Buone Vacanze!

galleggiare

 

…. Egli disse: “I vostri cuori conoscono in silenzio i segreti dei giorni e delle notti. Ma gli orecchi hanno sete di sentire quello che il cuore già conosce. Vorreste sapere con parole quello che avete sempre saputo nella mente. Vorreste toccare con le dita il corpo nudo dei sogni. Ed è bene che lo facciate: la sorgente sotterranea della vostra anima dovrà venire alla luce e scorrere mormorando verso il mare; e il tesoro della vostra infinita profondità sarà rivelato ai vostri occhi. Ma non usate bilance per pesare quell’ignoto tesoro; e non sondate le profondità della vostra conoscenza con lo scandaglio e la pertica. Poiché l’io è un mare sconfinato e immisurabile.

Non dite:” Ho trovato la verità”, dite piuttosto: “Ho trovato una verità”. Non dite: “Ho trovato il sentiero dell’anima”.

Dite piuttosto: “Sul mio sentiero ho incontrato l’anima in cammino”.

Perché l’anima cammina in tutti i sentieri. L’anima non cammina sopra un filo, né cresce come una canna. L’anima apre se stessa come un fiore di loto dagli innumerevoli petali”

Kahil Gibran

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E anche per me finalmente è arrivato il tempo di partire, mettere “in pausa” e godermi lo stupore che ogni nuovo giorno porterà con sè ….

Quest’anno mi tufferò tra il verde dei prati riempendomi gli occhi della luce che filtra tra le foglie degli alberi. Riempirò i miei polmoni di aria incontaminata in cima alle montagne seguendo sentieri battuti e strade sconosciute, inchinandomi alla maestosità della natura cercando di ricontattare quella parte selvaggia, lasciandola uscire libera dalle costrzioni cittadine . Proverò a disconnettemi per riconnettermi a me in silenzio …

Che sia per tutti  un momento  all’insegna del “sentire” , del fluire, mollando gli ormeggi lasciandosi galleggiare ri-scoprendo i sensi …

Riempitevi di suoni, sapori, odori …. Aprite gli occhi imparando a “vedere” quello che vi circonda …. Toccate … la sabbia calda, l’acqua fresca, una foglia bagnata di rugiada, la pelle di chi vi sta accanto…

Prendetevi il vostro tempo, toglietevi l’orologio e lasciate che sia il vostro corpo a scandire le ore.

Ascoltatevi …. Espandetevi ….. Respirate ……. Vivete la pienezza del momento!

Sospendete ogni affanno , ora è tempo di … vuoto ….

Anche il blog va in vacanza … ci ri-troveremo a fine Agosto

Potrete però trovarmi su Instagram @gabriellacosta60 dovelascerò qualche piccola traccia dei miei pensieri in #paroleeimmagini.

 

cuoricino   BUONE VACANZE

cuoricino

Una vita piena

ALBA 2

Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, ecco tutto.
Oscar Wilde

Hai mai contemplato meravigliata uno splendido tramonto o una luna piena incredibilmente grande o le onde del mare che si infrangono contro gli scogli? Hai mai guardato negli occhi adorante, tuo figlio o il tuo partner? Ti sei mai estasiata al profumo di una torta in forno o alla fragranza del gelsomino o delle rose? Ti sei mai deliziata all’ascolto di un canto d’uccello, delle fusa di un gatto o delle risate di un bambino?

Ogni giorno è pieno di opportunità per apprezzare il mondo che ci circonda.  Espressioni spesso sentite quali “Ringrazia il cielo per quello che hai”, “renditi conto di quanto sei fortunata”, denotano l’abbondanza presente nella nostra vita; siamo circondati da cose meravigliose ma di solito, purtroppo, le diamo per scontate.

Ecco quindi alcuni suggerimenti per risvegliarti e sperimentare, approfittando di queste vacanze, la ricchezza del mondo che ci circonda.

  • Quando mangi, cogli l’occasione per assaporare il cibo e gustarlo pienamente. Lascia che i tuoi pensieri vengano e vadano e concentrati sulle sensazioni nella tua bocca. Il più delle volte quando mangiamo e beviamo siamo poco consapevoli di quello che stiamo facendo. Dato che mangiare è un’attività piacevole, perché non prendersi il tempo di apprezzarla pienamente? Invece di divorare il cibo, mangialo lentamente, masticalo bene. Dopo tutto, non guarderesti un film in modalità di avanzamento veloce; allora perché mangiare così?
  • Alla prossima giornata piovosa ascolta i suoni della pioggia: il ritmo, il tono, il volume che cresce e diminuisce. E nota attentamente i disegni intricati delle gocce sui vetri delle finestre. E quando smette, vai a fare una passeggiata e nota la freschezza dell’aria e i marciapiedi che brillano come se fossero stati lucidati.
  • Quando abbracci o baci una persona, o anche solo le stringi la mano, partecipa pienamente alla tua esperienza. Nota cosa provi e senti. Lascia che il tuo calore e la tua apertura fluiscano attraverso quel contato.
  • La prossima volta che ti senti felice, calma, contenta o che provi qualche altra emozione piacevole, cogli l’opportunità di notare pienamente l’effetto che fa. Nota le sensazioni nel tuo corpo. Nota come respiri, parli o gesticoli. Nota i tuoi impulsi, pensieri, ricordi, le tue sensazioni e le tue immagini. Prenditi qualche momento per assimilare veramente queste emozioni, per meravigliarti di essere capace di avere esperienze così.
  • Guarda con occhi nuovi le persone a cui vuoi bene, come se tu non le avessi mai viste prima. Fallo con il tuo partner, con gli amici, i figli. Nota come camminano, parlano, mangiano e bevono, come fanno gesti con il volto e le mani. Nota le espressioni del loro viso. Nota le linee del loro volto il colore dei loro occhi.
  • Al mattino prima di uscire dal letto fai 10 respiri profondi e concentrati sul movimento dei tuoi polmoni. Nutri un senso di meraviglia per l’essere vivo, per il fatto che i tuoi polmoni ti hanno fornito ossigeno per tutta la notte, anche mentre dormivi.

Quando agisci con apertura, gentilezza e accettazione, probabilmente sarai trattato con gli stessi atteggiamenti. Quindi man mano che le tue relazioni migliorano, ricavane il massimo. Se noti di esserti persa nel mondo dei pensieri, riporta l’attenzione sulle persone con cui sei.

Quando raggiungi gli obiettivi che sono coerenti con i tuoi valori, spesso senti un’emozione piacevole di qualche sorta. Nota le sensazioni che ti dà e goditele. Anche gli obiettivi minimi da raggiungere possono dare una grande soddisfazione quando li raggiungi. Quindi apprezza e assapora queste sensazioni.

