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Il mal-essere: ragione sufficiente per il cambiamento?

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“Individuare le dimensioni nascoste del nostro essere èl’unico modo di esaudire le nostre esigenze più profonde” Deepak Chopra

Ci sono momenti della nostra vita in cui facciamo dei bilanci: compleanno, capodanno, matrimonio, nascite  ….

Questi momenti, nella maggior parte dei casi, segnano altrettante tappe che ci spingono a lasciarci alle spalle un periodo e a situarci in rapporto alle proiezioni del passato.

Le domane che più spesso ci poniamo sono: sono diventata/o quella/o che volevo essere? Sono elice? Mi piace vivere in questo modo?

La risposta negativa ad una di queste domande dovrebbe stimolare un desiderio di cambiamento, perché ci porterebbe a constatare che abbiamo in qualche modo fallito nella nostra realizzazione e ci troviamo a vivere atrofizzati nei nostri copioni e ruoli. Eppure, non tutti abbiamo le stesse armi per passare all’azione.

Freud osservava che le persone spesso tengono molto di più alle loro nevrosi che a quello che sono. La nevrosi tutto sommato ci “protegge” dall’esporre al mondo quella parte autentica che ha bisogno di impegno costante per essere curata. Inoltre ci protegge dal prendere una netta posizione nei confronti della Vita seguendo senza mezzi termini quell’élan vital che spinge il nostro andare,contro quello slancio distruttivo che spesso cancella ogni nostro entusiasmo.

Freud identificava nell’essere umano due forze contrapposte: una pulsione di Vita, fatta di elementi dinamici e di desideri che stimolano il cambiamento e una pulsione di Morte, che ci mantiene in uno stato di inerzia oppure crea un movimento all’indietro, alla quale la prima si oppone.

Queste due pulsioni sono collegate alla nostra psiche più primitiva. Fin dalla nascita sappiamo che moriremo questa è l’unica certezza certa. Ma non possiamo vivere con questo pensiero non abbiamo quindi altra scelta che instaurare un compromesso tra queste due forze.

L’equilibrio che si raggiunge è direttamente proporzionale all’energia e alla volontà che si impiega nella “lotta”: se queste sono ben supportate da una buona immagine e fiducia di sé, il risultato porterà ad un’armonia degli opposti che si integreranno in pieni e vuoti seguendo il ritmo dei nostri passi. Se invece le forze che sostengono l’istinto di Vita sono indebolite dai troppi giudizi, svalutazioni, rese, la pulsione distruttiva avrà la meglio, vivremo in uno stato di costante ansia e la sofferenza invaderà il campo.

Va da sé, che da quanto detto sopra, le probabilità di cambiare sono maggiori quando le cose non vanno, o peggio, quando si soffre. In questo caso il cambiamento diventa una sorta di reazione di fronte ad una saturazione che paradossalmente è il vuoto, il caos, la mancanza di direzionalità, quella latente paura della “morte” che è la fine di ogni cosa

Perché il cambiamento abbia inizio non è solo necessario il mal-essere, bensì è di fondamentale importanza mantenere viva la tensione tra ciò che siamo e ciò che non siamo, per dirla con Shakespeare “Essere o non essere”, ossia ciò che accetteremo di essere e ciò che rinunciamo ad essere. Senza questo l’azione non prende corpo e il mal-essere diventa la comoda culla che ci tiene fuori dalle responsabilità.

Sì perché l’Essere necessita di un intimo dialogo con se stessi. Per esistere dobbiamo passare da uno stato di sottomissione, in cui facevamo tutto per essere amati, ad uno stato di azione, di affermazione, di piena presa di responsabilità di noi stessi e quindi di cambiamento.

Essere non è altro che dialogare con la nostra pulsione di vita, accompagnarla, mantenerla e incanalarla verso la sua piena realizzazione.

Essere significa divenire, evolvere in un continuo percorso di crescita.

La questione, a questo punto, diventa chiara, ossia sapere quali sono i nostri specifici desideri, quelli che alimentano la nostra esistenza e da qui ogni passo per uscire dalla zona grigia diventerà più leggero.

