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Risveglio

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Foto: “il croco nella neve” Anna Caliendro

Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno.
Pablo Neruda

Sospesa nell’assoluto, ti abbandoni al flusso per fonderti fino a trovare il senso della sua trama.

Ancora non sai chi sei, intuisci solo una impercettibile lieve sensazione che ti spinge a desiderare questo inizio …. Sospinta da questa sensazione desideri soltanto che sia un buon inizio e che, finalmente, tutto quanto grida gioia di nascere in te, riceva ascolto e ti cresca dentro per portare i tuoi frutti …

Non sei più quella di prima, sei nata da poco con gli occhi aperti, sai e ricordi … Neonata, vorresti restare a farti cullare, accudire, nutrire e coccolare, avvolta nella tua pelle di seta che attende soltanto il calore del sole … quel caldino che sa di buono, di grande rispetto per una vita che nasce…. Piano, piano incominci a far chiarezza a portare a coscienza il tuo essere nata …

Camminiamo nella vita trasportando pesi che non sono più nostri, zaini che sembrano appartenere ad altre vite e che non riusciamo ad abbandonare. Ci identifichiamo con aspetti di noi stesse che andrebbero messi in un museo o abbandonati al corso di un ruscello che li porti fino al mare. Ci identifichiamo con i simulacri di quello che siamo state e ci portiamo a spasso, come fossimo manichini abbandonati tra le quinte di un teatro ormai dismesso. Crediamo di essere ancora quello che ormai non siamo più. Un inganno che dura da una vita, così sottile da non lasciarci nemmeno l’occasione di smascherarlo tanto che, scelte dettate da qualcosa di già morto, continuano a farci ignorare il nuovo che avanzerebbe se ne avesse lo spazio.

Riposati ancora un poco, non avere fretta … attendi che la tua trasformazione ti si mostri, come una magica sorpresa …. Ma non è magica … E’ realtà!!

Ora sei pronta ad entrare in contatto con i tuoi reali bisogni, hai lasciato andare, almeno nel silenzio segreto della tua intimità, quelle maschere o quelle corazze che ti eri tenuta stretta addosso.

Stai portando alla luce quegli aspetti di te che hanno dormito fino ad ora, ma che consideri il tuo capitale segreto.

Quante volte hai detto un “mi piacerebbe dipingere, scrivere, cantare, suonare il pianoforte, studiare il giapponese, imparare a cucinare, fare un corso di yoga …. ma non ne ho il tempo??? ..” Quante volte hai represso i “no” che avresti voluto urlare ma che hai trasformato in un “sì” per non fare brutta figura, per non deludere gli altri, per non essere criticata, abbandonata? … Quante volte hai rinunciato ad ammettere il tuo bisogno di amore, oppure la tua rabbia, la tua paura, la tua voglia di stare, scappare, ritornare, abbracciare??? … Quante volte avresti voluto uscire da uno schema, cambiare gioco, perdonare, schiaffeggiare, ma non l’hai fatto??? ….

Il con-tatto con i tuoi veri bisogni è il primo passo per volerti bene e ri-nascere al Nuovo. Non si tratta di capovolgere il mondo ma, caso mai, di vedere lo stesso mondo da altri punti di vista e di percepire te stesso nel mondo, non come vittima di una vita voluta da chissà chi per te, ma alla guida della tua automobile, certa di poter decidere, per quanto ti sia possibile, dove e come condurla. Certa di voler sbocciare per quella che veramente sei e che magari avevi solo dimenticato di essere…..

Hai una missione, la tua energia è di un certo tipo e tu, fedele a te stessa, puoi soltanto abbandonarti al suo flusso e cavalcarla interamente.

La natura invernale si carica di neve, il vento impetuoso la travolge, temporali la devastano, il gelo pare a tratti che la voglia congelare e la metta a dormire per sempre. Ma la natura è viva e rimane la stessa, pur trasformandosi incessantemente.

Tutto ri-nasce, tutto ricomincia ad ogni ciclo di trasformazione, ma l’anima di ogni elemento della natura rimane fedele a se stessa.

Un albero, nonostante il vento, la tempesta, il gelo e la neve rimarrà sempre lui, quell’albero, resistendo fedele a quello che è. Così anche per te ….

Ricomincia il tuo ciclo in ogni istante dell’anno, fluisci con l’energia di quel momento ma sei sempre tu, fedele alla tua natura, fedele all’amore di te ……


liberamente tratto da:

S.Garavaglia – 365 Pensieri per l’anima – Ed. Tecniche Nuove




Recupera ciò che è tuo

RECUPERA CIò CHE è TUO

«Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario». Steve Jobs

…. Vibra nel tuo sentire, ascoltati di più, come una corda tesa, morbidamente tesa… fatti portare dove tu sai in ogni istante, senza tenere in mano nessuna briglia …

Riporta a casa la tua natura, se l’hai venduta puoi ricomprarla, se l’hai affittata portala via da quell’inquilino che vive in te ma che non sei tu ….

Viaggia lontano dall’abitudine, non puoi aiutarti a ri-trovare quello che giace da risvegliare … rompi uno schema … lasciati andare ….

