Categoria: artcounseling

Materiali d’arte, elementi di vita.

PITTURA MANI

“Nella materia sono i grandi germi della vita e i germi delle opere d’arte” G.Bachelard

In latino il termine “materia” rimanda a “mater” cioè alle origini, a quello o al luogo da cui si deriva. Il termine “materiali” allora, proprio perché derivante da materia, è maggiormente legato ad un oggetto o ad un’opera e ne indica la materialità fisica, la struttura e anche il “significante” che veicola significati.

I materiali, infatti, non sono presenze prive di significato: essi hanno un’importanza fondamentale nella realizzazione di un’opera ed in quello che esprime. I materiali non sono elementi neutri, muti, fanno parte dell’oggetto ed entrano in un rapporto empatico con ciascuno di noi: quante volte, ad esempio, ci succede di cambiare sedia perché quella di plastica non ci piace.

Cambiando i materiali cambiano i sistemi percettivi ed emotivi e si attua una diversa comunicazione ed un diverso scambio simbolico.

“Nella materia sono i grandi germi della vita e i germi delle opere d’arte”, scrive Bachelard (http://it.wikipedia.org/wiki/Gaston_Bachelard ), e ciò è vero nella misura in cui ciascuno di noi porta dentro di sé un sentire cosmico, un universo fatto prioritariamente di materia, il corpo, e di elementi, quelli della natura, che rimandano ad un immaginario in perenne trasformazione, così come lo è la vita di ogni singola persona.

L’integrazione dell’Io nel tempo e nello spazio (noi siamo spazio, lo spazio del corpo e tempo, i ritmi e i bisogni del corpo), dipende dal modo in cui la madre “tiene” il neonato; la personalizzazione dell’Io dipende dal modo in cui il bambino viene “manipolato” e l’instaurazione della relazione d’oggetto da parte dell’Io dipende dalla presentazione degli oggetti (seno, biberon ..) grazie ai quali il bambino può trovare la soddisfazione ai suoi bisogni che sono prioritariamente fisici.

L’Io quindi è basato su un Io corporeo e, quando tutto va bene, cioè quando vi è un ambiente sufficientemente buono, il bambino comincia a legarsi al corpo ed alle funzioni corporee e la pelle ne diviene la membrana limitante.

Didier Anzieu (http://it.wikipedia.org/wiki/Didier_Anzieu ), nel suo libro “l’Io pelle”, sottolinea al’importanza che per il bambino ha la superficie dell’insieme del proprio corpo e di quello della madre, superficie che diventa oggetto di esperienze molto importanti per le qualità emozionali, per la stimolazione della fiducia, del piacere e del pensiero.

Non solo la pelle assume una funzione fondamentale costitutiva dell’Io, ma tutti i sensi partecipano a questa incredibile realizzazione dell’opera “persona”, creazione che, proprio a partire dalla sua fisicità, può assumere un posto nel mondo ed interagire con esso e con se stessa.

Il corpo rappresenta quindi il nostro primo materiale, quello con cui ciascun individuo crea, trasforma, realizza se stesso: esso è il medium con cui costruiamo e modifichiamo il mondo e da esso siamo costruiti.

Non solo attraverso i sensi noi entriamo in contatto con il mondo ed al contempo espandiamo l’area, la superficie, lo spazio di esplorazione del nostro corpo, di noi: ci impossessiamo anche di quello che ci circonda.

Noi possediamo e siamo posseduti attraverso i sensi, attraverso di essi il mondo entra dentro di noi, ci pervade a volte contro il nostro volere, evocando sensazioni e vissuti: è il mondo dei colori, delle forme, degli odori, dei suoni, dei sapori, del duro e del morbido, del liscio e del ruvido, del freddo e del caldo. E l’esperienza prima di ogni essere umano quella che viene evocata dai sensi attraverso l’esperienza con i materiali d’arte.

L’esperienza sensoriale rappresenta quindi il punto di partenza di ogni relazione con l’altro da sé e con l’ambiente che circonda ogni persona con la sua storia e i suoi vissuti.

Ed è proprio attraverso un’esperienza sensoriale che ogni soggetto può tornare ai propri vissuti ed elaborarli.

Questo è ciò che succede attraverso la pratica con i materiali d’arte: la possibilità di ritorno ad un livello affettivo e di trasformazione di quello che è avvenuto in funzione di un cambiamento di sé, anche nel mondo reale.

I materiali artistici inseriscono il cliente in un mondo dominato da processi corporei (toccare – accarezzare – manipolare – etc…) e proprio perché essi evocano un’esperienza particolare connessa al sentire psicocorporeo, ogni materiale genera una diversa reazione, istintiva e, a volte, inconsapevole, di piacere o disgusto, di desiderio o di paura a seconda che questa vada a toccare antiche risonanze e la maniera in cui queste sono state integrate nella vita adulta.

Ogni volta che i nostri sensi entrano in contatto con una spugna intrisa di colore, con un gessetto che si sbriciola, con l’angolo duro di una tela, con la brillantezza di un colore, con il rumore della matita su di una superficie ruvida o con l’odore della creta o della plastilina, siamo ricondotti ad esperienze sensoriali che evocano memorie corporee primitive.

