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L’Artcounseling dal “come se” al “come é”

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Lavoro fatto durante un laboratorio di “pittura dell’Anima”

“ … uscire dallo spazio interno a quello esterno, affermare, estendere in esso la propria forma, è il primo atto di comunicazione involontario che diventa consapevole nella verifica della propria impronta: segno di sé che, nel compiacimento della traccia, si trasforma in segnale comunicativo della propria presenza …” Stefania Guerra Lisi

Riprendendo i vari post sulla creatività e i suoi benefici nel percorso evolutivo di ogni persona, ribadisco che nel momento creativo, in cui interiorità ed ambiente trovano un rinnovato singolare incontro, siamo immersi in uno stato psicofisico ove il pensiero, l’emozione, la corporeità, l’azione fluiscono in modo congruo, infondendo un profondo stato di ben-essere.

Almeno inizialmente è infatti più importante l’atto del produrre un’impronta creativa, che il suo impatto con un esterno (ArtCounselor) che solo poi potrà accompagnare l’utente nella decodifica del suo modo di incontrare e vivere la realtà.

Un percorso di ArtCounseling è rivolto verso la salutogenesi focalizzandosi sugli aspetti personali positivi di chi ci sta di fronte e sull’individuazione delle risorse disponibili, perseguendo il paradosso (e il risanamento da un mal-essere) come un “diventare ciò che si è”, attraversando i propri territori interni sperimentandoli, agendoli metaforicamente, piuttosto che cercando di liberarsene.

Qui emerge il valore che l’azione e l’esperienza diretta rivestono nel percorso di ArtCounseling, in cui la “scoperta” la formulazione e/o la risoluzione di un problema e quindi il cambiamento, derivano dal FARE (in questo caso artistico-espressivo) e da un processo di apprendimento esperienziale.

Il sistema-ambiente di vita in cui siamo inserito ci pone costantemente di fronte alla sfida del tempo e alla transitorietà dei confini, delle convenzioni e convinzioni ideologiche, sociali, culturali e affettive.

Cercare di promuovere il ben-essere e la qualità della vita individuale e collettiva intervenendo direttamente sui fattori coinvolti nella salutogenesi o su quelli legati alla genesi del malessere, in un sistema così fortemente connotato dalla complessità oltre che dalla fugacità delle certezze, o dalla tempestività dei cambiamenti, risulta un’impresa oltremodo faticosa.

La strada più fruttuosa sembra allora quella del potenziamento delle risorse e delle abilità nella soluzione di problemi complessi. In questo la riattivazione dell’espressione globale di sé attraverso il processo creativo può diventare la chiave di volta che consente al potere intrinseco individuale di manifestarsi appieno nella sua efficacia.

La comprensione del mondo e dell’altro passa necessariamente attraverso la conoscenza, la consapevolezza di sé e l’autosvelamento. La costruzione del Sé nel continuo oscillare, fluire, distruggere, trasformare dati esterni e contenuti interni, ritrova ripetutamente il segno della sua presenza, della definizione del suo confine, il compiacimento del suo esserci nella ES-PRESSIONE, nella traccia manifesta, il Sé si rende progressivamente visibile, nello spazio e nel tempo, a se stesso e agli altri.

E’ un diritto naturale quello di produrre, esprimere-imprimere nell’ambiente, il segno esclusivo dell’affermazione “IO SONO!” “IO SONO IN QUESTO MIO MODO!”, è un diritto naturale che però va riconquistato.

La vitale permeabilità dentro-fuori, la costante pulsazione aperto-chiuso, costituiscono il motore dell’esistenza, garantiscono il senso di pienezza e soddisfacimento quando ci si abbandona al movimento naturale impresso dal loro ritmo.

Altrettanto il semplice fluire può essere interrotto, il delicato confine può essere oltraggiato, deformato da ispessimenti difensivi, frammentato da buchi, da angoscia, da vuoti, vanificato dalla confusione tra un dentro che non si distingue più da un fuori, da una dolorosa assenza di collocazione spazio-temporale, o ancora fiaccato dall’estenuante combattimento con una “piccola grande ombra”.

Il processo artistico-espressivo attinge alla fantasia, alla ricchezza dell’analogia che consente di vivere “come se”, dando la possibilità di sperimentare personalmente qualcosa di nuovo, o da un nuovo punto di vista guardare una situazione conosciuta immersi in una dimensione spazio-temporale in cui il “severo guardiano del sé” per un momento chiude gli occhi, sta al gioco e ci consente poi di stupirci di essere stati proprio noi ad aver vissuto l’esperienza.

Questo ci offre l’opportunità di assumere un rischio, senza però dover rischiare troppo, con il vantaggio di poter poi trasferire il risultato dell’esperienza alla vita “come è”.

L’ArtCouseling come spazio del possibile

RED GALLERY GIOVANNA LENTINI

Giovanna Lentini – Red Gallery –

” … tutte le arti che pratichiamo sono un apprendistato di un’arte più grande: la nostra vita …”M.C.Richards

Sono almeno tre le caratteristiche che ci rivelano come il processo e lo sforzo creativo nella produzione artistica possano avere una funzione di “therapeia”, intesa come “cura di sè”:

  •  La creazione di uno spazio di comunicazione flessibile con il proprio ambiente
  • La capacità di saper distinguere tra mondo interno e mondo esterno, cioè tra fantasie, desideri, bisogni e realtà
  • La capacità di regolare e trasformare le proprie emozioni.

Tutti e tre questi fattori sono strettamente interconnessi e riproducono le trasformazioni che caratterizzano la crescita cognitiva ed emotiva di ogni persona, lo sviluppo, quindi dei processi di pensiero, la possibilità di vedere gli oggetti del mondo reale e di elaborarne una rappresentazione mentale.

Nel Counseling Espressivo la presenza di “oggetti” e il ruolo che questi assumono nel processo appaiono di notevole importanza per comprendere la tecnica in quanto tale, lo spazio di comunicazione che si viene a creare tra artcounselor e cliente e i processi di regolazione emozionale.

