Le parole e il loro incantesimo

PAROLE 2

“Le parole sono la droga più potente usata dall’umanità” R.Kipling

facendo seguito allo scritto di ieri, oggi un post che parla del potere della parola: strumento che può potenziare o distruggere ……

Ognuno di noi ha sperimentato nella sua vita il potere delle parole e di come a volte alcune possono entrare così in profondità nella nostra mente da cambiare completamente il modo in cui vediamo le cose, i nostri comportamenti e le nostre convinzioni.

Nelle favole tradizionali, maghi e streghe operano sui poveri comuni mortali i famigerati incantesimi, parole magiche che ripetute come una cantilena più e più volte sono in gradi di mutare un principe in una rana e viceversa. In poche parole l’incantesimo è come una specie di ipnosi che trasforma la realtà del malcapitato.

Le parole che ci diciamo influenzano il nostro umore, la nostra visione della vita e contemporaneamente condizionano e si riflettono nel mondo esterno. Non possiamo permetterci di usarle con leggerezza, è molto più conveniente usarle al nostro servizio, per il nostro benessere, per amarci di più e per i nostri obiettivi.

Alcuni individui sono veri e propri maestri nel limitare le loro potenzialità con incantesimi negativi. Continuano a ripetersi frasi depotenzianti come mantra che, penetrando nel profondo, poco per volta diventano per loro assolutamente vere. Spesso, tuttavia, essi si rendono conto di non credere veramente a quello che stanno dicendo, ma continuano a utilizzare i propri incantesimi come se niente fosse dicendosi: “Tanto so che non è realmente così”. Purtroppo comprendere razionalmente non basta, e poco per volta il nostro cervello, inizia a prenderli per veri, senza metterli più in alcun modo in discussione.

Prova a ripeterti i seguenti esempi:

“Non ci posso fare niente!”

“Tanto non ci riesco!”

“E’ impossibile!”

“Non ce la farò mai!”

Frasi di questo genere, ripetute come un incantesimo, creano impossibilità, incapacità di agire, sensazioni di impotenza.

“Io sono fatto così!”

“Non cambio mai!”

“Non fa per me!”

“Con me non funziona!”

Questo tipo di incantesimi rinforza un’identità limitata di noi stessi, rendendoci incapaci di cambiare, di evolverci, trasformando noi stessi nel più grande limite per la nostra crescita.

“Mi fai arrabbiare!”

“Mi offendi!”

“Mi hai fatto sentire una stupida!”

“Che posso farci se sto giù!”

“Il brutto tempo mi rattrista!”

Tutte queste affermazioni hanno in comune il messaggio che i nostri stati d’animo non dipendono da noi, ma dall’esterno e quindi non abbiamo  su di essi alcun potere.

Detto ciò quindi visto il potere “incantatorio” della parola perché non imparare ad usarla a nostro vantaggio in maniera costruttiva?

Ecco allora gli “incantesimi potenzianti” che hanno un potere senza pari nel creare la certezza e l’intensità emozionale che desideri e di cui tutti abbiamo bisogno per fare della nostra vita qualcosa di straordinario.

Ripeterti con costanza e intensità ciò che vuoi essere, ciò che vuoi fare, le nuove convinzioni che vuoi sviluppare o quelle che è bene che tu tenga sempre a mente, ti aiuterà a depositare informazioni nella parte più profonda della tua mete, quella che, inevitabilmente, determina tutto ciò che fai e tutto ciò che sei. Sembra una banalità, ma, se fatto correttamente e con costanza, può dare risultati straordinari, perché poco per volta le tue parole diventano davvero parte di ciò che sei.

Prova a leggere a voce alta le seguenti frasi, lentamente lasciando che ogni parola si sciolga sulla tua lingua e ascoltati….. cosa senti? …..

“Tutto ciò di cui ho bisogno è già dentro di me!”

“Io sono, Io esisto!”

 “Io vivo!”

“Io sono Io!”

“Io ho fiducia in me stessa!”

“Io scelgo di stare bene!”

“Io mi amo!”

“Io ho il coraggio di amare!”

“Io mi piaccio!”

“Io sono responsabile di me stesso e di qualunque cosa mi accada!”

“Le mie decisioni creano il mio destino!”

“Io merito di avere successo, è buono per me e per gli altri!”

“Io sono capace!”

“Io sono efficace!”

“Io ce la faccio!”

 ____________________________________________________________________

Ora mettiti davanti ad uno specchio, focalizzati sulla tua immagine, prenditi un po’ di tempo e crea il tuo Incantesimo Potenziante, scrivilo su un foglio magari dando libero sfogo alla tua creatività abbellendolo con colori.

Esso sarà il tuo talismano, portalo con te, e ogni volta che ti senti vacillare e avverti che i vecchi copioni hanno di nuovo la meglio ripetilo…. ripetilo…. ripetilo con chiara consapevolezza e profonda concentrazione e attraverso la vibrazione del suono e dell’intenzione scaturirà l’energia positiva che renderà potenti le tue parole.

Riconoscere il proprio valore….

CUORE SASSO

Ri-conoscimento, approvazione, conferma sono bisogni fondamentali di ogni essere umano.

Esistono diversi tipi di ri-conoscimento e di approvazione. Uno di questi è la generalizzazione positiva di un attributo, di un’azione o di un modo di essere. Un altro è l’approvazione delle capacità di una persona.

Il più nutriente è la conferma del valore dell’individuo come essere umano, il ri-conoscimento delle sue qualità interiori: “Tu sei per me una persona importante!”.

Spesso, ahimè, i genitori trascurano di offrire quest’ultimo tipo di conferma. All’affermazione “ti voglio bene soltanto perché sei tu, indipendentemente da quello che fai”, espressione di amore incondizionato, sostituiscono il messaggio: “ti voglio bene quando ti comporti come io voglio”.

Questo tipo di messaggio suscita nel bambino dubbi sul suo valore ed incertezze circa l’inadeguatezza e l’efficacia del suo comportamento. Il bambino giungerà così alla conclusione: ”potrò essere amato se farò tutto quello che mi dicono”.

