Ama la vita

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Ama la vita così come è.

Amala pienamente, senza pretese; amala quando ti amano o quando ti odiano, amala quando nessuno ti capisce, o quando tutti ti comprendono.

Amala quando tutti ti abbandonano, o quando ti esaltano come un re.

Amala quando ti rubano tutto, o quando te lo regalano.

Amala quando ha senso o quando sembra non averlo nemmeno un po’.

Amala nella piena felicità, o nella solitudine.

Amala quando sei forte, o quando ti senti debole.

Amala quando hai paura, o quando hai una montagna di coraggio.

Amala non soltanto per i grandi piaceri e le enormi soddisfazioni; amala anche per le piccolissime gioie.

Amala seppure non ti dà ciò che potrebbe, Amala anche se non è come la vorresti.

Amala ogni volta che nasci e ogni volta che stai per morire.

Ma non amare mai senza amore.

NON VIVERE MAI SENZA VITA!!!

Madre Teresa di Calcutta

La favola delle stelle marine …

stelle marine 1

Ecco la storia che vi avevo promesso alla fine del post precedente …..

Una tempesta terribile si abbattè sul mare. Lame affilate di vento gelido trafiggevano l’acqua e la sollevavano in ondate gigantesche che si abbattevano sulla spiaggia.

Le bestiole sul fondo, i crostacei, i piccoli molluschi venivano scaraventati a decine di metri sulla riva del mare.

Quando la tempesta passò, l’acqua si placò e si ritirò. Ora la spiaggia era una distesa di fango, in cui si contorcevano nell’agonia migliaia e migliaia di stelle marine. Erano tante che la spiaggia sembrava colorata di rosa. Il fenomeno richiamò molta gente da tutte le parti della costa. Arrivarono anche delle troupe televisive per filmare lo strano fenomeno. Le stelle marine erano quasi immobili.

Stavano morendo.

Tra la gente, tenuto per mano dal papà, c’era anche un bambino, che fissava con gli occhi pieni di tristezza le piccole stelle marine. Tutti stavano a guardare e nessuno faceva niente.

All’improvviso, il bambino lasciò la mano del papà, si tolse le scarpe e corse sulla spiaggia. Si chinò, raccolse con le piccole mani tre stelle marine e, sempre correndo, le portò nell’acqua. Poi tornò indietro e ripetè l’operazione.

Dalla balaustra di cemento, un uomo lo chiamò. “Ma che fai ragazzino?”

“Ributto in mare le stelle marine. Altrimenti muoiono tutte sulla spiaggia”.

“Ma ci sono migliaia di stelle marine su questa spiaggia: non puoi certo salvarle tutte. Sono troppe! E questo succede su centinaia di altre spiagge! Non puoi cambiare le cose”

IL bambino sorrise, si chinò a raccogliere un’altra stella di mare e, gettandola in acqua, rispose: “Ho cambiato le cose per questa qui”.

L’uomo rimase un attimo in silenzio, si tolse le scarpe e le calze e scese in spiaggia. Cominciò a raccogliere stelle marine  e a buttarle in acqua.

Un istante dopo scesero due ragazze. Ed erano in quattro a buttare stelle marine in acqua. Qualche minuto dopo erano cinquanta. Poi cento, duecento, migliaia di persone che buttavano stelle marine nell’acqua.

Così furono salvate tutte …….

“ … l’ amor che move il sole e l’altre stelle”

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Photo by Flickr: http://www.flickr.com/photos/-schmetterling-/3527937337/

Con queste parole si conclude l’ultimo verso del Paradiso della Divina Commedia di Dante Alighieri. L’amore è alla base di ogni cosa ed è sinonimo di vita: senza l’uno non ci può essere l’altra e viceversa. E’ l’amore che fa girare il mondo e che ci fa sentire vivi e felici.

La sofferenza umana, intesa come mancanza d’amore, nasce quasi sempre da un inganno mentale: quel senso di separazione che ci fa sentire isolati, abbandonati al nostro destino, come se fossimo navi senza timone, alla deriva.

L’amore non è una semplice emozione, ma un sentimento ben più profondo e duraturo. Ha il potere di autoalimentarsi e di moltiplicarsi, praticamente senza limite alcuno. Tuttavia, crescendo, le esperienze, le prove che la vita ci riserva fanno sì che, a poco a poco, ci costruiamo una specie di corazza per difenderci da eventuali attacchi esterni. Cominciamo così ad avvertire la separazione dal resto del mondo, e a distinguere fra dentro di me e fuori di me. Usciamo definitivamente dal Paradiso Terrestre e ci costruiamo, mattone su mattone, il nostro inferno personale, fatto di barriere e di diffidenza.

Così facendo, finiamo con l’indebolire la nostra capacità di aprirci agli altri e blocchiamo il nostro cuore fino a chiuderlo, a volte, completamente.

Diverse sono le cause di questo comportamento. Ci chiudiamo principalmente per paura, per diffidenza: temiamo, manifestando i nostri sentimenti, di essere considerati vulnerabili, facilmente attaccabili. Il nostro istinto di protezione ci porta ad indossare una maschera, a fingere, perfino con noi stessi.

Oppure, soffriamo per antiche ferite  e continuiamo ad alimentare il nostro risentimento, chiudendoci non solo di fronte a coloro che effettivamente ci ferirono, ma anche a tutti gli altri, perfino a quelli che ci vogliono bene, privandoci così delle molteplici opportunità che la vita ci offre per essere felici. Eppure, ognuno di noi, per quanto possa essere stato chiuso in passato, è sempre in grado di aprirsi nuovamente alla vita, con un gesto volontario di accettazione dell’amore.

Si dice che , se durante l’infanzia non abbiamo ricevuto abbastanza attenzioni dai genitori o dalle persone che ci hanno accudito, potremmo incontrare notevoli difficoltà, in età adulta, a coltivare l’amore. E’ vero. E’ un po’ come quando, in aereo, gli assistenti di volo raccomandano di aiutare chi ci è seduto vicino solo dopo aver indossato noi stessi la mascherina per respirare. Per essere di aiuto agli altri bisogna, prima di tutto, che noi stessi ci troviamo in buone condizioni. Eppure, specialmente noi occidentali, spesso rifiutiamo questo concetto. Nella nostra cultura, infatti si confonde l’amore per se stessi con l’egoismo, mentre, in realtà, solo chi è capace di amare se stesso è realmente in grado di offrire amore anche agli altri.

Ma è possibile imparare ad amare? Sì, ed è anche abbastanza facile, proprio perché tutti veniamo al mondo con questa capacità. Si tratta solo di recuperarla.