Quando apri gli occhi e noti le cose che prima davi per scontate, noti più opportunità, sei più stimolato e interessato, trovi maggiore soddisfazione e le tue relazioni migliorano.

Tuttavia tieni a mente un concetto fondamentale: non attaccarti troppo alle sensazioni piacevoli. Non dedicare la tua vita a rincorrerle. Le sensazioni piacevoli vanno e vengono, come tutte le altre sensazioni. Quindi apprezzale e goditele quando ci sono, ma non ti ci attaccare! Lascia che vadano e vengano a loro piacimento.

La vita è come scalare una montagna: ci sono passaggi facili e passaggi difficili. Ma se sei paerta e interessata alla tua esperienza, gli ostacoli che incontri ti aiutano ad apprendere, a crescere e a evolvere, così con il tempo le tue abilità di arrampicatrice migliorano. Naturalmente essere consapevoli è molto più facile quando le cose vanno bene che non quando vanno male. Eppure, più affronti le tue difficoltà con consapevolezza, più scopri di diventare più forte. Lo so, è più facile a dirsi che a farsi, ma tu ce la puoi fare … anche questo lo so …..

Chi sono? ….. la Voce e il Testimone

testimone di sè

photo by Gregory Colbert

Ancora qualche spunto di riflessione pensando al Residenziale ADYCA appena passato ….

Avete mai fatto caso che in ogni attimo della nostra vita c’è una voce nella nostra testa che commenta, giudica, rimugina? Proviamo ad ascoltare questa voce e farne esperienza adesso, proprio ora che stai leggendo queste righe. E se in questo momento stai dicendo a te stesso “Ma di che voce parla? Io non ho nessuna vocina nella testa”, questa è esattamente la voce di cui ti sto parlando.

Quindi riprova e ascolta …. Se ci facciamo caso questa voce è sempre attiva. Salta spesso di palo in frasca e alle volte è anche divertente, tuttavia la maggior parte delle volte dice cose inutili.

Molto spesso è estremamente attiva a fare congetture e ipotesi sul futuro che sono, nella maggior parte dei casi, completamente false e basate su nessun dato oggettivo.

Facciamo un classico esempio: appuntamento alle 10 con il fidanzato, passano le 10 e lui non arriva. Lo chiami al cellulare e non risponde ….. e la voce maligna comincia a sussurrarti …

Aveva detto le 10 o le 11? No, sono sicura aveva detto le10? Che strano lui è un tipo che avvisa se è in ritardo. Forse è impegnato al telefono di casa e non può chiamarmi o rispondere al cellulare. Chi è così importante da tenerlo al telefono quando dovrebbe essere qui? Magari è quella vipera della sua ex, lo sento che è ancora interessata a lui. Ce la ritroviamo davanti dovunque andiamo. Tutte quelle volte che lui risponde al telefono e parla in modo sibillino … ma certo che sarà lei. Quando arriva gliene dico quattro. Ma che mi ha preso per stupida?

E puntualmente quando il nostro lui arriva scusandosi peri il ritardo perché non trovava parcheggio, noi siamo cariche di energia esplosiva che detona nella sua più totale incredulità. E siamo capaci di rovinare la nostra giornata con discussioni senza senso che alimentiamo con l’eccesso di energia emotiva che è montata in noi a causa della “voce”.

La voce parla in continuazione; a volte è così rumorosa che non ci fa dormire o ci sveglia nel mezzo della notte non facendoci più riaddormentare. E’ capace di affermare con forza una cosa e un momento dopo sostenere l’esatto contrario mandandoci in totale confusione.

Come mai questa voce parla così incessantemente? Le ragioni possono essere varie. Una di esse è lo stato di squilibrio interiore dovuto ad un accumulo di emozioni di rabbia, paura, ansia, gelosia, insicurezza. L’energia che queste emozioni pompano nel corpo viene liberata attraverso l’attivazione della voce. A volte, essa parla perchè ricorda quello che ci è stato detto nei primi anni della nostra vita riguardo a quello che avremmo dovuto fare o meno per ottenere amore e attenzione dalle nostre figure di riferimento. Allora ogni giudizio e rimprovero veniva acquisito come assoluta verità. Ancora oggi, in determinate circostanze, la voce ci ricorda quello che dobbiamo fare e non fare perchè crede, in questo modo, di farci evitare punizioni o conquistare amore e attenzione.

In altri momenti della nostra vita, la voce ci racconta le esperienze che stiamo vivendo, rendendoci un servizio inutile perché ci distoglie dall’essere calati totalmente nell’esperienza. E mentre ci racconta il mondo intorno a noi, le esperienze che viviamo vengono portate nel dominio dei nostri pensieri e mischiate a tutti gli altri flussi di pensieri. Questo mix altera profondamente l’esperienza della realtà, ed è qui che iniziamo a mescolare i fatti accaduti con i nostri giudizi e le nostre interpretazioni, creando un modello tutto personale di significati. Quindi quello che arriva alla nostra coscienza è il nostro modello mentale della realtà, ma non la realtà.

In questo senso la mente fa un ottimo lavoro gestendo le nostre esperienze attuali allineandole con quelle passate e le aspettative per il futuro, dandoci una sensazione di maggior controllo. Lo scopo? Provare un senso di dominio sugli eventi; infatti possiamo manipolare e controllare i nostri pensieri anche se non possiamo manipolare o controllare la realtà. Il prezzo di questo processo? Vivere nella mente, invece di essere pienamente presenti a quello che ci accade.

Proviamo ora a chiederci: Chi sono io?

Molti si costruiscono una gabbia, spesso anche dorata, nella quale perpetuano ad infinitum una storia di sé che non porta loro soddisfazione o gioia perché non è la loro storia. Ecco l’importanza di una profonda riflessione su chi siamo.

Provate a seguirmi andando al di là delle parole …..

Ci identifichiamo con il nostro nome, ma non siamo il nostro nome che è un’etichetta che convenzionalmente ci diamo per distinguerci gli uni dagli altri. Dire “Io Sono Gabriella” sottolinea la mia natura unica ma la trascende pure ponendo l’accento su quel “IO SONO” a prescindere.

Non siamo neanche la nostra professione perché vorrebbe dire che in altri momenti della nostra vita, se ad esempio cambio lavoro o vado in pensione, non sono più io.

Non siamo neanche il corpo riflesso nello specchio perché il corpo e il viso che vediamo sono completamente diversi nei differenti momenti della vita. Chi è che vent’anni fa vedevamo nello specchio e chi è che vediamo oggi? Ecco …. Siamo sempre noi coloro che guardano, in una continuità dell’essere.

