Mese: maggio 2018

Riflessioni sulla tristezza

TRISTEZZA 7

Tristezza − stanchezza che penetra nell’anima –

Stanchezza − tristezza che penetra nella carne.

Christian Bobin,

In questo momento è così … un mantello in cui avvolgo il mio animo stanco; uno scudo per proteggermi dai forti scossoni dei ricordi ; una presenza lieve e confortante che ammorbidisce i contorni, travalica i miei confini insediandosi al posto centrale del mio “qui e ora”.

Se cerco la definizione di tristezza trovo: “invasione della coscienza da parte di un dolore o di un malessere che ci impedisce di essere contenti”.

In questa definizione tre sono le parole che si accendono:  invasione – dolore – impedimento. Qualcosa che tracima dalle profondità più nascoste occupando l’anima, dolore, spesso sordo e venato di dolcezza, che  impedisce l’azione.

Quando siamo tristi nella nostra testa, tutto diventa triste in noi: il nostro sguardo, il nostro modo di camminare, il timbro della nostra voce. Di contro, non è sempre così “doloroso” essere tristi, perché vi è qualcosa di particolare nella tristezza: la dolcezza. Cosa che è alquanto unica rispetto ad altri stati d’animo: si pensi all’ostilità o all’inquietudine.

Provo ora ad addentrarmi un po’ più a fondo tra le pieghe di questa emozione ….

Ci sono molti generi di tristezze: tristezze dolci in cui siamo come anestetizzati, e questo è il mio caso ora: un confortevole ripiegamento, una sorta di “cuccia” spiegazzata che  mi difende dai rumori del mondo. Tristezze grevi che ci soffocano, e anche questo è il mio caso in questo momento di perdita: un polipo dai lunghi tentacoli che si attorciglia intorno al cuore lasciandomi senza fiato. Ci sono poi  tristezze per la sconfitta, ma anche per certe vittorie (perché ci sono stati dei vinti). E anche tristezze per il senso di colpa, quando abbiamo ferito pur amando, e tristezze per l’indifferenza, quando non amiamo più.

La tristezza alimenta molti stati d’animo complessi: sensazioni di incompletezza, in questo momento, per me, non appartenere più alla categoria di “figlia” come se un piccolo pezzo di me si fosse definitivamente staccato. Cambia il mio essere al mondo: verrò chiamata “mamma” ma non potrò mai più chiamare “mamma” e “papà”. Sensazioni di inadeguatezza, sensazioni di impostura, di solitudine. A volte anche di consolazione: dopo la fine di un amore in cui tutto è diventato complicato ci sentiamo tristi e sollevati.

Gli psichiatri, riferendosi alla tristezza, parlano di “una perdita di slancio vitale”, il mio desiderio di non fare nulla; far scorrere le ore galleggiando in uno spazio-tempo senza stimoli. E secondo gli psicologi evoluzionisti, questa è la sua funzione naturale: incitarci all’immobilità e al rallentamento quando siamo stati feriti o colpiti da un lutto, per aiutarci a riparare e a ricostruirci. Ritessere con pazienza e amore, quella parte di cellule danneggiate, private dal nutrimento della presenza, trasformando la mancanza in un più saldo legame con se stessi.

Ma il meccanismo naturale spesso si guasta. Per questo esistono tristezze più pericolose di altre. Ci sono tristezze che ci arricchiscono e tristezze che ci amputano. E qui occorre che io stia attenta per non ricadere in quel buco oscuro e senza fondo della “depressione” che a momenti alterni mi accompagna dall’adolescenza, eredità materna che attraversa, da diverse generazioni, la via femminile della mia famiglia.

“Non puoi impedire agli uccelli della tristezza di volare sopra la tua testa, ma puoi impedire che facciano il nido tra i tuoi capelli”, dice un proverbio cinese . E’ necessario quindi monitorare tutti quei fattori di rischio che potrebbero trasformare una tristezza funzionale e “sana” in una depressione.

Tra questi, per me ha grande importanza il “rimuginio” quel continuo borbottare dell’anima che mi trascina nel circolo vizioso del pensiero, dove è la mente a far da padrone a scapito del sentire. Quell’invischiamento  che mi fa stare appiccicata con lo scotch a quello che non c’è più, riandando ostinatamente con la memoria, come davanti ad una moviola impazzita, a quelle scene da “paradiso perduto” , lasciandomi ad ogni giro sempre più sfinita e un po’ più orfana.

