Mese: gennaio 2017

Cambiare per se stessi

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In momenti diversi della nostra vita tracciamo dei bilanci. Anniversario, compleanno, capodanno …. Sono altrettante tappe che ci spingono a lasciarci alle spalle un periodo e a situarci in rapporto alle proiezioni del passato.

Sono diventata quello che volevo essere? Sono felice? Mi piace vivere in questo modo? La risposta negativa ad una di queste domande dovrebbe stimolare un desiderio di cambiamento; eppure non tutti abbiamo le stesse armi per passare all’azione.

Freud osservava che le persone tengono più alle loro nevrosi, al loro malessere, che a ciò che sono. Egli identificava nell’essere umano due forze antagoniste: una Pulsione di Vita, fatta di elementi dinamici, di desideri che stimolano il cambiamento e una Pulsione di Morte che ci mantiene in uno stato di inerzia o crea un movimento retrogrado alla quale la prima si oppone.

Queste due pulsioni sono collegate alla nostra psiche più primitiva. Fin dalla nascita, infatti, sappiano che moriremo, tuttavia non possiamo vivere tutta la vita con questo pensiero; quindi non abbiamo altra scelta che rifuggire profondamente la seconda e instaurare un compromesso tra queste due forze che si scontrano in noi.

L’equilibrio raggiunto è più o meno stabile e può generare crisi d’angoscia di varia intensità, dalla semplice percezione d’ansia all’angoscia della morte.

Le probabilità di cambiare sono maggiori quando le cose non vanno, opeggio, quando si soffre. Il cambiamento allora comporta una reazione di fronte ad una saturazione: toccare il fondo, non farcela più ….

La battuta più celebre dell’Amleto permette di illustrare la tensione necessaria per mantenerci vigili, per stimolare la nostra dinamica del cambiamento: “To be or not to be….”, “Essere o non essere …”.

Ancora una volta, tutto ci riporta a quello che siamo e a ciò che non siamo. A quello che rinunciamo ad essere, o a ciò che accetteremo di essere. “A essere o a non essere…”.

Essere necessita di un intimo dialogo con se stessi. Questo scambio ci riporta ancora una volta alla nostra posizione infantile. Per esistere è necessario passare da uno stato di “sottomissione”, in cui facevamo di tutto per essere amati, ad uno stato d’azione, di affermazione e dunque di cambiamento.

Esistere implica la capacità di proiettarsi nell’avvenire attraverso azioni piacevoli, non costrittive, che apportano soddisfazione e arricchimento interiore.

Essere non è altro che dialogare con la nostra Pulsione di Vita, accompagnarla, mantenerla e ovviamente incanalarla.

Essere significa divenire. La questione è sapere quali sono i nostri specifici desideri, quelli che alimentano la nostra esistenza ….

Sulla possibilità di crescere …

CRESCERE

Tante persone infelici e insoddisfatte aspettano che la felicità venga portata in dono da una fata o un mago che con la bacchetta magica la fa comparire dinanzi a loro confezionata in una bella scatola con il fiocco rosso.

Da molte altre persone, felici e soddisfatte impariamo  che la felicità nasce da una lotta costante e passionale e soprattutto che la si costruisce attimo per attimo, tassello per tassello.

Il cambiamento che porta alla felicità è una manifestazione di coraggio mentre l’immobilismo, il ristagno è appannaggio di quella parte di noi che non vuole correre il rischio di andare alla scoperta dei molteplici aspetti della vita.

Muoversi e percorrere la propria esistenza costituisce l’espressione gioiosa della curiosità dell’esplorazione, ma significa anche accettare l’inquietudine e la paura che il nuovo possono dare .

Se ci atteniamo sempre a quello che ci fa sentire sicuri, non viviamo l’esperienza della crescita. Se non corriamo dei rischi non possiamo acquistare fiducia in noi stessi.

Questa grandiosa possibilità di reinventare, attraverso le nostre scelte, il corso della propria vita è un privilegio esclusivo della specie umana rispetto a tutti gli altri generi animali.

Anche se il materiale di cui disponiamo è costituito di frammenti non solo luminosi bensì disperati e apparentemente da buttare esiste sempre la possibilità di tessere qualcosa di artisticamente armonico pur nella sua imperfezione.

Come diceva Paul Sartre “un uomo può sempre fare qualcosa di ciò che hanno fatto a lui”.

E’ pure vero che, molto spesso, è difficile buttarsi nel grande mare del cambiamento senza una sorta di salvagente che in qualche modo ci rassicuri che in seguito non rimpiangeremo il gesto fatto; nello stesso tempo sappiamo pure che tutto questo è possibile solo a livello immaginativo perché l’assunzione del rischio costituisce l’inevitabile prezzo di qualsiasi rinnovamento.

Voler modificare una situazione, seppur instabile e disfunzionale, significa comunque, cambiare delle abitudini radicate, mettere in discussione delle certezze , disfarsi di un copione che all’origine della sua messa in atto è servito alla nostra sopravvivenza.

Tutto questo comporta un’avida curiosità di vita e una costante flessibilità di pensieri, progetti ed azioni.

Un elemento che può aiutarci nel nostro cammino di evoluzione è porci un obiettivo, poiché l’essere proiettati verso di esso facilita l’insorgere di momenti di entusiasmo e vitalità.

Una meta importante può essere quella di imparare ad amarsi cessando di sottovalutarci, scoprendo invece tutti i propri lati positivi di cui fruire e godere.

