Nati per evitare la sofferenza

sofferenza 2

“Chi teme di soffrire, soffre già di ciò che teme” M. de Montaigne

Continuando il discorso iniziato con il post precedente andando avanti nella riflessione ….

Quando nasciamo siamo incapaci di vivere in modo autonomo; abbiamo bisogno di costante protezione e amore incondizionato, uniti all’essere considerati e visti.

Quando questi bisogni vengono soddisfatti, la nostra esperienza del mondo è positiva, di completa fiducia così da poter accedere alla nostra vera natura.

Siamo curiosi di conoscere il mondo intorno a noi, accettando le piccole sfide che esso ci propone per imparare a gestire noi stessi e quello che sta fuori di noi.

Da bambini non esiste la concezione del tempo; passato e futuro non esistono, viviamo immersi in un “infinito” momento presente, dove quello che conta è ciò che si fa nel momento.

Da bambini abbiamo anche un’incredibile capacità di sentire le nostre emozioni e di viverle appieno; magari ci manca la capacità di contenerle, ma esprimiamo tutto quello che passa dentro di noi senza filtri. Siamo completamente autentici!

E così senza filtri cominciamo a ad accogliere i messaggi che provengono dall’ambiente intorno a noi, prima di tutto quelli che arrivano dai nostri genitori. E prima ancora di decifrare il linguaggio verbale, siamo bravissimi a “leggere” le emozioni e le reazioni degli adulti, decodificando i significati e le conseguenze per noi e a comprendere quello che li fa felici o scontenti e di conseguenza impariamo a rispondere in modo adeguato.

Quando l’esperienza è dolorosa, impariamo a reagire attraverso schemi protettivi basati sulla paura che si manifestano con i comportamenti di “combattimento – fuga – immobilizzazione” esattamente come fanno gli animali.

Tra i 2 e i 4 anni, iniziamo a sviluppare il “cervello limbico”, responsabile dell’origine e della gestione delle emozioni, insieme alla capacità di verbalizzare quello che pensiamo e proviamo. Cominciamo a capire e apprendere dalle persone che ci circondano chi siamo o chi dovremmo essere e invece non siamo. Siamo ancora piccoli e quello che ci viene detto per noi è legge, abbiamo fiducia di mamma e papà! Dobbiamo per forza crederci, altrimenti come potremmo sopravvivere?

E se loro dicono che siamo belli ci crediamo, ma crediamo anche quando ci dicono che siamo stupidi e non valiamo nulla. Comprendiamo anche quello che ci manca per poter essere degni di quell’amore che per noi è vita. Capiamo che se non siamo buoni, ci sarà un castigo e che se non facciamo quello che ci viene detto verrà l’uomo nero o la polizia a portarci via……

Impariamo la triste verità che non possiamo essere amati così come siamo, ma lo saremo solo a certe condizioni. E questa paura di non essere amati incondizionatamente può dominare la nostra esistenza per tutta la vita.

Da piccoli, però, abbiamo bisogno dei genitori per sopravvivere e quindi faremo di tutto per ottenere il loro amore e la loro approvazione, rinunciando a tutte quelle parti di noi non “gradite”, infilandole in quel famoso “sacco” che ci trascineremo sulle spalle, dando vita alla nostra “Ombra”.

Con il linguaggio impariamo anche ad assimilare i paradigmi della nostra famiglia come se fossero verità assolute, ingurgitandole senza masticarle … “un uomo vero non piange” …. “il mondo è pericoloso” ….. “i soldi sono sporchi” … etc…

Dopodichè iniziamo a costruire le nostre “verità”, in modo da sentirci al sicuro, sviluppando valori, credenze,pensieri, emozioni e comportamenti associati a tutte le esperienze vissute, positive e negative, incluse quelle in cui i nostri bisogni insoddisfatti nell’infanzia o negli anni successivi continuano a non essere esauditi.

Ad esempio abbiamo paura di non essere apprezzati, allora la carriera e il successo professionale sarà l’altare su cui sacrificheremo tutta la nostra vita per dimostrare in ogni modo possibile che siamo all’altezza.

Oppure abbiamo imparato che per essere amati è necessario essere perfetti, così dedicheremo tutta la nostra esistenza all’arduo compito di raggiungere quella perfezione ideale che però non è mai abbastanza. Ecco la necessità di sviluppare quel controllo su tutto e tutti, compresi noi stessi, per assicurarci quel risultato finale che tanto non ci soddisferà mai!

O ancora il bisogno fallito di amore incondizionato può averci reso particolarmente attenti a mettere i bisogni degli altri prima di noi stessi, perché se riusciamo a far felici gli altri, forse quelli ci ameranno. Ci mettiamo quindi infaticabilmente al servizio altrui, senza renderci conto che, per prima cosa, non stiamo rispettando noi stessi.

I nostri valori, quello che per noi è veramente importante, rischiano di essere anche la giustificazione per i nostri comportamenti non funzionali.

Ad esempio una smaniosa richiesta di libertà in una relazione, sbandierata sotto il vessillo “l’indipendenza è necessaria e giusta”, può coprire la paura dell’intimità, proteggendoci dal rischio del rifiuto: do valore all’indipendenza, quindi non mi lego completamente aprendomi totalmente all’altro e così non sarò rifiutato o abbandonato.

Più forte sentiamo un valore, più siamo pronti a difenderlo con le unghie e con i denti, e maggiore sono le possibilità che sia stato sviluppato come mezzo di protezione per evitare l’ennesima insoddisfazione del bisogno.

Con questo non voglio dire che non è bello raggiungere buoni risultati nel proprio lavoro, o che non è bene aiutare gli altri, o ancora non bisogna mantenere spazi di autonomia all’interno di una relazione. Dico solo che quando questi comportamenti sono guidati da un meccanismo di protezione che non ci permette di calibrarli e gestirli, allora ne diventiamo schiavi perché l’obiettivo sotteso ad essi sarà solo il tentare di soddisfare quell’antico bisogno disatteso.

I bisogni insoddisfatti dell’infanzia, con gli anni, si sviluppano e prendono strade più o meno tortuose a seconda delle nostre esperienze.

Di certo tutti i nostri bisogni insoddisfatti possono risalire a uno dei quattro bisogni di base, che vedremo meglio nel prossimo post, con i quali nasciamo:

  • Amore e Appartenenza
  • Autoespressione
  • Sicurezza – Prevedibilità
  • Varietà – Imprevedibilità

E poiché tutto l’apparato funzioni, dobbiamo anche credere che la soddisfazione dei nostri bisogni arrivi dall’esterno. Quando questo non accade, ci comportiamo come vittime. Se le cose non vanno come vogliamo la responsabilità non è nostra.

