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Consapevolezza, distacco e assenza di giudizio: il giusto mix per ri-trovarsi

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“Quando sai cosa stai facendo, allora puoi fare quello che vuoi” M.Feldenkrais

Facendo seguito a vari post su questo tema, vorrei oggi inoltrarmi su una riflessione più approfondita sugli ingredienti necessari per una buona conoscenza di sé: la consapevolezza – il distacco e l’assenza di giudizio.

Spesso si usa il termine “autoconsapevolezza” come sinonimo di “autoconoscenza” in realtà non sono la stessa cosa. “Autoconsapevolezza” è la capacità di dirigere coscientemente l’attenzione verso ciò che avviene fuori e dentro di noi; “autoconoscenza” è la capacità di collegare correttamente i dati raccolti mediante la consapevolezza.

Oltre al saper osservare è necessario, poi, sapersi guardare intorno, imparando a cogliere quei segnali che le altre persone o le circostanze della vita hanno in serbo per noi. Infatti ogni cosa che ci succede, ogni incontro è una esperienza che, piacevole o spiacevole che sia, può insegnarci qualcosa su noi stessi.

Ogni situazione che ci troviamo a vivere è come uno specchio in cui, se sappiamo osservare bene, possiamo vedere riflesse parti di noi che al momento non conosciamo ancora.

Ecco quindi che di fronte ad ogni evento della vita sarebbe opportuno chiederci “che cosa posso imparare da questo? Con quale parte di me che ancora non conosco mi mette in contatto?”.

Queste domande ci mettono in comunicazione con le due parti in cui si divide la “consapevolezza”, quella “interiore” ossia il percepire coscientemente ciò che avviene dentro di noi, nello stesso momento in cui avviene (“qui e ora”) e quella “esteriore” ossia il percepire coscientemente ciò che avviene fuori di noi, nel preciso istante in cui avviene.

Per fare questo è necessario il “distacco”, ovvero, l’atto del percepire come se lo facesse un’altra persona non coinvolta. Per quanto riguarda la “consapevolezza interna” ad esempio sentire nitidamente le sensazioni corporee, le proprie emozioni, osservare il fluire dei propri pensieri, avvertire i bisogni. In ugual modo servirsi dello stesso “io osservatore” per la “consapevolezza esterna”: dunque osservare i fenomeni fisici, atmosferici e ancora di più quelli relazionali, ossia, i comportamenti, le espressioni, gli sguardi delle persone con cui interagiamo, ascoltarne le parole ma anche le tonalità della voce e le pause, avvertirne empaticamente le emozioni, cogliere le loro reazioni alle nostre parole e comportamenti.

Proviamo a considerare la consapevolezza come un punto di vista neutrale come un testimone che osserva dall’esterno qualcosa in cui non è in alcun modo coinvolto. Per arrivare a tale neutralità è necessario “sospendere il giudizio” ossia: osservare senza giudicare. Porsi con mente aperta libera da pregiudizi, condizionamenti e credenze che possono distorcere la nostra prospettiva.

Consapevolezza => sapere con, è la condizione in cui la cognizione di qualcosa si fa interiore, profonda, perfettamente armonizzata col resto di noi stessi, in un uno coerente. È quel tipo di sapere che dà forma alle azioni della nostra vita rendendole autentiche.

Non solo ….. rendendoci coscientemente conto dei nostri bisogni si sapranno, poi, meglio riconoscere e accettare quelli degli altri; accogliendo le proprie emozioni si potranno accogliere più facilmente quelle degli altri; riconoscendo i propri schemi e le proprie maschere si potranno accompagnare più semplicemente gli altri a liberarsi delle loro e tutto questo ci porterà ad instaurare relazioni più sincere e costruttive.

Si tratta dunque di un processo evolutivo circolare, in cui l’esteriorità rimanda all’interiorità e questa di nuovo alla prima e così via fino ad una completa e cosciente integrazione tra queste due sfere dell’esistenza.

