andare a scuola con questo aspetto!”;

a 20 anni lei si guarda e si vede: troppo grassa… troppo magra…

troppo bassa… troppo alta… con i capelli troppo lisci… troppo ricci… ,

ma decide che uscirà di casa lo stesso;

a 30 anni si guarda e si vede troppo grassa… troppo magra…

troppo bassa… troppo alta… con i capelli troppo lisci… troppo ricci… ,

ma decide che non ha tempo di sistemarsi e che uscirà lo stesso;

a 40 anni si guarda e si vede troppo grassa… troppo magra…

troppo bassa… troppo alta… con i capelli troppo lisci… troppo ricci… ,

ma dice: “Almeno sono pulita.” ed esce di casa lo stesso;

a 50 anni si guarda e si vede “esistere”

e se ne va dovunque abbia voglia di andare;

a 60 anni si guarda intorno e vede che tutte le persone che hanno perso

più tempo di lei tempo a guardarsi troppo allo specchio non stanno meglio di lei.

Esce di casa e conquista il mondo;

a 70 anni si guarda e vede saggezza, capacità di ridere, di saper vivere.

Esce di casa e si gode la vita;

a 80 anni non perde tempo a guardarsi.

Si mette in testa un cappello color porpora

ed esce per divertirsi col mondo.

“Quante insidie alla sicurezza di sè…è il passare del tempo.

E quanto invano, cercando di combatterlo, molte donne perdono l’occasione di viverlo.

Vivi con coraggio le tue stagioni senza rimpianti

e non lasciare mai che il mondo intorno a te ti misuri per il tuo aspetto.

L’età è una malattia solo per chi intorno a te non ha saputo imparare a vivere”

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Le tre età della donna – Gustav Klimt

Il cambiamento apparente e il cambiamento profondo

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“Il vero cambiamento, la vera rivoluzione avviene abbandonando il noto per l’ignoto… ; sostituire al noto qualcos’altro che conosciamo non è un cambiamento.” Krishnamurti

A volte succede che qualcuno che mangiava in modo compulsivo, si controlli e mangi poco; o che un tipo antipatico impari tecniche di seduzione e diventi più simpatico; che un violento riesca a nascondere la sua violenza; un maleducato vada ad un corso di buone maniere e impari finalmente come si sta a tavola e come ci si esprime correttamente.

Questi tipi di “cambiamento” sono superficiali e apparenti, possiamo dire “cosmetici”: le rughe continuano ad esserci, le abbiamo soltanto dissimulate o abbiamo imparato a non mostrarle.

Forse la persone ha pensato che si sarebbe sentita meglio nel nuovo modo e invece verifica, sicuramente con rammarico, che esso non le ha recato più felicità o benessere; ha soltato resa più profonda la disillusione.

Il nostro obiettivo è quello di imparare a differenziare il cambiamento apparente e immaginario dal cambiamento profondo. Per questo è necessario rinunciare ai cambiamenti fasulli; sche sono solo barlumi di colore senza sostanza e imparare a percepirli come tali.

Ad un livello più sottile, il cambiamento è un’altra cosa; è quello chiamato “trasformazione”, che avviene nei piani interiori e che arriva come conseguenza di una presa di consapevolezza, frutto di un serio processo di riflessione e di autoconoscenza.

Questo cambiamento lo chiamiamo trasformazione perché c’è stato qualcosa che ci ha cambiato a partire dal più profondo di noi stessi e fino al più profondo di noi stessi, qualcosa che ci ha fatto accedere ad un altro livello di coscienza.

Per esempio, cresciamo nella coscienza della nostra responsabilità individuale quando smettiamo di accusare i nostri genitori come responsabili della nostra situazione, quando comprendiamo invece di giudicare, quando compiamo un’azione invece di lamentarci, quando ci consideriamo esseri adulti che possono scegliere il loro comportamento ed assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Usando una metafora proviamo a paragonare l’uomo, con le sue caratteristiche particolari, la tipologia del suo corpo e i suoi talenti, ad uno strumento musicale. Allora: la chitarra è di legno e ha una cassa di risonanza particolare, il flauto è di metallo e ha la capacità di produrre un suono al passaggio dell’aria attraverso le sue aperture.

Anche noi esseri umani abbiamo forme e caratteristiche diverse, che non possiamo cambiare, che dobbiamo conoscere, ri-conoscere, accettare come il nostro bagaglio e la nostra forma. Possiamo così utilizzare il nostro strumento, chitarra, flauto o qualunque altro strumento, per compiere la nostra missione particolare, cioè il ruolo che ciascuno di noi occupa nell’orchestra.