Amare se stessi vuol dire soprattutto accettarsi, migliorarsi quando è possibile, ma con la piena consapevolezza del nostro essere umani, quindi non privi di difetti.

Ecco, dovremmo forse imparare a correggere tutto ciò che ci limita e ad accettare tutto ciò che, viceversa, pur non rappresentando la perfezione, ci fa sentire unici.

L’amore si manifesta in noi naturalmente alla nascita, poi lo disimpariamo. Eppure, se, domani, un marziano sbarcasse sul nostro pianeta e cercasse di farsi un’idea degli esseri umani ascoltando le nostre canzoni, probabilmente finirebbe col pensare che l’amore sia per noi la cosa più importante in assoluto. E’ raro, infatti, che una canzone non parli d’amore.

Nella realtà di ogni giorno, invece, la maggior parte della gente si lamenta per mancanza di amore. Cerchiamo per tutta la vita qualcuno che ci ami per ciò che siamo e, per far sì che il nostro sogno si realizzi, ci adoperiamo per migliorare il nostro aspetto, a volte al di là di ogni ragionevolezza, oppure ci sforziamo di mostrarci. Vogliamo che qualcuno ci accolga con il suo affetto, ma, poiché non siamo sicuri di noi stessi, siamo pronti a trasformarci esteriormente per attrarre l’attenzione dell’altro o dell’altra. In realtà molto più semplicemente ciò che attira l’amore è … l’amore. Il modo migliore per essere amati è amare !!!!

L’amore è come una corrente che ha bisogno di un mezzo per circolare liberamente. Chi sorride contagia chi gli sta intorno. Analogamente, una persona che coltiva un atteggiamento di apertura alla vita non può che attrarre amore verso di sé.

Se il risentimento è la barriera che impedisce all’amore di fluire liberamente, il perdono è il rimedio. Mi piace molto questa parola: per-dono. Contiene in sé l’idea del regalo , della gratuità. Per-donare dunque è un’azione gratificante. Incominciamo con il per-donare noi stessi. Poi, una volta fatto questo, potremo godere della felicità di donare la stessa gioia agli altri. L’amore si trova in ogni piccolo gesto che sappia accogliere l’altro, che sappia valorizzarlo, gratificarlo, perché l’altro ha un valore in sé.

Amare significa esserci, saper ascoltare, capire, aiutare, partecipare alla felicità dei nostri simili.

Spesso confondiamo l’amore con altri sentimenti e ciò si rivela ben presto fuorviante: da qui le inevitabili delusioni. Si fraintende e si crede che sia amore una semplice attrazione sessuale, o il bisogno di ricevere aiuto dagli altri o il desiderio di possedere qualcuno.

Si tratta di una vera e propria trappola. Perfino nella relazione genitore-figlio, si incontrano diversi casi di questo genere. Avete mai incontrato genitori che si aspettano dai propri figli comportamenti e scelte di vita coerenti con la propria mappa del mondo, o che aspettano di veder riscattate dai figli le proprie personali frustrazioni? Ci sono mamme, ansiose oltre ogni limite ragionevole, che dicono di preoccuparsi per amore dei figli, ma che, in realtà, desiderano controllare i propri ragazzi, impedendo loro di svilupparsi in modo autonomo.

L’amore vero è un’inesauribile fonte di energia positiva, alla portata di tutti e, soprattutto, rende felice sia chi lo riceve sia chi lo offre. Essenziale, tuttavia, è acquisire consapevolezza ed equilibrio interiore e questo si ottiene solo quando la parte consapevole e quella inconscia della nostra mente riescono a comunicare con un costruttivo dialogo interno , fino ad essere tra loro coerenti.

Abbiamo visto come le persone spesso confondono l’amore con l’attrazione sessuale, con il desiderio di possedere qualcuno o con l’attaccamento. In realtà nessuno è in grado di possedere un altro essere umano. I figli non sono di proprietà dei genitori, così come nessun uomo possiede completamente una donna né viceversa. Lo sappiamo bene: in ognuno di noi c’è sempre qualcosa di inafferrabile, che sfuggirà inevitabilmente al controllo di chicchessia.

Amare qualcuno significa infatti accettarlo così come è, senza la pretesa di cambiarlo, di palsmarlo secondo i nostri desideri.

Si può amare anche chi è completamente diverso da noi: chi soffre, chi è emarginato, chi ha sbagliato, chi è migliore di noi.

Amare significa recuperare quella dote che, intatta, ci venne consegnata alla nascita e che, crescendo, abbiamo spesso, purtroppo, dimenticato. I bambini, più attenti, sono a volte capaci di grandi gesti. Se li osserviamo con attenzione, ci saranno di grande aiuto a recuperare quello che , crescendo, abbiamo disimparato.

Per amare, bisogna aprirsi al rischio di vivere, essere capaci di perdonare se stessi per essere più comprensivi verso chi ci sta a cuore. Amare è accogliere con semplicità .

I bambini, non ancora travolti dalla cosiddetta educazione degli adulti, si sentono davvero parte dell’Universo, sono curiosi, non hanno pregiudizi, sono spontanei e hano il cuore aperto alla vita. Sanno istintivamente che nessun gesto è sprecato quando si tratta di amare. La generosità non conosce calcolo, non nasce dalla ragione ma dal cuore. Non è necessario compiere grandi gesti, ma piccoli gesti, ogni giorno. L’Oceano infatti è formato da tante piccolissime gocce, tutte collegate fra loro e capaci di attrarre altre gocce, senza porsi alcun limite ……

Se ti è piaciuto questo post seguimi nel prossimo … troverai una bellissima storia …..

Riscattare il padre per poter vivere la nostra individualità

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Se il rapporto con nostro padre ha avuto una evoluzione armonica, dall’infanzia all’adolescenza, noi impareremo ad accettare il padre reale che abbiamo avuto, rinunciando alla sua idealizzazione.

Solo se faremo questo passaggio potremo costruire una base certa per un Animus maschile interno positivo che ci guiderà verso nuovi amori e verso scelte adulte di ben-essere personale.

Riusciremo, quindi, a diventare donne mature e a costruire la nostra individualità solo attraverso un esame del rapporto con nostro padre e all’interiorizzazione della funzione paterna, che richiede a noi figlie di prendere su noi stesse la responsabilità della nostra vita e, contemporaneamente, a nostro padre la rinuncia al controllo e alla protezione su di noi.

Il processo di individuazione personale e lo sviluppo completo della femminilità, in ognuna di noi, nascono, infatti, dal rapporto stabilito con il padre e dalla successiva interiorizzazione della funzione che lui ha esercitato fino a quel momento e che ci farà da guida nelle nostre scelte future.

