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Che cosa voglio?

 

COSAVOGLIO

Sarebbe da stupidi, non credi? Passare una vita intera a desiderare qualcosa senza mai agire. (Dal film Blow)

In molti post di questo blog c’è il rimando a questa amletica domanda “Che cosa voglio?” che è il punto di partenza da cui iniziare per poi raggiungere quei famosi obiettivi nati proprio dall’ascolto dei nostri bisogni. Mai però ho dedicato un intero post alla domanda in questione, sollecitata dal week end di formazione che ho condotto,  vediamo un po’ dove mi porta la riflessione ….

Per molte persone è difficile rispondere a questa domanda. Questo è dovuto al fatto che , oltre non tenere in considerazione la nostra voce interiore, viviamo anche in tempi in cui abbiamo a disposizione una scelta pressoché sterminata di modalità di configurare la nostra vita.

Esiste una massima buddista che dice che i problemi dell’uomo dipendono in gran parte da tre tipologie di difficoltà che hanno tutte a che fare con la volontà:

  1. L’uomo vuole cose che non può ottenere
  2. L’uomo ottiene cose che non vuole avere
  3. L’uomo spesso non sa neppure di preciso che cosa vuole o non vuole avere!

Per risolvere questi problemi è consigliabile liberarsi di molte illusioni a cui ci siamo affezionati o di cui non ci siamo resi conto fino ad oggi.

Il famoso primo passo consiste nel rivolgere uno sguardo spassionato e realistico alla realtà della nostra vita, che viene quasi sempre alterata da quattro situazioni: desideri non ponderati, sogni irrealistici, aspettative inadeguate, traumi del passato irrisolti.

Spesso mi capita di sentire dai miei clienti: “Sento che nella mia vita dovrei cambiare qualcosa , ma non so esattamente che cosa. Tutto sommato sto bene e ho tutto quello di cui ho bisogno. Ma in realtà non è ciò che voglio veramente!”

Questa situazione porta di regola ad uno stato di confusione interiore che può rapidamente crescere e trasformarsi in una sorta di disperazione. Il che genera poi insicurezze ancora maggiori e delusioni riguardo all’”ingiustizia della vita”. Se si osservano queste dinamiche da una prospettiva interiore ci si rende facilmente conto di quanta energia la singola persona disperda in un simile processo. Un’energia di cui di fatto avrebbe bisogno per imboccare un cammino costruttivo.

La chiave per risolvere questa situazione consiste nella capacità di distinguere nettamente la propria realtà interiore dal quella prestabilita dall’esterno. Solo nel momento in cui si riconosce la modalità con cui i propri progetti interiori si distinguono dalle direttive provenienti dalla famiglia o dalla società può avere inizio il cambiamento.

Senza dubbio questo potrebbe significare anche liberarsi dall’idea che: se tutti lo fanno, sarà pure giusto. Non necessariamente!!! E’ vero che può essere giusto per alcuni o addirittura per molti, ma magari non per me! E se così fosse proviamo a domandarci: avremo il coraggio di opporci ad una travolgente maggioranza di familiari, amici, colleghi??? Ricordiamoci che è in gioco nientemeno che la NOSTRA VITA!!!!

Ecco un esercizio: cominciamo ad esaminare quelle concezioni o attività che possedete o avete eseguito da sempre. Scrivetele su un foglio e integratele con un commento: “va bene per me” o “non va bene per me”. Potete anche scegliere la formula: “è frutto di una mia convinzione” oppure “è solo l’opinione di …. ma non la mia”.

Di sicuro in una società sovrabbondante di stimoli non è sempre facile percepire la flebile “voce interiore” che parla alla propri anima. Quindi sarebbe assolutamente necessario concedersi ogni giorno alcuni minuti di silenzio. Per farlo, poi sarebbe utili trovare un posto adatto, tutto nostro. Fermare tutto …. Respirare …. e Ascoltare …. In modo da poter distinguere nel caos informe delle voci di sottofondo, la voce solista che piano piano affiora.

Chi si abitua ad ascoltare la sua voce interiore verrà a conoscenza di quello che vuole veramente. Acquisirà una chiarezza che avrà effetti positivi in due direzioni: in primo luogo eliminerà ogni dubbio sulle proprie intenzioni e secondo trasmetterà una forza che permetterà di attuare in maniera mirata quanto riconosciuto come personale verità……

 

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati. Martha Medeiros

Risveglio

risveglio 2

Foto: “il croco nella neve” Anna Caliendro

Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno.
Pablo Neruda

Sospesa nell’assoluto, ti abbandoni al flusso per fonderti fino a trovare il senso della sua trama.

Ancora non sai chi sei, intuisci solo una impercettibile lieve sensazione che ti spinge a desiderare questo inizio …. Sospinta da questa sensazione desideri soltanto che sia un buon inizio e che, finalmente, tutto quanto grida gioia di nascere in te, riceva ascolto e ti cresca dentro per portare i tuoi frutti …

Non sei più quella di prima, sei nata da poco con gli occhi aperti, sai e ricordi … Neonata, vorresti restare a farti cullare, accudire, nutrire e coccolare, avvolta nella tua pelle di seta che attende soltanto il calore del sole … quel caldino che sa di buono, di grande rispetto per una vita che nasce…. Piano, piano incominci a far chiarezza a portare a coscienza il tuo essere nata …

Camminiamo nella vita trasportando pesi che non sono più nostri, zaini che sembrano appartenere ad altre vite e che non riusciamo ad abbandonare. Ci identifichiamo con aspetti di noi stesse che andrebbero messi in un museo o abbandonati al corso di un ruscello che li porti fino al mare. Ci identifichiamo con i simulacri di quello che siamo state e ci portiamo a spasso, come fossimo manichini abbandonati tra le quinte di un teatro ormai dismesso. Crediamo di essere ancora quello che ormai non siamo più. Un inganno che dura da una vita, così sottile da non lasciarci nemmeno l’occasione di smascherarlo tanto che, scelte dettate da qualcosa di già morto, continuano a farci ignorare il nuovo che avanzerebbe se ne avesse lo spazio.

Riposati ancora un poco, non avere fretta … attendi che la tua trasformazione ti si mostri, come una magica sorpresa …. Ma non è magica … E’ realtà!!

Ora sei pronta ad entrare in contatto con i tuoi reali bisogni, hai lasciato andare, almeno nel silenzio segreto della tua intimità, quelle maschere o quelle corazze che ti eri tenuta stretta addosso.

Stai portando alla luce quegli aspetti di te che hanno dormito fino ad ora, ma che consideri il tuo capitale segreto.

Quante volte hai detto un “mi piacerebbe dipingere, scrivere, cantare, suonare il pianoforte, studiare il giapponese, imparare a cucinare, fare un corso di yoga …. ma non ne ho il tempo??? ..” Quante volte hai represso i “no” che avresti voluto urlare ma che hai trasformato in un “sì” per non fare brutta figura, per non deludere gli altri, per non essere criticata, abbandonata? … Quante volte hai rinunciato ad ammettere il tuo bisogno di amore, oppure la tua rabbia, la tua paura, la tua voglia di stare, scappare, ritornare, abbracciare??? … Quante volte avresti voluto uscire da uno schema, cambiare gioco, perdonare, schiaffeggiare, ma non l’hai fatto??? ….

