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Dimostrare qualcosa, ma perché e a chi?

chi sono

“Il nostro continuo impegno a fare ed agire sembra un modo per impedirci di essere. Se ci si dà abbastanza da fare non si è obbligati ad essere qualcuno. Si può cercare con sempre maggiore impegno, di diventare qualcosa di diverso da quello che si è: sempre migliori, sempre più potenti, sempre più simili a qualcun altro e sempre meno simili a ciò che in passato abbiamo scoperto di essere”. Carl Whitaker

Spesso diventiamo quello che gli altri ci dicono che siamo; anche se dentro di noi sappiamo che siamo ben altro, è un modo triste per depistare gli inseguitori e a volte purtroppo per perdersi e non trovarsi più. Fare finta che tutto va bene, sì per un po’ si può fare, ma poi?  Dimostrare qualcosa che non è risulta ancora più triste e inutile, e poi, perché? Sarebbe come fare il bagno in un luogo bellissimo e poi scoprire che c’è uno scarico fognario. Faresti finta di nulla e continueresti ad immergerti tra colibatteri e residui fecali?

Perché accontentarsi quando puoi scegliere il meglio? Che cosa credi che ti manchi? Te la stai raccontando … non ti manca nulla!!!

Se ti va, prova a fare questo esercizio: prendi carta e penna e scrivi una lista di cose che non hai fatto per paura che sarebbero state criticate dagli altri. E soprattutto decidi e metti a fuoco chi sono questi “altri”.

Una volta che li avrai individuati, visualizzali affidando ad ognuna di queste persone il progetto a cui hai rinunciato per paura di quello che potrebbe aver pensato.

Prendi delle buste, scrivi il nome di ciascuna persona che ti ha apparentemente frenato e inserisci in ogni busta la descrizione dell’episodio avvenuto.

Alla fine dell’esercizio guarda quanto sono gonfie queste buste. Alcune sono sottili, mentre altre sono lì per scoppiare? Almeno due non potrebbero essere neanche chiuse ? Per vivere al meglio e diventare un “vincente” occorre che tu lascia andare quello che non ha funzionato nella tua esistenza. Per farlo occorre “perdonare” tutti quei nomi. Molte di quelle buste riportano nomi che ti sono familiari? Le due più gonfie sono quelle dove c’è scritto il nome di mamma e papà?

Molte persone meravigliose sono state apparentemente poco amate da uno dei genitori o comunque hanno avuto uno o tutti e due i genitori con importanti problemi ad esprimere il loro amore. Così, inconsciamente, essi sono diventati efficaci e potenti nel disperato tentativo di poter proteggere uno dei genitori e contenere o salvare l’altro. Oppure hanno conseguito vittorie al fine di raggiungere risultati tali da rendere impossibile il non riconoscimento da parte loro. Ma spesso questo, anche se è avvenuto, non è arrivato nei tempi necessari per migliorare la qualità della realtà affettiva di tutti.

Ci sono genitori che continuano ad alzare l’asticella su cui i loro figli devono saltare e non basta mai quanto in alto tu sia riuscito ad arrivare.

Evita di sentirti indifeso rispetto al ricordo delle dinamiche intercorse qualora queste non siano state vincenti. Ogni cosa irrisolta con i tuoi genitori si “appiccicherà” nelle tue relazioni e le influenzerà negativamente. Mille volte meglio risolvere e “guarire” quello che hai salvato riguardo a tutto quello che non ha dato buoni risultati, solo così potrai essere veramente libero di realizzare al massimo il tuo potenziale.

Ricordati che ogni volta che non metti tutto l’impegno che puoi esprimere per raggiungere il risultato, sei portato ad accettare compromessi e sarai pronto a diventare quello che rimpiangerà di non essere divenuto qualcuno: a quel punto sarai capace di prenderti la tua responsabilità e di ripartire? O punterai il dito contro tutti coloro che ti avrebbero impedito di arrivare? Sei proprio sicuro che siano stati “loro” a farti scivolare? Quanto sarebbe meglio se tu ti accorgessi che hai fatto invece tutto da solo, sempre, ma specialmente quando le cose non hanno funzionato?

Fermati un attimo a riflettere, è tempo ben speso. Come potrebbe l’immobilità permetterti di arrivare da qualche parte, in quale modo potrebbe mai farti raggiungere qualcosa?

Mentre fino a questo momento ogni “no” ci crocifiggeva , ora è fondamentale riconoscere che sono i modi di pensare che avevamo ieri che ci hanno condotto e accompagnato a quello che siamo oggi, a tutto questo! L’importante è evitare di sentirsi incompresi e spostare le proprie energie su qualcosa di altro a cui teniamo comunque tantissimo in modo da superare l’impasse e riprendere il cammino.

Questo significa capacità di scelta e non ha nulla a che vedere con la rinuncia bensì con una messa a fuoco più produttiva e concreta. E’ necessario semplicemente smettere di avere timore, cambiare pensieri, prestare più attenzione, orientarci verso qualcosa di più adatto ai percorsi che abbiamo in mente e CE LA FAREMO!!!!

Noi sappiamo tutto, occorrerebbe tenerne conto! Talvolta sarebbe molto più utile smettere di spingere il fiume e forse sarebbe proprio lì che ci accorgeremmo che sì, quel risultato lo abbiamo raggiunto!

