Mese: novembre 2020

Non so ricevere e allora prendo

allattamento

Se apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa. Se siamo vuoti, possiamo contenere l’Universo. Buddha

Saper ricevere non è una dote di tutti. Tra chi minimizza, svaluta, considera banale quello che gli arriva e chi sa accogliere, dare risalto, esaltare quello che riceve esiste la vasta gamma di chi non sa o non è in grado di ricevere. E allora prende!

Mi racconta un cliente: “nei miei rapporti intimi, mi trovo spesso in difficoltà. Ho una richiesta che mi viene sempre in mente, un’unica richiesta che mi assilla quando sono con lei: vorrei che a proporsi fosse lei. Probabilmente però, lei sente che aspetto da parte sua qualcosa che non arriva, perché rimane sulle sue. Allora faccio il primo passo, ma le porto rancore e mi chiudo non appena lei risponde positivamente. E’ un circolo vizioso. Ho l’impressione di doverle estorcere la minima carezza e non mi piace. Io invece voglio che sia lei a farsi avanti”.

Volere che il desiderio provenga dall’altro è all’origine di numerosi malintesi e conflitti nei rapporti intimi. L’imperialismo di certi desideri (ma sono davvero desideri?) non si lascia mai scoraggiare né dalle immense frustrazioni che provoca in chi lo nutre né dalla chiusura o la fuga di chi ne è oggetto.

Continua lo stesso cliente: “quando alla fine della giornata torno dal lavoro, nella mia fantasia ci sono sempre le stesse immagini. La vedo aprirmi la porta, precipitarsi verso di me e abbracciarmi, facendo scivolare le mani sul mio corpo. E’ questo che mi aspetto ogni volta, che sia lei a fare la prima mossa. In fondo al cuore, vorrei che mi trasmettesse il suo desiderio. Ma non succede così. Una volta aperta la porta, mi sento frustrato dal poco interesse verso la mia persona; la sua passività mi è insopportabile. Sono io allora che tento verso di lei i gesti immaginati e mi va sempre male: non è il momento, non è disponibile, non è pronta. Più tardi, quando mi chiede se ne ho voglia, rimango freddo”.

L’aspettativa che l’altro ci impone può essere percepita come un esigenza implicita che blocca lo scambio e impedisce la condivisione. Quando in uno dei due il desiderio troppo forte, impedisce la desiderio dell’altro di nascere.

A questo proposito un’altra cliente: “non ho nemmeno il tempo di dargli che lui ha già preso. Ho tentato varie volte di spiegarglielo, Un giorno ho messo la mia mano sulla sua: << vedi, se tieni la mano aperta per accogliermi, io posso darmi a te. Ma se la chiudi subito sulla mia, se mi trascini verso di te, non posso più darti nulla >> subito mi ha criticata: << tu e la tua psicologia da quattro soldi. Non riesci ad accettare, ogni tanto, di essere più semplice.>> Per lui essere semplice significa rispondere subito alle sue aspettative e apparire soddisfatta!”

Questo scenario è pressoché ingestibile, poiché gli atteggiamenti e i gesti di chi ha difficoltà a ricevere quello che non gli viene dato spontaneamente lo spingeranno (in maniera del tutto inconsapevole) a prendere, cosa assai diversa dal ricevere.

Le origini di questo comportamento sono sicuramente antichissime e risalgono agli albori della vita. Immagino un neonato che succhia il seno della madre. Il latte è buono e prezioso, è rassicurante e, con il passare dei mesi, la bocca avide diventa sempre più avida. Divora la mammella, la mastica e quando questa, un po’ troppo sensibile o fragile, tenta di sottrarsi, la bocca si chiude con maggior forza, maggior violenza. Si instaura allora una specie di conflitto tra la mamma e il bambino, tra il desiderio materno di dare e quello infantile , inquieto di prendere, di fare suo quello che rischia di allontanarsi e di sparire.

Mi racconta un’altra cliente: “da principio non me ne rendevo conto, ma con il tempo ho capito che il mio comportamento si ritorceva contro di me, che dovevo evitare di aggrapparmi. Non riuscivo a impedirmi di anticipare l’intenzione del mio compagno. Quando lui si chinava per abbracciarmi, lo stringevo subito tra le braccia, gli prendevo la testa fra le mani e, anche se sapevo che lo detestava, gliela stringevo contro di me. Più lui si dibatteva e voleva allontanarsi, più io lo tenevo stretto. << Sei una vera sanguisuga>> mi ha detto un giorno. <<Hai le mani come la colla, ti attacchi a me come se avessi paura che sparissi>>. E’ vero, avevo paura che sparisse, che smettesse di interessarsi a me. Ma quando gli parlavo di questa paura, scherzando mi diceva (cosa che non mi rassicurava affatto): << nessun pericolo, non mi lasceresti mai andare via>>.