Il con-tatto con i tuoi veri bisogni è il primo passo per volerti bene e ri-nascere al Nuovo. Non si tratta di capovolgere il mondo ma, caso mai, di vedere lo stesso mondo da altri punti di vista e di percepire te stesso nel mondo, non come vittima di una vita voluta da chissà chi per te, ma alla guida della tua automobile, certa di poter decidere, per quanto ti sia possibile, dove e come condurla. Certa di voler sbocciare per quella che veramente sei e che magari avevi solo dimenticato di essere…..

Hai una missione, la tua energia è di un certo tipo e tu, fedele a te stessa, puoi soltanto abbandonarti al suo flusso e cavalcarla interamente.

La natura invernale si carica di neve, il vento impetuoso la travolge, temporali la devastano, il gelo pare a tratti che la voglia congelare e la metta a dormire per sempre. Ma la natura è viva e rimane la stessa, pur trasformandosi incessantemente.

Tutto ri-nasce, tutto ricomincia ad ogni ciclo di trasformazione, ma l’anima di ogni elemento della natura rimane fedele a se stessa.

Un albero, nonostante il vento, la tempesta, il gelo e la neve rimarrà sempre lui, quell’albero, resistendo fedele a quello che è. Così anche per te ….

Ricomincia il tuo ciclo in ogni istante dell’anno, fluisci con l’energia di quel momento ma sei sempre tu, fedele alla tua natura, fedele all’amore di te ……


liberamente tratto da:

S.Garavaglia – 365 Pensieri per l’anima – Ed. Tecniche Nuove




Buchi da riempire e paura del vuoto

VITA VELOCE 1

“Abbiamo un bisogno urgente di rallentare, riprendere fiato, di sbarazzarci dall’angoscia di non arrivare a fare tutto quello che si deve fare nell’arco delle ventiquattro ore che fanno la giornata. Nella ricerca della tranquillità, il primo passo è il divorzio dal mito della velocità” Christoph Baker

A volte mi domando, e in questo momento più che in altri, perché ci intossichiamo di cose da fare entrando in circoli viziosi di movimento che hanno ben poco a che fare con i nostri reali obiettivi, facendoci risucchiare da vortici di attività da cui è difficile poi fermarci. Che cosa c’è dietro a tutta questa frenesia da cui così facilmente ci lasciamo invadere e contagiare?

Quasi sempre il risultato è un progressivo allontanamento da noi stessi che ci porta a perdere il ritmo, il nostro, quello con gli altri e con il mondo che ci circonda, diventando come ballerini che seguono automaticamente il passo della musica proposta senza entrarci davvero dentro.

Tutto gira sempre più veloce e noi affannati a cercare di stare dietro ad ogni cosa, proiettati perennemente nel futuro senza tempo di vivere il presente.

Arriva tuttavia un momento in cui sentiamo un richiamo che giunge dalle sconosciute profondità di noi stessi e ci pone un’imbarazzante domanda “Chi sei?”

Molti di noi cresciuti nell’ambito della cultura attuale che in fondo crede che non ci sia nulla di particolarmente affascinante da scoprire dentro di noi, zittisce subito la voce seguitando indaffarata la propria esistenza tra i mille impegni spesso gestiti da un pilota automatico che segue mappe e priorità tracciate da altri.

Non solo il lavoro, ma gli stessi passatempi odierni tendono a occupare ogni singolo istante, colmando tutti gli spazi senza lasciarci più momenti vuoti di riflessione necessari a riconoscere chi siamo, dove stiamo andando, di cosa abbiamo bisogno e cosa vogliamo.

Queste domande, se ignorate, diventano buchi che premono per essere riempiti, ma visto che il fermarci a rispondere comporterebbe la messa in crisi di tutto quello fatto fino ad ora, l’attenzione viene distolta, portata altrove e i buchi vengono colmati con surrogati che servono a tacitare i nostri veri bisogni.

Videogiochi coinvolgenti, film appassionati, riviste patinate che raccontano le vite romanzate di altri, ci fanno vivere emozioni ed esperienze in prestito, per non occuparci delle nostre. Giochini meccanici e ripetitivi fatti al telefono ci ipnotizzano, distogliendoci da un contatto più profondo con la nostra quotidianità.

Il richiamo da questo spazio interiore troppo spesso ignorato e inesplorato e che, nonostante tutto, continua a lanciare segnali, porta con se attrazione e paura.

Attrazione perché “essere ciò che siamo e divenire ciò che siamo capaci di divenire è l’unico scopo nella vita” (B.Spinoza). Paura, perché la scoperta di chi siamo davvero, come ho detto sopra, potrebbe mettere seriamente in discussione tutto quello che fino ad ora abbiamo creato e creduto; oppure, perché davvero pensiamo che ci sia solo dentro di noi una voragine senza fondo che incute terrore.

Quindi se ci fermiamo siamo obbligati gioco forza a confrontarci con questo ignoto e allora facciamo ben attenzione a tenerci sempre occupati in qualche altra attività meno rischiosa.

In realtà questo spazio profondo non è vuoto ma pieno di tantissime cose che il più delle volte non vogliamo vedere: bisogni ignorati, desideri inconfessati, ambizioni nascoste, risorse dimenticate, emozioni inespresse, ricerca di senso…..

Vuoto in realtà affollato, come un oceano che visto da lontano sembra una piatta e anonima distesa orizzontale di acqua, ma in profondità brulica di vita, di tesori e anche di minacce.

“Certo che quando non si conosce l’esistenza della profondità sotto la superficie di questo oceano, il profilo di un relitto che si intravede sott’acqua, una balena che emerge a crogiolarsi al sole, vulcani sottomarini che occasionalmente si attivano, conglomerati di rifiuti affioranti, possono destare qualche preoccupazione. E quando manca lo spirito di avventura la scelta più facile è girare la testa dall’altra parte e tenersi occupati con qualcosa da fare” (M.Danon – Il potere del riposo).

Quindi la paura del vuoto, in realtà è paura della profondità; calarsi come uno speleologo nelle nostre grotte più interne alla ricerca del senso più intimo della nostra esistenza.

L’antidoto? Fare il “morto a galla” che se può essere utile, come ho scritto nel post precedente, per emergere dalle “sabbie mobili del dolore”, in questo caso diventa strumento per distogliere l’attenzione da se stessi verso un altrove fatto di esperienze “mordi e fuggi”, relazioni “usa e getta” che hanno l’unico scopo di mantenere l’attenzione ben salda in superficie.

Entrare in intimità con noi stessi è oggi merce rara, qualcosa da evitare a tutti i costi; vietato rallentare, vietato respirare, vietato sostare anche solo per un minuto, vietato perfino guardarsi allo specchio se non per controllare che l’outfit del giorno sia quello cool del momento.

