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La creatività e i bambini

CREATIVITA BAMBINA

Voglio oggi postare un articolo scritto un po’ di anni fa quando il mio lavoro era rivolto soprattutto ai bambini, cercando di  preservare quella creatività pura e ricca di immaginazione e fantasia attraverso laboratori di libera espressione creativa.

Penso che in questo momento leggere queste righe possa essere d’aiuto a tutti quei genitori che avendo bimbi piccoli “rinchiusi in casa” hanno non poche difficoltà a gestirli.

Ecco lasciare che esprimano attraverso il segno e il colore quello che provano potrebbe essere una delle soluzioni e non solo, potrebbe tenere aperta quella porta creativa senza limiti di tempo ……..

Buona lettura!

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“C’era un bambino che usciva ogni giorno,
e il primo oggetto che osservava, in quello si
trasfondeva,
e quell’oggetto diventava parte di lui per quel giorno o
per parte del giorno
o per molti anni o vasti cicli di anni

I primi lillà divennero parte del bambino
e l’erba e i convolvi bianchi e quelli rossi, e il bianco e
Il rosso trifoglio, e il canto del saltimpalo,
gli agnelli marzolini, la rosea figliata della scrofa, il
vitello e il puledro
la chiassosa nidiata dell’aia o del pantano vicino allo stagno
e i pesci così stranamente sospesi, e il bel liquido strano,
le piante acquatiche dalle graziosi cime piatte: tutto
questo divenne parte di lui.”

Walt Whitman, Foglie d’erba

 

I versi di Whitman colgono gran parte di ciò che sappiamo sui bambini e la creatività: per loro, la vita stessa è una avventura creativa. Le esplorazioni più elementari compiute dal bambino nel suo mondo sono di per se stesse degli esercizi creativi per risolvere dei problemi. Prima dei tre anni il bambino, nel rapporto con l’ambiente che lo circonda realizza in forma di gioco una grande quantità di esperimenti dai quali ricava dati e leggi del mondo di cui fa parte: intraprende un processo di invenzione di se stesso destinato a durare tutta la vita.

Di fronte ai fenomeni ed ai sentimenti l’atteggiamento del bambino è simile a quello dell’artista: anche lui prova meraviglia, incanto, talvolta dolore.

Quando scopre il segno, il bambino, comincia a raccontare con i primi scarabocchi ciò che conosce del suo mondo; questo linguaggio se viene rispettato nella sua libera evoluzione procede parallelamente con lo sviluppo intellettuale.

Prima ancora di poter dare graficamente una forma a determinati contenuti il bambino è infatti capace di esprimere attraverso il colore, sia la sua capacità discriminativi sia la sua emozionalità.

Giochi inizialmente inconsapevoli di linee e macchie traducono la vivacità dei suoi incontri con il foglio bianco e spesso lo stupiscono dando il via ad una ricerca intenzionale di nuove figure: colori che si sovrappongono l’uno sull’altro, dando vita a nuove tinte in un processo di trasformazione in cui ciò che conta è sempre la sorpresa del nuovo cambiamento e non il prodotto finito.

In generale, se hanno libero accesso ai materiali, i bambini tra i tre e i cinque anni scoprono di poter creare, con relativa facilità, forme e figure semplici. Quindi, si mettono alla prova, inventano creature-girini animate e intraprendono volentieri esplorazioni giocose. E’ quasi magico creare sulla pagina bianca, tirar fuori dal nulla creature e oggetti su cui è possibile esercitare un qualche controllo.

La possibilità di tingere e macchiare, lasciando una indelebile traccia di sé, consente al bambino di esprimersi senza doversi subito subordinare alle richieste dell’altro. In questa prospettiva il bambino che non può tingere e macchiare è un bambino costretto da necessità interiori o da restrizioni esterne ad inibire la propria vitalità.

Inoltre ogni attività “creativa” conferisce ai bambini il potere di fare e disfare, di conoscere l’oggetto e se stessi più intimamente. Il loro coinvolgimento nel “fare arte” è in gran parte diretto all’interiorità: disegnare, dipingere, manipolare sono enunciazioni espressive a proposito di ciò che si conosce, si prova e si vuole capire; è un dialogo con se stessi intrinsecamente affettivo. E’ una attività di problem solving molto spesso pervasa di emozioni intense , non meramente una indagine del mezzo espressivo e dell’abilità necessaria per padroneggiarlo.

Da ciò si evince come il termine creatività abbia assunto negli ultimi anni una importanza pressoché assoluta nell’ambito dei sistemi educativi per l’infanzia poiché è diventata opinione comune che, proprio attraverso l’immaginazione e la fantasia, il bambino possa accrescere la consapevolezza di sé e del mondo che lo circonda imparando a conoscere meglio se stesso e gli altri.

E’, infatti, nell’ambito delle attività creative che al bambino viene chiesto di impossessarsi del patrimonio culturale che gli viene offerto interpretandolo e rielaborandolo secondo la propria esperienza personale e le proprie inclinazioni, contribuendo, in questo modo, a reinventarlo.

Partendo da questo presupposto, è facile intuire come lo sviluppo delle doti creative non metta in gioco solo fantasia e immaginazione, ma una vasta gamma di facoltà (senso critico, intuizione, rielaborazione attiva dei dati forniti, capacità di esprimere un giudizio e di prendere le distanze dalla realtà) indispensabili per la crescita “sana” del bambino.

Se, quindi, esiste una educazione alla creatività che va impartita e coltivata giorno dopo giorno, è necessario e fondamentale che essa passi attraverso il gioco e la dimensione ludica, per non trasformarsi in uno dei tanti doveri/obblighi verso cui il bambino viene quotidianamente indirizzato e perdere, così, la sua valenza.

A volte la produzione dei bambini, non soddisfacendo i canoni dell’arte classica, ma rispecchiando i canoni dell’arte infantile, risulta indecifrabile se non addirittura insignificante agli occhi di un adulto troppo preso a capire invece che a condividere. Invece l’esperienza del “macchiare”, in senso concreto, richiede che qualcuno sia lì a vedere, ma solo a vedere senza interferire nel suo lavoro, una sorta di “servitore” (=> vedi la teoria di Arno Stern e il metodo del “Closlieau” – luogo protetto) che riconosce la presenza dell’autore senza conferire significato particolare alla sua opera.

Tutti i bambini del mondo nella loro libera ricerca grafica inventano soluzioni tecniche per ogni problema secondo la loro logica. Faccio un esempio: il bambino sa che la terra è giù e che il cielo è in alto, per cui disegna la striscia di terra giù e la striscia del cielo in alto. In mezzo c’è il vuoto finchè viene il momento in cui la sua ricerca porta il bambino a riempirlo, individuando l’orizzonte, disegnando ciò che è vicino come grande e ciò che è lontano come piccolo, ma non tiene conto delle proporzioni, dei chiaroscuri, della prospettiva; molto spesso i colori naturali sono sbagliati ma usati in funzione emozionale, c’è la scoperta della pittura dei sentimenti, non figurativa, in cui il foglio di carta diventa lo specchio delle sue emozioni.

Perché in quei momenti il colore per il bambino non è ancora legato consapevolmente ad un contenuto da esprimere ma ad una modalità di essere presenti nel mondo.
Dice Rudolf Arnheim “…… le immagini della realtà possono essere valide anche se sono assai discoste da ogni somiglianza realistica….” (Arte e Percezione Visiva ed Feltrinelli).

Molti grandi artisti hanno imparato dai bambini che sono stati: Picasso dopo una vita di ricerca, è tornato a dipingere come faceva da piccolo; Chagall disegnava i sogni e se dovessimo valutarlo criticamente secondo i canoni dell’arte classica non riusciremmo ad apprezzarlo e come lui Mirò, Kandinskji e tutta l’arte moderna che è una rottura degli schemi dell’arte classica.

