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Dall’”odio” all’amore per se stessi ….

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“Non c’è arma più potente di questa per la realizzazione della verità: accettare se stessi….” Swami Prajnanpad

Ho dedicato tanti post all’amore per se stessi, al ripartire da noi per poi andare verso l’altro, liberandoci di tutte quelle proiezioni che diventano schermi dietro i quali nasconderci . Volersi bene nonostante tutto. Come fare praticamente ???? … Provate a seguirmi passo per passo …

In fin dei conti non possiamo sperare di scioglierci dalla stretta del risentimento a meno di non abbandonare il risentimento più distruttivo di tutti, quello che abbiamo verso noi stesse. Il risentimento è sempre un’arma a doppio taglio: ogni rancore provato verso il “cattivo altro” perché non mi ha trattato nella giusta maniera o amato nel modo giusto è accompagnato da un risentimento nei confronti di me stessa per non essere stata all’altezza o meritevole di quell’amore. Il “cattivo altro” e il “cattivo sé” sono due facce della stessa medaglia.

Certamente non ci sarebbe odio per gli altri senza odio per se stessi. Se davvero ci sentissimo bene con noi stesse, non ci interesserebbe perdere preziosa energia vitale provando rancore o attaccando qualcuno. L’urgenza di biasimare gli altri sorge solo dall’aver un sentimento negativo verso noi stesse, il che in origine si è sviluppato dal non sentirsi veramente tenute nella giusta considerazione dalle altre persone.

L’odio verso noi stesse può sembrare ad alcuni una parola troppo forte. “Ho una piccola mancanza di fiducia in me stessa, ma non mi odio”, potreste dire. Tuttavia, se in qualche modo ci mettiamo in dubbio, ci giudichiamo o ci critichiamo, questo sta ad indicare un disgusto o un’avversione verso noi stesse per come siamo.

Sfortunatamente la difficoltà che abbiamo ad amarci e ad accettarci influisce su di noi ancora più profondamente della mancanza di amore di chiunque altro.

Detto ciò non è difficile vedere da dove prende origine il sentimento del “cattivo sé”: dal non corrispondere alle aspettative delle altre persone. Forse eravamo bambine timide e tranquille ma i nostri genitori ci volevano più estroverse. Forse i nostri insegnanti si aspettavano un’eccellenza verbale mentre a noi piaceva di più l’arte, la musica o la danza. O forse la nostra esuberanza fisica spaventava i ragazzi che cercavano qualcuno che non li minacciasse.

Tuttavia il “cattivo sé” è solo un pensiero della nostra mente, niente di più e si sviluppa con il prendersela personalmente quando gli altri non ci considerano o non ci apprezzano.

“Che cosa c’è che non va in me per cui nessuno vede o considera chi sono davvero?” L’origine di questo copione che mi vede sicuramente mancante di qualcosa ha origine nel “lì e allora”: “perché i miei genitori sono così arrabbiati o poco attenti nei miei confronti? Il motivo deve essere che c’è in me qualcosa che non va”. Questo è l’unico modo in cui un bambino può capire il disinteresse di un adulto. Di conseguenza finiamo per disprezzare chi siamo: “se soltanto fossi diversa potrei essere amata e tutto andrebbe a posto”.

In questo modo la vergogna, cioè il sentimento che il nostro io non va bene, si installa nel corpo e nella mente. La vergogna è senza dubbio il sentimento più doloroso, perché nega la verità vitale , che  la nostra natura è intrinsecamente unica e “bella”  così come è.

Facendoci dubitare della nostra “bontà” fondamentale la vergogna è paralizzante, ci fa congelare e chiudere e dal momento che il sentimento del “cattivo sé” è così doloroso, facciamo del nostro meglio per allontanarlo. Così esso cade nell’inconscio, condizionandoci in forme automatiche su cui abbiamo scarso controllo.

Uno dei modi in cui il “cattivo sé” torna indietro a tormentarci è in quella corrente di rimuginazioni negative , ossia la “critica interna”. Tale critica è la voce che ci dice che nulla di quello che facciamo è adeguato. Sta sotto la soglia della coscienza aspettando la minima giustificazione per venire fuori e partire all’attacco.

Se potessimo dare un’occhiata alla mente della maggior parte delle persone troveremmo che i più rimuginano intorno alla stessa preoccupazione: “Vado bene o no?”. Ecco quello che alimenta la fissazione del “mi ama, non mi ama”. Se mi ama, allora forse dopotutto sono una persona di valore, di successo, attraente, piacevole, forte, e posso stare bene con me stessa. Se non mi ama, allora vengo gettata nell’inferno di vedermi come il “cattivo sé”, inadeguata, non attraente, indegna di amore. Quindi mi odio e mi rifiuto.

Così nel fondo della mente si svolge un processo interiore dove noi schieriamo prove per una parte o per l’altra: “la gente oggi ha reagito bene nei miei confronti, quindi sto bene con me stessa”; “la gente oggi non ha reagito bene nei miei confronti, quindi forse dopotutto non vado bene”.

Perché permettiamo alla critica di continuare a vivere dentro di noi con tutte le sue dolorose conseguenze? Nella misura in cui non sappiamo che siamo intrinsecamente degni d’amore non crediamo che l’amore non verrà mai a noi per conto suo; crediamo invece di dover fare qualcosa per renderci accettabili. Così per istigare noi stesse a mettercela tutta ad andare bene, per costringerci a modellarci in una forma, assoldiamo una critica interna per tenere la contabilità di come andiamo. Se possiamo dimostrare di essere meritevoli, forse allora saremo amate.

Purtroppo questo processo interno non ha fine e non porta risultati. Cercare di andare bene non potrà mai portare ad essere sicure del nostro profondo valore perché questo stesso sforzo presuppone il fatto che non andiamo abbastanza bene e quindi rafforza l’odio verso noi stesse.

Non amare noi stesse rende difficile far sì che gli altri ci amino veramente. Questo frustra chi ci sta accanto, facendo sì che si ritragga e se ne vada. Noi di conseguenza usiamo la cosa come ulteriore prova che in noi c’è qualcosa che non va. In tal modo la storia del “cattivo sé” diventa una profezia che si auto avvera.