Siamo noi che guardiamo e facciamo esperienza degli oggetti al di fuori e dentro di noi.

Quindi non siamo la nostra professione, il ruolo di moglie, fidanzata, single o genitore che svolgiamo. Non siamo le nostre emozioni, come non siamo i nostri pensieri e non siamo la nostra voce nella testa.

Chi siamo? …… la consapevolezza di esistere. E noi esistiamo con o senza determinati pensieri, con o senza ricordi, con o senza etichette.

Torniamo a notare la voce nella nostra testa. Non preoccupiamoci di ciò che dice o di come lo fa, semplicemente notiamola. Noi siamo coloro che ascoltano e notano. Noi siamo il testimone, l’osservatore.

La realizzazione che non siamo la voce della mente ma semplicemente chi la ascolta, è spesso il primo passo verso la trasformazione personale, verso la realizzazione della nostra storia.

La trasformazione personale inizia con il riconoscere quelle parti di noi che hanno paura e hanno bisogno di essere protette. Uno dei modi per farlo è quello di continuare a ricordare che non siamo quella voce che parla nella nostra testa.

Ogni volta che abbiamo un problema cerchiamo di risolverlo cambiando quello che è fuori di noi e raramente questo funziona. Prima o poi torniamo ad incontrare lo stesso problema. La soluzione sta nell’individuare quale parte di noi vive l’esperienza come un problema. Per fare questo è necessario entrare nella posizione del Testimone osservatore. Fare ciò ci evita di essere parte del problema: siamo solo chi osserva ed è testimone di qualcosa. Questo esercizio ci consente di non perderci, di non farci risucchiare dai problemi. E ci allena a vedere dentro di noi per cercare le soluzioni, perché la soluzione non è modificare quello che è fuori di noi.

Quindi alla domanda “Chi siamo?” possiamo ora rispondere che siamo il Testimone, che dalla posizione in cui si trova, guarda ed è consapevole di eventi, oggetti, pensieri ed emozioni che scorrono davanti a lui.

Questo è essere al centro di noi stessi, la nostra vera casa, il centro del nostro Sé.

 

Riflessione dopo la lettura di : G.D’Alessio – Il potere di cambiare – Ed.Rizzoli

Il vuoto che “sana”

vuoto 4

Riflettendo sul Residenziale ADYCA appena concluso …….

A questo link puoi vedere il video http://bit.ly/2tCXBRX

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L’incontro con l’anima è un evento che appartiene alla concretezza, e la felicità e il suo raggiungimento sono operazioni concrete. Per essere felici, c’è qualcosa da fare, qualcosa che ci spetta, un compito da svolgere.

Il cervello è un organo costruito per produrre fatti e, se non ostacoliamo il suo funzionamento, immancabilmente secerne le sostanze della gioia.

Gli “esercizi spirituali” dei filosofi puntavano a produrre praticamente quegli stati cerebrali capaci di realizzare la biochimica della felicità, della tranquillità, della pace interiore.

All’interno del cervello esiste uno spazio eterno, che appartiene a qualcosa di impronunciabile, di indicibile.

L’eternità è uno stato energetico che vive perennemente al di sotto del nostro Io “tangibile”, che si esprime solo in una dimensione sconosciuta, che appartiene più alle regole del vuoto e del nulla, e che, seppur a tratti, può essere contattato dalla coscienza. E’ uno stato energetico che ci chiama incessantemente e che ha una chimica a parte che viene messa in gioco quando siamo capaci di stare con noi stessi in un modo che non si impara a scuola, o sui libri, ma è il seme di tutta la saggezza.

Al di sotto di come appariamo alla nostra coscienza, al di sotto di ciò che crediamo di essere, un’intera vita si svolge, un intero organismo pulsa incessantemente. La pianta che siamo sta facendo la sua parte. Tutto è come in natura: un seme si disfa nel buio della terra e silenziosamente produce il suo germoglio prima, e la sua pianta dopo.

Carl Rogers, il grande psicologo americano, si era accorto che le patate che i suoi genitori conservavano in cantina, lasciate lì al buio e la freddo, allontanate dal loro terreno naturale, nonostante tutto germogliavano. E si è chiesto se, nei momenti difficili, anche dentro di noi, nel nostro spazio interno, c’è qualcosa che vuole germogliare.

Mentre stiamo soffrendo, mentre ci sembra di essere stroncati dagli episodi sfortunati della vita, c’è qualcosa di profondamente naturale che ci sta ricreando.

Il mio organismo vive, evolve, matura, libera i suoi fiori, i suoi frutti del tutto a mia insaputa: la creazione di ciò che sono, dell’albero che mi esprime è totalmente disinteressata agli scopi che mi do, agli obiettivi che voglio raggiungere, al mio passato, alla mia storia.

Il mio germoglio funziona tanto meglio quanto meno lo riempio di illusioni, quanto meno mi sforzo di mettere le cose a posto, quanto meno mi metto a spiegare e a voler capire le possibili difficoltà che mi attraverssano.

Sono molto più me stesso quando respiro, quando mangio, quando ascolto, quando vedo, quando amo rispetto a tutte le volte che penso.

Anzi, il pensiero è resistenza a tutto questo.

Tanto più mi arrendo, tanto più il germoglio fiorisce.

Le “guarigioni” vere arrivano “contemplando” le difficoltà e le varie istanze che le abitano, guardandole senza nessuna intenzione, senza pensieri, senza neppure il desiderio di mandarle via. Siamo noi stessi quando siamo presenti alle nostre azioni, immersi nell’essere che siamo, che mangia, che ride, che annusa, che gode.

Raccogliersi in se stessi significa semplicemente buttare lo sguardo sull’interno, come se quel raggio di luce che lo inonda fosse capace di poteri immensi, che i pensieri non vedono, ma che anzi offuscano.

Ci piaccia o no la nostra essenza riposa nel vuoto e a lui dobbiamo affidarci se vogliamo approdare alla “guarigione” e alla felicità.

Non si può concepire alcuna eternità, alcun senso di continuità se la coscienza non si purifica dei pensieri.

Di fronte ad ogni problema od ostacolo che blocca il mio fluire è necessario che impari  a tuffarmi nell’impotenza, nell’estraneità. Quando sto male, lasciamoci sprofondare nell’incoscienza affidandomi ai suoi sintomi…. “per evadere dall’intollerabile cerchiamoci un derivato, una fuga, una regione  dove nessuna sensazione si degni di avere un nome … recuperiamo la quiete iniziale…” (E.Cioran).