Si tratta di saper trasformare questa relazione, assumendo su noi stesse un senso, maturo e consapevole, di valutazione di noi e della nostra vita, che abbiamo appreso da lui e che ora è diventato completamente nostro: dobbiamo riuscire a relativizzare il padre reale, rinunciando alla sua idealizzazione, per poter sviluppare il nostro padre interno, l’Animus.

Se invece rimaniamo nell’idea che nostro padre sarà sempre per noi un eroe siamo destinate a continuare a sentirci figlie predilette, non crescendo mai, o a innamorarci di chi ci deluderà inevitabilmente, per non tradire, così, mai nostro padre, o ad andare eternamente alla ricerca di sostituti paterni.

D’altro canto questo riesame del rapporto richiede che anche nostro padre sia in grado di attivare questo distacco, superando la sua angoscia di separazione da noi e non bloccandoci in trappole emotive inconsce, del tipo: “Devi lasciarti proteggere da papà e non c’è bisogno che tu cresca”, oppure: “Resta sempre la mia bambina, così io mi sentirò sempre forte, potente, utile”.

Può accadere però, sia con i padri assenti o normativi, ma anche con quelli idealizzati, che non riusciamo ad “accettare” il padre reale che abbiamo avuto e che sviluppiamo, di conseguenza, al nostro interno un Animus tiranno o idealizzato, che rischia di condurci a relazioni sentimentali fallimentari, alla ricerca di impossibili sostituti paterni, di uomini magici o carnefici: siamo così destinate a rimanere intrappolate nel danno del padre!!!

Riscattare nostro padre vuol dire invece riuscire a dare una forma positiva al nostro Animus, dilà del padre reale che abbiamo avuto, imparando a fare da padre a noi stesse.

Ma diventare donne mature e responsabili del proprio ben-essere psicoemotivo richiede, oltre al riscatto di nostro padre, anche l’impegno di ricercare la nostra guida interna, il nostro spirito femminile, per cogliere il suo insegnamento e la nostra direzione esistenziale, e la cura del nostro Animus affinchè sia da supporto nella realizzazione del nostro senso vitale più profondo …..

Padre, se anche tu non fossi il mio

Padre se anche fossi a me un estraneo,

Per te stesso egualmente t’amerei.

Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno

Che la prima viola sull’opposto

Muro scopristi dalla tua finestra

E ce ne desti la novella allegro.

Poi la scala di legno tolta in spalla

Di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.

Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell’altra volta mi ricordo

Che la sorella mia piccola ancora

Per la casa inseguivi minacciando

(la caparbia aveva fatto non so che).

Ma raggiuntala che strillava forte

Dalla paura ti mancava il cuore:

ché avevi visto te inseguir la tua

piccola figlia, e tutta spaventata

tu vacillante l’attiravi al petto,

e con carezze dentro le tue braccia

l’avviluppavi come per difenderla

da quel cattivo che eri il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio

Padre, se anche fossi a me un estraneo

fra tutti quanti gli uomini già tanto

pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

Camillo Sbarbaro – A mio Padre

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Liberamente tratto da:

M.Morganti – Figlie di padri scomodi – Ed.FrancoAngeli

Padre e figlia ….. amore o prigione?? …

padre e figlia 3

Proviamo ora a percorrere le varie tappe della costruzione della nostra identità femminile rapportandoci alla relazione con nostro padre durante le fasi della nostra crescita.

Quando la relazione padre-figlia è equilibrata, la costruzione della nostra identità personale si sviluppa armonicamente lungo un percorso, chiaramente definito: dall’infanzia all’adolescenza.

Nell’infanzia quando il rapporto con nostro padre funziona, lo viviamo in modo molto positivo, come se fossimo in una fiaba: la relazione con lui sta tutta nella dimensione del gioco e c’è con il papà una forte intimità fisica e psicologica. Il legame è spontaneo, naturale, esclusivo, vissuto intensamente come se fosse un amore sentimentale: lui rappresenta il nostro “principe azzurro”, l’eroe “senza macchia e senza paura”. E’ ai nostri occhi fonte di protezione e di aiuto, ci fa da guida, consigliere, rifugio emotivo, ma anche interprete e portavoce delle regole, del rispetto, dei diritti e dei doveri nel mondo esterno.

Con la pre-adolescenza, verso gli 11-12 anni, inizia per ognuna di noi un graduale e lento processo di disillusione nei confronti di nostro padre che continuerà, poi, nell’adolescenza.

E’ la fase della separazione, della scoperta dei limiti paterni, del riconoscimento della sua persona “umana”, con i suoi predi e i suoi difetti. Questo processo di distacco da lui si accompagna alla nostra crescente autonomia e responsabilità: cominciamo a sperimentare la nostra libertà personale discutendo, per esempio, con lui sugli orari di rientro e uscita di casa o sugli amici che vogliamo frequentare.

Gradualmente, si fanno sempre più chiare le richieste di una maggiore autonomia, di uno spazio personale dove poter esprimere i nostri interessi e giocarci la nostra vita lontano dallo sguardo paterno. Vogliamo esprimere le nostre idee su progetti futuri, cominciano le prime prese di posizione in caso di rimprovero o di osservazioni critiche fatte da lui e nascono i primi litigi, le difficoltà di dialogo e anche un certo allontanamento fisico.

Arriviamo così all’adolescenza, caratterizzata da sentimenti e comportamenti di ribellione espliciti verso le regole, i doveri, gli orari per le uscite serali.

L’autonomia ricercata in modo inconsapevole nella pre-adolescenza, diventa ora, l’obiettivo principale. In questo periodo c’è anche un allontanamento emotivo da parte di entrambi, legato alla sessualità nascente della figlia diventata “donna”, che fa nascere in nostro padre un certo disagio nel relazionarsi con noi.

Il legame con nostro padre può evolvere naturalmente o no, secondo la sua disponibilità a cambiare accettando e valorizzando il nostro diventare donne. Solo così diventa possibile, per noi figlie, sviluppare al nostro interno l’autoaccettazione e l’autostima necessarie per entrare in rapporto, in futuro, ad altri uomini con la giusta apertura/difesa e, anche, per maturare una personale responsabilità verso la nostra vita.

Questo vuol dire che nostro padre è necessario che si renda disponibile ad un dialogo affettivo con noi basato su un atteggiamento critico tuttavia incoraggiante e orientativo, un ascolto attivo, una condivisione dei problemi, una collaborazione, un contatto e una vicinanza.