Ricevere non è un atteggiamento passivo , è un atteggiamento relazionale molto dinamico.  Bisogna però accettare di aprirsi a quello che proviene dall’altro. Soltanto in un secondo (brevissimo) momento sentiremo se possiamo accogliere ciò che corrisponde alle nostre aspettative, per farlo riecheggiare e crescere dentro di noi oppure, al contrario, rifiutare quello che non corrisponde ai nostri desideri, o alla nostra sensibilità.

Sull’auto-boicottamento (parte III)

Continua il nostro viaggio nell’infida terra dell’autoboicottamento ….

Rimandare a domani =>

“Perché rimandare a domani quello che possiamo fare oggi?”. Alcuni di noi sono infatti molto inclini a rimandare a domani quello che potrebbero fare oggi stesso.

Questo sabotatore è da temere perché ci induce ad evitare la realtà spingendoci a rimandare in continuazione un’azione, un obbligo, un impegno, posticipandoli a dopo.

“Non devo dimenticarmi di …”, “Devo telefonare a …”, “Devo ricordarmi di compilare la dichiarazione dei redditi prima di domani ..”, “Devo assolutamente aggiustare questa perdita, che dopo varie ore comincia a fare danni …”

Il fatto di rimandare a domani a volte nasce dalla convinzione che si produrrà un evento salvifico, il quale risolverà il problema recandoci sollievo e tranquillità senza che noi dobbiamo intervenire!

Riflessione …

Più libero la mia mente dagli inevitabili limiti che entrano nella mia vita, più mi rendo disponibile ad accogliere l’imprevisto

Incaricarsi di risolvere un problema che appartiene a qualcun altro =>

Questo comportamento consuma parecchia energia ma trasmette una sorprendente vitalità a chi vi si abbandona. E’ evidente che, così facendo, la persona non si fa carico dei suoi problemi né dei suoi impegni. Introdursi nell’esistenza di un altro e fare propri i suoi problemi significa essere convinti di poter vivere più vite alla volta.

Suddividendo la nostra vita in varie esistenze, possiamo avere la sensazione di vivere in maniera appassionata, variopinta, ricca di peripezie e soprattutto di confronti che ci allontanano da impegni i quali porterebbero maggiori implicazioni e forse risulterebbero più destabilizzanti.

Tuttavia impadronendoci in questo modo di un problema che appartiene a qualcun altro come possiamo guarire una ferita o risolvere una situazione personale rimasta incompiuta?

Riflessioni …

Se non ho il coraggio di vivere la mia vita in tutte le sue dimensioni, posso essere tentata di vivere quella degli altri. Così facendo corro meno rischi ….

“Si, ma ……”  =>

Famoso gioco dell’analisi transazionale , in questa accezione riguarda soprattutto coloro che hanno difficoltà a scegliere .

Scegliere infatti vuol dire rinunciare; “vorrei, ma …”. Rimanendo in attesa evito di scegliere e lotto contro l’insoddisfazione che potrebbe nascere in me perché ho scelto di scoprire che volevo tutt’altra cosa. Il “sì,ma” permette di risparmiarsi le difficoltà.

Questo sabotatore si manifesta mediante una piccolissima esitazione, una riserva contenuta nel “ma” che segue una proposta, un invito o l’esposizione di un progetto e che in qualche modo minimizza o sminuisce gli stessi.

“Sono dieci anni che paghiamo l’affitto, potremmo prendere in considerazione l’idea di comprare casa” dice uno. E l’altro risponde: “Sì, ma se un giorno ci viene voglia di traslocare, rischiamo di rimanere bloccati”. Così, prima ancora che il sogno si trasformi in progetto, viene sistematicamente contraddetto e annientato

Ancora: “Potrei anche ricominciare a studiare, ma non so se ne valga la pena alla mia età”.

“Vorrei davvero sposarti, ma non so se tra di noi funzionerà, andiamo bene così, perché complicarci la vita?”.

L’apparente consenso seguito da una riserva indica chiaramente la reticenza e addirittura una mancanza di volontà che non osa esprimersi con chiarezza.

Riflessioni …

Se imparo a scegliere tra desideri diversi (anche se mi sembrano tutti importanti), se mi do delle priorità, non ho bisogno di tradurre il mio rifiuto del conflitto o la mia ambivalenza in pseudo approvazioni o false proposte.

Vorrei =>

I desideri quelli effimeri sono frequenti in tutti coloro che vorrebbero una realtà adattata ai loro desideri, senza che occorra fare altro se non dire “vorrei”.