Un materiale risulta adeguato quando evoca qualità sensoriali buone, quando può diventare sostituto di una relazione rassicurante, quando può colmare una mancanza e infine quando funge da attivatore del desiderio di sperimentazione e di conoscenza.

Ma le esperienze sensoriali possono anche essere collegate a situazioni negative da cui la persona cerca di tenersi lontana.

Se nella vita quotidiana la consapevolezza di quello che succede al suo corpo viene ignorata, nell’incontrarsi con il materiale artistico il cliente può far emergere la paura di sporcarsi, che diventa esprimibile e, a poco a poco, affrontabile.

A volte è compito dell’ARTcounselor trovare un modo attraverso cui le persone possono avvicinarsi piano piano ai materiali che temono.

Il materiale proposto, quindi, terrà conto delle necessità del cliente accogliendole e dando loro la possibilità di emergere, essere espresse e comunicate.

I materiali provvedono una giusta distanza dall’esperienza corporea stessa ma allo stesso tempo la veicolano; attraverso di essi ci si può avvicinare o allontanare da quello che preoccupa.

L’obiettivo è trovare un materiale che contenga il bisogno di esprimere anche la paura di ciò con cui si viene a contatto.

Ecco perché è così importante conoscere quale processo si attiva quando proponiamo l’uso di un certo materiale.

La seguente successione di eventi può favorire qualche spunto di riflessione:

  • Esperienza sensoriale del “qui e ora” => provocata dalle varie caratteristiche oggettive di ogni materiale.
  • Evocazione di esperienze sensoriali del “lì e allora” => collegate al mondo dei sensi e al vissuto infantile
  • Reazioni affettive-emotive, di cui la più basilare è “mi piace/non mi piace”
  • Evocazione di ricordi => che possono essere positivi o negativi.

La possibilità di passaggio da un’esperienza all’altra della sequenza è attivata dall’uso delle tre modalità di approccio del cliente al materiale artistico:

  • Modalità corporea => dove prevale il coinvolgimento dei sensi portando così la persona ad una esplorazione prettamente sensoriale.
  • Modalità formale => dove avviene un distanziamento da ogni esperienza sensoriale e in seguito simbolica. In questa modalità il cliente tratta il lavoro come se fosse un oggetto a sé son i suoi propri bisogni. L’obiettivo della persona in questa modalità è quella di dare una buona forma al suo prodotto.
  • Modalità narrativa-simbolica => in cui il cliente finalmente può raccontare il suo prodotto dandogli una valenza simbolica, qualcosa che va oltre la semplice forma, collegando i vari passaggi del processo con il malessere o l’empasse che stra provando in quel momento.

Può succedere che durante il lavoro il nostro cliente non riesca ad andare più in là della “modalità corporea”, sarà quindi il Counselor che cercherà, solo se sarà il caso e con molta delicatezza, di stimolare il passaggio alla modalità “formale” e/o narrativa-simbolica, per raggiungere i diversi livelli di esperienza del cliente in un tentativo di integrazione e confronto tra tutti e tre.

Lavorare quindi con i materiali rappresenta, quindi, un importante dialogo e scambio tra mondo interiore ed esteriore nonché la possibilità di testimoniare a sé e al mondo quello che è avvenuto andando a creare una narrazione materica della propria storia.

Attraverso l’opera creata si compongono, così, i frammenti della realtà percepita con la possibilità di intervenire su di essi per elaborarli.

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Liberamente tratto da:
M.G.Cocconi, L.Salzillo, A.Zanolli – Il bambino Creatore – Ed. FrancoAngeli
M.Della Cagnoletta – Arteterapia – Ed.Carocci

 

Immaginazione e Pensiero Creativo come alleati nel ri-trovarsi

PENSIERO CREATIVO 1

“Nella vita ci sono sempre nuovi inizi in cui è possibile acquisire altre e più profonde conferme della propria esistenza” Verena Kast

Ogni individuo è unione di inconscio e conscio, luce e ombra, istinto e ragione; in ognuno di noi convivono tanti opposti e per giungere alla propria pienezza è necessario che ciascuno percorra i meandri della propria interiorità.

Durante questo viaggio, il viaggio dell’Eroe alla ricerca del suo Tesoro, potremmo salire sulle vette o scendere negli abissi l’importante è riuscire sempre a sentire e riflettere,vedere e ascoltare, creando e mantenendo i ponti che si vanno costituendo nel cammino. Saranno proprio questi ponti che ci consentiranno di raggiungere le cose più belle, spesso le più nascoste o quelle che non riusciamo o vogliamo vedere.

Durante questo cammino il più delle volte arduo e faticoso si raggiungono diverse tappe e quindi diverse consapevolezze; l’incontro con le emozioni nelle diverse età evolutive, siano esse di gioia o di sofferenza, ci schiude al mondo delle immagini e l’immaginazione ci consente di entrare in quello spazio che offre la possibilità al sé di dispiegarsi.

Aprire la porta al mondo dell’immaginazione vuol dire darsi la possibilità di esperire nuovi anfratti, nuove intuizioni, per ri-comporre nuovi paesaggi e darsi altro tempo offrendo una nuova luce e un nuovo respiro ai nostri vissuti.