Quando si parla di “oggetti” ci si può riferire tanto a “oggetti pulsionali” ossia al legame che si crea con l’agevolatore, per cui quest’ultimo diventa la “base sicura” mancata e mancante, tanto a quegli oggetti concreti, come un disegno, suoni, gesti, movimenti, prodotti artistici. Questi ultimi oggetti sono più vicini a quello che la nostra attività percettiva individua come appartenenti al mondo esterno e dotati di specifiche forme e caratteristiche strutturali che diventano però, nell’ambito della creazione artistica, simbolo di un “interno” che è impossibile fare emergere in altro modo, un alter-ego della persona ed in quanto tale a tutti gli effetti ulteriore “soggetto” nel setting.

Simbolo, nel significato etimologico di “mettere insieme” il fantasmatico, che corrisponde alla creazione di un secondo universo esistente solo nella mente di chi lo attua; il cognitivo, per cui l’emergere del simbolo equivale al legare mentalmente determinati eventi del mondo esterno e a fornire così una prima chiave per una comprensione olistica del mondo esterno e l’affettività, che permette all’emergere del simbolo l’elaborazione del dolore della separazione e il controllo delle emozioni.

Nello sviluppo della trasformazione simbolica dei contenuti del mondo esterno secondo la triplice valenza fantasmatica, cognitiva e affettiva si possono individuare i confini dello spazio della creatività individuale. Spazio che diventa “area transizionale” , ciò che è a metà strada tra soggetto e oggetto. Nella misura in cui creano e sostengono il legame affettivo, gli “oggetti transizionali” svolgono un ruolo positivo e offrono una dimensione creativa che permette di superare l’angoscia di separazione e di ritrovare ad un altro livello l’oggetto amato assente.

Lo spazio di creatività suggerito da Winnicott è pertanto uno spazio che si fonda su un uso attivo dell’illusione che spinge l’individuo a vivere, a modulare e regolare le proprie emozioni utilizzando anche strumenti od oggetti che possono appartenere all’esperienza artistica.

Il setting di ArtCounseling diventa, quindi,  uno spazio del possibile in cui nulla è sicuro se non la possibilità stessa di far sì che molteplici eventi trovino un adeguato contenitore.

Il processo creativo si esplica in un vivere pieno di significati, in un adattamento alla realtà attivo. Non è l’espressione artistica che trasforma la realtà o che cambia il mondo, ma può trasformare il linguaggio umano e l’uomo in quanto tale. E’ chiaro, in tal senso, che è l’individuo in quanto “trasformato” dall’”arte” che può poi tentare di trasformare la realtà con la sua vita e con la sua capacità di vivere in maniera attiva a adeguata le proprie emozioni. Il processo creativo non significa semplicemente originalità e libertà, ma porta con sè uno sforzo a trovare nuove oggetti allargando l’ambito dell’esperienza umana.

Attraverso la regolazione delle emozioni è possibile così arrivare a nuove forme espressive che conducono alla realizzazione di opere che stimolano la ricerca di significati che prima era impossibile cogliere.

L’Arte come gesto-emozione di un Io ferito

ARTETERAPIA

“Nella stessa misura in cui non accetta l’altro, l’uomo non riconosce il diritto all’esistenza dell’”altro” che è in lui, e viceversa …. Il confronto appare indubbiamente più complicato quando si dispone soltanto di prodotti figurativi che, per chi li intende, parlano un linguaggio di per sé eloquente, ma a chi non li intende sembrano un linguaggio da sordomuti. Di fronte a queste raffigurazioni l’Io deve prendere l’iniziativa e chiedersi: “Che effetto fa su di me questo segno?” …” C.G.Jung

Molto spesso i lavori che si svolgono durante una sessione di ArtCounseling sono, oltre che parole che non si riescono ad esprimere con la voce, anche gesti trasformati in immagini.

Non sempre tali immagini derivano da atti di consapevolezza e di riflessione, esse sono piuttosto un involto per quei gesti che altrimenti andrebbero sparsi e persi.

Gesti che le immagini arginano e organizzano attraverso iscrizioni simboliche esterne, offrendo di riflesso un perimetro, un contenimento ed una capacità di pensiero ad un Io interno ferito.

Questi lavori diventano quindi narrazione di emozioni che trovano sulla carta la loro possibilità di esistere. Uno spazio produttivo dove possibili sbocchi, risposte non dette, soluzioni cercate acquistano la liberatoria concretezza di un istante creativo. Atti creativi capaci di fornire davvero un sollievo e un sostegno e più ancora un’ampiezza al di là delle angosce.

Infatti, nel superiore “gioco” costituito dal dipingere, la forma ricercata è tradotta in una immagine figurata o astratta che diventa un autentico simbolo. E questa trasmette, diventando concretamente specchio, i gesti, le sensazioni e le emozioni da assimilare sempre più dentro di sé, da introiettare come argine e contorno ben più pensabile e vivibile.

Jung ha scritto “vi sono […] persone […] le cui mani hanno la capacità di esprimere contenuti dell’inconscio” (Jung “La funzione trascendente”); vi è quindi un “sapere” del corpo che a partire dal gesto e dalla sensorialità rinviene la consapevolezza delle proprie memorie e delle eventuali ferite ed è in grado di travasarlo in più complesse e personali strutture di significato.

E’ proprio quanto potenzialmente accade nell’arte del dipingere, così come può accadere in vario grado ed in differenti modi grazie al tramite di qualunque altra attività espressivo-creativa. In questi casi il simbolo conserva dentro di sé il gesto da cui nasce o che può ugualmente nascere, volendo, nella nota musicale, nel passo di una danza, nella recitazione di un attore.

Gesti tesi a diventare consapevoli dell’emozione in essi celata e che quindi a tale scopo inventano un gioco che offre inconsapevolmente all’io ferito, la risposta parziale ma ferma di un momento di incanto.

Il gesto insomma come punto di partenza, il seme che contiene le potenzialità e le linee direttive della futura possibile pianta.