Quando invece, osiamo varcare la soglia, permettendoci un momento di sano far nulla in ascolto di quel richiamo verso noi stessi ecco che stiamo facendo un passo in più verso la preziosa consapevolezza di Esserci davvero e “se sei consapevole di esistere, allora esisti”

 

 

liberamente tratto da:

M.Danon – Il potere del riposo – ED Urra feltrinelli

 

Pensieri e sentimenti nella ricerca d’amore

amore e stress

Ieri sistemando la mia zeppa libreria in continua crescita vista la mia compulsiva voracità di mangiatrice di libri, ho ritrovato un testo molto interessante di Katie Byron ideatrice di “The Work” una metodologia per identificare e indagare i pensieri che causano la sofferenza che impedisce alle nostre vite di decollare.

Il testo in questione è “Ho bisogno del tuo amore. È vero?” Riflessioni ed esercizi su come smettere di cercare amore e approvazione e cominciare invece a trovarli.

Visto che in questo periodo il mio lavoro di counselor è soprattutto incentrato ad agevolare le persone ad esplorare il loro mondo di coppia cercando di ripercorrere pensieri ed emozioni che possono causare difficoltà ed impasse nella relazione, mi sembra interessante, questa mattina, postare una riflessione tratta liberamente da questo testo.

All’inizio, dice Katie Byron, può sembrare strano vedere l’infelicità in amore in termini di pensieri. Tuttavia se diamo un’occhiata più profonda ci accorgeremo che esiste sempre un pensiero particolare che innesca qualsiasi situazione che provoca stress.

L’ansia relativa all’amore è il risultato di pensieri semplici e per lo più infantili “Ho bisogno del tuo amore” “Senza di te mi sento persa”; pensieri, questi che pretendono di guidarci verso il vero,amore ma che se non esplorati nella loro dinamica rischiano di diventare grosso ostacoli.

Molto spesso le persone immerse in questo stato di ansia e turbamento non riescono a individuare il pensiero che lo provoca, riescono solo a sentirne il flusso emotivo.

Immaginiamo, ad esempio di aprire il nostro cuore al nostro “lui” e che “lui” non solo non risponda ma anche che si alzi e lasci la stanza. Noi, rimaniamo sulla sedia con la sensazione che il mondo sia finito. Il primo pensiero potrebbe esser “Non gli interesso” che potrebbe diventare “perché mi preoccupo? A nessuno importa veramente di me”.

Proviamo ora a ricordare una sensazione passata in cui questa sensazione di turbamento era molto forte, in silenzio lasciamo emergere questa sensazione. Se non riusciamo a trovare il pensiero che sta dietro l’emozione, cerchiamo di penetrare più in profondità verso il luogo dove la sensazione è più intensa. Questo significa immergerci completamente nella sensazione fisica legata a quell’emozione cercando di ascoltare il corpo, dandogli contemporaneamente voce. Se l’emozione potesse parlare, cosa direbbe e a chi?

Prendiamoci il nostro tempo, senza fretta. Cerchiamo di essere più precisi possibile, altrimenti potremmo dire qualcosa di saggio e amorevole, dando voce a quello che pensiamo “dover” pensare, invece di quello che pensiamo e ci fa star male.

Molto spesso nel momento del dolore, ci sono pensieri che abbiamo avuto per così tanto tempo che non ci rendiamo nemmeno conto di averli lì stretti a noi.

Il secondo passo del “Lavoro” che ci insegna Katie Byron è, dopo aver trovato il pensiero, sotteso all’emozione dolorosa, chiederci se è vero. Questo vuol dire tornare nuovamente dentro noi stessi per vedere se il pensiero che provoca turbamento è realmente in accordo con la realtà che stiamo vivendo; molto spesso ci accorgeremo che non è così.

Nel nostro viaggio attraverso la vita i pensieri sono come spari nel buio, tentativi imprecisi per cercare di comprendere cosa accade dentro e fuori di noi. Quando cerchiamo amore, approvazione e riconoscimento, molto pensieri che facciamo hanno il compito di decifrare il comportamento delle persone che ci interessano e soprattutto fare ipotesi su quello che sta succedendo nelle loro teste, come se avessimo il potere di leggervi dentro.

Come bambini ci focalizziamo sull’aspetto allarmante; tornando all’esempio di prima: lui non mi risponde, si alza e se ne va ….. non gli interessa nulla di quello che dico, non mi vede! E poi reagiamo di conseguenza, come se il pensiero fosse un fatto. Soffriamo: ci rinchiudiamo in noi stessi o attacchiamo, invece di rispondere alla domanda che il pensiero, come tutti i pensieri, implica “è questo quello che è successo veramente?”.

Ogni sensazione di stress e malessere è un allarme che ci fa sapere che stiamo credendo ad un pensiero non vero.

In questo passaggio, ci dice sempre la Byron, cerchiamo di analizzare cosa provoca quel pensiero nella nostra vita fisica ed emozionale. Quando siamo intrappolati dentro a quel pensiero, chiediamoci “come ci influenza?” “ come trattiamo noi stessi e gli altri, quando crediamo a quel pensiero?” “ ci compatiamo?” “ ci sentiamo feriti e arrabbiati?” “ è qui che diventiamo vittime?”

Dopo di che facciamo un salto con la fantasia e immaginiamo cosa sarebbe la nostra vita senza quel pensiero, se non gli credessimo e se addirittura fossimo incapaci a pensarlo. Evitiamo di preoccuparci se sia vero o no, lo scopo di questo passaggio è sperimentare come sarebbe la nostra vita se non crediamo a quel pensiero. Durante il processo immaginativo, guardiamo il nostro “lui” senza il pensiero “ non gli importa nulla di me”  provando a rimanere un po’ in quell’esperienza.

Lo scopo di questo esercizio è quello di farci notare le conseguenze del credere ad un pensiero e poi provare un assaggio di vita senza pensiero.

Il terzo e ultimo passo dell’indagine sul pensiero è “rigirare” il pensiero.

Come uno specchio la mente ha un modo di comprendere le cose correttamente ma capovolte.

Quindi riprendiamo il nostro pensiero e rigiriamolo, ossia letteralmente invertiamolo in tutti i modi possibili. Poi chiediamoci se queste versioni invertite sembrano altrettanto vere o perfino più vere del pensiero originario.

Facciamo sempre l’esempio di prima e proviamo:

  • Sono io in realtà che non ho riconosciuto e che non mi importa di lui, quando mi sento ferita, mi rinchiudo o mi arrabbio, saltando subito alle conclusioni, giudicandolo duramente.
  • Non mi importa di me stessa, ho trasformato un’azione probabilmente innocente in rifiuto. Sono io che ho creato il disconoscimento  nella mia mente e i miei pensieri arrabbiati mi hanno fatto sentire piccola e inutile.
  • Lui non mi ha rifiutata, gli importa di me, forse stava pensando a qualcosa di altro. Non posso davvero sapere quale fosse la sua intenzione.