Tutto accade come se possedesse un’autonomia sufficiente, come se si nutrisse della sua stessa espressione e non chiedesse o pretendesse null’altro se non uno spazio in cui esprimersi. “Vorrei proprio cambiare lavoro è ora di prendere in considerazione qualcosa di altro invece di continuare a fare la segretaria per il resto della vita. Ho ancora delle cose da sistemare, ma non devo tardare troppo”. Questo monologo interiore è sufficiente a portare avanti la situazione per qualche mese, per qualche anno … Permette di “tenere botta” senza troppe bolle!!

Dire “vorrei” o “non vorrei” è una specie di rassicurazione che forse abbiamo bisogno di fare, soprattutto a noi stessi, per confermare che siamo vivi. Questo ci permette di annunciare varie decine di volte in una stessa vita: “Vorrei smettere di fumare, vorrei non ingrassare più, vorrei lavorare di meno, vorrei essere finalmente felice” senza che nulla cambi.

Il “vorrei” o “non vorrei” racchiude soprattutto l’espressione di una velleità che non impegna ma che mostra la nostra buona volontà o la nostra disponibilità a prendere in considerazione un cambiamento. Quando? Come? Questo non viene nemmeno accennato. La semplice formulazione del desiderio è in genere sufficiente ad affrontare il presente senza però metterlo in discussione.

Riflessione …

In fondo, il desiderio racchiude poca vita e si accontenta di poco. In questo è pratico e può servire varie volte senza consumarsi ….

Aspetto sempre che l’altro mi definisca =>

Acconsentendo a essere definiti dagli altri, alcuni hanno la sensazione di essere più accettati o amati. Non correndo il rischio di definirsi o di affermare se stessi, impongono implicitamente agli altri l’obbligo di dire loro (direttamente o indirettamente) come devono essere o comportarsi.

Questo modo di essere e di comportarsi conferisce loro il diritto di aderirvi o adeguarsi, fatto che in seguito permetterà loro di nascondersi dietro l’opinione che hanno sollecitato ma che non gli appartiene, oppure di opporre resistenza e di non prenderla in considerazione, screditarla o affermare di non essere stati mai capiti, amati e accettati così come sono.

Lei: “in fondo non ho ma saputo se mi amavi veramente. Io aspettavo sempre la conferma del tuo amore per sentire, dentro di me, che provavo amore per te”

Lui: “questo vuol dire che se non senti il mio amore per te, non senti nemmeno quello che tu provi per me.

Lei:” Sì, lo sento, ma è meno forte, non è lo stesso

Questo auto sabotatore è più sottile di quanto sembri. In certi casi, punta a mettere l’altro con le spalle al muro.

Lei: “Se mi dicessi – Resta! – non avrei più bisogno di andarmene. Saprei che ci tieni a me, che mi ami!”

Lui: “Ti chiedo di restare”

Lei: “Bene, allora resto, non voglio lasciarti, ma devi comunque capire che ce l’ho con te. Ho dovuto chiedertelo, non è stata una cosa spontanea da parte tua. In fondo non so se tuo vuoi davvero che io resti. E se non te lo avessi chiesto, non lo avrei mai saputo”.

Sussiste al tempo steso un bisogno (associato ad una paura) di conoscere il punto di vista dell’altro o la sua opinione. Ma dato che questo punto di vista è sollecitato, non ha alcun valore per chi lo ottiene. Il punto di vista così ottenuto permette tutt’al più di mantenere le distanze, di non impegnarsi e di rigirare la situazione a proprio vantaggio quando il momento sembra buono.

Riflessioni …

Al gioco del “chi vuol definire ad ogni costo il rapporto” e del “chi definisce chi” i perdenti spesso sono due ….

Direi che motivi per riflettere potete trovarne molti in questi 3 post, se avete poi voglia di raccontarmi i vostri “auto-sabotatori”, ognuno di noi è molto bravo a farne assolutamente di personali, potete lasciarmi un commento o scrivermi => gabriellacosta@ri-trovarsi.com 

Sull’auto-boicottamento (parte II)

autosabotatore 2

Nel post precedente ho fatto un po’ il punto su cosa sia autoboicottamento , quanto sia subdolo e insinuante ed in che maniera lo mettiamo in atto. Vediamo ora di porre l’attenzione su quali sono   gli auto sabotatori più frequenti che portiamo e alimentiamo dentro di noi molto spesso senza saperlo.

La banalizzazione e l’ironia =>

Banalizzare una parola, una situazione o le convinzioni di una persona significa volerne ridurre l’impatto o deviare la portata.