Il problema sorge quando la chitarra vuole essere potente come un tamburo e il trombone delicato come un flauto. E’ l’inganno delle forme e del confronto, al posto della comprensione che ciascuno è perfetto così come è, che il cambiamento non ha nulla a che vedere con un cambiamento di forma o di apparenza, bensì con la crescita nello sviluppo del proprio potenziale e nello svolgere al meglio il ruolo che abbiamo scelto.

Che la chiave è fare del propri meglio nel luogo che è toccato a ciascuno, secondo le proprie caratteristiche e secondo le circostanze.

Nella metafora dello strumento possiamo essere un violino più o meno accordato ma saremo sempre un violino. Abbiamo bisogno di imparare a rispettare il corpo che abbiamo e ad accettare che c’è una sofferenza necessaria ed inevitabile.

Quando comprendiamo chi siamo come strumento, quali sono le nostre possibilità e quale è il nostro suono, allora smetteremo di credere che un destino sia migliore o peggiore di un altro, che sarebbe meglio o peggio avere un’altra forma e saremmo più o meno felici se fossimo qualcun altro invece che essere noi stessi …..

Ancora sull’accettazione di quello che è

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“ per crescere si ha bisogno sia della pioggia che del sole …” P.Pradervand

 “C’era una volta in un lontano paese, un padre sconsolato che teneva fra le braccia la figlia più piccola. Da vari giorni al bambina non era riuscita a placare la fame e il padre temeva per la sua vita.

Non pioveva da mesi e i maghi non prevedevano alcuna nube per molti mesi ancora. Il padre che nella lingua del suo paese si chiamava “Uomo Retto”, chiamò a raccolta tutti gli uomini validi e ricordò loro che al centro del villaggio c’era un albero immenso il quale per tutto l’anno produceva frutti in abbondanza. Nessuno coglieva questi frutti, perché sin dall’alba dei tempi si sapeva che uno dei ramo centrali dell’albero dava buoni frutti, mentre l’altro ramo dava frutti velenosi che portavano alla morte.

Nel corso dei secoli quale fosse il lato buono era stato dimenticato.

“Uomo Retto” disse agli altri uomini del villaggio: “Mia figlia sta morendo ed io non riesco ad accettarlo. Salirò dunque sull’albero e mangerò un frutto. Se son sul lato buono, vivrò e farò vivere tutto il villaggio, il quale placherà così la fame con i frutti di cui l’albero si copre ogni notte. Se sono sul lao cattivo, morirò e voi saprete di dover cogliere i frutti dell’altro lato. Promettetemi che salverete mia figlia, che la nutrirete.

Così fu deciso. “Uomo Retto” salì sull’albero, colse un frutto, lo mangiò e … visse!

Da quel momento, il villaggio prosperò. Alcuni mesi dopo tornò la pioggia e i campi rifiorirono. Tutto sembrava andare per il meglio.

Ma una notte di luna piena i giovani del villaggio si radunarono. Parlarono del grande albero lamentandosi del fatto che producesse due tipi di frutto. Non riuscivano ad accettare che rimanesse anche il ramo che dava frutti cattivi e così decisero di tagliarlo. Fieri della loro azione, andarono a dormire.

L’indomani, quale non fu lo spavento dei paesani: l’intero albero era morto e i frutti buoni erano disseminati a terra assieme a quelli cattivi. La straordinaria risorsa del villaggio non esisteva più!

Fu una terribile perdita. Gli anziani del villaggio, tutti rattristati, dicevano: “I giovani non hanno capito che non esiste bene senza male, pace senza guerra, verità senza menzogna e felicità senza sofferenza. La vita è fatta così e la saggezza più profonda consiste nell’accettare ciò che è.”

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Fin dal tempi più remoti, gli esseri umani conoscono la sofferenza. Talvolta è stata così intensa da indurli a desiderare la morte. In altri momenti le circostanze esterne erano più favorevoli, ciò nonostante la sofferenza era sempre presente. E anche se non era più provocata da tali circostanze, nasceva dall’insensato desiderio di essere qualcun altro o di possedere qualcosa di diverso da ciò che si aveva.

Le grandi religioni hanno tentato di trovare e di dare risposte a questi innumerevoli insoddisfatti, spesso riuscendoci. Che si trattasse del distacco, dell’accettazione del proprio karma, del paradiso che ci ripaga di quanto non abbiamo avuto quaggiù, il messaggio dominante era: la vostra sofferenza è soltanto temporanea, qualcosa di meglio vi attende. Oggigiorno ritroviamo questa ideologia religiosa anche in tutti i fanatismi.