Questi messaggi ostacolano la crescita dell’individuo e lo sviluppo della sua autostima, rendendo la persona dipendente dall’approvazione esterna, alla ricerca continua del proprio valore, non avendo interiorizzato un immagine stabile che esprima accettazione e approvazione sufficienti a permettere di sviluppare la capacità interiore di auto approvazione.

Se pensieri e stati d’animo negativi influiscono sul modo critico di agire e sentire verso se stessi, è altrettanto vero che pensieri e stati d’animo positivi aiutano a combattere un concetto di sé negativo formatosi molto spesso dai messaggi che abbiamo ricevuto: “sei cattivo” , “sei sbagliato” , “sei stupido” , “non sei capace”. Possiamo, tuttavia, correggere il modello appreso a auto-istruirci in senso positivo, comunicando a noi stessi messaggi buoni di apprezzamento e conferma del nostro valore: “ho valore, perché esisto! Sono degno di essere amato e sono una persona capace. Voglio bene a me stesso e sento di essere OK!”.

Ma cosa vuol dire aver valore?

Nella nostra cultura la soluzione più comune al problema del valore è quello di equipararlo alle capacità, al successo lavorativo, al denaro. Il valore viene determinato dalla professione, dal livello sociale, dalla ricchezza. Seguono le promozioni, i successi, la casa in cui si abita, l’automobile che si possiede.

In realtà il valore di un individuo nasce semplicemente dal fatto di esistere, crescere, evolversi, comunicare, amare ed essere amato. Questo significa com-prendere i propri limiti, gli sforzi che si fanno in una esistenza in cui nulla è garantito e ri-conoscere il proprio coraggio e l’impegno investito per Vivere.

Niente di quello che si fa per Vivere è sbagliato: ogni tentativo può essere più o meno efficace, più o meno doloroso.

Malgrado tutti gli errori, facciamo un buon lavoro, perché è il migliore che sappiamo fare. Andiamo avanti nonostante tutte le difficoltà.

Facciamo dei progetti, prendiamo decisioni.

Viviamo…Sentiamo… Se lasciamo entrare in noi questa consapevolezza potremo iniziare a sentire il nostro valore umano.

Il valore consiste nell’essere al mondo esattamente come siamo e nel vivere pienamente gioie, piaceri, difficoltà, ostacoli e sofferenze…..

E ora per renderti tangibilmente conto del tuo lavoro, su un foglio disegna un cerchio. Immagina che sia una medaglia su cui scrivere tutte le qualità, le caratteristiche e tutto ciò che appartiene alla tua persona per cui ritieni di meritare questa medaglia “al valore”. Disegnala come preferisci e trascrivi su di essa quello che ti stai ri-conoscendo…. Poi se vuoi, indossala per qualche minuto e ascolta le emozioni e i pensieri che nascono dentro di te…..

Dall’”odio” all’amore per se stessi ….

amore per sè 3

“Non c’è arma più potente di questa per la realizzazione della verità: accettare se stessi….” Swami Prajnanpad

Ho dedicato tanti post all’amore per se stessi, al ripartire da noi per poi andare verso l’altro, liberandoci di tutte quelle proiezioni che diventano schermi dietro i quali nasconderci . Volersi bene nonostante tutto. Come fare praticamente ???? … Provate a seguirmi passo per passo …

In fin dei conti non possiamo sperare di scioglierci dalla stretta del risentimento a meno di non abbandonare il risentimento più distruttivo di tutti, quello che abbiamo verso noi stesse. Il risentimento è sempre un’arma a doppio taglio: ogni rancore provato verso il “cattivo altro” perché non mi ha trattato nella giusta maniera o amato nel modo giusto è accompagnato da un risentimento nei confronti di me stessa per non essere stata all’altezza o meritevole di quell’amore. Il “cattivo altro” e il “cattivo sé” sono due facce della stessa medaglia.

Certamente non ci sarebbe odio per gli altri senza odio per se stessi. Se davvero ci sentissimo bene con noi stesse, non ci interesserebbe perdere preziosa energia vitale provando rancore o attaccando qualcuno. L’urgenza di biasimare gli altri sorge solo dall’aver un sentimento negativo verso noi stesse, il che in origine si è sviluppato dal non sentirsi veramente tenute nella giusta considerazione dalle altre persone.

L’odio verso noi stesse può sembrare ad alcuni una parola troppo forte. “Ho una piccola mancanza di fiducia in me stessa, ma non mi odio”, potreste dire. Tuttavia, se in qualche modo ci mettiamo in dubbio, ci giudichiamo o ci critichiamo, questo sta ad indicare un disgusto o un’avversione verso noi stesse per come siamo.

Sfortunatamente la difficoltà che abbiamo ad amarci e ad accettarci influisce su di noi ancora più profondamente della mancanza di amore di chiunque altro.

Detto ciò non è difficile vedere da dove prende origine il sentimento del “cattivo sé”: dal non corrispondere alle aspettative delle altre persone. Forse eravamo bambine timide e tranquille ma i nostri genitori ci volevano più estroverse. Forse i nostri insegnanti si aspettavano un’eccellenza verbale mentre a noi piaceva di più l’arte, la musica o la danza. O forse la nostra esuberanza fisica spaventava i ragazzi che cercavano qualcuno che non li minacciasse.

Tuttavia il “cattivo sé” è solo un pensiero della nostra mente, niente di più e si sviluppa con il prendersela personalmente quando gli altri non ci considerano o non ci apprezzano.

“Che cosa c’è che non va in me per cui nessuno vede o considera chi sono davvero?” L’origine di questo copione che mi vede sicuramente mancante di qualcosa ha origine nel “lì e allora”: “perché i miei genitori sono così arrabbiati o poco attenti nei miei confronti? Il motivo deve essere che c’è in me qualcosa che non va”. Questo è l’unico modo in cui un bambino può capire il disinteresse di un adulto. Di conseguenza finiamo per disprezzare chi siamo: “se soltanto fossi diversa potrei essere amata e tutto andrebbe a posto”.