Quando la mente vuole provare che ha ragione, può cadere in un solco, come una macchina che si è impantanata. Provare dei rigiri e considerare se possono essere veritieri è come spingere avanti e indietro la nostra macchina per liberarla dal fango.

Quindi ogni volta che abbiamo un pensiero stressante, Katie Byron ci lascia quattro domande da farci che possono guidarci verso una nuova valutazione di ciò che provoca il nostro malessere :

  1. È vero?
  2. Possiamo sapere con assoluta certezza che è vero?
  3. Come reagiamo, cosa avviene quando crediamo a quel pensiero?
  4. Cosa saremmo senza il pensiero?

Se l’articolo vi è stato utile seguitemi nei prossimi post per altri interessanti spunti di riflessione sull’argomento ….

“Io non controllo i pensieri, sono loro che controllano me, fino a quando non li indago” Katie Byron

liberamente tratto da: K.Byron – Ho bisogno del tuo amore, è vero? – ed. Il punto d’incontro

 

 

 

 

 

Le paure associate ai 4 bisogni fondamentali

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Photo by Alex Iby on Unsplash

Troppi di noi non vivono i loro sogni perché stanno vivendo le loro paure. Anonimo

Nel post precedente abbiamo visto che nasciamo con 4 bisogni fondamentali che a coppie sono uno l’opposto dell’altro:

  1. Bisogno di amore o appartenenza
  2. Espressione autonoma, indipendenza
  3. Sicurezza e prevedibilità
  4. Varietà ed imprevedibilità

Ora collegate alla possibilità che questi bisogni rimangono insoddisfatti ci sono 4 paure:

  1. Rimanere soli, separazione
  2. Sentirsi soffocati dagli altri
  3. Mancanza di controllo
  4. Sentirsi intrappolati

Per sentirci esseri unici e completi e vivere così una buona vita è necessario soddisfare tutti questi bisogni, compito tutt’altro che facile anche per la natura contraddittoria di queste quattro necessità.

Da una parte dobbiamo diventare persone adulte e indipendenti differenziandoci dagli altri (bisogno di autonomia); dall’altro dobbiamo anche aver fiducia nella vita, nel mondo e nelle persone, lasciandoci avvicinare dagli altri, disponibili a creare con loro un’intimità (bisogno di amore e appartenenza).

Da una parte sarebbe bene essere congruenti con i nostri progetti, elaborando piani prevedibili che ci avvicinino ai nostri obiettivi (bisogno di sicurezza e prevedibilità); dall’altra è necessario anche rimanere flessibili e aperti al cambiamento, disponibili ad osare abbandonando il conosciuto.

Quando sentiamo che la soddisfazione del bisogno viene messa in pericolo, allora ecco che scatta la paura corrispondente, che nella maggior parte dei casi dà origine ad una risposta reattiva, quasi sempre disfunzionale che non solo manca la soddisfazione del bisogno ma crea difficoltà a noi e a quelli che ci stanno intorno.

Vediamo ora più dettagliatamente le 4 paure:

  1. Paura di rimanere soli => le persone che hanno più in figura il bisogno di amore e appartenenza hanno come prima necessità quella di creare legami di vicinanza e connessione con gli altri. Questo bisogno è legato al forte desiderio di far parte di un gruppo e di sentire il proprio valore confermato dagli altri. In genere sono individui molto efficaci nel lavoro in team, sono partecipativi, mediatori nei conflitti, amanti della convivialità. Persone a cui piace sentirsi legate agli altri che vivono queste connessioni come fonte di sicurezza. Tendono, quindi, a creare relazioni basate sulla dipendenza, sentendosi dipendenti dagli altri e cercando di rendere gli altri dipendenti da loro. La loro paura più forte è quella di sentirsi rifiutati, abbandonati, messi da parte. Separarsi dagli altri significa rimanere soli, stato, questo, dal quale fuggono al punto di rinunciare a se stessi. Nel caso delle relazioni questa paura li porta ad evitare tutte quelle situazioni potenzialmente critiche che avrebbero bisogno di chiarimento per timore di creare tensioni che potrebbero portare ad un allontanamento delle persone. Ogni difficoltà con gli altri viene affrontata diluendo i messaggi negativi, indorando la pillola pur di non intaccare l’armonia nella relazione. La conseguenza di questa paura è il sacrificio di se stesse che queste persone fanno, idealizzando spesso il contesto in cui si trovano per non mettere in discussione la persona o le persone con cui vogliono mantenere il legame a tutti i costi. La paura sottesa alla paura di separazione riguarda la propria identità e autonomia, percepita solo in cambio della perdita di protezione da parte degli altri.
  2. Paura di sentirsi soffocati dagli altri => all’opposto della paura precedente troviamo quelle persone che hanno assoluto bisogno di affermarsi. Questi individui voglio decidere in modo autonomo, avere opinioni proprie ed esprimerle anche se sono in opposizione con gli altri. Sono persone che non vogliono assolutamente dipendere dagli altri, mettono confini rigidi nei confronti dell’altro da sé, proteggendo con i denti i propri spazi. Si sforzano il più possibile per non mostrare le proprie emozioni cercando di rimanere sempre estremamente logici e razionali. Manifestare i propri sentimenti è un pericolo troppo grande per la loro identità che difendono a volte con aggressività, altre volte con ironia e sarcasmo cercando sempre di ripristinare la distanza dagli altri. In realtà la paura sottesa a questa paura è quella di perdere se stessi e la propria autonomia nel darsi agli altri.
  3. Paura della mancanza di controllo => queste persone hanno un forte bisogno di certezze e prevedibilità; vogliono che sia tutto sotto controllo. Il loro scopo è la ricerca della perfezione e dell’ordine universale seguendo alla lettera le regole imposte dal contesto in cui sono inseriti. Tutto quello che rappresenta una novità non è visto di buon occhio perché alimenta l’incertezza; tendono quindi a resistere il più possibile ad ogni cambiamento non dando spazio alla spontaneità. Possono essere individui che hanno molta difficoltà a decidere, perché prima della scelta hanno bisogno di soppesare ogni elemento con estrema attenzione pianificando ogni dettaglio prima di prendersi un rischio. Estremamente abitudinari, hanno una chiusura verso l’apprendimento di concetti e competenze nuove che procurano loro una forte e destabilizzante ansia. Anche qui c’è una paura sottesa a questa paura ed è il “timor panico” del cambiamento vissuto come perdita di sicurezza e di quelle ancore dettate dalla tradizione su cui si poggia la loro esistenza.
  4. Paura di sentirsi intrappolati => queste persone, per lo più individui creativi e spontanei, hanno un grande bisogno di varietà, sempre alla ricerca di nuovi stimoli. Prediligono il senso dell’avventura e dell’inaspettato. Estremamente competitivi, vogliono essere ammirati, amano tutto ciò che rompe le regole. La tradizione, i confini, le regole e le procedure sono elementi che limitano la loro libertà che va difesa a tutti i costi. Essi hanno una grande difficoltà a pianificare perché tengono aperte sempre diverse strade. La noia è una delle emozioni che rifuggono il più possibile. Le loro relazioni hanno necessità di un rinnovamento continuo altrimenti si sentono prigionieri delle abitudini e scappano.