Ciò che è utile ricordare sempre è che tutta questa costruzione, paradigmi e sistemi reattivi di protezione, è composta da strati in cui ci avvolgiamo come una cipolla per proteggerci ma che alla lunga diventano muri che nascondono a noi stessi e agli altri la nostra vera natura.

Quella che noi chiamiamo personalità, spesso non è altro che la nostra corazza sotto la quale ci siamo ancora noi, unici, meravigliosi e amabili come quando siamo nati. Solo che l’armatura è talmente dura, e denudarci ci fa così paura, che ci convinciamo di essere l’armatura e non colei o colui che c’è dentro.

Quando costruiamo un modo di essere e di agire basato sull’eludere il dolore, e qui finalmente vengo al titolo del post, forniamo agli altri uno strumento per ottenere quello che vogliono da noi. Infatti i meccanismi che mettiamo in atto per proteggerci vengono immediatamente percepiti dagli altri. E’ come avere una pulsantiera sulle spalle, noi non la vediamo, ma gli altri si e possono premere un bottone per scatenare una risposta prevedibile.

Ad esempio se ci portiamo dietro il bisogno insoddisfatto di riconoscimento e vogliamo affrontare il nostro capo per chiedergli un aumento di stipendio, potremmo ritrovarci a ricevere molti complimenti che ci faranno sentire così apprezzati da passare sopra a quel ”no” che il capo fa scivolare nella conversazione, lasciando il suo ufficio perfino soddisfatti.

Più cerchiamo di evitare di soffrire, più rendiamo visibile la nostra pulsantiera e più facilmente ci predisponiamo a farci manipolare.

Senza rendercene conto, creiamo dei fili ai quali ci leghiamo e li mettiamo a disposizione di chi diventerà il nostro burattinaio.

Anziché cercare di vivere la vita senza soffrire, chiusi dentro una corazza che il più delle volte invece di proteggerci ci rende più vulnerabili,  dovremmo imparare a vivere la sofferenza in modo diverso, usandola per crescere e accettandola come un capitolo in più della storia della nostra vita, che ha contribuito a farci arrivare dove siamo.

Il vuoto che “sana”

vuoto 4

Riflettendo sul Residenziale ADYCA appena concluso …….

A questo link puoi vedere il video http://bit.ly/2tCXBRX

___________________________________________________________________________________________

L’incontro con l’anima è un evento che appartiene alla concretezza, e la felicità e il suo raggiungimento sono operazioni concrete. Per essere felici, c’è qualcosa da fare, qualcosa che ci spetta, un compito da svolgere.

Il cervello è un organo costruito per produrre fatti e, se non ostacoliamo il suo funzionamento, immancabilmente secerne le sostanze della gioia.

Gli “esercizi spirituali” dei filosofi puntavano a produrre praticamente quegli stati cerebrali capaci di realizzare la biochimica della felicità, della tranquillità, della pace interiore.

All’interno del cervello esiste uno spazio eterno, che appartiene a qualcosa di impronunciabile, di indicibile.

L’eternità è uno stato energetico che vive perennemente al di sotto del nostro Io “tangibile”, che si esprime solo in una dimensione sconosciuta, che appartiene più alle regole del vuoto e del nulla, e che, seppur a tratti, può essere contattato dalla coscienza. E’ uno stato energetico che ci chiama incessantemente e che ha una chimica a parte che viene messa in gioco quando siamo capaci di stare con noi stessi in un modo che non si impara a scuola, o sui libri, ma è il seme di tutta la saggezza.

Al di sotto di come appariamo alla nostra coscienza, al di sotto di ciò che crediamo di essere, un’intera vita si svolge, un intero organismo pulsa incessantemente. La pianta che siamo sta facendo la sua parte. Tutto è come in natura: un seme si disfa nel buio della terra e silenziosamente produce il suo germoglio prima, e la sua pianta dopo.

Carl Rogers, il grande psicologo americano, si era accorto che le patate che i suoi genitori conservavano in cantina, lasciate lì al buio e la freddo, allontanate dal loro terreno naturale, nonostante tutto germogliavano. E si è chiesto se, nei momenti difficili, anche dentro di noi, nel nostro spazio interno, c’è qualcosa che vuole germogliare.

Mentre stiamo soffrendo, mentre ci sembra di essere stroncati dagli episodi sfortunati della vita, c’è qualcosa di profondamente naturale che ci sta ricreando.

Il mio organismo vive, evolve, matura, libera i suoi fiori, i suoi frutti del tutto a mia insaputa: la creazione di ciò che sono, dell’albero che mi esprime è totalmente disinteressata agli scopi che mi do, agli obiettivi che voglio raggiungere, al mio passato, alla mia storia.

Il mio germoglio funziona tanto meglio quanto meno lo riempio di illusioni, quanto meno mi sforzo di mettere le cose a posto, quanto meno mi metto a spiegare e a voler capire le possibili difficoltà che mi attraverssano.

Sono molto più me stesso quando respiro, quando mangio, quando ascolto, quando vedo, quando amo rispetto a tutte le volte che penso.

Anzi, il pensiero è resistenza a tutto questo.

Tanto più mi arrendo, tanto più il germoglio fiorisce.

Le “guarigioni” vere arrivano “contemplando” le difficoltà e le varie istanze che le abitano, guardandole senza nessuna intenzione, senza pensieri, senza neppure il desiderio di mandarle via. Siamo noi stessi quando siamo presenti alle nostre azioni, immersi nell’essere che siamo, che mangia, che ride, che annusa, che gode.

Raccogliersi in se stessi significa semplicemente buttare lo sguardo sull’interno, come se quel raggio di luce che lo inonda fosse capace di poteri immensi, che i pensieri non vedono, ma che anzi offuscano.

Ci piaccia o no la nostra essenza riposa nel vuoto e a lui dobbiamo affidarci se vogliamo approdare alla “guarigione” e alla felicità.

Non si può concepire alcuna eternità, alcun senso di continuità se la coscienza non si purifica dei pensieri.

Di fronte ad ogni problema od ostacolo che blocca il mio fluire è necessario che impari  a tuffarmi nell’impotenza, nell’estraneità. Quando sto male, lasciamoci sprofondare nell’incoscienza affidandomi ai suoi sintomi…. “per evadere dall’intollerabile cerchiamoci un derivato, una fuga, una regione  dove nessuna sensazione si degni di avere un nome … recuperiamo la quiete iniziale…” (E.Cioran).

Qualsiasi dolore arriva dalla profondità dell’anima, arriva da quell’oceano infinito che è l’acqua da cui sgorga la nostra essenza: non viene perché qualcuno l’ha mandato, ma per ridare “senso alla nostra vita”

Se il dolore viene imprigionato dai pensieri e dalle cause, viene relegato nella banalità, nei luoghi comuni, nel ragionamento, allora tutto si oscura.

Pensarci su, ragionarci significa renderlo cronico e perdere l’occasione di scoprire lati di noi stessi, capacità, talenti nascosti.

