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Danzare sul filo del rasoio …

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Riflessioni dopo una sessione di counseling …..

Il grande paradosso dell’amore è che ci stimola ad essere pienamente noi stessi e a rispettare la nostra verità individuale, e al tempo stesso anche ad abbandonarci senza riserve. Se ci allontaniamo troppo da noi stessi avvicinandoci al partner, cominciamo a perderci, se però ci tratteniamo e rimaniamo troppo autosufficienti, non è possibile un contatto profondo.

Se una relazione vogliamo che vada avanti non è possibile restare aggrappati ad una posizione unilaterale. Momento per momento è necessario essere capaci di mantenere le nostre posizioni, ma anche di lasciarci andare e modificare la nostra prospettiva se cambia la situazione. Non possiamo aggrapparci a nessuna delle situazioni sicure e abituali, sia di separatezza che di fusione, sia di dipendenza che di indipendenza, sia di attaccamento che di distacco.

Ecco perché vivere in genuina presenza e intimità con un’altra persona ci costringe a vivere sul margine dell’ignoto.

Un confine o un margine, come punto di incontro di due mondi differenti, è un luogo di enorme potere. Sulla riva, dove si incontrano mare e terra, si sprigionano energie poderose e tumultuose. La nostra pelle è elettrica, perché in essa si riconciliano l’interno e l’esterno, il sentimento e il mondo.

L’essenza di una relazione è di riunire gli opposti, pertanto ci fornisce continuamente l’opportunità di passare dall’una all’altra parte di noi: maschile e femminile, noto e ignoto, amore e paura, condizionato e incondizionato, cielo e terra. L’alchimia dell’amore fiorisce in questo gioco, perché il calore e il contrasto delle differenze fra due persone spingono ad esplorare nuovi modi di essere. Tuttavia, la nostra paura dell’ignoto, spesso, ci induce a chiuderci e tirarci indietro dal margine vibrante dove i nostri opposti si incontrano e a volte si scontrano.

Così, se ci teniamo a usare le grandi occasioni che le relazioni ci offrono, dobbiamo imparare a restare vigili e aperti rispetto alla paura, alla tensione e all’ambiguità che esse fanno nascere.

Il confine dove gli opposti si incontrano è affilato come il filo del rasoio, poiché incide attraverso la serie di abitudini e routine comode e familiari che identifichiamo con “me”, “come sono io”. Riconosciamo questo filo sensibile ogniqualvolta sentiamo l’acutezza del contatto, l’intensità dell’essere toccati, colpiti e trafitti da un altro.

Nell’aprirci all’altro incontriamo l’ignoto; ci sentiamo vulnerabili, incerti sul da fare. Aprirci? Proteggerci? Un po’ di ciascuna cosa? Che ne sarà di noi se non ci aggrappiamo alle vecchie strategie? Dove ci porterà? Che fare? … Ci gira la testa ….

Nessuna di queste domande può portarci ad una soluzione soddisfacente ma solo a distoglierci dal filo del rasoi dove ci sentiamo trafitti dal nostro amore e dalla nostra vulnerabilità. Perché sentiamo il bisogno di essere trafitti in questo modo, ci sentiamo più pienamente svegli e vivi.

Qui sul filo del rasoio, scopriamo l’essenziale precarietà dell’amore. Qui possiamo anche imparare a danzare con il flusso e l’incertezza che si presentano continuamente in una relazione. Un acrobata non mantiene la sua posizione su una corda tesa tentando di tenersi in perfetto equilibrio. Piuttosto lascia che il suo equilibrio lo faccia muovere avanti e indietro, trovando così nuovi equilibri.

Aprirsi a un altro, inevitabilmente, mette alla prova anche il nostro equilibrio interiore, smuovendo parti di noi da cui ci siamo da tempo distaccati. Perciò, in una relazione, ogni momento di incertezza indica diversi lati di noi stessi o quei lati che cercano di raggiungere un nuovo equilibrio tra di loro. Possiamo scoprire come procedere, in questi momenti, soltanto osando sentire e riconoscere entrambi i lati e vedere dove ci portano.

Così, invece di attenerci a un qualche stato di ideale armonia, possiamo imparare a far uso dell’azione stessa di cadere da un estremo all’altro per risvegliarci e vedere dove siamo e, nel risveglio, trovare un nuovo equilibrio.