Esattamente come era frustrante dover essere una brava bambina (o un bravo bambino) per riuscire a venire accettati dai nostri genitori, e quindi non sentirci mai amati per quello che eravamo, così è frustrante provare a conquistare un’approvazione della critica dimostrando che ne siamo degni. L’autoaccettazione che può curare l’odio verso se stessi e il sentimento di vergogna non arriverà mai tramite la conquista di un verdetto favorevole nel processo interiore. Esso può emergere soltanto riconoscendo e apprezzando l’essere che siamo effettivamente, dove conosciamo noi stesse come qualcosa di molto più grande e reale di ogni nozione che abbiamo riguardo al buon sé o al cattivo sé …..

Sulla costante ricerca di approvazione

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Photo by Joe Pizzio on Unsplash

Bisogna abbracciare se stessi.Perché spesso è la nostra approvazione che ci manca. La più difficile da ottenere, ma anche la più importante. (Cit.)

Ben ritrovati, eccoci al consueto appuntamento del lunedì con il nuovo post.

Come vi avevo scritto alla fine dell’articolo precedente vorrei ancora soffermarmi sulle riflessioni che Katie Byron fa nel suo libro “Ho bisogno del tuo amore -è vero?”, occupandoci oggi della continua ricerca di approvazione che molto spesso segna le nostre vite distogliendoci dal viverle appieno.

Katie inizia il capitolo con un esempio, a mio parere, perfetto ….. leggiamolo insieme ….

[…] Una bambina è felicemente assorbita nei suoi giochi al parco. All’improvviso ha un brivido facendo una capriola. I bambini attorno a lei, che non aveva quasi notato, stanno ridendo e applaudendo. Ripete la capriola per vedere se applaudono ancora. In tutto il parco giochi i bambini fanno “Guardami! Guardami!”, felici quando ricevono la risposta che vogliono e delusi quando non la ricevono. La prima bambina non sa bene cosa abbia scoperto, ma è entusiasmante! Pensa che forse ha trovato la chiave per essere accolta. Prova a fare una nuova capriola con una motivazione che prima non aveva. Non gioca più per divertirsi. La sua concentrazione si è spostata sulla risposta che vuole dagli altri, e con ciò arriva l’ansia di non averla […]

Ecco qui l’inizio della perdita della gioia di fare per il semplice entusiasmo nel fare, sostituita dall’ansia di fare ed essere per ricevere. E come quella bambina molti di noi iniziano a fare capriole per cercare di ottenere l’approvazione, il riconoscimento, spostando irrimediabilmente lo sguardo dal dentro al fuori, finchè cercare approvazione diventa una parte così importante della nostra vita da diventare automatico.

Il primo passo per cercare di piacere è fare una buona impressione; questo, come il termine stesso ricorda, significa forzare l’immagine che vorremmo si imprimesse nella mente dell’altro. E’ come se andassimo dagli altri con un grande timbro in mano cercando di stampare nella loro mente la migliore immagine di noi stessi. La convinzione che ci muove è che se riusciamo a fissare bene quell’immagine la relazione inizierà con i migliori auspici.

Ma è realmente vero? Riflettiamo …..

Proviamo a metterci dall’altra parte cercando di ricordare come ci sentiamo quando qualcuno cerca di impressionarci. Cosa vediamo quando qualcuno cerca di avvicinarci portando con sé un grande timbro? Da questa nuovo prospettiva è quasi come se il timbro ci dicesse “ho tanto bisogno di piacerti” o “voglio qualcosa da te”. La nostra reazione? Forse un passo indietro, oppure vari tentativi per aggirare il metodo “io ti impressiono così ti piaccio per forza” arrivando così a scoprire chi abbiamo veramente davanti a noi.

Chiediamoci se i tentativi che fanno le persone per impressionarci ci piacciono davvero e ritornando nei nostri panni proviamo a notare quante volte noi facciamo la stessa cosa.

Mettiamoci in ascolto dei nostri pensieri quando parliamo con gli altri: osserviamo quando cerchiamo di manipolare con spiegazioni, puntualizzazioni o giustificazioni, oppure quando raccontiamo degli aneddoti nella speranza che la gente pensi certe cose di noi, potremo avere delle rivelazioni imbarazzanti. Ancora, consideriamo come cerchiamo di manipolare con il viso, la voce, gli occhi, il linguaggio corporeo, la risata …. Potremo addirittura accorgerci che tutti i nostri sforzi sono impegnati a piacere perdendo il vero ascolto nei confronti dell’altro.

L’Ascolto diventa così vago interesse proiettato solo all’acquisizione di “punti” per ottenere il premio finale del “più simpatico”. Focalizzarsi ansiosamente sull’altra persona, verificandone costantemente l’approvazione o la disapprovazione non fa che amplificare a dismisura quel senso di inadeguatezza tagliandoci totalmente fuori dalla fonte della vera soddisfazione. La continua attenzione verso l’esterno ci distoglie anche da quel pensiero inevitabile e doloroso che sta alla base di questa affannosa ricerca di approvazione, la convinzione che se è necessario trasformarci per ottenere riconoscimento e amore ci deve essere sicuramente qualcosa di sbagliato nel modo in cui siamo.

La maggior parte degli sforzi che facciamo per conquistare amore e ammirazione non sono calcolati a freddo o fatti di proposito, il più delle volte nemmeno lo avvertiamo; è come se ci trovassimo in uno spazio sognante in cui si alternano speranza e timore. Un momento pensiamo che potremmo essere rifiutati e il momento dopo diventiamo entusiasti per il successo.

E per evitare di perdere quella sensazione di appagamento totale che l’approvazione dell’altro porta con se, troppo spesso modifichiamo i nostri gusti, le nostre decisioni, le nostre priorità. Ci ritroviamo a dire “Si” quando volevamo dire “No”; diciamo “Grazie” senza in realtà provare vera gratitudine; appariamo gentili e cortesi senza esserlo veramente nel profondo del cuore.

La ricerca di approvazione a tempo pieno significa che invece di vivere semplicemente la nostra vita, dobbiamo recitarla.

Quando diciamo o facciamo qualcosa per piacere, ottenere, influenzare qualcuno, la paura è la causa e il dolore è il risultato. Tradire la nostra essenza per ottenere quanti più “like” possibile, crea separazione. Non è il contatto che cerchiamo, ma solo l’accensione di una lampadina che poi nella maggior parte dei casi rimane spenta.

In quel momento un’altra persona potrebbe amarci totalmente per quello che siamo e noi non potremmo rendercene conto.

Se agiamo guidati dalla paura sarà molto difficile ricevere amore perché rimaniamo intrappolati nello sforzo su quello che dobbiamo fare per ottenere amore. Il cuore e il sentire si chiudono in favore di un pensiero fisso volto a trovare l’escamotage migliore per arrivare a piacere.

