Il bene di vivere

vivere7

“Tu crei le tue opportunità dalle stesse materie prime

da cui altre persone creano le proprie sconfitte …” F.Vargas

Una volta trasportavo il mio aratro e camminavo. Eliminavo le tracce di sentieri che avevano una fine, mentre ora apro sentieri lunghi come l’aria e la terra, trasformando i miei passi in amici.

Le macerie non sono più i miei intercessori.

Gli elogi funebri erano i miei modelli, annientavo e attendevo chi mi avrebbe annientato.

Ero dispersa, non c’era  nulla che si univa a me. Dove ero stata? Quale luce piangeva sotto le mie ciglia? Dove ero stata? Come potevo fare vedere la mia anima agli altri?

Avevo bisogno di una scossa fuori dall’ordinaria percezione, un elettroshock dell’anima che aprisse il mio mondo interiore per farmi ritrovare la via di casa.

Ho ripreso in mano il timone: anni di dolore e sofferenza, di cadute e risalite, di luce e impenetrabile buio per arrivare ad essere ME STESSA e non più un animale impaurito ossessionato solo alla sopravvivenza e alla fuga.

Ora cerco ogni giorno la meraviglia, lo stupore, l’incanto, la nascita, la bellezza portata dall’entusiasmo e dalla passione  per il “bene di vivere”.

Ogni giorno mi piace imparare cose nuove , sensi attenti pronti a recepire tutto, sono affamata di vita.

Ascoltare, guardare, andare alla radice delle cose. Semplificare lo sguardo per distillare e pulire i pensieri dalle scorie di antiche fissazioni.

Ho scoperto il lato buono della vita che a volte può anche confondersi con quello più difficile e periglioso.

Mi sono lasciata andare al suo flusso, nuotando non più controcorrente ma seguendo il saggio alternarsi delle maree, abbandonandomi al loro dolce movimento.

E via via tutto si è acquietato, il respiro ampio e regolare ha trasformato il subbuglio del mio cuore in un suono piacevole che ha segnato i miei passi verso nuovi sentieri. L’importanza di arrivare ha lasciato il posto al godere di ogni momento, anche se questo allunga il tempo e rallenta il cammino.

Il mio bene di vivere è l’aver ritrovato la fiducia delle mie capacità di fronteggiare tutto ciò che troverò lungo la mia strada. Curiosa e aperta verso ogni esperienza come un esploratore, entusiasta per ogni nuova scoperta.

Accettare i pieni e ascoltandomi nei vuoti seguendone il ritmo ….

Inspirare profondamente tutto quello che la vita pone sul mio cammino, perle di una collana chiamata esperienza …

Espirare lentamente trasformando le esperienze in capolavori …. I miei capolavori ….

“ la vita non è che la continua meraviglia di esistere ….” R.Tagore

Avanti tutta ….

Avanti-Tutta

“ Il successo non è definitivo, l’insuccesso

non è fatale: ciò che conta è il coraggio

di andare avanti …” W. Churchill

Per quanto tu abbia imparato a camminare bene, prima o poi inciamperai. Qualche volta riuscirai a tenerti in piedi e qualche volta cadrai. A volte ti farai anche male. La realtà è che dal giorno in cui hai mosso i tuoi primi passi sei caduto centinaia e centinaia di volte, eppure non hai mai rinunciato a camminare!!

Ti sei sempre tirato su, hai imparato dall’esperienza e sei andato avanti.

E’ a questo tipo di atteggiamento che ci riferiamo quando usiamo la parola “impegno”. Puoi accettare i tuoi pensieri e stati d’animo, essere psicologicamente presente e connetterti con i tuoi valori quanto ti pare, ma senza l’impegno ad intraprendere un’azione efficace, non creerai una vita ricca e significativa.

“Impegno” così come “accettazione” è un termine che viene spesso frainteso. Impegno non vuol dire essere perfetti, portare sempre a termine quello che si è iniziato o non finire mai fuori strada. “Impegno” significa che quando (inevitabilmente) inciampi o vai fuori strada, ti tiri su, ti orienti e prosegui nella direzione in cui vuoi andare.

Non puoi mai sapere in anticipo se raggiungerai i tuoi obiettivi, tutto quello che puoi fare è continuare a procedere nella direzione a cui dai valore. E’ impossibile  controllare il futuro. Quello che puoi controllare è la tua capacità nel proseguire il tuo viaggio, passo dopo passo, imparando e crescendo man mano che vai avanti.

Avere successo nella vita significa vivere secondo i propri valori. Adottare questa definizione implica che puoi avere successo adesso, che tu abbia raggiunto o meno i tuoi obiettivi . La realizzazione è qui in questo momento, ogni volta che agisci in linea con i tuoi valori. E sei libero dal bisogno dell’approvazione altrui. Non hai bisogno di qualcuno che ti confermi che “stai facendo la cosa giusta”. Tu sai quando stai agendo secondo i tuoi valori e basta questo.

Naturalmente questo non significa rinunciare ai propri obiettivi; significa semplicemente che sposti l’accento in modo che nella tua vita apprezzi quello che hai invece di concentrarti continuamente su quello che non hai.

Può succedere, tuttavia, che molti di noi, effettivamente, in più occasioni perdano la loro rotta. Si fanno prendere da pensieri inutili, lottano contro emozioni dolorose e agiscono in modo controproducente. Ma attraverso l’impegno prima o poi si ritorna in carreggiata ….. Come??

Bene, il primo passo quando si perde la rotta è riconoscerlo coscientemente essendo pienamente presenti a quello che sta succedendo. Allo stesso tempo, è necessario accettare il fatto che, una volta che ciò è accaduto, non si può fare nulla per cambiarlo; non abbiamo alcun modo di modificare il passato.