Naturalmente può fare abbastanza paura mantenersi in equilibrio sul filo del rasoi, esplorando cosa significa essere presenti rispetto ad un’altra persona, senza contare più sulle vecchie strategie e formule. In questo caso la paura è un richiamo perché ci stiamo muovendo da un territorio noto ad uno ignoto e più vasto che sta davanti e intorno a noi. Ci mette in guardia dal non dare nulla per scontato restando svegli rispetto a quanto ci sta succedendo e rispetto a quello che la situazione richiede.

La paura e la vulnerabilità che sentiamo, quando non abbiamo niente di concreto in mano, ci indica che stiamo evolvendo. Così, sebbene qualcuno abbia detto “l’amore è abbandonare la paura”, questa visione appare semplicistica e visto che la paura è la compagna dell’intimità, potremmo piuttosto dire che “l’amore è fare amicizia con la paura “ ….

Per una ecologia emotiva (I parte)

emozioni sentire

A volte si incontrano persone che appaiono in grande difficoltà rispetto alle emozioni. Altri invece risultano freddi, stabili e nella loro quasi imperscrutabilità sembrano essere completamente padroni di sè. In realtà hanno semplicemente imparato a non lasciar trapelare quello che provano, ma approfondendo la conoscenza non è detto che così facendo siano sereni e in definitiva stiano bene con se stessi e con gli altri.

Una persona equilibrata non è quella che non è mai arrabbiata, triste o timorosa, ma neppure quella che è sempre triste, arrabbiata e insicura e pare non conoscere altri toni e modi nella vita.

La nostra ecologia psicologica e relazionale è necessario che si avvalga di tutte le sfumature che le emozioni possono offrirci.

Non con tutte le persone riusciamo ad instaurare lo stesso tipo di legame e del resto sarebbe assurdo pretendere di voler bene a tutti o di provare dell’affetto per un estraneo. Quotidianamente ognuno di noi entra in contatto con colleghi, conoscenti, compagni di corso in palestra etc. senza che si debba necessariamente sentire un particolare trasporto verso queste persone. Ma provate a immaginare la nostra vita se tutte le relazioni fossero di questo tipo! Se cioè provassimo della pura e semplice indifferenza per tutti gli altri. I nostri volti rivelerebbero una profonda apatia, le nostre azioni e i nostri gesti diverrebbero automatici e privi di qualsiasi espressione e forma di vitalità. Le nostre reazioni davanti agli avvenimenti sarebbero nulle,perché non saremmo spinti da nessun tipo di motivazione.

Non avremmo più paura di nulla con la conseguenza che rischieremmo continuamente la vita. Non proveremmo gioia di fronte ad un nuovo amore, alla nascita di un figlio. Qualsiasi cosa potrebbe succedere senza il rischio di addolorarci e renderci tristi. Gli altri potrebbero fare qualsiasi cosa, senza farci arrabbiare.

Senza emozioni non ci sarebbe sopravvivenza. È impossibile non provare emozioni perché esse sono comunque presenti dentro di noi, fanno parte della nostra vita, di quello che siamo.

Purtroppo, spesso, la cultura e l’educazione ci hanno insegnato a soffocarle, perché si pensa possano minare l’integrità fisica e psichica e quindi di prendere decisioni giuste. Tuttavia le emozioni che reprimiamo trovano comunque la via per emergere, sfuggono al nostro controllo e si manifestano in sintomi fisici o in stati d’animo complessi.

Spesso esprimiamo la tristezza invece dell’emozione che realmente in quel momento proviamo, ma che temiamo di far emergere : la rabbia o la paura.

Ogni emozione influenza il nostro atteggiamento di fronte agli avvenimenti, la nostra memoria, il nostro giudizio ed esercita una notevole influenza nelle nostre relazioni interpersonali. Reprimere le emozioni non è mai positivo in quanto conduce all’attivazione di tutta una serie di meccanismi di difesa, fino a manifestarci con sintomi fisici.

È stato dimostrato che le emozioni provocano una serie di modificazioni all’interno del nostro organismo in grado di influenzare le funzioni regolate dal sistema neurovegetativo  o autonomo (quelle che avvengono indipendentemente dalla volontà del soggetto).

La rabbia che non ci autorizziamo ad esprimere, la sofferenza che non lasciamo trasparire e la paura che ci paralizza non ci danno la possibilità di mostrarci agli altri per quello che siamo realmente e di instaurare con essi un rapporto equilibrato. Molte ricerche hanno evidenziato la presenza di una chiara relazione fra la rabbia repressa o espressa e il rischio cardiovascolare; sembra che il pericolo maggiore per il cuore sia attribuibile a un globale atteggiamento di ostilità verso gli altri.