In altre parole , deve saper accogliere in modo emotivo, dentro di sé, l’aspetto femminile della sua vita, il contatto con le sue emozioni più profonde, solo così saprà essere realmente vicino emotivamente a sua figlia.

Se invece è un uomo abituato a nascondere, a se stesso e agli altri, i propri sentimenti ed emozioni, finirà con lo svalutare o ignorare la figlia, come arma di difesa inconscia contro una intimità che sente pericolosa, perché esiste sempre il rischio di una possibile e inconsapevole attrazione sessuale nei suoi confronti.

Quando il padre ignora o svaluta la figlia, può accadere che anche la figlia possa rifiutarlo a sua volta come reazione al dolore che sente, oppure che ricerchi in altri uomini dei sostituti paterni, per compensare il padre perduto idealmente …. “papà ancora una volta mi trovo ad amare un uomo che ha bisogno della mia forza! Non ce la faccio più! Sento gli stessi meccanismi di sempre, che ora so essere nevrotici: senso di colpa se  mi sottraggo, sopravvalutazione della mia forza. Lo so che proprio lui l’ho scelto perché eri “tu”, ma ora mi rendo conto che è una follia: volevo salvare lui, per non aver salvato te. Capisco che proprio questa missione di “salvare un uomo” è il danno che mi hai lasciato e che stringe la mia anima come un cappio al collo … Papà io ti ho amato perché la tua anima era grande, conteneva la poesia e la musica, i sogni e le passioni. Per questo soffrivo e combattevo per te … ora mi innamoro di uomini irrisolti e tendo la mano per curare la loro ferita … ma  ho visto l’abuso. L’abuso che adesso riconosco in te e di cui ti perdono, perché è strettamente legato all’amore immenso che mi  hai dato, senza il quale non sarei la donna che sono: forte, calda, sicura di sé. Ho visto l’abuso chiaramente: il non essere vista dall’altro. Il non essere ascoltata ma solo usata per sé …..” ( da un percorso di crescita personale)

…. e al prossimo post l’epilogo ….

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Liberamente tratto da:

M.Morganti – Figlie di padri scomodi – Ed.FrancoAngeli

Padri “buoni” e padri “cattivi” … padri “presenti” e padri “assenti” …..

padre e figlia 1

Continuiamo il nostro viaggio nell’universo paterno ….

I comportamenti che i padri hanno avuto nei nostri confronti, si possono leggere attraverso uno schema generale, ai cui estremi troviamo le definizioni di “buono” e “cattivo”, intesi nella loro capacità di fare bene il ruolo del genitore.

Semplificando un po’ possiamo dire che avere una relazione danneggiante con nostro padre ci può portare a diventare donne timide, schive,fragili, oppure, per reazione, esibizioniste, ipercritiche, aggressive; mentre se abbiamo potuto godere di un buon rapporto con lui, più facilmente cresciamo fiduciose, espansive, aperte, allegre, comunicative e spontanee.

Ovviamente tutto questo va poi contestualizzato e applicato alla diversa capacità che ognuna di noi ha di fronteggiare le “cose” della vita.

Voglio anche aggiungere che sia i padri troppo “assenti” che quelli troppo “presenti” possono diventare per le figlie ormai adulte, un alibi per non assumere su loro stesse la responsabilità “paterna” della loro vita, attribuendone al padre il ruolo assoluto di carnefice o salvatore. (anche per questo vedi sopra …)

Negli anni dell’adolescenza, la relazione con n ostro padre diventano molto importanti per la costruzione della nostra identità femminile e per i nostri successivi rapporti sentimentali; il punto di svolta sta nella gestione del conflitto con lui: si possono, infatti, creare con lui rapporti costruttivi, distruttivi o a-conflittuali che ci portano a sviluppare diverse tipologie di comportamenti e ci fanno apparire, agli occhi del padre, una figlia “brava” o “cattiva”.

Un padre è “presente”, quando ha una relazione emotiva e affettiva significativa con la figlia e sa svolge, anche una funzione normativa  positiva, dando regole e limiti; è una persona davvero interessata a noi, comprensiva, comunicativa, disponibile. E’ grazie ad un padre di questo tipo che sviluppiamo, al nostro interno, un Animus, cioè un Maschile che ci accompagnerà poi nelle scelte esistenziali che affronteremo da adulte.

Se un padre è “presente” la figlia, può sviluppare un sano comportamento oppositivo positivo e si stabilisce tra loro un rapporto costruttivo: c’è una visione matura e non idealizzata del proprio padre, con un’accettazione dei suoi limiti e un riconoscimento del suo valore per quello che è.

La figlia “oppositiva positiva” fa del confronto con il padre uno strumento utile per la sua crescita: il conflitto è positivo, costruttivo, mediato da un forte legame affettivo. La figlia è onesta con il padre, affettuosa, disponibile, aperta, ma anche caparbia e ostinata, perché cerca di affermare il proprio “Io” e la propria personalità, anche nei suoi confronti.

Il padre “assente” è quello non presente nella vita della figlia, né dal punto di vista fisico né affettivo, totalmente disinteressato a lei. Spesso sono uomini egocentrici, molto occupati professionalmente o con relazioni extraconiugali che li distraggono dalla figlia o troppo problematici, e quindi instabili, inaffidabili, anaffettivi, o ripiegati su se stessi e insoddisfatti della propria vita.

Con un padre “assente” sviluppiamo un comportamento da figlia “oppositiva negativa”: distante, distaccata emotivamente da lui, ostile, scontrosa, insofferente e indisciplinata, facciamo del rifiuto e dell’isolamento il nostro comportamento principale nei suoi confronti.

La relazione padre-figlia è in questo caso irrigidita dal conflitto, sterile, infruttuosa: noi ci illudiamo di costruire la nostra indipendenza che è, invece, falsa, perché poggia sul terreno instabile della contro dipendenza: e cioè solo una reazione al dolore che proviamo. Non nasce da un autentico amore per la libertà e non porta ad una reale autonomia.

A volte poi il conflitto tra i due è così pesante da rendere impossibile e inesistente la relazione stessa e spesso, di fronte a questo vuoto affettivo, la figlia va alla ricerca spasmodica, e inevitabilmente fallimentare, di uomini come sostituti paterni, che sappiano svolgere una funzione compensatoria di appoggio.

Le donne che si sono sentite poco amate dal padre, infatti, tendono ad accumulare, nella loro vita, un inesauribile bisogno di risarcimento affettivo che presentano, inevitabilmente, ai loro fidanzati come un credito sentimentale che pretendono di riscuotere e che è, però, inesigibile.