Crediti: foto e aforisma iniziale da https://psicologoonlinerizzo.wordpress.com/

Attesa

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Il pulcino rimane nell’uovo in attesa di sentire l’attimo che lo spinge a uscire alla luce. Allo stesso modo anche noi restiamo ancora per un poco incantati, nell’attesa di sentire il richiamo del nostro progetto che ci chiama alla luce.

La vita ora ci arriva ovattata, suoni da lontano si tuffano sulla nostra pelle con l’intensità di un uragano. A pelle viva, senza protezione … ogni suono un sussulto, una gioia, un richiamo. Niente ci è estraneo in un mondo che ci sembra tutto nuovo, tutto si getta addosso e noi lo assorbiamo, lo temiamo, lo cacciamo via e poi ce lo riprendiamo. Suoni che si accavallano … si dissolvono … come se no fossimo sott’acqua.

Non chiediamoci perché, non ha senso ora portare a coscienza ogni cosa. Tra poco tutto ci sarà più chiaro, abbandoniamoci ora a questi suoni ovattati … La vita che ha inizio, e poi si affaccia non sempre gentile, talvolta forte, potente … Il piacere, il dolore, tutto questo passa sulla nostra pelle con forza, abbiamo tolto ogni armatura … fluttuiamo da un’onda all’altra, da un istante all’altro senza cercare risposte ora …

La vita che ci attende ha ora il sapore e l’odore di tutto quello che vogliamo. Ogni nstro respiro risuona nell’universo …

Alla mercè delle emozioni e delle sensazioni che arrivano portandoci lacrime che non comprendiamo e che forse non hanno senso, qualcosa si scioglie, qualcosa che desideriamo … una sensazione ci travolge impetuosa mentre ci lasciamo cullare nell’ovatta.

Sospesi nell’assoluto, ci abbandoniamo al flusso fino a trovare il senso della nostra trama.

Ancora non sappiamo chi siamo, intuiamo solo una impercettibilelieve sensazione che ci spinge a desiderare che questo sia un inizio glorioso. Non sappiamo perchè nè ancora dove si manifesterà la nostra gloria in questo nuovo anno che si apre in tutta la sua luce, nè ora ci interessa saperlo

Respiriamo con la terra tutta, mentre i mari inspirano ed espirano il profumo di sale nell’aria, e il vento che respira le piante, e ali che inspirano ed espirano continuamente il cielo.

Sospinti da questa sensazione appagata, desideriamo soltanto che sia un buon inizio e che, finalmente, tutto quanto grida gioia, di nascere in noi, riceva ascolto e ci cresca dento per portare i suoi frutti.

Il vecchio si sbriciola e il pulcino vedrà la luce ancora umido, e si bagnerà il becco nella sua stessa appiccicaticcia umidità …. Ma adesso aspettiamo, rimaniamo ancora un poco nel nido. Sentiremo quando l’attimo ci chiamerà perché noi possiamo espanderci.

L’impeto di questa luce che ci attende è tutta energia di risveglio … ma c’è tempo per ogni cosa ….

 

liberamente tratto da:

S.Garavaglia – “365 pensieri per l’anima” Ed.Tecniche Nuove

 

Le “vie dei Canti”

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“Per gli aborigeni australiani, la loro terra era tutta segnata da un intrecciarsi di “Vie dei Canti” o “Piste del Sogno”, un labirinto di percorsi visibili soltanto ai loro occhi.

La filosofia degli aborigeni era legata alla terra. Era la terra che dava vita all’uomo; gli dava nutrimento, il linguaggio e l’intelligenza, e quando lui moriva se lo riprendeva…

Ferire la terra è ferire te stesso, e se altri feriscono la terra, feriscono te. Il paese deve rimanere intatto, com’era al Tempo del Sogno, quando gli Antenati con il loro canto crearono il mondo…..

Si credeva che ogni antenato totemico, nel suo viaggio per tutto il paese, avesse sparso sulle proprie orme una scia di parole e note musicali, e che queste Piste del Sogno fossero rimaste sulla terra come “vie” di comunicazione tra le tribù lontane.

Un canto faceva contemporaneamente da mappa e da antenna. A patto di conoscerlo, sapevi sempre dove trovare la strada….

Gli Antenati, che avevano creato il mondo cantandolo, erano stati poeti nel significato originario di “poiesis”, e cioè “creazione”.

Nessun aborigeno poteva concepire che il mondo creato fosse in qualche modo imperfetto. L’uomo che andava in walkabout compiva un viaggio rituale: calcava le orme del suo Antenato. Cantava le strofe dell’Antenato senza cambiare una parola né una nota e così ricreava il Creato.

Gli Aborigeni non credevano all’esistenza del paese finchè non lo vedevano e lo cantavano: allo stesso modo, nel Tempo del Sogno, il paese non era esistito finchè gli Antenati non lo avevano cantato.

Quindi la terra deve prima esistere come concetto.

Qual’ è la natura dell’inquietudine umana?

In una delle sue pensèes più cupe, Pascal disse che la fonte di tutte le nostre sofferenze era l’incapacità di starsene tranquilli in una stanza. Perché domandava, un uomo che ha di che vivere sente lo stimolo a trovare un diversivo in qualche lungo viaggio in mare? O vivere in un’altra città, o andarsene alla ricerca di un grano di pepe, o in guerra a spaccare teste? Scoperta la causa delle nostre disgrazie, Pascal volle anche capirne la ragione, e dopo averci riflettuto ne trovò una ottima: cioè la naturale infelicità della nostra debole condizione mortale; così infelice che, se ci concentriamo su di essa, nulla può consolarci.