Impariamo a riconoscere , attribuire ad esse un nome, a esprimerle e a utilizzarle positivamente, per evitare che esse prendano il sopravvento e ci travolgano. Le emozioni che reprimiamo hanno infatti la capacita di assumere potere. È fondamentale trasformare la sofferenza in parole e trovare una modalità personale che consenta di riconoscere, elaborare e gestire le emozioni. Talvolta il dolore che ci portiamo dentro si esprime nel nostro corpo; la rabbia e la tristezza, se non espresse, si manifestano a livello somatico in una postura caratteristica: spalle incurvate, bacino rigida, schiena dolorante.

Impariamo a parlare con il nostro corpo; tiriamo fuori la rabbia, la tristezza dialogando con le parti del corpo che ci fanno male. In questo modo iniziamo a prendere coscienza delle nostre emozioni e a esprimerle.

Provate a fare questo esercizio:

  • Descrivete le emozioni che avete vissuto nel corso di questa giornata. Vi ritroverete senza rendervene conto, a raccontare gli avvenimenti
  • Evitate di elencare le cose fatte, bensì soffermatevi sulle vostre sensazioni.

 E’ difficile fare tutto questo manca l’abitudine, tuttavia potrebbe essere un buon primo passo per riconoscere e attribuire il giusto nome alle nostre sensazioni, ai nostri vissuti emotivi.

Segue nel prossimo post ……

Il momento giusto per il raccolto …

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Quando rimetto in ordine casa mia, tra le varie cose devo ricordarmi, visto che spesso me ne dimentico, di dare l’acqua alle piante.

Tra queste ce n’è una che non necessita di tante attenzioni, ma se la trascuro troppo mi avvisa perdendo le foglie. Subito allora provvedo ad innaffiarla, così che possa tornare in salute.

C’è un momento giusto per tutto nella vita, e quel momento è scandito da cicli naturali, da situazioni che armoniosamente si alternano e si sviluppano al di là di quanto facciamo.

Non serve a nulla “essere” o “fare” troppo, non serve a nulla “essere” o “fare” troppo poco, l’unica cosa che serve è fare il giusto, che non è correlato a nessun indicatore, a nessuna unità di misura.

Il giusto è quando il tuo cuore si sente di dare con armonia ed equilibrio. Ripeto con armonia ed equilibrio, perché se in te non rimane inalterato questo modo di essere, allora stai sbagliando, sei fuori strada.

Lungo il cammino ascoltati sempre ….. c’è un momento giusto per tutto …

Più la nostra anima è in grado di riflettere l’essenza del nostro cuore, più l’immagine che l’universo ne riceverà sarà in linea con i nostri più intimi desideri. A volte l’attesa può essere più costruttiva ed efficace dell’azione continuativa e forsennata.

Non ha senso arrivare alla meta completamente stanchi e frustrati.

Il risultato giungerà nel modo più opportuno e non sarà direttamente proporzionale alla nostra azione, ma a quanto in quell’azione naturale, armonica ed equilibrata, riusciremo a mantenere la più intima vibrazione nello stato di appagamento.

Saremo, così, appagati di una vita piena, appagati perché non è il risultato che determinerà il nostro benessere, ma nell’azione e nel presente stessi saremo in grado di scoprire e sperimentare la nostra piena felicità.

L’energia vitale di Eros

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“La verità è come il sole, intorno al quale girano tutti i pianeti. Esso rimane sempre luminoso, anche se è spesso coperto dalle nuvole. Le nuvole sono il vostro orgoglio, la vostra ostinazione, la vostra paura, la vostra ignoranza, la vostra speranza di poter lottare contro il tempo. Ma nel momento in cui percepite la vostra verità, le nubi si disperdono e il caldo sole della vostra coscienza vi rigenera con la forza del benessere, con la gioia e con la pace …” Eva Pierrakos

 “ Simile ad un uccello dalle immense ali nere regnava la notte. Il suo grembo di tenebre si gonfiò all’alito fecondatore del vento, e così nel vuoto venne deposto un uovo d’argento. D’oro erano invece le ali di colui che, in virtù del suo essere collegato al vento, balzò presto fuori dall’Uovo e fu Eros, ‘ colui che rende manifesto ‘, il dio dell’amore, il più vecchio tra gli dei, ma nello stesso tempo sempre bambino, perché in grado di attingere eterna giovinezza dalla forza di ogni cuore che sperimenta l’impulso amoroso’. da Miti

Eros è la forza di creazione dell’universo. E’ l’energia primaria da cui tre origine ogni azione.