A conclusione di questo breve excursus è necessario dire che le paure fanno parte della nostra vita e nessuna è più giusta o sbagliata di un’altra; il problema arriva quando la neghiamo rimanendo attaccati in modo rigido al nostro bisogno.

La soluzione è fare della paura una nostra alleata che con il suo insorgere fa da segnale d’allarme che ci indica che stiamo cercando di evitare qualcosa di inevitabile, qualcosa che la vita ci sta chiedendo. In questo modo, integrandole come una parte fondamentale di noi possiamo anche trascenderle senza perderci la ricchezza della nostra esistenza.

Come affrontarle, quindi? …….. la risposta nel prossimo post 😊

 

 

liberamente tratto da: G.D’Alessio – Il potere di cambiare – Ed. Rizzoli

Nati per evitare la sofferenza

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“Chi teme di soffrire, soffre già di ciò che teme” M. de Montaigne

Continuando il discorso iniziato con il post precedente andando avanti nella riflessione ….

Quando nasciamo siamo incapaci di vivere in modo autonomo; abbiamo bisogno di costante protezione e amore incondizionato, uniti all’essere considerati e visti.

Quando questi bisogni vengono soddisfatti, la nostra esperienza del mondo è positiva, di completa fiducia così da poter accedere alla nostra vera natura.

Siamo curiosi di conoscere il mondo intorno a noi, accettando le piccole sfide che esso ci propone per imparare a gestire noi stessi e quello che sta fuori di noi.

Da bambini non esiste la concezione del tempo; passato e futuro non esistono, viviamo immersi in un “infinito” momento presente, dove quello che conta è ciò che si fa nel momento.

Da bambini abbiamo anche un’incredibile capacità di sentire le nostre emozioni e di viverle appieno; magari ci manca la capacità di contenerle, ma esprimiamo tutto quello che passa dentro di noi senza filtri. Siamo completamente autentici!

E così senza filtri cominciamo a ad accogliere i messaggi che provengono dall’ambiente intorno a noi, prima di tutto quelli che arrivano dai nostri genitori. E prima ancora di decifrare il linguaggio verbale, siamo bravissimi a “leggere” le emozioni e le reazioni degli adulti, decodificando i significati e le conseguenze per noi e a comprendere quello che li fa felici o scontenti e di conseguenza impariamo a rispondere in modo adeguato.

Quando l’esperienza è dolorosa, impariamo a reagire attraverso schemi protettivi basati sulla paura che si manifestano con i comportamenti di “combattimento – fuga – immobilizzazione” esattamente come fanno gli animali.

Tra i 2 e i 4 anni, iniziamo a sviluppare il “cervello limbico”, responsabile dell’origine e della gestione delle emozioni, insieme alla capacità di verbalizzare quello che pensiamo e proviamo. Cominciamo a capire e apprendere dalle persone che ci circondano chi siamo o chi dovremmo essere e invece non siamo. Siamo ancora piccoli e quello che ci viene detto per noi è legge, abbiamo fiducia di mamma e papà! Dobbiamo per forza crederci, altrimenti come potremmo sopravvivere?

E se loro dicono che siamo belli ci crediamo, ma crediamo anche quando ci dicono che siamo stupidi e non valiamo nulla. Comprendiamo anche quello che ci manca per poter essere degni di quell’amore che per noi è vita. Capiamo che se non siamo buoni, ci sarà un castigo e che se non facciamo quello che ci viene detto verrà l’uomo nero o la polizia a portarci via……

Impariamo la triste verità che non possiamo essere amati così come siamo, ma lo saremo solo a certe condizioni. E questa paura di non essere amati incondizionatamente può dominare la nostra esistenza per tutta la vita.

Da piccoli, però, abbiamo bisogno dei genitori per sopravvivere e quindi faremo di tutto per ottenere il loro amore e la loro approvazione, rinunciando a tutte quelle parti di noi non “gradite”, infilandole in quel famoso “sacco” che ci trascineremo sulle spalle, dando vita alla nostra “Ombra”.

Con il linguaggio impariamo anche ad assimilare i paradigmi della nostra famiglia come se fossero verità assolute, ingurgitandole senza masticarle … “un uomo vero non piange” …. “il mondo è pericoloso” ….. “i soldi sono sporchi” … etc…

Dopodichè iniziamo a costruire le nostre “verità”, in modo da sentirci al sicuro, sviluppando valori, credenze,pensieri, emozioni e comportamenti associati a tutte le esperienze vissute, positive e negative, incluse quelle in cui i nostri bisogni insoddisfatti nell’infanzia o negli anni successivi continuano a non essere esauditi.

Ad esempio abbiamo paura di non essere apprezzati, allora la carriera e il successo professionale sarà l’altare su cui sacrificheremo tutta la nostra vita per dimostrare in ogni modo possibile che siamo all’altezza.

Oppure abbiamo imparato che per essere amati è necessario essere perfetti, così dedicheremo tutta la nostra esistenza all’arduo compito di raggiungere quella perfezione ideale che però non è mai abbastanza. Ecco la necessità di sviluppare quel controllo su tutto e tutti, compresi noi stessi, per assicurarci quel risultato finale che tanto non ci soddisferà mai!

O ancora il bisogno fallito di amore incondizionato può averci reso particolarmente attenti a mettere i bisogni degli altri prima di noi stessi, perché se riusciamo a far felici gli altri, forse quelli ci ameranno. Ci mettiamo quindi infaticabilmente al servizio altrui, senza renderci conto che, per prima cosa, non stiamo rispettando noi stessi.

I nostri valori, quello che per noi è veramente importante, rischiano di essere anche la giustificazione per i nostri comportamenti non funzionali.

Ad esempio una smaniosa richiesta di libertà in una relazione, sbandierata sotto il vessillo “l’indipendenza è necessaria e giusta”, può coprire la paura dell’intimità, proteggendoci dal rischio del rifiuto: do valore all’indipendenza, quindi non mi lego completamente aprendomi totalmente all’altro e così non sarò rifiutato o abbandonato.

Più forte sentiamo un valore, più siamo pronti a difenderlo con le unghie e con i denti, e maggiore sono le possibilità che sia stato sviluppato come mezzo di protezione per evitare l’ennesima insoddisfazione del bisogno.

Con questo non voglio dire che non è bello raggiungere buoni risultati nel proprio lavoro, o che non è bene aiutare gli altri, o ancora non bisogna mantenere spazi di autonomia all’interno di una relazione. Dico solo che quando questi comportamenti sono guidati da un meccanismo di protezione che non ci permette di calibrarli e gestirli, allora ne diventiamo schiavi perché l’obiettivo sotteso ad essi sarà solo il tentare di soddisfare quell’antico bisogno disatteso.

I bisogni insoddisfatti dell’infanzia, con gli anni, si sviluppano e prendono strade più o meno tortuose a seconda delle nostre esperienze.