Tutto quello che sei stata e che hai dimenticato, tutte le prove che hai giocato nella vita, interessi abbandonati e talenti sotterrati sono qui per te.

Accogli quello che sei stata, anche se lo hai lasciato chissà dove è ancora te, se tu vuoi.

Non gettare via tutto il passato, lasciati alle spalle tutto quanto ora è scaduto, ma tra i tuoi talenti c’è un filo rosso che puoi ora tirare per scoprire cosa c’è.

Se hai smesso di dipingere, di scrivere o cantare …. Se non danzi più da tempo o non ricordi come si fa una cosa che tu amavi un tempo …. dai … E’ ora di ricordare e di raccogliere quello che ancora ti risuona dentro. Avrà in sé un suono, non chiederti perché, prova a riattivarlo …..

E’ bello sapere che ogni sfumatura è parte di vita.

Hai tagliato tutto quello che non ti serve più … se qualcosa riemerge dal tuo mare e se lo senti che ancora risuonare dentro di te … quello non tagliarlo, non buttarlo via…

E’ bello riscoprire un vecchio album disegnato, una canzone che a lungo avevi ricantato, quella melodia danzata notte e giorno allora ….

La tua forza è in quella musica che ti fa piangere, perché no? In quella canzone che risveglia la tua voglia, la tua sensualità persa da tempo e poi ritrovata, il bisogno spasmodico di afferrare la consistenza di quello che provi. Di tenerla stretta tra le mani e di non lasciarla fuggire.

La tua forza è in queste tue lacrime e nella tua risata che scuote tutto l’universo con te. Mentre piangi, mentre ridi, vivi tutto con intensità. E porti in questo tuo presente le tracce del passato, di quello più vicino ma anche di quello più lontano, non per rifugiarti in una nicchia finta ma per portare qui e ora quello che ancora ti appartiene.

Rimani nel tuo sentire e vivi ogni tuo tormento e ogni tua eccitazione come parti VIVE di te …

Ogni lacrima si porta via strati di ghiaccio, ogni tua risata ti rifrulla tutto e ti riporta in vita oltre il ghiaccio che ancora ti è restato attaccato addosso.

Riprendi la tua forza e rimani nella delicatezza del tuo sentire …..

 

 

Liberamente tratto da:

S.Garavaglia – “365 pensieri per l’anima” – Ed.tecniche nuove

Sulla costante ricerca di approvazione

capriole

Photo by Joe Pizzio on Unsplash

Bisogna abbracciare se stessi.Perché spesso è la nostra approvazione che ci manca. La più difficile da ottenere, ma anche la più importante. (Cit.)

Ben ritrovati, eccoci al consueto appuntamento del lunedì con il nuovo post.

Come vi avevo scritto alla fine dell’articolo precedente vorrei ancora soffermarmi sulle riflessioni che Katie Byron fa nel suo libro “Ho bisogno del tuo amore -è vero?”, occupandoci oggi della continua ricerca di approvazione che molto spesso segna le nostre vite distogliendoci dal viverle appieno.

Katie inizia il capitolo con un esempio, a mio parere, perfetto ….. leggiamolo insieme ….

[…] Una bambina è felicemente assorbita nei suoi giochi al parco. All’improvviso ha un brivido facendo una capriola. I bambini attorno a lei, che non aveva quasi notato, stanno ridendo e applaudendo. Ripete la capriola per vedere se applaudono ancora. In tutto il parco giochi i bambini fanno “Guardami! Guardami!”, felici quando ricevono la risposta che vogliono e delusi quando non la ricevono. La prima bambina non sa bene cosa abbia scoperto, ma è entusiasmante! Pensa che forse ha trovato la chiave per essere accolta. Prova a fare una nuova capriola con una motivazione che prima non aveva. Non gioca più per divertirsi. La sua concentrazione si è spostata sulla risposta che vuole dagli altri, e con ciò arriva l’ansia di non averla […]

Ecco qui l’inizio della perdita della gioia di fare per il semplice entusiasmo nel fare, sostituita dall’ansia di fare ed essere per ricevere. E come quella bambina molti di noi iniziano a fare capriole per cercare di ottenere l’approvazione, il riconoscimento, spostando irrimediabilmente lo sguardo dal dentro al fuori, finchè cercare approvazione diventa una parte così importante della nostra vita da diventare automatico.

Il primo passo per cercare di piacere è fare una buona impressione; questo, come il termine stesso ricorda, significa forzare l’immagine che vorremmo si imprimesse nella mente dell’altro. E’ come se andassimo dagli altri con un grande timbro in mano cercando di stampare nella loro mente la migliore immagine di noi stessi. La convinzione che ci muove è che se riusciamo a fissare bene quell’immagine la relazione inizierà con i migliori auspici.

Ma è realmente vero? Riflettiamo …..