La capacità  di riprodurre il balsamo risanatore è possibile solo per chi si affida al vuoto, per chi, quando sta male, rinuncia a pensare, per chi impara ad affidarsi al caos, al disordine o al cammino senza senso apparente, sotto il comando dell’estraneità del nostro Testimone interiore, del nostro Viaggiatore interstellare ed è proprio da queste immagini offuscate che si aprono le soluzioni che come lampi prorompono dal buio interiore, suscitati da nessuna causa, se non dall’essere vivi e immersi nella propria consapevolezza di sé.

 

_________________________________

Spunto dalla lettura di:

Raffaele Morelli, “Non siamo nati per soffrire”, Ed.Mondadori

La sofferenza: sabbie mobili della nostra anima. (II parte)

sabbie-mobili

“Il dolore rovescia la vita, ma può determinare il preludio di una rinascita.” E.Breda

Continuiamo la riflessione iniziata nel post precedente con un’altra metafora: immaginiamo di trovare una persona intrappolata nelle sabbie mobili; non ci sono né funi, né rami per cercare di raggiungerla e tirarla fuori.

L’unico modo per aiutarla è parlarle. La persona continua a gridare “Aiutami a uscire” e comincia a fare quello che farebbero tutti quando sono bloccati in qualcosa che li spaventa terribilmente: lottare per uscirne, per scappare.

Quando inciampiamo rimanendo intrappolati in un cespuglio di rovi o in una pozzanghera fangosa, camminare, saltare, tirarsi fuori per allontanarsi sono azioni efficaci.

Questo però non vale per le sabbie mobili. Per uscire fuori da qualcosa che ci incastra è necessario sollevare un piede e muoverlo in avanti, ma quando si è bloccati nelle sabbie mobili questa è una pessima idea. Infatti, alzando un piede, tutto il peso del corpo grava solo su metà della superficie di appoggio, questo significa che la pressione che spinge giù il corpo nella sabbia raddoppia istantaneamente. In più, il vuoto creato dal piede che si alza risucchia ancora più giù il resto del corpo.

L’unico risultato finale di questa azione è quello di sprofondare sempre più nelle sabbie mobili.

Quindi cosa possiamo rispondere alla persona che urla “Aiuto”? Se sappiamo come funzionano le sabbie mobili dovremmo gridarle di smetterla di muoversi per uscire e di provare ad allargare più che può braccia e gambe per massimizzare il contatto con la superficie del pantano, solo in questo modo la persona può non sprofondare e muoversi verso la salvezza, emergendo piano piano dalle sabbie.

Ovviamente poiché la persona sta tentando di liberarsi e di uscire dalle sabbie mobili, è estremamente difficile comprendere che la cosa più saggia e sicura da fare è proprio stare nel fango.

Tutto questo per dire che la vita di ciascuno di noi può essere molto simile a questa situazione con la differenza che spesso sono sabbie mobili antiche che sono state in agguato, sullo sfondo, per anni e che in momenti alterni possono invadere tutto il nostro spazio interiore e più ci muoviamo per risalire in superficie, più sprofondiamo nel viscidume dei nostri circoli viziosi.

Cambiamo prospettiva e facciamo del nostro dolore un alleato, un’opportunità per percorrere il sentiero meno battuto. Smettiamo di dibatterci dentro le sabbie mobili e rimaniamo con loro.

Nella maggior parte dei casi il tentativo di sbarazzarsi del proprio dolore serve solo ad amplificarlo, a intrappolarci ancora di più al suo interno e a trasformarlo in qualcosa di traumatico. Nel frattempo vivere la nostra vita viene messo in secondo piano.

L’alternativa? Accettarlo; che non significa darsi per vinta accettando l’auto-sconfitta, bensì “arrendersi” al flusso della vita con i suoi pieni e i suoi vuoti, le sue zone di luce e quelle in ombra ….

Proviamo a farci queste domande: stiamo vivendo la vita che vorremmo vivere adesso? La nostra vita è focalizzata su quello che per noi ha realmente significato? Il modo in cui viviamo la nostra vita è caratterizzato da vitalità e impegno o dal peso dei nostri problemi?

Quando siamo presi dalla lotta contro la nostra sofferenza interiore, spesso mettiamo la vita in posizione di attesa, di “pausa”, credendo che il nostro dolore debba diminuire prima di poter realmente ri-niziare a vivere ancora.

Ma che cosa accadrebbe se potessimo vivere la vita che veramente vogliamo, adesso, a partire da questo momento?

Entrare in contatto con la vita che vogliamo vivere e imparare a realizzare i nostri sogni nel presente non è semplice, perché la nostra mente, come tutte le menti umane, farà scattare trappola dopo trappola e alzerà barriera dopo barriera.

Nel momento in cui però sappiamo che può esistere un’alternativa, a questo punto la scelta è nostra.

La vita può ferirci e lo farà. Alcune di queste cose non le possiamo scegliere: avvengono malgrado tutto, ma sempre abbiamo la CAPACITA’ di RISPONDERE (Respons-Ability).

Le conseguenze che arrivano nella nostra vita derivano dalle azioni che facciamo. Nessun altri, tranne noi stessi, possiamo intraprendere la strada dell’accettazione o dell’evitamento. L’una ci porterà a dar valore a quello che veramente ci importa, l’altra ci intrappolerà nell’eterno chiacchiericcio della nostra mente, che come le sabbie mobili, non farà altro che portarci sempre più giù.

La vita è una scelta e la scelta non si riferisce a sentire dolore oppure no. Riguarda se vivere o non una vita significativa e di valore.

E quindi, cosa abbiamo da perdere? Non sarebbe stupendo se potessimo uscire dalla mente ed entrare nella nostra vita?

La sofferenza: sabbie mobili della nostra anima. (I parte)

dolore psicologico

Le persone soffrono. Non si tratta semplicemente della sensazione di dolore, la sofferenza è molto di più.

Noi esseri umani, chi più chi meno, lottiamo costantemente con la sofferenza interiore prodotta dalle nostre emozioni e dai nostri pensieri difficili da tollerare, ricordi spiacevoli, impulsi e sensazioni indesiderate.

Ci rimuginiamo sopra, ci preoccupiamo, proviamo fastidio, li anticipiamo, li temiamo.

Allo stesso tempo dimostriamo un grandissimo coraggio, una profonda compassione e una notevole capacità nell’andare avanti, perfino con storie personali particolarmente difficili.

Pur sapendo di esserne feriti continuiamo con speranza ad amare il prossimo. Anche di fronte all’insensatezza, continuiamo ad abbracciare i nostri ideali.

E qualche volta siamo pienamente VIVI, consapevoli, presenti totalmente a noi stessi, e quando è così vorremmo che non finisse mai.