I grandi sistemi politici hanno poi trasmesso la loro visione delle cose: “lavorate sodo, un roseo futuro vi attende e i vostri figli ne beneficeranno” o un’altra variante: “Diventate i migliori, diventate vincenti: volere è potere!”.

Vi ha poi aderito anche la medicina moderna: “Se vi sentirete tristi e privi di senso, abbiamo la soluzione per voi. Una molecola chimica vi aiuterà, vi sentirete in piena forma e potrete andare per la vostra strada senza porvi troppe domande”.

In certi momenti ricevere un trattamento medico può essere assolutamente appropriato e addirittura necessario. Il pericolo risiede nell’illusione che sia possibile curare la sofferenza così come cureremmo un’infezione, utilizzando l’antibiotico giusto.

Uscire dalla sofferenza significa innanzitutto accettarla, accettare ciò che è!

Dalla nascita alla morte, la vita non ci porta per forza di cose sempre quello che desideriamo. Dobbiamo dunque modificare la vita? Non sta forse a ciascuno di noi accettare quello che è per evolvere? Accettare ciò che è non è qualcosa di definitivo, non significa “essere fatalisti”.

Accettare ciò che è, solo momentaneamente, è l’unico modo per poter cambiare la situazione, per poterla modificare.

Quando una persona, un gruppo, una popolazione diventano capaci di accettare che “quanto è accaduto è accaduto”, la rabbia cessa, la ribellione si placa e la creatività può nuovamente entrare in azione per scoprire nuovi percorsi, strategie e soluzioni ……

Il Primo passo …..

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“Non è abbastanza fare dei passi che un giorno ci porteranno ad uno scopo, ogni passo deve essere lui stesso uno scopo, nello stesso tempo in cui ci porta avanti.  ” Goethe

Il cammino che decidiamo di intraprendere, ogni maratona, ogni marcia, ogni corsa, ogni passeggiata, indipendentemente dalla lunghezza o dalla difficoltà del percorso, inizia con un primo passo.

Quando si decide di fare qualcosa il primo passo è il più importante di tutti e quello che va fatto il prima possibile, perché, appena lo avremo compiuto, avremo concretamente iniziato a muoverci nella direzione dei nostri obiettivi e staremo già viaggiando sulla strada.

Con questo non voglio dire che il resto del percorso non richieda impegno, ma è molto più facile mettere un piede dietro l’altro, dopo che si è mosso il primo passo, in un certo senso ci si è già immessi sulla strada giusta, la parte più difficile è stato scegliere di farlo individuando la direzione verso cui incamminarsi.

Dunque il primo passo è importantissimo, perché senza quello non si comincia mai e si potrebbe rimandare all’infinito.

Fai qualcosa, anche di minimo, ma che ti dia l’impressione di aver cominciato.

Per esempio hai deciso di dimagrire? Il primo passo potrebbe essere cercare il numero di telefono delle palestre vicino a casa, fissare un appuntamento dal dietologo, gettare nella spazzatura tutti i dolci che hai in casa …. Hai deciso di riprendere a studiare? Telefona per chiedere informazioni alla scuola alla quale hai intenzione di iscriverti, esci per comprare libri sull’argomento che vuoi approfondire oppure prendi la tua agenda e pianifica il tempo che dedicherai durante la settimana allo studio.

Ora prova a fermarti un attimo …. Ascoltati …. E pensa, se vuoi puoi scriverlo, una sorta di impegno con te stessa, qual è il primo passo che puoi fare adesso per andare verso il tuo obiettivo. Scegli qualcosa di semplice e assicurati che sia qualcosa che puoi fare subito, domani al più tardi.

Non avere fretta di vedere subito il risultato finale. Gustati i piccoli successi quotidiani che, messi insieme, ti porteranno alla meta. Raramente è possibile bruciare le tappe e arrivare in fondo velocemente. I risultati così ottenuti sono spesso fittizi e destinati a crollare miseramente in poco tempo.

L’importante è mettersi in movimento verso il proprio futuro e agire ora!!

 

Ricordati sempre che,

un passo per volta si macinano i chilometri

e si arriva dappertutto!!!

 

Il posto della felicità

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Dove sta la felicità?

Vive in pianura o abita in collina?

Ha una casa in riva al mare o in cima ad una montagna?

Esce da casa alle prime luci del mattino o attende gli ultimi raggi del sole per avventurarsi nel mondo?

Quali sono le strade che ama percorrere la felicità? Quelle rumorose del centro città o quelle solitarie della periferia?

E quali sono i sentieri che imbocca la felicità quando vuole starsene tranquillamente con se stessa?