Proviamo a metterci dall’altra parte cercando di ricordare come ci sentiamo quando qualcuno cerca di impressionarci. Cosa vediamo quando qualcuno cerca di avvicinarci portando con sé un grande timbro? Da questa nuovo prospettiva è quasi come se il timbro ci dicesse “ho tanto bisogno di piacerti” o “voglio qualcosa da te”. La nostra reazione? Forse un passo indietro, oppure vari tentativi per aggirare il metodo “io ti impressiono così ti piaccio per forza” arrivando così a scoprire chi abbiamo veramente davanti a noi.

Chiediamoci se i tentativi che fanno le persone per impressionarci ci piacciono davvero e ritornando nei nostri panni proviamo a notare quante volte noi facciamo la stessa cosa.

Mettiamoci in ascolto dei nostri pensieri quando parliamo con gli altri: osserviamo quando cerchiamo di manipolare con spiegazioni, puntualizzazioni o giustificazioni, oppure quando raccontiamo degli aneddoti nella speranza che la gente pensi certe cose di noi, potremo avere delle rivelazioni imbarazzanti. Ancora, consideriamo come cerchiamo di manipolare con il viso, la voce, gli occhi, il linguaggio corporeo, la risata …. Potremo addirittura accorgerci che tutti i nostri sforzi sono impegnati a piacere perdendo il vero ascolto nei confronti dell’altro.

L’Ascolto diventa così vago interesse proiettato solo all’acquisizione di “punti” per ottenere il premio finale del “più simpatico”. Focalizzarsi ansiosamente sull’altra persona, verificandone costantemente l’approvazione o la disapprovazione non fa che amplificare a dismisura quel senso di inadeguatezza tagliandoci totalmente fuori dalla fonte della vera soddisfazione. La continua attenzione verso l’esterno ci distoglie anche da quel pensiero inevitabile e doloroso che sta alla base di questa affannosa ricerca di approvazione, la convinzione che se è necessario trasformarci per ottenere riconoscimento e amore ci deve essere sicuramente qualcosa di sbagliato nel modo in cui siamo.

La maggior parte degli sforzi che facciamo per conquistare amore e ammirazione non sono calcolati a freddo o fatti di proposito, il più delle volte nemmeno lo avvertiamo; è come se ci trovassimo in uno spazio sognante in cui si alternano speranza e timore. Un momento pensiamo che potremmo essere rifiutati e il momento dopo diventiamo entusiasti per il successo.

E per evitare di perdere quella sensazione di appagamento totale che l’approvazione dell’altro porta con se, troppo spesso modifichiamo i nostri gusti, le nostre decisioni, le nostre priorità. Ci ritroviamo a dire “Si” quando volevamo dire “No”; diciamo “Grazie” senza in realtà provare vera gratitudine; appariamo gentili e cortesi senza esserlo veramente nel profondo del cuore.

La ricerca di approvazione a tempo pieno significa che invece di vivere semplicemente la nostra vita, dobbiamo recitarla.

Quando diciamo o facciamo qualcosa per piacere, ottenere, influenzare qualcuno, la paura è la causa e il dolore è il risultato. Tradire la nostra essenza per ottenere quanti più “like” possibile, crea separazione. Non è il contatto che cerchiamo, ma solo l’accensione di una lampadina che poi nella maggior parte dei casi rimane spenta.

In quel momento un’altra persona potrebbe amarci totalmente per quello che siamo e noi non potremmo rendercene conto.

Se agiamo guidati dalla paura sarà molto difficile ricevere amore perché rimaniamo intrappolati nello sforzo su quello che dobbiamo fare per ottenere amore. Il cuore e il sentire si chiudono in favore di un pensiero fisso volto a trovare l’escamotage migliore per arrivare a piacere.

Ma se ci spostiamo un attimo dal ripiegamento ossessivo, scopriremo che non è necessario fare nulla per ottenere amore.

Quando vogliamo far colpo sulle persone e conquistare la loro approvazione siamo come bambini che dicono: “Guardami! Guardami!”, ci riduciamo a bambini bisognosi e quando riusciamo prima di tutto noi ad amare quel bambino e ad abbracciarlo rassicurandolo, la ricerca finisce …..

 

 

 

liberamente tratto da:

K.Byron – Ho bisogno del tuo amore? – E’ vero? – Ed Punto di incontro

Il Rispetto: saper vedere, saper ascoltare

RISPETTO

Photo Gregory Colbert©

“Il rispetto… è l’apprezzamento della diversità dell’altra persona, dei modi in cui lui o lei sono unici.” Annie Gottlieb

Tutti noi abbiamo avuto l’esperienza di essere visti per meno di quello che siamo, trattati come se fossimo un’altra persona. Le nostre qualità non sono percepite, ci vengono attribuiti difetti che non abbiamo.

Questo è un fatto molto sgradevole che ci riempie di dubbi, insicurezze, risentimento.

E’ facile che questo accada, perché siamo tutti pigri, e chi ha tempo e voglia di fare lo sforzo necessario per conoscere davvero? Pochi! Molto più facile, invece, etichettare e tutto ciò che è inaspettato e originale non viene considerato, fa perdere troppo tempo.

Ancora peggio, poi, quando non veniamo visti affatto. Veniamo trattati come esseri invisibili, la vita va avanti senza di noi che restiamo ai margini come ombre poco definite.