Qualsiasi dolore arriva dalla profondità dell’anima, arriva da quell’oceano infinito che è l’acqua da cui sgorga la nostra essenza: non viene perché qualcuno l’ha mandato, ma per ridare “senso alla nostra vita”

Se il dolore viene imprigionato dai pensieri e dalle cause, viene relegato nella banalità, nei luoghi comuni, nel ragionamento, allora tutto si oscura.

Pensarci su, ragionarci significa renderlo cronico e perdere l’occasione di scoprire lati di noi stessi, capacità, talenti nascosti.

La capacità  di riprodurre il balsamo risanatore è possibile solo per chi si affida al vuoto, per chi, quando sta male, rinuncia a pensare, per chi impara ad affidarsi al caos, al disordine o al cammino senza senso apparente, sotto il comando dell’estraneità del nostro Testimone interiore, del nostro Viaggiatore interstellare ed è proprio da queste immagini offuscate che si aprono le soluzioni che come lampi prorompono dal buio interiore, suscitati da nessuna causa, se non dall’essere vivi e immersi nella propria consapevolezza di sé.

 

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Spunto dalla lettura di:

Raffaele Morelli, “Non siamo nati per soffrire”, Ed.Mondadori

Il Rispetto: saper vedere, saper ascoltare

RISPETTO

Photo Gregory Colbert©

“Il rispetto… è l’apprezzamento della diversità dell’altra persona, dei modi in cui lui o lei sono unici.” Annie Gottlieb

Tutti noi abbiamo avuto l’esperienza di essere visti per meno di quello che siamo, trattati come se fossimo un’altra persona. Le nostre qualità non sono percepite, ci vengono attribuiti difetti che non abbiamo.

Questo è un fatto molto sgradevole che ci riempie di dubbi, insicurezze, risentimento.

E’ facile che questo accada, perché siamo tutti pigri, e chi ha tempo e voglia di fare lo sforzo necessario per conoscere davvero? Pochi! Molto più facile, invece, etichettare e tutto ciò che è inaspettato e originale non viene considerato, fa perdere troppo tempo.

Ancora peggio, poi, quando non veniamo visti affatto. Veniamo trattati come esseri invisibili, la vita va avanti senza di noi che restiamo ai margini come ombre poco definite.

Proviamo a pensare ora alla circostanza opposta, anche se molto più rara. Qualcuno si prende la briga di trattarci per quello che siamo. Questa persona apprezza il nostro valore, a volte anche più di noi, crede in noi anche quando la nostra autostima vacilla. In quei momenti sentiamo di avere valore proprio per ciò che siamo. Non rimaniamo imprigionati in una percezione depauperata di noi stessi, ma siamo visti e accolti per quello che siamo e per quello che possiamo diventare. Che meraviglia!

Questo è il Rispetto, dal latino re-spicere, vedere di nuovo. Potremmo dire: indugiare un attimo e andare con lo sguardo oltre non fermandosi all’apparenza.

Per vedere a volte basta solo un istante, pochi secondi in cui il nostro sguardo riconosce chi ha di fronte, non come quelle videocamere, spesso installate nei posti pubblici che registrano tutto, ma come un “umanità” che riconosce e onora un’altra “umanità”.

Fra gli abitanti di una regione del Sudafrica, non ci si saluta augurandosi a vicenda il buon giorno, ma dicendo “Sawu Bona”, che vuol dire “Ci sei”. Al che l’altro risponde “Sikhona”, “sono qui”.

Mi sento rispettato se sono visto per quello che sono e che forse potrei essere, per ciò che mi rende unico e originale e se questa parte di me viene ignorata, sono ferito.

Lo psicologo americano Tom Yeomans, allievo di Roberto Assagioli, parla di “ferita dell’anima”, quella che proviamo da bambini quando siamo visti non per quello che siamo, un mare di potenzialità in divenire, ma solo come un bambino capriccioso e difficile, oppure un delizioso soprammobile da esibire, o un possesso di cui vantarsi o ancora una grande rottura di scatole.

Se il vero sé non è visto, siamo feriti e questa ferita ci accompagnerà nell’età adulta. Per essere accettati quindi taglieremo la connessione con la nostra vera anima, iniziando a sopravvivere anziché Vivere.

Questo sguardo attento e profondo che la parola “rispetto” porta con sé non cambia solo chi lo riceve, ma anche chi lo offre. Se ci alleniamo a vedere le persone intorno a noi, riconoscendo le loro potenzialità, magari oscurate da altri aspetti più superficiali meno importanti ma più chiassosi, diventeremo diversi. Perché noi siamo fatti delle nostre percezioni e quello che noi vediamo o presumiamo di vedere giorno dopo giorno, costruisce ciò che siamo. Se la nostra visione è stanca e stantia, e tutto quello che vediamo intorno a noi è una serie di involucri vuoti, finiamo per diventare noi stessi involucri vuoti. Se invece vediamo persone interessanti e speciali, il nostro stesso mondo diventa più stimolante.

Rispetto vuol dire anche “saper ascoltare”. Questo è tutt’altro che facile, soprattutto al giorno d’oggi, nella “società del rumore”; ora più che mai siamo circondati da suoni che ci distraggono e ci disturbano di continuo.

E forse facciamo molto rumore perché non abbiamo voglia di ascoltare; il vero ascolto avviene solo nel silenzio. Un silenzio che non è solo mancanza di frastuono esterno ma soprattutto capacità di zittire le voci interiori che mi distraggono da quello che l’altro di fronte a noi dice.

Spesso ascoltiamo, si apparentemente, in realtà nella nostra mente si fanno strada idee, parole, immagini, un incessante lavorio che non aspetta altro di venire fuori, presi come siamo dalla libidine della parola e allora l’ascolto si perde interrotto da questa competizione nascosta.

L’ascolto poi non richiede solo il silenzio, vuole anche la capacità di sentire non soltanto quello che viene detto ma anche come viene detto. Spesso il contenuto non è così importante, può contare molto di più il tono. Questo è quell’ascolto profondo che ci fa sentire rispettati.

Ascolto che ci fa sentire il grido dell’anima di chi mi sta davanti per mezzo del quale dico all’altro: “tutto quello che dici ha un valore per me”.

Tutto ciò detto fin qui si potrebbe anche riassumere in: il rispetto vuol dire dare agli altri lo spazio a cui hanno diritto.

Perché spesso questo spazio non lo diamo. Anzitutto giudichiamo. Spesso giudici affrettati e parziali che arrivano presto alla conclusione e senza magari dire nulla, formuliamo dentro di noi un giudizio su chi ci sta di fronte “E’ simpatico, ma presuntuoso”, “Sembra gentile ma non c’è da fidarsi” etc…..