Quelli silenziosi dei boschi o quelli misteriosi della fantasia?

La felicità non ha una sola casa, ma infinite. Ella abita ovunque. La terra intera è la sua casa.

La felicità non ha bisogno di particolari momenti dell’alba o del tramonto per intrufolarsi nel mondo. Ella è sempre in giro per il mondo ….

La felicità non ha strade, sentieri, itinerari preferiti. A lei vanno bene tutte le lingue della terra.

Perché tutto questo?

Perché la felicità non è nelle cose fuori di noi, ma dentro di noi …

Le cose fuori di noi possono accrescere la nostra felicità, la possono arricchire con nuove sfumature, renderla più intensa, ma non possono procurarcela come per incanto.

La felicità non vive nel mondo della materia, ma nel mondo dell’Essere.

La felicità abita dove abitiamo noi, vive con noi, respira con noi, va dove andiamo noi.

Non cerchiamola chissà dove …… entriamo in noi e mettiamoci a frugare tra le nostre emozioni, scrutiamo attentamente , cerchiamo la luce …..

E ricordiamo che per trovare la felicità occorre prima fare una cosa importantissima ….. trovare noi stessi …..

– Secondo me tu hai paura di essere felice, Charlie Brown. Non pensi che la felicità ti farebbe bene?
– Non lo so. Quali sono gli effetti collaterali?
Charlie Brown

Sull’osare …. una storia

OSARE 6

 

 

“C’era una volta un uomo che stava scalando una montagna. Stava facendo una salita piuttosto complicata, in un luogo dove c’era stata un’abbondante nevicata.

Aveva passato la notte in un rifugio e, il mattino seguente, la neve aveva coperto tutta la montagna, il che rendeva la scalata ancora più difficile. Ma l’uomo non era voluto tornare indietro, cosicchè, in un modo o nell’atro, con fatica e coraggio, continuò ad arrampicarsi sempre più su, scalando questa altissima montagna.

Finchè, ad un certo punto, forse per un calcolo sbagliato, forse perché la situazione era davvero difficile, un gancio della sua corda di sicurezza cedette. L’alpinista scivolò e cominciò a cadere a picco a lato della montagna, sbattendo selvaggiamente contro le pietre in mezzo ad una valanga di neve.

Tutta la vita gli passò davanti agli occhi e, mentre inerme aspettava il peggio, sentì che una fune gli accarezzava il viso. Senza pensarci vi si aggrappò istintivamente. Forse la fune era rimasta appesa a qualche appiglio … Se era così, era possibile che reggesse e arrestasse la caduta.

Guardò in alto, ma era tutto coperto di neve che, tra l’altro, gli cadeva addosso. Ogni secondo sembrava un secolo in questa discesa accelerata e interminabile. All’improvviso, la corda si fermò con uno strattone e resistette. L’alpinista non riusciva a vedere nulla, ma sapeva che, per il momento era salvo. La neve cadeva intensamente e lui stava lì, inchiodato alla fune, sentendo moltissimo freddo ma appeso a quel pezzo di lino che gli aveva impedito di morire schiantandosi sul fondo della valle tra le montagne.

Cercò di guardarsi intorno, ma non c’era verso, non si vedeva niente. Gridò due o tre volte, ma si rese conto che nessuno poteva sentirlo. La sua possibilità di salvarsi era molto remota: anche se avessero notato la sua assenza, nessuno avrebbe potuto cercarlo prima che avesse smesso di nevicare e, anche allora, come avrebbero fatto a sapere che l’alpinista era appeso in qualche punto del burrone.

Però se non avesse fatto subito qualcosa, sarebbe stata la fine.

Ma che fare?

Pensò di arrampicarsi lungo la corda per cercare di raggiungere il rifugio ma si rese immediatamente conto che era impossibile. All’improvviso sentì la voce. Una voce dentro di sé che gli diceva: “Salta”. Forse era la voce della sua saggezza interiore, forse di qualche spirito maligno, forse un ‘allucinazione … E sentì che la voce insisteva: “Salta … salta ..” .

Pensò che saltare significasse morire sul colpo. Pensò alla tentazione di scegliere la morte per smettere di soffrire.

E per tutta risposta la voce si ostinò con ancora più forza: “Salta, non soffrire più, questo è un dolore inutile, salta!”. E, di nuovo ebbe l’impulso di aggrapparsi ancora più forte, mentre si diceva coscientemente che la voce che lo incitava a saltare, senza dubbio non poteva essere quella che gli aveva salvato la vita.

La lotta continuò per ore, ma l’alpinista rimase aggrappato a quella che pensava fosse la sua unica possibilità.