Proviamo a pensare ora alla circostanza opposta, anche se molto più rara. Qualcuno si prende la briga di trattarci per quello che siamo. Questa persona apprezza il nostro valore, a volte anche più di noi, crede in noi anche quando la nostra autostima vacilla. In quei momenti sentiamo di avere valore proprio per ciò che siamo. Non rimaniamo imprigionati in una percezione depauperata di noi stessi, ma siamo visti e accolti per quello che siamo e per quello che possiamo diventare. Che meraviglia!

Questo è il Rispetto, dal latino re-spicere, vedere di nuovo. Potremmo dire: indugiare un attimo e andare con lo sguardo oltre non fermandosi all’apparenza.

Per vedere a volte basta solo un istante, pochi secondi in cui il nostro sguardo riconosce chi ha di fronte, non come quelle videocamere, spesso installate nei posti pubblici che registrano tutto, ma come un “umanità” che riconosce e onora un’altra “umanità”.

Fra gli abitanti di una regione del Sudafrica, non ci si saluta augurandosi a vicenda il buon giorno, ma dicendo “Sawu Bona”, che vuol dire “Ci sei”. Al che l’altro risponde “Sikhona”, “sono qui”.

Mi sento rispettato se sono visto per quello che sono e che forse potrei essere, per ciò che mi rende unico e originale e se questa parte di me viene ignorata, sono ferito.

Lo psicologo americano Tom Yeomans, allievo di Roberto Assagioli, parla di “ferita dell’anima”, quella che proviamo da bambini quando siamo visti non per quello che siamo, un mare di potenzialità in divenire, ma solo come un bambino capriccioso e difficile, oppure un delizioso soprammobile da esibire, o un possesso di cui vantarsi o ancora una grande rottura di scatole.

Se il vero sé non è visto, siamo feriti e questa ferita ci accompagnerà nell’età adulta. Per essere accettati quindi taglieremo la connessione con la nostra vera anima, iniziando a sopravvivere anziché Vivere.

Questo sguardo attento e profondo che la parola “rispetto” porta con sé non cambia solo chi lo riceve, ma anche chi lo offre. Se ci alleniamo a vedere le persone intorno a noi, riconoscendo le loro potenzialità, magari oscurate da altri aspetti più superficiali meno importanti ma più chiassosi, diventeremo diversi. Perché noi siamo fatti delle nostre percezioni e quello che noi vediamo o presumiamo di vedere giorno dopo giorno, costruisce ciò che siamo. Se la nostra visione è stanca e stantia, e tutto quello che vediamo intorno a noi è una serie di involucri vuoti, finiamo per diventare noi stessi involucri vuoti. Se invece vediamo persone interessanti e speciali, il nostro stesso mondo diventa più stimolante.

Rispetto vuol dire anche “saper ascoltare”. Questo è tutt’altro che facile, soprattutto al giorno d’oggi, nella “società del rumore”; ora più che mai siamo circondati da suoni che ci distraggono e ci disturbano di continuo.

E forse facciamo molto rumore perché non abbiamo voglia di ascoltare; il vero ascolto avviene solo nel silenzio. Un silenzio che non è solo mancanza di frastuono esterno ma soprattutto capacità di zittire le voci interiori che mi distraggono da quello che l’altro di fronte a noi dice.

Spesso ascoltiamo, si apparentemente, in realtà nella nostra mente si fanno strada idee, parole, immagini, un incessante lavorio che non aspetta altro di venire fuori, presi come siamo dalla libidine della parola e allora l’ascolto si perde interrotto da questa competizione nascosta.

L’ascolto poi non richiede solo il silenzio, vuole anche la capacità di sentire non soltanto quello che viene detto ma anche come viene detto. Spesso il contenuto non è così importante, può contare molto di più il tono. Questo è quell’ascolto profondo che ci fa sentire rispettati.

Ascolto che ci fa sentire il grido dell’anima di chi mi sta davanti per mezzo del quale dico all’altro: “tutto quello che dici ha un valore per me”.

Tutto ciò detto fin qui si potrebbe anche riassumere in: il rispetto vuol dire dare agli altri lo spazio a cui hanno diritto.

Perché spesso questo spazio non lo diamo. Anzitutto giudichiamo. Spesso giudici affrettati e parziali che arrivano presto alla conclusione e senza magari dire nulla, formuliamo dentro di noi un giudizio su chi ci sta di fronte “E’ simpatico, ma presuntuoso”, “Sembra gentile ma non c’è da fidarsi” etc…..

Giudicare non costa nulla, è facilissimo. Non solo: ci dà sia un senso di superiorità, perché se giudichiamo ci mettiamo al di sopra di chi stiamo giudicando. E ancora, spesso dopo il giudizio ci viene il desiderio di controllo: vogliamo dare un consiglio, dirgli come fare, organizzare la sua vita, salvarlo.