Poi arriva lo sbarramento, come se il troppo benessere fosse qualcosa che non sta bene vivere per lungo tempo. Lasciamo quindi che il problema del caso ci riempia completamente e iniziamo il rimuginio che come un criceto dentro la gabbia cerca disperatamente la via d’uscita, intrappolandoci, in realtà, sempre più nella sofferenza.

Per dirla chiaramente noi esseri umani giochiamo una partita “truccata” in cui la mente stessa, un meraviglioso strumento per capire e gestire l’ambiente che ci sta intorno, si rivolta contro chi la ospita.

Urge un cambio di prospettiva, una trasformazione nel modo in cui ci rapportiamo con la nostra esperienza personale, cercando di fare nostri questi concetti:

  • Il dolore esistenziale è normale, è importante e accompagna ogni persona;
  • Dolore e sofferenza sono due cose diverse, due stati differenti dell’essere;
  • Non è necessario che ci identifichiamo con la nostra sofferenza;
  • Possiamo vivere una vita di valore, iniziando da adesso, ma per farlo dobbiamo imparare a uscire dalla nostra ed entrare nella nostra vita

Facendomi aiutare da una metafora, la distinzione tra la funzione di una difficoltà, dolore interiore e la forma che assume nella vita di una persona può essere paragonata ad un combattente sul campo di battaglia. La guerra non sta andando bene. La persona combatte sempre più duramente. Perdere è un’opzione devastante e chi combatte pensa che sia impossibile vivere una vita piena che valga la pena di essere vissuta, a meno che non si vinca la guerra. Così la guerra continua.

Questa persona, tuttavia, non sa che esiste la possibilità di abbandonare il campo di battaglia in qualsiasi momento, cominciando a vivere la sua vita da subito.

La guerra magari prosegue ancora, e il campo di battaglia rimane ancora visibile, ma il risultato della guerra non è più così importante e la sequenza apparentemente logica di dover vincere la guerra prima di iniziare davvero a vivere, viene abbandonata.

Questa metafora ci può aiutare a capire meglio la differenza tra l’apparenza dei problemi “psicologici” e la loro reale sostanza. In questa metafora, la guerra sembra quasi la stessa, sia che tu la stia combattendo, sia che tu la stia semplicemente osservando. La sua forma esteriore rimane la stessa, ma il suo impatto, la sua effettiva sostanza, è profondamente diversa: combattere per la tua vita non è lo stesso che vivere la tua vita!

Imparare ad affrontare le nostre angosce in un modo diverso può cambiare l’impatto che esse hanno sulla nostra vita. Anche se l’apparenza dei sentimenti o dei pensieri non cambia, cambia il modo in cui entrano a far parte del nostro vivere.

….. ti aspetto la settimana prossima per la seconda parte

Occupare il tempo con la sofferenza

sofferenza 2

In qualche caso noi facciamo una vera e propria azione di ammutinamento del benessere. Così molte persone giocano a farsi male con la vita attuale fino a quando non si rendono conto che i danni sono ingenti, purtroppo in alcuni casi è necessario farsi male molte volte prima di capire.

In alcuni casi il sistema delle difese organiche, bombardato strategicamente dagli auto boicottaggi, non resiste e le persone si ammalo gravemente. E poi va detto e tenuto in conto da tutti coloro che si occupano di “aiuto”, alcune persone non ce la fanno. Non riescono a prendersi la responsabilità di cambiare la loro vita, di aggiornarla, di renderla attuale, di interrompere la coazione a ripetere instauratasi nell’infanzia.

In questi casi vediamo persone oscillare fra onnipotenza e vittimismo e quando entrano nello stato di coscienza della “sopravvivenza” arrancano paurosamente e cercano di arrabattarsi in qualsiasi modo, mettendo una toppa di qua e poi una di là per tappare le falle che si aprono. Sono persone che non riescono a darsi quel rispetto che consentirebbe loro di avviarsi verso quella trasformazione necessaria per “diventare quello che si è”.

Ne ho avute di persone simili tra i miei clienti. Per me è un grande dolore vederle arrivare a far risplendere la propria luce e poi tornare giù e vederle scomparire di nuovo tra le onde. Il mio senso di perfezionismo  una volta non accettava tutto questo, percepivo come sconfitta personale chi decideva di abbandonare il percorso. Oggi ho imparato ad accettare che non tutti vogliono veramente “salvarsi”.

Ho imparato, sulla mia pelle, che bisogna lavorare veramente duro con se stessi. E’ un impegno, un vero e proprio lavoro, ma chi l’ha detto che la vita è una passeggiata?

Eppure basterebbe veramente poco, prendersi veramente cura di sé, tirare fuori le emozioni, rassicurarsi con l’amore verso se stessi e ritrovare la fiducia … ma quanto lavoro c’è dietro la realizzazione di cose così semplici …

Molti invece preferiscono occupare il tempo con la sofferenza, una qualunque, anche la più stupida, pur di non affrontare il dolore, l’abbattimento della cui parete porta al piacere, sì perché solo una parete divisoria separa queste due emozioni tanto profonde quanto confinanti.

Quello che accade è come una disconnessione; l’anima rimane indietro rispetto al pensiero che va troppo veloce.

Se i genitori comprendessero quanto sono importanti per i figli, molti problemi fra genitori e figli non esisterebbero. Invece spesso i genitori di fronte all’imponenza di questo grande affetto regrediscono ad una posizione infantile, così non si sentono né visti, né amati dai figli e reagiscono con misure puerili e sproporzionate nei loro confronti.

Io credo che il nostro nemico più grande sia questo considerarci al di fuori del mondo. Il non considerarci per chi siamo veramente e obiettivamente così come gli altri riescono a riconoscerci e amarci. Questa consapevolezza darebbe al bambino dentro di noi la speranza che spesso rifiuta mettendo sempre dei dubbi, ma non c’è dubbio sul nostro Sé.

Il nostro Sé può essere maltrattato, violato, manipolato ma non muore mai. Il Sé altro non è che quel bambino che aspetta che qualcuno venga a prenderlo, quel bambino che non sa tornare a casa da solo. Ma quel “qualcuno” oggi siamo noi, è l’adulto che c’è in noi, di lui il bambino si fida, perché ha lo stesso odore, lo stesso fiuto, lo stesso cuore che batte forte. Il punto è sentire questa integrazione fra i due livelli di noi stessi: l’adulto e il bambino.

Il cambiamento comporta un cambio di energie. L’energia che fino a quel momento era servita a mantenere il sintomo, questa volta viene impiegata per sostenere il cambiamento. Il primo segnale viene dato da un senso di disorientamento: quando una persona arriva ad un certo grado di benessere, dopo aver convissuto per molto tempo con la sofferenza, incomincia a sentire un certo grado di estraneità con il piacere e dice: “Adesso sto bene e che faccio?”.