Solo una cosa può alleviare la nostra disperazione, dice Pascal, ed è lo svago: eppure proprio questa è la peggiore di tutte le nostre disgrazie, perché lo svago ci impedisce di pensare a noi stessi….. Chissà, mi domandai, se il nostro bisogno di svago, la nostra smania di nuovo, era, in sostanza, un impulso migratorio istintivo, affine a quello degli uccelli in autunno? Tutti i grandi maestri hanno predicato che in origine l’Uomo “peregrinava per il deserto arido e infuocato di questo mondo” e che per riscoprire la sua umanità egli deve liberarsi dai legami e mettersi in cammino…..”

Bruce Chatwin – Le Vie dei Canti

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Liberarsi dai legami, dalle zavorre, dai pesi e mettersi in cammino …..

L’obiettivo??? … il percorso …. diventare “quello che si è” è difficile … permettersi di esporre la nostra vera natura? .. spesso impensabile ….

“e se non piaccio??” …. rischiare di andare incontro al rifiuto? ….. troppo spaventevole…

Tuttavia dentro di noi vive l’archetipo del Cercatore, dell’Eroe in viaggio verso la sua Itaca … l’esplorazione è un istinto primordiale e porta con sè l’inquietudine della meta e allora si prova a cercare fuori quello che è già tutto dentro di noi ….

Voler essere ciò che crediamo che gli altri si aspettino da noi, ci impedisce di essere noi stessi … ci blocca nel cammino, ci fossilizza, ci pietrifica …

Ritorniamo alla Terra … alla Nostra Terra …. celebriamoci .. congratuliamoci per i semi che germogliano … diamoci acqua, nutrimento, ri-conosciamoci e amiamoci ….

Seguiamo il battito del nostro cuore … è il suo canto che ci riporterà a casa …….

Il Primo passo …..

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“Non è abbastanza fare dei passi che un giorno ci porteranno ad uno scopo, ogni passo deve essere lui stesso uno scopo, nello stesso tempo in cui ci porta avanti.  ” Goethe

Il cammino che decidiamo di intraprendere, ogni maratona, ogni marcia, ogni corsa, ogni passeggiata, indipendentemente dalla lunghezza o dalla difficoltà del percorso, inizia con un primo passo.

Quando si decide di fare qualcosa il primo passo è il più importante di tutti e quello che va fatto il prima possibile, perché, appena lo avremo compiuto, avremo concretamente iniziato a muoverci nella direzione dei nostri obiettivi e staremo già viaggiando sulla strada.

Con questo non voglio dire che il resto del percorso non richieda impegno, ma è molto più facile mettere un piede dietro l’altro, dopo che si è mosso il primo passo, in un certo senso ci si è già immessi sulla strada giusta, la parte più difficile è stato scegliere di farlo individuando la direzione verso cui incamminarsi.

Dunque il primo passo è importantissimo, perché senza quello non si comincia mai e si potrebbe rimandare all’infinito.

Fai qualcosa, anche di minimo, ma che ti dia l’impressione di aver cominciato.

Per esempio hai deciso di dimagrire? Il primo passo potrebbe essere cercare il numero di telefono delle palestre vicino a casa, fissare un appuntamento dal dietologo, gettare nella spazzatura tutti i dolci che hai in casa …. Hai deciso di riprendere a studiare? Telefona per chiedere informazioni alla scuola alla quale hai intenzione di iscriverti, esci per comprare libri sull’argomento che vuoi approfondire oppure prendi la tua agenda e pianifica il tempo che dedicherai durante la settimana allo studio.

Ora prova a fermarti un attimo …. Ascoltati …. E pensa, se vuoi puoi scriverlo, una sorta di impegno con te stessa, qual è il primo passo che puoi fare adesso per andare verso il tuo obiettivo. Scegli qualcosa di semplice e assicurati che sia qualcosa che puoi fare subito, domani al più tardi.

Non avere fretta di vedere subito il risultato finale. Gustati i piccoli successi quotidiani che, messi insieme, ti porteranno alla meta. Raramente è possibile bruciare le tappe e arrivare in fondo velocemente. I risultati così ottenuti sono spesso fittizi e destinati a crollare miseramente in poco tempo.

L’importante è mettersi in movimento verso il proprio futuro e agire ora!!

 

Ricordati sempre che,

un passo per volta si macinano i chilometri

e si arriva dappertutto!!!

 

Scegliersi per scegliere

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“La magia è credere in se stessi: se riusciamo a farlo, allora possiamo fare accadere qualsiasi cosa.” J.W.Goethe

Per scegliersi è necessario pensare di avere valore, di potere fare la differenza, di poter essere significativi nel determinare eventi e situazioni, di essere, in definitiva, il nostro meglio, per fare scelte e raggiungere obiettivi.

Nella mia esperienza umana e professionale ho potuto constatare quanto l’essere umano possa incidere in maniera determinante sul suo percorso di vita.

Possiamo riassumere ciò in tre punti fondamentali:

  • Ciò che siamo e saremo dipende soprattutto da noi e dalle nostre scelte;
  • Per poter scegliere occorre scegliersi
  • Per scegliersi occorre conoscersi.

Migliorare la relazione con se stessi e con gli altri, realizzare le proprie mete, è sempre possibile, a qualunque età e in qualunque luogo, diventando così padroni e non schiavi dei propri comportamenti, delle proprie reazioni emotive, del proprio passato e presente e anche dei propri progetti futuri.