Saper lasciare all’altro il suo spazio è un beneficio inestimabile concedendogli la possibilità di essere ciò che è e ciò che vuole essere. Senza circondarlo, neppure nella nostra mente, di giudizi, consigli, pressioni, speranze. Lasciarlo libero avendo fiducia della sua capacità di inventare il proprio destino. Questo è il rispetto che vorremmo ricevere, questo è il rispetto che possiamo imparare ad offrire.

Liberamente tratto da:

P.Ferrucci – La forza della gentilezza – Ed. Mondadori

Forte e fragile come la vita

mandorlo in fiore

Vincent Van Gogh – Mandorlo in fiore –

“Mi sono alzato di notte e ho guardato il paesaggio.   Mai, mai la natura mi è parsa così commovente, così delicata…”  Vincent Van Gogh

 Uno slancio verso l’azzurro. Fiori di mandorlo si protendono verso il cielo. Niente altro che il bianco dei  petali e il blu del cielo. Quasi una incarnazione della felicità: forte e fragile come la vita.

Van Gogh, esausto per via del caos interiore e della sua lotta contro la malattia psichica, si concentra sull’essenziale: lo slancio della vita verso l’alto, la trascendenza, il cielo. Sembra aver dipinto il quadro con la testa in alto, senza vedere nulla intorno a sé. Ha allontanato ogni forma di paesaggio per concentrarsi sull’unione tra i fiori e il cielo, il blu e il bianco, il terreno e il celeste…

Nello stesso modo ha tenuto lontano le sue sofferenze per trasmetterci per sempre la sua felicità di fronte ai fiori del mandorlo.

 ….. la natura procura un’armonia per connessione e appartenenza: niente altro che sentirsi vivi in mezzo a tutte le forme della vita, e capire che è una fortuna. Assaporare la gioia elementare di esistere……

“Segui la natura” i filosofi dell’Antichità avevano capito che esiste un legame organico tra la felicità e la natura, capace di portare un soffio vitale anche nelle menti più oscure….

La natura ci aiuta a capire e ad avvicinare la felicità in molti modi. Ci consente un attaccamento sereno e ancestrale al mondo che ci circonda: continuità del ritorno delle stagioni, quasi immutabilità dei paesaggi che amiamo, dei legami armoniosi tra piante e animali. Ci insegna a non aspettare niente di preciso: semplicemente esserci e goderne.

Per gli psicologi evoluzionisti, molti dei nostri comportamenti e dei nostri gusti sono le vestigia dei nostri bisogni animali ancestrali: se gli esseri umani sono così sensibili allo spettacolo di una bella natura è perché vi vedono la promessa di risorse per la loro sopravvivenza, di che mangiare, riposarsi, ripararsi…. Eppure, al di là del piacere che proviamo, si risveglia anche una profonda sensazione di appartenenza a un ordine che ci ingloba e va oltre noi stessi.

Per questa ragione noi non ci limitiamo ad osservare la natura, noi entriamo in connivenza con lei, ci avviciniamo alla nostra realtà più elementare: quella di esseri viventi. Non facciamo altro che immergerci nella natura, tornare a lei. Quando contempliamo un albero in fiore. Quando restiamo assorti a osservare il moto delle onde o delle nuvole…

 ….. tutta la felicità si origina in simili istanti di grazia. Fermarsi, tacere. Vedere, ascoltare, respirare. Ammirare. Accogliere le gioie nascenti. Esercitarsi lentamente a percepirle dovunque esse si trovino……

Ci sono possibilità

coppia-bici

“I dwell in possibility” E.Dickinson

Anche se oggi sembra minacciata, l’avventura dello stare in coppia resta una proposta magnifica, stupefacente e a volte esplosiva!

Con questo post, nato sulla scia di un libro stupefacente, lucido e a volte chirurgicamente spietato che sto leggendo “Eccomi” di Jonathan Safran Foer, voglio invitare tutti coloro che si impegnano in questa avventura a trovare i mezzi per affrontarla nel migliore dei modi cercando di non farsi intrappolare da:

  • l’accusa dell’altro “é colpa tua, hai sempre ragione, non parli mai, non ti si può dire mai nulla, non ci sei mai”
  • l’autoaccusa: “non vedo mai nessuno, non sono interessante, i miei genitori non mi hanno mai amato, non ho mai avuto possibilità…”
  • il non detto: tutte quelle parole sospese che per paura, noia, fatica, si vanno ad accumulare  dando origine a distanze sempre più incolmabili ….

La vita a due ha bisogno di responsabilizzazione ad ogni istante, di presenza di quell’Eccomi  senza se e senza ma.

Se non ci lasciamo definire dai desideri e dalle paure dell’altro, se non tentiamo di definirlo in funzione dei nostri desideri o delle nostre paure, possiamo sperare di alimentare una relazione viva e duratura con un essere amato o una persona che ci ama.

E’ possibile cominciare a restare in piedi senza vacillare, senza piegarsi sotto la paura …

E’ possibile cominciare a camminare, senza essere titubanti; a scegliere un proprio cammino, ad aprirsi un varco attraverso gli ostacoli e i dubbi.

E’ possibile cominciare a parlare, forse esitando, ma con parole proprie.

E’ possibile osare.