E se anche può essere utile riflettere sul passato e pensare cosa potremmo fare di diverso la prossima volta, non ha senso rimuginarci sopra e crocifiggerci perché non siamo perfetti.

Quindi accettiamo di aver deviato dalla rotta, accettiamo che è una cosa passata e non possiamo cambiarla, e accettiamo di essere umani e, in quanto tali, imperfetti.

Il secondo passo è chiedersi: “Che cosa voglio fare adesso? Invece di indugiare sul passato, cosa posso fare di importante nel presente?”.

Poi il terzo passo è, naturalmente, agire con impegno coerentemente con quel valore.

Se all’inizio non riesci, prova, prova ancora; e se ancora non funziona, prova qualcosa di altro.

Ma anche qui occorre fare una sottile distinzione. Ogni volta che ti trovi di fronte ad una sfida significativa, avrai alle spalle i demoni del “E’ troppo difficile”, “Non ce la puoi fare! Lascia perdere” ti dirà la tua mente.  E allora la tentazione è quella di rinunciare e provare qualche altra cosa. Spesso però quello che serve è proprio la perseveranza. Prestando piena attenzione a quello che stai facendo e notando gli effetti che si producono, sei nella posizione migliore per rispondere a questa domanda: “Per raggiungere i miei obiettivi devo perseverare con il mio comportamento o cambiarlo?”. Poi, a seconda della tua risposta, impegnati o a cambiare comportamento o a persistere con quello.

Nel corso della vita incontriamo ogni genere di ostacolo, difficoltà, sfide e ogni volta che questo succede ci troviamo di fronte a un’alternativa: possiamo accogliere la situazione come un’opportunità per crescere, imparare ed evolverci oppure possiamo combattere, lottare e fare di tutto per evitarla.

Accogliendo le opportunità dentro le tue difficoltà la tua vita diventerà più ricca e significativa.

C’è un antico motto orientale che dice: Se non decidi dove andare, finirai dovunque vai”. Per vivere una vita piena hai bisogno di una direzione, e i tuoi valori sono lì, nel profondo del tuo cuore, ad indicartela. Quindi connettiti con quei valori; usali come guida. Sviluppa un senso di risolutezza.

Apprezza quello che hai nella tua vita adesso. Questo è importante perché il presente è l’unico tempo che hai. Il passato non esiste più; non è altro che ricordi nel presente. E il futuro non esiste ancora; non è altro che pensieri e immagini nel presente. L’unico tempo che hai è questo momento, quindi traine il massimo, nota cosa succede, apprezzalo nella sua pienezza!

E ricorda: la vita dà il massimo a chi trae il massimo da ciò che la vita gli dà.

Attesa

pulcino 1

Il pulcino rimane nell’uovo in attesa di sentire l’attimo che lo spinge a uscire alla luce. Allo stesso modo anche noi restiamo ancora per un poco incantati, nell’attesa di sentire il richiamo del nostro progetto che ci chiama alla luce.

La vita ora ci arriva ovattata, suoni da lontano si tuffano sulla nostra pelle con l’intensità di un uragano. A pelle viva, senza protezione … ogni suono un sussulto, una gioia, un richiamo. Niente ci è estraneo in un mondo che ci sembra tutto nuovo, tutto si getta addosso e noi lo assorbiamo, lo temiamo, lo cacciamo via e poi ce lo riprendiamo. Suoni che si accavallano … si dissolvono … come se no fossimo sott’acqua.

Non chiediamoci perché, non ha senso ora portare a coscienza ogni cosa. Tra poco tutto ci sarà più chiaro, abbandoniamoci ora a questi suoni ovattati … La vita che ha inizio, e poi si affaccia non sempre gentile, talvolta forte, potente … Il piacere, il dolore, tutto questo passa sulla nostra pelle con forza, abbiamo tolto ogni armatura … fluttuiamo da un’onda all’altra, da un istante all’altro senza cercare risposte ora …

La vita che ci attende ha ora il sapore e l’odore di tutto quello che vogliamo. Ogni nstro respiro risuona nell’universo …

Alla mercè delle emozioni e delle sensazioni che arrivano portandoci lacrime che non comprendiamo e che forse non hanno senso, qualcosa si scioglie, qualcosa che desideriamo … una sensazione ci travolge impetuosa mentre ci lasciamo cullare nell’ovatta.

Sospesi nell’assoluto, ci abbandoniamo al flusso fino a trovare il senso della nostra trama.

Ancora non sappiamo chi siamo, intuiamo solo una impercettibilelieve sensazione che ci spinge a desiderare che questo sia un inizio glorioso. Non sappiamo perchè nè ancora dove si manifesterà la nostra gloria in questo nuovo anno che si apre in tutta la sua luce, nè ora ci interessa saperlo

Respiriamo con la terra tutta, mentre i mari inspirano ed espirano il profumo di sale nell’aria, e il vento che respira le piante, e ali che inspirano ed espirano continuamente il cielo.

Sospinti da questa sensazione appagata, desideriamo soltanto che sia un buon inizio e che, finalmente, tutto quanto grida gioia, di nascere in noi, riceva ascolto e ci cresca dento per portare i suoi frutti.

Il vecchio si sbriciola e il pulcino vedrà la luce ancora umido, e si bagnerà il becco nella sua stessa appiccicaticcia umidità …. Ma adesso aspettiamo, rimaniamo ancora un poco nel nido. Sentiremo quando l’attimo ci chiamerà perché noi possiamo espanderci.

L’impeto di questa luce che ci attende è tutta energia di risveglio … ma c’è tempo per ogni cosa ….