La capacità di particolari abilità grafiche viene acquisita dai bambini attraverso la ripetizione, ciò significa esercitarsi passo per passo senza preoccupazione di ottenere dei risultati.
La ripetizione non serve solo a perfezionale le abilità, ma permette anche al bambino di sentire l’attività come qualcosa di suo, che gli appartiene, che è parte di lui. Alla lunga al fine della creatività questo può essere più importante della semplice padronanza della tecnica, perché mette il bambino in condizione di innamorarsi di quello che sta facendo.

L’esercizio riuscito sviluppa la fiducia ed aiuta a credere in se stessi, i bambini in cui questa convinzione vacilla sono timidi, hanno poca fiducia nelle proprie capacità di avere successo, sono spaventati dal nuovo e dal rischio.

Al contrario mettere in allerta tutti i suoi sensi, aguzzare la sua attenzione, renderlo partecipe e, soprattutto, artefice delle cose che lo circondano, stimolare giorno dopo giorno la sua naturale propensione all’immaginazione e alla fantasia, porta il bambino ad aver fiducia nel proprio potenziale creativo. Inoltre un bambino fantasioso, in grado di immaginare e progettare ciò che ancora non esiste, di vedere oltre l’apparenza sarà un adulto attento e attivo mentalmente, capace di uscire dagli schemi in qualsiasi momento pur di ricercare la verità più profonda delle cose.

D’altra parte va ricordato che la fiducia in se stessi è alimentata anche dalla sensazione, percepita dal bambino, che gli adulti rispettino la sua abilità. Le critiche costanti o la continua indifferenza verso i risultati conseguiti possono minare, anche nel bambino più capace, la fiducia in se stesso.

La creatività fiorisce quando le cose sono fatte per il piacere di farle. Se i bambini sono impegnati nell’apprendimento di una forma creativa, riuscire a conservare il loro entusiasmo ha la stessa importanza, anzi è forse ancora più importante, del chiarimento degli aspetti tecnici.

Ciò che conta è il piacere non la perfezione!

Nella vita, le pressioni psicologiche che inibiscono la creatività dei bambini non tardano a manifestarsi. La maggior parte dei bambini in età prescolare anche quelli di prima elementare amano andare a scuola, sono entusiasti all’idea di esplorare e imparare; ma quando arrivano alla terza o quarta elementare il loro entusiasmo scema e molti di loro non traggono più alcun piacere dalla loro creatività.
Si sono messi in moto i “killer della creatività” cioè quei meccanismi attuati dagli adulti nel processo educativo e sentiti dai bambini come freno per dar libero sfogo alle proprie emozioni:

  • Sorveglianza è significa incombere sui bambini facendo sentir loro che sono costantemente controllati mentre lavorano. Questa continua osservazione crea nel bambino una stati del suo flusso creativo, una impotenza ad arrischiare qualcosa di nuovo.
  • Valutazione è significa infondere una eccessiva preoccupazione del giudizio altrui. I bambini dovrebbero preoccuparsi principalmente di essere soddisfatti del risultato raggiunto e del piacere che provano durante il processo creativo senza concentrarsi sul modo in cui saranno valutati dagli adulti o dai propri compagni
  • Competizione è significa mettere i bambini in una situazione senza vie di uscita, o si vince o si perde, e solo una persona può arrivare al vertice. Ogni bambino, invece, dovrebbe essere lasciato progredire secondo il proprio ritmo, tenendo conto che ogni bambino è un essere unico.
  • Eccessivo controllo è consiste nel dire ai bambini esattamente come devono fare una determinata cosa, nel campo dell’arte come devono disegnare una determinata immagine e quali colori devono usare. Questo atteggiamento induce i bambini a credere che ogni originalità sia un errore e ogni esplorazione una perdita di tempo

Ed in ultimo ma forse come importanza nell’assopirsi della creatività il primo, il Tempo. Se la motivazione intrinseca è un fattore chiave della creatività di un bambino, l’elemento cruciale per coltivarla è il tempo e uno dei maggiori crimini educativi che i genitori e la scuola commettono contro la creatività dei bambini consiste proprio nel privarli di questo tempo.

Rispetto agli adulti, i bambini entrano più spontaneamente in quello stato creativo per eccellenza chiamato “flusso”, nel quale il totale assorbimento può generare il massimo del piacere e della creatività. Nel processo del dipingere è come se il foglio, il colore, i gesti del bambino e le immagini che ne risultano costituissero una totalità. Nel flusso il tempo non conta: c’è solo un presente atemporale. Esso è uno stato più confortevole per i bambini che per gli adulti, dal momento che questi ultimi sono più consapevoli dello scorrere del tempo.

Promuovere la capacità creativa equivale, quindi,  promuovere nel bambino la consapevolezza del suo modo di essere.”

Ogni costruzione della nostra mente è possibile solo a partire dalla nostra esperienza passata e quanto più questa è stata ricca di stimoli, tanto più feconda sarà la nostra capacità presente di immaginare. Il cerchio si chiude quando, sulla base di questi stimoli forniti dalla realtà, siamo capaci di creare qualcosa di nuovo, che si concretizza in una produzione, sia essa di carattere letterario o artistico, come pure di carattere tecnico o scientifico.

Da qui l’importanza di fornire al bambino, fin dalla più tenera età, stimoli di diversa natura, per arricchire di elementi la sua esperienza e offrirgli, in tal modo, maggiori possibilità di crescita.

Educare alla creatività significa, educare i bambini ad aver fiducia nelle proprie capacità personali, aiutandoli a rafforzare la fiducia in se stessi e a rifuggire da soluzioni povere e rigide. Significa, inoltre, educarli a “pensare con la propria testa”, per creare individui liberi e autonomi.

E’ così l’educazione alla creatività diventa anche e soprattutto educazione alla libertà.

 

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Per approfondire:

Claire Golomb   –  L’arte dei bambini – Ed. Raffaello Cortina

Aa Vv – Creativi a scuola. Oltre l’apprendimento inerte – Ed.FrancoAngeli

Singer D. Singer J. – Nel regno del possibile, Il gioco infantile, creatività e sviluppo dell’immaginazione. Ed. Giunti

G.Rodari – La grammatica della fantasia – Ed. Einaudi

A.Carotenuto – La strategia di Peter Pan – Ed. Bompiani

Lawrence  E.Shapiro – Il linguaggio segreto dei bambini – Ed.Fabbri

M.Di Renzo, I.E.Nastasi – Il movimento disegna – Ed. Magi

M.G.Cocconi, L.Salzillo, A.Zanolli – Il bambino creatore – Ed. FrancoAngeli

B.Munari – Fantasia – Ed. Laterza

Immaginazione e Pensiero Creativo come alleati nel ri-trovarsi

PENSIERO CREATIVO 1

“Nella vita ci sono sempre nuovi inizi in cui è possibile acquisire altre e più profonde conferme della propria esistenza” Verena Kast

Ogni individuo è unione di inconscio e conscio, luce e ombra, istinto e ragione; in ognuno di noi convivono tanti opposti e per giungere alla propria pienezza è necessario che ciascuno percorra i meandri della propria interiorità.

Durante questo viaggio, il viaggio dell’Eroe alla ricerca del suo Tesoro, potremmo salire sulle vette o scendere negli abissi l’importante è riuscire sempre a sentire e riflettere,vedere e ascoltare, creando e mantenendo i ponti che si vanno costituendo nel cammino. Saranno proprio questi ponti che ci consentiranno di raggiungere le cose più belle, spesso le più nascoste o quelle che non riusciamo o vogliamo vedere.

Durante questo cammino il più delle volte arduo e faticoso si raggiungono diverse tappe e quindi diverse consapevolezze; l’incontro con le emozioni nelle diverse età evolutive, siano esse di gioia o di sofferenza, ci schiude al mondo delle immagini e l’immaginazione ci consente di entrare in quello spazio che offre la possibilità al sé di dispiegarsi.