L’ironia si distingue dall’umorismo perché chi la impiega lo fa con l’intenzione di sminuire la persona verso cui è diretta. Chi ironizza lo fa riducendo tutto, soprattutto le novità, a un fatto conosciuto (“ho già letto qualcosa in proposito, è risaputo” – “Ci sono un sacco di persone che hanno provato senza mai ottenere risultati”) e negando il valore di una scoperta (“ ma sono cose arcinote, lo può fare chiunque”).

Respingendo il possibile invito a cambiare punto di vista, rimaniamo aggrappati alla nostra angolazione, a quello per noi noto e controllabile.

Il sarcasmo può essere usato anche per mostrarsi “al di sopra della massa”. L’ironia e la banalizzazione vengono impiegate per sfuggire la necessaria umiltà a riconoscere una realtà diversa e per evitare di toccare con mano l’apparire di un’altra verità la quale può essere espressa soltanto mediante l’abbandono di qualunque giudizio e interpretazione.

In questo caso l’autosabotatore adempie ad una funzione, quella di osservare il controllo sulla persona o sulla situazione: non intende lasciarsi sorprendere né superare.

Riflessione …

C’è sempre da imparare, soprattutto quando non siamo d’accordo. Senza dimenticare che nella ricerca della verità, il difficile viene quando la si trova …

Il rifiuto di esprimersi, ripiegandosi sul silenzio =>

Per avere il coraggio di esprimersi è necessario un clima di fiducia e soprattutto la sensazione che chi ci ascolta riceverà e magari ci invierà addirittura una sua eco, ampliando così la nostra comprensione. L’espressione di sé può avvenire su diversi livelli: a livello delle idee, delle percezioni, dei sentimenti, delle emozioni, delle credenze o anche a livello di fatti, dell’immaginario o di risonanza. Questo permette una gamma di possibilità che verranno espresse o taciute secondo le circostanze, le persone presenti e le questioni conscie o inconscie che si agitano in chi ha qualcosa da dire a proposito di se stesso o di un altro.

Il rifiuto di esprimersi e il ripiegarsi su di sé sono talvolta alimentati da un alibi che potremmo enunciare :”A ogni modo, parlare non serve a niente” oppure “Nessuno può capirmi” e ancora: “Ogni volta che ho voluto parlare la cosa si è ritorta contro di me”. Spesso una sorta di autocompiacimento accompagna questo rinchiudersi in se stessi in modo da potersi poi considerare”incompresi”.

Questo auto sabotatore permette inoltre di mantenere le distanze in una bolla protettiva di autocompiacimento, evitando pertanto di rimettersi in discussione. Non offro all’altro nessuna presa per permettergli di penetrare nel mio intimo. Così facendo, non corro nessun rischio di essere influenzato, ma al tempo stesso mi privo di tutto ciò che un cambiamento potrebbe offrirmi.

Riflessione …

Correre il rischio di formulare parole all’indirizzo degli altri può permettermi anche di capirli …

 

Fare un’importante richiesta attraverso un rimprovero diretto o implicito =>

Quando telefoniamo al nostro ragazzo per chiedergli se domenica è libero e subito esordiamo dicendo: “Oggi non mi hai chiamato!” rischiamo di sabotare il rapporto prima di vederlo.

Se scriviamo a qualcuno per chiedergli aiuto e ci organizziamo per muovergli una critica del genere: ”lei ha deliberatamente tralasciato di dirmi che poteva aiutarmi” è assai probabile che non otterremo una risposta soddisfacente. La qual cosa ci confermerà che questa persona “non è in grado di aiutarci”.

Ricorrere alla fatalità con un velo di vittimismo che ci spinge a dire “a ogni modo, doveva capitarmi”, significa aprire una porta per ritrovare la strada che ci permetterà di portare avanti il ciclo di insoddisfazioni.

La sensazione di essere in questo mondo per fungere da catalizzatore di tutte le disgrazie dell’universo può essere alimentata da un modo di pensare pseudo altruistico: “per lo meno, cadendo su di me il fulmine ha risparmiato qualcun altro!”. Questo fa sì che non abbiamo alcun motivo di cambiare o modificare il modo in cui diamo inizio ad uno scambio …

Riflessione …

Ogni volta che invoco la fatalità mi risparmio di interrogarmi sulla mia responsabilità personale.

La repressione immaginaria  =>

L’assidua pratica della repressione immaginaria costituisce un auto sabotatore molto diffuso. Può tuttavia avere conseguenze dolorose che assumono le sembianze di blocchi, inibizioni, precauzioni e prudenze eccessive o di paralizzanti limiti che ci impediscono di esprimerci, osare, chiedere o semplicemente di correre il minimo rischio nei nostri rapporti e nei vari impegni della vita.