Giudicare non costa nulla, è facilissimo. Non solo: ci dà sia un senso di superiorità, perché se giudichiamo ci mettiamo al di sopra di chi stiamo giudicando. E ancora, spesso dopo il giudizio ci viene il desiderio di controllo: vogliamo dare un consiglio, dirgli come fare, organizzare la sua vita, salvarlo.

Saper lasciare all’altro il suo spazio è un beneficio inestimabile concedendogli la possibilità di essere ciò che è e ciò che vuole essere. Senza circondarlo, neppure nella nostra mente, di giudizi, consigli, pressioni, speranze. Lasciarlo libero avendo fiducia della sua capacità di inventare il proprio destino. Questo è il rispetto che vorremmo ricevere, questo è il rispetto che possiamo imparare ad offrire.

Liberamente tratto da:

P.Ferrucci – La forza della gentilezza – Ed. Mondadori

Buchi da riempire e paura del vuoto

VITA VELOCE 1

“Abbiamo un bisogno urgente di rallentare, riprendere fiato, di sbarazzarci dall’angoscia di non arrivare a fare tutto quello che si deve fare nell’arco delle ventiquattro ore che fanno la giornata. Nella ricerca della tranquillità, il primo passo è il divorzio dal mito della velocità” Christoph Baker

A volte mi domando, e in questo momento più che in altri, perché ci intossichiamo di cose da fare entrando in circoli viziosi di movimento che hanno ben poco a che fare con i nostri reali obiettivi, facendoci risucchiare da vortici di attività da cui è difficile poi fermarci. Che cosa c’è dietro a tutta questa frenesia da cui così facilmente ci lasciamo invadere e contagiare?

Quasi sempre il risultato è un progressivo allontanamento da noi stessi che ci porta a perdere il ritmo, il nostro, quello con gli altri e con il mondo che ci circonda, diventando come ballerini che seguono automaticamente il passo della musica proposta senza entrarci davvero dentro.

Tutto gira sempre più veloce e noi affannati a cercare di stare dietro ad ogni cosa, proiettati perennemente nel futuro senza tempo di vivere il presente.

Arriva tuttavia un momento in cui sentiamo un richiamo che giunge dalle sconosciute profondità di noi stessi e ci pone un’imbarazzante domanda “Chi sei?”

Molti di noi cresciuti nell’ambito della cultura attuale che in fondo crede che non ci sia nulla di particolarmente affascinante da scoprire dentro di noi, zittisce subito la voce seguitando indaffarata la propria esistenza tra i mille impegni spesso gestiti da un pilota automatico che segue mappe e priorità tracciate da altri.

Non solo il lavoro, ma gli stessi passatempi odierni tendono a occupare ogni singolo istante, colmando tutti gli spazi senza lasciarci più momenti vuoti di riflessione necessari a riconoscere chi siamo, dove stiamo andando, di cosa abbiamo bisogno e cosa vogliamo.

Queste domande, se ignorate, diventano buchi che premono per essere riempiti, ma visto che il fermarci a rispondere comporterebbe la messa in crisi di tutto quello fatto fino ad ora, l’attenzione viene distolta, portata altrove e i buchi vengono colmati con surrogati che servono a tacitare i nostri veri bisogni.

Videogiochi coinvolgenti, film appassionati, riviste patinate che raccontano le vite romanzate di altri, ci fanno vivere emozioni ed esperienze in prestito, per non occuparci delle nostre. Giochini meccanici e ripetitivi fatti al telefono ci ipnotizzano, distogliendoci da un contatto più profondo con la nostra quotidianità.

Il richiamo da questo spazio interiore troppo spesso ignorato e inesplorato e che, nonostante tutto, continua a lanciare segnali, porta con se attrazione e paura.

Attrazione perché “essere ciò che siamo e divenire ciò che siamo capaci di divenire è l’unico scopo nella vita” (B.Spinoza). Paura, perché la scoperta di chi siamo davvero, come ho detto sopra, potrebbe mettere seriamente in discussione tutto quello che fino ad ora abbiamo creato e creduto; oppure, perché davvero pensiamo che ci sia solo dentro di noi una voragine senza fondo che incute terrore.

Quindi se ci fermiamo siamo obbligati gioco forza a confrontarci con questo ignoto e allora facciamo ben attenzione a tenerci sempre occupati in qualche altra attività meno rischiosa.

In realtà questo spazio profondo non è vuoto ma pieno di tantissime cose che il più delle volte non vogliamo vedere: bisogni ignorati, desideri inconfessati, ambizioni nascoste, risorse dimenticate, emozioni inespresse, ricerca di senso…..

Vuoto in realtà affollato, come un oceano che visto da lontano sembra una piatta e anonima distesa orizzontale di acqua, ma in profondità brulica di vita, di tesori e anche di minacce.

“Certo che quando non si conosce l’esistenza della profondità sotto la superficie di questo oceano, il profilo di un relitto che si intravede sott’acqua, una balena che emerge a crogiolarsi al sole, vulcani sottomarini che occasionalmente si attivano, conglomerati di rifiuti affioranti, possono destare qualche preoccupazione. E quando manca lo spirito di avventura la scelta più facile è girare la testa dall’altra parte e tenersi occupati con qualcosa da fare” (M.Danon – Il potere del riposo).

Quindi la paura del vuoto, in realtà è paura della profondità; calarsi come uno speleologo nelle nostre grotte più interne alla ricerca del senso più intimo della nostra esistenza.

L’antidoto? Fare il “morto a galla” che se può essere utile, come ho scritto nel post precedente, per emergere dalle “sabbie mobili del dolore”, in questo caso diventa strumento per distogliere l’attenzione da se stessi verso un altrove fatto di esperienze “mordi e fuggi”, relazioni “usa e getta” che hanno l’unico scopo di mantenere l’attenzione ben salda in superficie.

Entrare in intimità con noi stessi è oggi merce rara, qualcosa da evitare a tutti i costi; vietato rallentare, vietato respirare, vietato sostare anche solo per un minuto, vietato perfino guardarsi allo specchio se non per controllare che l’outfit del giorno sia quello cool del momento.

Quando invece, osiamo varcare la soglia, permettendoci un momento di sano far nulla in ascolto di quel richiamo verso noi stessi ecco che stiamo facendo un passo in più verso la preziosa consapevolezza di Esserci davvero e “se sei consapevole di esistere, allora esisti”

 

 

liberamente tratto da:

M.Danon – Il potere del riposo – ED Urra feltrinelli

 

La sofferenza: sabbie mobili della nostra anima. (II parte)

sabbie-mobili

“Il dolore rovescia la vita, ma può determinare il preludio di una rinascita.” E.Breda

Continuiamo la riflessione iniziata nel post precedente con un’altra metafora: immaginiamo di trovare una persona intrappolata nelle sabbie mobili; non ci sono né funi, né rami per cercare di raggiungerla e tirarla fuori.