Rischiano, inoltre, di essere madri competitive con le loro figlie di cui sono gelose per l’amore del marito/padre. Per loro l’amore è “bisogno” e condannano le loro relazioni sentimentali a diventar prigioni in cui entrambi i partner sono , contemporaneamente, vittima e carnefice.

“ … ci sono uomini che non sono degni di essere chiamati papà e così a fatica li chiamiamo padri e siccome questo gruppo è vario, conieremo una nuova parola “padrepapà”.  Quei “padri papà” che abusano sessualmente delle proprie figlie, che le picchiano violentemente, che vanno a letto con le loro amiche, che le rinnegano per il dio denaro, che le fanno soffrire di povertà dopo la separazione dalla moglie… Padripapà che sono morti e a cui non si può più dire nulla …. Padripapà che la amano troppo o che desiderano avere una figlia come fosse il personaggio di un film e continuano a trattarla come tale, provando una continua delusione perché la figlia non è ciò che loro vogliono … Padripapà che scaricano la rabbia spaccando ogni cosa, senza preoccuparsi della figlia che sta lì a guardare… Lo sapete cosa desidera di più una donna con una padre inadeguato? … un ABBRACCIO …  tranquillizzatevi uomini … abbiamo capito che quell’abbraccio non potrà mai venire da voi, ma, sviluppando il nostro maschile interno, un giorno, forse, potremo darcelo da sole senza cercarlo all’esterno ….” (da un percorso di crescita personale)

…. E non è ancora finito, seguitemi nei prossimi post  …..

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Liberamente tratto da:

M.Morganti – Figlie di padri scomodi – Ed.FrancoAngeli

Quello che dovremmo “aspettarci” da nostro padre

 

padre e figlia

Proseguo questo viaggio nella terra dei padri , e in più oggi è San Giuseppe, facendomi sempre aiutare dal libro della Morganti “Figlie di padri scomodi” ……

Madre… madre ..madre …. spesso, troppo spesso, si fa risalire la causa di tutti i nostri mali e di tutto il nostro bene al cattivo o buono rapporto con nostra madre. Il padre, elemento imprescindibile per la nostra venuta al mondo è relegato in un cantuccio quasi a voler dire che assolto il compito procreativo la sua figura serve a ben poco.

Nostro padre, spesso sconosciuto “terzo incomodo” nella diade madre-figlia svolge, parimenti, una funzione educativa fondamentale proprio nell’aiutarci a rompere il rapporto simbiotico con il materno, proponendoci un modello non di intimità, come quello femminile, ma d’azione verso il fuori, di crescita e di cambiamento; lui è per noi il portatore del senso e della consapevolezza del “limite”, presente in ogni aspetto della realtà, è il garante delle norme sociali ed è in opposizione ad ogni simbiosi.

Per crescere in modo sano è, infatti ,necessario che ogni bambina si stacchi dall’unione simbiotica con la mamma e concepisca un sentimento d’amore profondo per il papà, per poi accorgersi, con il tempo, che anche a questo sentimento occorre rinunciare altrimenti può diventare pericoloso e proibito.

Il legame amoroso con nostro padre può assumere molte forme e dal suo andamento dipenderà, in larga misura, quello dei nostri amori e legami futuri.

Il padre “positivo” è quello disponibile ad avere un rapporto responsabile ed autentico emotivamente con la figlia, di cui incoraggia lo sviluppo del lato intellettuale e professionale pur dando valore alla sua femminilità. Nostro padre ha, infatti, il compito di insegnarci il rispetto e la stima per noi stesse e a coltivare quei comportamenti e valori che mantengono e accrescono questa autostima.

Il suo insegnamento principale è trasmettere alla figlia il valore di “essere se stessa”, nella sua specificità ma anche nei suoi difetti e debolezze. E’ questo il nucleo profondo della nostra autostima: è la consapevolezza del valore di noi stesse e del progetto di vita di cui siamo portatrici e artefici.

Il padre “positivo” si lascia idealizzare dalla figlia, ma le permetterà poi, gradualmente, di rimanere delusa dei limiti personali che lei scoprirà in lui senza, per questo, allontanarsi offeso; questo è possibile, però, solo se anche il padre ha una buona autostima personale e non ha bisogno dell’adorazione degli altri.

E’ un padre che cerca, anche, di rappresentare ai nostri occhi un modello maschile interiore positivo, per aiutarci nella ricerca di un partner adatto a noi: affettuoso, appassionato, forte, che non ha paura della rabbia, dell’amore, dell’intimità, che sta accanto ed è paziente, ha iniziativa ma sa confrontarsi, è stabile ma sa, anche, giocare. Capace di dare e avere fiducia, confidenza, lealtà, mantiene le promesse e ama la libertà in ogni suo aspetto interiore ed esteriore.

In conclusione il padre “positivo” dovrebbe svolgere la duplice funzione di holding, cioè protezione e contenimento emotivo, e affidabilità assoluta.

Amare questo padre ci permette di amare il nostro Io ideale ma, allo stesso modo, saper rinunciare all’idea di un padre ideale ci aiuta ad accettare la nostra imperfezione, la nostra idealità …..

…. e la storia continua nei prossimi post ….

Il triangolo madre-figlia-padre

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Andy Warhol – Madre e figlia: Tina e Lisa Bilotti – 1981

www.museocarlobilotti.it

 Ogni incontro amoroso è, in parte, frutto della continua riedizione del nostro passato emotivo in relazione alle figure dei genitori: nasce dalla ricerca di soddisfazione di un desiderio infantile frustrato.

Infatti alla base delle nostre scelte di amore, come ho più volte ripetuto in precedenti post, c’è il primitivo rapporto che abbiamo avuto con nostra madre, che segna la nostra capacità di essere più o meno intime con l’altro. Mentre il apporto con il padre determina la nostra scelta, inconscia, di un certo “modello” d’uomo come quello più adatto a noi.

Con il termine “bonding” si  intende quell’importante legame che si crea tra madre e figlia fin dalla nascita: lo sviluppo psicologico di ogni bambina dipende dal fatto che lei si senta contenuta dalla madre, sia quando fisicamente la tiene in braccio e gli fa da seconda pelle offrendole il seno, sia perché mentalmente la tiene nella sua testa pensando al posto suo, fino a quando la bambina non sarà in grado di farlo da sola.

Dall’affetto che la madre prova per la figlia e che esprime con lo sguardo, le carezze e con ogni gesto, dipenderà l’amore che la bambina proverà per se stessa, la sua capacità di volersi bene.