E’ possibile esprimere il proprio stato d’animo, le proprie emozioni, le proprie posizioni.

E’ possibile correre il rischio di perdersi, di soffrire.

E’ possibile correre il rischio di non essere sempre compresi o ascoltati.

E’ possibile abituarsi ad una maggiore solitudine per incontrare meglio la parte migliore di sé.

E’ possibile cominciare ad uscire dai bisogni e dalle mancanze che l’altro proietta su du noi, per vivere relazioni di piacere in cui il desiderio possa esprimersi in tutta libertà nello spazio dentro di noi, nello spazio necessario ad ogni incontro.

E’ possibile vivere inizi e nascite senza ferirsi, senza entrare nelle ferite altrui.

E’ possibile cominciare a nascere di nuovo più vicini a se stessi. Riconoscersi nel sogno, nella tenerezza, nella condivisione delle parole.

Quando l’impossibile attraverso l’ascolto e lo sguardo dell’altro si trasforma in possibile è …. MERAVIGLIA!!!

Vivere la coppia in modo duraturo e in una relazione di creatività prima di tutto vuol dire correre il rischio di assumere una posizione il più possibile chiara nelle nostre aspettative, nei nostri contributi e nelle nostre zone di intolleranza e vulnerabilità.

Vuol dire proporre all’altro di stabilire i suoi confini, di affermarsi anche nelle sue richieste, nelle sue aspettative e nelle sue zone di intolleranza e vulnerabilità.

Vuol dire anche accettare di scoprire con stupore e disagio la possibilità o l’impossibilità di una relazione viva e sempre da costruire, da alimentare e sviluppare con la persona che ci ha scelto e che noi abbiamo scelto.

Ogni relazione contiene una parte aleatoria, imprevedibile, un’incognita legata alle evoluzioni, alle rivelazioni e agli incontri che costellano ogni esistenza. Questo è il rischio legato ad ogni forma di vita.

Un rischio sempre più ridotto se preso in considerazione da uno sguardo lucido sulla realtà.

Vorrei concludere con una sorta di Dichiarazione dei diritti all’amore da leggere ogni tanto insieme strada facendo ….

  • Amarti senza sottometterti
  • Addomesticarti senza metterti in gabbia
  • Conosceti senza irrigidire la mia visione
  • Trovarti senza nascondermi
  • Raggiungerti senza minacciarti
  • Accoglierti senza trattenerti
  • Chiederti senza obbligarti
  • Darti senza svuotarmi
  • Rifiutarti senza ferirti
  • Lasciarti senza dimenticarti
  • Riempirti senza colmarti
  • Esserti fedele senza tradirmi
  • Sorriderti e intenerirmi
  • Scoprirti e stupirmi
  • Meravigliarmi e lasciarmi andare alla fluidità dello slancio
  • E restare così viva e libera, aperta alle possibilità dei nostri incontri

 

 

 

Guardarsi, ascoltarsi, osservarsi.

guardarsi ascoltarsi osservarsi

Conoscersi è un processo inesauribile, è avere chiaro quali sono i miei punti di forza e quali le mie debolezze, cosa mi piace e cosa non mi piace, cosa voglio e cosa no.

E’ essere consapevoli di ciò che si è, e non solo registrare tutto quello che uno pensa o crede di essere.  L’argomento è difficile e sta all’origine di una grande quantità di questioni filosofiche, esistenziali, morali, etiche, antropologiche e psicologiche.

C’è una differenza importante fra credere e sapere. Quando dico “credo” faccio una scommessa, mentre quando dico “so” realizzo una manifestazione assertiva della mia certezza che non richiede né prove né dimostrazioni.

Naturalmente, una persona può sapere e sbagliarsi, può rendersi conto che credeva di sapere e garantiva che era così e scoprire solo in seguito l’errore commesso. Non c’è contraddizione: quando parlo di “sapere” parlo di una convinzione, non della riuscita di quell’affermazione.

L’autoconoscenza è, quindi, la convinzione di sapere come si è.

Per la Gestalt questa certezza può essere solo conseguenza di un rendersi conto, un insight progressivo, il processo che risulta da uno sguardo senza pregiudizi diretto attivamente verso la mia interiorità che “mi spinge” a scoprire chi sono.

Prendere coscienza di chi si è vuol dire ri-conoscersi e non costruirsi. E anche se, comunque, ci conosciamo sempre un po’ di più, liberarsi dalle trappole che incontriamo su questo cammino richiede molto coraggio e molto lavoro personale su se stessi.

“Per quanto tempo devo continuare a studiare al tuo fianco per raggiungere l’illuminazione?” chiese al maestro il nuovo discepolo.

“Dipende da tante cose” disse l’anziano “è difficile saperlo…”.

“Comunque sia, vorrei avere un’idea …” insistette il giovane “due anni? Cinque? Dieci?”.

“Diciamo dieci anni” rispose l’anziano.

“E’ troppo tempo …” riflettè il giovane, e dopo un minuto continuò :” E se decidessi di occuparmi solamente a pensare e meditare su ciò che apprendo? Se non uso la mia mente per nient’altro di diverso da queto obiettivo, se  mi occupo solo di ricevere l’illuminazione, quanto tempo ci vorrebbe in quel caso?”