Ecco quindi come in un percorso di ArtCounseling diventa primario il processo , la messa in atto che porta racchiusa in sé sia la ferita che la sua ri-tessitura, per arrivare alla consapevolezza, a quella fonte primaria di dolore e darsi quindi il permesso di poter andare oltre ….

L’Autobiografia: raccontarsi come cura di sè

AUTOBIOGRAFIA

“ ..fogli bianchi sono la dismisura dell’anima

e io su questo sapore agrodolce

vorrò un giorno morire,

perché il foglio bianco è violento.

Violento come una bandiera,

una voragine di fuoco,

e così io mi compongo

lettera su lettera all’infinito

affinchè uno mi legga

ma nessuno impari nulla

perché la vita è sorso,

e sorso di vita i fogli bianchi

dismisura dell’anima..”

Alda Merini

Cercavo un incipit per parlare di autobiografia, qualcosa che toccasse il cuore delle persone e le incuriosisse in modo da arrivare in fondo all’articolo e “per caso” mi è capitato tra le mani un romanzo “Treno di notte per Lisbona” di Pascal Mercier e tra le pagine di questo libro un brano che ha colpito tutti i miei sensi, intenerito la mia anima e dato forse un senso a quello che leggerete dopo…..

“delle mille esperienze che facciamo, riusciamo a tradurne in parole al massimo una e anche questa solo per caso e senza l’accuratezza che meriterebbe. Fra tutte le esperienze mute si celano quelle che, a nostra insaputa, conferiscono alla nostra vita la sua forma, il suo colore, la sua melodia. Allorchè ci volgiamo, quali archeologi dell’anima, a questi tesori scopriamo quanto sconcertanti essi siano. L’oggetto che prendiamo in esame si rifiuta di stare fermo, le parole scivolano via dal vissuto e alla fine sulla carta rimangono pure affermazioni contraddittorie. Per lungo tempo ho creduto che questa fosse una mancanza, una pecca, qualcosa che si dovesse superare. Oggi penso che le cose stiano diversamente: che il riconoscimento dello sconcerto sia la via regia per giungere alla comprensione di quelle esperienze tanto familiari quanto enigmatiche. Tutto ciò può suonare strano, anzi singolare, lo so. Ma da quando vedo la faccenda in questo modo, ho la sensazione di essere per la prima volta davvero vigile e vivo…..”

“C’è un momento nel corso della nostra vita, come dice Duccio Demetrio ,in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito. “Capita a tutti, prima o poi …. da quando forse, la scrittura si è assunta il compito di raccontare in prima persona quanto si è vissuto e di resistere all’oblio della memoria….” (D.Demetrio – “Raccontarsi” p.1).

Raccontare di sé, della propria vita, dei propri ricordi, dei successi e delle sconfitte, dei sentimenti, delle paure, degli amici e degli amori,…l’autobiografia è uno sforzo di attenzione/cura di sé che collega parti differenti della nostra vita fornendo un repertorio di modi di essere di sé nel tempo e nello spazio ed un senso del proprio posto nel mondo, secondo una prospettiva di continua costruzione e ri-costruzione della propria immagine identitaria.

E’, dunque, da un lato, organizzazione e formalizzazione dell’identità vissuta, dall’altro raccolta e organizzazione di elementi costitutivi l’immagine di sé capaci di essere strumenti per scoprire la personale chance evolutiva che ognuno di noi possiede quella “tendenza attualizzante”, coniata da Rogers in base al quale ogni individuo ha in sé la capacità di realizzare le proprie potenzialità . La rivisitazione della propria vita è così sempre un invito e quasi una necessità di ricominciare a vivere e a cercare, abilitandosi a vivere il tempo futuro, consapevole che ogni abilitazione non è mai l’ultima e che ogni abilità maturata nasconde sempre un’altra faccia di sé che è quella del non-ancora-realizzato.

Scrivere di sè è un modo di attribuire un significato alle esperienze passate per poter costruire il proprio futuro;  può aiutarci a ripensare a chi siamo e alla nostra storia; ci obbliga a fermarci un attimo e a capire dove siamo.

Narrare di Sé riattualizzando il passato sollecita nelle persone il recupero di “ quelle tracce di senso” esistenziali, spirituali, relazionali, cognitive, affettive presenti lungo il continuum esperienziale della personale storia di vita e, spesso, sommerse, e in-comprese dalla tumultuosità di quello che ci accade, unite spesso, dalla superficialità e automaticità che accompagnano le azioni della vita quotidiana. Azioni vissute frequentemente come disunite e apparentemente prive di connessioni, per le molteplici interferenze e imprevisti che accrescono il disagio, il disorientamento e ci costringono reattivamente a patteggiare, ad operare scelte, non senza sofferenza e frustrazioni, in un continuo costruire e ri-costruire contesti di vita.

Parlando di sé ci si consente inoltre di sentirsi autore, protagonista e regista di quello che si sta scrivendo. Questo sentirsi personaggio principale ci ricompensa di tutto quel tempo in cui la vita ci ha “obbligato” ad essere comparse, spettatori a volte muti di tutto quanto si è fatto.

Lo spazio autobiografico è il tempo della “tregua”, una “base sicura” nata da noi stessi per noi stessi, in cui pressante diventa il rintracciare i molti ruoli, le molte parti recitate non per colpevolizzarci, bensì per attendere alla “sutura”, alla ri-composizione di tutti i frammenti.

Ri-tessendo le trame della nostra esistenza, alla moviola di uno spazio-tempo  per sé, si genera, altresì, quel momento essenziale di distanza emotiva da se stessi mentre si rivive se stessi, necessario per guardarsi sulla scena cercando di individuare ruoli, battute, esibizioni superflue o viceversa cruciali.

Fare autobiografia è un darsi pace, pur affrontando il dolore del ricordo: scrivendone, infatti, si allevia la sofferenza e se ne rielabora il senso.

E’ trovare una stanza tutta nostra in cui far emergere dallo sfondo indistinto cose ,fatti, sensazioni, figure.