La riuscita delle nostre azioni presuppone volontà, motivazione e impegno costante, presuppone soprattutto fiducia nelle proprie possibilità.

E’ il “saper essere” che fa la differenza nella riuscita o meno di un’impresa, valorizzando gli altri saperi (conoscenza ed abilità – “sapere” e “saper fare”) e consentendo di sfruttare al meglio le poche o tante opportunità che il contesto ci offre.

In particolare quello che emerge in maniera più preponderante e che diventa la chiave di volta perché le possibilità si realizzino è la “fiducia in se stessi”, imparando ad apprezzarsi come preziosa risorsa, ricca di potenzialità umane e qualità e non di pregi e difetti, diventando sempre più abili a distinguere tra quello che vogliamo realmente e quello che è

  • Solo apparenza, ossia tutti quei desideri nati per sollecitazioni esterne ma mancanti di una vera e propria motivazione interna;
  • Solo illusoria costrizione.

Ricordiamoci che gli altri hanno potere su di noi solo se siamo noi a darglielo!

Migliorando la conoscenza di noi stessi, imparando ad ascoltarci, possiamo toccare con mano cosa ci soddisfa e cosa no e capire quali sono le direzioni importanti su cui investire il nostro tempo e le nostre energie, evitando così di sprecare e disperdere tempo ed energie, se non per scelta.

Spesso pensiamo che sia normale che i sogni che abbiamo coltivato da bambini o ragazzi con l’età adulta scompaiono, ma questo non è normale è solo ciò che accade nella norma, ma accade quello che ci si aspetta che accada perché l’essere umano cerca conferme alle proprie idee e sensazioni e generalmente teme il cambiamento e la diversità.

Noi però siamo calati in una realtà in continuo divenire, non c’è nulla di fisso e immobile, quindi crescere ed evolvere presuppone il cambiamento, la disconferma, il coraggio del dubbio e la fiducia nella possibilità di un evolversi positivo che ci porti proprio là dove avevamo sognato di arrivare.

Il punto non è cosa possiamo, ma cosa vogliamo e a quale prezzo ci interessa, maturando flessibilità sul come e quando realizzare l’obiettivo, perché questo non dipende solo da noi, siamo sì la variabile più significativa nel condizionare cosa ci accade, ma non l’unica.

La nostra realizzazione passa anche attraverso gli altri. Infatti, qualsiasi obiettivo vogliamo realizzare è nell’ambito di un contesto sociale, quindi possiamo essere fermi sull’obiettivo, ma flessibili sui tempi e modalità, essendo disponibili a negoziare, tali termini, con il contesto di riferimento.

Quando non riusciamo a realizzare quello che vogliamo è perché qualcosa non ha funzionato in noi o fuori; si tratta quindi di capire cosa e valutare l’opportunità o meno di ritentare, stando attenti al come e al quando.

E’ fondamentale allora capire quali sono le variabili in gioco nel sistema e quale è il grado di controllo/influenza da noi esercitabile su di esse per ottimizzare le nostre possibilità di riuscita.

Credere nelle proprie possibilità, esprimendolo con i comportamenti adatti, significa darsi delle opportunità e assumersi la responsabilità della propria vita, delle proprie scelte e dei propri risultati.

Significa non ricorrere più al “ho dovuto farlo, mi hanno obbligato, devo farlo …”, come eventuale giustificazione per tutto quello che nella nostra vita non ci soddisfa; ma significa anche riaffermare la nostra sovranità e il nostro potere rispetto ai contesti di vita “nel bene e nel male sono io il regista della mia vita…”, “sono io a decidere come comportarmi, non mi limito a re-agire agli altri, ai contesti, all’ambiente”.

Non accettare la responsabilità conseguente all’avere il potere di scegliere è negarsi la possibilità di realizzarsi, di essere felici, di vivere consapevoli che “vivere” è già un successo.

In troppi hanno già perso la speranza, anche giovanissimi.

Troppo forte è la tentazione di accontentarsi di quello che si riesce ad avere senza grandi sforzi, perché non crediamo abbastanza che ciò che siamo e abbiamo dipende da ciò che facciamo e da come pensiamo, sentiamo e agiamo.

Diciamo:” a che pro sforzarmi per ottenere qualcosa di più, tanto non dipende da me, c’è il caso, ci sono gli altri …”

Se io non mi do chance, perché pretenderlo dagli altri o dalla fortuna? Solo realizzando il viaggio so che arriverò!

E’ necessario credere di poter investire su di noi, scegliersi, anche se gli altri intorno a noi non rafforzano la nostra motivazione perché già si sono arresi.

Riconoscendo e riaffermando il “diritto di proprietà” della nostra vita e rafforzando la capacità di scegliere e realizzare obiettivi per noi stessi, possiamo partecipare consapevolmente alla nostra realizzazione.

Noi siamo la nostra migliore occasione!

Il mio augurio per tutti noi è quindi un “in bocca al lupo” trasformato, dove il “lupo” siamo noi non la fortuna, il caso o gli altri ….

“in bocca alla nostra fiducia e volontà, al nostro impegno, in bocca ai nostri sogni trasformati in realtà!”

liberamente tratto da: S.Vulcano “Scegliersi, scegliere, essere scelti” FrancoAngeli

 

Gestire gli errori

ERRORI

Vignetta di Massimo Cavezzali ( Cavez)

“Il più grande sbaglio nella vita è quello di avere sempre paura di sbagliare.” Elbert Hubbard

Una delle principali caratteristiche delle persone con poca autostima è la difficoltà di ammettere di avere sbagliato. Infatti riconoscere gli errori sarebbe un ulteriore conferma della propria inadeguatezza e mancanza di valore avendo come modello un ideale irraggiungibile di perfezione.