E in questo processo circolare di progressiva coscienza di sé si amplia la nostra visuale e di conseguenza muta anche il nostro rapportarci agli altri. Parallelamente si presta più attenzione a se stessi e agli altri al di là degli schemi consueti, rendendosi conto che ciò che accade realmente nel “qui e ora” non è ciò che “dovrebbe accadere” in base alle proprie teorie e aspettative.

Spesso crediamo di vedere le cose come realmente sono, mentre le percepiamo distorte dai nostri schemi mentali, dalle nostre speranze e paure. Non si tratta di fare a meno degli schemi bensì di utilizzare schemi sufficientemente flessibili, essendo disponibili in ogni momento a rivederli e all’occorrenza abbandonarli.

In ultimo, per essere davvero consapevoli è necessario affrancarsi il più possibile da pregiudizi, condizionamenti, credenze che possono distorcere la nostra percezione. Questa è la prima fase di ogni serio percorso verso la consapevolezza per un vivere più consono alla nostra unica e irripetibile natura

 

Amore incondizionato, amore condizionato…. e percorso di counseling….

mamma e bambino

Raramente un bambino è accolto e amato per quello che è, quasi sempre si tende, consapevolmente o meno, a desiderarlo diverso e di conseguenza a cercare di plasmarlo secondo un qualche modello ideale.

La situazione non è, ovviamente, uguale per tutti: alcuni genitori sono più rigidi, altri più amorevoli e più disposti ad accettare e sostenere il bambino in modo incondizionato.

Incondizionato vuol dire:” accettarlo ed amarlo a prescindere dal fatto che assomigli o meno al proprio ideale e a prescindere dal fatto che si comporti come noi adulti desideriamo”. Se invece l’amore e il sostegno dipendono dal come diventerà nostro figlio relativamente al nostro “modello di bambino” si avrà un amore condizionato, in quanto  pone una condizione: “Se sei buono e bravo (nel modo in cui io intendo tali termini) allora ti amerò, altrimenti no”.

Questa seconda specie di “amore”, che molto spesso prevale sull’altra, è in realtà una pericolosa deformazione sentimentale, responsabile in gran parte dei disagi e delle sofferenze psicologiche ed esistenziali delle persone: deformazione perché viene chiamato amore quello che dovrebbe essere chiamato approvazione, pericolosa perchè getta le basi di una profonda insicurezza e confusione affettiva che porterà il bambino prima l’adulto poi ad un eterna ricerca di approvazione da parte degli altri.

Il fondamento erroneo su cui si basa questa ricerca senza fine è che insieme all’approvazione egli riceverà anche l’amore, ma in realtà non è così e non può essere così: l’amore è per definizione spontaneo e gratuito cioè incondizionato.

L’approvazione , che ha anch’essa una sua importanza nella vita sociale e nello sviluppo del bambino purchè sia data e ricevuta per quello che realmente è, può nutrire altri bisogni ma non quello di essere amato.

Quindi per quanto ci si dia da fare per soddisfare le aspettative degli altri non si riceverà mai l’amore che si cerca anzi ci si allontanerà sempre di più andando a nutrire quella voragine di amore che segnerà le nostre scelte future e si getteranno le basi per diventare quello che non siamo , tradendo il nostro vero Sé per diventare quello che vogliono gli altri.

Il nostro bambino diverrà un bambino adattato o sottomesso perdendo così tutta la spontaneità, la curiosità  e la gioia di vivere del bambino libero.

L’amore incondizionato (l’accettazione) è spesso associato alla figura materna ideale , sia in quanto manifestazione del donare gratuito, sia in quanto simbolo dell’energia femminile passiva e ricettiva (saper essere).

L’approvazione (il riconoscimento) invece si collega alla figura paterna, sia in quanto espressione di autorità, sia in quanto espressione dell’energia maschile, attiva e dinamica, tendente ad agire, ad esplorare, a trasformare (il sapere e il saper fare).

Entrambi, sia l’amore incondizionato che l’approvazione, sono imprescindibili  per la crescita del bambino in quanto rappresentazione di due principi  basilari dell’esistenza umana: l’essere e il fare.

L’amore incondizionato è il fondamento della fiducia , è quello che ci dà la sensazione rassicurante di protezione e nutrimento, il senso di dignità in quanto essere umani a prescindere dalla posizione sociale, dalla bellezza o ricchezza.