E’ un guardarsi dall’alto osservandoci “come un paesaggio affatto ordinato dove, in quanto autori, stabiliamo simmetrie e asimmetrie, zone oscure o chiarificate, picchi o pianure, vie maestre e sentieri…. non sempre le figure emergono evidenti. E’ però un tentativo della mente di ritrovare un punto, un’ansa ….. al quale ancorarsi. Almeno per qualche istante, tra giochi della memoria e riflessioni sul senso degli accadimenti…” (D.Demetrio “Raccontarsi” pag.34).

Raccontare la propria storia, cercando di portare alla luce dalla penombra dell’oblio le immagini più lontane che si credevano perdute ma che invece sono ancora lì tra le pieghe della nostra memoria, è un atto di solidarietà e amore verso se stessi, è un voler prendersi per mano entrando in contatto in modo autentico con il nostro mondo emozionale iniziando un viaggio verso la parte più profonda di noi stessi portandola alla luce in tutta la sua ricchezza e le sue sfaccettature.

Da tutto ciò possiamo delineare i benefici della pratica autobiografica in un percorso di Arteterapia.

Raccontare la nostra storia, scriverla, buttarla fuori, è già di per se stesso un atto liberatorio. Non può cancellare il dolore o la sofferenza, ma può essere almeno un modo per prenderne le distanze, per mettere un punto. Questo è uno dei motivi più profondi (e per questo curativi) dell’autobiografia. Scrivere di sé è qualcosa che aiuta a stare bene, o meglio.

Prendendosi del tempo per sé, vuol dire aver cura di noi, in sintesi: volerci più bene. Inoltre l’ascolto di noi stessi ci aiuta anche ad aumentare la nostra capacità di ascolto verso gli altri.

Ritornare con la mente ad eventi ed emozioni passate ci fa capire il motivo di scelte che forse oggi non faremmo più ma in quel momento rappresentavano l’unico modo possibile e questo ci aiuta a perdonarci, ad alleviare quei sensi di colpa che spesso avvelenano la nostra vita.

Andare alla scoperta di pezzi lontani della nostra storia vuol  dire anche riannodare fili che credevamo persi , trovando il coraggio di elaborare eventi che sembravano compiuti , giungendo a spiegazioni fino a quel momento rimaste nascoste, aprendosi così spazi di progettualità e cambiamento e permettendoci di intravedere ciò che è possibile fare ancora.

Andare alla ricerca dei ricordi, serve anche a ricercare la bellezza di tanti momenti che abbiamo dimenticato . Gli esercizi della memoria, ci aiutano a tirarli fuori, e così ….. a sorridere di più.

Scrivere di sé e condividere la nostra esperienza con altri, significa offrire ad altri la possibilità di conoscerci così come noi ci percepiamo riscoprendo il nostro valore , arricchendo la nostra immagine e di conseguenza aumentando la nostra autostima. Ci permette inoltre di trovare cose comuni e punti di contatto sentendosi così vicini e sviluppando sentimenti di unione. Crea comunicazione.

Narrare di sé, aiuta ad acquisire sicurezza. Ad operare delle scelte ascoltando le nostre intuizioni più profonde, superando la paura del  giudizio degli altri.

E da ultimo l’aspetto più importante è sentire che si è vissuto e che si sta ancora vivendo…..

Per saperne di più:

Duccio Demetrio “Raccontarsi” Ed. Raffaello Cortina

Duccio Demetrio “Il gioco della vita “ Ed.Guerini e Associati

Natalie Goldberg “Scrivere Zen” Ed. Ubaldini

Fernando Pessoa “Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares” Ed. Feltrinelli

Alfabetizzazione emotiva: come imparare l’A B C delle emozioni

alfabetizzazione emotiva

Troppo spesso nella scuola si è portati a trascurare gli aspetti emotivi del processo di sviluppo dell’allievo a tutto vantaggio di quelli puramente cognitivi, dimenticando che l’individuo è totalità integrata ed organizzata e nella sua totalità va educato. Senza contare che, in ogni situazione di apprendimento, c’è un’osmosi tra sfera affettiva e conoscitiva.
Così come sono determinanti nella vita sociale e relazionale, le emozioni interessano totalmente il contesto educativo perché costituiscono delle attitudini fondamentali che influenzano profondamente tutte le altre capacità della persona.
Il loro ruolo è stato spesso sottovalutato, mentre in realtà svolgono una funzione centrale, soprattutto nei processi di apprendimento e di insegnamento che si costruiscono intorno ai sentimenti, nell’integrazione tra la ‘mente’ e il ‘cuore’. Lo sviluppo delle capacità intellettive si configura come strettamente interconnesso con lo sviluppo delle emozioni.

Ogni momento trascorso a scuola, dall’impatto iniziale fino al termine dell’esperienza scolastica, attraversa e coinvolge il tessuto affettivo ed emozionale della vita del bambino producendo reazioni di sorpresa, gioia, paura, tristezza, rabbia, disgusto. Le continue scoperte di nuovi elementi culturali, insieme ai vissuti derivanti dalle dinamiche che si attivano nella socialità del gruppo-classe, costituiscono il movente di specifiche emozioni.

D’altra parte la radice etimologica di emozione – dal latino emovere – si traduce con “muovere fuori” ed è facilmente associabile a immagini di movimento e di attività. Tuttavia, il nostro sistema educativo è impostato essenzialmente sulle abilità cognitive. Non coltivare le competenze emotive, considerandole un fenomeno accessorio, può significare trascurare una guida di vitale importanza nell’esperienza soggettiva, disconoscendo il ruolo che esse svolgono nell’adattamento sociale e nella costruzione del Sé. Lo sviluppo emotivo si collega con i processi di maturazione neurologica e con lo sviluppo cognitivo e sociale.

La concezione di un insegnamento dal carattere olistico che ha come obiettivo lo sviluppo completo delle energie del bambino – intellettuali, emotive, creative, motorie, sensoriali, sociali.- è stata già realizzata in campo pedagogico da molto tempo (ad esempio il metodo proposto da Maria Montessori).