L’unico modo per aiutarla è parlarle. La persona continua a gridare “Aiutami a uscire” e comincia a fare quello che farebbero tutti quando sono bloccati in qualcosa che li spaventa terribilmente: lottare per uscirne, per scappare.

Quando inciampiamo rimanendo intrappolati in un cespuglio di rovi o in una pozzanghera fangosa, camminare, saltare, tirarsi fuori per allontanarsi sono azioni efficaci.

Questo però non vale per le sabbie mobili. Per uscire fuori da qualcosa che ci incastra è necessario sollevare un piede e muoverlo in avanti, ma quando si è bloccati nelle sabbie mobili questa è una pessima idea. Infatti, alzando un piede, tutto il peso del corpo grava solo su metà della superficie di appoggio, questo significa che la pressione che spinge giù il corpo nella sabbia raddoppia istantaneamente. In più, il vuoto creato dal piede che si alza risucchia ancora più giù il resto del corpo.

L’unico risultato finale di questa azione è quello di sprofondare sempre più nelle sabbie mobili.

Quindi cosa possiamo rispondere alla persona che urla “Aiuto”? Se sappiamo come funzionano le sabbie mobili dovremmo gridarle di smetterla di muoversi per uscire e di provare ad allargare più che può braccia e gambe per massimizzare il contatto con la superficie del pantano, solo in questo modo la persona può non sprofondare e muoversi verso la salvezza, emergendo piano piano dalle sabbie.

Ovviamente poiché la persona sta tentando di liberarsi e di uscire dalle sabbie mobili, è estremamente difficile comprendere che la cosa più saggia e sicura da fare è proprio stare nel fango.

Tutto questo per dire che la vita di ciascuno di noi può essere molto simile a questa situazione con la differenza che spesso sono sabbie mobili antiche che sono state in agguato, sullo sfondo, per anni e che in momenti alterni possono invadere tutto il nostro spazio interiore e più ci muoviamo per risalire in superficie, più sprofondiamo nel viscidume dei nostri circoli viziosi.

Cambiamo prospettiva e facciamo del nostro dolore un alleato, un’opportunità per percorrere il sentiero meno battuto. Smettiamo di dibatterci dentro le sabbie mobili e rimaniamo con loro.

Nella maggior parte dei casi il tentativo di sbarazzarsi del proprio dolore serve solo ad amplificarlo, a intrappolarci ancora di più al suo interno e a trasformarlo in qualcosa di traumatico. Nel frattempo vivere la nostra vita viene messo in secondo piano.

L’alternativa? Accettarlo; che non significa darsi per vinta accettando l’auto-sconfitta, bensì “arrendersi” al flusso della vita con i suoi pieni e i suoi vuoti, le sue zone di luce e quelle in ombra ….

Proviamo a farci queste domande: stiamo vivendo la vita che vorremmo vivere adesso? La nostra vita è focalizzata su quello che per noi ha realmente significato? Il modo in cui viviamo la nostra vita è caratterizzato da vitalità e impegno o dal peso dei nostri problemi?

Quando siamo presi dalla lotta contro la nostra sofferenza interiore, spesso mettiamo la vita in posizione di attesa, di “pausa”, credendo che il nostro dolore debba diminuire prima di poter realmente ri-niziare a vivere ancora.

Ma che cosa accadrebbe se potessimo vivere la vita che veramente vogliamo, adesso, a partire da questo momento?

Entrare in contatto con la vita che vogliamo vivere e imparare a realizzare i nostri sogni nel presente non è semplice, perché la nostra mente, come tutte le menti umane, farà scattare trappola dopo trappola e alzerà barriera dopo barriera.

Nel momento in cui però sappiamo che può esistere un’alternativa, a questo punto la scelta è nostra.

La vita può ferirci e lo farà. Alcune di queste cose non le possiamo scegliere: avvengono malgrado tutto, ma sempre abbiamo la CAPACITA’ di RISPONDERE (Respons-Ability).

Le conseguenze che arrivano nella nostra vita derivano dalle azioni che facciamo. Nessun altri, tranne noi stessi, possiamo intraprendere la strada dell’accettazione o dell’evitamento. L’una ci porterà a dar valore a quello che veramente ci importa, l’altra ci intrappolerà nell’eterno chiacchiericcio della nostra mente, che come le sabbie mobili, non farà altro che portarci sempre più giù.

La vita è una scelta e la scelta non si riferisce a sentire dolore oppure no. Riguarda se vivere o non una vita significativa e di valore.

E quindi, cosa abbiamo da perdere? Non sarebbe stupendo se potessimo uscire dalla mente ed entrare nella nostra vita?

La sofferenza: sabbie mobili della nostra anima. (I parte)

dolore psicologico

Le persone soffrono. Non si tratta semplicemente della sensazione di dolore, la sofferenza è molto di più.

Noi esseri umani, chi più chi meno, lottiamo costantemente con la sofferenza interiore prodotta dalle nostre emozioni e dai nostri pensieri difficili da tollerare, ricordi spiacevoli, impulsi e sensazioni indesiderate.

Ci rimuginiamo sopra, ci preoccupiamo, proviamo fastidio, li anticipiamo, li temiamo.

Allo stesso tempo dimostriamo un grandissimo coraggio, una profonda compassione e una notevole capacità nell’andare avanti, perfino con storie personali particolarmente difficili.

Pur sapendo di esserne feriti continuiamo con speranza ad amare il prossimo. Anche di fronte all’insensatezza, continuiamo ad abbracciare i nostri ideali.

E qualche volta siamo pienamente VIVI, consapevoli, presenti totalmente a noi stessi, e quando è così vorremmo che non finisse mai.

Poi arriva lo sbarramento, come se il troppo benessere fosse qualcosa che non sta bene vivere per lungo tempo. Lasciamo quindi che il problema del caso ci riempia completamente e iniziamo il rimuginio che come un criceto dentro la gabbia cerca disperatamente la via d’uscita, intrappolandoci, in realtà, sempre più nella sofferenza.

Per dirla chiaramente noi esseri umani giochiamo una partita “truccata” in cui la mente stessa, un meraviglioso strumento per capire e gestire l’ambiente che ci sta intorno, si rivolta contro chi la ospita.