Aprire la porta al mondo dell’immaginazione vuol dire darsi la possibilità di esperire nuovi anfratti, nuove intuizioni, per ri-comporre nuovi paesaggi e darsi altro tempo offrendo una nuova luce e un nuovo respiro ai nostri vissuti.

Scrive Francesco Montecchi, neuropsichiatra e psicanalista junghiano infantile membro dell’International Association for “Sand Play Therapy”, “la psiche con l’aiuto delle immagini si orienta nel mondo e si adatta ad esso e così è in grado di vivere e di svilupparsi. Così l’immagine esterna non è solo proiezione dell’immagine corrispondente interna, ma entrambe sono parti tra loro corrispondenti di una unica immagine originaria e simbolica che si è scissa…”

Ed è proprio dalle esperienze più sofferte che possiamo alzare le vele verso nuovi lidi che, attraverso la sensibilità e l’accoglienza, portino nuova energia.

Jung utilizzava con i suoi pazienti l’immaginazione attiva, osservazione del flusso delle immagini interne, senza che venga imposto alcun tema.

Si comincia fissando l’attenzione su di un’immagine che giunge spontanea, e si continua osservando le trasformazioni che questa immagina subisce, come si arricchisce di dettagli, si sviluppa e si evolve.

In questo modo la persona non è immobile, racchiusa dentro la sua fantasia,  bensì avviene un dialogo interno dove conscio e inconscio concorrono insieme, non più nemici ma alleati e parte dello stesso contesto, ed affrontano INSIEME la vita.

Possiamo quindi affermare che l’immaginazione è già parte dell’azione operando all’interno di un “quasi reale” che ha in sé tutte le potenzialità per trasformarsi in attività.  Le immagini che creiamo ci permettono di vivere gli eventi prima di agirli nella realtà; il “come se” immaginativo ci conduce in una sorta di spazio transazionale in cui è possibile sperimentare il cambiamento.

Attraverso l’immagine diventiamo attivi e con l’azione prendiamo parte all’evento evocato e nel gioco recuperiamo la fiducia predisponendoci così al cambiamento. L’immaginazione ci permette di sondare creativamente le possibili soluzioni ad una situazione mettendole a confronto con il nostro bagaglio di conoscenze, la cui ampiezza contribuisce ad aumentare le possibilità di cogliere relazioni , e quindi, di immaginare soluzioni.

Alla luce di tutto ciò l’immaginazione diventa un modo per recuperare energia e forza per uscire dal tunnel dell’autosvalutazione scoprendo di riuscire a trovare in sé capacità sconosciute e recuperare potenzialità perse.

Ciò che si attiva ha un grandissimo valore: si entra in contatto con il nostro mondo interiore; in questa connessione tra l’Io e l’inconscio si crea quello che Hillman chiama “fare anima”, dove gli eventi si trasformano in immagini, dando luogo a quel processo di creazione e illuminazione che permette di potersi prendere cura dell’anima, “questo cavernoso deposito di passioni”, la parte di noi più intima e profonda centrale nel nostro ri-trovarsi.

Importante diviene, quindi, la continua ricerca di Sé e nel momento in cui ci si pone in ascolto delle proprie emozioni e delle proprie immagini interiori il “fare creativo” inteso come espressione grafico-pittorica del nostro mondo interiore diviene un ulteriore possibile via per esternare la propria anima e superare le difficoltà.

Attraverso l’arte, manifestazione visibile del nostro inconscio , è così possibile uscire dai ristagni e dai blocchi che impediscono il contatto con i nostri bisogni e liberare energia che consente di modificare la direzione dei disagi e creare nuove vie dove diventa più facile ri-trovarsi diventando autonomie liberi di vivere pienamente.

 

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Perchè l’arte aiuta a ri-trovarsi

ARTE ASTRATTA 1

by Paul Blenkhorn (unsplash.com)

“ L’arte può essere definita – e utilizzata – come la mappa esteriorizzata del nostro se interiore.” Peter London

In un percorso di ArtCounseling la produzione artistica del cliente può aiutarlo a comprendere meglio le sue dinamiche interiori arrivando lì dove il linguaggio non ha ancora parole per esprimersi. Ed è proprio il processo che egli compie per arrivare a quel particolare manufatto la chiave che può aprire la serratura della sua consapevolezza.

Il processo artistico ha quindi, in questo caso, proprietà riparative, trasformative e di auto-esplorazione.

Vediamo ora nello specifico in che modo tutto questo si attua.

Pensiero visivo

Il pensiero visivo è la capacità di organizzare per mezzo di immagini i nostri sentimenti, pensieri e percezioni riguardo il mondo circostante. Usiamo  spesso nella vita quotidiana agganci visivi per riferirci a persone e cose. Tutti conosciamo la frase “un’immagine vale più di mille parole”, o modi di dire sui colori, tipo:”verde d’invidia”, “umor nero” o “visione rosa”.

Definiamo il mondo, per lo più,  mediante descrizioni visive, pensiamo per immagini, usandole spesso per rappresentare idee e sentimenti.

Jung, di cui è noto l’interesse per i simboli visivi nei sogni e nell’arte, sottolineava l’importanza che le immagini rivestono in un “percorso terapeutico”. Osservava che, lasciando che uno stato d’animo si incarni in una immagine onirica o artistica, lo si comprende più chiaramente e in profondità sperimentando le emozioni che vi sono contenute.

In anni recenti si è scoperto che le esperienze traumatiche spesso sono codificate nella mente sotto forma di immagini ed è del tutto naturale che questi ricordi riemergano come immagini visive. L’arte diventa quindi uno strumento unico per esprimere immagini traumatiche, riportandole alla coscienza in maniera meno minacciosa.

Esprimere quello che le parole non possono esprimere.

A tutti noi è capitato di sentire che certe esperienze ed emozioni sono difficili o impossibili da esprimere a parole. In un percorso di Artcounseling le persone sono incoraggiate a esprimere quello che non sanno dire a parole con il disegno, la pittura, il movimento o altre forme artistiche.

Non essendo un processo lineare vincolato dalle regole del linguaggio verbale (sintassi, grammatica, ortografia, logica), l’espressione artistica è in grado di esprimere simultaneamente molti aspetti complessi.

La terapeuta Harriet Wadeson, una delle pioniere nell’uso dell’arte in campo terapeutico’ parla a questo proposito della matrice spaziale dell’arte: la capacità dell’arte di comunicare relazioni usando linee, forme e colori. Per esempio, spiegare le relazioni fra i membri della propria famiglia può essere difficile, ma disegnando o dipingendo è facile illustrare simultaneamente i diversi tempi, luoghi e legami che li coinvolgono. Quello che richiederebbe una prolissa esposizione verbale può essere espresso più rapidamente da un singolo disegno.

Elementi ambigui, enigmatici o perfino contraddittori possono confluire nella stessa immagine perché l’arte, a differenza del linguaggio, non ha regole di struttura e di organizzazione.

Questa capacità dell’arte di abbracciare elementi paradossali è di grande aiuto per integrare e sintetizzare emozioni ed esperienze conflittuali.

Esperienza sensoriale.

L’arte è un’attività manuale: implica costruire, disporre, mescolare, toccare, modellare, incollare, disegnare, spillare, dipingere, forgiare e altre esperienze concrete.

Disegnare, dipingere e scolpire sono anche esperienze psicomotorie, hanno cioè carattere sensoriale in quanto chiamano in causa vista, tatto, cinestesia, udito e altre modalità sensoriali a seconda dei mezzi usati.

Da bambini, quando scarabocchiamo su un foglio, giochiamo con i materiali o facciamo giochi di fantasia, impariamo attraverso i sensi. Queste esperienze, secondo lo psicologo Eugene Gendlin padre del Focusing implicano un “significato sentito”, la consapevolezza corporea di situazioni, eventi o persone.

Oltre al pensiero, il “significato sentito” è un modo di dare senso alle cose, che ci aiuta a capire e valutare il mondo intorno a noi. Le qualità sensoriali del lavoro artistico ci danno modo di accedere alle nostre emozioni e percezioni più facilmente che attraverso le parole.