In ogni caso, fissarsi un traguardo valido significa contare le tristezze e pareggiarle con le gioie.

Pensiamo a quante volte diciamo a noi stessi frasi come:

HO BISOGNO DI ESSERE AMATO

DEVO RIUSCIRCI

SONO UN MISERABILE

E’ UN DISASTRO

Ottenendo solo di cadere in un’autocommiserazione senza fine, arrotolati su noi stessi come animali, buoni solo a leccarci le ferite che questo mondo crudele ci infligge ogni giorno.

Proviamo ora a fare un esercizio di ottimismo e autorivalutazione, pronunciando frasi equivalenti ma contrarie:

Posso rischiare di essere anche rifiutata

Faccio del mio meglio, accetto il mio limite

Sono davvero una bravissima persona

E’ una situazione del tutto affrontabile

Vedremo che in tal modo, la morsa della nostra inefficacia si allenta , si viene a creare una doppia polarizzazione: da un lato tutta la più cupa tristezza e dall’altro una sana fiducia. Giocando in mezzo a questi due poli riusciremo a trovare un equilibrio emotivo più realistico che porta con sé una maggiore intenzionalità creativa.

Come ho detto all’inizio, il processo di conquista della piena consapevolezza di sé, che porta alla crescita reale e profonda e di conseguenza alla felicità per essere riusciti a prendere in mano la propria vita, non è facile e spesso ci si trova bloccati lungo la strada colti da una improvvisa nebbia o impantanati in una buca piena di fango.

In questi casi un aiuto può venire da un percorso di Counseling che può fornire quella bussola o quella pala necessarie per uscire dall’impasse.

Il Counselor si prende cura di chi ha davanti, accettandolo incondizionatamente, ascoltandolo attivamente , aiutandolo a riconoscere ed elaborare le sue emozioni avendo come obiettivo quello di tirare fuori le potenzialità del cliente che si affida a lui per arrivare a quell’autonomia e capacità di autodeterminazione che fa la differenza tr il vivere e il sopravvivere.

Per attraversare la terra di mezzo e raggiungere il paese del vero sé è necessario mettere i piedi a bagno nelle emozioni , percorrere i sentieri interiori sentendoli sulla pelle . Non si può rimanere seduti al tavolino sfogliando dotti capitoli di un libro teorico, poiché allora sarebbe come leggere attentamente un gran libro di cucina…. senza però mai cucinare né mangiare!

“…. crescere significa diventare quello che siamo sempre stati, ma non siamo mai riusciti ad essere …”

Ricominciare da adesso

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“Nessuno può tornare indietro e creare un nuovo inizio, ma chiunque può ricominciare oggi e creare un nuovo finale” M.Robinson

Riflessioni dopo una sessione di counseling ….

In qualsiasi momento possiamo dare alla nostra vita e ad ogni piccola o grande cosa che ci troviamo ad attraversare un altro significato se solo lo vogliamo.

E in ogni momento possiamo ricominciare da adesso!

Per poter fare questo da cosa si deve liberare il nostro libero arbitrio e diventare davvero libero?

Il confine delle nostre conoscenze ed immaginazioni costituisce il confine della nostra libertà di scelta. Quanto maggiori sono le nostre conoscenze e la nostra immaginazione, tanto più grande è la nostra libertà di scelta, perché così potremmo avere un ventaglio sempre più ampio di possibilità interpretative. Tuttavia, al contrario, l’eccessiva sicurezza del sapere si può trasformare in un ostacolo verso nuove potenzialità.

Proviamo a fare un esempio: immaginiamo una persona che crede di essere chiusa a chiave dentro ad una stanza: vorrebbe uscire ma non ci prova, dato che “sa” di essere rinchiusa.

Forse si sbaglia e la porta non è affatto chiusa a chiave, ma non se ne accorgerà mai, se continua a credere che lo sia. La sua libertà di scelta è ostacolata da quello che pensa sia “vero”.

La realtà misurabile, esiste e non sempre le condizioni del contesto in cui viviamo sono ideali. Oltretutto se così non fosse, non saremo motivati a fare qualcosa per cambiarle. Tuttavia l’auto-boicottamento, la svalutazione e la convinzione di non essere degni di felicità e soddisfazione a prescindere, sono sempre in agguato.

Proviamo a dirci che ricominciare si può, sempre! Nonostante le condizioni avverse, nonostante la fatica, nonostante quello che crediamo sia perdita di tempo, nonostante le forze che ci portano poco a poco ad evitare ogni situazione che riteniamo dannosa, ….. nonostante tutto si può!

Si può ricominciare a prenderci cura smettendoci di danneggiarci, invertendo la rotta con “piccoli atti di gentilezza a caso” questa volta verso di noi, imparando ad osservare la nostra avversione con benevolenza senza identificarci in lei. Accorgendoci soprattutto che non sperimentiamo mai il mondo come è, ma come siamo noi.

Per vivere la nostra scelta di ricominciare sempre da adesso ci possiamo chiedere, concretamente: per che cosa sono disposta a investire il tempo prezioso della mia vita?

Se usiamo un linguaggio giudicante ci allontaniamo dall’esperienza, la rifiutiamo. La confrontiamo alla nostra immaginazione di come “dovrebbe essere invece” e preferiamo questa versione a quello che percepiamo abbandonando il campo ancora prima di iniziare il “gioco”. Inoltre se proviamo avversione per l’idea che ci siamo fatti di noi stessi, ci impediamo di cogliere le risorse che abbiamo e che potrebbero essere il punto di partenza per ricominciare.