“Aah” rispose il vecchio saggio “se sei capace di farlo veramente, allora ci metterai per lo meno vent’anni…”

Il tempo delle cose dipende sempre dalle persone e dal modo in cui esse agiscono.

Riuscire a capire chi siamo, comunque, non è una cosa che si fa in qualche settimana o in qualche mese e per farcela bisogna lavorare duro, osservarsi molto, senza pregiudizi e guardarsi continuamente, ma senza mai passare tutto il tempo a fare solamente questo.

E’ importante osservarsi da soli e nelle interazioni con gli altri, nei momenti più difficili e in quelli più facili, è necessario vedere tanto il meglio quanto il peggio di se stessi. Osservarsi mentre gli altri mi guardano per cercare di capire in che modo vengo visto ai loro occhi.

E dopo essersi osservati a lungo, si deve ascoltare molto.

Ascoltare non solo se stessi ma anche gli altri senza tuttavia mai dipendere dalla loro parola, cercando di capire quello che dicono. Senza mai obbedire al consiglio degli altri, ma tenendoli sempre in considerazione. Senza mai dipendere dall’opinione esterna, ma registrandola sempre con chiarezza.

Troppo individualismo? Si forse …. Sono tuttavia profondamente convinta che solo se mi conosco potrò trovare lo spazio per offrire al mondo il meglio che ho da dare. Solo conoscendomi posso conoscerti, pensare a te e occuparmi di te …

Senza dubbio potrò “aiutarti” di più quanto più saprò di me stessa, quanto più cammino avrò percorso, quanta più esperienza avrò accumulato e quante più volte  mi sarà successo qualcosa di simile a quello che ti sta succedendo.

Certo ci sono migliaia di storie della vita di persone che hanno aiutato gli altri senza aver nessuna conoscenza, nell’ignoranza più assoluta e con il cuore aperto fra le mani come unico strumento. Sono gli eroi della vita quotidiana.

E’ vero. La conoscenza che si ha delle cose non è tutto e non deve esserlo …. Tuttavia continuo a scommettere e a credere che è molto difficile dare ciò che non si ha …..

Solo se Ascolto me, Ascolto te …..

ascolto 5

“Ascoltare è una forma di accettazione” S.T.Mann

Ascoltare è un’arte tra le più difficili. Sappiamo come siano rare le persone che sono veramente in grado di ascoltare, intendendo con questo com-prendere realmente quanto viene detto loro, tuttavia, capita qualche volta di incontrarne.

Si tratta di persone per le quali le parole che pronunciamo diventano dense di significato perché ci “vedono” e desiderano ardentemente aprire uno spazio di condivisione , facendoci sentire non più viaggiatori solitari spersi nel vaso mondo, bensì soggetti in cammino uniti da un comune destino.

Questo “ascolto pieno” va al di là delle parole pronunciate, perché include una attenzione più profonda non solo a quello che di verbale viene messo in comune ma anche verso tutti i canali analogici da noi utilizzati, perlopiù in modo inconsapevole.

Si tratta quindi di un ascolto a 360° che rivela una evidente capacità di empatia e un sincero desiderio di conoscenza di chi si ha di fronte.

Molto più spesso invece, quando iniziamo una conversazione con qualcuno, ci capita di non trovare ascolto e di non darne nemmeno, questo perché nella maggior parte dei casi, quando parliamo con un interlocutore siamo portati a ricercare l’eco delle nostre parole e il riverbero delle nostre percezioni.

Invece di ascoltare l’altro ascoltiamo noi stessi impedendoci di percepire veramente i messaggi di chi abbiamo di fronte. Interpretiamo i discorsi dell’altro e i suoi comportamenti secondo le nostre esigenze, volti soprattutto a trovare conferme e riconoscimento.

Il disaccordo delle opinioni ci disturba e ci predispone ad un atteggiamento di chiusura e sospetto. Ci proclamiamo curiosi delle diversità ma in verità siamo alla ricerca delle somiglianze e delle analogie.

La dissonanza degli intenti ci infastidisce, se poi unita a questa abbiamo sentore di biasimo e note giudicanti, l’inquietudine e l’irritazione prendono il sopravvento, rendendoci totalmente incapaci a costruire uno spazio di vera condivisione con il prossimo.

In molti casi il dissenso può sfociare in aperto conflitto che può lasciare una traccia indelebile nella relazione. Oppure, l’incomprensione genera una chiusura totale e ostile tra gli interlocutori che, se non risolta rapidamente, può portare alla rottura definitiva.

La difficoltà a comunicare è un argomento molto gettonato da coloro che si avvicinano ad una relazione d’aiuto e il nostro compito di operatori diventa una ricerca di strategie volte a facilitare nei clienti la consapevolezza e quindi la trasformazione di rigidi copioni relazionali in capacità di confronto.