Ma se ci spostiamo un attimo dal ripiegamento ossessivo, scopriremo che non è necessario fare nulla per ottenere amore.

Quando vogliamo far colpo sulle persone e conquistare la loro approvazione siamo come bambini che dicono: “Guardami! Guardami!”, ci riduciamo a bambini bisognosi e quando riusciamo prima di tutto noi ad amare quel bambino e ad abbracciarlo rassicurandolo, la ricerca finisce …..

 

 

 

liberamente tratto da:

K.Byron – Ho bisogno del tuo amore? – E’ vero? – Ed Punto di incontro

Sospendi il giudizio

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Amarci significa riunire tutte le parti di noi, creare un’armonia interiore. Per fare questo è necessario smettere di giudicarci e giudicare, bensì tenere conto di tutte le voci che provengono dal nostro essere e porle in dialogo fra loro. C’è già tutto dentro di noi.

Giudicare significa non amare. Ci giudichiamo essenzialmente perché non ci amiamo e soprattutto non ci accettiamo. Non accettandoci ci distacchiamo dal nostro cuore; non accettandoci non ci assumiamo l’intera responsabilità di noi stessi, ma solo di alcune parti di noi.

Imparare a sospendere il giudizio significa imparare a riconciliarsi con se stessi, significa fare un uso positivo della propria storia personale, qualunque essa sia; significa vivere gli errori come esperienze, trasformare gli sbagli in lezioni di vita.

Sospendere il giudizio significa anche creare, favorire la fiducia in noi stessi, la stima  e solo con questi presupposti si può vivere consapevolmente la vita. Significa imparare finalmente che qualsiasi cosa sentiamo dentro di noi ha una ragione di essere !!!!

L’ascolto profondo delle proprie emozioni, delle proprie sensazioni e dei propri sentimenti porta alla conoscenza autentica di sé.

Creare un luogo di apertura, di comprensione benevola, di sospensione del giudizio, di accoglienza incondizionata dentro di sé è il punto di partenza verso una nuova e più significativa esistenza.

E in quest’ottica ecco che il processo diventa più importante della meta; lo scopo del viaggio di crescita interiore è il viaggiare, il “come” viaggiare, non l’arrivo o la fine del viaggio che in realtà non ci sarà mai.

Stare aperti ed in ascolto di se stessi per sentire le proprie paure, le rabbie, i dubbi, le sofferenze, le gelosie, per sentire anche le parti sgradevoli di noi, significa vivere da veri esseri umani. Il collegarci con queste parti ci aiuta a trasformare in positivo i blocchi, i complessi, le nevrosi che, anche se in modo spesso inconscio, abbiamo costruito in noi.

Le parole nuove, ma antiche sono: unione e armonia tra mente, cuore e spirito; tra corpo, psiche e anima, tra i bambini e gli adolescenti che siamo stati e gli adulti che siamo ora; tra la parte femminile e quella maschile che si trovano dentro di noi.

E’ necessario dunque saper sostare di fronte a se stessi, ma essere anche amorevoli e accoglienti nei confronti di noi stessi. Le nostre parti sgradevoli sono lì a indicarci le vie più nascoste, ma nello stesso tempo molto feconde, per conoscere noi stessi, per continuare il nostro viaggio interiore, per renderlo pieno.

Occorre conoscere la notte per poter apprezzare appieno il giorno.

Occorre conoscere la sete per poter apprezzare l’acqua.

Occorre sapere di dover morire per dare significato alla vita.

Quando non ci accettiamo per tutto quello che siamo, quando non andiamo a vedere che cosa c’è nell’altro emisfero di noi, nella parte oscura, in ombra, nascosta, siamo portati ad esprimere giudizi.

Ci sentiamo infelici, insoddisfatti, annoiati, insicuri.

Ci identifichiamo solo in una o qualche parte di noi, non ci conosciamo come unità, come armonia …

 

 

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liberamente tratto da:

V.Albisetti – I Sogni dell’anima – Ed.Paoline

Sull’accettazione di sè e la pro-attività

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“ Il rispetto di sé è la convinzione del proprio valore “ N.Branden

Accettare non significa essere d’accordo. Significa ricevere di buon grado, ammettere, approvare, ma anche sopportare serenamente. Sto parlando di accettare noi stessi. Accettarsi è costitutivo della convinzione di essere degni di felicità. E’ parte integrante , fondamentale dell’autostima,. Possiamo essere disponibili a cogliere il nostro Vero Sé, se riconosciamo e accettiamo le nostre luci e le nostre ombre, se riusciamo anche a riconoscere il nostro Falso Sé.

Quando amiamo veramente una persona, l’amiamo nella sua interezza. Gli amori che falliscono e diventano tragedie di odio sono quelli in cui si vuole cambiare l’altra persona, recidergli i difetti come arti in cancrena o nemici da abbattere. Abbiamo bisogno di sentire, vedere , avere consapevolezza anche dei sentimenti, delle emozioni, persino dei pensieri che una parte di me vorrebbe cacciare dalla coscienza, ma che pure sono presenti. L’accettazione di Sé fondata sul ri-conoscersi è la condizione necessaria per cambiare, correggersi, auto superarsi, crescere.

Molti di noi si vergognano dei sentimenti che provano. Invece di essere felici di incontrare la persona che amano , entrano in una situazione di imbarazzo. E’ come se si avesse paura che quel sentimento possa venire fuori. Provano un senso di inadeguatezza e timore. Si sentono vulnerabili e si detestano nel provare questo disagio.

Accettarsi non significa giustificarsi quando sappiamo di avere sbagliato; non significa assolvere completamente la nostra condotta. Significa prenderne atto. Prendere atto dei pensieri negativi oltre che di quelli positivi, di ciò che sento senza giudicarmi a priori o negare di provare quei sentimenti. Non c’è nulla dentro di noi che non ci appartiene, che non è autentico. Il nostro sé è autentico sempre anche quando dice bugie.

Prendere atto di chi siamo non vuol dire diventare indulgenti, significa predisporsi a costruire il vero Sé. Amare noi stessi comunque, in modo incondizionato, accettarsi e prendere atto di chi siamo non mette in discussione ma agevola la nostra capacità di imparare, di migliorare, di diventare più felici.

Sentire la propria tensione all’autorealizzazione e accettarsi come esseri umani significa rispettarsi.