In questo modo la vergogna, cioè il sentimento che il nostro io non va bene, si installa nel corpo e nella mente. La vergogna è senza dubbio il sentimento più doloroso, perché nega la verità vitale , che  la nostra natura è intrinsecamente unica e “bella”  così come è.

Facendoci dubitare della nostra “bontà” fondamentale la vergogna è paralizzante, ci fa congelare e chiudere e dal momento che il sentimento del “cattivo sé” è così doloroso, facciamo del nostro meglio per allontanarlo. Così esso cade nell’inconscio, condizionandoci in forme automatiche su cui abbiamo scarso controllo.

Uno dei modi in cui il “cattivo sé” torna indietro a tormentarci è in quella corrente di rimuginazioni negative , ossia la “critica interna”. Tale critica è la voce che ci dice che nulla di quello che facciamo è adeguato. Sta sotto la soglia della coscienza aspettando la minima giustificazione per venire fuori e partire all’attacco.

Se potessimo dare un’occhiata alla mente della maggior parte delle persone troveremmo che i più rimuginano intorno alla stessa preoccupazione: “Vado bene o no?”. Ecco quello che alimenta la fissazione del “mi ama, non mi ama”. Se mi ama, allora forse dopotutto sono una persona di valore, di successo, attraente, piacevole, forte, e posso stare bene con me stessa. Se non mi ama, allora vengo gettata nell’inferno di vedermi come il “cattivo sé”, inadeguata, non attraente, indegna di amore. Quindi mi odio e mi rifiuto.

Così nel fondo della mente si svolge un processo interiore dove noi schieriamo prove per una parte o per l’altra: “la gente oggi ha reagito bene nei miei confronti, quindi sto bene con me stessa”; “la gente oggi non ha reagito bene nei miei confronti, quindi forse dopotutto non vado bene”.

Perché permettiamo alla critica di continuare a vivere dentro di noi con tutte le sue dolorose conseguenze? Nella misura in cui non sappiamo che siamo intrinsecamente degni d’amore non crediamo che l’amore non verrà mai a noi per conto suo; crediamo invece di dover fare qualcosa per renderci accettabili. Così per istigare noi stesse a mettercela tutta ad andare bene, per costringerci a modellarci in una forma, assoldiamo una critica interna per tenere la contabilità di come andiamo. Se possiamo dimostrare di essere meritevoli, forse allora saremo amate.

Purtroppo questo processo interno non ha fine e non porta risultati. Cercare di andare bene non potrà mai portare ad essere sicure del nostro profondo valore perché questo stesso sforzo presuppone il fatto che non andiamo abbastanza bene e quindi rafforza l’odio verso noi stesse.

Non amare noi stesse rende difficile far sì che gli altri ci amino veramente. Questo frustra chi ci sta accanto, facendo sì che si ritragga e se ne vada. Noi di conseguenza usiamo la cosa come ulteriore prova che in noi c’è qualcosa che non va. In tal modo la storia del “cattivo sé” diventa una profezia che si auto avvera.

Esattamente come era frustrante dover essere una brava bambina (o un bravo bambino) per riuscire a venire accettati dai nostri genitori, e quindi non sentirci mai amati per quello che eravamo, così è frustrante provare a conquistare un’approvazione della critica dimostrando che ne siamo degni. L’autoaccettazione che può curare l’odio verso se stessi e il sentimento di vergogna non arriverà mai tramite la conquista di un verdetto favorevole nel processo interiore. Esso può emergere soltanto riconoscendo e apprezzando l’essere che siamo effettivamente, dove conosciamo noi stesse come qualcosa di molto più grande e reale di ogni nozione che abbiamo riguardo al buon sé o al cattivo sé …..

Sperare è potere …..

speranza 1

La mia autostima alimenta la speranza. Solo se mi riconosco, se mi considero di valore, se mi reputo degno di felicità, se sono consapevole delle mie potenzialità e della forza che posso esprimere, sono anche in grado di desiderare.

La speranza è desiderio e configura un futuro auspicato, ma incerto nella sua realizzazione. La speranza può assumere le forme immaginarie di uno scrittore, la visione di un leader, la strategia di un giocatore, i sospiri di un innamorato. In tutti i casi è movenza attiva e non semplice attesa.

Per scatenare le migliori energie, la speranza deve fare i conti con il principio di realtà, ovvero è necessario ancorare i desideri al possibile e al potenziale. La speranza è tale solo se configura un’utopia possibile, un luogo che non è presente, ma è realisticamente raggiungibile.

E’ la speranza di Colombo, armato di centinaia di mappe, di infiniti giorni di calcolo, di equipaggi professionali, di navi forti e capaci di solcare tempeste, e soprattutto delle sue capacità di navigatore.

Colombo è stato protagonista di un incredibile fallimento: doveva cercare la strada più breve per le indie, ha trovato quella più lunga ……  Ma anche nel fallire possiamo ottenere risultati inaspettati!

E’ il principio di realtà che trasforma l’utopia in programma, obiettivi, strategie di azione. In questo senso la speranza è un fatto di prassi, si azione di iniziativa, di espressione concreta dei propri sogni, di analisi attenta del reale.

Ma l’analisi del reale non è mai soggettiva. La speranza permette all’osservatore di avere una visione attiva della realtà, dal punto di vista del suo possibile cambiamento.

Colui che spera cerca nella realtà le leve che possano permettere di realizzare quello che desidera. La fondazione pratica della speranza dipende dal numero di alleati che riesce a mobilitare intorno a sé. La presenza o assenza di alleati rappresenta l’ecologia della speranza.

Come il pessimista non farà altro che cercare conferme alla sua impotenza, colui che spera cerca indizi che lo conducano alla meta. Mosso dalla volontà di realizzarsi, cercherà nella realtà tutte le opportunità per farlo.