Scrive Francesco Montecchi, neuropsichiatra e psicanalista junghiano infantile membro dell’International Association for “Sand Play Therapy”, “la psiche con l’aiuto delle immagini si orienta nel mondo e si adatta ad esso e così è in grado di vivere e di svilupparsi. Così l’immagine esterna non è solo proiezione dell’immagine corrispondente interna, ma entrambe sono parti tra loro corrispondenti di una unica immagine originaria e simbolica che si è scissa…”

Ed è proprio dalle esperienze più sofferte che possiamo alzare le vele verso nuovi lidi che, attraverso la sensibilità e l’accoglienza, portino nuova energia.

Jung utilizzava con i suoi pazienti l’immaginazione attiva, osservazione del flusso delle immagini interne, senza che venga imposto alcun tema.

Si comincia fissando l’attenzione su di un’immagine che giunge spontanea, e si continua osservando le trasformazioni che questa immagina subisce, come si arricchisce di dettagli, si sviluppa e si evolve.

In questo modo la persona non è immobile, racchiusa dentro la sua fantasia,  bensì avviene un dialogo interno dove conscio e inconscio concorrono insieme, non più nemici ma alleati e parte dello stesso contesto, ed affrontano INSIEME la vita.

Possiamo quindi affermare che l’immaginazione è già parte dell’azione operando all’interno di un “quasi reale” che ha in sé tutte le potenzialità per trasformarsi in attività.  Le immagini che creiamo ci permettono di vivere gli eventi prima di agirli nella realtà; il “come se” immaginativo ci conduce in una sorta di spazio transazionale in cui è possibile sperimentare il cambiamento.

Attraverso l’immagine diventiamo attivi e con l’azione prendiamo parte all’evento evocato e nel gioco recuperiamo la fiducia predisponendoci così al cambiamento. L’immaginazione ci permette di sondare creativamente le possibili soluzioni ad una situazione mettendole a confronto con il nostro bagaglio di conoscenze, la cui ampiezza contribuisce ad aumentare le possibilità di cogliere relazioni , e quindi, di immaginare soluzioni.

Alla luce di tutto ciò l’immaginazione diventa un modo per recuperare energia e forza per uscire dal tunnel dell’autosvalutazione scoprendo di riuscire a trovare in sé capacità sconosciute e recuperare potenzialità perse.

Ciò che si attiva ha un grandissimo valore: si entra in contatto con il nostro mondo interiore; in questa connessione tra l’Io e l’inconscio si crea quello che Hillman chiama “fare anima”, dove gli eventi si trasformano in immagini, dando luogo a quel processo di creazione e illuminazione che permette di potersi prendere cura dell’anima, “questo cavernoso deposito di passioni”, la parte di noi più intima e profonda centrale nel nostro ri-trovarsi.

Importante diviene, quindi, la continua ricerca di Sé e nel momento in cui ci si pone in ascolto delle proprie emozioni e delle proprie immagini interiori il “fare creativo” inteso come espressione grafico-pittorica del nostro mondo interiore diviene un ulteriore possibile via per esternare la propria anima e superare le difficoltà.

Attraverso l’arte, manifestazione visibile del nostro inconscio , è così possibile uscire dai ristagni e dai blocchi che impediscono il contatto con i nostri bisogni e liberare energia che consente di modificare la direzione dei disagi e creare nuove vie dove diventa più facile ri-trovarsi diventando autonomie liberi di vivere pienamente.

 

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Colori e affetti

KANDINSKY CERCHI CONCENTRICI

“Lasciami, oh lasciami immergere l’anima nei colori; lasciami ingoiare il tramonto e bere l’arcobaleno.”  Khalil Gibran

[…] Il colore, che in natura è richiamo, messaggio, incanto e seduzione, è “tinta dell’apparenza” fuggevole e inesprimibile, spesso inafferrabile. Eppure il colore è anche rivelatore degli strati più profondi degli affetti. […]

[…] Infatti, la mancanza di colore nel mondo emotivo di una persona è indizio sicuro di un “distanziamento” dall’oggetto, di una difesa dal coinvolgimento emotivo. […]

[…] Il colore è indubbiamente l’aspetto più misterioso e magico della natura, da sempre fonte di meraviglia, giacchè sembra esprimere, all’apparenza, uno scarto rispetto alla nuda necessità e ci appare come lusso e dispendio della natura stessa, che si compiace di un surplus di bellezza, pur rivelandosi, a una più attenta indagine, un messaggio “forte”, denso di significazioni: perciò gli antichi facevano largo uso di sostanze colorate e coloranti, non soltanto in funzione decorativa ed estetica, ma soprattutto secondo un intenzionalità magica tesa a evocare e attualizzare le forze cosmiche naturali. […]

[…] Il colore, quindi, è stato considerato una sorta di “forza sottile”, di anello di congiunzione tra cielo e terra, assumendo un valore magico-sacrala, non soltanto come evocazione, ma proprio anche come attualizzazione, materializzazione delle segrete corrispondenze tra il mondo umano e il cosmo, tra l’esperienza fisica-materica e quella spirituale, attraverso anche un processo attivo di appercezione,un traslare il sé nell’universo della materia e dello spirito, tanto da rivelarsi anche misteriosamente capace di influenzare il nostro “soma”. […]

Matisse diceva che i colori “sono delle forze” e il secondo principale effetto della loro contemplazione consisterebbe nell’azione psichica e nelle emozioni che possono suscitare in noi. […] Così i colori possono essere “acidi” o “dolci”, “succosi” o “aridi”, “morbidi” o “duri” secondo una specie di processo di eco, o di risonanza da una sensazione all’altra; come se il corpo fosse uno strumento musicale le cui “corde” fisiche si espandano a risuonare nella psiche.