Ma perché una volta raggiunta la consapevolezza dei meccanismi distorti non si riesce a cambiare atteggiamento e si tende inconsciamente a ripetere la coazione? C’è evidentemente un vuoto da colmare e spesso la persona decide di occupare il tempo con la sofferenza. Alcuni sostengono che è per non sentire la paura di vivere, altri per non sentire la paura di morire; in senso generale è lo stesso vuoto che tiene lontane le persone da un percorso di crescita o cambiamento. Sì, perché essenzialmente la paura di vivere è la paura di cambiare il proprio stato, le proprie vere o false sicurezze, lasciare qualcosa di certo, il nostro star male, per qualcosa di incerto: starò mai bene?

Voglio terminare questa riflessione con un brano tratto da “la migliore salute possibile” di Andrew Weil che mette il focus sull’importanza della motivazione come fattore indispensabile a contrastare l’inerzia iniziale ad ogni cambiamento. Il primo passo??? Avere l’umiltà di chiedere aiuto ……

“L’inerzia è la resistenza al movimento, all’azione o al cambiamento. Proprio come i corpi fisici fermi tendono a rimanere fermi, mentre quelli in movimento tendono a continuare a muoversi in linea retta finchè non subentri una forza esterna, anche il corpo umano è resistente al cambiamento. Se avete provato a lavorare una massa di argilla fredda o di pasta di pane, sapete quanta perseveranza e quanti sforzi sono necessari per renderle morbide e malleabili. In questi casi la forza esterna viene dalle mani esperte a lavorare l’argilla o la pasta che superano la naturale inerzia. Molte persone vogliono cambiare la propria vita ma non riescono a immaginare di poterlo fare senza un aiuto esterno: Ritengo che se mani esperte potessero esercitare su di loro la forza necessaria per avviare il procedimento,potrebbero farcela, e intanto restano legate alle proprie abitudini. La risposta a questo problema diffuso sta nella motivazione. Il termine stesso deriva dal verbo latino che significa “muovere” ….”

Il mal-essere: ragione sufficiente per il cambiamento?

malessere

“Individuare le dimensioni nascoste del nostro essere èl’unico modo di esaudire le nostre esigenze più profonde” Deepak Chopra

Ci sono momenti della nostra vita in cui facciamo dei bilanci: compleanno, capodanno, matrimonio, nascite  ….

Questi momenti, nella maggior parte dei casi, segnano altrettante tappe che ci spingono a lasciarci alle spalle un periodo e a situarci in rapporto alle proiezioni del passato.

Le domane che più spesso ci poniamo sono: sono diventata/o quella/o che volevo essere? Sono elice? Mi piace vivere in questo modo?

La risposta negativa ad una di queste domande dovrebbe stimolare un desiderio di cambiamento, perché ci porterebbe a constatare che abbiamo in qualche modo fallito nella nostra realizzazione e ci troviamo a vivere atrofizzati nei nostri copioni e ruoli. Eppure, non tutti abbiamo le stesse armi per passare all’azione.

Freud osservava che le persone spesso tengono molto di più alle loro nevrosi che a quello che sono. La nevrosi tutto sommato ci “protegge” dall’esporre al mondo quella parte autentica che ha bisogno di impegno costante per essere curata. Inoltre ci protegge dal prendere una netta posizione nei confronti della Vita seguendo senza mezzi termini quell’élan vital che spinge il nostro andare,contro quello slancio distruttivo che spesso cancella ogni nostro entusiasmo.

Freud identificava nell’essere umano due forze contrapposte: una pulsione di Vita, fatta di elementi dinamici e di desideri che stimolano il cambiamento e una pulsione di Morte, che ci mantiene in uno stato di inerzia oppure crea un movimento all’indietro, alla quale la prima si oppone.

Queste due pulsioni sono collegate alla nostra psiche più primitiva. Fin dalla nascita sappiamo che moriremo questa è l’unica certezza certa. Ma non possiamo vivere con questo pensiero non abbiamo quindi altra scelta che instaurare un compromesso tra queste due forze.

L’equilibrio che si raggiunge è direttamente proporzionale all’energia e alla volontà che si impiega nella “lotta”: se queste sono ben supportate da una buona immagine e fiducia di sé, il risultato porterà ad un’armonia degli opposti che si integreranno in pieni e vuoti seguendo il ritmo dei nostri passi. Se invece le forze che sostengono l’istinto di Vita sono indebolite dai troppi giudizi, svalutazioni, rese, la pulsione distruttiva avrà la meglio, vivremo in uno stato di costante ansia e la sofferenza invaderà il campo.

Va da sé, che da quanto detto sopra, le probabilità di cambiare sono maggiori quando le cose non vanno, o peggio, quando si soffre. In questo caso il cambiamento diventa una sorta di reazione di fronte ad una saturazione che paradossalmente è il vuoto, il caos, la mancanza di direzionalità, quella latente paura della “morte” che è la fine di ogni cosa

Perché il cambiamento abbia inizio non è solo necessario il mal-essere, bensì è di fondamentale importanza mantenere viva la tensione tra ciò che siamo e ciò che non siamo, per dirla con Shakespeare “Essere o non essere”, ossia ciò che accetteremo di essere e ciò che rinunciamo ad essere. Senza questo l’azione non prende corpo e il mal-essere diventa la comoda culla che ci tiene fuori dalle responsabilità.

Sì perché l’Essere necessita di un intimo dialogo con se stessi. Per esistere dobbiamo passare da uno stato di sottomissione, in cui facevamo tutto per essere amati, ad uno stato di azione, di affermazione, di piena presa di responsabilità di noi stessi e quindi di cambiamento.

Essere non è altro che dialogare con la nostra pulsione di vita, accompagnarla, mantenerla e incanalarla verso la sua piena realizzazione.

Essere significa divenire, evolvere in un continuo percorso di crescita.

La questione, a questo punto, diventa chiara, ossia sapere quali sono i nostri specifici desideri, quelli che alimentano la nostra esistenza e da qui ogni passo per uscire dalla zona grigia diventerà più leggero.

La lezione del dolore

dolore-anima-2

Illustrazione di Amanda Cass “Broken doll”

Siamo una razza geniale. Davvero lo siamo.

La mente umana è fantastica e terribile allo stesso tempo. Le nostre menti hanno creato tante grandi cose su questa terra, ma sono anche capaci di grandi oscurità.

Il dolore fa parte della vita ed è assolutamente inevitabile.

Prima o poi nel cammino della nostra esistenza qualcosa ci colpisce, ci ferma, ci fa male. Questo a prescindere dalle nostre condizioni di vita e dalla nostra consapevolezza.

Il dolore appartiene a quella sfera di eventi che l’Universo ha previsto per noi e che spesso ci risultano misteriosi, ma che hanno comunque un senso nell’ambito del disegno più grande.