Può essere percepito come desiderio di espansione verso altre persone, e anche come desiderio di unione ed espansione dentro se stessi. Una crescita di sé genera invariabilmente il piacere. Imparare qualcosa, creare qualcosa, generare un’idea, un gesto, un modo originale di fare qualunque cosa, genera una corrente di piacere e di motivazione.

Vivere portando nella propria esperienza la forza di espansione di Eros è vitalizzante.

Eros significa osare, spingersi verso l’esterno. Significa anche godere di quello che c’è, chiudere il cerchio soddisfatti, un’alternanza di espansione e contrazione: la direzione verso l’esterno, con un movimento considerato maschile, di curiosità, di allargamento, di novità e la direzione verso l’interno, la notte, la riflessione, la conservazione dell’energia, il movimento femminile.

L’equilibrio tra questi due principi genera una vita sempre piena di eccitazione e contemporaneamente di pace e riposo.

Lasciar fluire la ricchezza della vita imparando ad inspirare ed espirare. Inspirare essendo grati dell’abbondanza dell’aria e della forza vitale che essa ci porta, sentirla scorrere dentro di sé, espirare ed essere felici di offrire la propria energia all’esterno, e infine riposarsi prima di ricominciare il ciclo della vita.

Dare, offrire la propria attenzione, la propria empatia, il proprio sostegno, la propria competenza lasciando liberi gli altri di accettare o meno, di gradire o meno.

Aprirsi per ricevere l’empatia, l’attenzione, il sostegno, la competenza, restando liberi di accettarla o meno, di gradire o meno, in una danza in cui i limiti personali restano chiari a livello della personalità e diventano rispetto per se stessi e per gli altri, senso di individuazione.

E, nella stessa danza, tutti i limiti si annullano, a livello delle essenze profonde, che si nutrono l’un l’altra e contribuiscono alla creazione dell’energia del Tutto ….

Desiderio inteso come guida per l’anima, sintonizzata non verso il nord di tutti, ma verso i desideri autentici, quelli che il conscio non sa riconoscere, ma che possono essere facilmente rintracciati da un’azione congiunta di conscio e inconscio.

Lasciarsi liberi di stupirsi di sé e degli altri ogni giorno: credo che questo sia anche l’Eros. La curiosità del nuovo che nasce dall’esperienza quotidiana. In fondo basta guardare la vita con occhi diversi, e la vita cambia. Smettere di incasellare gli altri nelle possibilità che ci hanno manifestato fino ad oggi, permettere loro di sentire la voglia di svelarsi, di rinnovarsi. E così fare anche con noi stessi.

Riconoscere le difese, per smettere di usare fiumi di energia verso un falso obiettivo, aprirsi per scoprire la vera direzione, quella che ci fa ballare l’anima e il cuore, e poi avviarci verso di essa con tutti gli strumenti meravigliosi che la natura umana ci mette a disposizione: un corpo ricco di sensazioni, un sistema emotivo fluido, acuto, sensibile, una mente complessa che sa lavorare su infiniti livelli, un cuore aperto pronto a cogliere la musica e dare inizio alla danza ….

Stai come vuoi …

bene e male

“ C’è una vita dentro ognuno di noi, che non è mai la vita che stiamo vivendo, è una specie di sogno, di desiderio. In quella vita tutti noi siamo forti, coraggiosi, determinati. Ma la riteniamo irraggiungibile, ed è un errore! Perché quella vita è dietro una porta, che possiamo aprire con le chiavi giuste, e farla diventare così la nostra vera vita!!!” C.Maffei

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I problemi che si incontrano quotidianamente hanno spesso origine dentro di noi: stati d’animo non gestiti adeguatamente creano paure ed ostacoli. Perciò la più efficace risorsa che abbiamo a disposizione è il nostro equilibrio emotivo.

La parola “equilibrio” contiene “libra”, cioè “bilancia”. Questa definizione mi fa pensare ad una bilancia con i piatti pari, sullo stesso livello. Quando ci si trova in questa condizione, si ha la piena padronanza di sé: un particolare stato di grazia, nel quale è possibile prendere le decisioni più efficaci.