Il concetto di apprendimento significativo e autonomo opposto a quello mnemonico e passivo, basato sull’esperienza e capace di destare gli interessi vitali del soggetto che apprende, proviene dagli studi di Carl Rogers: “Quando in una scuola si sviluppa un sistema di istruzione Centrato sulla Persona, in un clima favorevole alla crescita, l’apprendimento è più profondo, procede più rapidamente e si estende nella vita e nel comportamento dello studente più di quanto faccia l’istruzione acquisita nella classe tradizionale. Ciò avviene perché la direzione è autoscelta, l’istruzione è autoistituita e nel processo è investita l’intera persona, con sentimenti e passioni al pari dell’intelletto”

L’idea di scuola proposta da Rogers è quindi di un sistema didattico sintonizzato sull’espressione dei bisogni, sui sentimenti, e in particolare sull’empatia e l’ascolto, ossia sul clima relazionale che favorisce la crescita e lo sviluppo della persona, nonché la risoluzione dei conflitti interpersonali.
La lezione rogersiana, seguita da numerose ricerche sviluppate in molte parti del mondo, ha ricevuto molteplici validazioni che l’hanno confermata nei suoi assunti di base. Oggi le idee di Rogers sono implementate in molti programmi educativi concernenti la promozione della comunicazione e delle capacità relazionali, ad esempio i training sull’efficacia realizzati da Thomas Gordon e basati su abilità quali l’ascolto attivo, i messaggi in prima persona e i metodi applicabili nella risoluzione dei conflitti interpersonali relativi ai bisogni e ai valori.

Queste concezioni trovano una singolare riscoperta e conferma nelle ricerche più recenti effettuate nell’ambito delle neuroscienze da alcuni autori e, particolarmente da Daniel Goleman, che ha formulato una nuova teoria dell’Intelligenza Emotiva.
Il termine intelligenza emotiva usato da Goleman si riferisce alla “capacità di riconoscere i nostri sentimenti e quelli degli altri, di motivare noi stessi, e di gestire positivamente le nostre emozioni, tanto interiormente, quanto nelle relazioni sociali”. Sono abilità complementari ma differenti dall’intelligenza, ossia da quelle capacità meramente cognitive rilevate dal Q.I., che rappresenta l’indice generale delle abilità cognitive possedute dal soggetto.
Per intelligenza emotiva, intendiamo, altresì, la capacità di armonizzare il pensiero e i sentimenti, la parola con i vissuti emotivi, la dimensione mentale con la dimensione affettiva.

Per molti anni ha dominato la visione ad una dimensione dell’intelligenza, il paradigma culturale dominante sembra sostenere l’idea che la mente funziona come un computer. Solo a partire dagli anni ottanta si affermano nuovi modelli teorici che contengono la distinzione tra due diversi tipi di intelligenza, quella intellettuale e quella emotiva, ciascuna delle quali rappresenta l’espressione di aree distinte del cervello.

L’intelletto si basa interamente sulle elaborazioni che si verificano nella zona della neocorteccia, ovvero dei livelli superficiali del cervello, di più recente evoluzione. In profondità, nelle aree sottocorticali più antiche, sono situati invece i centri emotivi; l’intelligenza emotiva comporta il funzionamento coordinato di questi centri con quelli intellettuali. Gli antichi centri cerebrali che elaborano l’emozione sono la sede delle abilità necessarie per guidare efficacemente noi stessi e per acquisire attitudine sociale. Le neuroscienze sostengono che questi centri emotivi del cervello apprendono in modo diverso da quelli in cui hanno sede i processi di pensiero.

Nel 1983 Howard Gardner operando la distinzione fra capacità intellettuali ed emotive, ha presentato un modello di ‘intelligenza multipla’ che individua sette tipi di intelligenza: abilità verbali e logico-matematiche, spaziali, cinestetiche e musicali, interpersonali e intrapersonali. Successivamente, Gardner ha esteso fino a venti la lista delle varietà di intelligenza comprendendo, ad esempio, quattro tipi di ‘intelligenza interpersonale’: predisposizione alla leadership, capacità di alimentare relazioni e di conservare le amicizie, l’abilità di risolvere conflitti e quella di analisi sociale.

Daniel Goleman (“Intelligenza Emotiva” 1995, “Lavorare con intelligenza emotiva” 1998) ha adattato il modello traendone una versione utilissima per comprendere il modo in cui le risorse emotive si rivelano decisive nella vita scolastica e lavorativa. Egli afferma che “l’attitudine emozionale è una meta- abilità, in quanto determina quanto bene riusciamo a servirci delle nostre altre capacità – ivi incluse quelle puramente intellettuali”, e che “oggi la ricerca individua con precisione senza precedenti le qualità e le capacità umane che fanno di un individuo un elemento capace di eccellere”.

Cinque sono le competenze emotive e sociali fondamentali:

  1. Consapevolezza di sé => ovvero la capacità di riconoscere, rispettare e mettere in parola il mondo soggettivo dei sentimenti e delle emozioni
  2. Autocontrollo => ovvero la capacità di controllare gli impulsi emotivi senza reprimerli e senza entrare in conflitto frontale con essi e senza neppure, tuttavia, farsene travolgere
  3. Motivazione => ovvero la capacità di sviluppare l’efficienza mentale e la comprensione della realtà e di motivarsi in modo globale al raggiungimento di obiettivi e finalità
  4. Empatia => ovvero la capacità di percepire i sentimenti degli altri essendo in grado di adottare la loro prospettiva
  5.  Abilità sociali => ovvero la capacità di interagire positivamente con le persone, di trattare con efficacia le interazioni, i conflitti, i problemi comunicativi e relazionali con gli altri.