Questo pensiero trova le sue radici nell’infanzia quando si viene rimproverati e corretti se il nostro comportamento non è conforme alle aspettative di genitori, educatori o altre persone per noi significative. Queste correzioni, purtroppo troppo spesso, non sono circoscritte alla nostra condotta ritenuta “sbagliata” ma vengono accompagnate dal messaggio “tu sei sbagliato”, creando le basi per una considerazione negativa di sé.

Questi rimproveri genitoriali nel momento in cui vengono interiorizzati alimentano il nostro Critico Interiore che perpetua il rimprovero nel momento in cui commettiamo un errore o quando il nostro comportamento non corrisponde agli standard stabiliti.

L’autostima non ha nulla a che vedere con la perfezione e non significa evitare gli errori: vuol dire, invece, accettarsi incondizionatamente con difetti ed errori, con ciò che ci piace e ciò che non ci piace.

Imparare a ridimensionare i nostri sbagli interpretandoli in maniera nuova e diversa limita la loro minacciosità e ce li fa considerare come eventi naturali, addirittura validi per la propria vita.

Questa diversa prospettiva ci permette di apprendere dagli errori e di andare oltre. D’altra parte gli errori sono una funzione della crescita e della consapevolezza, in quanto requisito indispensabile per qualsiasi processo di apprendimento: è difficile imparare qualcosa senza commettere alcuno sbaglio.

Ogni errore ci indica che cosa bisogna correggere e ci porta sempre più vicino al comportamento più efficace.

Chi non rischia per paura di fallire ha poche opportunità di imparare cose nuove e crescere: gli errori non sono degli strumenti di valutazione della nostra intelligenza o del nostro valore, sono semplicemente dei passi verso un obiettivo.

Inoltre gli errori sono un requisito fondamentale per la spontaneità: la paura di commetterne inibisce la libera espressione di sé.

Se non ci diamo il permesso di sbagliare, non ci sentiremo mai sicuri e liberi di esprimere nemmeno le cose giuste. La paura di sbagliare porta all’isolamento ed impedisce la spontaneità, perché costringe a vigilare costantemente sulle proprie azioni e rende timorosi e ciechi di fronte ad ogni opportunità che offre la vita.

Quando prendiamo una decisione, in genere scegliamo l’azione che ci sembra poter soddisfare maggiormente i bisogni che premono al momento. Questa capacità di scelta dipende in gran parte dalla consapevolezza con cui si percepiscono e si comprendono tutti i fattori riferiti al bisogno che si vuole soddisfare. “Errore” è una definizione che applichiamo al nostro comportamento in un secondo tempo, quando la nostra consapevolezza è cambiata e siamo di fronte alle conseguenze della nostra azione per cui avremmo voluto agire diversamente.

La definizione di azione “giusta” o “sbagliata” , “buona” o “cattiva” ci spinge a punirci inutilmente.

Valutazioni più ragionevoli come “saggio”, “efficace”, “inefficace”, oltre a non colpevolizzarci tengono conto del fatto che le nostre azioni possono essere influenzate da una scarsa consapevolezza.

E’ importante, quindi, essere consapevole dei nostri bisogni e di come cerchiamo di soddisfarli per poter riconoscere le nostre azioni inefficaci in modo da poter compiere scelte adeguate e funzionali all’obiettivo che vogliamo raggiungere.

Sul perfezionismo “normale” e “patologico”

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“ La felicità non sta nella ricerca della perfezione Bensì nella tolleranza dell’imperfezione ..” Yacine Bellik

La nostra società usa regolarmente i termini “eccellenza” e “rendimento”, certamente utili per progredire e affrontare le sfide che ci vengono incontro: sviluppare una struttura, evolvere sul piano personale o collettivo. Questi termini puntano ad un miglioramento, il quale ha inizio da una visione … ci ciò che possibile. A mettere il bastone tra le ruote , a questo processo di per sé naturale, è la comparsa di un effetto perversi e il fatto che il rendimento cessi di essere un mezzo per diventare un fine in sé.

Il rendimento serve a conseguire un successo, a raggiungere un obiettivo magari difficile, ma realizzabile e concreto. Ne nasce allora un’intensa soddisfazione, visto che il desiderio era quello di svolgere responsabilmente un’attività ed evitare, per quanto possibile, errori. Se tale obiettivo non viene raggiunto una personalità “sana” e funzionale si rallegra comunque della strada percorsa e della minore distanza tra ciò che è stato ottenuto e ciò che si desiderava. Puntare all’eccellenza permette dunque di fare il meglio, avendo ben chiari i limiti e sapendo dire basta al momento giusto.

Al contrario, il perfezionista presuppone un livello intangibile: la perfezione! E poiché questo livello va oltre una “sana” volontà di riuscire, la distanza citata sopra diventa sinonimo di fallimento.

Il perfezionista cura i minimi dettagli fino all’eccesso per fare sempre meglio e, in questo modo, dichiara inaccettabile qualunque errore. Per di più, anche se tale livello viene raggiunto, lui reputa con una logica assai specifica e un ragionamento del tutto particolare che è possibile (necessario? .. obbligatorio? ..) conseguire un livello superiore. Prova dunque solo insoddisfazione, qualunque sia il risultato ottenuto.