Proviamo a dire di sì a quello che ci viene incontro e vuole la nostra cooperazione. Semplicemente. E osserviamo come ci sentiamo con sincerità, senza filtri e proiezioni.

Proviamo a “lasciarci in pace” dai continui sabotaggi che la parte svalutata e svalutante mette continuamente in atto ad ogni nostro tentativo di intraprendenza. Sosteniamo invece quella parte profondamente libera, curiosa e proattiva che vive in ciascuno di noi. Portiamola alla luce, ascoltiamo le sue parole, senza annullarle nel brontolio e rimuginio che fanno da sottofondo costante ai nostri pensieri.

Smettiamo di accusarci e recriminarci, vivendo nel sempiterno rimpianto di qualcosa che poteva essere e facciamo!

Prendiamoci la respons-abilità da persona adulta capace di “rispondere abilmente” agli stimoli che la vita ci offre.

Fidiamoci e affidiamoci a noi stessi cosicchè le frontiere del pensabile si apriranno spalancando davanti a noi nuovi scenari che ci traghetteranno dal “senso del dovere” al “senso del volere”.

Il “senso del dovere” si trasforma in “senso del volere” e “del potere”, quando ci rendiamo conto del valore fondativo della nostra libertà di scelta. E’ quel salto di qualità che segna il cambio di passo portandoci ad essere una persona autonoma che può decidere di ricominciare.

Una persona autonoma che sente tutti i giorni il valore del proprio impegno nel vivere le decisioni restando dalla loro parte “senza se e senza ma” !

 

Occupare il tempo con la sofferenza

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In qualche caso noi facciamo una vera e propria azione di ammutinamento del benessere. Così molte persone giocano a farsi male con la vita attuale fino a quando non si rendono conto che i danni sono ingenti, purtroppo in alcuni casi è necessario farsi male molte volte prima di capire.

In alcuni casi il sistema delle difese organiche, bombardato strategicamente dagli auto boicottaggi, non resiste e le persone si ammalo gravemente. E poi va detto e tenuto in conto da tutti coloro che si occupano di “aiuto”, alcune persone non ce la fanno. Non riescono a prendersi la responsabilità di cambiare la loro vita, di aggiornarla, di renderla attuale, di interrompere la coazione a ripetere instauratasi nell’infanzia.

In questi casi vediamo persone oscillare fra onnipotenza e vittimismo e quando entrano nello stato di coscienza della “sopravvivenza” arrancano paurosamente e cercano di arrabattarsi in qualsiasi modo, mettendo una toppa di qua e poi una di là per tappare le falle che si aprono. Sono persone che non riescono a darsi quel rispetto che consentirebbe loro di avviarsi verso quella trasformazione necessaria per “diventare quello che si è”.

Ne ho avute di persone simili tra i miei clienti. Per me è un grande dolore vederle arrivare a far risplendere la propria luce e poi tornare giù e vederle scomparire di nuovo tra le onde. Il mio senso di perfezionismo  una volta non accettava tutto questo, percepivo come sconfitta personale chi decideva di abbandonare il percorso. Oggi ho imparato ad accettare che non tutti vogliono veramente “salvarsi”.

Ho imparato, sulla mia pelle, che bisogna lavorare veramente duro con se stessi. E’ un impegno, un vero e proprio lavoro, ma chi l’ha detto che la vita è una passeggiata?

Eppure basterebbe veramente poco, prendersi veramente cura di sé, tirare fuori le emozioni, rassicurarsi con l’amore verso se stessi e ritrovare la fiducia … ma quanto lavoro c’è dietro la realizzazione di cose così semplici …

Molti invece preferiscono occupare il tempo con la sofferenza, una qualunque, anche la più stupida, pur di non affrontare il dolore, l’abbattimento della cui parete porta al piacere, sì perché solo una parete divisoria separa queste due emozioni tanto profonde quanto confinanti.

Quello che accade è come una disconnessione; l’anima rimane indietro rispetto al pensiero che va troppo veloce.

Se i genitori comprendessero quanto sono importanti per i figli, molti problemi fra genitori e figli non esisterebbero. Invece spesso i genitori di fronte all’imponenza di questo grande affetto regrediscono ad una posizione infantile, così non si sentono né visti, né amati dai figli e reagiscono con misure puerili e sproporzionate nei loro confronti.

Io credo che il nostro nemico più grande sia questo considerarci al di fuori del mondo. Il non considerarci per chi siamo veramente e obiettivamente così come gli altri riescono a riconoscerci e amarci. Questa consapevolezza darebbe al bambino dentro di noi la speranza che spesso rifiuta mettendo sempre dei dubbi, ma non c’è dubbio sul nostro Sé.

Il nostro Sé può essere maltrattato, violato, manipolato ma non muore mai. Il Sé altro non è che quel bambino che aspetta che qualcuno venga a prenderlo, quel bambino che non sa tornare a casa da solo. Ma quel “qualcuno” oggi siamo noi, è l’adulto che c’è in noi, di lui il bambino si fida, perché ha lo stesso odore, lo stesso fiuto, lo stesso cuore che batte forte. Il punto è sentire questa integrazione fra i due livelli di noi stessi: l’adulto e il bambino.