Quando invece questo equilibrio si rompe, avvertiamo una sensazione di disagio o di inadeguatezza, non sappiamo come affrontare le sfide che si presentano ogni giorno, ci sentiamo vittime degli accadimenti. Per sentirci bene abbiamo bisogno di pareggiare i piatti della nostra bilancia interiore.

L’equilibrio dipende da noi. Solo noi siamo liberi di decidere come vogliamo stare.

Possiamo stare come vogliamo piuttosto che come vogliono gli altri o come sembra ci sia imposto dalle nostre vicende personali, l’importante è essere liberi e responsabili della nostra scelta …..

E tu come vuoi stare oggi ??????? ……..

L’Armonia delle donne …

balanced stones

“Tre regole: esci dalla confusione, trova semplicità dalla discordia, trova armonia.

Nel pieno delle difficoltà risiede l’occasione favorevole”

A.Einstein

Armonia è la figlia di Venere e Marte, amore e guerra. Venere è la dea consapevole di avere la capacità di vedere, nella confusione del cosmo, l’ordine dato dall’amore. Marte è l’imparziale dio della guerra che in tempo di pace si trasforma in un danzatore e abile amante; è associato alla primavera, stagione di rinascita e rinnovamento. E’ il dio consapevole che, talvolta, per ottenere la pace è necessario combattere.

Il concetto di armonia è prevalentemente associato al mondo della musica: studia la combinazione di suoni diversi, la creazione, la relazione e il legame tra gli accordi.

Nella sua accezione più ampia armonia indica una sensazione che sperimentiamo attraverso i cinque sensi. Nel campo visivo cogliamo armonia quando percepiamo proporzione tra colori, dimensioni e forme; nel gusto quando assaporiamo equilibrio tra dolce, salato, piccante e amaro. Nel campo olfattivo quando annusiamo piacevoli combinazioni di fragranze e profumi, e nel campo tattile sono i nostri polpastrelli a farci toccare con mano la morbidezza che ci circonda.

Armonia è una dote e anche una disciplina che si può acquisire. Essa è associata a competenza , forza interna e intelligenza sociale. La forza interna è resa evidente dal modo in cui si gestiscono i problemi che la vita regala, come si reagisce alle crisi. In quei momenti chi ha forza interna non perde la calma, riesce a diminuire l’intensità delle proprie emozioni, attiva la parte più ragionevole per reagire con efficacia alla situazione.

L’intelligenza sociale è basata sulla comprensione intuitiva delle emozioni che aiutano a vivere con gli altri, a capirne i bisogni, a instaurare e mantenere relazioni basate su fiducia, reciprocità e legami.

Armonia è associata anche a una posizione riflessiva che porta a utilizzare l’intelligenza come un radar che segnala tempestivamente i segnali deboli ; e l’intelligenza come un laser che spinge ad approfondire i dettagli importanti. E se vogliamo diventare più creative è necessario coltivare un po’ di curiosità, sorpresa, dubbio, sfida e apertura a nuove idee.

La ricerca dell’armonia nella propria vita invita a diventare più consapevoli di quello che vogliamo e di quello che valiamo. In ogni attività è importante separare le opinioni dalle conoscenze, riconoscere i propri pregiudizi, essere consapevoli delle lenti attraverso le quali osserviamo la realtà esterna e la giudichiamo pertinente e appropriata.

Infatti, in ogni azione concorrono componenti intellettuali, cognitive, concettuali insieme a componenti pratiche, operative e concrete.

Allora la domanda che sorge spontanea è: come possiamo raggiungere e mantenere l’armonia nella nostra vita quotidiana, personale e professionale tra disciplina e spontaneità, tra teoria e pratica, tra il soddisfacimento dei propri bisogni e il rispetto di quelli altrui???

Visto che, come ho scritto sopra, l’armonia è legata al mondo musicale mi sono divertita a trovare sette note che combinate insieme contribuiscono a creare quell’armonia intrapsichica e interpersonale così importante per vivere al meglio possibile la propria vita; prese invece singolarmente contribuiscono a dare equilibrio ed efficacia alla vita personale e professionale:

Autoconsapevolezza ResilienzaMoralitàOttimismoNobiltà d’animoIntraprendenzaAssertività

Quando dimentichiamo una di queste note siamo un po’ stonate e la nostra voce suona roca, inespressiva o priva di colore e significato. Questi sono gli ingredienti che creano armonia dentro di noi e con gli altri e possono aiutarci a diventare quello che vogliamo diventare …..