Ogni bambina è in fusione con la madre fin dal momento del concepimento e prima della nascita la simbiosi è completa: si trova nel corpo della madre e vive attraverso i suoi organi. La nascita segna la fine, solo parziale, del legame perché lei deve continuare a nutrirsi dal corpo della madre, con il suo latte.

Il comportamento che nostra madre ha messo in atto con noi, nel primo anno di vita, influenza le nostre successive modalità affettive: se è stata attenta ai nostri segnali di sofferenza, pronta nella risposta e disponibile alle nostre richieste e a soddisfare i bisogni di cura e di protezione, allora noi siamo diventate bambine “sane” perché abbiamo avuto una base sicura a cui tornare in caso di pericolo e da cui partire per l’esplorazione del mondo circostante.

Abbiamo, in altre parole, sviluppato la convinzione interna di essere degne di amore e d’aiuto e, perciò, siamo anche in grado di instaurare con i nostri partner rapporti affettivi basati sulla fiducia e sull’accettazione dell’altro.

Ma se nostra madre rifiutava il contatto fisico con noi, non accoglieva le nostre richieste di aiuto e di conforto, era evitante, allora siamo cresciute pensando di essere donne non amabili, che possono fidarsi solo di se stesse in un mondo di persone ostili da cui bisogna difendersi.

Tendiamo così a sviluppare comportamenti di falsa autonomia, non diamo importanza ai legami affettivi e instauriamo rapporti di coppia basati sulla distanza emotiva e fisica per poi, paradossalmente finire spesso con il fidarci, ciecamente e irrazionalmente proprio degli uomini che non ci amano.

Quando invece nostra madre è stata imprevedibile nelle sue risposte ai nostri bisogni infantili, noi diventiamo adulte vulnerabili e incapaci, a volte amabili e a volte no e vediamo anche gli altri come inaffidabili e pericolosi.

Sviluppiamo così relazioni amorose basate sull’ossessività, sul controllo ossessivo del partner e sulla gelosia perché siamo, fondamentalmente insicure e ansiose.

E’ proprio questo legame simbiotico, con la sua centralità nella vita di ognuna di noi, che fa della presenza della madre nei  primi anni di vita un caposaldo dell’esistenza personale, ma, allo stesso tempo, è proprio l’enorme significato di questo legame ciò che rende indispensabile la sua rottura e decisivi i modi e i tempi in cui questo deve avvenire.

Fortunatamente questi processi psicologici infantili non determinano la nostra vita in modo rigidamente meccanico e il ruolo che nostro padre gioca con noi, nell’infanzia e nell’adolescenza, può notevolmente mitigare i “danni” di una relazione non buona con nostra madre, così come può purtroppo anche aggiungere una nuova ferita.

Perché la bambina cresca e diventi un’adulta matura, parte integrante della società, occorre, infatti, che si liberi dall’abbraccio materno e questo compito spetta al padre che educa, detta norme, corregge. Il padre, quindi, svolge innanzi tutto la funzione di contenimento dell’ansia legata alla separazione della coppia madre-figlia: la madre “sufficientemente buona” ha la capacità di soccorrere e di essere empatica, è tenera e giocosa, mentre il padre trasmette gli ideali di responsabilità, l’assunzione di decisioni, l’oggettività, l’ordine, il senso del valore personale.

Stimola nella figlia la capacità autonoma di ricerca dell’oggetto che soddisfa i suoi bisogni personali, diversi  da quelli della madre.

In questo triangolo madre-figlia-padre c’è però anche il rischio per la bambina di essere stritolata nella silenziosa battaglia che i  genitori giocano spesso tra loro. A volte la figlia diventa, per il padre, la complice, l’alleata contro la moglie nemica.

Oppure la figlia è amata come moglie, per compensare le frustrazioni di un matrimonio che non funziona, è idealizzata dal padre come un’amante ideale, come una moglie alternativa in un gioco di seduzione che, pur non essendo sessuale, può compromettere i nostri successivi rapporti sentimentali.

Oppure, al contrario, è la madre che chiede un patto di lealtà alla figlia contro il padre colpevole, per esempio, di non amare più la moglie.

In tutti questi casi il padre non ha saputo assolvere al compito di rompere il legame simbolico madre-figlia. E’ lui che conduce alla rottura, ci inizia al senso del dolore, e proprio grazie a questo distacco la fa crescere; senza questa triangolazione paterna, la madre e la figlia resterebbero legate in un rapporto chiuso, circolare di reciproca idealizzazione.

Un sano sviluppo dell’identità personale presuppone che ognuna di noi abbia potuto superare le ferite, inevitabilmente collegate alle prime separazioni nell’infanzia e abbia saputo trasformare positivamente queste esperienze verso un senso maturo della propria autonomia personale.

Se invece l’esserci sentite dipendenti nell’infanzia è legato ad un dolore devastante, per una precoce mancata vicinanza ai nostri genitori, che ha minacciato il nostro senso di sopravvivenza, da adulte tenderemo a negare il nostro bisogno dell’altro, riattivando la fantasia infantile di non desiderare nessun altro, per non soffrire nuovamente.

Neghiamo in altre parole, questo bisogno/desiderio dell’altro perché temiamo di trovarci di nuovo, in quella situazione di dipendenza che è stata per noi fonte di sofferenza nell’infanzia, quando non siamo state accolte dai nostri genitori.

Così facendo però rimaniamo bloccate dentro i confini stretti del nostro Io, impedendo all’amore di svolgere la sua funzione attiva e creatrice.

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Liberamente tratto da:

M.Morganti – Figlie di padri scomodi – Ed.FrancoAngeli

Rispondo o reagisco?

gatto topo

“Che ci posso fare se sono fatta così?” classica affermazione usata, più o meno volte da tutti, per negare la responsabilità rispetto ai nostri comportamenti, alle nostre reazioni o addirittura alle scelte che facciamo.

Siamo convinti che il DNA acquisito alla nascita sia il responsabile della maggior parte dei nostri tratti, come se avesse il potere unici e indiscutibile di definire “chi siamo”.

Il nostro corpo è sicuramente una prodigiosa macchina in grado di regolare le nostre funzioni, sostenerci in caso di necessità, apprendere e migliorare le nostre prestazioni. Addirittura, gran parte del modo in cui funzioniamo è al di fuori del nostro campo di controllo: molte delle funzioni che il nostro corpo svolge sono completamente automatiche.

Tuttavia ci è utile comprendere maggiormente come questa macchina opera per non diventare schiavi di convincimenti sbagliati e meccanismi automatici.

Secondo il neuro-scienziato Paul Mc Lean nel cervello esistono tre aree distinte che si sono sviluppate nel corso dell’evoluzione umana: Il cervello rettiliano, il cervello limbico e la neocorteccia.