La leggenda racconta che, il mattino seguente, la pattuglia di ricerca e salvataggio trovò lo scalatore quasi morto. Gli restava appena un soffio di vita. Qualche minuto in più e l’alpinista sarebbe morto congelato, paradossalmente aggrappato alla sua corda ….. a meno di un metro da terra …. “

Jorge Bucay

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A volte dunque non saltare può condurci alla morte. In alcune occasioni la nostra vita è legata a quel salto, al lasciare andare le cose alle quali ci aggrappiamo fortemente, credendo che possederle sia ciò che continuerà a salvarci dalla caduta.

Tutti tendiamo ad aggrapparci alle idee, alle persone, alle esperienze vissute, ai legami, agli spazi fisici, ai luoghi conosciuti senza osare l’ignoto.

Troppo spesso, anche se intuitivamente ci rendiamo conto che aggrapparci non ci porterà a nulla, continuiamo a restare ancorati a quello che non ci serve o non c’è più, fuggendo dalle fantasiose conseguenze che immaginiamo accadranno se ci permettiamo di lasciarlo andare.

Vivere attivamente è permettere che le cose cessino di essere per far posto a cose nuove, è smettere di aggrapparsi al passato per paura dell’ignoto. Diventare adulto implica sempre perdere qualcosa, anche se fosse solo uno spazio immaginario. Crescere implica abbandonare una realtà precedente, anche se ci sembra più sicura, più protetta e quindi più prevedibile.

Continuare a rimanere aggrappati al passato è rimanere centrato su quello che ho perché non ho il coraggio di vivere quello che succede.

Imparare ad elaborare una perdita significa andare verso il nuovo, passare dal conosciuto allo sconosciuto per continuare a crescere …..

“Ciò che non abbiamo osato, abbiamo certamente perduto” Oscar Wilde

La relazione creativa

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immagine tratta dal sito: http://www.isideacademy.it/blog/i-colori-dellanima/

“La creatività è la risposta che apre”. A.Carotenuto

Ormai gran parte degli studiosi in ogni campo concorda nel dire che la creatività è una dote naturale di ogni essere umano.

Quando si parla di creatività si parla di quella caratteristica che ciascuno di noi ha potenzialmente come dotazione naturale alla nascita e ci accomuna tutti.

E’ ciò che ha consentito ad uno sconosciuto 25.000 anni fa di dipingere meravigliosi bisonti sulla parete di una grotta. La stessa che ha consentito ad un certo signore di Vinci di trasformare un pezzo di tela nella Gioconda. Oppure ad un fuoriuscito fiorentino di mettere insieme parole in un modo che, dopo quasi mille anni, ancora ci crea divine emozioni. E ancora ad un giovane ventenne di cavare da una grossa pietra un’opera commovente come la Pietà.

Ed è la stessa creatività che permette a tanti sconosciuti di trasformare pezzi di legno, metallo o stoffa in opere stupende, che ci accompagnano nella nostra vita quotidiana. Oppure dà a tante donne la capacità di mettere insieme alcuni modesti ingredienti per creare capolavori che fanno godere le nostre papille gustative.

E così via in una storia di millenni dove potremmo trovare una serie infinita di esempi di questa nostra meravigliosa e unica creatività.

Perché la creatività, come non mi stancherò mai di ripetere, è una dote comune a tutti gli esseri umani fin da piccoli. Perché la creatività è una capacità che accomuna l’attività artistica con ogni altra esperienza creativa dell’essere umano, anche quelle più banali della vita quotidiana che non comportano la produzione di un oggetto o la soluzione di un problema.

La creatività non è una cosa astratta, né un tratto del carattere o un’abilità tecnica o una capacità che coinvolga una sola dimensione dell’essere umano.

E’ molto più corretto quando si parla di creatività parlare di atti creativi, esperienze creative e soprattutto relazioni creative.

Che cosa significa relazione creativa?

E’ una relazione empatica in cui hanno un ruolo centrale la percezione e la comunicazione di emozioni umane profonde. Ed è proprio questo rapporto che da anima all’atto creativo.

Sia che tu sei un artista, un insegnante, un medico, un counselor, un cuoco etc….. ci si accorge presto di questa verità. Quando non si riesce a stabilire una relazione empatica con il pubblico o con i clienti, quando si lavora solo per il dovere o per il denaro, quando non si riesce a vivere o far vivere emozioni, entusiasmo, partecipazione profonda, è un fallimento.

Se invece ci si mette il cuore, l’anima, cambia tutto. Il segreto è proprio questo: stabilire un rapporto intimo, profondo tra noi e l’altro, vivere ogni esperienza con entusiasmo, come un atto creativo.