Continua nel prossimo post ….

Le donne in amore (2° parte)

equilibristi

Continuiamo nel nostro viaggio con altri  copioni sempre tratti dal libro di Giorgio Nardone ““Gli errori delle donne (in amore)””:

 LA BRACCATRICE

Viene in questo modo raffigurata la donna che con assoluta continuità si muove alla ricerca dell’uomo giusto con il quale mettere su coppia e famiglia.

Questa primaria ricerca di stabilità differenzia il profilo della braccatrice da quasi tutti gli altri già e il ruolo attivo lo distingue, ad esempio, dal medesimo scopo messo in atto dalla “Bella Addormentata”.

Una sorta di smania irrefrenabile a costituire il proprio nucleo amoroso e sentimentale prende questa tipologia femminile e induce la donna a comportarsi come un animale predatore sempre a caccia fino al raggiungimento dell’obiettivo.

Quello che può cambiare è lo stile di caccia: aggressivo e diretto; indiretto e sottile; o addirittura raffinato e fatto di espedienti complessi, ma lo scopo è sempre lo stesso: impossessarsi dell’agognata preda.

Di solito, una volta creata la propria relazione amorosa, le “Braccatrici” attivano un isolamento protettivo del proprio uomo rispetto ad altre donne per il timore di una possibile seduzione del partner appena conquistato.

La persona che ha fatto suo questo copione è una donna estremamente tentennante, che ha bisogno di una tana rassicurante dove tenere la preda ben salda, lontano da ogni intrusione. Pertanto ci si trova davanti a donne gelose del partner e che vedono in ogni altra “lei” una possibile e pericolosa rivale.

Come si può ben intendere, una tale smania di costruirsi una sicurezza sentimentale non permette una adeguata selezione del partner ideale: la nostra “braccatrice” si accontenta molto facilmente per poter mettere a freno la sua ansiogena frenesia.

Sull’altare della sicurezza viene così sacrificata la realizzazione di un legame sentimentale davvero felice e compiuto dove spesso la coppia si trasforma in famiglia: i figli servono solo a riempire i tanti vuoti della relazione.

Usualmente questa dinamica si protrae per l’intero corso della vita relazionale: un rassicurante grigiore protegge da qualsiasi rischiosa esplosione di colore e di vita ….

LA TRAGHETTATRICE

In altri termini la donna in gamba e tenace che si occupa prioritariamente di sostenere il proprio partner nell’affrontare le sfide della vita. E’ lei che sacrifica molte delle sue energie per aiutare il compagno ad elevarsi socialmente e personalmente.

Non di rado queste donne si fanno guidare da specialisti per svolgere al meglio il compito al quale si sentono votate, quello di traghettare da una sponda all’altra colui che non sa nuotare, né remare, né governare un’imbarcazione nell’impetuoso fiume dell’esistenza.

Le origini dell’incapacità di navigare dell’uomo sono diverse: dalla fragilità fobica all’insicurezza interpersonale, dal blocco psicologico nelle performance richieste a vere e proprie patologie psicologiche.

Il copione della donna invece è sempre lo stesso: assoluta abnegazione nella missione da portare a termine: condurre il proprio compagno al superamento dei suoi limiti.

Si da il caso anche che in questa tipologia di relazione la componente maschile abbia ben poco talento e che tocchi alla parte femminile saper trovare perfino quello che non c’è.

Purtroppo quello che appare come un nobile intento compiuto con amorevole slancio si evolve nella maggioranza dei casi in un tragico esito per chi avrebbe, invece, i meriti del successo. Infatti il traghettato giunto all’altra sponda molte volte salta giù dall’imbarcazione e continua il suo percorso insieme ad altri, lasciando la nostra traghettatrice con i remi ancora in mano, esausta per lo sforzo e distrutta per l’abbandono.

L’incapace, divenuto abile, viene facilmente travolto dall’ebbrezza del sentirsi finalmente potente e desiderato: pertanto il rigettarla, il tradirla o l’abbandonarla viene vissuto dal maschio non come una colpa, ma come ragionevole ed incontestabile diritto ….

LA LECCATRICE DI FERITE

Nelle società selvatiche degli animali, come quelle dei leoni o dei lupi, quando un soggetto viene ferito il partner lecca la piaga per farla guarire, pulendola e disinfettandola con la saliva.