Colui che non ha desiderio, cercherà nella realtà chi gli offre prima un lavoro, qualunque esso sia. Il pensiero caricato dalla speranza, non può contemplare l’esistente, non può fermarsi e osservare; è carico di azione potenziale.

Viviamo in uno dei paesi più ricchi del mondo, eppure sembra che non ce ne accorgiamo …. Se alziamo lo sguardo in cerca di modelli, possiamo vedere centinaia di migliaia se non milioni di uomini e donne che si muovono sul pianeta mossi dalla speranza di una vita migliore. Sfidano stati canaglia, mafiosi senza scrupoli, mari in tempesta, popoli pregni di razzismo, perché animati dalla speranza. Invece di averne paura dovremmo imparare da loro …

La speranza è vita attiva !!!!!

I vantaggi del “non amarci”

non amarsi

Perché scegliere di non amarsi? Dove è il tornaconto? Benchè non siano salutari, di dividendi se ne ricavano, e li si può esaminare. In ciò consiste imparare ad essere una persona a tutti gli effetti: capire i motivi per cui ci si comporta in maniera autodistruttiva.

Ogni comportamento è effetto di una o più cause, e la via che porta all’eliminazione di ogni comportamento autodistruttivo è cosparsa di buche, di errori di valutazione dei propri motivi. Una volta compresi i motivi della malizia esercitata contro se stessi, e il sistema che le permette di sussistere e perdurare, si può cominciare a sferrare l’attacco contro un dato comportamento. Ma se non ci si è compresi a fondo, i vecchi modi di comportarsi seguiteranno a ricorrere.

Perché hai scelto modi che si ritorcono contro di te, per quanto veniali possono sembrarti? Può darsi che sia più facile acquistare la mere che gli altri ti hanno detto di acquistare, che non pensare con la tua testa. Ma vi sono anche altri dividendi. Se scegli di non amare te stesso, e di considerarti privo di qualsiasi importanza ponendo altre teste al di sopra della tua , tu:

  • Avrai, bella e pronta, una ragione per spiegare come mai nella tua vita non c’è amore, ossia come mai non sei degno di essere riamato. La spiegazione-pretesto è il tornaconto nevrotico.
  • Potrei evitare tutti i rischi che comporta lo stabilire rapporti di amore con gli altri, quindi potrai eliminare ogni possibilità di essere respinto o disapprovato.
  • Scoprirai che è più facile rimanere così come sei. Dal momento che non vali, non vi è ragione di provare a crescere, diventare migliore e più felice. Il tuo tornaconto consiste nel restare immutato.
  • Ti fa compatire, avrai l’attenzione e perfino l’approvazione del prossimo: tutte belle cose in sostituzione dell’affare rischioso si coinvolgerti in un rapporto d’amore. Talchè la compassione e l’attenzione sono i vantaggi autodistruttivi che ne trai.
  • Troverai molti capri espiatori, molti a cui dare la colpa del tuo stato miserevole. Potrai lamentarti, così non avrai da darti d’attorno.
  • Potrai riempire il tuo tempo con delle mini depressioni, evitando così di comportarti in un modo che ti aiuterebbe ad essere diverso. Nel commiserarti troverai una via d’uscita.
  • Regredirai al livello del “bravo bambino” o della “brava bambina”, facendo appello a quanto ti resta delle reazioni dell’infanzia, e così farai piacere ai “grandi” che hai imparato a considerare superiori a te. Ti costa meno regredire che rischiare.
  • Rafforzerai la tua abitudine di appoggiarti agli altri attribuendo loro un’importanza maggiore di quella che attribuisci a te stesso. Un “palo” a cui appoggiarsi è un vantaggio, anche se il “palo” non lo gradisce o addirittura ne è urtato.
  • Non sarai in grado di prendere le redini della tua vita e di viverla come vorresti, per il semplice fatto che non ti sentirai degno della felicità che desideri ardentemente.

Queste sono le componenti del sistema con cui fai sussistere il tuo auto disprezzo. Sono le ragioni che scegli per restare aggrappato ai vecchi modi di pensare e di agire. E’ più facile, ossia meno rischioso, buttarti giù che non restare di stare su.

Ma ricorda che l’unica evidenza nella vita è la crescita: il rifiuto, pertanto, di diventare, crescendo, una persona che ama e rispetta se stessa, costituisce una scelta mortale…….

 

Tratto da:  W.W.Dyer – “Le vostre zone erronee” Ed. BUR

Accettare il bambino che siamo stati

bambino piccolo

“E come posso sapere chi è la mia Altra Parte?” 

“Correndo dei rischi, ma non cessando mai di cercare l’Amore.”

 Paulo Coelho da Brida

Il senso di sé non si costruisce in un momento, ha una sua storia, si sviluppa nel tempo.

Se vogliamo valutarci in maniera realistica e positiva è necessario tornare indietro nel passato, incontrare la bambina o il bambino che siamo stati, ricollegarci ad essi, riabbracciarli e com-prenderli.

Molte persone commettono l’errore di credere che per crescere occorra sbarazzarsi della propria parte piccola. Può sembrare un paradosso ma, al contrario, per crescere è necessario dare rilievo a questa parte di sé ed integrarla nella personalità attuale.

Le persone che non si accettano spesso sono ossessionate dal bisogno di essere accettate dagli altri; questo succede persino quando ricevono un’approvazione, un complimento od una valutazione positiva , tutte cose non sufficienti a placare la loro ansia, essendo loro stessi i primi artefici del rifiuto.

Molti, senza neanche saperlo, sono crudeli nei confronti del loro bambino interiore; non accettano la loro parte infantile per non esser stata all’altezza delle circostanze, per aver desiderato quello che non poteva avere.