Talvolta a causa della nostra mente limitata tendiamo a vedere questi momenti come negativi, orribili, opera di qualche malefico complotto.

A volte, in verità, possono essere davvero pesanti; ciò che ci fa male, ci fa male. Ma se il dolore è inevitabile un certo tipo di sofferenza è evitabile.

Ricordiamoci che noi possiamo scegliere sempre!

Possiamo scegliere di restare paralizzati nella sofferenza rimanendoci invischiati per chissà quanto tempo, logorandoci, stando male, uscendone alla fine malconci e senza forze.

Oppure possiamo ricordarci che pur provando quello che stiamo provando, abbiamo la possibilità di far sì che gli eventi e le circostanze non ci definiscano tenendoci bloccati.

Ciò non comporta smettere di sentire dolore, ma significa poterlo accettare e riuscire, rispettando i nostri tempi, a trasformare la sofferenza scoprendo il meccanismo che ci porta a soffrire.

E siamo sempre allo stesso punto: diventare sempre più consapevoli della nostra più intima essenza. Solo in questo modo potremo rispondere al perchè il dolore faccia parte della vita.

La vita non è mai casuale, ogni cosa ha un senso ben preciso, a volte di non subitanea comprensione, ma nulla succede per caso.

Molto spesso quando ci accade qualcosa di doloroso e difficile opponiamo una strenua resistenza, non la vogliamo proprio quella cosa nella nostra vita. Rifiutiamo che debba succedere proprio a noi, pensiamo di non meritarlo.

Lottiamo con tutti noi stessi per allontanare il problema e con esso il dolore che questo comporta. Ma il risultato, il più delle volte, è rimanerci ancora più invischiati.

Se, al contrario, permettiamo alla parte più profonda di noi, a ciò che possiamo chiamare la nostra anima, a prendere fiato, abituandoci a stare in contatto, facendole spazio, ecco che tutta quella sofferenza comincia a darci delle risposte.

Ecco che cominciano ad arrivare delle soluzioni.

Energie inaspettate arrivano a sostenerci.

Apprendiamo la lezione contenuta nel dolore e da lì possiamo ripartire per procedere nel nostro cammino di espansione e crescita.

La vita si evolve costantemente e la nostra non fa eccezione.

Detta così potrebbe essere più facile imparare a seguire il flusso della vita.

Quando tentiamo di aggrapparci per paura di cadere, fallire, soffrire è proprio la volta che veniamo trascinati dalla corrente.

Il dolore si manifesta lungo il tragitto, abbiamo, però, gli strumenti necessari per riprenderci dalla sofferenza.

Se rifiutiamo di credere all’importanza del riconoscimento e dell’ascolto attento di quella parte profonda di noi, allora la sofferenza avrà il sopravvento.

E per sofferenza intendo anche fatica, sforzo, stanchezza, paralisi, apatia.

Pensiamo al nostro corpo, un piccolo Universo a nostra disposizione che anche quando siamo fermi e non sappiamo cosa fare, continua a trasformarsi, riciclarsi, evolversi, esattamente come la vita.

Qualsiasi condizione noi stiamo vivendo, l’essenza della vita non si ferma mai.

Le cose succedono e noi cosa possiamo fare?

Se restiamo fermi ad osservare solo la realtà che ci circonda perdiamo di vista il disegno più grande; e in quell’osservare soffriamo per quello che vediamo.

Proviamo a spostare lo sguardo verso l’interno. Quello che è là fuori è decisamente più piccolo di quello che c’è dentro di noi ed è qui che possiamo scegliere.

La nostra vita evolve in base alle scelte che facciamo consapevolmente e inconsapevolmente.

Invece di resistere o vivere la vita come una serie di eventi casuali, potremo provare ad entrare dentro di noi e scegliere di vivere secondo quella visione. La nostra unica e irripetibile essenza.

In questo modo non ci sarà sforzo né resistenza, perché saremo consapevoli che ogni cosa ci può condurre al risultato migliore per noi.

E giorno dopo giorno inizieremo a vedere in che modo e perché le cose sono andate proprio in quella maniera.

Quando quello che ci fa male acquista un senso, pur stando nel dolore possiamo vedere che là avanti, là in fondo, comunque c’è luce e improvvisamente cominceremo a sentirci diversamente rispetto a quell’esperienza.

E’ qui che il dolore diventa saggezza ed è qui che inizia la ricostruzione. Ed è qui che diventiamo interi.

Chi di noi non si è mai sentito a pezzi? Chi di noi non ha mai provato la sensazione di essere distrutto?

Ci riduciamo in migliaia di frammenti quando viviamo solo fuori di noi, quando ci ostiniamo a confrontarci solo con il mondo che ci circonda. Questo non vuol dire smettere di considerare il mondo circostante, bensì che l’inizio di ogni esperienza è dentro di noi e il ritorno è sempre dentro di noi.

In questa dimensione il dolore è quello che è necessario che sia: un passo avanti verso chi siamo, nella nostra essenza più vera e profonda.

E con ciò non voglio neanche dire che il dolore è auspicabile; non dimentichiamoci, però, quanto il dolore ci fa crescere, quanto ci permetta di conoscerci.

E’ vero a volte ci fa a pezzi, ma sempre per ricostruirci più forti e questa è una grande fonte di energia. E l’energia per raggiungere l’altra sponda è proprio quello che serve per arrivarci.

Quando il dolore bussa alla nostra porta, facciamo che sia la nostra essenza ad aprire, se ci affidiamo a lei, se crediamo in lei, saprà portarci verso la luce.

Ricordiamoci che il dolore stesso è la nostra anima che cercava di chiamarci a gran voce.

Ed è proprio da dentro noi stessi che, se non potremo governare il vento, potremo governare le vele.

Liberametne tratto da: B.Pozzo – La vita che sei –

 

Sentirsi nei luoghi sbagliati

la-luce-nel-buio

foto di:  https://www.flickr.com/photos/nanasupergirl/2435718931https://www.flickr.com/photos/nanasupergirl/2435718931

Nella vita tutti noi abbiamo ricevuto un rifiuto, ci siamo sentiti dire di No rispetto a qualcosa o a qualcuno a cui tenevamo moltissimo.

La cosa importante perché questo “rifiuto” non ci faccia sentire sbagliati è ricordare che siamo noi a dare significato a quello che ci succede, sia nel bene ma anche e soprattutto quando le cose non vanno come vorremmo.

Anche qui l’esercizio è provare a cambiare prospettiva. Pensiamo che ogni momentaneo “No” che ci viene detto dalla vita, non significa rifiuto bensì occasione per qualcosa di altro.

Se proviamo a mettere insieme acqua e olio, l’acqua respinge l’olio quando si separa da esso? Le due estremità positive di un magnete non si respingono a vicenda? No. E’ solo un dato di fatto che non si combinano. Non è niente di personale, semplicemente non si possono adattare l’una all’altra.