Il riferimento è a quelle situazioni in cui la donna si lega ad un uomo tramortito e ferito da una relazione appena conclusa e, di solito, finita drammaticamente. Si trova così a doverlo sanare con il suo amore e le sue cure.

Tre sono i possibili esiti di questo copione: se riesce nell’opera di rivitalizzazione del maschio ridotto allo stato larvale, questi una volta di nuovo in forma, non avrà più bisogno della “leccatrice di ferite” e guarderà verso altri orizzonti; se invece non riesce a sanare le ferite del partner, continuerà ad avere accanto un derelitto, bisognoso di cure costanti e quindi non in grado di regalarle alcunché di emotivamente appagante. Il terzo esito, forse il più doloroso, si compie quando il ferito sanato e riabilitato torna con la partner precedente, che ci ha ripensato e che lo rivuole, probabilmente per massacrarlo di nuovo…….

Nel libro di Nardone vi sono altri copioni e relative storie di donne … io mi fermo qui per evitare di riportare tutto il testo che penso neanche si possa ….

Possiamo però chiederci, come fa l’autore nell’ultima parte del libro: “Esiste un amore saggio??? .. Ossia un amore che pur preservando la passione più romantica possa essere al tempo stesso un’equilibrata e costruttiva relazione di coppia?”

Prima di rispondere , dice Nardone, è necessario argomentare bene il problema.

  • L’amore passionale è di per sé l’opposto della saggezza e non risponde certo alla riflessione in quanto effetto di spinte viscerali.
  • Anche lo stimolo più eccitante ripetuto nel tempo riduce in suoi effetti in virtù della nostra capacità di adattamento che piano piano smorza gli entusiasmi.
  • Nella fase dell’innamoramento vediamo nell’altro quello che ci mettiamo noi, idealizziamo il partner di tutte quelle caratteristiche che vogliamo abbia ma che non necessariamente ha. Quando questa carica iniziale della relazione finisce, la delusione quindi è inevitabile.
  • La coppia nasce dall’unione di due partner con caratteristiche uniche, essa è quindi un soggetto terzo . Pertanto nella relazione va considerato il trinomio IO – TU – NOI
  • Per sostenersi la relazione necessita di soddisfare i singoli bisogni: la coppia è la coincidenza di due in-dividui e quando questi non coincidono la coppia non si regge
  • La compensazione in una relazione non è buona: l’altro non è lì per compensarmi; la maggioranza delle complementarietà relazionali è sostenuta dagli elementi disfunzionali dell’interazione tra i due partner che si autoalimentano reciprocamente.
  • La coppia per mantenere il suo equilibrio deve adattarsi, modificandosi in concomitanza dei cambiamenti evolutivi dei singoli componenti e della coppia stessa .

Possiamo quindi concludere con una immagine metaforica che racchiude il “segreto” del saper vivere insieme “due equilibristi che camminano ognuno sulla propria corda tesa avendo però a disposizione una sola barra stabilizzatrice gestita da entrambi in modo da conservare un funambolico equilibrio ….”

Il Presente

passato presente futuro 1

Se avete praticato yoga, meditazione, tai-chi, probabilmente siete stati invitati dal vostro insegnante a concentrarvi sul momento presente, allontanando da voi ogni latro pensiero. Vivere il presente è un efficace antidoto allo stress.

Può darsi che un’eccessiva enfasi sul “qui e ora” abbia fatto nascere in voi qualche dubbio. Per esempio, avreste potuto domandarvi se ciò sia conciliabile o meno con il tipo di società in cui viviamo e con il nostro bisogno di pianificare il futuro.

Come sempre, si tratta di trovare il giusto equilibrio.

Partiamo da un concetto molto semplice: “Noi viviamo ora”. Questo è un fatto inconfutabile: il passato non c’è più, il futuro non c’è ancora, l’unico momento davvero reale è l’attimo presente.

Le persone ansiose sono tipicamente concentrate sul tempo che passa, sul tempo che non è mai abbastanza e , così entrando in un circolo vizioso bizzarramente tragico, finiscono con lo sprecare l’attimo fuggente. Non appena ne acquisiscono consapevolezza, se ne dispiacciono e l’ansia, così, non fa che aumentare.

Eppure, quando eravamo bambini, eravamo perfettamente in grado di goderci la vita. E’ con l’adolescenza che sono cominciati i guai, così poi, diventati adulti, eccoci alle prese col dover riapprendere quello che abbiamo disimparato nel corso degli anni.