I colori possono essere profumati, ma anche sonori, e musicisti (come Schonberg) e artisti (come Kandinskij) hanno tentato partiture cromatiche, “tingendo” di colori i suoni e “musicando” colori. […]

[…] Anche i sogni, che generalmente sono in bianco e nero, secondo un cromatismo arcaico, tuttavia quando si “colorano” indicano tutta una gamma di situazioni affettive, così che il colore diventi ancora una volta “segnale” di qualcosa che deve essere evidenziato, e insieme “simbolo” di qualcosa di più profondo che vuole essere svelato. In questo il colore si rivela anche simbolo, in quanto appunto “significa”, rimanda a qualcosa di nascosto: il “significato”, con una eccedenza di significazione che indica un plusvalore di senso e ne rivela la tonalità affettiva.[…]

[…] Il colore è davvero “metafora di affetti” e ancora di più, il colore tende al ritrovamento dell’oggetto primario, significando un’aspirazione verso la riappropriazione di un significato materno. […]

[…] Infatti, sebbene classicamente la psicoanalisi abbia attribuito alla funzione pittorica contenuti di tipo anale (dipingere come uno sporcare sublimato), ciò si può riferire non tanto al colore in sé, quanto appunto all’atto stesso del dipingere, come manipolazione della materia pittorica […] al colore possiamo dare invece spiccate valenze orali legate ad esperienze di intensa affettività, come un tendere al recupero dell’oggetto primario, in relazione appunto al rapporto con il seno materno, quando il “vedere” era “incorporato”, nutrirsi del volto e dei colori e della voce e del profumo di “lei”. […]

[…] E la musica ha un effetto “incantamento”, come rimanda al ritmo del cuore materno che il feto chiaramente percepiva, possiamo quindi riconoscere l’esperienza del colore come anch’essa fascinazione primaria. Fascinazione che è riflesso di quel perdersi di allora, sguardo nello sguardo.[…]

[…] Goethe riconduceva il colore all’incontro di due fondamentali: blu e giallo, una polarizzazione tra luce e ombra rivelatrice anche di una dialettica fondamentale tra sentimento e ragione . Il suo universo cromatico è ordinato secondo una logica binaria: il colore nasce dalla luce e dall’ombra. Una bipolarità, quella di luce/ombra, che in sé esprime e contiene ogni altra polarizzazione possibile: maschile/femminile; notte/giorno; caldo/freddo.

Ma già prima di Goethe ogni popolo aveva scandito l’esperienza del colore secondo la fondamentale contrapposizione luce-ombra […] inizialmente la terminologia più elementare distingue soltanto tra oscurità e chiarezza e tutti i colori sono classificati secondo questa semplice dicotomia; quando un linguaggio contiene un terzo nome di colore, si tratta sempre del rosso. […]

[…] Questo fa ritenere che agli inizi delle comunicazioni umane l’uomo avesse soltanto due termini per indicare i colori: il bianco e il nero, come luce e ombra, chiaro e scuro, prima di riuscire a distinguere il terzo: il rosso. Non è ce il primitivo avesse una visione “monocromatica”, ma la sua capacità linguistica era ridotta, e, poiché indubbiamente “la visione del colore è parte integrante della nostra esperienza totale e diventa per ciascuno di noi parte della nostra vita, parte di noi … il colore si fonde così con i ricordi, le aspettative, le associazioni e i desideri, per costruire infine un mondo ricco di risonanze e significati per ciascun individuo, possiamo ritenere che proprio l’emergere dei primi nomi dei colori rispecchiasse la loro stretta relazione con le emozioni.[…]

[…] Ora, possiamo immaginare quali potessero essere per il nostro lontano progenitore le esperienze emotive più intense, positive e negative, e certamente una delle esperienze psicologicamente più violente doveva essere il terrore al calar della notte. […] Una disperazione caotica forse lo assaliva, progenitrice archetipa di tutte le immagini angoscianti, e sebbene questo terrore di ogni notte si dissipasse a ogni alba, fu soltanto quando gli fu possibile “narrarsi”, attraverso i miti, che ogni volta che il sole veniva “mangiato” dalle tenebre sarebbe tuttavia risorto, dotato di nuova e indistruttibile vita, che questo suo terrore panico potè calmarsi. […] E possiamo allora supporre che fosse necessario anche nominare quelle prime esperienze fondamentali: luce/tenebra-bianco/nero. Erano nati i primi colori che informeranno di sé ogni altro colore possibile, cancellandoli tutti, il nero tenebra; rivelandoli tutti, il bianco luce.

