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Ancora sull’accettazione di quello che è

accettazione 3

“ per crescere si ha bisogno sia della pioggia che del sole …” P.Pradervand

 “C’era una volta in un lontano paese, un padre sconsolato che teneva fra le braccia la figlia più piccola. Da vari giorni al bambina non era riuscita a placare la fame e il padre temeva per la sua vita.

Non pioveva da mesi e i maghi non prevedevano alcuna nube per molti mesi ancora. Il padre che nella lingua del suo paese si chiamava “Uomo Retto”, chiamò a raccolta tutti gli uomini validi e ricordò loro che al centro del villaggio c’era un albero immenso il quale per tutto l’anno produceva frutti in abbondanza. Nessuno coglieva questi frutti, perché sin dall’alba dei tempi si sapeva che uno dei ramo centrali dell’albero dava buoni frutti, mentre l’altro ramo dava frutti velenosi che portavano alla morte.

Nel corso dei secoli quale fosse il lato buono era stato dimenticato.

“Uomo Retto” disse agli altri uomini del villaggio: “Mia figlia sta morendo ed io non riesco ad accettarlo. Salirò dunque sull’albero e mangerò un frutto. Se son sul lato buono, vivrò e farò vivere tutto il villaggio, il quale placherà così la fame con i frutti di cui l’albero si copre ogni notte. Se sono sul lao cattivo, morirò e voi saprete di dover cogliere i frutti dell’altro lato. Promettetemi che salverete mia figlia, che la nutrirete.

Così fu deciso. “Uomo Retto” salì sull’albero, colse un frutto, lo mangiò e … visse!

Da quel momento, il villaggio prosperò. Alcuni mesi dopo tornò la pioggia e i campi rifiorirono. Tutto sembrava andare per il meglio.

Ma una notte di luna piena i giovani del villaggio si radunarono. Parlarono del grande albero lamentandosi del fatto che producesse due tipi di frutto. Non riuscivano ad accettare che rimanesse anche il ramo che dava frutti cattivi e così decisero di tagliarlo. Fieri della loro azione, andarono a dormire.

L’indomani, quale non fu lo spavento dei paesani: l’intero albero era morto e i frutti buoni erano disseminati a terra assieme a quelli cattivi. La straordinaria risorsa del villaggio non esisteva più!

Fu una terribile perdita. Gli anziani del villaggio, tutti rattristati, dicevano: “I giovani non hanno capito che non esiste bene senza male, pace senza guerra, verità senza menzogna e felicità senza sofferenza. La vita è fatta così e la saggezza più profonda consiste nell’accettare ciò che è.”

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Fin dal tempi più remoti, gli esseri umani conoscono la sofferenza. Talvolta è stata così intensa da indurli a desiderare la morte. In altri momenti le circostanze esterne erano più favorevoli, ciò nonostante la sofferenza era sempre presente. E anche se non era più provocata da tali circostanze, nasceva dall’insensato desiderio di essere qualcun altro o di possedere qualcosa di diverso da ciò che si aveva.

Le grandi religioni hanno tentato di trovare e di dare risposte a questi innumerevoli insoddisfatti, spesso riuscendoci. Che si trattasse del distacco, dell’accettazione del proprio karma, del paradiso che ci ripaga di quanto non abbiamo avuto quaggiù, il messaggio dominante era: la vostra sofferenza è soltanto temporanea, qualcosa di meglio vi attende. Oggigiorno ritroviamo questa ideologia religiosa anche in tutti i fanatismi.

I grandi sistemi politici hanno poi trasmesso la loro visione delle cose: “lavorate sodo, un roseo futuro vi attende e i vostri figli ne beneficeranno” o un’altra variante: “Diventate i migliori, diventate vincenti: volere è potere!”.

Vi ha poi aderito anche la medicina moderna: “Se vi sentirete tristi e privi di senso, abbiamo la soluzione per voi. Una molecola chimica vi aiuterà, vi sentirete in piena forma e potrete andare per la vostra strada senza porvi troppe domande”.

In certi momenti ricevere un trattamento medico può essere assolutamente appropriato e addirittura necessario. Il pericolo risiede nell’illusione che sia possibile curare la sofferenza così come cureremmo un’infezione, utilizzando l’antibiotico giusto.

Uscire dalla sofferenza significa innanzitutto accettarla, accettare ciò che è!

Dalla nascita alla morte, la vita non ci porta per forza di cose sempre quello che desideriamo. Dobbiamo dunque modificare la vita? Non sta forse a ciascuno di noi accettare quello che è per evolvere? Accettare ciò che è non è qualcosa di definitivo, non significa “essere fatalisti”.

Accettare ciò che è, solo momentaneamente, è l’unico modo per poter cambiare la situazione, per poterla modificare.

Quando una persona, un gruppo, una popolazione diventano capaci di accettare che “quanto è accaduto è accaduto”, la rabbia cessa, la ribellione si placa e la creatività può nuovamente entrare in azione per scoprire nuovi percorsi, strategie e soluzioni ……

Rotta e felicità …. una storia

barca in mare aperto

“Un signore salpa dal porto con la sua piccola barca a vela per navigare un paio di ore. All’improvviso lo sorprende una forte tormenta che lo porta al largo senza alcun controllo. Nel bel mezzo del temporale, l’uomo non vede dove si dirige la barca, intuisce solo che deve ammainare le vele, gettare l’ancora e rifugiarsi nella sua cabina finchè la tormenta non si sarà placata un po’.