 

liberamente tratto da:

S.Garavaglia – “365 pensieri per l’anima” Ed.Tecniche Nuove

 

Le lezioni necessarie

porte colorate

Photo by: http://www.flickr.com/photos/bollarossa/3912824272/in/faves-artcounselor/

Una riflessione sull’onda di una risonanza ….

Di solito, quando le cose non vanno per il verso giusto, abbiamo la tendenza a ribellarci e a criticarci con durezza, e soprattutto a cercare un colpevole o una soluzione fuori di noi.

La vita non cerca il nostro benessere individuale, ma vuole che impariamo le sue lezioni, in modo che possiamo fare emergere il nostro potenziale e di conseguenza riconoscere la vera essenza che si nasconde dietro le apparenze.

Come ben sappiamo, il nostro cervello è molto più propenso a evitare il dolore piuttosto che a cercare la gratificazione. Infatti, quando intuiamo che ci sarà da soffrire, di solito freniamo bruscamente e svicoliamo.

Invito chi mi legge a ricordare come si è sentito dopo aver affrontato con coraggio quella cappa di dolore sotto la quale, sicuramente più di una volta, si è trovato a vivere, e forse, ricordando, vi renderete conto che in quelle occasioni dentro di voli qualcosa è cambiato. Avrete avuto, forse, la sensazione di espandere voi stessi, di sperimentare un’evoluzione interiore. In realtà non avete fatto altro che trascendere i confini del vostro ego, vivendo, benché solo momentaneamente, un’esperienza diversa dal solito.

L’accettazione ci sprona ad agire, ad assumerci le nostre responsabilità e a essere pienamente consapevoli di avere la capacità di gestire tutto quello che ci accade.

Quando ci capita qualcosa di spiacevole, magari banale, come perdere un aereo o ricevere una risposta brusca, la prima cosa che facciamo è attribuire a quell’evento un preciso significato, che ha il potere di mettere in moto emozioni negative come la rabbia, la frustrazione o l’ansia.

L’emozione ci attanaglia, e sarà difficile potersene liberare finchè non capiamo l’origine di quello che ci è accaduto.

Proprio per questo la parola d’ordine è ACCETTAZIONE che vuol dire riconciliarsi con la realtà.

L’accettazione non ha niente a che fare con la “rassegnazione”, poiché questa, oltretutto, conduce soltanto ad un doloroso immobilismo generato dalla constatazione dell’impossibilità di cambiare le cose.

Grazie all’accettazione, invece, possiamo raggiungere quegli obiettivi che con la rassegnazione non sarebbero accessibili, dal momento che, contrariamente a quest’ultima, l’accettazione ci sprona ad agire,assumendoci le nostre responsabilità pienamente consapevoli di avere la capacità di fronteggiare tutto quello che ci accade.

L’accettazione non significa agire per contrastare gli eventi, ma opporsi all’idea che di fronte a questi non esista alcuna possibilità di riuscita.

Dal momento in cui sono disposto ad accettare qualcosa, di conseguenza sono disposto anche a considerare che in quella situazione possa esserci una possibilità nascosta, e che dunque si tratta unicamente di cercare l’altro lato della medaglia.

Benchè possa portare via del tempo, proviamo a non dimenticare mai che le migliori occasioni per aprire la porta delle opportunità non le troveremo lasciando che a prendere il sopravvento siano le reazioni o gli automatismi. La migliore occasione è quando ci chiediamo: “cosa può esserci di positivo in quello che mi sta accadendo?”.

Dire di sì alla vita vuol dire abbandonare il ruolo di vittima, smettere di sprecare la nostra energia e il nostro prezioso tempo alla ricerca di colpevoli, e significa soprattutto assumerci le nostre responsabilità quando si tratta di fronteggiare quello che ci accade.

“Ci sono cose che non si capiscono

afferrandone il senso, ma bisogna

lasciare che siano loro ad afferrarci”

Madre Teresa di Calcutta

La sofferenza: sabbie mobili della nostra anima. (II parte)

sabbie-mobili

“Il dolore rovescia la vita, ma può determinare il preludio di una rinascita.” E.Breda

Continuiamo la riflessione iniziata nel post precedente con un’altra metafora: immaginiamo di trovare una persona intrappolata nelle sabbie mobili; non ci sono né funi, né rami per cercare di raggiungerla e tirarla fuori.

L’unico modo per aiutarla è parlarle. La persona continua a gridare “Aiutami a uscire” e comincia a fare quello che farebbero tutti quando sono bloccati in qualcosa che li spaventa terribilmente: lottare per uscirne, per scappare.

Quando inciampiamo rimanendo intrappolati in un cespuglio di rovi o in una pozzanghera fangosa, camminare, saltare, tirarsi fuori per allontanarsi sono azioni efficaci.

Questo però non vale per le sabbie mobili. Per uscire fuori da qualcosa che ci incastra è necessario sollevare un piede e muoverlo in avanti, ma quando si è bloccati nelle sabbie mobili questa è una pessima idea. Infatti, alzando un piede, tutto il peso del corpo grava solo su metà della superficie di appoggio, questo significa che la pressione che spinge giù il corpo nella sabbia raddoppia istantaneamente. In più, il vuoto creato dal piede che si alza risucchia ancora più giù il resto del corpo.

L’unico risultato finale di questa azione è quello di sprofondare sempre più nelle sabbie mobili.

Quindi cosa possiamo rispondere alla persona che urla “Aiuto”? Se sappiamo come funzionano le sabbie mobili dovremmo gridarle di smetterla di muoversi per uscire e di provare ad allargare più che può braccia e gambe per massimizzare il contatto con la superficie del pantano, solo in questo modo la persona può non sprofondare e muoversi verso la salvezza, emergendo piano piano dalle sabbie.