Liberazione emotiva

In termini psicologici si parla di “catarsi”. Il termine significa letteralmente “purificazione” indicando con questo l’espressione liberatoria di intense emozioni.

Fare un disegno, un dipinto, una scultura può essere catartico, in quanto offre sollievo da emozioni dolorose e disturbanti portandole fuori da sé.

Il processo in sé della produzione artistica può alleviare lo stress e l’ansia anche creando una risposta fisiologica di rilassamento o modificando lo stato d’animo. Sappiamo, per esempio, che l’attività creativa può di fatto aumentare il livello di serotonina nel cervello, combattendo così la depressione.

Inoltre il lavoro artistico è per alcuni una forma di meditazione che genera calma e pace interiore. Il carattere ripetitivo, rasserenante, che ha per alcune persone dipingere, disegnare o modellare la creta può indurre la risposta di rilassamento, con rallentamento del ritmo cardiaco e respiratorio e alleviare così lo stress.

Creare un prodotto tangibile

Nel lavoro artistico diviene di particolare importanza creare con le nostre mani qualcosa di unico e di speciale. Nel corso della storia umana l’arte è stata usata per abbellire e decorare seguendo questa inclinazione a fare qualcosa di unico che è un nostro autentico bisogno.

Alcuni sono in grado di produrre con la pittura o la scultura creazioni straordinarie, altri si limitano a vestirsi in maniera speciale per un’occasione importante o a cucinare piatti elaborati per un evento. Tutti questi modi di fare qualcosa di particolare si collocano sul piano visivo e rispondono tutti ad un aspetto fondamentale del comportamento umano.

Durante un percorso di ArtCounseling si creano prodotti tangibili. L’Artcounseling consente di realizzare qualcosa di duraturo che registra significati, esperienze ed emozioni.

Questa concretezza del prodotto è un vantaggio in quanto, oltre a mettere fuori di sé quello che crea difficoltà interiore,  permette di documentare idee e percezioni e riesaminarle in un secondo momento confrontandole con altre immagini.

Rivedere quello che si è prodotto nell’arco delle settimane consente di seguire lo sviluppo di temi, eventi, emozioni trovando la possibilità di cambiarne gli esiti.

Creare arte arricchisce la vita

La storia ci fa vedere come persone sottoposte a grandi stress abbiano trovato nell’arte il modo di esprimere e trasformare i conflitti interiori. L’opera creativa di Van Gogh e di atri artisti famosi testimonia questo bisogno.

Secondo Maslow, quando sono soddisfatti i bisogni elementari – cibo, alloggio e sicurezza – le persone manifestano un forte impulso all’auto-espressione. Ma anche quando sono privati delle più elementari necessità alcuni si sforzano ugualmente di esprimersi attraverso le arti.

L’arte non solo può aiutarci a rivelare paure, angosce e altre emozioni stressanti, ma tocca anche l’animo umano negli aspetti più spirituali. Se è vero che la famiglia, il lavoro e gli altri aspetti della vita possono appagarci, le esperienze creative dell’arte possono metterci in contatto con parti di noi inaccessibili alle altre attività.

Secondo Rollo May, grazia, armonia e bellezza ed equilibrio rientrano fra le qualità che caratterizzano le arti visive. L’arte può offrire trascendenza, permettendoci di contemplare e immaginare possibilità nuove attraverso l’espressione visiva e di vivere noi stessi in maniera rinnovata. Tale processo creativo offre occasioni di crescita e cambiamento, conducendo all’individuazione, cioè al raggiungimento del proprio completo potenziale.

Infine, l’arte è un’attività piacevole che rianima, riempie di energia e dà godimento. Le persone sono più vivaci e allegre mentre si dedicano a queste attività e più disposte a comunicare con gli altri una volta terminata l’opera.

Si ritiene che il lavoro artistico renda più flessibili, a realizzare se stessi e a sfruttare le proprie risorse e modalità creative nella soluzione dei problemi.

Se è vero che i due aspetti fondamentali dell’ArtCounseling sono il processo creativo e la comunicazione simbolica, ci sono anche altri aspetti che possono essere considerati fonte di ben-essere.

Al livello più semplice è un’attività che favorisce l’autostima, incoraggia a sperimentare e assumersi rischi, insegna nuove abilità e arricchisce la vita.

Chiunque può fare arte

Un pregiudizio diffuso è che per trarre giovamento da un percorso di Artcounseling sia necessario avere talento artistico. Alcuni temono che se non riescono a produrre lavori artisticamente accettabili il percorso non avrà successo.

L’Artcounseling invece non richiede nessuna preparazione specifica. Disegnare, dipingere e altre forme d’arte sono semplici metodi di espressione accessibili a tutti, indipendentemente dall’età o dalle capacità naturali.

In altre parole, chiunque ha la possibilità di essere creativo attraverso l’espressione artistica.

L’arte come modo di conoscere.

Disegnando, dipingendo, facendo un collage o scrivendo una poesia, cominciamo il processo di esplorazione delle nostre credenze profonde. Possiamo scoprire la ragione del dolore o trovare le fonti della gioia e del potenziale creativo. L’arte inevitabilmente racconta la nostra storia personale in tutte le sue dimensioni: emozioni, pensieri, esperienze, valori e convinzioni.

Nel processo per rendere tutto ciò visibile mediante l’arte, ci si offre un modo di conoscere noi stessi da una prospettiva nuova e l’opportunità di trasformare tale prospettiva.

 

 

liberamente tratto da:  C.A. Malchiodi – “Arteterapia. L’arte che cura”

L’Artcounseling dal “come se” al “come é”

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Lavoro fatto durante un laboratorio di “pittura dell’Anima”

“ … uscire dallo spazio interno a quello esterno, affermare, estendere in esso la propria forma, è il primo atto di comunicazione involontario che diventa consapevole nella verifica della propria impronta: segno di sé che, nel compiacimento della traccia, si trasforma in segnale comunicativo della propria presenza …” Stefania Guerra Lisi

Riprendendo i vari post sulla creatività e i suoi benefici nel percorso evolutivo di ogni persona, ribadisco che nel momento creativo, in cui interiorità ed ambiente trovano un rinnovato singolare incontro, siamo immersi in uno stato psicofisico ove il pensiero, l’emozione, la corporeità, l’azione fluiscono in modo congruo, infondendo un profondo stato di ben-essere.

Almeno inizialmente è infatti più importante l’atto del produrre un’impronta creativa, che il suo impatto con un esterno (ArtCounselor) che solo poi potrà accompagnare l’utente nella decodifica del suo modo di incontrare e vivere la realtà.

Un percorso di ArtCounseling è rivolto verso la salutogenesi focalizzandosi sugli aspetti personali positivi di chi ci sta di fronte e sull’individuazione delle risorse disponibili, perseguendo il paradosso (e il risanamento da un mal-essere) come un “diventare ciò che si è”, attraversando i propri territori interni sperimentandoli, agendoli metaforicamente, piuttosto che cercando di liberarsene.

Qui emerge il valore che l’azione e l’esperienza diretta rivestono nel percorso di ArtCounseling, in cui la “scoperta” la formulazione e/o la risoluzione di un problema e quindi il cambiamento, derivano dal FARE (in questo caso artistico-espressivo) e da un processo di apprendimento esperienziale.

Il sistema-ambiente di vita in cui siamo inserito ci pone costantemente di fronte alla sfida del tempo e alla transitorietà dei confini, delle convenzioni e convinzioni ideologiche, sociali, culturali e affettive.

Cercare di promuovere il ben-essere e la qualità della vita individuale e collettiva intervenendo direttamente sui fattori coinvolti nella salutogenesi o su quelli legati alla genesi del malessere, in un sistema così fortemente connotato dalla complessità oltre che dalla fugacità delle certezze, o dalla tempestività dei cambiamenti, risulta un’impresa oltremodo faticosa.