Essi hanno una totale mancanza di comprensione per il dolore del bambino che sono stati, per il contesto in cui hanno vissuto e le condizioni che lo hanno portato a compiere determinate scelte. Per queste persone l’esperienza dell’infanzia è stata talmente dolorosa da portarli ad una massiccia repressione di alcune parti di sé. Alcuni hanno negato la loro parte infantile a tal punto che hanno difficoltà perfino ad immaginare che un giorno sono stati piccoli: in genere si tratta di individui che nella loro vita hanno dovuto, per sopravvivere, rinnegare questa loro parte rimanendone alienati. Altre persone, invece, non sono mai cresciute, non hanno sviluppato una personalità adulta e sono rimaste fissate nell’infanzia, senza integrare la parte infantile in una personalità emotivamente matura.

Crescere significa anche diventare il genitore di se stessi, prendersi per mano e rassicurare il bambino che è in noi.

Spesso tendiamo a trattare la nostra parte piccola nello stesso modo in cui è stata trattata dai nostri genitori, considerando questa come l’unica possibilità a nostra disposizione, perpetuando, così, gli stessi modelli di comportamento che nel passato ci hanno fatto soffrire.

E’ invece importante riabbracciare questa nostra parte, difenderla, proteggerla e riconciliarci con lei. Se non integriamo in noi questa parte e la neghiamo o la reprimiamo, la nostra identità resta frammentata. Se questa parte non viene ri-conosciuta e com-presa, ma resta rifiutata e abbandonata può dare origine a molti problemi e disagi: da un comportamento egocentrico, ad una dipendenza, all’incapacità di gestire la propria vita. Se invece viene integrata e presa con sé, può diventare una fonte preziosa di energia, slancio vitale, spontaneità, gioco e immaginazione…..

Finito di leggere questo post… ti è venuta voglia di conoscere il tuo bambino??? Prova…. mettiti in gioco…osa…..

Chiudi gli occhi e immaginalo davanti a te…. dedica un po’ di tempo per parlare con lui/lei….Cerca di scoprire di più su di lui….. Fagli delle domande…

  • Cosa ti piace?
  • Cosa non ti piace?
  • Cosa ti spaventa?
  • Come ti senti?
  • Di cosa hai bisogno?
  • In che modo posso aiutarti a farti sentire al sicuro?
  • Come posso farti sentire felice?

Fai una bella chiacchierata con il tuo bambino/bambina interiore. Sii disponibile nei suoi confronti. Abbraccialo, amalo e fai tutto quello che puoi per soddisfare i suoi bisogni.

Fai in modo che sappia che indipendentemente da ciò che accadrà, tu sarai sempre con lui. Puoi iniziare da qui a creare un’infanzia felice…..

Obiettivo … scopo …. piano d’azione …..

obiettivi

“Oggi è il primo giorno del resto della tua vita” Og Mandino

 

Troppo spesso nella vita le persone non riescono a ottenere ciò che vogliono veramente perché si lasciano trascinare dagli eventi e imprigionare dal tempo e dalle pretese che gli altri hanno su di loro.

Non compiono mai il passo di decidere cosa vogliono davvero ottenere dal loro tempo, dal loro lavoro, dalle loro relazioni e soprattutto da se stesse.

Non stabiliscono liberamente e consapevolmente l’obiettivo che si impegnano a raggiungere per vivere in modo completo e gratificante. Al contrario, finiscono col percorrere una qualsiasi strada che la vita offre loro, e che per di più molte volte si rivela deludente.

Come poter invertire questa rotta? …. ecco le tre parole magiche ….

1.   OBIETTIVO: più fai chiarezza su quello che vuoi raggiungere e più facile sarà trovare un modo per riuscirci.

Se viaggi su una barca a vela, se sai esattamente dove stai andando, eventuali cambiamenti repentini  della direzione del vento non ti potranno creare alcun problema: ti basterà posizionare le vele in modo da proseguire la navigazione verso la destinazione che avevi scelto. Invece, chi naviga nel mare della vita senza avere una meta precisa, sarà facilmente portato ad andare “dove tira il vento”, focalizzandosi sull’atto di navigare invece che sul mantenere la rotta: le probabilità che in questo modo arrivi in un porto non gradito sono davvero alte, sempreché non finisca addirittura sugli scogli.

Quindi la prima domanda a cui dobbiamo abituarci a rispondere è: “cosa voglio veramente?” “quale è il mio vero obiettivo?”

2.   LO SCOPO: spesso nella vita sappiamo quello che dovremmo fare, ma non abbiamo sufficienti ragioni che ci entusiasmino, dei perché tanto importanti da predisporci a fare qualsiasi cosa necessaria per ottenere quello che vogliamo veramente.

Una persona che ha un motivo valido per andare da qualche parte, in un modo o nell’altro riuscirà ad arrivarci, trovando le risorse sufficienti a superare qualsiasi ostacolo. La nostra motivazione non è mai legata all’obiettivo in sé, ma a ciò che ci darà raggiungerlo, a come ci farà stare, alle sensazioni che ci farà provare.

Pensa per esempio ad una situazione nella quale sei stata fortemente motivata e la tua determinazione non è venuta meno nel tempo: sicuramente quell’obiettivo per te era davvero importante aveva un significato speciale, ti avrebbe fatto stare incredibilmente bene, cos’ come non raggiungerlo sarebbe stato un dolore insopportabile. In poche parole valeva la pena impegnarsi per quello, c’erano dei validi motivi che ti spingevano all’azione.

Perciò quando sai cosa è che vuoi veramente prova a chiederti: “perché lo voglio? Cosa mi darà? Come mi sentirò dopo aver raggiunto questo risultato? Quale è il mio vero scopo? Perché vale la pena impegnarsi per questo?”

3.   PIANO DI AZIONE: “quali azioni specifiche devo fare per ottenere questo risultato che sono impegnato a raggiungere?”.

Quando il tuo obiettivo è veramente chiaro e le ragioni per cui vuoi raggiungerlo ti danno la spinta emozionale abbastanza forte, scoprire il modo migliore per portare a termine il lavoro diventa qualcosa di ovvio.

Ci sono molto modi per raggiungere un qualsiasi risultato: se una strada  non funziona, ma sei focalizzato sul tuo obiettivo e hai uno scopo sufficientemente importante, allora potrai essere flessibile e ti sarà facile trovarne un’altra.