Urge un cambio di prospettiva, una trasformazione nel modo in cui ci rapportiamo con la nostra esperienza personale, cercando di fare nostri questi concetti:

  • Il dolore esistenziale è normale, è importante e accompagna ogni persona;
  • Dolore e sofferenza sono due cose diverse, due stati differenti dell’essere;
  • Non è necessario che ci identifichiamo con la nostra sofferenza;
  • Possiamo vivere una vita di valore, iniziando da adesso, ma per farlo dobbiamo imparare a uscire dalla nostra ed entrare nella nostra vita

Facendomi aiutare da una metafora, la distinzione tra la funzione di una difficoltà, dolore interiore e la forma che assume nella vita di una persona può essere paragonata ad un combattente sul campo di battaglia. La guerra non sta andando bene. La persona combatte sempre più duramente. Perdere è un’opzione devastante e chi combatte pensa che sia impossibile vivere una vita piena che valga la pena di essere vissuta, a meno che non si vinca la guerra. Così la guerra continua.

Questa persona, tuttavia, non sa che esiste la possibilità di abbandonare il campo di battaglia in qualsiasi momento, cominciando a vivere la sua vita da subito.

La guerra magari prosegue ancora, e il campo di battaglia rimane ancora visibile, ma il risultato della guerra non è più così importante e la sequenza apparentemente logica di dover vincere la guerra prima di iniziare davvero a vivere, viene abbandonata.

Questa metafora ci può aiutare a capire meglio la differenza tra l’apparenza dei problemi “psicologici” e la loro reale sostanza. In questa metafora, la guerra sembra quasi la stessa, sia che tu la stia combattendo, sia che tu la stia semplicemente osservando. La sua forma esteriore rimane la stessa, ma il suo impatto, la sua effettiva sostanza, è profondamente diversa: combattere per la tua vita non è lo stesso che vivere la tua vita!

Imparare ad affrontare le nostre angosce in un modo diverso può cambiare l’impatto che esse hanno sulla nostra vita. Anche se l’apparenza dei sentimenti o dei pensieri non cambia, cambia il modo in cui entrano a far parte del nostro vivere.

….. ti aspetto la settimana prossima per la seconda parte

Speranza: controindicazione ed effetti collaterali tra realtà e illusione

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“La speranza è quella cosa piumata che si posa sull’anima, canta melodie senza parole e non smette mai”. E.Dickinson

La Speranza è uno dei motori della vita.

Senza la speranza ci ripiegheremmo su di noi come fiori appassiti sugli steli.

Ci sentiremmo in balia dell’ignoto e del caos, sopraffatti dalla paura, con gravi ricadute sull’umore e sulla fiducia nella nostra capacità di saper fronteggiare il corso degli eventi.

Probabilmente rinunceremmo a combattere le mille battaglie quotidiane se non avessimo un ragionevole convincimento di riuscire, con un po’ di fortuna, a soddisfare i nostri desideri, a realizzare i nostri progetti, cambiando così in meglio la nostra vita.

A questo scopo confidiamo in una sorte benigna, nella nostra intelligenza e intraprendenza, nell’aiuto di chi ci vuole bene. Speriamo di avere una buona salute, di incontrare l’uomo o la donna dei nostri sogni, di avere successo nel lavoro. Speriamo nella clemenza del clima che sta cambiando, nei progressi della medicina, in nuove scoperte scientifiche che ci chiariscano sempre più i misteri dell’universo. Speriamo nella giustizia sociale, un mondo senza guerre e un futuro più degno di essere vissuto per tutti.

Forse è bene fermarsi perché credere in maniera così totale nella speranza ci può condurre all’utopia inducendoci a confidare nell’impossibile.

La speranza è una parola da prendere con le pinze per evitare di cadere nelle sue trappole.

La prima è quella di scambiare l’illusione con la speranza. Si fa presto a trasformare un’aspettativa anche poco realistica in una persuasione che è già più di una speranza, lasciandoci quindi catturare da miraggi e fantasticherie che offuscano i nostri criteri di giudizio, al punto che diventa difficile distinguere i confini del reale dall’immaginario. Un po’ come i bambini che, nella loro mentalità autoreferenziale, nel gioco costruiscono mondi per loro più veri della realtà.

Potremmo tuttavia scoccare una freccia a nostra discolpa ricordando che, in molte circostanze della vita, è oggettivamente difficile capire se sussistono presupposti ragionevoli per fondarvi una speranza. E’ vero però d’altro canto, che in questo tipo di valutazioni siamo spesso poco attenti proiettando, in molti casi, dal dentro al di fuori di noi desideri e bisogni personali che abbiamo fretta di vedere soddisfatti. Può, ad esempio, succedere in amore quando sopravvalutiamo l’intensità dei sentimenti di cui siamo oggetto, incapaci di accettare l’idea che il nostro coinvolgimento amoroso nei riguardi di qualcuno non sia adeguatamente corrisposto; talvolta proprio per nulla.

La seconda minaccia è che nei momenti di impasse o di difficoltà che ci troviamo a vivere, siamo tentati di usare la speranza come paravento per deresponsabilizzarsi sottraendosi allo sforzo di provare a dare forma concreta ai propri desideri e bisogni.

In maniera alquanto fatalistica rimaniamo in attesa che la soluzione come per magia ci cada dall’alto.

Se osserviamo bene le nostre vite, ponendoci di fronte ad esse in modo lucido e disincantato vediamo, a conti fatti, che la storia personale di ciascuno non è poi così piena di speranze realizzate. Soprattutto se siamo stati poco intraprendenti e abbiamo trascinato la nostra esistenza al riparo da grandi azioni, confidando in qualche colpo di fortuna o in qualche intervento esterno che potesse risollevarci dopo una caduta, sempre a sperare, magari sospirando, che il vento cambiasse.

Con il passare del tempo, il calo della speranza è un fenomeno che potremmo definire fisiologico, perché con l’età si riducono inevitabilmente le risorse e si restringe il nostro raggio d’azione.

Più ci inoltriamo nell’età adulta più diventa difficile mantenere una visione fiduciosa nel futuro, ma nello stesso tempo è anche certo che, quanto più ci arrendiamo, tanto più la nostra vita perderà di significato.

Il match si fa duro: da una parte cercare di armonizzare una presa di coscienza realistica di ciò che ci troviamo a vivere e dall’altra continuare a coltivare la speranza. Sembra davvero un’impresa ardua destinata a fallire: una gara senza fine tra la fiducia nella vita e la resa incondizionata al nemico.

Ma è pur vero che per quanto possa essere faticosa la battaglia alla lunga vince sempre la speranza.