La repressione immaginaria si attua a partire da un processo di proiezione che ci induce a immaginare in anticipo ciò che potrebbe capitarci se facciamo o intraprendiamo la tal cosa, se pronunciamo la tal parola, se prendiamo la tal decisione.

La repressione immaginaria ci trattiene alle dipendenze dei nostri stessi diktat. In questo senso è infantilizzante per se stessi e per gli altri. Immaginare, pensare al posto dell’altro, dirsi che non riuscirà a sopportare quello che stiamo per rivelargli, che crollerà se compiamo una determinata azione o se gli diciamo quello che pensiamo equivale in un certo qual modo ad alimentare la dipendenza di questa persona, giacchè la crediamo incapace di far fronte a quello che potremmo dirgli. Metterla in pratica significa usare violenza a se stessi (privazioni e divieti non giustificati dai fatti) e all’altro (decidere al posto suo quello  che va bene o non va bene).

Per alcuni abbandonare la repressione immaginaria significa dover correre il rischio di prendere posizione, fermarsi e rinunciare al bisogno di approvazione che talvolta domina la loro vita.

Questa anticipazione “negativizzante” del pensiero, del giudizio o del comportamento altrui nella maggior parte dei casi ci inibisce e ci induce a non dire o non fare quello che riteniamo auspicabile o valido per noi. Essa uccide la spontaneità, generando ,in chi vi si abbandona, depositi di amarezza, montagne di residui,voragini di rimpianti; alimenta nubi di scorie e agita nella quotidianità tempeste di insoddisfazioni.

La repressione che imponiamo a noi stessi contribuisce inoltre a rafforzare la svalutazione di sé, il disprezzo, il senso di impotenza e il culto del fallimento.

 Riflessioni …

Provare ad evitare di pensare al posto dell’altro, lasciargli al responsabilità di ciò che prova, sente o immagina da sé e non esitare a prendersi cura delle proprie aspirazioni ….

 

Rimani con me … non è ancora finito …. ci vediamo domani per l’ultima parte!

Sull’auto-boicottamento ….

“Anche il più terribile fallimento, anche il peggiore, il più irrimediabile degli errori, è di gran lunga preferibile al non averci provato.” (cit.)

Oggi un post che ho diviso in tre parti perchè un po’ lungo. Una riflessione sull’Autoboicottamento, quel meccanismo perverso che ci fa reiterare sempre lo stesso copione disfunzionale che porta come tornaconto la convalida del nostro fallimento nata da un “lì e allora” svalutante.

Diventare maggiormente consapevoli del terrorismo relazionale che possiamo esercitare su noi stessi significa cercare di capire meglio tutto il male che rischiamo di farci con sincerità accecante.

Fin dagli albori dell’umanità, l’uomo è sempre stato un temibile predatore, sia per gli altri sia per se stesso. Ad essere forse diversi sono i metodi di questa predazione. Sono diventati più precisi, più sofisticati, più efficienti, soprattutto nei confronti della violenza e del male che possiamo infliggere a noi stessi o agli altri.

Per alcuni arrischiarsi ad essere felici pare costruire un’incongruenza oppure una calamità. Si adopereranno dunque a maltrattare se stessi con un bel po’ di costanza. Per un auto predatore, infatti, fare del male a se stesso, alimentare in un modo o nell’altro le proprie sofferenze, graffiare le proprie ferite, nutrire le proprie delusioni e cogliere al volo un determinato evento o pretesto per sminuire se stesso rappresenta talvolta un’attività a tempo pieno.

“Comunque sia, so che quello che faccio non servirà a niente e quindi non intendo darmi da fare per riuscire. So già che il mio lavoro è inutile e fallirò certamente….” Esiste il male che ci facciamo a causa delle scelte di vita, delle decisioni, delle azioni compiute che si rivelano catastrofiche; esiste anche il male che alimentiamo coltivando pensieri tossici e rimuginando su insoddisfazioni , risentimento o rancore.

Si tratta di “produzioni proprie” coltivate con molta cura, creatività, tenacia. Esiste altresì, di conseguenza, il male che facciamo a coloro che amiamo, che ci amano e che ci sono vicino nel momento in cui scoprono la loro impotenza di fronte all’incredibile energia che impieghiamo per alimentare la nostra scontentezza, mantenere in vita la nostra angoscia o crogiolarci nel nostro malessere.

Vivere con un inveterato auto distruttore o essergli costantemente vicino risulta sempre assai pesante per gli altri, che si sfiancano a prestare vari tipi di aiuto, rassicurazione e saggi consigli, invariabilmente uno meno dissuasivo dell’altro.