Quindi, prima di decidere cosa fare, è bene sapere che cosa vogliamo e perché lo vogliamo e solo allora stabilire il nostro piano di azione, come un qualunque viaggiatore che, prima di mettersi in cammino, ha deciso dove andare, per quale motivo vuole andare e che strada percorrere per arrivarci……

 “Tutti noi abbiamo una mission che perseguiamo senza esserne del tutto consapevoli. Nel momento in cui la portiamo completamente alla coscienza, le nostre vite possono decollare…” James Redfield

 

Le infinite ri-nascite della nostra vita

FIORE CHE SBOCCIA2

PRI-MA-VERA

dal latino: [primo] inizio [ver] primavera, da una radice indoeuropea col senso di ardente, splendente.

L’etimo ci rivela una considerazione solenne: la primavera è inizio. Inizio di splendore, per tutto, per tutti.
Nei cieli freddi spazzati dal vento si fa spazio un caldo sole; la terra grassa al risveglio dal letargo inizia a fremere e spuntano i primi nuovi fiori.

Le persone tornano ad uscire, vogliono levarsi i vestiti di dosso, riscoprono l’epidermico piacere del fuggire l’ombra.
Così, anche gli equilibri del cuore tendono ad allungare il giorno dei sentimenti, nuova energia di nascita e creazione fluisce intorno a noi, e dentro – ed è bene non farsela sfuggire, che ci metterà un anno a tornare.

Forse è il momento più sacro e tenero dell’immortale ciclo delle stagioni, l’occasione del riscatto.

(www.unaparolaalgiorno.it)

E con questo incipit voglio ripostare un articolo che parla delle infinite rinascite della nostra vita e come il cambiamento si annuncia , nelle nostre vite, come l’inizio di una nuova stagione . Dapprima non ben definita , con improvvisi ritorni di nuvole, temporali e freddo ; ma nel momento in cui riusciamo a superare l’ansia e la tristezza per dover abbandonare il bozzolo caldo del nostro letargo, improvvisamente le nubi si squarciano lasciando il cielo sereno e il sole caldo che ci accarezza la pelle …..

________________________________________________________________

L’inizio del cambiamento è talvolta quasi impercettibile, un dettaglio: l’accenno, appena marcato, di una nuova forma, il lieve mutamento della voce oppure, più avanti nella vita, un capello bianco, una piccolissima ruga. Il nostro corpo ci parla tutti i giorni, ma dei cambiamenti della vita ci parlano anche i nostri segnali interni. La tristezza e l’ansia sono le emozioni di fondo di questo delicato momento di passaggio.

La tristezza ci avverte che ci stiamo separando da qualcosa, da un immagine di noi che ci ha accompagnato per lungo tempo, forse anche da abitudini, dai luoghi del mondo e dell’anima.

L’ansia ci mette sull’avviso, ci dice che dovremmo incontrare qualcosa di nuovo, il cui potenziale (buono o cattivo) non ci è ancora noto.

La tristezza è rivolta all’indietro, l’ansia guarda avanti. E noi siamo in mezzo, in una strana condizione di vita più mobile, meno definita, aperta a grandi speranze e a improvvise angosce.

Chissà come si sente il bambino nel canale del parto, quando ha già cominciato a lasciare l’utero materno ma non è ancora entrato completamente nel nuovo mondo. Si pensa addirittura che in questa condizione il piccolo viva emozioni molto intense, possa sentirsi espulso, possa sentirsi morire.

Trovare l’amore dopo la nascita è fondamentale.

E’ un’esperienza che ripara, commuove, tranquillizza, dispone all’apprendimento. Quante rinascite ci sono in una vita? Molte, moltissime. Alcune lievi, altre enormi. Alcune attese e felici, altre inattese e angoscianti.

Eppure quella matrice del parto ce la portiamo dentro tutti a ricordarci che, persa una condizione di vita, possiamo essere nuovi e felici in un’altra.

Quello che mi interessa di più come essere umano e professionista dell’aiuto è quella sorta di “terra di nessuno” in cui il cambiamento è nell’aria ma non si è ancora definito. Se ci attendiamo qualche cosa di buono è una condizione bellissima, piena di ebbrezza, dia una specie di “ansia buona” che ci promette una sorta di futuro “luminoso” e grande, come un presagio di primavera.

Se invece il paesaggio davanti ai nostri occhi è cupo e indistinto, il cambiamento si riempie di fantasmi, di rimproveri, di catastrofi, di impossibilità.

La tristezza può essere dolce, se sentiamo di lasciare indietro un po’ di noi per trovare, o cupa e depressiva , se temiamo al tempo stesso di perdere il passato e il futuro.

Molte cose possono influire sulla nostra percezione del cambiamento: le circostanze in cui esso avviene, il nostro carattere, le esperienze positive o negative della vita, la fiducia di fondo.

Anche chi non ha molte risorse personali per affrontarlo può trovare un strada per viverlo in modo meno drammatico e con maggiore speranza. Spesso questa strada passa per una condivisione autentica con gli altri (quelli che meritano fiducia, quelli da cui non si teme di essere giudicati in questo momento di fragilità).

Tutti gli esseri umani  vengono al mondo nel “gruppo”, nella famiglia, hanno sin dall’inizio della vita una serie molto complessa di contatti con figure differenti (e se sono troppo protetti o esclusi da questi contatti spesso sviluppano paure per la vita).

La condivisione degli altri ci stende una passerella davanti agli occhi, un passaggio sull’abisso delle paure e dei fantasmi in cui potremmo temere di cadere e ci rende possibile sperare che, una volta superate le insidie del momento, la vita sarà migliore perché noi stessi lo saremo ….

liberamente tratto da:

S.Gastaldi – “La terapia degli affetti” – Ed.FrancoAngeli

Emozioni e decisioni …..