Quanto al rosso, il terzo necessario, era altrettanto emozionalmente scatenante nelle sue manifestazioni: come fuoco, calorico e benefico ma anche distruttivo e divorante, apportatore di vita come di morte. […]

[…] Emozionato, egli poteva confrontarsi, attraverso i propri colori con il cosmo naturale, essendo il bianco-rosso-nero i colori del corpo e degli umori che esso trasuda e delle sostanze che espelle: latte, sangue, feci,urina, lacrime, pus mentre l’universo materiale gli doveva apparire “fratello” nel nero dei carboni, nel bianco polveroso delle crete o in quello perlaceo della rugiada e della pioggia; nei grumi sanguigni delle terre. […]

[…] E il dialogare di questi colori nell’alterno avvicendarsi in noi degli affetti, sempre che siamo capaci di ascoltare e “vedere”, ci svelerà le alchemiche metamorfosi della vita.

Tratto da:

A.Cresti, Colore e Affetti  in “La Psicologia del colore” di M.Di Rienzo e C.Widman Ed.Magi

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Il “colore” con tutte le sue sfumature sarà uno degli argomenti principe del Corso Triennale in Counseling Espressivo: “Arte e Movimento nella Relazione d’Aiuto” (possibilità ancora di iscriversi) e del Corso Specialistico : Arte e Corporeità nel Counseling.

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Perchè l’arte aiuta a ri-trovarsi

ARTE ASTRATTA 1

by Paul Blenkhorn (unsplash.com)

“ L’arte può essere definita – e utilizzata – come la mappa esteriorizzata del nostro se interiore.” Peter London

In un percorso di ArtCounseling la produzione artistica del cliente può aiutarlo a comprendere meglio le sue dinamiche interiori arrivando lì dove il linguaggio non ha ancora parole per esprimersi. Ed è proprio il processo che egli compie per arrivare a quel particolare manufatto la chiave che può aprire la serratura della sua consapevolezza.

Il processo artistico ha quindi, in questo caso, proprietà riparative, trasformative e di auto-esplorazione.

Vediamo ora nello specifico in che modo tutto questo si attua.

Pensiero visivo

Il pensiero visivo è la capacità di organizzare per mezzo di immagini i nostri sentimenti, pensieri e percezioni riguardo il mondo circostante. Usiamo  spesso nella vita quotidiana agganci visivi per riferirci a persone e cose. Tutti conosciamo la frase “un’immagine vale più di mille parole”, o modi di dire sui colori, tipo:”verde d’invidia”, “umor nero” o “visione rosa”.

Definiamo il mondo, per lo più,  mediante descrizioni visive, pensiamo per immagini, usandole spesso per rappresentare idee e sentimenti.

Jung, di cui è noto l’interesse per i simboli visivi nei sogni e nell’arte, sottolineava l’importanza che le immagini rivestono in un “percorso terapeutico”. Osservava che, lasciando che uno stato d’animo si incarni in una immagine onirica o artistica, lo si comprende più chiaramente e in profondità sperimentando le emozioni che vi sono contenute.

In anni recenti si è scoperto che le esperienze traumatiche spesso sono codificate nella mente sotto forma di immagini ed è del tutto naturale che questi ricordi riemergano come immagini visive. L’arte diventa quindi uno strumento unico per esprimere immagini traumatiche, riportandole alla coscienza in maniera meno minacciosa.

Esprimere quello che le parole non possono esprimere.

A tutti noi è capitato di sentire che certe esperienze ed emozioni sono difficili o impossibili da esprimere a parole. In un percorso di Artcounseling le persone sono incoraggiate a esprimere quello che non sanno dire a parole con il disegno, la pittura, il movimento o altre forme artistiche.

Non essendo un processo lineare vincolato dalle regole del linguaggio verbale (sintassi, grammatica, ortografia, logica), l’espressione artistica è in grado di esprimere simultaneamente molti aspetti complessi.

La terapeuta Harriet Wadeson, una delle pioniere nell’uso dell’arte in campo terapeutico’ parla a questo proposito della matrice spaziale dell’arte: la capacità dell’arte di comunicare relazioni usando linee, forme e colori. Per esempio, spiegare le relazioni fra i membri della propria famiglia può essere difficile, ma disegnando o dipingendo è facile illustrare simultaneamente i diversi tempi, luoghi e legami che li coinvolgono. Quello che richiederebbe una prolissa esposizione verbale può essere espresso più rapidamente da un singolo disegno.

Elementi ambigui, enigmatici o perfino contraddittori possono confluire nella stessa immagine perché l’arte, a differenza del linguaggio, non ha regole di struttura e di organizzazione.

Questa capacità dell’arte di abbracciare elementi paradossali è di grande aiuto per integrare e sintetizzare emozioni ed esperienze conflittuali.

Esperienza sensoriale.

L’arte è un’attività manuale: implica costruire, disporre, mescolare, toccare, modellare, incollare, disegnare, spillare, dipingere, forgiare e altre esperienze concrete.

Disegnare, dipingere e scolpire sono anche esperienze psicomotorie, hanno cioè carattere sensoriale in quanto chiamano in causa vista, tatto, cinestesia, udito e altre modalità sensoriali a seconda dei mezzi usati.

Da bambini, quando scarabocchiamo su un foglio, giochiamo con i materiali o facciamo giochi di fantasia, impariamo attraverso i sensi. Queste esperienze, secondo lo psicologo Eugene Gendlin padre del Focusing implicano un “significato sentito”, la consapevolezza corporea di situazioni, eventi o persone.