Sentirsi, accettarsi, rispettarsi significa nutrire la convinzione base dell’autostima, ovvero che la nostra vita e il nostro benessere valgono la pena di essere sostenuti, protetti e perseguiti.

Lo scopo più importante della nostra vita è la felicità e il bene che deriva dalla nostra realizzazione personale. Essere convinti di questo significa schierarsi dalla propria parte come una mamma sta dalla parte del bambino. Si tratta di darsi un valore autentico e fondato. Significa amarsi, essersi amici, mostrarsi rigorosi ma anche comprensivi. Amarsi in tutti gli aspetti significa ricercare attraverso il proprio volersi bene anche la propria specifica e magnifica unicità.

La base della scarsa autostima è la paura. E la paura genera solo il bisogno di sicurezza non certo la spinta creativa.

La paura genera reazione, l’amore per sé genera pro-attività. La reazione è sempre una forma di fuga. Si reagisce agendo senza pensare. Ci costringe a prendere atto che non abbiamo scelta. Fuggiamo e attacchiamo senza darci la possibilità di riflettere. Qualunque stimolo interno (sensazione, emozione, sentimento) o esterno (pericoli, minacce, opportunità, vantaggi) genera un’ azione, che non è scelta ma intuita e praticata.

Dice Covey : “finché una persona non riesce a dire con convinzione profonda e con onestà: “Io sono quello che sono oggi a causa delle scelte che ho fatto ieri”, non può nemmeno dire: “Adesso scelgo altrimenti”»

La proattività è una conquista che matura di giorno in giorno, partendo dai piccoli eventi per arrivare alle grandi cose, proprio come nel caso di un campione di una disciplina sportiva che si allena assiduamente, a livello fisico e mentale, sui dettagli della tecnica di esecuzione del suo esercizio allo scopo di perfezionare il gesto atletico durante le competizioni. L’atleta proietta nel futuro le sue azioni e si vede vincente, si immedesima nel successo; la persona proattiva, parimenti, deve credere fermamente in tutto ciò che fa, coerentemente con i suoi valori, obiettivi e modelli mentali, e deve saper imparare con rapidità dai propri errori, per dominare e vincere.

La pro-attività ci permette di sospendere le azioni che derivano da stimoli interni ed esterni e di pensare, elaborare, creare, decidere tutta una serie di potenziali azioni, risposte, agiti.

La potenzialità di base esistenziale è l’autorealizzazione, mentre la  pro-attività, che concerne il nostro afflato creativo, è una potenzialità operativa di base. Sono istinti e anche bisogni da esprimere. Sono propri di ogni individuo in quanto appartenente alla specie umana.

Ma come ogni cosa umana sono oggetto di scelta e di cura, così come possibili oggetti di rinuncia, distruzione, auto privazione. Contesti e relazioni possono alimentarle, svilupparle, renderle esistenze e attività concrete, oppure possono impedirle, disprezzarle o reprimerle.

In ultima analisi possiamo dire che l’autorealizzazione e la pro-attività sono sempre scelte che incontrano nell’ambiente vincoli e opportunità.

Per essere tali devono essere in primo luogo coscienti e dunque attività concrete. Dal regno delle potenzialità devono arrivare al regno della realtà operativa ed esistenziale concreta.

L’opinione che abbiamo di noi stessi dipende dai nostri pensieri. Liberarsi dai propri schemi mentali negativi significa cambiare il corso della propria vita. E’ quindi fondamentale imparare a rispondere ai problemi e agli stimoli in modo proattivo, trasformandoli affinché diventino di aiuto e non di ostacolo per creare la vita che desideriamo.

Quanto ti ami?

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“…Io guardo me stessa con gli occhi dell’amore,  e mi sento al sicuro…”. L.Hay

 

“Ama il prossimo tuo come te stesso” – suggeriva Gesù, e il giovane gli chiese “ma chi è il mio prossimo?”. Non chiese: “E come devo amare me stesso?”. Il racconto dà per scontato che amiamo noi stessi. Molto e nel modo giusto.

Ma è davvero così, oggi e qui? E cosa significa esattamente?

Ora chiedo a te che mi leggi: “Vorresti essere amata dagli altri o da qualcuno in generale?” Se la risposta è sì, sarebbe logico supporre che tu abbia una buona opinione di te stessa. Che ti apprezzi e ti accetti. Altrimenti con quale “diritto” ti aspetti di essere amata dagli altri? Sei forse un mostro che inganna gli altri sul proprio valore? Oppure sei amabile per qualche ragione, non lo hai ancora scoperto e ti aspetti che invece siano gli altri a scoprirlo?

E quale potrà mai essere il tuo amore per gli altri, se ne hai così poco per te stessa? Se gli altri scoprissero quanto poco ti senti amabile, ti amerebbero ugualmente? E se, invece, nascondi sempre il tuo pensiero su questo punto, non stai forse imbrogliando?

A questo proposito moltissime persone non osano dire la propria opinione per paura di non essere accettate o capite dagli altri.  In realtà perdono così l’unica occasione di essere accettate per quello che sono, e inoltre questa tattica non porta vantaggi all’autostima.

Il coraggio e una giusta autostima sono due caratteristiche strettamente correlate. Difficilmente si potranno affrontare delle decisioni se si dubita del proprio valore.

Come vorresti essere amata dagli altri? Con piena com-prensione per come sei veramente? Con totale accettazione, sia di come sei oggi, sia di come potresti diventare? Senza l’illusione e la pretesa di essere perfetta?

Allora comincia a dare a te stessa questo amore incondizionato!

E se ti continui a lamentare che non riesci ad essere apprezzata per il tuo vero valore, non potrebbe essere perché sei tu a credere poco in te stessa?

Se leggendo hai risposto :” E’ vero, ma mi sento giù” prova a mettere in atto il seguente programma di “pronto soccorso”

  • Prendi carta e penna e fai un elenco di tutte le cose che apprezzi di te stessa
  • Prova a fare tutto quello che fai con la massima attenzione mettendoci più entusiasmo possibile
  • Fai qualcosa in cui riesci bene. Datti una pacca sulla spalla per il risultato sorridendo davanti allo specchio
  • Attenzione alla postura: schiena dritta, spalle morbide, occhi alzati…. Un profondo respiro.

Se invece vuoi a tutti i costi buttarti giù, vi sono degli ottimi sistemi: vedersi come vittima e chiedere compassione, “pitturare” mentalmente la stanza, o la vita intera di grigio, richiamare alla mente i disastri nel mondo dell’ultimo mese e fantasticarci sopra .