Di certo tutti i nostri bisogni insoddisfatti possono risalire a uno dei quattro bisogni di base, che vedremo meglio nel prossimo post, con i quali nasciamo:

  • Amore e Appartenenza
  • Autoespressione
  • Sicurezza – Prevedibilità
  • Varietà – Imprevedibilità

E poiché tutto l’apparato funzioni, dobbiamo anche credere che la soddisfazione dei nostri bisogni arrivi dall’esterno. Quando questo non accade, ci comportiamo come vittime. Se le cose non vanno come vogliamo la responsabilità non è nostra.

Ciò che è utile ricordare sempre è che tutta questa costruzione, paradigmi e sistemi reattivi di protezione, è composta da strati in cui ci avvolgiamo come una cipolla per proteggerci ma che alla lunga diventano muri che nascondono a noi stessi e agli altri la nostra vera natura.

Quella che noi chiamiamo personalità, spesso non è altro che la nostra corazza sotto la quale ci siamo ancora noi, unici, meravigliosi e amabili come quando siamo nati. Solo che l’armatura è talmente dura, e denudarci ci fa così paura, che ci convinciamo di essere l’armatura e non colei o colui che c’è dentro.

Quando costruiamo un modo di essere e di agire basato sull’eludere il dolore, e qui finalmente vengo al titolo del post, forniamo agli altri uno strumento per ottenere quello che vogliono da noi. Infatti i meccanismi che mettiamo in atto per proteggerci vengono immediatamente percepiti dagli altri. E’ come avere una pulsantiera sulle spalle, noi non la vediamo, ma gli altri si e possono premere un bottone per scatenare una risposta prevedibile.

Ad esempio se ci portiamo dietro il bisogno insoddisfatto di riconoscimento e vogliamo affrontare il nostro capo per chiedergli un aumento di stipendio, potremmo ritrovarci a ricevere molti complimenti che ci faranno sentire così apprezzati da passare sopra a quel ”no” che il capo fa scivolare nella conversazione, lasciando il suo ufficio perfino soddisfatti.

Più cerchiamo di evitare di soffrire, più rendiamo visibile la nostra pulsantiera e più facilmente ci predisponiamo a farci manipolare.

Senza rendercene conto, creiamo dei fili ai quali ci leghiamo e li mettiamo a disposizione di chi diventerà il nostro burattinaio.

Anziché cercare di vivere la vita senza soffrire, chiusi dentro una corazza che il più delle volte invece di proteggerci ci rende più vulnerabili,  dovremmo imparare a vivere la sofferenza in modo diverso, usandola per crescere e accettandola come un capitolo in più della storia della nostra vita, che ha contribuito a farci arrivare dove siamo.

Sulla consapevolezza dei propri bisogni e desideri ed emozioni… (III parte)

consapevolezza 5

Per quanto riguarda il vivere consapevolmente, tra provare un’emozione e nominarla semplicemente corre un’enorme differenza.

Immaginiamo per esempio un uomo che torni a casa dal lavoro e la moglie gli chiede:” Come stai?” E lui, distrattamente risponda: “Da schifo”. Allora lei, piena di compassione: “Si vede che ti senti uno straccio”. A questo punto l’uomo lascia che le parole della moglie lo raggiungano. Sospira, la tensione comincia a lasciare il suo corpo e con un tono di voce del tutto diverso, quello di una persona che non combatte più i propri sentimenti, ma li riconosce come propri e li accetta comincia a raccontare che cosa lo turba. “Sì”, le dice con una nuova sincerità, “sono di un umore nero”. Adesso sta provando le sue emozioni, non le sta più solo nominando e liquidando con l’espressione sbrigativa “da schifo”. Questo è il primo passo per poterle affrontare e superare.

Alzando il livello di consapevolezza apro la via all’integrazione. Uno dei motivi persone per cui anche molto intelligenti e colte non sanno risolvere i propri problemi personali è che, negando i loro sentimenti e le loro emozioni, rifiutandosi di viverle e accettarle, rendono impossibile alla loro intelligenza di lavorarci sopra per compiere la nuova integrazione necessaria a risolverli.

Se le emozioni sono profondamente represse, prima di essere pienamente vissute, è necessario sbloccarle.

Un primo passo in questa direzione potrebbe essere il seguente esercizio di completamento di una serie di frasi:

  • Mio madre (mio padre) era sempre ….
  • Con mia madre (mio padre) mi sentivo ….
  • Una delle cose che volevo da mia madre (mio padre) e non ho mai avuto è …
  • Ricordo che soffrivo quando …
  • Ricordo che avevo paura quando …
  • Ricordo che mi arrabbiavo quando …
  • Una delle cose che ho imparato a fare per sopravvivere …

Leggendo questa lista una persona potrebbe pensare che aggiungere i finali sia un’impresa ardua. Quando le propongo a volte mi sento chiedere: “Se non me lo ricordo?”. Non è necessario ricordare. Basta aggiungere dei finali che completino grammaticalmente la frase, inventando se occorre, perché la libertà di inventare apre la possibilità di mettere dei finali veri e significativi.

Sempre nell’ambito delle emozioni una valida pratica quotidiana per acquisire consapevolezza è la disciplina della continua osservazione di sé abbinata all’accettazione senza giudizio.

Essa consiste nel contemplare il proprio stato momentaneo, nel notare quanto c’è da notare, senza pretendere che le cose siano diverse da quelle che sono: si tratta solo di essere testimoni consapevoli, senza negare, disconoscere o condannare e intanto continuare a respirare con dolcezza e profondamente.

L’unico desiderio è quello di essere consciamente presenti nel qui e ora.

Per molti non è facile imparare l’arte di mettersi in contatto con le proprie emozioni. I clienti spesso commentano le loro emozioni, le “spiegano”, domandano scusa per esse, cercano di risalire alla loro origine storica e ovviamente rimproverano e mettono in ridicolo se stessi per averle provate, ma trovano estremamente difficile contemplarle.

Quando poi le emozioni con cui lottiamo sono sgradevoli o dolorose, l’impulso è quello di opporci ad esse armando il corpo contro, cosa che in genere serve solo a intensificarle.

E’ un po’ come quando guidiamo una macchina e quella slitta: per riprendere il controllo, dobbiamo resistere all’impulso di girare il volante in direzione opposta allo slittamento e girarlo invece in quella dello slittamento; nello stesso modo chi è colpito da un’emozione molesta deve apprendere l’arte di assecondarla, invece di contrastarla, per riuscire finalmente a dissolverla.

Quando da adulti riusciamo a scavalcare le nostre difese e a rivivere certe emozioni e i ricordi che esse riportano a galla, il risultato può essere, almeno all’inizio, allarmante. Possiamo sentirci assaliti dal terrore, dal dolore e dalla collera. Per rimanere presenti in momenti come questi, per resistere alla tentazione di rifugiarci nuovamente nella non –consapevolezza, occorre molto coraggio.