L’approvazione è tutto ciò che stimola all’azione, a fare del nostro meglio; è la base della nostra energia creativa, del nostro desiderio di evolverci e migliorarci cercando di raggiungere sempre nuovi traguardi.

E’ una energia positiva e utile, che però quando predomina sull’amore , può portare sofferenza e distruzione nel senso di perdita e alienazione da noi stessi.

Per mantenere l’amore delle persone importanti si interiorizzano norme che possono essere contrarie ai propri desideri ed esperienze. Nasce così una dissociazione fra quello che ci sforziamo di raggiungere consciamente ed il vero sè: così ci alieniamo dal nostro nucleo più profondo sviluppando una falsa personalità, che non rispecchia la nostra più vera e intima essenza, ma solo le aspettative dell’ambiente sociale in cui siamo cresciuti. Si comincia così ad indossare quelle maschere che se da un lato ci garantiscono una certa considerazione sociale e ci proteggono, a volte,  dal rischio di essere feriti, dall’altro attutiscono o bloccano del tutto ciò che di bello il mondo esterno e gli altri possono darci.

Chiudersi al dolore significa inevitabilmente anche chiudersi al piacere.

Il punto nodale per poter essere davvero se stessi, per ri-trovarsi, è riuscire a percepire che c’è una grande differenza tra il vero sé, e le maschere che indossiamo ; prendere consapevolezza che noi siamo molto di più di tali maschere ed imparare ad esprimere questo “di più”.

Un percorso di Counseling può aiutarci in questo viaggio alla ricerca di noi stessi.

Il Counseling può diventare allora quella “base sicura” da cui ripartire per andare ad esplorare quegli anfratti di noi che per paura della non approvazione abbiamo chiuso e coperto.

Caratteristica fondamentale di un Counselor, infatti, è l’accettazione positiva incondizionata del Cliente, cioè la capacità del Counselor  di accettare il cliente nella sua interezza, senza giudicarlo, rispettandolo come persona a prescindere da ciò che manifesta. Si accetta la persona per quello che è, senza “se” e non per ciò che fa, in maniera positiva valorizzando e credendo nelle sue potenzialità.

Inoltre la “centratura sul cliente” presuppone l’accostarsi del Counselor al Cliente come ad una persona unica ed indipendente, con il diritto di vivere secondo il suo punto di vista.

Lo scopo principale di un percorso di counseling può essere descritto come il tentativo di rimettere in moto il processo esperienziale del cliente aiutandolo a funzionare in maniera più ricca e flessibile e a vivere con maggiore pienezza integrando gli elementi dell’esperienza che non è riuscito finora a fronteggiare, raggiungere, cioè, una più ampia unità con se stesso, divenire “congruente”.

Come risultato dell’accettazione incondizionata ,il cliente, poco a poco, inizia a sentirsi abbastanza sicuro da esplorare se stesso più profondamente, da affrontare aspetti che fino a quel momento erano stati troppo temibili o imbarazzanti. Allo stesso modo l’accettazione da parte del counselor facilita l’auto-accettazione ed il conseguente cambiamento. Quando sperimenta un sufficiente grado di sicurezza interpersonale, il cliente trova il coraggio di abbandonare il suo atteggiamento di difesa e riesce ad instaurare un più stretto contatto con se stesso. Infine un atteggiamento di accettazione rende possibile l’evoluzione di quegli aspetti del cliente che erano, per cosi dire, ‘congelati’ , favorendo una sorta di “contro-condizionamento” rispetto all’amore condizionato, facilitando, in tal modo,  l’azione ripartiva del percorso.

La crescita ed il cambiamento divengono possibili nella misura in cui siamo capaci di accettare noi stessi come siamo.

Allo stesso tempo, questa assenza di giudizio, ricreando in certo qual modo la primaria esperienza di “cura” mancata al cliente, lo stimola verso una maggiore indipendenza ed autoresponsabilità: non ciò che gli altri pensano o si aspettano ma l’esperienza stessa dell’individuo diviene la base prevalente delle sue scelte e delle sue decisioni.

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