Ovviamente poiché la persona sta tentando di liberarsi e di uscire dalle sabbie mobili, è estremamente difficile comprendere che la cosa più saggia e sicura da fare è proprio stare nel fango.

Tutto questo per dire che la vita di ciascuno di noi può essere molto simile a questa situazione con la differenza che spesso sono sabbie mobili antiche che sono state in agguato, sullo sfondo, per anni e che in momenti alterni possono invadere tutto il nostro spazio interiore e più ci muoviamo per risalire in superficie, più sprofondiamo nel viscidume dei nostri circoli viziosi.

Cambiamo prospettiva e facciamo del nostro dolore un alleato, un’opportunità per percorrere il sentiero meno battuto. Smettiamo di dibatterci dentro le sabbie mobili e rimaniamo con loro.

Nella maggior parte dei casi il tentativo di sbarazzarsi del proprio dolore serve solo ad amplificarlo, a intrappolarci ancora di più al suo interno e a trasformarlo in qualcosa di traumatico. Nel frattempo vivere la nostra vita viene messo in secondo piano.

L’alternativa? Accettarlo; che non significa darsi per vinta accettando l’auto-sconfitta, bensì “arrendersi” al flusso della vita con i suoi pieni e i suoi vuoti, le sue zone di luce e quelle in ombra ….

Proviamo a farci queste domande: stiamo vivendo la vita che vorremmo vivere adesso? La nostra vita è focalizzata su quello che per noi ha realmente significato? Il modo in cui viviamo la nostra vita è caratterizzato da vitalità e impegno o dal peso dei nostri problemi?

Quando siamo presi dalla lotta contro la nostra sofferenza interiore, spesso mettiamo la vita in posizione di attesa, di “pausa”, credendo che il nostro dolore debba diminuire prima di poter realmente ri-niziare a vivere ancora.

Ma che cosa accadrebbe se potessimo vivere la vita che veramente vogliamo, adesso, a partire da questo momento?

Entrare in contatto con la vita che vogliamo vivere e imparare a realizzare i nostri sogni nel presente non è semplice, perché la nostra mente, come tutte le menti umane, farà scattare trappola dopo trappola e alzerà barriera dopo barriera.

Nel momento in cui però sappiamo che può esistere un’alternativa, a questo punto la scelta è nostra.

La vita può ferirci e lo farà. Alcune di queste cose non le possiamo scegliere: avvengono malgrado tutto, ma sempre abbiamo la CAPACITA’ di RISPONDERE (Respons-Ability).

Le conseguenze che arrivano nella nostra vita derivano dalle azioni che facciamo. Nessun altri, tranne noi stessi, possiamo intraprendere la strada dell’accettazione o dell’evitamento. L’una ci porterà a dar valore a quello che veramente ci importa, l’altra ci intrappolerà nell’eterno chiacchiericcio della nostra mente, che come le sabbie mobili, non farà altro che portarci sempre più giù.

La vita è una scelta e la scelta non si riferisce a sentire dolore oppure no. Riguarda se vivere o non una vita significativa e di valore.

E quindi, cosa abbiamo da perdere? Non sarebbe stupendo se potessimo uscire dalla mente ed entrare nella nostra vita?

La sofferenza: sabbie mobili della nostra anima. (I parte)

dolore psicologico

Le persone soffrono. Non si tratta semplicemente della sensazione di dolore, la sofferenza è molto di più.

Noi esseri umani, chi più chi meno, lottiamo costantemente con la sofferenza interiore prodotta dalle nostre emozioni e dai nostri pensieri difficili da tollerare, ricordi spiacevoli, impulsi e sensazioni indesiderate.

Ci rimuginiamo sopra, ci preoccupiamo, proviamo fastidio, li anticipiamo, li temiamo.

Allo stesso tempo dimostriamo un grandissimo coraggio, una profonda compassione e una notevole capacità nell’andare avanti, perfino con storie personali particolarmente difficili.

Pur sapendo di esserne feriti continuiamo con speranza ad amare il prossimo. Anche di fronte all’insensatezza, continuiamo ad abbracciare i nostri ideali.

E qualche volta siamo pienamente VIVI, consapevoli, presenti totalmente a noi stessi, e quando è così vorremmo che non finisse mai.

Poi arriva lo sbarramento, come se il troppo benessere fosse qualcosa che non sta bene vivere per lungo tempo. Lasciamo quindi che il problema del caso ci riempia completamente e iniziamo il rimuginio che come un criceto dentro la gabbia cerca disperatamente la via d’uscita, intrappolandoci, in realtà, sempre più nella sofferenza.

Per dirla chiaramente noi esseri umani giochiamo una partita “truccata” in cui la mente stessa, un meraviglioso strumento per capire e gestire l’ambiente che ci sta intorno, si rivolta contro chi la ospita.

Urge un cambio di prospettiva, una trasformazione nel modo in cui ci rapportiamo con la nostra esperienza personale, cercando di fare nostri questi concetti:

  • Il dolore esistenziale è normale, è importante e accompagna ogni persona;
  • Dolore e sofferenza sono due cose diverse, due stati differenti dell’essere;
  • Non è necessario che ci identifichiamo con la nostra sofferenza;
  • Possiamo vivere una vita di valore, iniziando da adesso, ma per farlo dobbiamo imparare a uscire dalla nostra ed entrare nella nostra vita

Facendomi aiutare da una metafora, la distinzione tra la funzione di una difficoltà, dolore interiore e la forma che assume nella vita di una persona può essere paragonata ad un combattente sul campo di battaglia. La guerra non sta andando bene. La persona combatte sempre più duramente. Perdere è un’opzione devastante e chi combatte pensa che sia impossibile vivere una vita piena che valga la pena di essere vissuta, a meno che non si vinca la guerra. Così la guerra continua.