Bene o male facciamo tutti ricorsi all’autosabotaggio, possediamo addirittura degli auto sabotatori preferiti che sono all’opera fin dall’infanzia, amplificati e resi parte di noi anche dalle ingiunzioni e dai giudizi arrivati dalle nostre figure di riferimento. Per alcuni questi auto sabotatori risalgono così indietro nel tempo che vengono confusi con le proprie origini e considerati parti di se stessi, come se fossero codificati nei geni, insiti nel carattere o nella personalità.

“Io comunque sono sempre stata così. Fin da piccola tutto mi scivolava dalle dita. Credevano che fossi maldestra, ma non è vero, occorre una certa abilità per incrinare un piatto o un piattino senza romperli! Io ho il terrore di tenere qualcosa in mano per più di tre minuti. Ad ogni modo, occorre rinnovare le stoviglie, vero???”.

Gli auto sabotatori che potremmo anche chiamare “guastafeste della vita” oppure “nemici interiori” sembrano funzionare in maniera indipendente dalla nostra volontà, paiono addirittura dotati di una perseveranza e tenacia eccezionale. Sono loro che inquinano la nostra esistenza e ci trascinano verso direzioni e decisioni per nulla corrispondenti ai nostri desideri o scelte di vita.

Questi atteggiamenti, comportamenti, pensieri affiorano nei momenti più imprevedibili, dopodiché si ancorano e sembrano inamovibili. Tutto ha inizio con delle idee che “spuntano” nel momento peggiore, offuscando la nostra lucidità, sviando la nostra volontà , agendo in maniera del tutto indipendente, facendoci nel contempo credere che siamo stati noi a scegliere.

Questi auto sabotatori si impongono, prendono possesso della nostra mente, mascherano le nostre decisioni, si infiltrano nelle nostre parole e azioni invadendo il nostro presente.

L’autosabotatore, ben insediato in noi da anni, ha vari volti. Può presentarsi con la voce del buon senso e della ragione oppure, al contrario, con la voce angosciata o seducente di un neonato, di un bambino in ansia, di un adulto fragile, smarrito, che ha bisogno di essere rassicurato e tranquillizzato, di un adolescente ribelle che cerca di affermarsi o di un esperto la cui esperienza non si può mettere in dubbio.

Altre volte l’autosabotatore può comparire accompagnato dall’immagine di un genitore colpevolizzante o critico, che dispensa ordini: “Devi … non puoi fare … devi sentirti in dovere … non puoi assolutamente sottrarti …” La gamma delle ingiunzioni che ci spingono a fare quello che non vogliamo è assai varia e persuasiva.

L’autosabotatore gioca principalmente con i dubbi, le paure e il senso di colpa, ma anche con l’immagine di sé. In questo senso, è in grado di alimentare una “bella immagine” che abbiamo bisogno di conservare dentro di noi, per noi stessi o per gli altri. E’ l’immagine del buon padre, della buona madre, del buon impiegato, del buon figlio o della figlia perfetta che abbiamo interiorizzato e che per anni continuiamo a nutrire e a coltivare.

Si tratta di immagini in genere alimentate da paure immaginarie, poco reali così come lo è la maggior parte delle paure. Paura di dire, di non dire, di fare, di non fare e soprattutto di essere visti “come non vorremmo” o eticchettati in maniera peggiorativa.

Per la maggior parte dei auto sabotatori l’origine risiede nella precoce sedimentazione, dentro di noi, di certe mancanze. Mancanza d’amore, mancanza di fiducia, mancanza di speranza, mancanza di prospettive positive, mancanza di punti di riferimento visibili, concreti e di confini sicuri.

Rimanere aggrappati ad una situazione di mancanza e farne una fissazione suscita in genere frustrazioni e angoscia, rivendicazioni e collera, violenza verso gli altri e verso se stessi. Ecco perché  ogniqualvolta riusciamo a riconoscere il bisogno che si cela dietro la mancanza, gli auto sabotatori diminuiscono e magari spariscono.

Quello che pertanto è necessario effettuare è un lavoro di rivisitazione degli eventi che hanno composto la nostra vita, accogliendo ciò che è avvenuto e lasciandolo poi andare proprio perchè appartiene ad un passato che non è più …..  

Affinchè questo non rimanga solo un pio desiderio, è necessario individuare i nostri auto sabotatori, facendolo ci sentiremo più dinamici e, cosa importantissima, svilupperemo un maggior rispetto verso noi stessi ….

E allora al lavoro ….. quali sono i tuoi autosabotatori ????

“La tua zona confort è un luogo bellissimo ma no vi cresce nulla” (cit.)

 

Continua a seguirmi se ti va di saperne di più ….