Il cambiamento comporta un cambio di energie. L’energia che fino a quel momento era servita a mantenere il sintomo, questa volta viene impiegata per sostenere il cambiamento. Il primo segnale viene dato da un senso di disorientamento: quando una persona arriva ad un certo grado di benessere, dopo aver convissuto per molto tempo con la sofferenza, incomincia a sentire un certo grado di estraneità con il piacere e dice: “Adesso sto bene e che faccio?”.

Ma perché una volta raggiunta la consapevolezza dei meccanismi distorti non si riesce a cambiare atteggiamento e si tende inconsciamente a ripetere la coazione? C’è evidentemente un vuoto da colmare e spesso la persona decide di occupare il tempo con la sofferenza. Alcuni sostengono che è per non sentire la paura di vivere, altri per non sentire la paura di morire; in senso generale è lo stesso vuoto che tiene lontane le persone da un percorso di crescita o cambiamento. Sì, perché essenzialmente la paura di vivere è la paura di cambiare il proprio stato, le proprie vere o false sicurezze, lasciare qualcosa di certo, il nostro star male, per qualcosa di incerto: starò mai bene?

Voglio terminare questa riflessione con un brano tratto da “la migliore salute possibile” di Andrew Weil che mette il focus sull’importanza della motivazione come fattore indispensabile a contrastare l’inerzia iniziale ad ogni cambiamento. Il primo passo??? Avere l’umiltà di chiedere aiuto ……

“L’inerzia è la resistenza al movimento, all’azione o al cambiamento. Proprio come i corpi fisici fermi tendono a rimanere fermi, mentre quelli in movimento tendono a continuare a muoversi in linea retta finchè non subentri una forza esterna, anche il corpo umano è resistente al cambiamento. Se avete provato a lavorare una massa di argilla fredda o di pasta di pane, sapete quanta perseveranza e quanti sforzi sono necessari per renderle morbide e malleabili. In questi casi la forza esterna viene dalle mani esperte a lavorare l’argilla o la pasta che superano la naturale inerzia. Molte persone vogliono cambiare la propria vita ma non riescono a immaginare di poterlo fare senza un aiuto esterno: Ritengo che se mani esperte potessero esercitare su di loro la forza necessaria per avviare il procedimento,potrebbero farcela, e intanto restano legate alle proprie abitudini. La risposta a questo problema diffuso sta nella motivazione. Il termine stesso deriva dal verbo latino che significa “muovere” ….”

Scegli di (non) avere problemi

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“E’ facile crogiolarsi nell’oscurità, essere cinici. Essere felici è una scelta coraggiosa. E’ prendere posizione” Sally Hawkins

Questo post è un po’ un paradosso, o meglio una provocazione per tutti noi che nel momento in cui un problema sparisce dal nostro orizzonte quasi ne abbiamo nostalgia.

A noi essere umani piace la sensazione di risolvere problemi, ci piace sentirci intelligenti e in grado di occuparcene.

Ma per avere questa bella soddisfazione, abbiamo bisogno di qualche problema da risolvere. Crediamo dunque di voler evitare i problemi, mentre ci servono per poter vivere l’emozione positiva tipica dell’essere in grado di risolverli con l’iniezione di autostima che ne consegue.

La prova di ciò? Il fatto che, se per un paio di giorni di seguito “tutto va bene” e non ci sono problemi in vista, presto ci sentiamo nervosi, o ci annoiamo, o improvvisamente ci irrita o ci “manca” qualcosa. Oppure ci interessiamo ai problemi altrui.

Starcene semplicemente tranquilli, distesi sul divano, o comodamente seduti in poltrona o a passeggio in un prato, non è da noi: prima o poi sentiamo il bisogno di occuparci di qualcosa, di dimostrare, anche solo di fronte a noi stessi, le nostre capacità, di metterci alla prova.

Questa scelta, quindi, ci porta ad osservare eventuali “problemi” come, appunto cose di cui possiamo occuparci, e come buone occasioni per mettere alla prova la nostra creatività umana. Non solo, possiamo anche notare grazie a quali visioni, scopi, disegni di vita riusciamo ad assegnare significati alle cose adatti a vedervi dei problemi.

Lo so, quello che ho detto potrebbe sembrare alquanto cinico e contraddire le mie capacità empatiche e professionali, in realtà fa parte di quella ricerca di congruenza e consapevolezza della propria vita che è poi il presupposto fondamentale per ri-trovare la parte di sé più autentica.

Immaginiamo una persona che per evitare il grigio dell’inverno, le giornate senza sole, si sia fatta un paio di occhiali da sole con le lenti gialle che la aiutano a “stare su”.

Il problema di questa persona sarà, a questo punto, il come fare a togliersi se si abitua alla bellissima luminosità antidepressiva di questi occhiali.

Per riuscire ad avere questo problema la persona in questione deve desiderare in maniera implicita di evitare ad ogni costo di vedere il cielo grigio.

E questo a pensarci bene è uno pseudo-problema che nasconde uno scopo irraggiungibile: il desiderio di far credere al suo sistema limbico che sia sempre bel tempo è una pia illusione.

L’idea di comprarsi gli occhiali da vista con le lenti gialle era la soluzione che la persona aveva architettato al problema della depressione invernale. Ora che li ha, il problema è il timore di abituarsi.

Sembra allora che i problemi si adattino, malleabili, alla situazione, mutanti come un virus.

So che il problema dell’esempio di cui sopra è profondamente sciocco e chi mi legge potrebbe pensare: “avercene di problemi così ..”.

Tuttavia, molte volte,  anche i problemi “veri” tendiamo a vederli come tante buone occasioni per prenderci la soddisfazione di trovare una soluzione.