E proprio come il magnete o l’olio ci sono situazioni o persone che non si adattano a noi, ma non è qualcosa di personale, semplicemente non siamo compatibili.

La sofferenza del sentirsi sbagliati nasce perché prendiamo tutto come se fosse rivolto contro di noi per punirci, farci male, per ferirci.

In realtà niente e nessuno ci respinge, gli unici siamo noi stessi che vogliamo a tutti i costi che le cose funzionino come pensiamo debbano funzionare.

Per cui se basiamo la nostra storia del non sentirci degni sul fatto che ci hanno detto di “no, in realtà questo è l’unico vero modo per essere respinti.

In fondo sta a noi la scelta e questo bisogna che ce lo ricordiamo bene!

Quando mettiamo sullo stesso piano desiderio ed emozione, quello che scopriamo può essere doloroso ma la sofferenza dipende poi dalla storia che ci raccontiamo.

Spesso il rifiuto, provando sempre a vedere da un’altra prospettiva, può essere una sorta di protezione che ci offre l’Universo. Non siamo rifiutati, bensì messi di nuovo in corsa, perché siamo l’olio e non possiamo mescolarci con l’acqua. Il “No” in realtà è un “Si” a qualcosa di altro, è come se ci fosse mostrata un’altra strada perché quella in cui eravamo non era per noi.

Ognuno di noi ha una mission nella vita e spesso pensiamo di aver imboccato la strada giusta, ma in realtà i “no” e i rifiuti che riceviamo ci stanno dicendo che quel percorso era solo un abbaglio e ci invitano a cambiare direzione.

Per accogliere tutto questo è necessario essere molto onesti con noi stessi, calandoci nella nostra parte più profonda pere ascoltare quella parte saggia che sa.

Relazionarsi al mondo è un viaggio alla scoperta di sé, confidando nella vita stessa come guida nel nostro viaggiare.

Se ci affidiamo un po’ di più alla nostra intuizione possiamo davvero confidare in ciò che la vita ci riserva come una mappa per trovare chi siamo, per trovare chi può procedere al nostro passo, per trovare la condizione che più si addice al nostro evolvere.

La nostra crescita in realtà non può essere fermata da niente, ma solo rimandata e i tempi li decidiamo noi.

E’ un attività che ci occupa ventiquattro ore su ventiquattro, anche quando apparentemente non sembra, è impegnativa, faticosa, ma la più arricchente che si possa fare.

Proviamo quindi a vedere il mondo con occhi nuovi, trovando il punto di equilibrio dentro di noi e ricordandoci del nostro scopo.

A volte, spesso, andiamo alla ricerca di cose giuste nei posti sbagliati; non è la fine del mondo nel momento in cui ce ne rendiamo conto è sempre possibile cambiare strada.

Quello che conta veramente è dentro di noi, ce lo portiamo appresso e possiamo sempre ritornarci; è nel momento in cui cominciamo ad amare veramente noi stessi che possiamo iniziare ad agire. E molte volte dobbiamo passare attraverso l’oscurità per poter trovare la luce all’interno.

Quando siamo distratti da tutte le luci esterne del mondo è facile non essere in grado di vedere la nostra luce.

Ma quando ci troviamo nel luogo più buio, nel luogo sbagliato, quello è il momento in cui siamo costretti ad evolverci, a brillare o spegnerci definitivamente.

Il “no” è un momento di buio. Il sentirsi negare una strada, una possibilità, una richiesta, una relazione spesso spegne la nostra luce.

Ricordiamoci allora che in quel momento siamo al buio non per punizione o perché non siamo meritevoli, siamo al buio in modo che non ci resta altra scelta che cambiare.

Ogni “no” che riceviamo dalla vita è un “si” alla nostra vita!

liberamente tratto da:

B.Pozzo “La vita che sei” Ed.BUR

Sul rimpianto ….

rimpianto-2

“Il rimpianto è un tipo di dolore molto particolare; di fronte ad esso siamo impotenti. È come una finestra che si apra di sua iniziativa: la stanza diventa gelida e noi non possiamo fare altro che rabbrividire. Ma ogni volta si apre sempre un po’ meno, finché non arriva il giorno in cui ci chiediamo che fine abbia fatto.” Arthur Golden

Quando il rimpianto si insinua nel nostro essere, può arrivare a corroderci l’anima in modo irreparabile, come una goccia d’acqua che a lungo andare sgretola la roccia fino a creare un solco profondo. E spesso il suo lavorio lento è sordo e quasi inavvertito finchè non comincia a lasciare una traccia che diventa impossibile ignorare.

Succede che ci voglia del tempo per prendere coscienza del nostro scontento, di quel vago senso di insoddisfazione a cui non sappiamo dare un nome che pervade la nostra vita rendendoci inquieti e incapaci di apprezzare quello che abbiamo; poi all’improvviso, come una luce che squarcia il buio, ecco affiorare alla mente ricordi del passato che credevamo accantonati, desideri mai realmente sopiti, progetti non coltivati, relazioni lasciate andare prima che sbocciassero. Tutta una serie di pratiche “inevase”, rimaste in sospeso, in un limbo ad attendere il momento “buono”, quello mai arrivato.

A questo punto in molti di noi prevale la convinzione di non essere stati sufficientemente pronti a cogliere “l’attimo fuggente”, a carpire l’occasione nel momento in cui si presentava, a salire su quel treno che piano piano è sfumato all’orizzonte

Altri, invece più avezzi a scaricare all’esterno le proprie responsabilità, attribuiranno alla sfortuna, al caso o alla vita, che a volte sa essere veramente ingiusta, i fallimenti di tanti proponimenti in cui avevano creduto.

Comunque sia per ciascuno di noi esiste un ricco bagaglio di sogni svaniti, speranze perdute, omissioni fatali che ci portiamo appresso nel nostro vivere quotidiano.

Tra tutti gli stati d’animo che creano sofferenza, il rimpianto è quello che più può tenerci legati ad un passato irrimediabilmente perduto. Il suo insinuarsi lento e inesorabile può logorarci a tal punto da renderci insensibili alle gratificazioni e agli stimoli che la vita, in qualunque sua età, può offrirci.

Ed è proprio per questa sua ineluttabilità che il rimpianto si distingue dalla nostalgia.

La nostalgia può essere dolce, essa rievoca vicende perdute, ma avvenute che ci hanno lasciato una scia di buone sensazioni.

Al contrario il rimpianto è crudele, perché, il più delle volte, riguarda opportunità che ci siamo lasciati sfuggire oppure può riferirsi a errori di valutazione e di scelta che hanno compromesso in maniera fatale il corso della nostra vita.

Quando diventiamo consapevoli dell’impossibilità di rimediare al danno fatichiamo a rassegnarci; vorremmo riavvolgere indietro il nastro della nostra storia per poter rifare quel pezzetto di strada, possibilità, ahimè, che non ci verrà mai concessa.