Oltre al pensiero, il “significato sentito” è un modo di dare senso alle cose, che ci aiuta a capire e valutare il mondo intorno a noi. Le qualità sensoriali del lavoro artistico ci danno modo di accedere alle nostre emozioni e percezioni più facilmente che attraverso le parole.

Liberazione emotiva

In termini psicologici si parla di “catarsi”. Il termine significa letteralmente “purificazione” indicando con questo l’espressione liberatoria di intense emozioni.

Fare un disegno, un dipinto, una scultura può essere catartico, in quanto offre sollievo da emozioni dolorose e disturbanti portandole fuori da sé.

Il processo in sé della produzione artistica può alleviare lo stress e l’ansia anche creando una risposta fisiologica di rilassamento o modificando lo stato d’animo. Sappiamo, per esempio, che l’attività creativa può di fatto aumentare il livello di serotonina nel cervello, combattendo così la depressione.

Inoltre il lavoro artistico è per alcuni una forma di meditazione che genera calma e pace interiore. Il carattere ripetitivo, rasserenante, che ha per alcune persone dipingere, disegnare o modellare la creta può indurre la risposta di rilassamento, con rallentamento del ritmo cardiaco e respiratorio e alleviare così lo stress.

Creare un prodotto tangibile

Nel lavoro artistico diviene di particolare importanza creare con le nostre mani qualcosa di unico e di speciale. Nel corso della storia umana l’arte è stata usata per abbellire e decorare seguendo questa inclinazione a fare qualcosa di unico che è un nostro autentico bisogno.

Alcuni sono in grado di produrre con la pittura o la scultura creazioni straordinarie, altri si limitano a vestirsi in maniera speciale per un’occasione importante o a cucinare piatti elaborati per un evento. Tutti questi modi di fare qualcosa di particolare si collocano sul piano visivo e rispondono tutti ad un aspetto fondamentale del comportamento umano.

Durante un percorso di ArtCounseling si creano prodotti tangibili. L’Artcounseling consente di realizzare qualcosa di duraturo che registra significati, esperienze ed emozioni.

Questa concretezza del prodotto è un vantaggio in quanto, oltre a mettere fuori di sé quello che crea difficoltà interiore,  permette di documentare idee e percezioni e riesaminarle in un secondo momento confrontandole con altre immagini.

Rivedere quello che si è prodotto nell’arco delle settimane consente di seguire lo sviluppo di temi, eventi, emozioni trovando la possibilità di cambiarne gli esiti.

Creare arte arricchisce la vita

La storia ci fa vedere come persone sottoposte a grandi stress abbiano trovato nell’arte il modo di esprimere e trasformare i conflitti interiori. L’opera creativa di Van Gogh e di atri artisti famosi testimonia questo bisogno.

Secondo Maslow, quando sono soddisfatti i bisogni elementari – cibo, alloggio e sicurezza – le persone manifestano un forte impulso all’auto-espressione. Ma anche quando sono privati delle più elementari necessità alcuni si sforzano ugualmente di esprimersi attraverso le arti.

L’arte non solo può aiutarci a rivelare paure, angosce e altre emozioni stressanti, ma tocca anche l’animo umano negli aspetti più spirituali. Se è vero che la famiglia, il lavoro e gli altri aspetti della vita possono appagarci, le esperienze creative dell’arte possono metterci in contatto con parti di noi inaccessibili alle altre attività.

Secondo Rollo May, grazia, armonia e bellezza ed equilibrio rientrano fra le qualità che caratterizzano le arti visive. L’arte può offrire trascendenza, permettendoci di contemplare e immaginare possibilità nuove attraverso l’espressione visiva e di vivere noi stessi in maniera rinnovata. Tale processo creativo offre occasioni di crescita e cambiamento, conducendo all’individuazione, cioè al raggiungimento del proprio completo potenziale.

Infine, l’arte è un’attività piacevole che rianima, riempie di energia e dà godimento. Le persone sono più vivaci e allegre mentre si dedicano a queste attività e più disposte a comunicare con gli altri una volta terminata l’opera.

Si ritiene che il lavoro artistico renda più flessibili, a realizzare se stessi e a sfruttare le proprie risorse e modalità creative nella soluzione dei problemi.

Se è vero che i due aspetti fondamentali dell’ArtCounseling sono il processo creativo e la comunicazione simbolica, ci sono anche altri aspetti che possono essere considerati fonte di ben-essere.

Al livello più semplice è un’attività che favorisce l’autostima, incoraggia a sperimentare e assumersi rischi, insegna nuove abilità e arricchisce la vita.

Chiunque può fare arte

Un pregiudizio diffuso è che per trarre giovamento da un percorso di Artcounseling sia necessario avere talento artistico. Alcuni temono che se non riescono a produrre lavori artisticamente accettabili il percorso non avrà successo.

L’Artcounseling invece non richiede nessuna preparazione specifica. Disegnare, dipingere e altre forme d’arte sono semplici metodi di espressione accessibili a tutti, indipendentemente dall’età o dalle capacità naturali.

In altre parole, chiunque ha la possibilità di essere creativo attraverso l’espressione artistica.

L’arte come modo di conoscere.