A lungo andare la continua ripetizione di questi pensieri e i conseguenti stati d’animo di che ne derivano finiscono per solidificarsi: gli stati d’animo si aggregano dando vita ad una sensazione di tristezza e deprivazione continua e pervasiva . Le pulsazioni della tristezza si amplificano e finiscono per entrare in risonanza. Tutto il passato, il presente e il futuro si mettono a vibrare dello stesso dolore, che finisce per diventare dolore di vivere. E’ la tristezza anticamera della mia depressione che incomincia ad allontanarmi dalla vita stessa.

A poco a poco la mia visione del mondo, e di me nel mondo, comincia ad alterarsi in modo sempre più duraturo. La mia capacità di affrontare la vita inizia ad incepparsi. A questo punto la tentazione di arrendermi è grande, smettere di lottare e abbandonarmi alla depressione vista come un rifugio.

Quindi come poter affrontare la tristezza schivando il pericolo che si possa trasformare in un pozzo senza fondo?

Essere prudenti con la dolcezza di essere tristi => il gusto della tristezza può essere per certe persone (ed io sono fra queste) molto seducente. E’ necessario quindi stare attenti e cercare di delimitare i nostri stati di “spleen”. Questo non significa non avere più stati d’animo tristi, il dolore qualunque esso sia va attraversato bagnando bene i piedi nelle sue acque, bisogna però evitare di consegnarci indefinitivamente tra le sue braccia.

Individuare subito dentro di noi il passaggio alla modalità di rimuginio => renderci conto che stiamo scivolando in questa modalità è la prima tappa per contrastarla: e per fare questo è fondamentale un’attenta osservazione, senza giudizio, di tutti gli stati d’animo e movimenti emotivi che si scatenano dentro di noi.

Accettare l’imperfezione e soprattutto la “finitudine” => è necessario accettare il fatto che nelle nostre vite esistono dei cantieri che non vengono mai portati a termine e imparare che questo non è un fallimento o di incompetenza: è semplicemente il fatto che siamo vivi e abbiamo una vita normale che non può essere controllata in ogni sua parte. E anche accettare il fatto che siamo esseri finiti e che la parola “fine” in tutte le sue diverse sfaccettature fa parte della nostra vita e forse, a pensarci bene, è ciò che rende così  prezioso ogni attimo di vita.

Alla fine tornare sempre verso la felicità => la felicità di essere vivi  è il solo antidoto profondo e durevole per ogni tipo di tristezza, e in questo momento di ripiegamento ed elaborazione del mio  dolore sono sicura che …… ” Cuore, ci sarà un tempo in cui ti rifarai di questo vuoto, e giovani parole si tufferanno su di te e le carezze faranno nidi e le speranze metteranno semi nuovi. E il tuo battito tornerà a essere potente e condiviso…” F.C.

Sulla deprivazione

DEPRIVAZIONE

Nulla è più facile che illudersi, perché ciò che ogni uomo desidera, crede anche che sia vero. Demostene

La deprivazione è la sensazione cronica che manchi qualcosa; ed è a partire da questa sensazione di mancanza che proviamo il bisogno impellente di risolvere l’insoddisfazione che ne deriva. L’unica soluzione che pensiamo possibile è tentare di cambiare la situazione o la persona che ci mette nella difficoltà.

L’esperienza della deprivazione può raggiungere la massima intensità quando viene accostata all’esperienza dell’essere nutriti. Può essere estremamente doloroso, addirittura devastante,  quando nel momento in cui ci sentiamo  amati per qualche ragione ci viene tolto quell’amore. In quei momenti di pura sofferenza non riusciamo a collegare quel dolore alla sua origine infantile; non siamo consapevoli di trovarci di fronte ad un malessere esistenziale. Al contrario, nella maggior parte dei casi, riversiamo la rabbia e la frustrazione verso chi ci ha messo in quella situazione.

In ogni relazione intima capiterà di sentirsi deprivati e abbandonati; è difficile da accettare ma fa parte del gioco della vita. Nessuno potrà mai riempire i buchi lasciati da deprivazioni antiche, né potrà mai salvarci dal fatto che fondamentalmente siamo soli e che da soli dobbiamo fare i conti con noi stessi.