Proviamo, partendo dalla prospettiva dello pseudo-problema, a farci queste domande: come ci sentiamo nel farlo? … ci sembra un po’ un trucco come nel caso dell’esempio delle lenti gialle? … ma il significato che diamo alle cose non è una nostra creazione autonoma e personale? …. Allora chi ci vieta di essere felici rispondendo alle sfide della vita? … di metterci alla prova? …

Una specie di diffuso conformismo implicito ci dice di che cosa abbiamo bisogno : di un lavoro che ci dia soddisfazione, di una famiglia che funziona, di una vita felice, di questo e di quello … tutti buoni modi per avere modelli da raggiungere e quindi problemi da risolvere, oltre che per svalutare quello che , come al solito, è come è.

Ma se scelgo di avere i problemi che ho, per poter sentire la tipica contentezza legata al cercare di risolverli come una specie di sudoku speciale della mia vita, come mi sento ad averli? … sono ancora “un problema”? …. O sono le cose che al momento ci caratterizzano, di cui al momento ci occupiamo?

Se è vero che nessuno è infelice, o ha problemi “apposta”, osservarsi con consapevolezza dovrebbe rendere impossibile, la scelta di essere infelici o di avere problemi – infatti non è una scelta: quando sentiamo questo stato mentale possiamo scegliere di osservarlo, e ci possiamo chiedere che cosa ci vuol far fare, la nostra diffusa “infelicità”, ad esempio.

Se ci accorgiamo che l’inquietudine, l’insoddisfazione, l’infelicità sono una specie di benzina, di carburante dell’anima, verso la soluzione dei nostri problemi, ci sentiamo ancora cos’ infelici, ad essere infelici?

Tuttavia anche accettare che è disumano essere-sempre-felici mi pare una buona scelta, soprattutto per quei giorni in cui ci sentiamo meno coraggiosi del solito…..

Fiducia, motivazione, determinazione

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“Gli sforzi e il coraggio non sono abbastanza, senza uno scopo ben preciso e una direzione da seguire” J.F. Kennedy

Sull’onda del week end formativo che ha aperto il 2° anno del Master In “Yoga Danza e Artcounseling” di ADYCA asd, la scuola fondata con la mia amica e collega Lucilla Loddi, un post,tratto dal libro di Edoardo Giusti “Passione e Saggezza” , che riprende i concetti “lavorati” durante le ore di lezione.

[….] Molto spesso valutiamo una persona felice e serena misurando il livello di soddisfazione e appagamento rispetto alla vita che conduce. Se le sue relazioni affettive sono significanti, se ha successo nel lavoro, se beneficia di un certo benessere socio-economico, se infine gode di buona salute, allora possiamo dire che la serenità appartiene a quella persona.

Tuttavia è vero il contrario, cioè che la serenità psichica apre la strada del successo nella vita, nella professione e negli affetti, apportando anche enormi benefici fisiologici e migliorando lo stato di salute psico-fisica. Una vita gratificante dipende pochissimo dal caso o dalla sorte ed è invece il risultato di particolari caratteristiche individuali che fanno la differenza fra il fallimento e il successo.

Tra queste caratteristiche sono di primaria importanza:

  • Essere persone fiduciose
  • Avere determinazione
  • Essere profondamente motivate

Tutti questi elementi sono strettamente collegati ad uno stile di pensiero ottimistico e all’intelligenza emotiva.

La fiducia, la motivazione e la determinazione sono i tre requisiti fondamentali per ottenere che la vita si realizzi secondo i propri obiettivi.

La fiducia verso se stessi e le proprie capacità non è mai la vana illusione di chi si percepisce in modo ingannevole e irrealistico, ma consiste in una piena coscienza delle proprie risorse e dei propri limiti; è solo l’autoconsapevolezza che infonde fiducia, perché è una vera e propria bussola che ci permette di puntare di volta in volta nella direzione migliore.

D’altronde sappiamo bene che affrontare una situazione difficile, ma d cui abbiamo presenti la maggior parte degli elementi, ci infonde un profondo senso di fiducia, mentre quando ci troviamo di fronte a difficoltà piccole ma completamente oscure e indecifrabili siamo molto sfiduciati e ci prefiguriamo il fallimento.

La fiducia per essere efficace deve anche riversarsi verso il mondo esterno e gli altri, ma sempre salvando il realismo. Infatti, solo conoscendo la realtà per quella che è, visualizzando gli ostacoli e gli impedimenti insieme alle opportunità si può avere una seria e motivata fiducia nella possibilità di riuscire e nel raggiungimento dei propri obiettivi.

Alla fiducia è strettamente legata la determinazione, cioè la capacità di persistere anche a fronte di difficoltà o fallimenti. Anche qui non c’è spazio per l’illusione: la persona determinata è in grado di distinguere la speranza dalle semplici aspirazioni: “come vorrei che fosse così” e dalle attese: “Succederà automaticamente”. Inoltre persegue l’obiettivo con una mirabile abilità nel rimanervi focalizzato senza lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà.

La persona determinata puntando tenacemente al suo obiettivo, riesce a vedere con lucidità ogni impedimento e a rimuoverlo o ad aggirarlo nel migliore dei modi, rimodulando, se necessario, il proprio progetto e adattandosi di volta in volta alla situazione.