Disegnando, dipingendo, facendo un collage o scrivendo una poesia, cominciamo il processo di esplorazione delle nostre credenze profonde. Possiamo scoprire la ragione del dolore o trovare le fonti della gioia e del potenziale creativo. L’arte inevitabilmente racconta la nostra storia personale in tutte le sue dimensioni: emozioni, pensieri, esperienze, valori e convinzioni.

Nel processo per rendere tutto ciò visibile mediante l’arte, ci si offre un modo di conoscere noi stessi da una prospettiva nuova e l’opportunità di trasformare tale prospettiva.

 

 

liberamente tratto da:  C.A. Malchiodi – “Arteterapia. L’arte che cura”

L’Artcounseling dal “come se” al “come é”

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Lavoro fatto durante un laboratorio di “pittura dell’Anima”

“ … uscire dallo spazio interno a quello esterno, affermare, estendere in esso la propria forma, è il primo atto di comunicazione involontario che diventa consapevole nella verifica della propria impronta: segno di sé che, nel compiacimento della traccia, si trasforma in segnale comunicativo della propria presenza …” Stefania Guerra Lisi

Riprendendo i vari post sulla creatività e i suoi benefici nel percorso evolutivo di ogni persona, ribadisco che nel momento creativo, in cui interiorità ed ambiente trovano un rinnovato singolare incontro, siamo immersi in uno stato psicofisico ove il pensiero, l’emozione, la corporeità, l’azione fluiscono in modo congruo, infondendo un profondo stato di ben-essere.

Almeno inizialmente è infatti più importante l’atto del produrre un’impronta creativa, che il suo impatto con un esterno (ArtCounselor) che solo poi potrà accompagnare l’utente nella decodifica del suo modo di incontrare e vivere la realtà.

Un percorso di ArtCounseling è rivolto verso la salutogenesi focalizzandosi sugli aspetti personali positivi di chi ci sta di fronte e sull’individuazione delle risorse disponibili, perseguendo il paradosso (e il risanamento da un mal-essere) come un “diventare ciò che si è”, attraversando i propri territori interni sperimentandoli, agendoli metaforicamente, piuttosto che cercando di liberarsene.

Qui emerge il valore che l’azione e l’esperienza diretta rivestono nel percorso di ArtCounseling, in cui la “scoperta” la formulazione e/o la risoluzione di un problema e quindi il cambiamento, derivano dal FARE (in questo caso artistico-espressivo) e da un processo di apprendimento esperienziale.

Il sistema-ambiente di vita in cui siamo inserito ci pone costantemente di fronte alla sfida del tempo e alla transitorietà dei confini, delle convenzioni e convinzioni ideologiche, sociali, culturali e affettive.

Cercare di promuovere il ben-essere e la qualità della vita individuale e collettiva intervenendo direttamente sui fattori coinvolti nella salutogenesi o su quelli legati alla genesi del malessere, in un sistema così fortemente connotato dalla complessità oltre che dalla fugacità delle certezze, o dalla tempestività dei cambiamenti, risulta un’impresa oltremodo faticosa.

La strada più fruttuosa sembra allora quella del potenziamento delle risorse e delle abilità nella soluzione di problemi complessi. In questo la riattivazione dell’espressione globale di sé attraverso il processo creativo può diventare la chiave di volta che consente al potere intrinseco individuale di manifestarsi appieno nella sua efficacia.

La comprensione del mondo e dell’altro passa necessariamente attraverso la conoscenza, la consapevolezza di sé e l’autosvelamento. La costruzione del Sé nel continuo oscillare, fluire, distruggere, trasformare dati esterni e contenuti interni, ritrova ripetutamente il segno della sua presenza, della definizione del suo confine, il compiacimento del suo esserci nella ES-PRESSIONE, nella traccia manifesta, il Sé si rende progressivamente visibile, nello spazio e nel tempo, a se stesso e agli altri.

E’ un diritto naturale quello di produrre, esprimere-imprimere nell’ambiente, il segno esclusivo dell’affermazione “IO SONO!” “IO SONO IN QUESTO MIO MODO!”, è un diritto naturale che però va riconquistato.

La vitale permeabilità dentro-fuori, la costante pulsazione aperto-chiuso, costituiscono il motore dell’esistenza, garantiscono il senso di pienezza e soddisfacimento quando ci si abbandona al movimento naturale impresso dal loro ritmo.

Altrettanto il semplice fluire può essere interrotto, il delicato confine può essere oltraggiato, deformato da ispessimenti difensivi, frammentato da buchi, da angoscia, da vuoti, vanificato dalla confusione tra un dentro che non si distingue più da un fuori, da una dolorosa assenza di collocazione spazio-temporale, o ancora fiaccato dall’estenuante combattimento con una “piccola grande ombra”.

Il processo artistico-espressivo attinge alla fantasia, alla ricchezza dell’analogia che consente di vivere “come se”, dando la possibilità di sperimentare personalmente qualcosa di nuovo, o da un nuovo punto di vista guardare una situazione conosciuta immersi in una dimensione spazio-temporale in cui il “severo guardiano del sé” per un momento chiude gli occhi, sta al gioco e ci consente poi di stupirci di essere stati proprio noi ad aver vissuto l’esperienza.