In alcuni momenti la vita è fatta di tentativi unici e per questo è necessario essere tempestivi, osando, per non portarci dietro la pericolosa sensazione dell’”avrei potuto farlo”.

Il rimpianto, poi, tende inevitabilmente ad accumularsi. Difficilmente svanisce perché il tempo che passa accresce la consapevolezza di quello che ci manca e quindi fa lievitare l’amarezza e la delusione.

Tutto questo ha come unico risultato una profonda sfiducia nelle nostre capacità e nella nostra intraprendenza che produrrà solo disistima e avvilimento.

Alla fine arriveremo a nutrire risentimento contro noi stessi per ciò che non siamo stati in grado di realizzare o di conquistare.

E’ opportuno quindi, per evitare di cadere nel circolo vizioso del rimpianto e dell’autocommiserazione, provare a cambiare prospettiva.

In primis cerchiamo di riflettere sul carattere evolutivo della vita; nel giudicare la nostra storia spesso ci dimentichiamo che il trascorrere del tempo e l’esperienza acquisita, nel bene e nel male, contribuiscono alla nostra evoluzione mutando l’angolazione da cui osserviamo la realtà.

E’ per questo che in certe occasioni fatichiamo a riconoscere come nostri pensieri e comportamenti che in altri contesti, spaziali e temporali, ci sembravano rispecchiare adeguatamente la nostra mentalità e i nostri bisogni.

Quindi, riguardo alle scelte pregresse che si sono rivelate poi inopportune o addirittura disastrose, la nostra responsabilità va, almeno in parte, ridimensionata.

E utile saper riconoscere di aver agito, il più delle volte, con le migliori intenzioni, convinti dell’efficacia dei nostri propositi.

Del resto non sempre abbiamo a nostra disposizione sufficienti informazioni che potrebbero orientare al meglio le nostre decisioni e progetti, in tutte le situazioni c’è sempre una variabile, a volte sconosciuta al momento, che dobbiamo considerare.

Alla luce di tutto questo la cosa migliore è quindi vivere calati nel presente, cercando di fare del nostro meglio, ma con la consapevolezza che qualcosa potrebbe andare storto e quindi potremmo non essere immuni dal rimpianto. Ricordiamoci inoltre che come tutti i vissuti, anche il rimpianto ha una funzione preziosa. Quando infatti il malessere si fa più acuto, ci segnala che è il momento di svoltare, di muoverci alla ricerca di opportunità diverse, invece di rimanere invischiati in un passato che ci tiene ancorati ai dispiaceri e alle disavventure patite più che alle gioie e alle soddisfazioni godute.

Bisogna imparare a sciogliere i lacci e lasciare andare quello che è perduto, senza piangere troppe lacrime sulle occasioni mancate.

La vita spesso toglie ma altrettanto inaspettatamente aggiunge. Ci sorprende con quei meravigliosi colpi di scena degni di un grande film; basta che il nostro approccio sia di apertura e curiosità verso il nuovo, l’imprevisto, l’ignoto. Basta che non ci affezioniamo troppo al nostro quieto vivere, la nostra “confort zone, che spesso smorza i nostri slanci e la nostra creatività.

Viceversa, molte persone dai rimpianti non si consolano mai. Stanno sempre a lamentarsi della sfortuna, delle perdite subite e degli errori commessi. Eterne vittime di un presente non vissuto. E vivendo così, si lasciano sfuggire le risorse e il bello di un qui e ora che ha sicuramente ancora qualche opportunità in serbo anche per loro.

E tu che mi leggi …da che parte stai?

“Il rimpianto è un enorme spreco di energia. Non vi si può costruire nulla sopra. Serve soltanto a sguazzarvi dentro”. Katherine Mansfield

 

liberamente tratto da:

I.Castoldi – Se bastasse una sola parola – Ed. URRA Feltrinelli

Cambiamento e sofferenza ….

change 2

Il vero cambiamento parte da noi stessi. Una volta formata la propria autorappresenzatione, ogni persona cerca di mantenere le definizioni di sé nel mondo che la caratterizzano. Perché avvenga realmente un cambiamento, deve modificare il suo copione.

La persona deve accettare la sofferenza della perdita di questa narrazione di sé che l’ha accompagnata fin qui, per poter poi attivare le proprie risorse e potenzialità, nella ricerca di nuove modalità di relazione con se stessa e con il mondo.

Per ridurre il dolore si può chiedere aiuto ad altri, per esempio counselor, psicoterapeuti, oppure insegnanti o una nonna saggia, per attraversare il momento della sofferenza.

Nella nostra società il superamento costruttivo di queste fasi è reso più difficile dalla mancanza di riti di passaggio. In lacune tribù degli indiani d’America, ad esempio, esistevano alcuni riti per l’”addestramento alla sofferenza”.

Ma la vita va anche presa per quello che è, non credo che esista una strada che allevi totalmente il dolore nell’abbandonare certe illusioni: possiamo solo mitigarlo condividendo i vissuti, imparando i modi che la nostra comunità ha codificato per elaborare questa difficile esperienza della crescita.

Pensiamo alle parole: “Sono cambiata, qualcosa mi ha cambiata, pago perché qualcuno mi cambi…”. Il fattore trasformativo che noi attribuiamo al cambiamento sembra essere dovuto ad un bisogno odierno di numerare, elencare ed esaudire le possibilità di cambiamento, per controllarlo in modo quasi maniacale.

Così facendo dimentichiamo che la nostra identità è frutto anche del contatto imprevedibile con l’altro.

A volte cioè, è necessario rischiare l’incontro, con tutta la carica di ignoto che essa porta con sé. Solo quando mi denudo di fronte a te, quando cade la maschera, in quel momento la vita pianta un seme di speranza, perché la sofferenza generata dalla novità dell’incontro con la novità del contatto con l’altro formi un suo significato.

Questo vuol dire fidarsi e lasciarsi andare alla vita, nonostante tutto.

Il cambiamento crea sempre un po’ di scompiglio: occuparci di ciò che ci è familiare è automatico e ci rassicura, ci fa sentire il controllo su noi stesse e sui nostri sentimenti.

Intraprendere con decisione una situazione nuova, invece, ci fa perdere l’illusione del controllo di noi e del nostro mondo emotivo, fa nascere il timore di poter perdere cose per noi importanti. Ogni scelta implica una perdita, se non altro, quella di abbandonare l’immobilità.

In questo senso, la sola decisione di passare ad agire per noi stessi, trasgredendo e smobilizzando le antiche etichette alla nostra persona, porta nuova linfa nella nostra vita.

Non siamo più quelli di prima, stiamo accettando il rischio della novità e del cambiamento: le caratteristiche dell’eroismo stanno facendo capolino dentro di noi!!!