Il problema, in ultima analisi, come ho sottolineato nei post precedenti, sta nel concetto di obiettivo da raggiungere.

  • L’obiettivo non è realistico, è indefinito. Stabilendolo troppo in alto, si crea confusione tra possibile e impossibile. In mancanza di precisione non è possibile raggiungere l’obiettivo.

Prendiamo il caso di numerose persone che desiderano un mondo perfetto pur vivendo in uno nel quale esistono guerre, carestie, malattie, sofferenze,ingiustizie … Se il mio è un perfezionismo “sano” e funzionale contribuirò come meglio posso ad eliminare in parte questa imperfezione. Così facendo servo un in ideale, una causa morale o un valore umano e agisco consapevole dei miei limiti.

Se però punto ad un risultato assoluto, posso soltanto constatare l’impossibilità del compito e cadere in depressione, perché non funziona nulla. Lo stesso dicasi se sono dogmatico, settario, fanatico o iper-controllante: “Dovrebbe essere così”, ma risultati … zero !

Magari, come un Don Chisciotte all’ennesima potenza, intraprendo una crociata e dedico la mia vita a raggiungere questo ideale, costantemente fedele a me stesso e alla mia causa, senza mai cedere ad alcuna pressione esterna, intransigente al massimo. Oppure non faccio più niente, mi arrendo, me ne lavo le mani. Si può passare da zero all’infinito e viceversa.

  •  L’obiettivo è accessibile, ma rappresenta un obbligo in tutto e per tutto: “Non lo faccio per me, bensì perché devo”. Vi sono casi in cui le sollecitazioni esterne rappresentano un meccanismo di scatto quando viene data troppa attenzione ai messaggi sociali che richiedono perfezione.

Lo sport fornisce numerosi esempi di questo passaggio dal “desiderio di fare meglio” al “dover fare meglio”. Oggi la performance sportiva viene incoraggiata, in quanto vista come valore positivo. Tutti i record sono costantemente da battere; è questa la bellezza dello sport e la grandezza data dal superare se stessi. Il pericolo, tuttavia, nasce quando il successo diventa ossessivo e le prestazioni un culto, per cui per essere il migliore in assoluto si ricorre al consumo delle sostanze dopanti. Tuttavia, infrangere le regole fondamentali dello sport barando e minando la propria integrità fisica non è più lo stesso obiettivo. Ci giochiamo la permanenza del nostro essere in cambio di una gloria effimera. Se la otteniamo,puntiamo a spingerci oltre, se non la otteniamo crolliamo, perché non valiamo nulla.

Se volere sempre il meglio finisce con il generare il peggio come riuscire a sapere quando fermarsi? Direi che anzitutto è una questione di dosi.

Da un lato c’è infatti quello che vogliamo diventare e conseguire, l’obiettivo prefissato, e dall’altro quello che siamo e che facciamo. Se il divario è troppo lieve manca la motivazione, perché non c’è sfida. Nel momento in cui siamo in grado di affrontarla, una sfida è eccitante e dà la motivazione. Ma se il divario è molto, troppo, grande si profilano varie soluzioni:

  1. Rifiutare la sfida perché ci si sente scoraggiati in partenza
  2. Ricondurre l’obiettivo da raggiungere a proporzioni più ragionevoli
  3. Lanciarsi all’avventura avendo cura di segmentare l’obiettivo per raggiungerlo a tappe successive, ognuna delle quali sia accessibile, dicendosi però che non conseguirlo non sarà un dramma e che almeno otterremo la soddisfazione di averci provato.

Chiaramente tutto è soggettivo, ma per ogni sfida che ci viene incontro o che ci poniamo è importante riuscire a stabilire quanto fattibile sia la strada da percorrere.

Questo approccio è indice di un perfezionismo “sano”: si cerca di fare meglio e questo è stimolante perché viene mantenuto un atteggiamento pragmatico , pronto ad accettare all’occorrenza la “non riuscita” piuttosto che l’”insuccesso”.

Di contro il perfezionismo è “patologico” e non funzionale quando ci si intestardisce su un obiettivo che non è accessibile e che si trasforma in una questione d’”onore” oppure “di vita e di morte”; in altre parole raggiungerlo ci costa continue sofferenze e patiamo le pende dell’inferno se non lo otteniamo.

Quando si svolge un compito, effettuare dei controlli e delle verifiche è normale e auspicabile. Tuttavia diventare troppo puntigliosi è un handicap, perché lo spreco di energia risulta esagerato. Da qui l’insoddisfazione e il senso di fallimento.

Il perfezionista funzionale ha un atteggiamento creativo: “Opero perché sia migliore”, mentre quello disfunzionale e “patologico” è rigido “Raggiungo il limite e rendo le cose impossibili”. In questo passaggio dal bene al meglio e infine al peggio, entriamo nel paradosso di ottenere il contrario di ciò che vogliamo.

E’ quindi decisamente questione di dosi, ma anche di lungimiranza e lucidità nei confronti di ciò che attualmente è e di ciò che si vuole. Avere un ideale o alti principi non è di per sé sufficiente a bollare qualcuno come perfezionista. E’ invece importante andare ad esaminare la tolleranza che si ha verso se stessi e gli altri.

Che cosa desideriamo di preciso e a cosa vogliamo mirare, quale risultato ci preme ottenere? Quale è la reale utilità di quello che facciamo?