Non bisogna tuttavia pensare ad una persona ossessionata dal suo obiettivo, che si arrovella ansiosamente fino a quando non raggiunge il risultato sperato. La determinazione permette invece di concentrarsi con serenità, di impegnarsi senza eccessiva ansia, di avere un forte autocontrollo e di distogliere strategicamente l’attenzione per concedersi momenti di relax e distrazione, necessari a ricaricare il corpo e la mente.

Infine la motivazione permette alla persona di affrontare ogni situazione senza perdersi d’animo, tollerando rinunce, conflitti, dilazioni, senza mostrare segni di grave turbamento.

Chi è motivato mantiene inalterata la sua serenità, perché da una parte è capace di sopportare la frustrazione del fallimento e dall’altra sa non esaltarsi di fronte ai successi effimeri, mantenendo sempre alta la sua concentrazione sull’obiettivo.

Spesso la vita ci mette di fronte a difficoltà di vario genere, ma la persona motivata è abile nel non lasciarsi andare all’ansia o alla tristezza, perché è consapevole di dover affrontare degli ostacoli e anzi spesso li interpreta come sfide da superare. Questo non vuol certo dire che la persona motivata “non sa perdere”; sa invece accettare la sconfitta senza subire particolari alterazioni dell’umore.

La motivazione è sempre forte e vigorosa ma mai irrealistica fino ad offuscare impedimenti e ostacoli. D’altronde quando nasce dall’interno e non è legata al consenso altrui o ad una logica delle ricompensa, la motivazione è di per sé sufficiente ad infondere serenità perché trova la sua ragione di essere in se stessa.

La persona motivata è capace di ridurre l’impatto negativo degli ostacoli alla propria azione e questo porta come prima conseguenza meno stress e più serenità, una sempre migliore conoscenza e consapevolezza e infine una migliore strategia d’azione, che sarà di volta in volta

Le cause di fallimento più comuni

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“Ho provato, ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò meglio.” S.Beckett

Secondo autorevoli ricercatori quali Robert Sternberg, conosciuto dai più per la sua teoria triarchica dell’amore , possedere buone abilità in generale non vuol dire non commettere mai errori, ma riuscire ad imparare dagli errori compiuti in passato in modo da non ripeterli nel futuro.

Fra le cause dei nostri fallimenti, una delle più comuni consiste nella incapacità di tradurre il pensiero in azioni concrete. La cultura occidentale di cui facciamo parte accetta come un dato ormai acquisito la separazione tra il pensiero e l’azione; nel tentativo di migliorarci oppure per timore di sbagliare, tendiamo a riflettere sulle azioni commesse ieri e a pensare in anticipo alle azioni che faremo domani.

Potremmo chiamarla la strada dei rimpianti e delle occasioni perdute, poiché in questo modo non si fa altro che pensare a cosa avremmo fatto se ci fosse stata offerta un’altra opportunità, cadendo non di rado in dilemmi dal sapore amletico.

Nonostante le buone intenzioni le idee generate in questo modo si rivelano alquanto improduttive, dato che difficilmente si tradurranno in azioni efficaci: si tratta dell’esatto contrario del “cogliere l’attimo fuggente”, poiché a forza di chiedersi quale sia l’occasione giusta non si riesce a raggiungere alcuno scopo importante nella vita.

Strettamente legato a questo troviamo la mancanza di motivazione che affligge quanti non riescono a dare forza alle loro scelte che finiscono per rimanere solo proiezioni in un tempo indeterminato che prima o poi verrà quando tutte le congiunzioni astrali saranno al posto giusto.

Chi si affida solo a motivazioni esterne, come ad esempio l’approvazione dei genitori, per perseguire i propri obiettivi, alla lunga perde di vista il significato delle proprie azioni e tende anche ad arrendersi prima del tempo, mentre chi riesce a motivarsi all’interno prova un interesse reale e sincero per quello che fa.

Anche il rimandare continuamente l’inizio di un’attività rientra tra i fattori in grado di diminuire fortemente il coinvolgimento della persona, la quale appare impaurita di fronte alle responsabilità richieste per portare avanti un compito.

Consideriamo ad esempio il caso di uno studente universitario che non riesce a terminare gli studi perché si è arenato al momento di dover elaborare la tesi conclusiva. Piuttosto che prendersi l’impegno di scrivere la tesi, preferisce rimandare il suo incontro con le responsabilità tipiche dell’essere adulto, come trovare un lavoro e il non essere più dipendente economicamente dai genitori.

Sul piano interpersonale, la paura di cominciare una relazione pienamente coinvolgente, fatta anche di impegno, attanaglia tutti quelli che non riescono oppure non vogliono andare oltre una conoscenza superficiale del partner di turno e che sono abituati a terminare le relazioni prima che queste diventino qualcosa di più serio.

A questi ostacoli Sternberg ne aggiunge un altro, forse più subdolo dei precedenti ma altrettanto frequente: l’eccessiva fiducia riposta nelle proprie abilità  cognitive ed emotive, oppure al contrario la totale mancanza di essa.

Mentre sembra intuitivamente corrispondete al vero che chi non possieda almeno un minimo di fiducia nelle proprie abilità soltanto con estrema difficoltà potrà raggiungere degli obiettivi concreti nella vita, meno comprensibili ci appaiono i danni che un eccesso di fiducia in se stessi possono provocare.

In realtà, la mancanza di umiltà impedisce di prendere atto degli errori compiuti, svolgendo così la funzione di freno al raggiungimento dei risultati che ci aspettiamo.