La strada più fruttuosa sembra allora quella del potenziamento delle risorse e delle abilità nella soluzione di problemi complessi. In questo la riattivazione dell’espressione globale di sé attraverso il processo creativo può diventare la chiave di volta che consente al potere intrinseco individuale di manifestarsi appieno nella sua efficacia.

La comprensione del mondo e dell’altro passa necessariamente attraverso la conoscenza, la consapevolezza di sé e l’autosvelamento. La costruzione del Sé nel continuo oscillare, fluire, distruggere, trasformare dati esterni e contenuti interni, ritrova ripetutamente il segno della sua presenza, della definizione del suo confine, il compiacimento del suo esserci nella ES-PRESSIONE, nella traccia manifesta, il Sé si rende progressivamente visibile, nello spazio e nel tempo, a se stesso e agli altri.

E’ un diritto naturale quello di produrre, esprimere-imprimere nell’ambiente, il segno esclusivo dell’affermazione “IO SONO!” “IO SONO IN QUESTO MIO MODO!”, è un diritto naturale che però va riconquistato.

La vitale permeabilità dentro-fuori, la costante pulsazione aperto-chiuso, costituiscono il motore dell’esistenza, garantiscono il senso di pienezza e soddisfacimento quando ci si abbandona al movimento naturale impresso dal loro ritmo.

Altrettanto il semplice fluire può essere interrotto, il delicato confine può essere oltraggiato, deformato da ispessimenti difensivi, frammentato da buchi, da angoscia, da vuoti, vanificato dalla confusione tra un dentro che non si distingue più da un fuori, da una dolorosa assenza di collocazione spazio-temporale, o ancora fiaccato dall’estenuante combattimento con una “piccola grande ombra”.

Il processo artistico-espressivo attinge alla fantasia, alla ricchezza dell’analogia che consente di vivere “come se”, dando la possibilità di sperimentare personalmente qualcosa di nuovo, o da un nuovo punto di vista guardare una situazione conosciuta immersi in una dimensione spazio-temporale in cui il “severo guardiano del sé” per un momento chiude gli occhi, sta al gioco e ci consente poi di stupirci di essere stati proprio noi ad aver vissuto l’esperienza.

Questo ci offre l’opportunità di assumere un rischio, senza però dover rischiare troppo, con il vantaggio di poter poi trasferire il risultato dell’esperienza alla vita “come è”.

L’ArtCouseling come spazio del possibile

RED GALLERY GIOVANNA LENTINI

Giovanna Lentini – Red Gallery –

” … tutte le arti che pratichiamo sono un apprendistato di un’arte più grande: la nostra vita …”M.C.Richards

Sono almeno tre le caratteristiche che ci rivelano come il processo e lo sforzo creativo nella produzione artistica possano avere una funzione di “therapeia”, intesa come “cura di sè”:

  •  La creazione di uno spazio di comunicazione flessibile con il proprio ambiente
  • La capacità di saper distinguere tra mondo interno e mondo esterno, cioè tra fantasie, desideri, bisogni e realtà
  • La capacità di regolare e trasformare le proprie emozioni.

Tutti e tre questi fattori sono strettamente interconnessi e riproducono le trasformazioni che caratterizzano la crescita cognitiva ed emotiva di ogni persona, lo sviluppo, quindi dei processi di pensiero, la possibilità di vedere gli oggetti del mondo reale e di elaborarne una rappresentazione mentale.

Nel Counseling Espressivo la presenza di “oggetti” e il ruolo che questi assumono nel processo appaiono di notevole importanza per comprendere la tecnica in quanto tale, lo spazio di comunicazione che si viene a creare tra artcounselor e cliente e i processi di regolazione emozionale.

Quando si parla di “oggetti” ci si può riferire tanto a “oggetti pulsionali” ossia al legame che si crea con l’agevolatore, per cui quest’ultimo diventa la “base sicura” mancata e mancante, tanto a quegli oggetti concreti, come un disegno, suoni, gesti, movimenti, prodotti artistici. Questi ultimi oggetti sono più vicini a quello che la nostra attività percettiva individua come appartenenti al mondo esterno e dotati di specifiche forme e caratteristiche strutturali che diventano però, nell’ambito della creazione artistica, simbolo di un “interno” che è impossibile fare emergere in altro modo, un alter-ego della persona ed in quanto tale a tutti gli effetti ulteriore “soggetto” nel setting.

Simbolo, nel significato etimologico di “mettere insieme” il fantasmatico, che corrisponde alla creazione di un secondo universo esistente solo nella mente di chi lo attua; il cognitivo, per cui l’emergere del simbolo equivale al legare mentalmente determinati eventi del mondo esterno e a fornire così una prima chiave per una comprensione olistica del mondo esterno e l’affettività, che permette all’emergere del simbolo l’elaborazione del dolore della separazione e il controllo delle emozioni.

Nello sviluppo della trasformazione simbolica dei contenuti del mondo esterno secondo la triplice valenza fantasmatica, cognitiva e affettiva si possono individuare i confini dello spazio della creatività individuale. Spazio che diventa “area transizionale” , ciò che è a metà strada tra soggetto e oggetto. Nella misura in cui creano e sostengono il legame affettivo, gli “oggetti transizionali” svolgono un ruolo positivo e offrono una dimensione creativa che permette di superare l’angoscia di separazione e di ritrovare ad un altro livello l’oggetto amato assente.

Lo spazio di creatività suggerito da Winnicott è pertanto uno spazio che si fonda su un uso attivo dell’illusione che spinge l’individuo a vivere, a modulare e regolare le proprie emozioni utilizzando anche strumenti od oggetti che possono appartenere all’esperienza artistica.

Il setting di ArtCounseling diventa, quindi,  uno spazio del possibile in cui nulla è sicuro se non la possibilità stessa di far sì che molteplici eventi trovino un adeguato contenitore.

Il processo creativo si esplica in un vivere pieno di significati, in un adattamento alla realtà attivo. Non è l’espressione artistica che trasforma la realtà o che cambia il mondo, ma può trasformare il linguaggio umano e l’uomo in quanto tale. E’ chiaro, in tal senso, che è l’individuo in quanto “trasformato” dall’”arte” che può poi tentare di trasformare la realtà con la sua vita e con la sua capacità di vivere in maniera attiva a adeguata le proprie emozioni. Il processo creativo non significa semplicemente originalità e libertà, ma porta con sè uno sforzo a trovare nuove oggetti allargando l’ambito dell’esperienza umana.

Attraverso la regolazione delle emozioni è possibile così arrivare a nuove forme espressive che conducono alla realizzazione di opere che stimolano la ricerca di significati che prima era impossibile cogliere.

Perchè scegliere Ri-Trovarsi come scuola di Counseling.

RITROVAARSISCUOLA

” Non puoi trasmettere saggezza e visione profonda ad un’altra persona. Quei semi sono già presenti in lei; un buon insegnante li tocca e permette loro di risvegliarsi, di germogliare e di crescere” Thich Nhat Hanh

Ri-trovarsi è un centro formativo nuovo che si inserisce nel vastissimo panorama delle offerte di formazione in Counseling.

In realtà è un “soggetto” che esiste da 10 anni come luogo virtuale di condivisione e confronto legato alle tematiche del ben-essere, dell’arte e del Counseling, che si è trasformato in luogo fisico che eroga servizi per il ben-essere della persona tra cui il corso triennale in Counseling Espressivo.

Fin qui in realtà nulla di nuovo, dunque perchè sceglierci?

Perchè, per prima cosa, la scuola, una piccola struttura che vuole rimanere tale, mette al centro l’allievo, nella sua specifica e unica “umanità”, prendendosene cura in un processo educativo che prima di essere professionalizzante vuole condurre lo studente ad imparare a prendersi cura di sè, delle sue preziose fragilità, agevolandolo nella scoperta delle sue potenzialità e risorse accompagnandolo nella focalizzazione dei suoi punti di forza al fine di creare un proprio personale metodo di fare counseling.