Grazie mente, oggi non gioco!

la mente

Giudicare è uno dei modi più comuni con cui la nostra mente accresce il nostro malessere ; ma ce ne sono moltissimi altri.

Di seguito un elenco di domande e commenti comuni che la mente fa, i quali spesso suscitano o intensificano delle emozioni spiacevoli.

“Perché mi sento così?”

Questa domanda ci predispone a passare in rassegna tutti i nostri problemi, uno per uno, per vedere si riusciamo a identificare quello che ha causato le nostre emozioni. Naturalmente, questo ci fa stare peggio, perché crea l’illusione che la nostra vita sia fatta solo di problemi. Inoltre fa perdere un sacco di tempo in pensieri spiacevoli  (e questo processo ci aiuta in qualche modo pratico? Ci aiuta a fare qualcosa per migliorare la nostra vita?)

In genere ci si fa questa domanda perché si pensa che, se si riesce a trovare il motivo per cui si sta così “male” si riuscirà a trovare un modo per sentirsi meglio. Purtroppo questa strategia è quasi sempre controproducente; nella maggior parte dei casi non è importante “perché” esattamente sono emerse le emozioni spiacevoli; quello che conta è “come” si reagisce a da esse..

Il fatto fondamentale è sempre lo stesso: proviamo quello che proviamo! Quindi, se riusciamo ad imparare ad accettare le nostre emozioni senza per forza doverle analizzare, ci risparmieremo un sacco di tempo e fatica.

“Cosa ho fatto per meritarmi questo?”

Questa domanda ci predispone a dare la colpa a noi stessi. Rimastichiamo tutte le “brutte” cose che abbiamo fatto per cercare di capire perché l’universo abbia deciso di punirci. In questo modo finiamo per sentirci indegni, inutili, cattivi o inadeguati.

“Perché sono così?”

Questa domanda ci porta a frugare in tutta la storia della nostra vita alla ricerca dei motivi per cui siamo come siamo. Spesso l’unico risultato di questa domanda è rabbia, risentimento e scoraggiamento.

“Non ce la faccio!”

Fra le variazioni sul tema ci sono “Non lo sopporto!”, “E’ troppo per me”, “Avrò una crisi di nervi” e via dicendo. Sostanzialmente, la nostra mente ci sta dicendo che siamo troppo deboli per reggere la situazione e che se continueremo a sentirci come ci sentiamo ci accadrà qualcosa di brutto. (E’ una storia utile a cui prestare attenzione?)

“Non dovrei sentirmi così”

Questo è un classico. Qui la nostra mente contesta la realtà. La realtà è questa: in questo preciso momento proviamo quello che stiamo provando. Ma la nostra mente dice: “La realtà è sbagliata! Non dovrebbe essere così! Basta! Datemi la realtà che voglio io!”

Questa specie di lite con la realtà non si conclude mai a nostro favore. E serve a cambiare qualcosa?

“Vorrei non sentirmi così”

Pia illusione: uno dei passatempi preferiti dalla mente (“Vorrei avere più fiducia in me stessa”, “Vorrei non essere cos’ ansiosa”). Così possiamo passare ore e ore a immaginare quanto la nostra vita potrebbe essere migliore se soltanto provassimo emozioni diverse. (E questo ci aiuta ad affrontare la vita che conduciamo oggi?)

L’elenco potrebbe continuare a lungo. Basti dire che il sé pensante ha molti modi per acuire direttamente i nostri stati d’animo negativi o per farci perdere un’enorme quantità di tempo a ruminare inutilmente su di essi.

Quindi d’ora in avanti, cogli la tua mente sul fatto quando cerca di agganciarti con domande e commenti di questo tipo. Poi rifiutati semplicemente di stare al gioco. Ringraziala per aver cercato di sprecare il tuo tempo e concentrati invece su qualche attività utile o significativa.

Può esserti utile dire: “Grazie mente, ma oggi non gioco …!”

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