Altresì è utile capire che proprio attraversando l’esperienza della deprivazione imparando a contenere la delusione e la frustrazione di non avere quello che vogliamo possiamo crescere interiormente, sviluppando quella salda fiducia in noi stessi. Senza questo passaggio non cresceremo mai, rimarremo sempre bambini che si aspettano che gli altri e il mondo diano loro ciò che vogliono.

Proviamo ora ad andare un po’ più vicino, cercando di penetrare più a fondo a quella che è la deprivazione, parola che viene spesso sostituita e confusa con abbandono.

Solitamente non ci sono dubbi su cosa sia un’esperienza di abbandono. Qualcuno che ci ama ci lascia o muore oppure la persona che amiamo incontra qualcun altro e se ne va.

La deprivazione può essere meno evidente, essa può essere attivata dai modi sottili con cui la persona che vive con noi non soddisfa le nostre aspettative.

Possiamo sentirci deprivati quando questa persona fa o dice qualcosa che ci fa sentire separati da lei; oppure quando un’amica o amico manifestano mancanza di attenzione nei nostri confronti; o ancora quando sentiamo che l’altro è disonesto e manca di integrità o addirittura quando l’altro frequenta amici che non ci piacciono o ama vedere film che non ci piacciono.

La deprivazione e l’abbandono sono due facce di una stessa ferita, ma non si manifestano nella stessa maniera.

Se qualcuno ci lascia o se qualcuno che ci è vicino muore, è probabile che si venga gettati immediatamente nella ferita di abbandono.

Nella deprivazione è invece come ricevere continuamente piccole dosi di abbandono e c’è sempre qualcuno verso cui provare rabbia, frustrazione e delusione tanto che la nostra energia viene distolta dal provare dolore per quello che ci accade focalizzandosi sull’accusare l’altro per la sofferenza che sentiamo.

Veniamo catapultati nello stato bambino che sente che non dovrebbe essere trattato in quel modo, che è brutto e ingiusto che quella persona sia così.

Nascosta dietro alla nostra reazione di accusa, rabbia, rassegnazione e allontanamento che spesso compare quando non otteniamo quello che vogliamo c’è uno spazio di grande paura.

Quello che sentiamo quando veniamo abbandonati è la stessa paura di separazione dall’amore, la paura di non avere mai più quello di cui abbiamo bisogno, la paura di rimanere per sempre soli e senza amore.

La differenza con la deprivazione è che questo avviene in dosi più piccole ma più frequenti. Sono momenti in cui senza averne la piena consapevolezza riviviamo dolorose e intollerabili esperienze antiche. Quello che proviamo sono gli echi di quella profonda ferita che ci è stata inferta nell’infanzia quando ci siamo sentiti abbandonati.

Se guardiamo bene tutti, più o meno, abbiamo subito l’esperienza dell’abbandono, forse perché un genitore se ne è andato via di casa quando eravamo piccoli, o perché era spesso assente fisicamente o emozionalmente, o ancora perché non ci siamo sentiti visti, ascoltati, voluti o perché sentivamo la pressione di pretese e aspettative nei nostri confronti vissute come condizione per essere accettati.

Quella di cui io parlo è la ferita d’abbandono che ha le sue radici nella mancanza di empatia, cura, protezione, nutrimento, attenzione guida.

Nessuno ha avuto un’infanzia perfetta, ma anche se avessimo avuto un “perfetto” nutrimento fisico ed emozionale sentiremmo ugualmente dentro di noi un vuoto. Quel vuoto che è necessario affrontare per diventare adulti, quel vuoto che nasce dalla primaria esperienza di deprivazione e abbandono che abbiamo vissuto: lasciare il grembo materno.

Crescendo, teniamo per lo più sepolti il dolore e la paura di questo abbandono, finchè non ci permettiamo di avvicinarci a qualcuno, allora essi vengono in superficie, minando a volte la relazione che stiamo vivendo.

Molte relazioni naufragano per la mancanza di comprensione del fatto che, in qualsiasi legame, se vogliamo andare in profondità nell’intimità con l’altro, dovremo incontrare spesso la deprivazione.