E’ una scuola di counseling gestita e condotta da counselor che ben sanno i principi di questa professione che NON CURA ma SI PRENDE CURA della persona facilitando la ricerca di quel “senso” che si può trovare solo all’interno di se stessi, nella propria umana sostanza, riconoscendo le risorse e la capacità di autodeterminarsi di cui ognuno di noi è provvisto.

Professione, che in questo momento storico così complesso, diventa servizio sociale per ritrovare in se stessi quel punto di riferimento, quella fiducia che fuori si è persa.

E così il Counseling riprende il suo scopo originario di orientamento, una bussola in questo “mare magnum” di incertezze che ci circonda.

Il secondo motivo sono gli strumenti di cui la scuola si serve per raggiungere questo scopo, ossia l’Espressività.

L’Espressione corporea sia essa movimento o gesto grafico che arriva là dove le parole non trovano voce.

ES-PRESSIONE ossia manifestazione della nostra parte più profonda e istintuale, ancora priva di consapevolezza e quindi di un vocabolario semantico, che emerge attraverso  l’Io Corpo, che trattiene le nostre memorie più antiche, sia per mezzo di un gesto, un movimento, una traccia pittorica lasciata su un foglio.

“Oggetto” che diventa, “portato fuori”, alter-ego della persona, pronto per essere esplorato e in caso trasformato e ri-trasformato fino a trovare una “forma” sufficientemente buona.

Oggetto che diventa anche il fio rosso per uscire dal labirinto dei continui autoboicottamenti e ritrovare la strada di casa.

Questo processo si fonda sulla fiducia incondizionata che ognuno di noi possegga quell’ingrediente magico capace di modificare la nostra vita: la CREATIVITA’.

Parola che condivide l’etimologia con il termine indoeuropeo “kerè” che significa “crescita” e la crescita implica sempre una trasformazione.

Quindi Creatività che porta alla trasformazione; in questo processo che dura tutta la vita quello che fa la differenza è come ci poniamo: da soggetti attivi o passivi. Da persone attive e creative che vogliono influire sulla propria realtà, pilotando le proprie scelte, o da persone passive che aderiscono passivamente alle scelte volute da altri perdendosi in recriminazioni e rimorsi.

Il Counseling di Ri-Trovarsi ti insegna, accompagnandoti passo passo, a calarti nella tua creatività, sepolta spesso sotto tonnellate di giudizi e false credenze, spezzando la catena della paura e del controllo, lasciandoti andare al libero fluire dei gesti per riportare in superficie ciò che sei sempre stata/o. Ripartendo poi da quella certezza, da quel Diritto ad Essere ciò che sei per ridare un senso a tutto il tuo esistere.

 

Se tutto ciò non ti basta e hai voglia di saperne ancora di più scrivi a gabriellacosta@ri-trovarsi.com o telefona al 347 1751469 sarò felice di rispondere ad ogni tua domanda.

Intanto dai un’occhiata tra le pagine del sito e al corso Triennale in Counseling Espressivo che proponiamo cliccando QUI 

La relazione creativa

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immagine tratta dal sito: http://www.isideacademy.it/blog/i-colori-dellanima/

“La creatività è la risposta che apre”. A.Carotenuto

Ormai gran parte degli studiosi in ogni campo concorda nel dire che la creatività è una dote naturale di ogni essere umano.

Quando si parla di creatività si parla di quella caratteristica che ciascuno di noi ha potenzialmente come dotazione naturale alla nascita e ci accomuna tutti.

E’ ciò che ha consentito ad uno sconosciuto 25.000 anni fa di dipingere meravigliosi bisonti sulla parete di una grotta. La stessa che ha consentito ad un certo signore di Vinci di trasformare un pezzo di tela nella Gioconda. Oppure ad un fuoriuscito fiorentino di mettere insieme parole in un modo che, dopo quasi mille anni, ancora ci crea divine emozioni. E ancora ad un giovane ventenne di cavare da una grossa pietra un’opera commovente come la Pietà.

Ed è la stessa creatività che permette a tanti sconosciuti di trasformare pezzi di legno, metallo o stoffa in opere stupende, che ci accompagnano nella nostra vita quotidiana. Oppure dà a tante donne la capacità di mettere insieme alcuni modesti ingredienti per creare capolavori che fanno godere le nostre papille gustative.

E così via in una storia di millenni dove potremmo trovare una serie infinita di esempi di questa nostra meravigliosa e unica creatività.

Perché la creatività, come non mi stancherò mai di ripetere, è una dote comune a tutti gli esseri umani fin da piccoli. Perché la creatività è una capacità che accomuna l’attività artistica con ogni altra esperienza creativa dell’essere umano, anche quelle più banali della vita quotidiana che non comportano la produzione di un oggetto o la soluzione di un problema.

La creatività non è una cosa astratta, né un tratto del carattere o un’abilità tecnica o una capacità che coinvolga una sola dimensione dell’essere umano.

E’ molto più corretto quando si parla di creatività parlare di atti creativi, esperienze creative e soprattutto relazioni creative.

Che cosa significa relazione creativa?

E’ una relazione empatica in cui hanno un ruolo centrale la percezione e la comunicazione di emozioni umane profonde. Ed è proprio questo rapporto che da anima all’atto creativo.

Sia che tu sei un artista, un insegnante, un medico, un counselor, un cuoco etc….. ci si accorge presto di questa verità. Quando non si riesce a stabilire una relazione empatica con il pubblico o con i clienti, quando si lavora solo per il dovere o per il denaro, quando non si riesce a vivere o far vivere emozioni, entusiasmo, partecipazione profonda, è un fallimento.

Se invece ci si mette il cuore, l’anima, cambia tutto. Il segreto è proprio questo: stabilire un rapporto intimo, profondo tra noi e l’altro, vivere ogni esperienza con entusiasmo, come un atto creativo.

Gli elementi che caratterizzano la relazione creativa sono, come dice Fromm (“L’atteggiamento creativo”, 1972),: la “capacità di vedere” e la “capacità di rispondere”.

La “capacità di vedere” è la capacità di percepire creativamente, sviluppando un rapporto empatico profondo con l’oggetto (la persona) cogliendone gli elementi piò intimi e autentici.

La “capacità di rispondere” è la capacità di elaborare ed esprimere liberamente le proprie emozioni all’interno del rapporto. E’ un vibrare spontaneamente e liberamente in perfetta sintonia con l’oggetto/altro. La risposta creativa è la conferma di una relazione empatica per cui il soggetto è riuscito ad entrare nel mondo dell’altro.

La cosa fondamentale è che sia una risposta fondata sul rispetto, un rispecchiare senza modificare né giudicare. Non influenzata dal pregiudizio o dal bisogno di imporre le proprie convinzioni o le proprie valutazioni di bello/brutto, buono/cattivo, giusto/sbagliato.

Una risposta che tenda ad aprire ulteriormente la comunicazione invece che chiuderla in rigidi ruoli, che portano all’annullamento di ogni autentico e creativo rapporto.