Gli elementi che caratterizzano la relazione creativa sono, come dice Fromm (“L’atteggiamento creativo”, 1972),: la “capacità di vedere” e la “capacità di rispondere”.

La “capacità di vedere” è la capacità di percepire creativamente, sviluppando un rapporto empatico profondo con l’oggetto (la persona) cogliendone gli elementi piò intimi e autentici.

La “capacità di rispondere” è la capacità di elaborare ed esprimere liberamente le proprie emozioni all’interno del rapporto. E’ un vibrare spontaneamente e liberamente in perfetta sintonia con l’oggetto/altro. La risposta creativa è la conferma di una relazione empatica per cui il soggetto è riuscito ad entrare nel mondo dell’altro.

La cosa fondamentale è che sia una risposta fondata sul rispetto, un rispecchiare senza modificare né giudicare. Non influenzata dal pregiudizio o dal bisogno di imporre le proprie convinzioni o le proprie valutazioni di bello/brutto, buono/cattivo, giusto/sbagliato.

Una risposta che tenda ad aprire ulteriormente la comunicazione invece che chiuderla in rigidi ruoli, che portano all’annullamento di ogni autentico e creativo rapporto.

Gli elementi che secondo Fromm caratterizzano la relazione creativa sono:

  • La capacità di meravigliarsi intesa non come fenomeno esteriore, bensì di un vissuto profondo ed emozionale; ciò che rende il semplice “vedere” un atto creativo. E’ quella capacità di scoprire la bellezza e l’unicità in un modo sempre rinnovato senza aspettare un evento straordinario o eccezionale.
  • La capacità di concentrarsi sul presente ossia vivere quello che ci è dato, nel momento in cui ci è dato con tutta il nostro sé unito mente emozioni e corpo, con un attenzione costante allo svolgersi del processo.
  • L’esperienza integrata di sé ossia la piena consapevolezza, rimanendo in ascolto e contatto autentico con noi stessi …. “IO SONO, io sono vivo, io sono me stesso …” (D.Winnicott, Gioco e realtà, 1974)
  • Tolleranza, armonia e integrazione. I conflitti, la contemporanea presenza di polarità opposte fanno parte della nostra vita quotidiana. E’ dall’integrazione degli opposti che nasce la vita; tutti noi nasciamo dall’unione di due entità diverse (maschile e femminile) ed proprio la coesistenza di elementi antitetici che crea il movimento, il cambiamento e la crescita. La tolleranza intesa come atteggiamento di apertura, disponibilità e rispetto per la diversità che a volte si pone in aperto conflitto con quelli che sono i nostri credo; e tolleranza verso gli ostacoli, ossia l’attitudine ad accogliere ciò che si oppone a noi rendendoci difficile la realizzazione del nostro obiettivo.
  • La ri-nascita, ciò che Fromm chiama la “disposizione a nascere ogni giorno”, ossia ad affermare quotidianamente la propria indipendenza, avendo coraggio di esprimere sempre il proprio modo di pensare, di sentire, di essere. Ri-nascita intesa anche come riappropriarsi della curiosità, di quella ingenuità e spontaneità proprie dei bambini che non danno mai nulla per scontato. In una frase: vivere ogni esperienza come un’avventura. Ma ri-nascita significa anche saper rinunciare alle certezze facili, ai sostegni sicuri; osare, mettersi costantemente in gioco avendo il coraggio di affrontare il cambiamento. La ri-nascita implica la capacità di differenziarsi dagli altri e richiede, spesso, la forza di affrontare la solitudine pur di non rinunciare al proprio sé. Esige anche la forza di esporsi in prima persona a costo di subire critiche giudizi pur di non abdicare alle proprie convinzioni, pur di non intaccare la libertà di essere se stessi

“La prima cosa che si nota nell’atto creativo è che si tratta di un incontro … la creatività è il confronto dell’essere umano intensivamente conscio con il suo mondo…” Rollo May

 

liberamente tratto da V.Cei – Libera la tua creatività – FrancoAngeli

Abbattere i muri

abbattere muri

Cominciamo con una metafora …

Immaginate di esservi trovati nel bel mezzo di un campo aperto sul quale splendeva sempre il sole. Era un luogo bellissimo di gran luce ed apertura. Era talmente bello che avete deciso di viverci.

Quindi avete comprato il terreno e avete cominciato a progettare e a costruire la casa dei vostri sogni.

Avete gettato solide fondamenta, avete costruito la casa servendovi di blocchi di cemento per non avere problemi di decadimento ed infiltrazioni.