BINARI

” L’uomo crede di volere la libertà. In realtà ne ha una grande paura. Perchè? Perchè la libertà lo obbliga a prendere delle decisioni, e le decisioni comportano i rischi.” Erich Fromm

Talvolta, prendere una decisione, come ho più volte rimarcato in vari post, rappresenta un momento increscioso. Sorgono dubbi, conflitti, stress. La paura di soffrire diventa un fattore decisivo nelle scelte. Coloro che diventano dei leader sono giustamente persone in grado di prendere decisioni, affrontare la critica, resistere ai “no”.

Ciononostante, non abbiamo scelta: se non prendiamo noi le decisioni che ci riguardano, lo faranno gli altri o gli eventi.

Prendiamo in media cinquemila decisioni al giorno, molte di queste invisibili, semplici, di routine. Alcune grandi decisioni, tuttavia, richiedono riflessione, consigli , paragoni.

A volte diamo vita ad un comportamento in accordo a ciò che desideriamo veramente. Manifestiamo quindi fisicamente quello che proviamo, per esempio scuotendo la testa, evitando di prestare ascolto, muovendo i piedi etc…

Osservando questi micromovimenti, ci facciamo un’idea della decisione che vorremmo davvero prendere. Ciò che temiamo non è la decisione, bensì le eventuali conseguenze e l’eliminazione delle altre opzioni.

Se una decisione non ci aggrada, possiamo rimanere bloccati per giorni, fino a quando diventa troppo tardi. Pertanto, invece di farsi trasportare dalle correnti della vita è meglio dirigersi da sé. Talvolta evitiamo di riflettere e ci lasciamo bloccare da timori illusori. Quando invece decidiamo di esaminare le conseguenze di ogni decisione, la paura diminuisce e le idee diventano più chiare.

Ecco qualche “dritta” per cercare di uscire indenni dal ginepraio della scelta ….

Per prendere più facilmente delle decisioni, esaminate:

  •          Le emozioni che sentite nel momento in cui vi preparate alla scelta
  •          Le emozioni che desiderate provare
  •          Le emozioni che proverete se prenderete questa o quella decisione

Per eliminare i freni, osservate quello che vi impedisce di prendere una decisione: “Se prendo questa decisione, ecco cosa può succedere …. e in questo caso io rischio di provare …”

Studiate diverse ipotesi e, per ciascuna di esse, esaminate le conseguenze:

  • “se non prendo nessuna decisione, ecco cosa può succedere …. e in quel caso io rischio di provare …”
  • “Ecco cosa voglio evitare di provare o di provocare …”
  • “La cosa più importante per me è ….”

Durante tutti questi passaggi è consigliabile essere assolutamente onesti con se stessi. Capita di perseguire degli obiettivi per far colpo su persone che non hanno creduto in noi o che ci hanno umiliati, per provare loro che avevano torto. Si tratta però di una disperata battaglia per essere all’altezza dell’immagine che vogliamo avere di noi stessi. Questo può favorire il successo economico e, raramente, quello affettivo, ma ad un prezzo molto elevato: una volta raggiunto l’obiettivo, rischiamo di accorgerci che non ci interessa affatto.

Succede anche che la fiducia altrui ci trasmetta coraggio nel momento in cui non ci crediamo più o che delle parole di incoraggiamento pronunciate magari anni prima diventino un nettare nei periodi di dubbio.

Proviamo a chiederci:

  •          Quali sono le mie motivazioni?
  •          Perché ho intrapreso quello che ho intrapreso?
  •          Cosa mi motiva oggi?
  •          Se sono sincera con me stessa cosa posso attuare?
  •          Quali sono i ruoli che mettono in moto le mie emozioni?
  •          Cosa temo di provare?
  •          Cosa temo di essere?
  •          Cosa sono orgogliosa di essere?

E ancora:

  •          Per me sarebbe un incubo se la gente si accorgesse che …. E che, in fondo ….

Ci caliamo nei ruoli così come indossiamo degli abiti, perché sono chic, eleganti, fanno colpo e permettono di metterci bene in vista. Ci collochiamo nella posizione di Vittima, senza alcuna colpa riguardo  a ciò che mettiamo in moto, e la vita si profila davanti a noi come un paesaggio oltre il finestrino del treno. Ci mettiamo anche nella posizione del Salvatore, che si fa carico di sapere al posto degli altri quello che è opportuno provare. O del Persecutore, deputato a fare il gendarme … nell’interesse altrui, ovviamente! Purtroppo però, questi ruoli ci separano da noi stessi e ci bloccano ad uno stadio arcaico della nostra evoluzione!

Quando commettiamo uno sbaglio, una vocina interiore ce lo segnala. Tuttavia, la maggior parte del tempo non la udiamo, perché abbiamo preso l’abitudine di soffocarla sotto validi motivi.

Se abbiamo un’unica possibilità, non si tratta più di una scelta ma di un obbligo, un vicolo cieco. Se invece abbiamo due possibilità, si tratta di un dilemma che genera esitazioni; in questo caso siamo ridotti al rango di interruttori a due posizioni.

La scelta inizia laddove ci sono tre possibilità. Esaminando le nostre decisioni dall’ottica delle emozioni che suscitano, scegliere diventa più facile. Talvolta sentiamo necessario al presente accettare un’emozione sgradevole (fare uno sforzo, adempiere ai nostri obblighi) per evitare in futuro un’emozione ancora più sgradevole (farsi rimproverare, sentirsi in colpa) o per conseguirne una piacevole (sentirsi bene, ricevere dei complimenti).

Se vi sentite costretti verso un’unica via, che conduce in una sola direzione già nota come il percorso del treno, datevi delle scelte creando altri tracciati, stazioni di smistamento e biforcazioni.

Un’altra possibilità è di accettare le cose come sono senza lamenti e piagnucolii …

oppure, ed è con questo pensiero stimolo che vi lascio, provate ad introdurre numerose ipotesi prendendovi alla fine l’impegno di fare un piccolo passo:

  •          Cosa succederebbe se decidessi così? O cosà? O se non decidessi affatto?
  •          Quale è la peggior cosa che potrebbe capitare e, in quel caso, come reagirei?
  •          Quale piccola cosa, interamente dipendente da me, mi piacerebbe fare oggi?