Tuttavia se rimaniamo presenti e consapevoli avremo modo di crescere imparare. I primi passi sono sempre i più duri. Ma è segno di maturità e saggezza capire che abbiamo il potere di contemplare, astenendoci dal giudicarli, i nostri pensieri, ricordi ed emozioni senza che per questo prendano il sopravvento o ci spingano ad agire in modo autodistruttivo.

Vivere consapevolmente è un atto di amore nei confronti delle nostre possibilità positive. E’ un impegno nei confronti del nostro valore personale e dell’importanza della nostra vita.

Sulla consapevolezza dei nostri bisogni e desideri (II parte)

CONTROLLO EMOZIONI

Come si sviluppa questa non-consapevolezza nel sentire le emozioni?

A livello psicologico le persone riescono più o meno ad automatizzare il processo di spostamento della propria attenzione mentale dalle emozioni vissute come destabilizzanti.

A livello fisico questa mancanza di consapevolezza si può indurre in due modi.

Uno di questi è restringendo il respiro, cioè riducendo l’inspirazione. Ad esempio se qualcosa ci spaventa all’improvviso in genere inspiriamo bruscamente e poi ci paralizziamo, rimanendo in apnea. Possiamo bloccare l’inspirazione o l’espirazione a seconda della emozione che stiamo combattendo in quel momento. Quando reprimiamo la collera tendiamo a bloccare l’espirazione. Tutti i genitori sanno che i bambini si impediscono di piangere trattenendo il fiato. Anche queste reazioni, a lungo andare, possono essere automatizzate: in questo modo la persona finisce per non esserne più consapevole.

Il secondo modo per reprimere fisicamente la consapevolezza consiste nel contrarre i muscoli che sarebbero mobilizzati se l’emozione venisse lasciata affiorare e fosse espressa. Per esempio, chi spesso blocca la collera in genere ha gli avambracci contratti, perché sono quelli che userebbe per sferrare il colpo se si permettesse di sfogarsi fisicamente. I muscoli che vengono tesi ripetutamente per bloccare le emozioni finiscono per rimanere cronicamente contratti, al punto che la contrazione diventa parte della struttura fisica. Questa è l’ “armatura” corporea di cui parlava Wilhelm Reich .

Quando nasce la non-consapevolezza?

Quando i genitori trasmettono l’impressione che certe emozioni siano “inaccettabili”, insegnano al bambino che per conservare il loro amore e la loro approvazione deve pagare il prezzo della non-consapevolezza.

Provo a fare alcuni esempi: un bambino cade, si fa male, e il padre gli dice:” gli uomini veri non piangono”. Come prima cosa il bambino impara a non far vedere quando sente male e poi, quando la repressione si fa più profonda, a non accorgersi di avere male. Una bambina è arrabbiata con il fratello e la mamma dice:” quello che senti è molto brutto. Non devi avere questi sentimenti”. Nella bambina, la capacità di provare collera non è estinta, ma semplicemente sepolta sotto il livello di consapevolezza, pronta a causare danni inimmaginabili più tardi nella vita, quando eromperà in apparenza senza giustificazione nei contesti più disparati.

I genitori emotivamente inibiti, del tutto estraniati dalla propria vita interiore, tendono a produrre figli emotivamente inibiti. Non è una regola, ma nella maggioranza dei casi è così.

Se i genitori sono convinti che certi pensieri ed emozioni siano “cattivi” e contagiano con questa idea i loro figli, questi ultimi possono legare la propria stima di sé all’idea di avere i pensieri e le emozioni “giuste”. Questo è un modo sicuro per indurre il terrore della propria vita interiore e delle proprie motivazioni e per imparare a censurare quello che “non va”, cioè proteggersi con una corazza di non-consapevolezza.

Per molti bambini i primi anni di vita sono pieni di esperienza spaventevoli e dolorose. Un bambino può avere genitori che non soddisfano mai il suo bisogno di essere toccato, abbracciato, coccolato, che litigano in continuazione, che evocano deliberatamente la paura e il senso di colpa come mezzo per esercitare il controllo, che oscillano tra una sollecitudine eccessiva e il disinteresse più totale, che lo trascurano, che lo criticano e rimproverano in continuazione, che lo sommergono di affermazioni strambe e contraddittorie, che si aspettano da lui cose in netto contrasto con le sue conoscenze o necessità, che lo sottopongono a violenza fisica, che scoraggiano i suoi sforzi per affermare se stesso. Il bambino può quindi vivere la propria paura, collera o sofferenza come mutilante e così, per sopravvivere e poter funzionare, impara l’intorpidimento fisico. Il contatto diretto con il proprio stato interiore è vissuto come insopportabile e pericoloso. La consapevolezza è vissuta come insopportabile e pericolosa.

Paura, dolore e collera non vengono riconosciuti, vissuti, espressi e quindi nemmeno abbandonati. Rimangono congelati nel corpo, barricati dietro mura di tensione fisica e psicologica. E si installa uno schema che andrà ripetendosi ogni volta che la persona è minacciata da un’emozione in grado di intaccare l’equilibrio dell’intorpidimento.

Tuttavia non reprimiamo solo i sentimenti negativi. Quando si viene anestetizzati in preparazione ad un intervento chirurgico, non è solo la capacità di sentire dolore a venire sospesa, ma anche quella di provare piacere. Lo stesso accade con la repressione emotiva.

Ovviamente la repressione si può attuare in vari gradi a seconda di quello che vogliamo sotterrare. Ma una cosa vale per tutti, e cioè che diminuire la capacità di sentire il dolore vuol dire anche la capacità di provare piacere …..

se ti va continua a seguirmi …..

Sulla consapevolezza dei nostri bisogni e desideri …

WISHES

Quando invito i miei clienti a parlare dei propri bisogni e desideri, rimango spesso colpita da quanto diventano goffi, esitanti. E’ molto raro che rispondano subito con chiarezza. Spesso invece è come se lottassero contro una specie di divieto interiore che impedisce loro di sapere o dichiarare quali sono i loro bisogni e desideri più profondi.

Ma come si può vivere o agire con efficacia senza conoscerli?

Questa difficoltà nell’affermare i propri bisogni può essere dovuto a svariati motivi.

Uno può essere che da bambini queste persone abbiano ricevuto dai genitori messaggi del tipo: “Senti piccolo, eccoti la bella novità: la vita non gira intorno a te. La vita non gira intorno ai tuoi bisogni o desideri, ma intorno a quelli degli altri. Tu non conti niente, sei solo un piccolo ingranaggio ..”.

Oppure, quando le necessità e i desideri di un bambino vengono ignorati troppo a lungo, il dolore diventa talmente insopportabile che questo, per sopravvivere, impara a reprimerli, a seppellirli lontano dalla coscienza, cercando rifugio nella non-consapevolezza.

Un altro motivo può essere un trauma che porta i bambino a percepire la vita come così spaventevole e pericolosa da spingerlo a soffocare, una volta adulto, qualunque forma di affermazione di sé, non parliamo poi di esprimere, quello che gli serve e che desidera.