Avete costruito ampie finestre ed un tetto sporgente. Dopo aver installato le finestre vi siete resi conto che entrava parecchio calore ; quindi avete installato delle persiane di protezione che potevano anche essere chiuse a chiave per motivi di sicurezza.

Si trattava di una casa molto ampia capace di immagazzinare provviste sufficienti a garantire una completa autosufficienza. Avete perfino costruito un’ala separata per una persona tranquilla di vostra conoscenza che avrebbe tenuto in ordine la casa e vi avrebbe lasciato liberi di vivere in solitudine. E di solitudine si sarebbe trattato, poiché la vostra romantica ricerca includeva l’impegno a fare meno del telefono, radio, televisione o connessione Internet.

La vostra casa era finalmente finita e voi eravate molto entusiasti di viverci. Amavate il senso di apertura del campo e tutta la luce e la bellezza della natura. Ma più di ogni altra cosa, eravate innamorati della casa. Avevate riversato tutto il cuore e l’anima in ogni aspetto della sua progettazione , e si vedeva: esprimeva realmente “voi”. Infatti con il passare dei giorni avete finito per passare sempre più tempo in casa.

Poi vi siete resi conto che con le persiane e le porte ben sprangate, la casa aveva cominciato a prendere l’aspetto di una fortezza. E questo non presentava alcun problema per voi … anzi!

Quindi, poco a poco vi siete abituati a vivere in sicurezza all’interno dei confini della casa. Vi siete dedicati felicemente alle vostre attività di lettura e scrittura, tutto quello che avevate sempre voluto. In realtà la vostra vita lì era proprio comoda perché l’ambiente era completamente climatizzato e un moderno sistema di illuminazione vi procurava tanta luce quasi come quella del sole.

Trovavate la vostra casa talmente confortevole, gradevole e sicura che avete smesso del tutto di pensare al mondo esterno. Dopo tutto, l’interno risultava familiare, prevedibile e assolutamente controllabile. L’esterno invece era sconosciuto, imprevedibile e completamente fuori dal vostro controllo.

Tuttavia poiché non spegnevate mai le luci, ad un certo punto le lampadine , sfinite dall’usura, hanno cominciato a fulminarsi. Ed è stato allora che vi siete accorti del problema : nessuno vi aveva lasciato in dotazione delle lampadine di scorta.

Da quel momento in poi la sola luce che avevate a disposizione proveniva dalle poche candele che avevate tenuto per le emergenze. Ma ce n’erano molto poche, quindi le risparmiavate con cura. Poiché per indole amavate la luce, questo vi riusciva molto difficile; ma non abbastanza da costringervi a superare le paure che avevate sviluppato riguardo al lasciare la sicurezza rappresentata dalla vostra casa.

Alla fine, lo stress di vivere in quella oscurità ha finito per ripercuotersi sul vostro ben-essere.

Avete cominciato a preoccuparvi molto di tenere la casa illuminata. La sola luce di cui eravate a conoscenza , visto che la memoria del meraviglioso campo di grano inondato di sole ha cominciato via via a svanire dalla vostra mente, era quella che creavate nell’oscurità grazie alle vostre preziose candele. Eravate tagliati fuori da tutto e il solo conforto che avevate era il senso di protezione che vi garantiva la vostra casa.

Poi un giorno la governante, che condivideva con voi il bisogno di restare nell’ambiente sicuro della casa, vi ha chiamati giù in cantina. Siete rimasti senza parole davanti a ciò che avete visto: era stata trovata una intera riserva di torce elettriche, che potevano essere accese semplicemente agitandole.

Vi siete messe all’opera entrambe cercando di creare luce, bellezza e felicità all’interno dei confini della vostra casa. Avete addobbato ogni stanza facendo in modo che la luce continuasse a risplendere finchè non era tempo di andare a dormire.

Avete ricominciato a leggere e a scrivere, tutte attività che nel buio avevate abbandonato e sembrava fosse ritornato il paradiso.

Un giorno vi è capitato di trovare un libro nella vostra biblioteca. Ha suscitato il vostro interesse perché parlava della luce naturale che esiste all’esterno, il cui ricordo era scomparso dalla vostra mente. Parlava perfino di immergersi in quella luce. Ma si riferiva a molta più luce di quanta riusciste mai a immaginare, senza che qualcuno dovesse far nulla per crearla. Questo vi ha confuso. Dopo tutto, la sola luce di cui eravate a conoscenza era quella artificiale, prodotta dalle candele e dalle torce elettriche. Tutta la luce che eravate in grado di sperimentare si limitava a quanta riuscivate a crearne all’interno della casa. Ci avevate talmente a lungo che tutte le vostre speranze, i vostri sogni, la vostra filosofia e le credenze che avevate si fondavano sul fatto di trovarvi all’interno di quella casa buia.