Importanza fondamentale ha quindi nella scuola l’educazione affettiva anche in consonanza alla “povertà” relazionale della famiglia con i soli genitori, quando non uno soltanto laddove 30 anni fa vi era un tessuto di nonni, zii, cugini che assolveva il ruolo di fornire una molteplicità di modelli e di esperienze affettive, che, avviando l’individuo ad avere una positiva e realistica immagine di sé e facilitando l’instaurarsi di gratificanti rapporti con gli altri, costituisce un efficace mezzo di formazione di individui psichicamente sani e, conseguentemente, diventa uno strumento di prevenzione del disagio.

Un programma di alfabetizzazione emotiva ha come obiettivo quello di consentire un’adeguata gestione dei sentimenti in modo tale che i processi di apprendimento, sia individuali che di gruppo, si realizzino senza ostacoli. Le finalità educative riguardano l’acquisizione e il consolidamento delle competenze emotive relative alle cinque aree/dimensioni. Fornire una prestazione eccellente non può comportare che si predomini in tutte queste competenze, ma piuttosto che si possiedano punti di forza in un numero di esse sufficiente a raggiungere la soglia critica necessaria per il successo scolastico/professionale e la realizzazione personale. L’intelligenza emotiva, a differenza del QI, può essere potenziata per tutta la vita; tende ad aumentare in proporzione alla consapevolezza degli stati d’animo, al contenimento delle emozioni che provocano sofferenza, al maggiore affinamento dell’ascolto e della sensibilizzazione empatica.

Aiutare i bambini a diventare consapevoli delle proprie emozioni, ampliare il vocabolario emotivo, riconoscere e fare proprie le varie emozioni (positive – negative) meta-riflettere sulle emozioni che guidano i nostri comportamenti e modificare quelli negativi che impediscono la buona riuscita psicofisica- cognitiva favorendo così il riconoscimento e l’espressione adeguata dei sentimenti.

L’ArtCounseling che ha come obiettivo quello di stimolare in modalità di comunicazione diverse la consapevolezza delle proprie emozioni, la percezione dell’altro da sé e la scoperta di modi inediti di espressione, può diventare uno strumento flessibile, pratico e ludico adatto ad essere inserito in laboratori scolastici volti all’alfabetizzazione emotiva.

L’arte è per sua natura sensoriale, cioè corporea (sensazioni visive, acustiche, tattili, olfattive, percezione ed organizzazione dello spazio) e coinvolge emozioni e processi cognitivi che attraverso vari linguaggi creativi trovano espressione, dando forma all’esperienza. L’arte è, in sostanza, un uso particolare di linguaggi in cui l’organizzazione dell’esperienza sensoriale si carica di profondi contenuti interni alla persona.

L’Art Counseling è’ un intervento a mediazione prevalentemente non verbale: dove relazione e comunicazione nascono e si sviluppano attraverso l’arte e i suoi materiali, per esprimersi nella realizzazione di un prodotto artistico, e, in modo più specifico, nel processo attraverso il quale il prodotto nasce. Non si tratta dunque di creare un atelier artistico (in cui il prodotto finale assume solitamente importanza prevalente) o di occuparsi di animazione creativa oppure di istituire un “corso di disegno e pittura” (prettamente didattico), bensì di coniugare procedure e le tecniche artistiche con la capacità di elaborare il proprio vissuto, dandogli una forma, e di trasmetterlo creativamente agli altri.

In queste opere il mezzo espressivo usato si trasforma e da semplice strumento di divertimento e di gioco diventa per i bambini un mezzo per capire chi sono e per mostrarlo agli altri, lasciando che l’opera d’arte così creata parli per loro, da se sola.
L’atto artistico può, così, favorire l’espressione di sentimenti, conflitti, disagi interiori, paure, talvolta non esprimibili verbalmente per un bambino, può scaricare ansie e tensioni,può rendere più coscienti le emozioni veicolate dalle esperienze sensoriali migliorando infine il rapporto con sè stessi e diventando nello stesso tempo un itinerario di apprendimento pratico ed emozionale, in un contesto di gruppo prevalentemente ludico e gratificante, in cui i bambini possano sentirsi protagonisti.

Copioni esistenziali…cambiamento e.. ArtCounseling

MASCHERA 2

Tutto il mondo è un palcoscenico
e tutti gli uomini non sono che attori,
essi entrano ed escono;
ed ogni uomo, nel suo tempo, recita molte parti.
(W.Shakespeare).