Gli elementi che secondo Fromm caratterizzano la relazione creativa sono:

  • La capacità di meravigliarsi intesa non come fenomeno esteriore, bensì di un vissuto profondo ed emozionale; ciò che rende il semplice “vedere” un atto creativo. E’ quella capacità di scoprire la bellezza e l’unicità in un modo sempre rinnovato senza aspettare un evento straordinario o eccezionale.
  • La capacità di concentrarsi sul presente ossia vivere quello che ci è dato, nel momento in cui ci è dato con tutta il nostro sé unito mente emozioni e corpo, con un attenzione costante allo svolgersi del processo.
  • L’esperienza integrata di sé ossia la piena consapevolezza, rimanendo in ascolto e contatto autentico con noi stessi …. “IO SONO, io sono vivo, io sono me stesso …” (D.Winnicott, Gioco e realtà, 1974)
  • Tolleranza, armonia e integrazione. I conflitti, la contemporanea presenza di polarità opposte fanno parte della nostra vita quotidiana. E’ dall’integrazione degli opposti che nasce la vita; tutti noi nasciamo dall’unione di due entità diverse (maschile e femminile) ed proprio la coesistenza di elementi antitetici che crea il movimento, il cambiamento e la crescita. La tolleranza intesa come atteggiamento di apertura, disponibilità e rispetto per la diversità che a volte si pone in aperto conflitto con quelli che sono i nostri credo; e tolleranza verso gli ostacoli, ossia l’attitudine ad accogliere ciò che si oppone a noi rendendoci difficile la realizzazione del nostro obiettivo.
  • La ri-nascita, ciò che Fromm chiama la “disposizione a nascere ogni giorno”, ossia ad affermare quotidianamente la propria indipendenza, avendo coraggio di esprimere sempre il proprio modo di pensare, di sentire, di essere. Ri-nascita intesa anche come riappropriarsi della curiosità, di quella ingenuità e spontaneità proprie dei bambini che non danno mai nulla per scontato. In una frase: vivere ogni esperienza come un’avventura. Ma ri-nascita significa anche saper rinunciare alle certezze facili, ai sostegni sicuri; osare, mettersi costantemente in gioco avendo il coraggio di affrontare il cambiamento. La ri-nascita implica la capacità di differenziarsi dagli altri e richiede, spesso, la forza di affrontare la solitudine pur di non rinunciare al proprio sé. Esige anche la forza di esporsi in prima persona a costo di subire critiche giudizi pur di non abdicare alle proprie convinzioni, pur di non intaccare la libertà di essere se stessi

“La prima cosa che si nota nell’atto creativo è che si tratta di un incontro … la creatività è il confronto dell’essere umano intensivamente conscio con il suo mondo…” Rollo May

 

liberamente tratto da V.Cei – Libera la tua creatività – FrancoAngeli

Smarriti nella Landa Desolata

paesaggio con nebbia

Non vi siete mai persi nelle illusioni, nella nebbia di un futuro immaginario i cui contorni vi allettano ma rifiutano di manifestarsi nella realtà?

Qualunque territorio può diventare una Landa desolata se ci stiamo troppo a lungo; e in una landa desolata non c’è crescita, movimento o evoluzione, bensì una stagnazione intrappolata da pensieri ripetitivi che affievoliscono il nostro sentire.

Tutto ci sembra trasparente e senza sostanza, vaghiamo in questo paesaggio smarriti e al di fuori del tempo, finchè non ci autorizziamo a provare quelle emozioni che per paura di sentire ci hanno precipitato in questo limbo.

Come ho detto sopra ci possono essere molte “lande desolate” una di queste è la “Landa Desolata del passato”, luogo occupato da fissazioni in cui si rivive costantemente sempre lo stesso film. Non è uno spazio di presa di coscienza e scelta, piuttosto un luogo dove la nostra mente è occupata da continui rimpianti. Rimpianti però privi di sostanza, bensì ininterrotti rimuginii della mente che continua a pensare a come sarebbe potuto essere e non è stato, una sorta di ossessione che ci porta ad arrotolarci sempre più tra le spire di un circolo vizioso difficile da invertire.

Spesso in questa Landa ci vengono a trovare tre fantasmi il “dovrei”, il “vorrei”, il “potrei” pensieri al condizionale privi di reale concretezza, perché solo pensati ma non giunti a quella reale consapevolezza del cuore che li trasforma in azione.

Vivere nel passato non ci da alcun nutrimento emotivo né ci aiuta a trovare motivazioni nel presente, che è il tempo che ci è dato da vivere. Più rimaniamo lì, più il tempo ci sfugge e ci sentiamo smarriti e privi di controllo. L’essenza della vita scivola via finchè non diventiamo anche noi fantasmi.

Anche se spesso ci vuole coraggio per accettare il presente, questo è l’unico modo per cominciare a creare un futuro migliore.

Anche qui però attenti, può succedere che quando pensiamo al futuro ci ritroviamo in un’altra Landa Desolata anche se sicuramente più allettante della precedente, che ci attira con grandi promesse. Ricordiamoci che il futuro non è solido, è un pensiero, un desiderio, un sogno proiettato non ancora diventato reale.

Possiamo scrivere un vero e proprio copione sullo svolgimento della nostra vita, però il futuro non siamo in grado di controllarlo; possiamo cambiare il presente sul quale il futuro si fonda. Quando invece ci illudiamo di poter controllare il futuro, finiamo in una Landa Desolata.

Pensare ai potenziali problemi che potrebbero accaderci cercando di comprendere quali eventuali emozioni potrebbero suscitare sarebbe un buon esercizio, se lo facessimo consciamente e se, dopo, avessimo la coerenza di riflettere sulla mossa da fare e quindi realizzarla.

La difficoltà, però, sta nell’evitare il pessimismo cosmico che ottenebra la mente e la nostra possibilità di pensare creativamente ad una possibile soluzione, e la successiva fuga dal dolore ad ogni costo che ci porta a cercare di arrivare ostinatamente alla destinazione magica, dove non ci saranno problemi da risolvere.

La domanda che sorge spontanea a questo punto è: come si fa ad uscire da queste Lande Desolate?

L’uscita passa attraverso due porte l’Accettazione e l’Azione Creativa. Accettazione consapevole di quello che è, con tutto ciò che questo comporta, non avendo paura di cadere preda del dolore, bensì imparando a starci lasciando la via del pensiero per avvicinarci a quella del cuore.

Accettare che il passato “è stato” e di non essere l’unica forza a poter determinare il futuro ci permette di assumerci quella responsabilità necessaria a fare dei cambiamenti invece di aspettare che qualcuno venga a salvarci. Si mette in atto quell’Azione Creativa che comincia a lavorare nel momento in cui si lascia andare l’ossessione di raggiungere quello che non è stato e mai potrà più essere per andare verso un obiettivo che partendo dal “qui e ora”  ci porterà, attraverso un cammino vissuto consapevolmente passo dopo passo, a ciò che siamo “destinati” ad essere.

La magia della vita è dappertutto, anche nei luoghi meno probabili e se miglioriamo le nostre doti di navigatori ci risulterà più facile tollerare le regioni ostili e così facendo potremo evitare quelle Lande Desolate fuori dal tempo che ci impediscono di evolvere ingabbiandoci in un eterno limbo.

Gestione creativa delle emozioni

bicicletta 2

“ Il fondamento della vita è l’emozione” A.De Mello

Spesso nella società contemporanea le emozioni sono giudicate negativamente ed è estremamente diffuso inibirle. Dice Fromm: “ […] è diventato un ideale pensare e vivere senza emozioni ..” Riconoscere di essere emotivo è come ammettere una propria debolezza o addirittura una colpa. E’ comunque considerato un handicap che va superato, controllato per avere successo nella vita, per sentirsi forti, efficaci e ammirati dagli altri.

Eppure le emozioni possono essere effettivamente molto piacevoli. Ricordate cosa cantava il grande Lucio???

“ … seguir con gli occhi un airone sopra un fiume e poi ritrovarsi a volare e sdraiarsi felici sopra l’erba ….. e di notte passare con lo sguardo la collina per scoprire dove il sole va a dormire … parlare del più e del meno con un pescatore per ore e ore … e ricoprir di terra una piantina verde sperando possa nascere un giorno una rosa rossa … tu chiamale se vuoi emozioni …..

E noi vogliamo non solo chiamarle emozioni ma anche viverle al meglio assaporando tutto quello che ci possono portare ….. La creatività umana è strettamente collegata alle emozioni, alla capacità di viverle, valorizzarle e comunicarle.

La strada per ri-trovare se stessi passa attraverso un contatto profondo con le proprie emozioni sia piacevoli che spiacevoli. La vita è un continuum di emozioni . Non è possibile vivere una vita autentica senza di esse. E’ assurdo immaginare e impossibile da realizzare un momento felice che ne sia privo.