In ultima analisi il fallimento è qualcosa che fa parte della vita, l’importante è sapersi rialzare, prendersi le proprie responsabilità non avendo paura di mettersi in gioco.

“Fear of failure must never be a reason not to try something.” Frederick Smith

Trova il tempo

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Il tempo degli eventi è diverso dal nostro
Eugenio Montale

“Parte del tempo ce lo strappano di mano, parte ce lo sottraggono con delicatezza,e parte scivola via senza che ce ne accorgiamo”Seneca.

Nella nostra società  “liquida”, sembra che per prendere decisioni e metterle in pratica si debba andare sempre veloci. In questo senso, il tempo esteriore non corrisponde quasi mai al tempo interiore.

Un segnale di tale discrepanza è rappresentato dalle difficoltà psicologiche di cui, più frequentemente, le persone soffrono. I disturbi d’ansia, notevolmente aumentati in questi ultimi anni, ad esempio, ci rimandano al tempo interiore che si è svincolato dalla velocità dell’ambiente.

I disturbi dell’identità, allo stesso modo, ci raccontano di confini mai costruiti, di limiti posti ma poi violati.

Chiaramente un ambiente così instabile e in continuo movimento possiede confini molto dilatati.

I collegamenti via Internet con tutto il pianeta, se da un lato azzerano le distanze permettendoci di usufruire dell’ambiente come se fosse una grande pasticceria dove scegliere, in tempo reale,  quello di cui abbiamo voglia, dall’altro ci fanno perdere la dimensione del tempo necessario per assimilare le esperienze.

Siamo diventati voraci mangiatori di esperienze da consumare e buttare via, senza il tempo di sminuzzarle, masticarle e digerirle. Il paradosso richiesto alla persona è gestire il cambiamento e, nello stesso tempo, recuperare il tempo del ritiro, dell’attesa, dell’ascolto dei propri bisogni.

Per la Psicoterapia della Gestalt il contatto e il cambiamento vanno a “braccetto”: infatti il contatto è visto come un momento creativo di cambiamento.

Nel delineare la sua dottrina Pearls aveva sottolineato la necessità di riattivare i sensi per sperimentare il contatto con l’ambiente.

I contatti del nostro tempo, d’altra parte, sono talmente numerosi e superficiali che, spesso, non ci permettono di ascoltare i nostri sensi e la nostra consapevolezza: non c’è tempo per fermarsi, non esiste uno spazio dell’attesa e della pausa per darci ascolto e assimilare dentro di noi l’esperienza vissuta.

Viviamo come dentro ad un frullatore dove gli ingredienti si mischiano girando ad una velocità folle che ci fa perdere di vista il punto da cui siamo partiti.

Ecco perché è importante riprendersi il tempo… trovarlo… come punto di partenza per il cambiamento. Ri-trovare quella curiosità fatta anche di lentezza che ci spinge verso l’altro da sé, verso il contatto sentendo in ogni momento quello che succede dentro di noi.

Da bambini, nel momento in cui disobbedivamo alle regole e ci sperimentavamo curiosi, se ci siamo sentiti accolti e contenuti dallo sguardo materno avremo appreso che chi si prendeva cura di noi ci permetteva di riconoscere la nostra diversità.

La traccia di questa esperienza sarà stata registrata dentro di noi e da adulti ci daremo il permesso di essere aperti alle novità del contatto: il contatto diventa così momento creativo di cambiamento.

Ri-troviamo il nostro tempo…. pretendiamolo…. Non facciamo che la nostra vita si riduca ad un lungo e veloce viaggio in treno guardando dal finestrino il paesaggio in continuo cambiamento senza la possibilità di scendere per stare, sentire, vivere la nostra storia…..

La spesa intelligente

supermercato

Dopo i precedenti post  in cui le parole, note di un immaginario pentagramma, scivolando via leggere, ci hanno portato in un mondo ovattato un po’ sospeso, una sorta di  “intermezzo” tra il sonno e la veglia, rimettiamoci al lavoro ….

Oggi è tempo di andare a fare un po’ di spesa e poi di riordinare un po’ “casa nostra”.

Immagina il tuo supermercato preferito, luccicante e ordinato, bello, ricco di prodotti, con sconti e offerte … e immagina che al posto di alimentari, bevande e detersivi ci siano altri cartelli che indicano:

  • Credenze fresche per l’autostima
  • Credenze buone per tenersi in forma
  • Credenze utili per la gestione del tempo
  • Credenze fresche per imparare a dire di “No!”
  • Credenze sulle relazioni
  • Credenze sugli altri

Immagina di avere tutti i soldi che vuoi perché la valuta corrente in questo tipo di supermercato è la voglia di migliorare e di provare.

E’ tempo di comprare, di riempire il carrello di tutto ciò che ritieni utile cambiare: che siano due o tre credenze su di te o sugli altri, o che siano una ventina non importa, te lo puoi permettere. Se in futuro vorrai, poi, cambiare questi acquisti, non preoccuparti, potrai sempre farlo, senza scontrino, senza limiti di tempo e senza chiedere nulla a nessuno.

Ora fai i tuoi acquisti di credenze utili e appuntali in un elenco ….

Dopo essere ritornata a “casa”, è necessario trovare il posto per la nuova spesa.

Immagina di fare proprio come se fosse un giorno di grandi pulizie ….

Fai un giro di perlustrazione della tua mente, metti la musica che ti piace e inizia il giro …

Getta nel grande sacco nero tutte le credenze che non ti vanno più, quelle strette, quelle limitanti, quelle inutili, quelle dannose, quelle puzzolenti, quelle che sanno di naftalina ….