Un ulteriore motivo è che, quando sperimentiamo desideri in contrasto con il concetto che abbiamo di noi stessi, rendiamo a negargli e disconoscerli: ad esempio un uomo adulto può avere bisogno di carezze e coccole che non permetterà mai a se stesso di ammettere perché fa a pugni con il suo concetto di mascolinità e autonomia.

In un modo o nell’altro, spesso bisogni e desideri importanti vengono sepolti vivi. Questo però non vuol dire che cessino di esistere. Significa, semmai, che influenzano i nostri sentimenti e il nostro comportamento in modi in cui non ci accorgiamo neppure.

Per esempio, il bisogno non riconosciuto di carezze e coccole si può manifestare in una continua ricerca di soddisfazione sessuale, in quanto il sesso è l’unica forma di contatto fisico che la persona in questione ritiene accettabile.

Oppure il bisogno di comprensione e visibilità che sono un diritto di nascita del bambino possono manifestarsi nell’adulto con l’ossessione di essere “compiacente” e “popolare” a tutti i costi.

Un esercizio che propongo ai miei clienti è di completare le seguenti frasi (di seguito riporterò anche alcune risposte):

Se mettessi il 5% di più di consapevolezza nei miei bisogni più profondi ….

  • Saprei quali sono
  • Potrei prendermi meglio cura di me stesso
  • Non mi arrabbierei con gli altri perché non indovinano il mio bisogno

Se mettessi il 5% di più di consapevolezza nei miei desideri più profondi ….

  • Saprei che il mio lavoro non mi basta
  • Mi rimetterei a studiare
  • Lascerei il lavoro e aprirei un0attività tutta mia
  • Riprenderei a suonare

Se qualcuno mi avesse insegnato che i miei desideri e bisogni contano …

  • Sarebbe l’infanzia di un altro e non la mia
  • La mia vita sarebbe diversa
  • La mia vita non sarebbe tutta obblighi e doveri
  • Avrei pensato di più a quello che conta veramente per me

Se trattassi con rispetto i miei bisogni e i miei desideri …

  • Non piacerei a nessuno
  • Non avrei amici
  • La gente direbbe che sono egoista

Leggendo queste risposte quali conclusioni trarreste? Non trovereste, forse, che ascoltare e onorare i propri desideri può essere non tanto un atto di indulgenza verso se stessi, quanto di vero e proprio coraggio?

Trattare bisogni e desideri con un minimo di rispetto, combattere per loro, prenderli seriamente, è per molti una sfida formidabile e spaventosa.

Spesso è molto più facile seppellirli, rinunciare persino alla capacità di riconoscerli, praticare il sacrificio di sé. Per fuggire alla responsabilità, oppure per sentirsi accettata la gente vende pezzetti di anima ogni giorno.

Alcuni sono dei veri e propri maestri in questo tipo di resa e sacrificio.

Quando non siamo in contatto con i nostri bisogni e desideri, affrontiamo la vita senza remi e senza timone. La nostra non-consapevolezza è pericolosa, per noi stessi e spesso anche per gli altri. Siamo ciechi alle radici delle nostre azioni, mossi da forse che non comprendiamo.

Nel nostro stato di intorpidimento psichico , possiamo arrivare persino a dire che la nostra mancata connessione con bisogni e desideri rappresenti la “spiritualità del distacco”, ma una spiritualità raggiunta attraverso la non-consapevolezza è una contraddizione di termini.

… ti aspetto al prossimo post ….

Prendere coscienza ….

prendere coscienza

Sospesa nell’assoluto , ti abbandoni al flusso per fonderti fino a trovare il senso della sua trama.

Ancora non sai chi sei, intuisci solo una impercettibile lieve sensazione che ti spinge a desiderare questo inizio …. Sospinta da questa sensazione desideri soltanto che sia un buon inizio e che, finalmente, tutto quanto grida gioia di nascere in te, riceva ascolto e ti cresca dentro per portare i tuoi frutti …

Non sei più quella di prima, sei nata da poco con gli occhi aperti, sai e ricordi … Neonata, vorresti restare a farti cullare, accudire, nutrire e coccolare, avvolta nella tua pelle di seta che attende soltanto il calore del sole … quel caldino che sa di buono, di grande rispetto per una vita che nasce…. Piano , piano incominci a far chiarezza a portare a coscienza il tuo essere nata …

Camminiamo nella vita trasportando pesi che non sono più nostri, zaini che sembrano appartenere ad altre vite e che non riusciamo ad abbandonare. Ci identifichiamo con aspetti di noi stesse che andrebbero messi in un museo o abbandonati al corso di un ruscello che li porti fino al mare. Ci identifichiamo con i simulacri di quello che siamo state e ci portiamo a spasso, come fossimo manichini abbandonati tra le quinte di un teatro ormai dismesso. Crediamo di essere ancora quello che ormai non siamo più. Un inganno che dura da una vita, così sottile da non lasciarci nemmeno l’occasione di smascherarlo tanto che, scelte dettate da qualcosa di già morto, continuano a farci ignorare il nuovo che avanzerebbe se ne avesse lo spazio …

Riposati ancora un poco, non avere fretta … attendi che la tua trasformazione ti si mostri, come una magica sorpresa …. Ma non è magica … E’ realtà!!

Ora sei pronta ad entrare in contatto con i tuoi reali bisogni, hai lasciato andare, almeno nel silenzio segreto della tua intimità, quelle maschere o quelle corazze che ti eri tenuta stretta addosso.

Stai portando alla luce quegli aspetti di te che hanno dormito fino ad ora, ma che consideri il tuo capitale segreto.

Quante volte hai detto un “mi piacerebbe dipingere, scrivere, cantare, suonare il pianoforte, studiare il giapponese, imparare a cucinare, fare un corso di yoga …. ma non ne ho il tempo??? ..” Quante volte hai represso i “no” che avresti voluto urlare ma che hai trasformato in un “sì” per non fare brutta figura, per non deludere gli altri, per non essere criticata, abbandonata? … Quante volte hai rinunciato ad ammettere il tuo bisogno di amore, oppure la tua rabbia, la tua paura, la tua voglia di stare, scappare, ritornare, abbracciare??? … Quante volte avresti voluto uscire da uno schema, cambiare gioco, perdonare, schiaffeggiare, ma non l’hai fatto??? ….

Il con-tatto con i tuoi veri bisogni è il primo passo per volerti bene e ri-nascere al Nuovo. Non si tratta di capovolgere il mondo ma, caso mai, di vedere lo stesso mondo da altri punti di vista e di percepire te stesso nel mondo, non come vittima di una vita voluta da chissà chi per te, ma alla guida della tua automobile, certa di poter decidere, per quanto ti sia possibile, dove e come condurla. Certa di voler sbocciare per quella che veramente sei e che magari avevi solo dimenticato di essere…..

Hai una missione, la tua energia è di un certo tipo e tu, fedele a te stessa, puoi soltanto abbandonarti al suo flusso e cavalcarla interamente.

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Liberamente tratto da:

S.Garavaglia “365 pensieri per l’anima” ed.Tecniche Nuove

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