La disponibilità all’Ascolto, come ho detto all’inizio, presuppone una buona dose di empatia; sintonizzarsi sui bisogni dell’altro “mettersi nei suoi panni” anche se manteniamo i nostri. Spesso invece siamo talmente concentrati sulle nostre convinzioni e pretese che le parole del nostro interlocutore diventano solo un fluire ininterrotto di suoni che neppure ci scalfisce; una sorta di rassicurante rumore di fondo che ci tiene compagnia.

Questa attenzione verso noi stessi, tuttavia, non va confusa con una effettiva capacità di contatto con la nostra sfera più intima e profonda. Molti di noi rifugge l’Ascolto di sé, quella decodifica del proprio “sentire” che favorisce appunto l’ascolto della propria voce interiore.

Si pensa tanto, si sente poco. La nostra consapevolezza è, troppo spesso, alquanto carente. Il più delle volte ci accontentiamo di una approssimativa raccolta dati, saltando frettolosamente alle conclusioni che spesso sono molto lontane alla realtà della nostra essenza più profonda. Questo perché vogliamo evitare di impegnare il cuore e la mente per paura di scoprire aspetti di noi che potrebbero non piacerci e per il bisogno, quindi, di coltivare una immagine di noi stessi idealizzata che possa garantirci l’apprezzamento da parte degli altri.

L’ascolto degli altri passa attraverso l’ascolto di noi stessi, un ascolto consapevole, profondo, senza evitamenti, senza nasconderci dietro illusioni o compiacimenti. Un ascolto congruente seguendo il ritmo dei pensieri e il battito del nostro cuore, abbandonando paure e insicurezze.

Se scaviamo con sincerità all’interno del nostro animo, al di là delle nostre ombre, troveremo un tesoro di risorse che potranno alimentare la nostra autostima e rafforzare le nostre competenze relazionali. L’altro non ci farà più paura e porci al suo ascolto vorrà dire veramente aprirsi ad un nuovo mondo.

Solo confidando in noi stessi, nella ricchezza della nostra vita interiore saremo finalmente in grado di avere accesso a questo altro mondo …..

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liberamente tratto da:

I.castoldi “Se bastasse una sola parola” URRA Feltrinelli

Il Counseling un’ arte maieutica

COUNSELING

” Se una persona si trova in difficoltà, il modo migliore per aiutarla non è quello di dirle esplicitamente cosa fare, quanto piuttosto di indirizzarla a comprendere la situazione e a gestire il problema facendole prendere, da sola e pienamente, la responsabilità delle proprie scelte e decisioni. Gli individui hanno in se stessi ampie risorse per autocomprendersi e per modificare il loro concetto di sè” Carl Rogers

Autoefficacia,coping,resilienza tutte caratteristiche che sono dentro di noi ma che spesso sono ricoperte da tonnellate di detriti che ne impediscono l’attivazione. Come fare??? Dove andare per essere aiutato ad aiutarsi???

nel grande bacino delle “relazioni d’aiuto” si colloca il Counseling, un modo nuovo di affrontare problemi che coinvolgono l’individuo, di impostare la relazione di aiuto in sintonia con l’esigenza di valorizzare le risorse personali di ognuno.

Il Counseling può essere definito come la conduzione di colloqui che coinvolgono temi personali privati ed emotivamente significativi per l’interlocutore, in cui questo viene “aiutato ad aiutarsi”, a gestire, cioè, i suoi problemi utilizzando le proprie risorse personali senza dipendere da interpretazioni, consigli o direttive fornite da un altro, per quanto esperto possa essere.

E’ un’arte maieutica che non si propone di addestrare, né di curare: il suo obiettivo è quello di tirare fuori le potenzialità presenti in ciascuno. Il presupposto è che una persona abbia già in sé le potenzialità necessarie, deve solo imparare a riconoscerle e usarle.

L’aiuto non consiste tanto nel proporre soluzioni e nell’eseguire complicati riaggiusta menti “terapeutici”, quanto piuttosto nel togliere gli ostacoli che non permettono alle energie che la persona possiede di manifestarsi.

Compito del Counseling è quello di dare al cliente un’opportunità di esplorare, scoprire e chiarire dei modi di vivere più fruttuosi e miranti ad un più elevato stato di Ben-Essere.

Il Counseling è:

  • Ascolto
  • Orientamento
  • Prevenzione
  • Crescita
  • Migliora le tue Relazioni
  • Libera le tue potenzialità
  • Ti aiuta ad affrontare gli ostacoli
  • Ti aiuta a raggiungere i tuoi obiettivi
  • Ti aiuta a ri-trovare le tue risorse

E’ utile per tutte quelle persone che si trovano in qualche momento della vita a “vacillare” e sentono il bisogno di essere ASCOLTATE, ACCOLTE; di ESPRIMERE  loro stessi e le loro EMOZIONI accrescendo la CONSAPEVOLEZZA e l’ACCETTAZIONE di sé in un ambiente protetto e non giudicante per CONTATTARE e RICONCILIARE conflitti emotivi, imparando ad AMARSI e avere così una sempre migliore qualità di vita.

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In parte liberamente tratto da:

M.Danon – Counseling – Ed.RED

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