Il cervello rettiliano, reminiscenza del nostro passato preistorico, controlla le funzioni vitali come il ritmo cardiaco, il respiro, la temperatura corporea e l’equilibrio. Esso è anche la parte del cervello che vigila sulla nostra sicurezza, sempre all’erta per identificare eventuali pericoli.

Il cervello limbico registra invece i ricordi dei comportamenti che hanno prodotto esperienze gradevoli o sgradevoli ed è quindi responsabile delle emozioni. Esso è inoltre la sede dei nostri giudizi di valore che esercitano spesso una grande influenza sul nostro comportamento.

La neocorteccia (detto anche “cervello pensante”) è quella dalla forma tipica dei due emisferi ed è responsabile dello sviluppo del linguaggio, del pensiero astratto, dell’immaginazione. Essa è flessibile ed ha infinite abilità di apprendimento.

Queste tre parti del cervello non operano indipendentemente l’una dall’altra, ma hanno numerose interconnessioni con le quali si influenzano a vicenda.

Nel cervello limbico troviamo inoltre due ghiandole l’amigdala e il talamo che giocano una partita importante nell’elaborazione delle informazioni che ci provengono dall’esterno. Il Talamo aiuta ad elaborare le informazioni ricevute dagli organi di senso e a distribuirle ad altre parti del cervello. L’Amigdala è una struttura di neuroni a forma di mandorla (“ἀμυγδάλη =>amygdálē = mandorla) che ha una funzione chiave nell’elaborazione e memorizzazione delle reazioni emotive.

Normalmente quando riceviamo un imput dall’esterno, le informazioni dagli occhi, dalla pelle, dalle orecchie o da altri organi di senso vengono dirette al talamo, da qui passano alla neocorteccia che elabora l’impulso, gli dà un senso e rimanda il segnale all’amigdala che rilascia un flusso di ormoni per creare emozione e azione.

Succede però che se il talamo riconosce l’imput arrivato dagli organi di senso come uguale o simile ad un pericolo che abbiamo vissuto in passato, allora il talamo manda l’informazione direttamente all’amigdala che reagisce in base a schemi memorizzati nel passato, inondando il nostro corpo di elementi chimici e ormoni come l’adrenalina che preparano i corpo a reagire al pericolo

Due  milioni di anni fa quando si è sviluppata la capacità di attivare una risposta automatica per la sopravvivenza, le reazioni di “combattimento” si manifestavano con un comportamento aggressivo,  quelle di “fuga” con l’allontanamento fisico dal pericolo , mentre le reazioni di immobilizzazione si manifestavano con una vera e propria immobilizzazione del corpo con lo scopo di dissimulare la propria presenza.

Nella nostra epoca queste risposte ataviche persistono, ma le modalità di combattimento, fuga e immobilizzazione comprendono una serie molto più ampia di comportamenti.

Ad esempio una reazione di combattimento si può manifestare con un comportamento polemico o con l’ironia e la reazione di fuga può essere espressa attraverso la chiusura in se stessi.

In alcuni casi viviamo per lunghi periodi in una condizione di iperattività dell’amigdala e il nostro fisico rimane in uno stato di continua eccitazione e stress con gravi conseguenze per il corpo e per la mente.

Ognuno di noi ha sviluppato nell’infanzia strategie di reazione automatica che hanno funzionato e prodotto risultati, peccato che gli episodi collegati ad esse rimangono in memoria nel nostro talamo e ogni qualvolta uno stimolo proveniente dall’esterno risulta simile a qualcosa che abbiamo già vissuto ecco che l’amigdala parte con la sua reazione standardizzata.

A questo punto può essere utile riflettere su quali strategie abbiamo adottato nelle diverse situazioni che hanno rappresentato una minaccia o un pericolo, nel corso della nostra vita, e in che modo le reazioni che abbiamo oggi assomigliano a quelle che abbiamo sviluppato da bambini.

Questa consapevolezza, nel momento in cui la reazione incontrollata emerge, può aiutarci a identificarla e a comprendere che stiamo soltanto ripetendo uno schema difensivo che abbiamo appreso come reazione ad uno stato di pericolo.

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Liberamente tratto da:

G.D’Alessio – “Il potere di cambiare” – Ed.Rizzoli

Antropologia del Counseling

IO SONO

Il presupposto che ha mosso Carl Rogers a compiere la rivoluzione copernicana nelle relazioni d’aiuto è che “ogni corrente della psicologia ha implicita una sua filosofia”, una sua visione dell’uomo e del mondo, e che tale filosofia “influenza in molti modi sottili e significativi” lo stesso processo terapeutico e di cura: in particolare dietro il comportamentismo ci sarebbe una filosofia “meccanicista”, dietro la psicoanalisi una filosofia “pulsionale”.

Scrive Rogers :” […]  non è necessario negare la verità di alcuni aspetti di queste formulazioni per ammettere un’altra prospettiva. […] dal punto di vista esistenziale è […] l’uomo non ha semplicemente le caratteristiche di una macchina, non è semplicemente prigioniero di motivi inconsci; è una persona impegnata a creare se stessa, una persona che crea il significato della vita, una persona che incarna una dimensione di libertà soggettiva “ (C.Rogers – La terapia centrata sul cliente – )

Da questa citazione emerge chiaramente che la presa di distanza del Counseling di Rogers dai precedenti modelli non dipende tanto da un disaccordo circa gli aspetti teorici della relazione d’aiuto, ma da una diversa concezione filosofico-globale dell’uomo nel mondo: l’essere umano non è solo una macchina da condizionare-aggiustare o un “esser-ci” schiavo delle sue pulsioni, bensì un soggetto attivo, autonomo e responsabile, fondamentalmente libero di creare i propri sensi, significati, scopi e valori nella vita e che dispone in sé, almeno a livello potenziale, la forza necessaria a superare le difficoltà psicologiche-esistenziali-sociali che la sua esistenza nel mondo gli riserva.

E proprio in virtù di questa nuova concezione antropologica, Rogers aggiunge “[…] è la voce dell’uomo soggettivo che parla, e forte, per se stesso. L’uomo si è sentito per molto tempo una marionetta, guidata da forze economiche, da forze inconsce, da forze ambientali. E’ stato fatto schiavo da persone, da istituzioni, dalle teorie della scienza psicologica. Ma è vicino a fare una nuova dichiarazione di indipendenza. Scarta l’alibi della mancanza di libertà. Sta scegliendo se stesso, sta cercando, in un mondo difficilissimo e spesso tragico, di diventare se stesso, non una marionetta, non uno schiavo, non una macchina, ma il proprio sé, unico, individuale” (C.Rogers – opera citata).