Continuando la lettura di quel libro avete rintracciato la descrizione di una luce autonoma che risplendeva ovunque, che cadeva su tutto con costanza. Sebbene non aveste alcun punto di riferimento per comprenderlo, questo toccava qualcosa di profondo in voi.

Il libo poi affrontava il tema di uscire all’esterno, cioè di andare oltre le pareti del mondo che vi siete creati. In effetti, il libro affermava che, sebbene proviate attaccamento verso il mondo che avete creato per evitare l’oscurità e ne siate invaghiti, non conoscerete mai l’abbondanza della luce naturale che si trova oltre i confini della vostra casa…..

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Come è possibile uscire all’esterno?

la metafora sopra descritta di vivere all’interno di questa casa illustra come spesso ci imprigioniamo dentro i nostri pensieri e le nostre emozioni.

La nostra casa sono tutte le nostre esperienze passate, tutti i nostri pensieri, ogni concetto, punto di vista, opinione, credenza, speranza e sogno che abbiamo raccolto intorno a noi.

Abbiamo intessuto tutto questo facendone il mondo concettuale in cui viviamo. Questa struttura blocca completamente qualunque luce naturale . Abbiamo i muri di pensiero tanto spessi e chiusi da far sì che all’interno di quella costruzione non ci sia niente altro che buio.

Siamo talmente tanto assorbiti dal prestare attenzione ai nostri pensieri da non superare mai i confini che ci creiamo.

Quando ci avviciniamo alle nostre zone di confine, provando a far fluire l’emozione abbiamo la sensazione di dirigerci verso un abisso, una oscurità profonda.

Tuttavia se proviamo a considerare il muro non come qualcosa che ci protegge ma come qualcosa che impedisce l’ingresso alla luce, vorremo andare lì e toglierlo di mezzo. E’ necessario oltrepassare queste mura per tornare a vedere il sole.

In realtà, se ci pensiamo bene, non è  poi così difficile. Più volte, ogni giorno, il flusso naturale della vita si scontra con le mura che abbiamo eretto e cerca di abbatterle. Ma noi continuiamo a difenderle. Se avviene qualcosa che pone una sfida alle mura della nostra mente, diventiamo estremamente difensivi.

Abbiamo costruito un concetto di noi stessi, ci siamo calati dentro e ora difendiamo quella dimora con tutto quello che abbiamo a disposizione.

Ma se riflettiamo, cosa crea quella dimora interiore, se non le mura dei nostri pensieri, credenze, rimuginii? Pensieri ed emozioni spesso legate a situazioni che non esistono più; ma persistono al nostro interno e formano le mura entro cui viviamo.

E se qualcosa dall’esterno penetra dentro cercando di aprire una falla , ecco che paura e agitazione si impadroniscono di noi , mettendoci sottosopra poiché sfida l’edificio di pensieri in cui viviamo. Allora, per mettere le cose a posto cominciamo a fare le nostre razionalizzazioni che diventano toppe per quella falla e ritorniamo dietro le nostre barricate.

Proprio come quella persona, nella metafora, che piena di paura si è asserragliata nella casa buia in mezzo ad un campo illuminato dal sole, e che poi ha lottato per creare un po’ di luce, anche noi lavoriamo sodo per costruire entro i confini delle nostre muraglie un mondo migliore del nostro buio interiore. Decoriamo le pareti con i ricordi delle nostre esperienze passate e con i nostri sogni per il futuro. Ma, proprio come l’abitante della casa che era potenzialmente in grado di lasciare il suo mondo, auto-edificato e artificiale per uscire nella bellezza della luce naturale, anche noi possiamo uscire dalla nostra casa di pensieri in un mondo senza limiti.

La nostra consapevolezza si può espandere fino ad inglobare la vastità dello spazio … la vera liberazione si trova semplicemente dall’altro lato delle nostre mura. Possiamo uscire fuori lasciando semplicemente che sia la nostra vita quotidiana a smantellare le mura di cui ci circondiamo. Possiamo farlo anche solo evitando di fornire sostegno, manutenzione e difese alla nostra fortezza.

Immaginiamo che siano le mura a crollare aprendo davanti a noi un paesaggio di luce , dove finalmente ESSERE , lasciando che le emozioni tracimino per poi imparare a scorrere fluide nel loro letto come un fiume che trova da solo la strada verso il mare …..

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