Puntare in alto è un ottimo modo per riuscire, puntare troppo in alto diventa un meccanismo diabolico.

La persona disfunzionale esige realismo, ma è lei la prima a non averlo: vede il bicchiere mezzo vuoto mentre in realtà è anche mezzo pieno. E per di più, lo vorrebbe pieno del tutto !!! ….

….. e forse non abbiamo ancora finito, se ti va continua a seguirmi 🙂

Life Surfing

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Che cosa ti manca per essere come gli altri? Perché ancora quell’aria irrisolta? Perché invece provi a vedere che cosa manca agli altri per essere come te? Sei disposta ad ammettere che anche tu hai qualcosa che a loro piacerebbe avere ? Fidati di te!!!

Prova a liberarti dalle influenze negative e a dar fiducia alle tue sensazioni, se non lo farai diventa facile fidarti delle persone sbagliate. Perché è così? Non potrebbe essere per insegnarti che dovresti ascoltarti di più ? ” mi sarebbe bastato così poco … ” si in effetti un tempo ti bastava poco, ma usavi questo “poco” per chiuderti, per estraniarti, per non dare più nulla, per sentirti sola e sbagliata …..

Tutto questo è il passato. Ora finalmente ti accorgi che puoi fare di più, allora fallo subito…. Così finalmente nella vita puoi affinare la capacità di cavalcare le onde e di restare il più possibile a galla e imparare a procedere anche velocemente. Nessuno può appiattire le onde per renderle più propizie ma diventare bravissimi nel saperle interpretare restando in piedi su una metaforica tavola galleggiante.

Possiamo prendere esempio da questa metafora e provare a diventare campioni di “Life-Surfing”, saper prendere la vita per quello che è, una meravigliosa serie di varie occasioni, di partite da giocarsi dall’inizio alla fine per poi ricominciare senza per forza diversi ricordare se abbiamo vinto o perso in precedenza.

Imparare a cavalcare le sue onde, specialmente quelle impreviste, divertendosi e proseguendo oltre, alla velocità che vogliamo.

Vedi che non c’è nulla da invidiare agli altri? Hai fatto tutto quello che serve per arrivare dove vuoi? No? Non ancora? Allora decidi di farlo ora!! Che cosa te lo impedisce?

Molti fingono di non capire che possono realmente avere tutto quello che sognano di avere, che tutto dipende da loro e allora prendono i loro desideri e, non autorizzandosi a credere che sia possibile avere tutto, dividono i propri desideri per dieci e si accontentano. Masochismo?? Un po’ , ma è ancora più assurdo dividere i propri sogni per cento  e , come avviene anche in certi casi, per mille ….

Obiettivo … scopo …. piano d’azione …..

obiettivi

“Oggi è il primo giorno del resto della tua vita” Og Mandino

 

Troppo spesso nella vita le persone non riescono a ottenere ciò che vogliono veramente perché si lasciano trascinare dagli eventi e imprigionare dal tempo e dalle pretese che gli altri hanno su di loro.

Non compiono mai il passo di decidere cosa vogliono davvero ottenere dal loro tempo, dal loro lavoro, dalle loro relazioni e soprattutto da se stesse.

Non stabiliscono liberamente e consapevolmente l’obiettivo che si impegnano a raggiungere per vivere in modo completo e gratificante. Al contrario, finiscono col percorrere una qualsiasi strada che la vita offre loro, e che per di più molte volte si rivela deludente.

Come poter invertire questa rotta? …. ecco le tre parole magiche ….

1.   OBIETTIVO: più fai chiarezza su quello che vuoi raggiungere e più facile sarà trovare un modo per riuscirci.

Se viaggi su una barca a vela, se sai esattamente dove stai andando, eventuali cambiamenti repentini  della direzione del vento non ti potranno creare alcun problema: ti basterà posizionare le vele in modo da proseguire la navigazione verso la destinazione che avevi scelto. Invece, chi naviga nel mare della vita senza avere una meta precisa, sarà facilmente portato ad andare “dove tira il vento”, focalizzandosi sull’atto di navigare invece che sul mantenere la rotta: le probabilità che in questo modo arrivi in un porto non gradito sono davvero alte, sempreché non finisca addirittura sugli scogli.

Quindi la prima domanda a cui dobbiamo abituarci a rispondere è: “cosa voglio veramente?” “quale è il mio vero obiettivo?”

2.   LO SCOPO: spesso nella vita sappiamo quello che dovremmo fare, ma non abbiamo sufficienti ragioni che ci entusiasmino, dei perché tanto importanti da predisporci a fare qualsiasi cosa necessaria per ottenere quello che vogliamo veramente.

Una persona che ha un motivo valido per andare da qualche parte, in un modo o nell’altro riuscirà ad arrivarci, trovando le risorse sufficienti a superare qualsiasi ostacolo. La nostra motivazione non è mai legata all’obiettivo in sé, ma a ciò che ci darà raggiungerlo, a come ci farà stare, alle sensazioni che ci farà provare.

Pensa per esempio ad una situazione nella quale sei stata fortemente motivata e la tua determinazione non è venuta meno nel tempo: sicuramente quell’obiettivo per te era davvero importante aveva un significato speciale, ti avrebbe fatto stare incredibilmente bene, cos’ come non raggiungerlo sarebbe stato un dolore insopportabile. In poche parole valeva la pena impegnarsi per quello, c’erano dei validi motivi che ti spingevano all’azione.