Questa persona, tuttavia, non sa che esiste la possibilità di abbandonare il campo di battaglia in qualsiasi momento, cominciando a vivere la sua vita da subito.

La guerra magari prosegue ancora, e il campo di battaglia rimane ancora visibile, ma il risultato della guerra non è più così importante e la sequenza apparentemente logica di dover vincere la guerra prima di iniziare davvero a vivere, viene abbandonata.

Questa metafora ci può aiutare a capire meglio la differenza tra l’apparenza dei problemi “psicologici” e la loro reale sostanza. In questa metafora, la guerra sembra quasi la stessa, sia che tu la stia combattendo, sia che tu la stia semplicemente osservando. La sua forma esteriore rimane la stessa, ma il suo impatto, la sua effettiva sostanza, è profondamente diversa: combattere per la tua vita non è lo stesso che vivere la tua vita!

Imparare ad affrontare le nostre angosce in un modo diverso può cambiare l’impatto che esse hanno sulla nostra vita. Anche se l’apparenza dei sentimenti o dei pensieri non cambia, cambia il modo in cui entrano a far parte del nostro vivere.

….. ti aspetto la settimana prossima per la seconda parte

Occupare il tempo con la sofferenza

sofferenza 2

In qualche caso noi facciamo una vera e propria azione di ammutinamento del benessere. Così molte persone giocano a farsi male con la vita attuale fino a quando non si rendono conto che i danni sono ingenti, purtroppo in alcuni casi è necessario farsi male molte volte prima di capire.

In alcuni casi il sistema delle difese organiche, bombardato strategicamente dagli auto boicottaggi, non resiste e le persone si ammalo gravemente. E poi va detto e tenuto in conto da tutti coloro che si occupano di “aiuto”, alcune persone non ce la fanno. Non riescono a prendersi la responsabilità di cambiare la loro vita, di aggiornarla, di renderla attuale, di interrompere la coazione a ripetere instauratasi nell’infanzia.

In questi casi vediamo persone oscillare fra onnipotenza e vittimismo e quando entrano nello stato di coscienza della “sopravvivenza” arrancano paurosamente e cercano di arrabattarsi in qualsiasi modo, mettendo una toppa di qua e poi una di là per tappare le falle che si aprono. Sono persone che non riescono a darsi quel rispetto che consentirebbe loro di avviarsi verso quella trasformazione necessaria per “diventare quello che si è”.

Ne ho avute di persone simili tra i miei clienti. Per me è un grande dolore vederle arrivare a far risplendere la propria luce e poi tornare giù e vederle scomparire di nuovo tra le onde. Il mio senso di perfezionismo  una volta non accettava tutto questo, percepivo come sconfitta personale chi decideva di abbandonare il percorso. Oggi ho imparato ad accettare che non tutti vogliono veramente “salvarsi”.

Ho imparato, sulla mia pelle, che bisogna lavorare veramente duro con se stessi. E’ un impegno, un vero e proprio lavoro, ma chi l’ha detto che la vita è una passeggiata?

Eppure basterebbe veramente poco, prendersi veramente cura di sé, tirare fuori le emozioni, rassicurarsi con l’amore verso se stessi e ritrovare la fiducia … ma quanto lavoro c’è dietro la realizzazione di cose così semplici …

Molti invece preferiscono occupare il tempo con la sofferenza, una qualunque, anche la più stupida, pur di non affrontare il dolore, l’abbattimento della cui parete porta al piacere, sì perché solo una parete divisoria separa queste due emozioni tanto profonde quanto confinanti.

Quello che accade è come una disconnessione; l’anima rimane indietro rispetto al pensiero che va troppo veloce.

Se i genitori comprendessero quanto sono importanti per i figli, molti problemi fra genitori e figli non esisterebbero. Invece spesso i genitori di fronte all’imponenza di questo grande affetto regrediscono ad una posizione infantile, così non si sentono né visti, né amati dai figli e reagiscono con misure puerili e sproporzionate nei loro confronti.

Io credo che il nostro nemico più grande sia questo considerarci al di fuori del mondo. Il non considerarci per chi siamo veramente e obiettivamente così come gli altri riescono a riconoscerci e amarci. Questa consapevolezza darebbe al bambino dentro di noi la speranza che spesso rifiuta mettendo sempre dei dubbi, ma non c’è dubbio sul nostro Sé.

Il nostro Sé può essere maltrattato, violato, manipolato ma non muore mai. Il Sé altro non è che quel bambino che aspetta che qualcuno venga a prenderlo, quel bambino che non sa tornare a casa da solo. Ma quel “qualcuno” oggi siamo noi, è l’adulto che c’è in noi, di lui il bambino si fida, perché ha lo stesso odore, lo stesso fiuto, lo stesso cuore che batte forte. Il punto è sentire questa integrazione fra i due livelli di noi stessi: l’adulto e il bambino.

Il cambiamento comporta un cambio di energie. L’energia che fino a quel momento era servita a mantenere il sintomo, questa volta viene impiegata per sostenere il cambiamento. Il primo segnale viene dato da un senso di disorientamento: quando una persona arriva ad un certo grado di benessere, dopo aver convissuto per molto tempo con la sofferenza, incomincia a sentire un certo grado di estraneità con il piacere e dice: “Adesso sto bene e che faccio?”.