Quante volte nella nostra vita di bambini siamo stati attaccati da frasi killer del tipo: ” stai fermo, muoviti, fai piano, sbrigati, non toccare, stai attento, mangia tutto, lavati i denti, non ti sporcare, stai zitto, chiedi scusa, saluta, non disturbare, non correre, non stai mai attento, non sei capace, sei troppo piccolo, ormai sei grande, vai a letto, ho da fare, gioca per conto tuo,  non si parla con la bocca piena”; quante volte invece avremmo voluto sentirci dire: “ti amo, sono felice di averti, troviamo un po’ di tempo per noi, come ti senti, sei triste, hai paura, raccontami, che cosa hai provato, mi piace quando ridi, puoi piangere se vuoi, che cosa ti ha fatto arrabbiare,  ho fiducia in te, ho voglia di parlarti, ho voglia di ascoltarti,  mi piaci come sei, è bello stare insieme, dimmi se ho sbagliato”
Ecco che le fondamenta della nostra autostima vengono minate, e proprio all’inizio della costruzione di sè. Il lungo viaggio verso l’autonomia, l’autorealizzazione e quindi il ben-essere non è uno stato che si raggiunge una volta per tutte, ma piuttosto un obiettivo verso il quale tendere e che coinvolge sempre l’individuo insieme  con l’ambiente di cui esso fa parte. Il “non sentirsi OK” proprio all’inizio del percorso porta all’introiezione di un copione disfunzionale di malessere cronico e fallimento che castra la crescita verso l’autonomia rendendoci depressi, passivi, continuamente richiedenti e bisognosi di un costante appoggio e di conseguenza rafforzando la nostra percezione di “non essere OK” e quindi non volersi bene, non accettarsi sono tutti sentimenti che provocano una profonda ambivalenza nelle relazioni con l’ambiente tra paura dell’esposizione e desiderio dell’accettazione generando comportamenti e poi stati di solitudine cronica.
Il copione esistenziale è stato definito da Berne, padre dell’Analisi Transazionale , “un piano di vita inconscio che si basa su di una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori (attraverso messaggi verbali e non verbali) , giustificata dagli avvenimenti successivi, e che culmina in una scelta decisiva”.
Ciascuno di noi recita sul palcoscenico della vita un dramma che ha un inizio, un punto di mezzo ed una fine. All’età di circa quattro anni, le parti essenziali della trama sono già decise. A sette anni la storia è completata nei dettagli principali. Nella pre-adolescenza si dà qualche ritocco e si aggiusta qualche particolare. Durante l’adolescenza si rivede il copione e lo si aggiorna con aderenza alla realtà del momento.
Le nostre prime decisioni sono quelle più profonde ed immutabili e determinano in maniera fondamentale l’assunzione del ruolo con cui ognuno di noi poi recita la sua parte sulla scena del mondo.
Come in ogni recita c’è chi fa il buono e chi il cattivo; come nei film western c’è chi vince e chi perde. Così nella vita ci sono i principi e i ranocchi come nelle fiabe. Ci sono gli scudieri che ce la mettono tutta, non per vincere, ma con la speranza di restare in pareggio. Con i copioni si assumono ruoli e comportamenti che ci distinguono come: La Buona Madre di Famiglia, La Brava Moglie; La Maestra; La Strega; L’Infermiera; L’Ape Regina; Il Bravo Papà; Il Play Boy; Il Povero Me; ecc.
“Il nostro copione è dunque quell’unico modo di esprimerci con cui tendiamo a recitare la nostra vita e anche se tale modalità non è necessariamente negativa, sarà comunque, per ogni individuo, un impoverimento rispetto alle sue potenzialità inutilizzate. Ogni uomo, inteso nella realizzazione più piena, è infatti portato ad evolversi nell’arco della propria vita, e perciò ogni limitazione o ripetitività non è altro che ostacolo e gabbia che blocca e distorce il suo intrinseco bisogno di crescita” (Isabella Piombo, Artiterapie 1995)
Quando le decisioni di copione permettono di affrontare bene la realtà, si ha un copione costruttivo detto vincente, cioè un piano di vita che prevede un tornaconto appagante e consente alla persona di ottenere gli scopi che dichiara. Quando, invece, le decisioni di copione non aiutano a gestire efficacemente la realtà il copione diventa perdente, cioè un piano di vita che prevede un tornaconto doloroso e comporta per la persona l’impossibilità di realizzare gli scopi che dichiara, restringendo le sue possibilità di scelta in comportamenti autolimitanti e improduttivi.
E’ necessario sapere, però, che ognuno può cambiare il suo copione, esso non è una condanna a vita senza possibilità di indulto, basta VOLERLO! E’ la consapevolezza dei bisogni unita alla “tendenza attualizzante”, connaturata ad ogni individuo e suo inalienabile patrimonio personale che ci permette di esplorare in maniera creativa nuove possibilità di esistenza . Bisogna attivare le spinte vitali seguendo il principio di preferenzialità, da opporre alle introiezioni ambientali, senza però cadere nella trappola illusoria dell’Essere Perfetto: il limite umano esiste e non vi è altra possibilità che conoscerlo ed accettarlo. Il grande paradosso del cambiamento è diventare quello che si è! Essere calati in un continuum di consapevolezza nel “qui e ora” e responsabili delle proprie azioni si traduce nel vivere l’esperienza attimo dopo attimo, nella sua interezza, senza evitamenti e distrazioni che da un lato ci proteggono da dolori e paure e dall’altro ci allontanano dal nostro stesso essere.
Gli esistenzialisti ritengono che noi siamo ciò che stiamo diventando; sebbene siamo largamente il prodotto delle esperienze passate, che hanno contribuito in maniera così massiccia al formarsi del nostro copione di vita, non siamo prodotti finiti, abbiamo una piccola e preziosa area di libero arbitrio: POSSIAMO FARE SCELTE!
Restando in pieno contatto con pensieri, emozioni e sensazioni si scopre che è impossibile trattenerli: la vita è un continuo fluire di immagini che richiamano la nostra attenzione e si staccano dallo sfondo chiedendo soddisfazione a determinati bisogni e desideri che, se ascoltati, si dissolvono da soli e dal vuoto che resta emergono nuove esperienze e nuove possibilità.
È ovvio quindi che quando la consapevolezza scorre in maniera fluida i nodi si sciolgono: non c’è patologia. Se invece il processo si interrompe e subentra la fissazione ad alcune limitate esperienze, oppure gli stimoli si affollano nella coscienza e si confondono l’uno nell’altro senza trovare uno spazio di esistenza propria, allora si formano impasse paralizzanti. Viviamo stati di malessere ed entriamo nella patologia. La saggezza naturale si interrompe e la salute mentale, che appare e prende forma proprio in quel libero fluire, viene sostituita da fissazioni a stati emozionali e a nuclei cognitivi che si ripropongono in maniera stereotipata e ripetitiva, strutture rigide, sempre uguali a sé stesse, nelle quali ci identifichiamo. Ecco quindi l’importanza dell’attenzione costante al nostro sentire per interrompere i copioni comportamentali usati e ripetitivi. Non appena, infatti, l’attenzione viene diretta verso la consapevolezza dell’azione, del pensiero, delle intenzioni e dei desideri , le persone recuperano la loro “presenza nel mondo” che rende di nuovo possibile assunzione di responsabilità e scelte personali.
Il disagio esistenziale che un copione disfunzionale porta con sé, interrompe un progetto di vita, deviandolo, sconvolgendolo. Il malessere interiore, il turbamento psichico può ridisegnare una condizione di progettualità esistenziale, ponendo l’individuo in una situazione di crisi, quale occasione di evoluzione, di cambiamento, di nuova e diversa ritrascrizione esistenziale.
In questi momenti di inquietudine in cui si comincia ad avere consapevolezza della necessità di un cambiamento ma non si sa “che pesci pigliare”, un valido aiuto può essere dato dall’intraprendere un percorso di Counseling Espressivo una modalità di intervento che integra le abilità  proprie del Counseling con le tecniche  artistico – espressive, fornendo uno strumento operativo per il raggiungimento e lo sviluppo di un Ben-Essere fisico, psichico e sociale.
Trattandosi di una esperienza che coinvolge la globalità della persona a livello sensoriale, emotivo, cognitivo permette la costruzione di nuove strutture psichiche e la sperimentazione di nuove modalità procedurali, simboliche e relazionali atte a favorire il cambiamento.
Esso, inoltre,  può rappresentare un  “contenitore emotivo”  dove trovano spazio le emozioni che causano disagio, tensione, disorientameto, passività o aggressività. Nelle molteplici forme dell’ArtCounseling sussiste una grande potenzialità nell’esprimere emotività nel far trapelare sentimenti che spesso non si vogliono esternare verbalmente. Immergendoci nel nostro atto creativo abbassiamo le resistenze e le censure di quella parte cosciente di noi che ci “critica” e ci “giudica”, facilitando il contatto con il nostro sé più intimo.
Il percorso di Counseling Espressivo è, insieme, libertà di esprimere contenuti personali, di costruire o realizzare qualcosa di esteticamente bello in un itinerario finalizzato al piacere dell’espressione creativa. I processi creativi sono una fonte di benessere e di salute per ogni singolo individuo, attraverso un’attivazione dei propri processi di conoscenza e di creatività. Dall’elaborazione creativa scaturisce il prodotto artistico che determina un processo di cambiamento in ogni persona che immagina, che scrive, che suona, che danza. Le polimorfe sfaccettature creative ci consentono infine di evidenziare il proprio presente esperienziale, riflettendo nella propria vita quel ritmo del rituale catartico implicito nelle fasi della creazione: dalla creatività, alla creazione… per ritornare finalmente “al punto di partenza, e per la prima volta conoscere quel luogo”.