Riempi bene il sacchettone, chiudilo con il cordoncino apposito e immagina di scendere in strada e di gettarlo nel cassonetto delle credenze non più desiderabili.

Ora vai a recuperare la tua spesa e immagina di fare un nuovo giro per la tua mente visitando le parti che gestiscono la tua stima, la tua libertà, le tue possibilità, la tua forza, le relazioni, la visione del mondo e riempi gli spazi lasciati vuoti dalle pulizie con le nuove credenze utili.

Fai un bel respiro e passa in rassegna il cervello con gli occhi interni della mente come quando entri in una stanza in ordine e pulita, luminosa e brillante. …

Guardati in giro, nota le differenze e rilassa il corpo …

Benissimo, hai fatto i tuoi acquisti, pulito la casa, sistemato la spesa, immaginando come potrebbe essere la tua vita con queste nuove credenze.

Tuttavia come i prodotti freschi al supermercato, anche le credenze che hai da poco acquistato hanno una scadenza che è rappresentata dalla motivazione e dall’impegno messo per poter usare al meglio una credenza.

Cosa significa questo? Che fare le pulizie e immaginare solo una volta di rimpiazzare le credenze non utili con delle nuove scelte non basta, ci vuole del tempo …

Questo vuol dire che dopo aver individuato le nuove credenze e aver immaginato uno o due volte come sarebbe la tua vita con queste nuove convinzioni, non  ti puoi aspettare di averle cambiate per sempre. Le credenze che hai scelto resteranno nella tua mente ancora per poco se non le consolidi, moriranno quando altre novità ruberanno la tua attenzione e la motivazione sarà dedicata ad altri obiettivi quotidiani.

E allora cosa fare per consolidare adesso le convinzioni scelte?

E’ IMPORTANTE IMMAGINARE E PRATICARE, GODERE E RICORDARE!!!

Prova così: prendi ciascuna credenza acquistata e per ciascuna rispondi alle seguenti domande ….

  • Quando nel mio passato ho manifestato comportamenti che la rispecchino?
  • Come mi sono sentita?
  • Se non ti viene in mente niente, prova a immaginare come ti sentiresti adesso?
  • Come mi comporterei?
  • Chi conosco che possiede questa convinzione?
  • Come mi sentirò domani con questa nuova credenza?
  • E nelle prossime occasioni in cui sarebbe utile averla?
  • Come posso ricordarmi di convalidare questa credenza e renderla sempre più vera per me?

Trova esperienza nel passato in cui ti sei comportata come se avessi quella credenza, ricorda come ti sei sentita, immagina di sentirlo ora e proiettalo nel futuro ….

Ad esempio se una tua vecchia credenza era quella di non essere all’altezza, sicuramente al supermercato avrai comprato una credenza opposta: io sono sempre all’altezza e se non lo sono posso imparare…..

Ora prova a convalidarla dentro di te:

  • Ho già vissuto situazioni in cui mi sentivo adeguata e all’altezza? Come mi sono sentita?
  • Se non lo ricordi prova a usare la fantasia immaginando di esserti sentito all’altezza in un a determinata situazione ….
  • Come ci si sente dentro quando si crede di essere all’altezza? Some sento la sensazione nel corpo? Come scorre? Che idea mi dà?
  • Quale metafora può aiutare a ricordarmi questo stato emotivo?
  • Chi conosco che sembra all’altezza della situazione?
  • Come si comporta? Cosa fa che mi piacerebbe fare?
  • Come parla? Come si muove?
  • Come sta con gli altri? E quando è solo?

Concludendo è importante sapere che molte volte le credenze sono date per scontate e questo è un errore; quando vengono individuate, bisogna capire che nella maggior parte dei casi, esse non sono nostre ma apprese per educazione.

Le credenze sono come tutte le abitudini: con la voglia e l’impegno,  un po’ di pratica e di tecniche giuste si possono cambiare in quello che vogliamo e questo TE LO ASSICURO PROPRIO!!!

 

Vivi ora, non rimandare …

vivi-adesso-3

“Dimorando nel momento presente”. Recitiamo questo verso quando inspiriamo nuovamente e non pensiamo a nient’altro.

Sappiamo esattamente dove siamo. Di solito diciamo:” Aspetterò fino alla fine della scuola e al conseguimento della laurea, e allora vivrò veramente”.

Ma quando abbiamo ottenuto il diploma, diciamo:” Per vivere veramente la vita, devo aspettare fino a che avrò un lavoro”.

Dopo il lavoro, ci serve un auto e dopo l’auto una casa.

Non riusciamo ad essere vivi nel momento presente.

Differiamo sempre la vita al futuro, non sappiamo esattamente quando. Ci può capitare di non essere mai veramente vivi per tutta la nostra vita.

La tecnica, sempre che si debba parlare di tecnica, è quella di ESSERE NEL MOMENTO PRESENTE, di essere consapevoli di ESSERE QUI E ORA, che l’unico momento da vivere è il presente.

Quando espiriamo, diciamo: “So che questo è un momento meraviglioso”.

Essere veramente qui e ora e godere del momento presente, ecco il nostro compito più importante….

Thich Nhat Hanh

Oggi 1° giorno del 2017 … prima pagina bianca della nostra agenda … 365 giorni da VIVERE momento per momento, attimo per attimo gustandone il sapore , sentendone il profumo, ASCOLTANDOCI…..

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