Ma perché una volta raggiunta la consapevolezza dei meccanismi distorti non si riesce a cambiare atteggiamento e si tende inconsciamente a ripetere la coazione? C’è evidentemente un vuoto da colmare e spesso la persona decide di occupare il tempo con la sofferenza. Alcuni sostengono che è per non sentire la paura di vivere, altri per non sentire la paura di morire; in senso generale è lo stesso vuoto che tiene lontane le persone da un percorso di crescita o cambiamento. Sì, perché essenzialmente la paura di vivere è la paura di cambiare il proprio stato, le proprie vere o false sicurezze, lasciare qualcosa di certo, il nostro star male, per qualcosa di incerto: starò mai bene?

Voglio terminare questa riflessione con un brano tratto da “la migliore salute possibile” di Andrew Weil che mette il focus sull’importanza della motivazione come fattore indispensabile a contrastare l’inerzia iniziale ad ogni cambiamento. Il primo passo??? Avere l’umiltà di chiedere aiuto ……

“L’inerzia è la resistenza al movimento, all’azione o al cambiamento. Proprio come i corpi fisici fermi tendono a rimanere fermi, mentre quelli in movimento tendono a continuare a muoversi in linea retta finchè non subentri una forza esterna, anche il corpo umano è resistente al cambiamento. Se avete provato a lavorare una massa di argilla fredda o di pasta di pane, sapete quanta perseveranza e quanti sforzi sono necessari per renderle morbide e malleabili. In questi casi la forza esterna viene dalle mani esperte a lavorare l’argilla o la pasta che superano la naturale inerzia. Molte persone vogliono cambiare la propria vita ma non riescono a immaginare di poterlo fare senza un aiuto esterno: Ritengo che se mani esperte potessero esercitare su di loro la forza necessaria per avviare il procedimento,potrebbero farcela, e intanto restano legate alle proprie abitudini. La risposta a questo problema diffuso sta nella motivazione. Il termine stesso deriva dal verbo latino che significa “muovere” ….”

Scegliere di migliorarsi.

IMG_2367

Christophe Andrè e Francois Lelord , due psicologi francesi nel loro libro “La Forza delle Emozioni”,  scrivono che chi è triste non ha capito la vita; con questo non intendono offendere chi è triste, ma illuminare una via per uscire da questo stato mentale.

Non capiamo la vita, dice Lelord, se non riusciamo a vedere la sua perfezione indipendentemente da quello che noi ne pensiamo. Se invece focalizziamo la nostra attenzione sulla “perfezione della vita al di là di tutto”, non la sciupiamo, confrontandola continuamente con la dolorosa nostalgia delle nostre preferenze.

Alla luce di questo allora anche l’idea di migliorarsi va maneggiata con cautela: se osserviamo bene, essa implica un certo grado di non accettazione di sé, quindi una sensazione di sofferenza. Possiamo invece scegliere di migliorare la nostra vita senza provare avversione, facendo riferimento alle nostre risorse fondamentali.

Caratteristica dell’essere umano è comportarsi nei riguardi di se stesso come lo scultore con il materiale grezzo come ci tramanda Pico della Mirandola. In ogni cultura e in ogni epoca è presente il tema del migliorarsi, del coltivare se stessi. Il concetto implica il nostro osservare noi stessi, oggettivandoci e valutandoci rispetto alle nostre preferenze.

Se siamo VIVI cambiamo comunque ogni giorno. Ogni informazione, ogni esperienza ci cambia un po’: aggiunge al nostro vissuto strati di consapevolezze che ci permettono di aggiustare il tiro. Metabolizziamo tutto quello che ci raggiunge attraverso i sensi, ogni notizia e ogni concetto, ogni frase ascoltata con attenzione creando casse di risonanza.

Non si può non cambiare, come la rotta della nave, che, per essere diritta, è fatta di continue piccole curve. Migliorarsi è “volere” controllare il nostro cambiamento, farlo nella direzione di ciò che pensiamo sia meglio, alla ricerca del nostro ben-essere.

Per migliorarci, in qualsiasi campo, possiamo far riferimento a cinque passi:

SAPERE => nel prefiggerci uno scopo, un obiettivo osserviamo quale comportamento vogliamo adeguare al nostro desiderio di migliorare. Cerchiamo di osservarci senza alcuna avversione, accettando che quello che siamo è il punto di partenza. Focalizziamoci sulla sensazione positiva che progettiamo di sentire quando ce l’avremo fatta.

VOLERE => il volere è nella nostra decisione: la possiamo rinforzare ogni giorno con visualizzazioni del nostro riuscirci, della sensazione di libertà conseguente, godendoci in anticipo, nell’immaginazione, lo stato di fatto di quando avremo già raggiunto il nostro obiettivo.

POTERE => il nostro sentimento di essere in grado di occuparci del nostro miglioramento, osservando sia i nostri progressi, senza darli per scontati, anzi festeggiando ogni passo “verso”, sia i momenti di difficoltà, ricordandoci che fanno parte del processo e che possiamo sempre ricominciare, ogni volta, da adesso.

CONSAPEVOLIZZARE=> quale è il vantaggio nascosto del comportamento che vogliamo superare, e trovare il modo di conservarlo in un modo diverso. Ci risulterebbe infatti inutilmente gravoso cercare di superare un comportamento dal quale in parte traiamo vantaggio, per quanto nascosto. Ad esempio, se mi ammalo il vantaggio può essere stare a casa dal lavoro e riposarmi, se riesco ad organizzarmi in modo tale da farlo anche da sana, non mi “occorre” ammalarmi. Allora chiediamoci: questo “difetto” ci dà una qualche soddisfazione? E’ un rito? Una pausa? Vuole dimostrare qualcosa? Permetterci qualcosa che altrimenti ci sembra impossibile ottenere? Visto che qualsiasi cosa facciamo comporta un qualche vantaggio per noi, per quanto nascosto, individuarlo ci permette di migliorarci.