Questa concezione di un soggetto attivo, libero, autonomo,responsabile, e corredato delle potenzialità auto direttive necessarie per risolvere i propri problemi dopo averne maturato piena consapevolezza, costituisce dunque l’antropologia che sta alla base di quelle caratteristiche di autonomia, responsabilità e libertà del cliente che sono le fondamenta del Counseling, che non si pone l’obiettivo di fornire soluzioni o consigli direttivi, bensì il suo scopo è quello di porre la persona nelle condizioni dapprima di esaminare la situazione problematica in tutta la sua complessità e quindi di uscirne in maniera autonoma, libera e responsabile.

La condizione affinchè ciò sia possibile passa attraverso la prioritaria capacità, schiettamente umana, relazionale o “artistica” del Counselor, di creare quello che Rogers definiva il “clima” facilitante la relazione o una particolare “atmosfera” empatica che sappiano esaltare la forza tendente al miglioramento e all’autorealizzazione presente, almeno potenzialmente, in ogni persona.

Rogers illustra tale forza con l’espressione “tendenza attualizzante” per esprimere l’idea secondo cui “ogni organismo è determinato da una tendenza intrinseca a sviluppare tutte le sue potenzialità e il suo arricchimento”. Si tratta di una forza essenzialmente positiva per lo sviluppo di sé e il miglioramento della propria situazione, che non è insita solo negli esseri umani bensì in ogni organismo vivente qualora sia posto nelle giuste condizioni “ambientali”.

Rogers la scopre ad esempio in alcune alghe che riescono a crescere sugli scogli della California, resistendo all’impeto delle onde con la flessibilità del loro fusto. In quelle alghe, come in ogni essere vivente, è riposta una tenace e virulenta volontà di vivere, di conservare e di migliorare l’organismo, e di esplorare l’ambiente al fine di modificarlo in base alle proprie necessità.

L’uomo stesso possiede dunque tale energia o forza personale che lo spinge naturalmente verso ciò che è o considera il suo bene, ovviamente qualora essa non venga ostacolata da impedimenti dell’ambiente esterno o dalla propria interiorità.

Proprio perché ogni individuo ha la tendenza attualizzante alla realizzazione e alla crescita, ed è dotato, almeno in maniera latente, della capacità di comprendere se stesso e delle risorse per uscire dalle situazioni di difficoltà attraverso una auto-risoluzione dei propri problemi , a patto che sia posto nelle condizioniate a favorire tale sviluppo e crescita personale., il primario compito del Counselor consiste proprio nel ri-creare tali condizioni facilitanti il suo sviluppo e la sua crescita personale attraverso la creazione di un ambiente favorevole.

La creazione di un “atmosfera empatica” facilitante la relazione e l’alleanza, che il cliente percepisce e che crea il miglior ambiente possibile per il “setting”, costituisce la quintessenza del counseling rogersiano in quanto permette la realizzazione delle condizioni stesse che danno al cliente la fiducia nelle sue capacità risolutive, e che gli consentono di poter ricorrere alla sua forza motivazionale al fine di dispiegare la sua tendenza alla crescita personale e all’autorealizzaizone.

Scrive ancora Rogers: “Le condizioni che creano questa atmosfera non sono la cultura, la preparazione intellettuale, l’orientamento ideologico o le tecniche del “terapeuta”. Sono sentimenti e atteggiamenti che devono essere vissuti dal counselor e percepiti dal cliente” (C.Rogers – opera citata).

Un altro importante punto di partenza del counseling e soprattutto di quello Rogersiano è quello di essere “centrato sulla persona del cliente”.

In epoca precedente il soggetto da aiutare veniva considerato passivamente come colui che doveva limitarsi ad attendere e ricevere l’aiuto offerto dall’altro, da colui che “sa” come risolvere la situazione problematica alla luce di un certo sapere, trattando quindi la situazione problematica in astratto senza far riferimento al “vissuto esistenziale” del cliente e travisando il fatto che ogni problema di natura psicologico-esistenziale si genera sempre nel contesto di vita di una singola e unica persona che vive in una determinata situazione esistenziale, e che per risolverlo non è sufficiente guardare al problema in sé bensì alle modalità nelle quali è vissuto dalla persona coinvolta nella situazione.

Da ciò consegue che una situazione non è mai “oggettiva” né analizzabile oggettivamente, in quanto è sempre connotata da significati personali e appunto soggettivi attribuiti dal soggetto alla unica e singolare situazione concretamente vissuta.

Alla luce di questo è chiaro che alla base di ogni intervento di counseling deve sempre esserci la capacità dell’operatore di contestualizzare il vissuto del cliente all’interno della situazione vissuta.

Per fare questo è necessario acquisire una facoltà chiamata “flessibilità cognitiva” che induce ad essere “centrato” sulla situazione vissuta dalla persona che richiede il nostro aiuto piuttosto che sul nostro modo di vedere le cose; è la capacità di focalizzare l’attenzione sulle modalità esistenziali attraverso le quali l’altro vive, pensa e sente le cose, le persone, i fatti e i problemi narrati.

Tali fatti sono sempre osservati e vissuti dal punto di vista del cliente e generati dalla sua visione del mondo, la quale determina le modalità stesse di percepire e quindi vivere i fatti e le difficoltà, che assumono un significato particolare a seconda delle proprie esperienze passate, dei propri pensieri, valori ,atteggiamenti ed emozioni, ovvero, ancora dalla propria visione del mondo quale medium tra ciò che siamo e il mondo nel quale viviamo.

E’ necessario quindi che il counselor metta da parte la naturale tendenza a conformare l’esperienza di un’altra persona al proprio modo di pensare e assumere empaticamente il punto di vista dell’altro, il “suo” unico e peculiare modo di vedere i problemi al fine di cogliere i fatti o problemi come strettamente determinati dalle circostanze, situazioni o esperienze individuali come sono interpretate e vissute dal cliente.

Il Counseling è “centrato sul cliente” perché quest’ultimo è considerato realmente come la persona più al corrente del problema, la più informata della situazione e praticamente la sola a sentire il caso in tutta la sua profondità esistenziale; perciò solo lui sa esattamente di che cosa parla.

Essendo l’unico a riconoscere fino in fondo il suo vissuto, deve essere messo nelle condizioni di comprendere la sua unica e singolare situazione di difficoltà al fine di trovare una soluzione o una prospettiva risolutiva in completa autonomia e libertà.

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Per approfondire:

Carl R. Rogers

La terapia centrata sul cliente

Ed Psycho