Quando ne hai avuto abbastanza è ora di invertire la rotta e di usare come mantra la seguente frase: “Pensa in nuovi termini!!!”

Non termini semplicemente diversi bensì totalmente nuovi. L’inaspettata creatività che tirerai fuori ti farà ri-nascere.

Prova ad esempio a pensare in termini nuovi a te stessa. Abbandona tutte le etichette e i titoli professionali, sociali e prova a piacerti semplicemente come Essere…

IO SONO…….

Trovare il modo per dare la colpa per un qualsiasi evento a qualcuno “sembra” un modo di amarci: in fondo ci risparmia un dolore e al momento ci fa stare meglio.

In realtà ci danneggia e molto: non vediamo la nostra parte di responsabilità in un dato contesto, quindi non miglioriamo e in più tratteniamo con noi, attraverso gli anni, gli spettri del passato, con sentimenti, emozioni e pensieri negativi.

L’unica persona che può fare qualche cosa di veramente importante per te e che può cambiare le cose in meglio…. Sei TU!

Vivere pienamente

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“per una volta, quella donna vuole vivere, ma non sa bene cosa significhi. Si chiede se l’ha mai fatto. Se mai lo farà” Alice Walker

Prendo lo spunto da questa frase per una riflessione su una idea che molto spesso ci attraversa ma che altrettanto spesso non sappiamo cogliere nel suo intimo significato.

La maggior parte di noi vorrebbe “vivere pienamente”, ce ne riempiamo la bocca in ogni momento, ne facciamo la capolista degli obiettivi e desideri per ogni anno nuovo e tuttavia quando arriva il momento di mettere in pratica queste parole, scopriamo di non essere più così sicure del loro significato: che cosa vuol dire “vivere pienamente”? Lo abbiamo mai veramente saputo?….

La nostra tentazione è di correre a cercare la risposta nei libri: se riusciremo a trovare il libro giusto, allora sapremo cosa fare, in quanto siamo piuttosto abili nel seguire le istruzioni che ci vengono impartite. Oppure iniziamo a frequentare lezioni e seminari. Proviamo la meditazione oppure una dieta speciale, ci mettiamo a fare ginnastica o ci sottoponiamo a terapie alternative di vario genere. In altri termini, ancora una volta cerchiamo formule e risposte al di fuori di noi, pensando che da qualche parte ci dovrà pur essere un filtro magico in grado di regalarci il ben-essere.

Ad un certo punto, tuttavia, ci rendiamo conto, per una qualche misteriosa illuminazione, che, per quanto validi siano tutti i nostri approcci, dobbiamo ritornare indietro e ammettere che solo noi sappiamo come vivere pienamente. Possiamo accettare alcune indicazioni, ma, in ultima analisi, vivere la nostra vita dipende da noi.

E se impariamo ad ascoltarci, nel profondo del nostro animo noi sappiamo come vivere pienamente, anche se in pratica, non l’abbiamo mai fatto…..

L’Amore : una definizione

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Dell’amore esistono tante definizioni quanti sono i parlanti. Vedi se questa può servirti: la capacità e volontà di permettere alle persone a cui si vuol bene di essere ciò che vogliono essere, senza insistenza o pretesa alcuna che esse diano soddisfazione.

Potrebbe essere una definizione utile. Resta il fatto che pochi sono capaci di adottarla. Come puoi arrivare al punto di lasciare essere gli altri ciò che vogliono essere, senza pretendere che soddisfino le tue attese??

Semplicissimo. AMANDO TE STESSO. Prendendo coscienza della tua importanza, del tuo valore, della tua bellezza, non esigerai che altri rafforzino il tuo valore o i tuoi valori nel conformare il proprio comportamento alle tue esigenze o pretese. Se sei sicuro di te, non desideri né hai bisogno che gli altri siano come te.

Intanto, tu sei tu, e sei UNICO; quella pretesa, inoltre, toglierebbe agli altri la loro unicità, mentre ciò che tu ami in loro sono proprio quei tratti che li rendono speciali e distinti.

Comincia a quadrare: tu prendi ad amare te stesso, e d’un tratto sei in grado di amare gli altri, di dare agli altri, di agire per gli altri, dando prima a te stesso e agendo a tuo beneficio. La tua generosità , allora, non ha trucchi. Tu non dai per essere ringraziato o trarre vantaggi, ma per l’autentico piacere che trai dall’aiutare o amare gli altri.

Ma se non vali nulla, ovvero non ami te stesso, ti è impossibile dare. Come puoi dare amore se non vali? Che valore avrebbe il tuo amore? E se non puoi/sai dare amore, nemmeno puoi/sai riceverne. Che valore avrebbe l’amore dato ad una persona che non vale nulla?? Tutta la questione dell’essere innamorati, del dare e ricevere amore, incomincia da un Io che si ama totalmente. […]

[…] Puoi lanciare una sfida, con la tua capacità di amarti, a ogni sorta di sentimenti che provi verso te stesso. Ricorda che mai in nessuna circostanza, odiarsi è più salutare che amarsi. Anche se hai agito in un modo che detesti, il disprezzo per te stesso, non farà che immobilizzarti e danneggiarti. Anziché odiarti sviluppa sentimenti positivi. Impara dagli errori, decidi di non ricadervi, ma non associarli al senso del tuo valore.

In ciò consiste la principale difficoltà, tanto dell’amore verso se stessi quanto dell’amore per gli altri:non mai confondere il concetto di sé (che è un dato di fatto) col proprio comportamento, o con quello degli altri verso di noi.

A costo di ripetermi: non è una cosa facile.

I messaggi che invia la società sono soverchianti: “sei cattivo”, anziché “ti sei comportato male”; “non piaci alla mamma quando ti comporti così”, invece di “alla mamma non piace il tuo comportamento”. Le conclusioni che potresti aver tratto da tali messaggi sono: “non le piaccio. Devo essere proprio un infame”, anziché “non le piaccio. Così ha deciso, e con tutto che la cosa non mi vada, resto una persona”

In “Nodi”, R.D.Laing (psichiatra scozzese, uno tra i maggiori ispiratori del movimento dell’antipsichiatria ),così sintetizza il processo onde i pensieri altrui vengono incamerati e assimilati alla valutazione che una persona ha di se stessa:

Mia madre mi vuole bene

Sono felice.