CONFERMARCI => sia quando facciamo passi avanti, sia quando siamo in una situazione di stallo o quando viviamo una ricaduta, possiamo riconoscere di essere sulla via del miglioramento. Non possiamo aspettarci né tantomeno pretendere che siano gli altri a confermarci nei nostri tentativi: come possono sentire come ci sentiamo, i nostri sforzi, il nostro bisogno di riconoscimento?

L’importante nel vivere la scelta del migliorarsi è non farci male, svalutandoci per come siamo ora, non-ancora-migliori, rispetto a come vorremmo-essere, occupiamoci di noi con dedizione, amore e perché no anche simpatia.

E un buon miglioramento può essere, per un po’, smettere di cercare di migliorarci, scegliere di fidarci di essere già “sufficientemente migliori”…..

Bibliografia:

Christophe Andrè e Francois Lelord – La Forza delle Emozioni – Ed.Corbaccio

Il Giudice Interiore nelle relazioni affettive.

giudice-interiore-e-coppia

Ahimè quasi tutte le nostre relazioni interpersonali sono purtroppo condizionate dal rapporto che abbiamo con il nostro Giudice interiore e dalla maggiore o minore consapevolezza che abbiamo riguardo a questa dinamica.

La situazione più comune è quella di proiettare il proprio Giudice sulle persone con cui abbiamo una relazione e in modo particolare su chi amiamo.

Le relazioni affettive sono quindi il terreno migliore per osservare il nostro giudice al lavoro. E’ proprio là dove c’è un forte coinvolgimento emozionale, attaccamento, legame, aspettative, sogni comuni, che vengono a galla i nostri auto-giudizi più profondi.

Che lo si voglia ammettere oppure no, spesso le persone che ci sono più vicine riescono a mettere il dito sulle nostre piaghe in modo molto efficace. Se, da un lato, questa è probabilmente una delle cause principali di dolore e conflitto nelle relazioni, dall’altro lato è anche una grossa opportunità per capire come proiettiamo al di fuori il nostro Giudice e per vedere come attacchiamo gli altri e attraiamo inconsciamente gli attacchi altrui.

Se proviamo a guardare le cose da un’altra prospettiva ci accorgeremo che i nostri conflitti interpersonali non sono altro che il riflesso di conflitti interni rimasti irrisolti tra il Giudice e il bambino che è in noi che continua a reagire in maniera meccanica.

Come un pendolo, ci spostiamo dall’essere i nostri carnefici, identificandoci con il nostro Giudice, all’essere vittima, identificandoci con il nostro bambino.

La stessa dinamica avviene nei rapporti affettivi, dove a volte diventiamo il Giudice dell’altro attaccandolo, e a volte reagiamo diventando vittime. Proiettare il nostro Giudice sull’altro diventa un meccanismo di difesa che ci permette di mantenere nell’inconscio la dinamica con il nostro Giudice, ossia diventare la vittima dell’attacco dell’altro ci permette di non sentire l’assalto dentro di noi e di attivare le nostre difese contro un nemico esterno, mentre attaccare l’altro con le nostre critiche ci permette di evitare di fare i conti con il dolore che quelle stesse critiche provocano quando le rivolgiamo a noi stessi.

Raramente noi vediamo e sentiamo le persone intorno a noi; piuttosto vediamo e percepiamo la realtà e le persone che ci circondano indossando un paio di occhiali colorati che filtrano le informazioni che ci arrivano leggendole poi secondo la struttura di valori, opinioni, giudizi, e pregiudizi che ci portiamo appresso.

Nelle relazioni affettive, in particolare, questo meccanismo prende il nome di “transfert”.  Transfert significa che in modo inconscio proiettiamo sulla persona amata uno o anche tutti e due i nostri genitori e visto che il nostro Giudice (o Super-Io) altro non è che l’interiorizzazione della parte normativa dei nostri genitori, finiamo con il proiettare su quella persona il nostro Giudice Interiore.

Ci troviamo così intrappolati in una rete di delusioni, ferite, risentimento, lamentele, ci sentiamo non visti e non capiti e ci sentiamo dire lo stesso dalla persona che amiamo.

Per creare relazioni vere e non condizionate dalle nostre proiezioni è necessario quindi risolvere la questione con il nostro Giudice Interiore.

Per fare questo il passo fondamentale è assumersi la responsabilità di agire consapevolmente difendendosi dagli attacchi del proprio Giudice, riconoscendo le situazioni in cui esso si proietta sull’altro, trovando modi concreti per smantellare giudizi e pregiudizi che rendono la nostra affettività “condizionale”.

Certamente fare ciò comporta le sue difficoltà e di fatto vuol dire assumersi completamente la responsabilità della nostra vita smettendo di incolpare gli altri per le nostre sofferenze, frustrazioni e delusioni e vuol dire soprattutto riconoscere che l’amore esiste solo se è senza condizioni.

Dove e come comincia l’amore senza condizioni? Il punto zero si trova nella comprensione che è impossibile amare qualcuno senza condizioni se non so amare me stesso senza condizioni.

Il passo essenziale è quindi cominciare ad amare noi stessi impegnandosi a smascherare il nostro Giudice Interiore e tutti i modi in cui rifiutiamo noi stessi e sabotiamo la nostra crescita.

Se non cominciamo ad onorare la nostra individualità scoprendone l’unicità, molto difficilmente riusciremo a rispettare e amare gli altri per la loro e continueremo a vedere i loro comportamenti sbagliati trovandoci presto infognati nell’illusorio tentativo di cambiare le persone intorno a noi.