Quando il vento si calma, l’uomo esce dal suo rifugio e ispeziona il veliero da prua a poppa. L’imbarcazione è tutta intera: non si è bucata da nessuna parte, il motore si accende, le vele sono intatte, l’acqua potabile non si è rovesciata e il timone funziona come fosse nuovo.

Il marinaio sorride e alza lo sguardo con l’intenzione di iniziare il ritorno verso il porto, ma l’unica cosa che vede da ogni lato è il mare. Si rende conto che la tormenta lo ha portato lontano dalla costa e si è perso.

Senza strumenti per orientarsi né radio per comunicare, si spaventa e , come accade ad alcune persone nelle situazioni disperate si ricorda di essere credente. E allora, mentre piange, si lamenta ad alta voce, dicendo:” Mi sono perso, mi sono perso…. Dio mio, aiutami, mi sono perso …”

In quel momento, anche se sembra inverosimile, accade un miracolo. Il cielo si apre, un cerchio diafano appare fra le nubi, un raggio di sole illumina la barca – come nei film . e si sente una voce profonda (Dio?) che dice: “Che ti succede?”.

L’uomo si inginocchia dinanzi al miracolo e implora: “Mi sono perso, mi sono perso, illuminami, Signore. Dove sono, Signore? Dove sono? …”

In quel momento la voce rispondendo alla disperata preghiera dice: “Sei a trentotto gradi di latitudine sud, ventinove gradi di longitudine est.”

“Grazie, Signore, grazie …” dice l’uomo rivolgendosi al divino. Il cielo comincia a chiudersi.

L’uomo, dopo una pausa di silenzio, si alza e continua il suo lavoro, piangendo di nuovo: “Mi sono perso, mi sono perso …”. Si era appena reso conto che sapere dove ci si trovava non è sufficiente per ritrovare la strada.

Il cielo si apre per la seconda volta: “Che ti succede adesso?”. Domanda la voce.

“Il fatto è che, in realtà, non mi basta sapere dove sono, quello che vorrei sapere è dove devo andare, quale è la mia meta”.

“Bene” risponde la voce “questo è facile, devi tornare a Buenos Aires”.

E mentre il cielo comincia a chiudersi di nuovo, l’uomo protesta: “No, no … Mi sono perso, Dio mio, mi sono perso, sono disperato…!”

Il cielo si apre per la terza volta: “E adesso che succede?!”

“No … E’ che io, anche sapendo dove sono e dove vado, continuo a sentirmi perso come prima, perché in realtà non so dove si trova il luogo che devo raggiungere”.

La voce risponde:” Buenos Aires è a trentotto gradi …”

“No, no, no!” interrompe l’uomo. “Mi sono perso, mi sono perso … Dio mio aiutami … Mi rendo conto che non basta sapere dove sono e dove devo andare. Ciò di cui ho bisogno è sapere quale è la strada per andare da qui a lì … La strada, per favore, Signore, mostrami la strada …”

E continua a piangere. In quel preciso istante, cade dal cielo una pergamena legata con un fiocco. L’uomo scioglie il fiocco e vede che si tratta di una carta geografica. In basso a sinistra un puntino rosso che si accende e si spegne dice: “Voi siete qui”. In basso a destra, su un puntino azzurro si legge: “Buenos Aires”. E la mappa indica la strada con un colore fucsia fluorescente, ovviamente è il percorso da seguire per arrivare a destinazione. L’uomo alla fine si rallegra. Si inginocchia un’altra volta, e dice: “Grazie, Dio mio …”.

Il nostro improvvisato e sfortunato eroe guarda la mappa, accende il motore, alza le vele, guarda all’orizzonte in tutte le direzioni e dopo un po’ dice: “Mi sono perso, mi sono perso!”.

Certo, ha ragione a continuare a sentirsi perso.

Dovunque guardi, vede solo acqua e tutte le informazioni messe insieme non gli servono nulla.

L’uomo è cosciente di dove si trova, sa quale è la meta, conosce la strada che unisce quel luogo al punto finale ma non sa da dove cominciare il viaggio.

Per ritrovare la strada ha bisogno di sapere la direzione. Gli manca di sapere verso dove deve andare….”

Come fanno i marinai a stabilire la rotta? Usano la bussola. Perché senza, anche se si conosce a memoria il viaggio e la strada verso il porto d’arrivo non si sa in che direzione cominciare la marcia. Soprattutto dopo una tormenta, quando scompare ogni possibile riferimento.

In effetti, una cosa è la meta, un’altra il percorso e un’altra ancora la rotta. La prima è il punto d’arrivo, la seconda è la strada che bisogna seguire, la terza è la direzione.

Solo comprendendo la differenza tra la rotta e la meta, ci si può rendere conto dell’importanza della domanda alla quale è bene rispondere: “Verso dove vado???”.

Solo trovando questa risposta possiamo riscoprire la strada da percorrere. Solo con questa certezza possiamo sentirci realizzati, smettere di tremare ed essere felici!!!!

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