Capita quindi che se ci troviamo a vivere la frustrazione della deprivazione o il dolore dell’abbandono o minimizziamo le nostre sensazioni reprimendole, oppure sentiamo rabbia e risentimento.

La strada utile, invece, è quella di diventare pienamente consapevoli e sentire i modi in cui, nell’infanzia, abbiamo vissuto l’essere deprivati e abbandonati.

Mentre regrediamo allo stato bambino cerchiamo disperatamente e ossessivamente di scappare dal panico che deriva nel sentirsi deprivato e abbandonato, c’è, invece, una parte del nostro essere che ne è attratta, una parte di noi che sa che imparare a sentire stando in quella paura è un fondamentale rito di passaggio sul cammino verso la riconquista di sé.

Certamente quanto più fummo deprivati nella nostra infanzia tanto più difficile sarà affrontare la deprivazione e l’abbandono, ma la nostra esperienza è che a nessuno vengono risparmiati quella paura e quel dolore. Attraversare queste esperienze vuol dire aprire la porta per connetterci direttamente con l’esistenza, per sviluppare quella fiducia che sorge quando sentiamo che è l’esistenza stessa che ci sostiene e che si prende cura di noi.

 

 

liberamente tratto da:

Krishnananda,Amana – “Fiducia e sfiducia” – Ed.Feltrinelli

Recupera ciò che è tuo

RECUPERA CIò CHE è TUO

«Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario». Steve Jobs

…. Vibra nel tuo sentire, ascoltati di più, come una corda tesa, morbidamente tesa… fatti portare dove tu sai in ogni istante, senza tenere in mano nessuna briglia …

Riporta a casa la tua natura, se l’hai venduta puoi ricomprarla, se l’hai affittata portala via da quell’inquilino che vive in te ma che non sei tu ….

Viaggia lontano dall’abitudine, non puoi aiutarti a ri-trovare quello che giace da risvegliare … rompi uno schema … lasciati andare ….

Tutto quello che sei stata e che hai dimenticato, tutte le prove che hai giocato nella vita, interessi abbandonati e talenti sotterrati sono qui per te.

Accogli quello che sei stata, anche se lo hai lasciato chissà dove è ancora te, se tu vuoi.

Non gettare via tutto il passato, lasciati alle spalle tutto quanto ora è scaduto, ma tra i tuoi talenti c’è un filo rosso che puoi ora tirare per scoprire cosa c’è.

Se hai smesso di dipingere, di scrivere o cantare …. Se non danzi più da tempo o non ricordi come si fa una cosa che tu amavi un tempo …. dai … E’ ora di ricordare e di raccogliere quello che ancora ti risuona dentro. Avrà in sé un suono, non chiederti perché, prova a riattivarlo …..

E’ bello sapere che ogni sfumatura è parte di vita.

Hai tagliato tutto quello che non ti serve più … se qualcosa riemerge dal tuo mare e se lo senti che ancora risuonare dentro di te … quello non tagliarlo, non buttarlo via…

E’ bello riscoprire un vecchio album disegnato, una canzone che a lungo avevi ricantato, quella melodia danzata notte e giorno allora ….

La tua forza è in quella musica che ti fa piangere, perché no? In quella canzone che risveglia la tua voglia, la tua sensualità persa da tempo e poi ritrovata, il bisogno spasmodico di afferrare la consistenza di quello che provi. Di tenerla stretta tra le mani e di non lasciarla fuggire.

La tua forza è in queste tue lacrime e nella tua risata che scuote tutto l’universo con te. Mentre piangi, mentre ridi, vivi tutto con intensità. E porti in questo tuo presente le tracce del passato, di quello più vicino ma anche di quello più lontano, non per rifugiarti in una nicchia finta ma per portare qui e ora quello che ancora ti appartiene.

Rimani nel tuo sentire e vivi ogni tuo tormento e ogni tua eccitazione come parti VIVE di te …

Ogni lacrima si porta via strati di ghiaccio, ogni tua risata ti rifrulla tutto e ti riporta in vita oltre il ghiaccio che ancora ti è restato attaccato addosso.

Riprendi la tua forza e rimani nella delicatezza del tuo sentire …..

 

 

Liberamente tratto da:

S.Garavaglia – “365 pensieri per l’anima” – Ed.tecniche nuove

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