Sono felice perché mi vuole bene.

Mia madre non mi vuole bene.

Sono triste.

Sono triste perché non mi vuole bene.

Sono cattivo perché sono triste.

Sono triste perché sono cattivo.

Sono cattivo perché non mi vuole bene.

Non mi vuole bene perché sono cattivo.

Non è facile superare i modi di pensare acquisiti nell’infanzia. Può darsi che l’immagine che ti sei fatto di te stesso si basi ancora su percezioni altrui. Se è vero che i profili originali che ti sei fatto li hai appresi dalle opinioni degli adulti, non è però detto che te li debba portare dietro per sempre.

Sì, è duro liberarsi delle vecchie abitudini  e cancellare le ferite non rimarginate; ma anche più duro tenersele, quando si considerino le conseguenze.

Con la pratica mentale puoi compiere alcune scelte di amore verso te stesso che ti lasceranno sbalordito.

Chi sa amare? Chi forse si comporta in maniera da auto-demolirsi? No di certo. Chi si abbatte e si nasconde in un angolo? Nemmeno. Il saper dare e ricevere amore incomincia a monte, da te, che hai fatto il voto di smetterla con comportamenti dettati da scarsa stima di te stesso e che sono divenuti abituali.

Prima di tutto devi distruggere il mito secondo il quale avresti un unico concetto di te stesso, o sempre positivo o sempre negativo. In realtà, le immagini che ti sei fatto di te sono numerose e variano da momento a momento. Se ti domandassero: “lei si piace?”, potresti essere incline ad ammucchiare tutte le opinioni negative in un “No” generale. Se dal generico passi allo specifico, puoi lavorare al conseguimento di taluni scopi ben definiti.

Hai delle opinioni su di te, sul piano fisico, intellettuale, sociale ed emotivo. […] I tuoi autoritratti sono tanti quante le attività che svolgi, e attraverso tutti questi comportamenti c’è sempre una persona, TE STESSO, che o accetti o rifiuti. IL tuo valore intrinseco, quell’ombra amica sempre presente, colei che consulti ai fini della tua felicità e padronanza personali, e le tue autovalutazioni, devono essere correlate.

Esisti, sei un essere umano: è tutto ciò che ti serve sapere. Quel che vali è determinato da te, e non occorre fornire spiegazione. E il tuo valore, un dato di fatto, non ha nulla a che vedere con il tuo comportamento, con le tue sensazioni, emozioni e stati d’animo.

Può darsi che il tuo modo di fare in un dato caso non ti piaccia, ma ciò non ha rapporto con il tuo valore intrinseco. Puoi decidere di avere sempre valore per te stesso, e lavorare sulle immagini che ti sei fatto di te ….

( pagg. 32-35)

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Tratto da:

Wayne W.Dyer

Le vostre zone erronee

Ed. BUR

Amare se stessi per essere se stessi

amore per sè

 

Vuol dire sapersi interrogare ed ascoltare. Conoscersi. Vuol dire verificare se le risposte, gli atteggiamenti, i comportamenti, le scelte, i desideri, i bisogni che riconosciamo abitualmente come nostri, nostri lo sono veramente. Se corrispondono cioè alle nostre attitudini, alla nostra natura più intima e segreta, alla nostra sensibilità.

Essere se stessi vuol dire cambiare se non ci corrispondiamo. Fare ciò che realmente ci interessa e ci appassiona. Divenire la persona che più profondamente aspiriamo ad essere.

Questa decisione porta delle conseguenze: scoprire l’impagabile sensazione di essere liberi e in armonia con se stessi, trovare subito e spontaneamente una maggiore determinazione, una maggiore energia, ottenere validi risultati nelle attività che vorremo intraprendere, sentirci meglio nella nostra dimensione fisica.

Essere se stessi vuol dire ancora saper agire senza dover attendere autorizzazioni o investiture, cercando di esprimere al meglio tutto il nostro potenziale.

Essere se stessi è una formula che non può comprendere alcuna regola o principio, ma che invece rispetta e rispecchia l’evoluzione interiore di ogni persona.

Essere se stessi testimonia anche un riconoscimento di valore e di significato alla nostra vita che riveste un’importanza fondamentale; che raggiunge il confine con l’amore per noi stessi.

Noi siamo importanti, in quanto espressione della vita che da sempre, nel tempo e nello spazio, in infiniti modi si manifesta. Le relazioni che sviluppiamo e stabiliamo con noi stessi, con il nostro personaggio, con la nostra immagine nei suoi lineamenti fisici e psicologici, sanno il senso alla nostra esistenza. Possiamo accettarci, migliorarci, vivere. Oppure rifiutarci e fermarci.

La nostra verità interiore è la realtà più sicura ed autentica da cui possiamo partire. Dobbiamo riconoscere l’importanza, la meraviglia e il significato della nostra vita per il solo fatto di esistere e di partecipare all’espressione della grande Vita che si manifesta in infiniti modi fuori e dentro noi; nei colori, nelle luci, nelle forme, nei suoni, nel divenire, nelle complesse interrelazioni, nel silenzio, nella continuità, nel cambiamento.

Ascoltiamo e guardiamo con libertà interiore. Diveniamo consapevoli del valore della nostra presenza, dei nostri atteggiamenti, di tutto ciò che esprimiamo, di ogni nostro gesto, oltre che del nostro lavoro.

Ha valore un sorriso, il complimento e l’apprezzamento delle cose belle e buone che vediamo.

Ha valore una carezza, il contatto, il calore del tuo corpo per il corpo e la vita interiore degli altri.

Ha valore la disponibilità , l’affetto e la comprensione.

Hanno valore a volte la calma, a volte l’entusiasmo. In taluni casi ha valore anche una risposta ferma che ci liberi da ambivalenze e ambiguità.

Ha valore aver cura del nostro corpo; ascoltarlo, impararlo, apprezzarlo per lo straordinario lavoro che compie ogni giorno e ogni notte di tutta la nostra esistenza; assecondarne i ritmi e le esigenze, in quanto strumento fondamentale di esperienze e di conoscenza: noi conosciamo il mondo attraverso i nostri sensi. Perché è fonte di piacere. Perché attraverso il corpo comunichiamo e sviluppiamo le nostre relazioni con il mondo.

Amare se stessi non è dunque egoismo. L’armonia personale è anche un bene sociale, è il fondamento di una buona società….