Anche quando sembra che la nostra resistenza sia ormai allo stremo ci scopriamo, in numerose occasioni, ancora capaci di riconoscere la fiamma accesa della speranza che, nonostante tutto, continua a brillare dentro di noi. Ed è proprio quel chiarore che ci impedisce di ridurci a spenti simulacri senza più mordente e motivazione che si lasciano semplicemente trasportare dalla corrente.

Ecco dunque le due facce della speranza; da un lato ci fornisce preziosi stimoli vitali, dall’altro se non teniamo ben sotto controllo le nostre aspettative, rischiamo di allontanarci dalla realtà diventando ostaggi di un’eterna illusione.

Questo duplice aspetto della speranza ci espone al pericolo di continue oscillazioni emotive, talvolta anche intense. Possiamo passare da momenti di irragionevole euforia, nei quali ci prospettiamo un sicuro appagamento dei nostri desideri, ad altri di buia disperazione in cui ci sentiamo completamente privi di risorse.

E’ necessario dunque imparare a governare saldamente la nostra nave anche nella tempesta, imparando a scrutare le onde che si abbattono sullo scafo, per riuscire a dominare il tumulto delle acque e non perdere la rotta.

Ossia diventare attenti osservatori, in grado di distinguere in modo realistico gli ostacoli e le opportunità che la vita ci mette davanti e dopo un attento esame di realtà, si tratterà di intervenire con grande fiducia in sé aiutati dalle migliori strategie messe a punto nel corso della nostra vita, per restare a galla anche in mezzo a dispiaceri, difficoltà e tribolazioni.

Liberamente tratto da:

Ivana Castoldi “Se bastasse una sola parola” Ed.Feltrinelli

Vivere imperfetti

imperfezione

“C’è una crepa in ogni cosa. E’ da lì che entra la luce.” Leonard Cohen

Eccoci a Lunedì e al nuovo post con una riflessione che da un po’ di tempo mi gira nella testa, la “perfezione” un argomento spinoso che ho trattato varie volte in questo blog e che mi trovo sempre più spesso a lavorare con i miei clienti. Ideali dell’io impensabili per la nostra natura umana, ma sempre più considerati la meta da raggiungere pena la squalifica totale di se stessi.

Mi chiedo quindi, in che modo la sensazione di avere dei limiti e delle manchevolezze può trasformarsi nel dolore di essere imperfetti? E bada bene uso il verbo Essere e non “avere imperfezioni”, perché questo dolore, mi accorgo sempre più spesso, intacca profondamente la nostra essenza mettendo addirittura in dubbio il diritto ad esistere: “cosa ci faccio su questa terra se non riesco ad Essere Perfetto?”.

Questo pensiero è direttamente proporzionale all’altra grande inquietudine di credersi per questo motivo, ossia l’imperfezione, rifiutati e messi da parte.

Molte volte tutto ciò nasce da un errore di valutazione su quello che suscita la stima e quindi l’accettazione da parte degli altri: si pensa che sarà più facile ottenere il riconoscimento se si è perfetti, brillanti e irreprensibili.

Adler, allievo di Freud, fu uno dei primi a portare allo scoperto il senso di inferiorità insito dentro di noi: “essere umani, equivale a sentirsi inferiori”, scriveva. Per lui gran parte della motivazione che ci spinge ad agire per cercare di avere successo sarebbe dovuta al desiderio di superare questo sentimento di inferiorità.

Secondo l’intensità con cui lo viviamo, questo senso di inferiorità può essere una costante del nostro paesaggio mentale oppure presentarsi solo in determinate situazioni in cui si ha la sensazione di rivelare i propri limiti e punti fragili, come:

  • Perdere ad un gioco
  • Non sapere rispondere ad una domanda
  • Fallire in presenza di altri oppure trovarsi in una situazione in cui si potrebbe fallire
  • Avere meno cultura (laurea, diplomi, conoscenze specifiche …) degli altri, soprattutto se si è, o si crede di essere, gli unici in quella precisa situazione

Quello che amplifica il senso di inferiorità in queste situazioni è il fatto di ritenere che in questi casi non sia normale non sapere e se questo fosse recepito dagli altri ne conseguirebbe un istantaneo rifiuto.

Da qui quindi le strategie di dissimulazione che vanno dall’evitamento, tenendosi rigorosamente in disparte, al far finta di sapere e conoscere cercando di essere brillante ad ogni costo, mettendosi al centro della scena, perché non vengano messe in dubbio le nostre qualifiche.

Lo stratagemma del “far finta” ha però dei costi altissimi sia dal punto di vista emozionale che intellettuale portando solamente ad una sempre più grande sensazione di impostura, percezione già frequentemente provata da chi ha problemi di autostima.

Quel senso di essere un bluff, un due di picche di nessun valore, unito al timore, che in alcuni casi arriva al panico, di essere scoperti e messi a nudo per quello che si è: ossia un zero.

L’impostura che si mette in atto in questi casi non ha come obiettivo voler ingannare gli altri è solo cercare di coprire il grande vuoto che ci abita e che ci fa percepire indegni di stare in mezzo agli altri.

Quando si sceglie la menzogna per gestire i propri complessi e le proprie frustrazioni si è scelta solo apparentemente la strada più facile, in realtà questa decisione si fa ad ogni passo più complessa, colpevolizzante, generando ulteriore insicurezza.

La soluzione per liberarci da questo giogo di bugie sfibranti da alimentare e mantenere è l’autoaffermazione negativa, ossia abituarsi a poco a poco a mostrare le proprie debolezze e i propri limiti, le proprie imperfezioni, senza paura che ce ne derivi un rifiuto irrimediabile.

E’ dire IMPERFETTO è BELLO , è umano è vivo!

“La perfezione è una dea ingessata, noiosa, costosa oltre ogni immaginazione […] Il perfezionismo uccide la creatività, corrode i rapporti interpersonali, distrugge la serenità interiore e scolpisce gli individui in detestabili sagome di cartone […]” *

Impariamo ad accettare le parti di noi inadeguate cercando di allargare lo sguardo, ricordandoci che esse non sono il nostro tutto.

“Il terreno del perfezionismo è quello dei fiori perfetti, uguali, potati regolarmente sempre e comunque allo tesso modo da una mano estranea che si pone come obiettivo solamente la loro morte: raccolti in un bel mazzo avvolto dal cellofan e decorati con un bel fiocco rosso. Il terreno della vita è quello dei fiori spontanei, attaccati alle loro radici, colorati dal sole, dalla luna, dalla pioggia, da vento, dalle forme irregolari ….”*

Affermiamo il diritto di sbagliare, di non sapere; di fermarsi, di cambiare idea, di deludere, di arrivare ad un risultato imperfetto!

 * E.Giusti, O,Caputo – “La Perfetta Imperfezione” – Ed.Sovera