Confini, limiti e principio di realtà

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“Per essere sereni bisogna conoscere i confini delle nostre possibilità e amarci come siamo.” R.Battaglia

Una risonanza che viene direttamente dalla giornata di ieri e su ciò su cui abbiamo lavorato con le ragazze del Corso Triennale in Counseling Espressivo …….

Molte persone odiano e temono i conflitti e farebbero di tutto pur di evitare uno scontro: fuggire, scusarsi, capitolare.

Esse sono convinte che lo scontro rappresenti il fallimento in un rapporto e che nella vita sociale bisogna fare molte concessioni.

D’altra parte è la vita stessa che alla lunga dimostra a queste persone che ogni sforzo e concessione per evitare un conflitto non fa altro che alimentare l’astio. Tutti questi permessi dati agli altri vengono immagazzinati e contabilizzati dall’inconscio e, prima o poi, il conflitto non risolto esplode con una violenza direttamente proporzionale al suo stato di latenza.

Non è possibile non dire mai no. Ad un certo punto è necessario stabilire dei limiti, mettere dei confini; tanto più che ogni volta che evitiamo di dire no agli altri, diciamo no a noi stessi, ai nostri bisogni, ai nostri desideri.

E’ dunque un tradimento personale quello che ci infliggiamo ogni volta che rifiutiamo lo scontro e nel momento in cui rifiutiamo il confronto, permettiamo all’altro di prendere tutto lo spazio del rapporto.

Il solo modo per non farsi schiacciare da questo gioco di potere è quello di conoscere le regole e di giocare a nostra volta invece che fuggire o capitolare al primo aggrottare di sopracciglia.

Il conflitto non è necessariamente sinonimo di violenza, esso rappresenta una componente naturale della vita relazionale ed è indispensabile per rispettare e far rispettare la propria individualità, il proprio spazio.

Bisogna tenere bene a mente che i confini sono indispensabili; una vita senza limiti è come un paesaggio immerso nella nebbia.

I confini rassicurano, strutturano e costruiscono l’identità; è indispensabile conoscere dove siamo, fino a dove possiamo spingerci e dove è bene fermarsi per non invadere il territorio di chi ci sta di fronte.

I limiti interni sono quelli che definiscono il territorio mentale e che permettono alla persona di Essere. I limiti esterni sono quelli delle persone che ci circondano e dell’ambiente in cui viviamo la scoperta dei quali non avviene senza difficoltà.

Di fatto, veniamo al mondo con l’illusione di onnipotenza. Crediamo che il mondo giri intorno a noi

Tuttavia, presto o tardi, in maniera progressiva o brusca, dovremo capire che alcune cose sfuggono al nostro potere, accantonando così l’illusione dell’onnipotenza. E’ impossibile avere tutto e subito, comincia a far capolino quel “principio di realtà” che al suo ingresso sul palcoscenico del nostro io bambino procura sofferenza e frustrazione, quella dolorosissima sensazione di sentirsi impotenti nei confronti del nostro ambiente.

Ma se non impariamo a gestire questa frustrazione cresceremo adulti violenti e compulsivi, poiché la frustrazione senza controllo si trasforma in rabbia, volenza e compulsione.

Conoscere quello su cui abbiamo potere e ciò su cui non l’abbiamo ci permette di incanalare l’energia in maniera costruttiva. Invece di disperdere le nostre forze in battaglie vane contro elementi incontrollabili, è molto più produttivo concentrare le proprie azioni su ciò che possiamo davvero modificare, allentando la presa su tutto il resto.

Imparare a gestire la frustrazione porta alla maturazione, all’evoluzione “sana” della nostra esistenza.

L’integrazione dei limiti è indispensabile alla vita dell’adulto ed è attraverso l’apprendimento della pazienza che possiamo gestire la frustrazione.

Pazienza che non vuol dire “rinuncia” bensì capacità di fare un obiettivo esame di realtà che tenga conto dei limiti, presenti nel contesto, e, a volte, della necessaria posticipazione della soddisfazione di un bisogno.

Aver pazienza è perdere quel senso di onnipotenza statico per inserirsi nel fluire fatto di pieni e vuoti della vita.

Limiti e confini servono a definire la propria identità, a distinguere tra reale e immaginario, a controllare ciò su cui possiamo intervenire, ad allentare la presa sul resto, a incanalare le energie in maniera costruttiva ed a far rispettare i propri bisogni e valori senza mai però perdere di vista la realtà.

Il mal-essere: ragione sufficiente per il cambiamento?

malessere

“Individuare le dimensioni nascoste del nostro essere èl’unico modo di esaudire le nostre esigenze più profonde” Deepak Chopra

Ci sono momenti della nostra vita in cui facciamo dei bilanci: compleanno, capodanno, matrimonio, nascite  ….