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E Giusti – E. Perfetti

Ricerche sulla Felicità

Ed. Sovera

Sbarazzarsi dalla paura dell’abbandono

cuore ferito 3

Eccoci forse alla parte più difficile del percorso verso la libertà dalla dipendenza affettiva: la paura dell’abbandono.

Una delle opinioni più diffuse in materia di dipendenza è che la causa profonda di quest’ultima affondi le radici nell’infanzia. Ogni dipendente affettivo ha seguito un suo percorso disseminato da insidie, che lo ha condotto a credere di non valere quanto gli altri, di dover fare i salti mortali per meritare di essere amato. Tuttavia il tipo di cammino che lo ha portato a convivere con il fardello dato dalla dipendenza affettiva non ha importanza; è tutta sua la responsabilità di liberarsi da questa morsa.

“Il senso di abbandono e le difficoltà che sopraggiungono in seguito alle separazioni sono inestricabilmente legate alla prima esperienza vissuta con la madre o con chi ne ha fatto le veci” (C.Rivest). Che si tratti di esperienze di rifiuto nel cortile della scuola, di umiliazioni subite dai compagni di un ambiente familiare carente, di esperienze reali o temute di abbandono, è chiaro che il bambino è un essere vulnerabile e permeabile a numerose ferite.

Quando accenniamo alla nostra paura dell’abbandono, non ne siamo mai fieri. Ci crediamo deboli, abbiamo paura di venire congedati dal nostro ruolo di amanti devoti. E’ tutto il contrario. Rivelare la nostra paura di essere abbandonati è un gesto che dimostra una buona conoscenza di sé e grande autenticità. E’ il primo passo per tenere a bada il fuggiasco che è in noi, che al primo segnale d’attacco si mette in salvo o si impegna anima e corpo a guardarsi bene le spalle.

Questa smisurata paura dell’abbandono, che paralizza il dipendente affettivo, si accompagna ad una collera repressa e a una rabbia che non ha mai potuto esprimersi. Probabilmente risale al giorno in cui i genitori si sono separati, secondo lui per colpa sua. Oppure al giorno in cui ha perduto qualcuno di così caro che tutto l’amore del mondo non è stato in grado di sostituire.

E’ possibile vivere con una perdita e sopravvivere a essa senza negarla. Non ritengo realistico cercare in qualcun altro quello che manca dentro di noi. E’ un esercizio di compensazione che non conduce da nessuna parte. Anche se abbiamo vissuto perdite importanti, c’è ancora posto per l’amore, per la tenerezza, per qualcosa di altro.

Tentando di compensare una perdita con una presenza, sprechiamo tempo ed energia. E’ più opportuno lasciare dentro di noi uno spazio per coloro che sono scomparsi e ancora più spazio per un nuovo amore o per un’amicizia che nasce. In questo modo viviamo il lutto di un mondo perfetto, una famiglia perfetta, e accettiamo che la vita abbia anche la sua parte di sofferenza.

Ripiegandoci su noi stessi e sviluppando una corazza così spessa che nessuno oserà avvicinarsi, non facciamo altro che privare il nostro essere del suo legittimo bisogno d’amore o di compagnia.

Per paura di essere rinnegati o abbandonati neghiamo noi stessi e ci abbandoniamo. Privarsi della tenerezza e dell’affetto di cui si ha tanto bisogno per paura di soffrire ancora è un po’ come mutilarsi il cuore. Sì il bambino che siamo stati avrebbe davvero avuto bisogno dell’adulto che non è mai tornato!

L’angoscia emotiva legata alla paura dell’abbandono è terribile e proprio perché fa così male usiamo tutti gli espedienti possibili per evitare di vivere questo strazio interiore così profondo.

Tuttavia, fintanto che la sfuggiremo, questa paura ci perseguiterà senza tregua. Per sopravviverle occorre affrontarla, analizzarla, guardarla bene in faccia a lungo. Quando urla dentro di noi, è la testa che parla al cuore.

Tutto il dolore che da così tanto tempo viene soffocato ha bisogno di essere evacuato attraverso le lacrime. Quando ce ne liberiamo, a liberarsi è un intero universo, disponibile ad un amore lucido e ad un’amicizia disinteressata.

Talvolta un buon pianto non è sufficiente, si tratta di un percorso che conduce all’accettazione; occorre lasciare la presa, abbandonare certe credenze sbagliate.

Prima di tutto questo, la tappa più importante è prendere coscienza di questa terribile paura dell’abbandono. Se la persona amata dovesse lasciarci, dopo che abbiamo dato tutto a questa relazione … Se la persona nella quale riponiamo più fiducia e con la quale condividiamo la vita dovrebbe esserci infedele … Se un giorno, senza aspettarcelo, al nostro ritorno dovessimo trovare la porta chiusa a chiave … Se lui non dovesse ritornare mai più …  Questi pensieri ci ossessionano giorno e notte, fino a quando non accettiamo la parte di rischio di una relazione.

Dopo aver preso coscienza, dopo esserci ricentrati su noi stessi invece di cercare di immobilizzare l’universo intero per placare la nostra insicurezza, c’è ancora qualcosa da fare. Dopo essere diventati più tolleranti nei confronti dell’imperfezione del mondo, dell’onnipresente rischio di perdere ad ogni secondo quello che credevamo nostro di diritto, c’è ancora qualcosa da fare.

ESSERE FIERI!  Fieri di quello che abbiamo compiuto fino a qui, nonostante la sofferenza, al di là delle umiliazioni, dell’angoscia e talvolta persino dell’abbandono vero e proprio. Abbiamo motivo di essere fieri: siamo cresciuti nonostante queste perdite, abbiamo preso forma, ci siamo rafforzati; siamo in vita, ci stiamo costruendo.

In ragione della sua paura dell’abbandono, il dipendente affettivo attraversa momenti di scoraggiamento e disperazione. Finisce con l’infliggersi sevizie affettive, ad esempio lasciare qualcuno che ama per paura di essere tradito. Nonostante tutta la sofferenza e l’angoscia emotiva che questo sentimento fa vivere, l’abbandono più penoso che si possa subire è quello di lasciarsi perdere da soli.

Non è facendo in modo che l’altro non si allontani di un millimetro che ci immunizziamo dall’abbandono, bensì assicurandoci che, qualunque cosa accada, come individui noi non ci abbandoneremo.