Un bambino non si interroga sul futuro, semplicemente perché si affida agli adulti, quindi gli è più facile concentrarsi sul “qui e ora”. E’ questo il Paradiso terrestre, nel quale nessuno si deve pre-occupare ed è naturale apprezzare ogni momento che la vita ci regala.

IL prezzo per entrare nella condizione adulta sta proprio nella consapevolezza della morte, delle malattie, dei possibili ostacoli che incontreremo. Così, prima o poi, usciamo tutti dal Paradiso terrestre ed entriamo nella difficoltà del vivere quotidiano. Eppure è proprio questa stessa consapevolezza che ci salverà da un inutile sofferenza. Essere consapevoli della limitatezza dell’esistenza rende prezioso il nostro vivere; non potremmo apprezzare la luce se, ogni tanto, non sperimentassimo le tenebre. Non potremmo apprezzare il bene se non sapessimo che esiste anche il male. Se da bambini eravamo felici senza saperlo, ora che siamo adulti possiamo imparare a goderci ogni attimo , essendone consapevoli.

Le due nevrosi che più frequentemente si incontrano nei paesi occidentali, dove c’è maggiore agiatezza, sono l’ansia e la depressione. L’ansia, come ho già scritto in molti post, riguarda la paura del futuro, la depressione affonda spesso le proprie radici nella infelicità dell’oggi a causa di un passato insoddisfacente o di una felicità perduta che, molto probabilmente, all’epoca, nemmeno avevamo apprezzato. Lo sguardo rivolto all’indietro o troppo in avanti spesso ci impedisce di apprezzare quello che abbiamo e stiamo vivendo.

Vivere il presente significa ignorare le distrazioni e focalizzarsi su ciò che più conta, adesso.

Vorrei a questo punto sfatare una falsa credenza sul “qui e ora”. Per alcuni vivere nel presente significa inseguire i propri capricci del momento, equivale alla negazione del passato e, peggio ancora, alla mancanza di progettualità.

Proprio quando siamo infelici nel presente è il momento di guardare al passato per imparare. Si potrà, quindi, sulla base dell’esperienza, progettare il futuro. Come?

Il passato è la nostra storia. Negarlo equivarrebbe a negare una parte di noi. L’errore che spesso commettiamo è guardare TROPPO al passato: questo nega il presente e preclude ogni progresso verso il futuro. Ciò che è stato è stato e non torna più. Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo cambiare il significato che esso ha ora per noi. Il valore del passato sta proprio, infatti, nelle lezioni che la storia ci regala.

Quello che comunemente chiamiamo “fallimento” o “errore” in realtà è solo un’esperienza che ha prodotto un risultato per noi insoddisfacente. Le esperienze perfino quelle più negative, possono essere recuperate per quello che sono in grado di insegnarci. Spesso, invece, assistiamo al ripetersi inesorabile di copioni perdenti.

Se voglio ottenere un risultato diverso da quelli ottenuti in passato, non dovrò far altro che rileggere la mia storia in chiave didattica, sfruttando gli errori di ieri per imparare a non ripeterli oggi. Come ho detto sopra, non possiamo cambiare quello che è stato, però possiamo usare quello che è stato per vivere meglio il presente e progettare un futuro migliore.

A proposito del futuro, se è vero che “del doman non c’è certezza”, perché nessuno di noi può conoscerlo a priori, è altrettanto vero che possiamo aumentare le probabilità di raggiungere quello che vogliamo, lavorando sul presente. E’ qui che entra in gioco la nostra capacità di progettare.

Definisco oggi i miei obiettivi di domani, agisco oggi per ottenere qualcosa nel futuro, mi concentro oggi su quello che voglio ottenere, e poi … mi godo il viaggio per arrivare fino alla meta desiderata.

L’elemento chiave per raggiungere un risultato soddisfacente è infatti non sprecare gli attimi che abbiamo a disposizione: voltarsi indietro quel tanto che basta per imparare, guardare avanti quel tanto che basta per impostare un progetto, quindi procedere, passare all’azione, passo dopo passo.

Così, ogni momento potrà essere assaporato per ciò che di buono ci porterà. Vivendo il presente con pienezza, sapremo accettare quello che la vita ci offrirà, senza stancarci mai di agire, con atteggiamento di apertura al cambiamento.

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