Purtroppo nella società contemporanea abbiamo dimenticato queste evidenti verità: scambiando una risonanza emozionale spontanea, autentica e profonda per una “più immobile indifferenza”. Questo può sembrare esagerato, perché basta accendere il televisore in un qualunque momento della giornata per assistere a pubbliche manifestazioni di sceneggiate emotive. Ma questo non significa che la gente sia capace di vivere emozioni autentiche e profonde. In realtà questi individui provano dei vissuti che sono artificiosi, privi di spontaneità e intensità. Assistiamo all’incapacità di relazionarsi in modo schietto con la realtà, di provare sentimenti naturali e profondi. Sono emozioni che non si vivono, ma si indossano, quasi fossero abiti,in determinate occasioni.

Molto spesso si identifica l’emozione con una sensazione di disagio, ci si focalizza più sulle emozioni spiacevoli che su quelle piacevoli. A questo proposito ho provato a fare una ricerca su Internet e ho trovato che le emozioni con più voci e più cercate  sono per lo più quelle che indicano sensazioni spiacevoli.

Gioia, meraviglia, allegria, soddisfazione, entusiasmo, sorpresa, speranza, tenerezza,felicità, appagamento, eccitazione, compiacimento,approvazione ….. sono parole in via di estinzione oppure usate a sproposito, vuote di ogni significato.

La gestione creativa delle emozioni comporta un contatto profondo con il proprio Sé emozionale. Mira alla crescita emozionale intesa non come spinta alla perfezione e all’autocontrollo ma come libera e positiva espressione di Sé nell’ambito di relazioni creative. Mira al successo non come acquisizione e aumento del potere ma come realizzazione di tutte le proprie potenzialità creative. Aspira alla felicità come piena consapevolezza del vissuto di un momento di gioia profonda e unica, anziché come ricerca ossessiva e rincorsa frenetica alla dimensione quantitativa del piacere superficiale, piatto e insapore.

Cosa sono in realtà le emozioni? Non sono una forza astratta e travolgente, sfuggente alla nostra volontà; sono in pratica un insieme di:

  • Sensazioni fisiologiche che coinvolgono vari organi
  • Sentimenti molto intensi
  • Pensieri, cioè frasi che mentalmente diciamo a noi stessi e immagini che noi stessi ci proiettiamo con gli occhi della mente

Gestire creativamente un’emozione significa quindi vivere in modo creativo sia le componenti fisica, affettiva e cognitiva, sia l’esperienza relazionale correlata ad esse.

Proviamo a fare un esempio: l’emozione piacevole di una passeggiata in bicicletta. Cosa significa vivere fino in fondo la bellezza del momento? Prima di tutto non distruggerne la piacevolezza con pensieri negativi anche se fanno parte del vostro presente. Provate ad azzerare tutto e a stare nel “qui e ora”. Sentite le braccia che guidano con sicurezza il manubrio. Le gambe che spingono con forza sui pedali. Sentite la meraviglia dei vostri polmoni che aspirano l’aria fresca piena di ossigeno e la trasformano in energia. Sentite la sintonia tra tutti i vostri organi: cuore, muscoli, polmoni, arterie, vene, naso, bocca, occhi, mani, gambe … E sentite l’armonia tra il vostro corpo, i sentimenti e il pensiero di questi istanti. L’armonia tra questo vostro Sé integrato e tutta la parte di mondo che vive questa esperienza con voi: gli alberi, la strada, il cielo, il vento che vi soffia sul viso, l’aria che vi entra dentro …. Vivete tutto questo con la profonda consapevolezza di esserne il protagonista attivo. Assolutamente concentrati sull’istante presente ….

“ … Onestamente Folco, questo mondo è una meraviglia. Non c’è niente da fare è una meraviglia. E se ci riesci a sentirti parte di questa meraviglia – ma non tu , con i tuoi due occhi e i tuoi due piedi; se Tu questa essenza di te, sente di essere parte di questa meraviglia – ma che vuoi di più, che vuoi di più? …” (Tiziano Terzani)

Immergetevi completamente e profondamente nell’emozione, e questo può succedere facendo varie cose come leggere un libro, ascoltare una musica, guardare un film oppure ascoltare vostro figlio che vi racconta cosa ha fatto con gli amici.

Staccate da tutto il resto e calatevi nell’emozione, anche se è una cosa che agli altri sembra infantile, anche se avreste tante cose serie e urgenti a cui pensare.

Lasciatevi andare in questo istante vitale, vi assicuro che ne risalirete ancora più creativi, più leggeri e più forti di prima. E anche, da non sottovalutare, più capaci di affrontare i vari impegni che avevate…..  è una opportunità per VIVERE!!!!

Come riconoscere e alimentare gli spazi del piacere …

BAMBINO CHE GIOCA 2

Il piacere è una ricchezza che può esistere ovunque, un aspetto possibile di ogni cosa che facciamo, una fonte di energia che ci rilancia nella vita e ci rende possibile conseguire obiettivi altrimenti lontani e difficili.

Ho sempre un po’ detestato il detto “prima il dovere e poi il piacere”, perché invece è possibile rendere piacevole il dovere, o perlomeno non renderlo spiacevole.

Ogni giorno al nostro risveglio, se vogliamo, possiamo dare un rapido sguardo agli impegni che ci attendono e viverli come una intollerabile sequenza di compiti, spostamenti, orari obbligati, impegni che ci limitano, che ci espongono a prove e sacrifici, ci soffocano. In quel momento il nostro sguardo seleziona i punti critici della vita perché siamo orientati a vederla così. Ci sono, altresì, persone felici che hanno mille appuntamenti e mille doveri, persone infelici che possono fare quello che vogliono.

Personalmente, comunque sia la giornata che mi attende, cerco sempre di godere del profumo del caffè di prima mattina, di sentire fino in fondo il brivido del corpo che si risveglia e vorrebbe ancora un po’ dormire, del mio cane che cerca la mia attenzione strofinando il muso sulle mie gambe. Sono attimi, piccolissimi momenti di piacere che migliorano l’umore. La sola idea che esistano, che siano possibili, mi dispone bene.

Ma il piacere deriva anche dall’accettare quello che è necessario fare, dal darsi la possibilità di arricchire il “dovere” con la nostra impronta. Il piacere è uno spazio creativo.

E se non ci sono spazi creativi nel nostro “dovere”? Il piacere non deriva tanto da “cosa” si fa, ma da “come” lo si fa. Imbustare mille lettere, incollare gli indirizzi e chiudere le buste non è il massimo della vita, ma se lo si fa approfittandone per pensare e sognare un po’ o ascoltando musica, può essere un lavoro gradevole e rilassante. Oppure insieme a qualcuno, approfittando dell’occasione per chiacchierare e scherzare. Il piacere è uno spazio relazionale.

Possiamo sentire piacere in modo travolgente quando sentiamo di crescere, di migliorare. Il piacere è uno spazio di sviluppo della mente.

Possiamo anche vivere il piacere di essere amati, riparati dai dolori, protetti dal male. Il piacere è uno spazio consolatorio.

Spesso chiedo ai miei clienti: “Cosa le dà piacere nella vita?” Molti si bloccano, riflettono e mi guardano con aria stupita. Nulla! Sentono che nella loro vita non c’è nulla di piacevole, ma soprattutto sentono che l’idea stessa del piacere è estranea al loro mondo interno, come se da tempi antichissimi avessero preso la decisione di non concedersi questa esperienza.

Siamo troppo spesso noi, non il mondo, ad eliminare questa possibilità dalla nostra vita. Anche quando ci sembra che siano stati gli altri, le circostanze avverse, i problemi, le cattiverie.

Ri-trovare dentro sé questa fonte di bene non è facile. Spesso bisogna attraversare conflitti, affrontare ansie, disobbedire a regole. Il piacere è uno spazio trasgressivo.

E ora arrivederci … ar-rivederci con piacere ….

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