Sopravviviamo alle perdite, alla partenze e ai tradimenti sviluppando un amore incondizionato verso noi stessi, un amore verso il nostro essere imperfetti, affascinanti e coraggiosi. Attraverso queste prove, ci rendiamo conto di essere ancora lì a raccogliere i nostri cocci, a pulire le nostre zone sinistrate, ad aspettare giorni migliori. Nonostante tutte le sofferenze siamo ancora lì, vivi e vibranti animati da questo desiderio di vivere e i essere felici. Ne vale la pena! Abbiamo cercato ovunque l’amore perché sappiamo che ce lo meritiamo. Poi, incamminandoci, impariamo ad amarci di più. Diventiamo il nostro migliore amico, quello che c’è, che è presente persino nel cure della tempesta. Diventiamo il nostro genitore, quello che ricorda ogni tappa della nostra vita.

Siamo le persone meglio qualificate per coccolare il nostro bambino interiore, per acclamare il nostro coraggio e la nostra determinazione, per prometterci di prenderci cura di noi, qualunque cosa succeda. E’ così che generiamo l’amore di cui avremo tanto bisogno, agendo come un genitore pieno di tenerezza e capace di rispondere ai nostri bisogni. Siamo dunque pronti a tutto per farci piacere, siamo responsabili della nostra felicità.

Più prendiamo coscienza di avere il potere di agire e concretamente sulla nostra vita e di aiutare il bambino ferito in noi a ricostruire se stesso, meno ci lasciamo paralizzare dalla paura dell’abbandono, perché ora abbiamo il potere di prenderci un impegno verso noi stessi e di non abbandonarci più.

Adesso possiamo riporre fiducia nella vita. La nostra terribile paura dell’abbandono smetterà di incuterci timore. Progredendo, arriviamo ad averne abbastanza di essere ostaggio della paura; abbiamo solo voglia di stare bene ….

Sbarazzarsi della vergogna

vergogna

(immagine trovata nel web senza alcun riferimento)

Continuiamo il cammino verso la libertà occupandoci ora della vergogna.

Quando ci vergogniamo, ci svalutiamo e questo nuoce alla nostra autostima. IL nostro giudizio inoltre rafforza il senso di colpa. Ci vergogniamo e quindi ci scusiamo ulteriormente. In ultima analisi, ci scusiamo perché qualcun altro non ha avuto rispetto verso di noi.

E’ un mondo alla rovescia. Siamo stati vittima di un’ingiustizia o di un trattamento sleale e invece di provare rabbia, di ribellarci, aggiungiamo al nostro dolore una vergogna che non era nemmeno destinata a noi.

A braccetto con il senso di colpa la vergogna ci trascina in una danza macabra lontana dalla nostra personale realizzazione e lontanissima dalla libertà. Questi sentimenti ci imprigionano, ci isolano e ci derubano della nostra energia.

Quando si è dipendenti, si è ipersensibili all’atteggiamento di coloro che ci circondano, ai loro commenti, alle loro critiche e ai loro rimproveri. Ci si aspetta che verso di noi siano più clementi. Ancora una volta sono speranze vane; noi non  abbiamo il potere di cambiare gli altri. Darsi da fare per cambiare se stessi, invece, è un progetto di vita.

La vergogna si nasconde in noi e quindi sta a noi sbarazzarcene. Concedendole sempre meno spazio, la mettiamo alla porta. La vergogna si nasconde in fondo alla nostra fragilità, al nostro desiderio di perfezione e al nostro bisogno di piacere a tutti.

La vergogna ferisce la nostra dignità e ci fa credere di essere degli inferiori e dei deboli. Amplifica il nostro senso di incompetenza, la nostra insicurezza e la nostra paura di essere ancora una volta respinti.

La vergogna è un grande velo di tristezza, di impotenza e di rabbia repressa che seppellisce la nostra volontà di essere. Il suo scopo principale è quello di rafforzare il nostro atteggiamento di vittima, la nostra impotenza, la nostra passività.

Proviamo a prendere coscienza che la stima di cui abbiamo bisogno per ricostruire noi stessi non viene dall’esterno bensì da dentro di noi!

A far nascere la vergogna è la convinzione di essere sporchi, di aver perduto una forma d’orgoglio e di non meritare più il rispetto. La vera dignità rimane intatta; l’unico problema è che la vergogna la vela e la nasconde.

Incamminarsi verso la libertà significa soprattutto sbarazzarsi delle credenze errate e dei soffocanti sentimenti negativi che appesantiscono il cammino. E’ soltanto rifiutando in maniera categorica di lasciarsi insidiosamente imporre un’ingiustificata vergogna che delimitiamo il nostro territorio interiore. La vergogna è pericolosa, perché si insedia nel nostro intimo, nei nostri pensieri profondi e nella nostra privacy. E nessuno ha il diritto di venire a calpestare queste aiuole!

Ci vergogniamo di noi perché ci hanno mentito sulla nostra persona. Ci sono stati tenuti nascosti tantissimi aspetti belli e non si è preso il tempo di sottolineare i nostri punti di forza.

A furia di vergognarci e di sentirci in colpa, ci isoliamo. Nutriamo un senso di insicurezza nei confronti del mondo esterno. Ci diciamo che, a casa nostra, nessuno può farci del male.

Man mano che sprofondiamo in un isolamento rivendicato dalla vergogna, cresce la difficoltà a instaurare rapporti con persone nuove. Si finisce con il credersi contagiosi e indesiderabili e non c’è nessuno ad affermare il contrario.

Come uscirne??? Imparando ad amarci. A forza di amarci e di volerci bene, compiamo scelte di vita nelle quali non c’è posto per sentimenti distruttivi.

Iniziamo le grandi pulizie tra i nostri pensieri. Prendiamoci il tempo di comprendere che siamo persone di valore, degne di amore e che soprattutto hanno il diritto di sbagliare.

La vergogna può essere sostituita dalla tenerezza lasciando così il posto ad esperienze valorizzanti. La vergogna che proviamo è spesso un profondo sentimento di ingiustizia, impotenza, rabbia e tristezza.

Sbarazzandoci delle false credenze e dell’ingiustificato senso di colpa permettiamo a emozioni più “sane” di venire alla luce. Emozioni che nascono dal nuovo senso di fiducia che proviamo nei nostri confronti, fiducia che ,vincendo la vergogna e il senso di colpa , ci fa ri-trovare il senso del nostro essere nel mondo …..

“ La vergogna non è essere inferiori all’avversario,

è essere inferiori a se stessi …” M.Mandchoue

e il cammino non è ancora concluso …..

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