Perciò quando sai cosa è che vuoi veramente prova a chiederti: “perché lo voglio? Cosa mi darà? Come mi sentirò dopo aver raggiunto questo risultato? Quale è il mio vero scopo? Perché vale la pena impegnarsi per questo?”

3.   PIANO DI AZIONE: “quali azioni specifiche devo fare per ottenere questo risultato che sono impegnato a raggiungere?”.

Quando il tuo obiettivo è veramente chiaro e le ragioni per cui vuoi raggiungerlo ti danno la spinta emozionale abbastanza forte, scoprire il modo migliore per portare a termine il lavoro diventa qualcosa di ovvio.

Ci sono molto modi per raggiungere un qualsiasi risultato: se una strada  non funziona, ma sei focalizzato sul tuo obiettivo e hai uno scopo sufficientemente importante, allora potrai essere flessibile e ti sarà facile trovarne un’altra.

Quindi, prima di decidere cosa fare, è bene sapere che cosa vogliamo e perché lo vogliamo e solo allora stabilire il nostro piano di azione, come un qualunque viaggiatore che, prima di mettersi in cammino, ha deciso dove andare, per quale motivo vuole andare e che strada percorrere per arrivarci……

 “Tutti noi abbiamo una mission che perseguiamo senza esserne del tutto consapevoli. Nel momento in cui la portiamo completamente alla coscienza, le nostre vite possono decollare…” James Redfield

 

Dall’Osare al “mettere in pratica”

OSARE 1

Troppo spesso nella vita le persone non riescono a ottenere ciò che vogliono veramente perché si lasciano trascinare dagli eventi e imprigionare dal tempo e dalle pretese che gli altri hanno su di loro.

Non compiono mai il passo di decidere cosa vogliono davvero ottenere dal loro tempo, dal loro lavoro, dalle loro relazioni e soprattutto da se stesse.

Non stabiliscono liberamente e consapevolmente l’obiettivo che si impegnano a raggiungere per vivere in modo completo e gratificante. Al contrario, finiscono col percorrere una qualsiasi strada che la vita offre loro, e che per di più molte volte si rivela deludente.

Come poter invertire questa rotta?

=> OBIETTIVO: più fai chiarezza su quello che vuoi raggiungere e più facile sarà trovare un modo per riuscirci.

Se viaggi su una barca a vela, se sai esattamente dove stai andando, eventuali cambiamenti repentini  della direzione del vento non ti potranno creare alcun problema: ti basterà posizionare le vele in modo da proseguire la navigazione verso la destinazione che avevi scelto. Invece, chi naviga nel mare della vita senza avere una meta precisa, sarà facilmente portato ad andare “dove tira il vento”, focalizzandosi sull’atto di navigare invece che sul mantenere la rotta: le probabilità che in questo modo arrivi in un porto non gradito sono davvero alte, sempreché non finisca addirittura sugli scogli.

Quindi la prima domanda a cui dobbiamo abituarci a rispondere è: “cosa voglio veramente?” “quale è il mio vero obiettivo?”

=> LO SCOPO: spesso nella vita sappiamo quello che dovremmo fare, ma non abbiamo sufficienti ragioni che ci entusiasmino, dei perché tanto importanti da predisporci a fare qualsiasi cosa necessaria per ottenere quello che vogliamo veramente.

Una persona che ha un motivo valido per andare da qualche parte, in un modo o nell’altro riuscirà ad arrivarci, trovando le risorse sufficienti a superare qualsiasi ostacolo. La nostra motivazione non è mai legata all’obiettivo in sé, ma a ciò che ci darà raggiungerlo, a come ci farà stare, alle sensazioni che ci farà provare.

Pensa per esempio ad una situazione nella quale sei stata fortemente motivata e la tua determinazione non è venuta meno nel tempo: sicuramente quell’obiettivo per te era davvero importante aveva un significato speciale, ti avrebbe fatto stare incredibilmente bene, cos’ come non raggiungerlo sarebbe stato un dolore insopportabile. In poche parole valeva la pena impegnarsi per quello, c’erano dei validi motivi che ti spingevano all’azione.

Perciò quando sai cosa è che vuoi veramente prova a chiederti: “perché lo voglio? Cosa mi darà? Come mi sentirò dopo aver raggiunto questo risultato? Quale è il mio vero scopo? Perché vale la pena impegnarsi per questo?”

=> PIANO DI AZIONE: “quali azioni specifiche devo fare per ottenere questo risultato che sono impegnato a raggiungere?”.

Quando il tuo obiettivo è veramente chiaro e le ragioni per cui vuoi raggiungerlo ti danno la spinta emozionale abbastanza forte, scoprire il modo migliore per portare a termine il lavoro diventa qualcosa di ovvio.

Ci sono molto modi per raggiungere un qualsiasi risultato: se una strada  non funziona, ma sei focalizzato sul tuo obiettivo e hai uno scopo sufficientemente importante, allora potrai essere flessibile e ti sarà facile trovarne un’altra.

Quindi, prima di decidere cosa fare, è bene sapere che cosa vogliamo e perché lo vogliamo e solo allora stabilire il nostro piano di azione, come un qualunque viaggiatore che, prima di mettersi in cammino, ha deciso dove andare, per quale motivo vuole andare e che strada percorrere per arrivarci……

 

“Tutti noi abbiamo una mission che perseguiamo senza esserne del tutto consapevoli. Nel momento in cui la portiamo completamente alla coscienza, le nostre vite possono decollare…” James Redfield

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