Quello che ci impedisce di accettare ciò che è

genitore che sgrida

 

Fin dal momento in cui apre gli occhi sul mondo che lo circonda, il bambino inizia ad essere condizionato. Entra in contatto con una realtà: l’ambiente. Con rapporti privilegiati: la famiglia. Con suoni, odori, colori, emozioni.

Fin dal momento in cui capisce le parole, memorizza ordini: “No così!”, “Attento che cadi!”, “Così va bene , continua”, “Cattivo!”, “Bravo!”.

Poco a poco il suo mondo prende forma; il bene e il male, il vero e il falso, il bello e il brutto, i valori importanti e quelli da rifiutare, quello che è desiderabile , quello che non lo è ….

Gli viene così comunicata la “realtà”, filtrata dalla percezione e dall’interpretazione di chi lo circonda. Talvolta il bambino si rende conto che qualcosa non va, che quanto vede e ascolta o prova non coincide davvero con ciò che gli viene descritto. Nella maggior parte dei casi, però, accetta l’interpretazione che gli viene trasmessa e non osa dire nulla.

Pertanto, crescendo questa persona si aspetterà che la realtà incontrata coincida con quella che gli è stata descritta. Quando poi si accorgerà che così non è, sceglierà forse di prendersela con la vita, con gli altri, con se stesso per aver “ricevuto” qualcosa di diverso da quanto si aspettava.

Molte sono le credenze errate, tanti i miti cui siamo legati e che ci impediscono di vivere bene.

Una di queste è la credenza secondo cui “i miei genitori avrebbero dovuto darmi quello che i genitori devono dare”: amore, stabilità, norme, valori, formazione e tante altre cose. Dal momento che, “da come la vedo io”, così non è stato, ho il diritto di comportarmi da vittima, di portare loro rancore, di rinunciare a comportarmi da essere umano responsabile.

Accettare quello che è significa tener conto di quello che i miei genitori hanno ricevuto, quello di cui loro stessi sono stati privati. Significa inoltre mettere in evidenza quello che mi hanno dato e magari anche quello che mi hanno permesso di superare a causa delle mancanze che avverto.

Questo mito è simile a quello che consiste nel non accettare le sofferenze o le frustrazioni della vita, con la scusa che devo essere felice, che le sventure a me non devono capitare!

Le grandi teorie psicologiche hanno tentato di identificare e dare un  nome a queste credenze errate che impediscono agli uomini di vedere la realtà. Eric Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, ha evidenziato cinque credenze errate che funzionano come lenti deformanti davanti alla realtà, producendo illusioni e sofferenza. Credenze instillate da quelle famose ingiunzioni verbali o non verbali a cui siamo sottoposti da bambini e che saranno poi la causa delle nostre decisioni di “copione”.

E’ necessario compiacere gli altri, indipendentemente da quanto avvertiamo. Sulla base di questa credenza numerose persone, soprattutto noi donne, immaginano che essendo “sempre disponibili”, ignorando i propri bisogni e le proprie sensazioni saranno amate e ricercate.

Vivere con questa convinzione significa negare la realtà, vuol dire attrarre a sé soprattutto individui egocentrici che vogliono essere serviti e accuditi.

Accettare la realtà,significa essere consapevoli che ciascuno è necessario si assuma la responsabilità della propria vita e che ogni essere umano possiede bisogni, sensazioni, desideri che non ha soltanto il diritto, ma anche il dovere di prendere in considerazione.

Bisogna essere perfetti, tutto quello che facciamo deve essere perfetto. Non è possibile commettere errori, bisogna onorare ogni impegno indipendentemente da quanto ci costa, occorre rispettare le scadenze e dare sempre il meglio con poco.

Anche in questo caso obbedire a queste credenze errate vuol dire vivere nell’illusione, crearsi un momento irreale, generare reazioni di stress che alimentano l’ipertensione, l’emicrania e le ulcere gastriche, per non parlare dei problemi interpersonali.

Accettare quello che è significa ammettere che essere “umani” equivale ad essere fallibili, avere limiti di tempo e di forza. Significa osare dire: “Mi sono sbagliata!” , “Non ce la farò per quella data ..”.

E’ necessario essere sempre forti, non mostrare le proprie debolezze, non chiedere nulla agli altri e cavarsela da soli. Gli esseri umani sono interdipendenti, hanno bisogno gli uni degli altri: “Nessun uomo è un’isola” scrive il poeta John Donne.

Essere forti significa accettare di essere quello che si è, con i propri punti di forza e le proprie debolezze, le proprie competenze e le proprie ignoranze. Forse, da piccoli le circostanze si sono rivelate faticose e non è stato possibile are affidamento su genitori adeguati. Una volta adulto, l’essere umano può scegliere. Può imparare a chiedere aiuto. Può anche imparare a vedere ed accettare ciò che è, anziché quello che erroneamente crede debbano essere le cose.

E’ necessario sbrigarci, non c’è tempo da perdere! Quanto stress inutile per chi ha maturato questa credenza. In realtà sono ben poche le situazioni che ci impongono di essere tesi e di spaccare il minuto. E’ quasi sempre possibile organizzarsi, pianificare in modo da avere tempo a sufficienza per raggiungere i propri obiettivi rimanendo rilassati. Accettare questo vuol dire accettare che ogni giornata sia fatta solo di ventiquattro ore e che il ritmo della vita non ci guadagna nulla ad essere frenetico.

E’ necessario compiere sforzi enormi per vivere in maniera decente.

Chi si nutre di questa convinzione si impegna assai più del necessario. Immagina un mondo fittizio che dovrebbe scaturire dai suoi sforzi. Accettando di vedere e di capire ciò che è, accettando la realtà diventa possibile valutare oggettivamente l’esito delle proprie fatiche e il modo in cui modificare le proprie strategie.

Accettare quello che è, allentare la presa sulle credenze errate e sui miti inutili rappresenta la maggior sfida della nostra esistenza …..