Accettare quello che è accaduto in passato

dolore ter

Un principe possedeva un enorme diamante di cui andava fierissimo. Questa pietra preziosa era costruita in una teca protetta.

Un giorno il principe chiese ad un suo servo di portargli il diamante, perché desidera ammirarlo più da vicino. Prendendolo tra le mani, quale non fu il suo stupore nello scoprire un enorme graffio sulla parte del diamante che di solito non vedeva!

Il principe divenne molto infelice; non riusciva a smettere di pensare a quella pietra preziosa e al difetto di cui non era stato consapevole. Decise di radunare il consiglio e di esporre il problema.

Alcuni consiglieri volevano avviare una grande indagine per trovare i colpevoli, quelli che avevano rigato il diamante. Altri intendevano creare una commissione scientifica per cercare di capire cosa potesse essere più duro del diamante e graffiarlo. Altri ancora suggerivano di rimettere il diamante nella teca e cercare di dimenticare che avesse un lato imperfetto.

Il consigliere più anziano e più saggio prese la parola: “Vostra maestà, credo che la soluzione migliore consista nell’utilizzare questo difetto nel diamante per farne qualcosa che ne aumenti il valore”.

Tutti i consiglieri si misero a ridere di questa proposta, che giudicavano stramba. Il principe fece loro segno di tacere e si rivolse all’anziano: “E come pensi si possa fare?”.

“Vostra maestà, conosco un orafo incredibilmente dotato che abita nei dintorni. Potremmo farlo venire”. “E sia – disse il principe – lo si vada a chiamare”.

Si vide allora arrivare un artigiano vestito con semplicità, dallo sguardo caloroso e dal  sicuro. Quando gli fu presentato il problema, rispose che poteva fare qualcosa. Il principe non si sentiva molto rassicurato, ma ripose fiducia nell’orafo.

Tre giorni dopo, l’artigiano andò dal principe reggendo su un vassoio coperto di velluto il diamante, che scintillava di mille luci. Dal graffio l’uomo aveva ricavato lo stelo di una splendida rosa che aveva inciso nel diamante; era riuscito a creare il fiore in modo tale da aumentare la bellezza e lo splendore del diamante.

Il principe era meravigliato. Ricompensò l’orefice e ordinò di riporre nuovamente il diamante nella teca, con il lato inciso in evidenza, per poterlo ammirare. Non c’era più nulla da nascondere, il graffio “della vergogna” era diventato il supporto di una splendida rosa…

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Questa metafora riassume bene quanto può succedere quando accettiamo quello che è stato in passato.

Alcuni, come i consiglieri del principe, vogliono trovare i colpevoli, smascherarli, punirli … farlo tuttavia non cambia ciò che è.

Altri vogliono capire il perché, perché io, da dove deriva? Si arriva a risalire nel tempo, magari per trovare l’origine del problema alcune generazioni prima. Questo non cambia ciò che è.

Infine, come i consiglieri del principe, un gran numero di persone preferisce “dimenticare”: è passato, è finito, non parliamone più. Neanche questo cambia ciò che è. Tutte queste strategie seguitano ad alimentare una sofferenza non accettata.

L’unica via che permette di andare verso la serenità consiste nel confrontarsi con il proprio dolore, i rimpianti, il rancore, l’odio, la paura, accettarne l’esistenza e il fatto che spesso abbiano buoni motivi per esistere,

E’ poi necessario esprimerli, parlandone a qualcuno (un percorso di Counseling può aiutarti a fare questo), mettendoli per iscritto, disegnandoli, dipingendoli, scolpendoli, interpretandoli, cantandoli … insomma, dando loro una forma al di fuori di noi.

Occorre poi guardarli in faccia, considerarli come materiale da costruzione e cercare di capire cosa farne.

Una volta trovato il modo di procedere a questa sublime alchimia che consiste nel trasformare la sofferenza in compassione, il dolore del passato può essere accettato pienamente e la nostra vita essere finalmente vissuta per intero ….

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