La via più facile è fare tutto questo insieme al nostro partner cominciando a rendere più esplicita la comunicazione per diventare sempre più consapevoli del modo in cui avviene la proiezione del proprio Giudice.

L’impegno comune porta con sé una nuova fiducia condivisa permettendo alla coppia una nuova e reale intimità, dove diventa finalmente possibile manifestare e condividere la propria vulnerabilità senza paura di essere attaccati. E questa diventa anche la base per lasciare andare la paura di essere sbagliati e tutte le ansie collegate.

Più saremo in grado di esporre alla persona amata tutto quello che siamo, più facile sarà entrare in contatto con quelle parti di noi che abbiamo dovuto negare, reprimere e nascondere e più saremo liberi da quel passato che come una zavorra troppo spesso ci impedisce di VIVERE

liberamente tratto da:

A.E.Costantino – La libertà di essre se stessi – Ed.Tecniche Nuove

Ci sono possibilità

coppia-bici

“I dwell in possibility” E.Dickinson

Anche se oggi sembra minacciata, l’avventura dello stare in coppia resta una proposta magnifica, stupefacente e a volte esplosiva!

Con questo post, nato sulla scia di un libro stupefacente, lucido e a volte chirurgicamente spietato che sto leggendo “Eccomi” di Jonathan Safran Foer, voglio invitare tutti coloro che si impegnano in questa avventura a trovare i mezzi per affrontarla nel migliore dei modi cercando di non farsi intrappolare da:

  • l’accusa dell’altro “é colpa tua, hai sempre ragione, non parli mai, non ti si può dire mai nulla, non ci sei mai”
  • l’autoaccusa: “non vedo mai nessuno, non sono interessante, i miei genitori non mi hanno mai amato, non ho mai avuto possibilità…”
  • il non detto: tutte quelle parole sospese che per paura, noia, fatica, si vanno ad accumulare  dando origine a distanze sempre più incolmabili ….

La vita a due ha bisogno di responsabilizzazione ad ogni istante, di presenza di quell’Eccomi  senza se e senza ma.

Se non ci lasciamo definire dai desideri e dalle paure dell’altro, se non tentiamo di definirlo in funzione dei nostri desideri o delle nostre paure, possiamo sperare di alimentare una relazione viva e duratura con un essere amato o una persona che ci ama.

E’ possibile cominciare a restare in piedi senza vacillare, senza piegarsi sotto la paura …

E’ possibile cominciare a camminare, senza essere titubanti; a scegliere un proprio cammino, ad aprirsi un varco attraverso gli ostacoli e i dubbi.

E’ possibile cominciare a parlare, forse esitando, ma con parole proprie.

E’ possibile osare.

E’ possibile esprimere il proprio stato d’animo, le proprie emozioni, le proprie posizioni.

E’ possibile correre il rischio di perdersi, di soffrire.

E’ possibile correre il rischio di non essere sempre compresi o ascoltati.

E’ possibile abituarsi ad una maggiore solitudine per incontrare meglio la parte migliore di sé.

E’ possibile cominciare ad uscire dai bisogni e dalle mancanze che l’altro proietta su du noi, per vivere relazioni di piacere in cui il desiderio possa esprimersi in tutta libertà nello spazio dentro di noi, nello spazio necessario ad ogni incontro.

E’ possibile vivere inizi e nascite senza ferirsi, senza entrare nelle ferite altrui.

E’ possibile cominciare a nascere di nuovo più vicini a se stessi. Riconoscersi nel sogno, nella tenerezza, nella condivisione delle parole.

Quando l’impossibile attraverso l’ascolto e lo sguardo dell’altro si trasforma in possibile è …. MERAVIGLIA!!!

Vivere la coppia in modo duraturo e in una relazione di creatività prima di tutto vuol dire correre il rischio di assumere una posizione il più possibile chiara nelle nostre aspettative, nei nostri contributi e nelle nostre zone di intolleranza e vulnerabilità.

Vuol dire proporre all’altro di stabilire i suoi confini, di affermarsi anche nelle sue richieste, nelle sue aspettative e nelle sue zone di intolleranza e vulnerabilità.

Vuol dire anche accettare di scoprire con stupore e disagio la possibilità o l’impossibilità di una relazione viva e sempre da costruire, da alimentare e sviluppare con la persona che ci ha scelto e che noi abbiamo scelto.

Ogni relazione contiene una parte aleatoria, imprevedibile, un’incognita legata alle evoluzioni, alle rivelazioni e agli incontri che costellano ogni esistenza. Questo è il rischio legato ad ogni forma di vita.

Un rischio sempre più ridotto se preso in considerazione da uno sguardo lucido sulla realtà.

Vorrei concludere con una sorta di Dichiarazione dei diritti all’amore da leggere ogni tanto insieme strada facendo ….

  • Amarti senza sottometterti
  • Addomesticarti senza metterti in gabbia
  • Conosceti senza irrigidire la mia visione
  • Trovarti senza nascondermi
  • Raggiungerti senza minacciarti
  • Accoglierti senza trattenerti
  • Chiederti senza obbligarti
  • Darti senza svuotarmi
  • Rifiutarti senza ferirti
  • Lasciarti senza dimenticarti
  • Riempirti senza colmarti
  • Esserti fedele senza tradirmi
  • Sorriderti e intenerirmi
  • Scoprirti e stupirmi
  • Meravigliarmi e lasciarmi andare alla fluidità dello slancio
  • E restare così viva e libera, aperta alle possibilità dei nostri incontri