Questi momenti, nella maggior parte dei casi, segnano altrettante tappe che ci spingono a lasciarci alle spalle un periodo e a situarci in rapporto alle proiezioni del passato.

Le domane che più spesso ci poniamo sono: sono diventata/o quella/o che volevo essere? Sono felice? Mi piace vivere in questo modo?

La risposta negativa ad una di queste domande dovrebbe stimolare un desiderio di cambiamento, perché ci porterebbe a constatare che abbiamo in qualche modo fatto degli errori nella nostra realizzazione e ci troviamo a vivere atrofizzati nei nostri copioni e ruoli. Eppure, non tutti abbiamo le stesse armi per passare all’azione.

Freud osservava che le persone spesso tengono molto di più alle loro nevrosi che a quello che sono. La nevrosi tutto sommato ci “protegge” dall’esporre al mondo quella parte autentica che ha bisogno di impegno costante per essere curata. Inoltre ci protegge dal prendere una netta posizione nei confronti della Vita seguendo senza mezzi termini quell’élan vital che spinge il nostro andare, contro quello slancio distruttivo che spesso cancella ogni nostro entusiasmo.

Freud identificava nell’essere umano due forze contrapposte: una pulsione di Vita, fatta di elementi dinamici e di desideri che stimolano il cambiamento e una pulsione di Morte, che ci mantiene in uno stato di inerzia oppure crea un movimento all’indietro, alla quale la prima si oppone.

Queste due pulsioni sono collegate alla nostra psiche più primitiva. Fin dalla nascita sappiamo che moriremo questa è l’unica certezza certa. Ma non possiamo vivere con questo pensiero non abbiamo quindi altra scelta che instaurare un compromesso tra queste due forze.

L’equilibrio che si raggiunge è direttamente proporzionale all’energia e alla volontà che si impiega nella “lotta”: se queste sono ben supportate da una buona immagine e fiducia di sé, il risultato porterà ad un’armonia degli opposti che si integreranno in pieni e vuoti seguendo il ritmo dei nostri passi. Se invece le forze che sostengono l’istinto di Vita sono indebolite dai troppi giudizi, svalutazioni, rese, la pulsione distruttiva avrà la meglio, vivremo in uno stato di costante ansia e la sofferenza invaderà il campo.

Va da sé, che da quanto detto sopra, le probabilità di cambiare sono maggiori quando le cose non vanno, o peggio, quando si soffre. In questo caso il cambiamento diventa una sorta di reazione di fronte ad una saturazione che paradossalmente è il vuoto, il caos, la mancanza di direzionalità, quella latente paura della “morte” che è la fine di ogni cosa

Perché il cambiamento abbia inizio non è solo necessario il mal-essere, bensì è di fondamentale importanza mantenere viva la tensione tra ciò che siamo e ciò che non siamo, per dirla con Shakespeare “Essere o non essere”, ossia ciò che accetteremo di essere e ciò che rinunciamo ad essere. Senza questo l’azione non prende corpo e il mal-essere diventa la comoda culla che ci tiene fuori dalle responsabilità.

Sì perché l’Essere necessita di un intimo dialogo con se stessi. Per esistere dobbiamo passare da uno stato di sottomissione, in cui facevamo tutto per essere amati, ad uno stato di azione, di affermazione, di piena presa di responsabilità di noi stessi e quindi di cambiamento.

Essere non è altro che dialogare con la nostra pulsione di vita, accompagnarla, mantenerla e incanalarla verso la sua piena realizzazione.

Essere significa divenire, evolvere in un continuo percorso di crescita interiore.

La questione, a questo punto, diventa chiara, ossia sapere quali sono i nostri specifici desideri, quelli che alimentano la nostra esistenza e da qui ogni passo per uscire dalla zona grigia diventerà più leggero.

Certo il momento che stiamo passando così precario e sospeso non è dei più fertili per decidere cosa vogliamo e cominciare a fare quei passi necessari per raggiungerlo.

Tuttavia potrebbe essere l’occasione per attingere a quella creatività, di cui tutti siamo forniti, per ribaltare la situazione e fare della sospensione un’opera d’arte.

Immaginatevi una scultura di Calder sublime nel suo leggero movimento, libera da ogni cornice o piedistallo, che permette al visitatore di poterla osservare da ogni parte girandoci intorno, cogliendone ogni particolare.

 

Alexander Calder, Rouge Triomphant, 1959-1963

E lì in quella “sospensione” trovare la via per ricaricare quella “pulsione di vita”, la sola che è in grado di adattarsi alle oscillazioni di questa vita precaria …….

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