Questo ci offre l’opportunità di assumere un rischio, senza però dover rischiare troppo, con il vantaggio di poter poi trasferire il risultato dell’esperienza alla vita “come è”.

L’ArtCouseling come spazio del possibile

RED GALLERY GIOVANNA LENTINI

Giovanna Lentini – Red Gallery –

” … tutte le arti che pratichiamo sono un apprendistato di un’arte più grande: la nostra vita …”M.C.Richards

Sono almeno tre le caratteristiche che ci rivelano come il processo e lo sforzo creativo nella produzione artistica possano avere una funzione di “therapeia”, intesa come “cura di sè”:

  •  La creazione di uno spazio di comunicazione flessibile con il proprio ambiente
  • La capacità di saper distinguere tra mondo interno e mondo esterno, cioè tra fantasie, desideri, bisogni e realtà
  • La capacità di regolare e trasformare le proprie emozioni.

Tutti e tre questi fattori sono strettamente interconnessi e riproducono le trasformazioni che caratterizzano la crescita cognitiva ed emotiva di ogni persona, lo sviluppo, quindi dei processi di pensiero, la possibilità di vedere gli oggetti del mondo reale e di elaborarne una rappresentazione mentale.

Nel Counseling Espressivo la presenza di “oggetti” e il ruolo che questi assumono nel processo appaiono di notevole importanza per comprendere la tecnica in quanto tale, lo spazio di comunicazione che si viene a creare tra artcounselor e cliente e i processi di regolazione emozionale.

Quando si parla di “oggetti” ci si può riferire tanto a “oggetti pulsionali” ossia al legame che si crea con l’agevolatore, per cui quest’ultimo diventa la “base sicura” mancata e mancante, tanto a quegli oggetti concreti, come un disegno, suoni, gesti, movimenti, prodotti artistici. Questi ultimi oggetti sono più vicini a quello che la nostra attività percettiva individua come appartenenti al mondo esterno e dotati di specifiche forme e caratteristiche strutturali che diventano però, nell’ambito della creazione artistica, simbolo di un “interno” che è impossibile fare emergere in altro modo, un alter-ego della persona ed in quanto tale a tutti gli effetti ulteriore “soggetto” nel setting.

Simbolo, nel significato etimologico di “mettere insieme” il fantasmatico, che corrisponde alla creazione di un secondo universo esistente solo nella mente di chi lo attua; il cognitivo, per cui l’emergere del simbolo equivale al legare mentalmente determinati eventi del mondo esterno e a fornire così una prima chiave per una comprensione olistica del mondo esterno e l’affettività, che permette all’emergere del simbolo l’elaborazione del dolore della separazione e il controllo delle emozioni.

Nello sviluppo della trasformazione simbolica dei contenuti del mondo esterno secondo la triplice valenza fantasmatica, cognitiva e affettiva si possono individuare i confini dello spazio della creatività individuale. Spazio che diventa “area transizionale” , ciò che è a metà strada tra soggetto e oggetto. Nella misura in cui creano e sostengono il legame affettivo, gli “oggetti transizionali” svolgono un ruolo positivo e offrono una dimensione creativa che permette di superare l’angoscia di separazione e di ritrovare ad un altro livello l’oggetto amato assente.

Lo spazio di creatività suggerito da Winnicott è pertanto uno spazio che si fonda su un uso attivo dell’illusione che spinge l’individuo a vivere, a modulare e regolare le proprie emozioni utilizzando anche strumenti od oggetti che possono appartenere all’esperienza artistica.

Il setting di ArtCounseling diventa, quindi,  uno spazio del possibile in cui nulla è sicuro se non la possibilità stessa di far sì che molteplici eventi trovino un adeguato contenitore.

Il processo creativo si esplica in un vivere pieno di significati, in un adattamento alla realtà attivo. Non è l’espressione artistica che trasforma la realtà o che cambia il mondo, ma può trasformare il linguaggio umano e l’uomo in quanto tale. E’ chiaro, in tal senso, che è l’individuo in quanto “trasformato” dall’”arte” che può poi tentare di trasformare la realtà con la sua vita e con la sua capacità di vivere in maniera attiva a adeguata le proprie emozioni. Il processo creativo non significa semplicemente originalità e libertà, ma porta con sè uno sforzo a trovare nuove oggetti allargando l’ambito dell’esperienza umana.

Attraverso la regolazione delle emozioni è possibile così arrivare a nuove forme espressive che conducono alla realizzazione di opere che stimolano la ricerca di significati che prima era impossibile cogliere.

L’Arte come gesto-emozione di un Io ferito

ARTETERAPIA

“Nella stessa misura in cui non accetta l’altro, l’uomo non riconosce il diritto all’esistenza dell’”altro” che è in lui, e viceversa …. Il confronto appare indubbiamente più complicato quando si dispone soltanto di prodotti figurativi che, per chi li intende, parlano un linguaggio di per sé eloquente, ma a chi non li intende sembrano un linguaggio da sordomuti. Di fronte a queste raffigurazioni l’Io deve prendere l’iniziativa e chiedersi: “Che effetto fa su di me questo segno?” …” C.G.Jung

Molto spesso i lavori che si svolgono durante una sessione di ArtCounseling sono, oltre che parole che non si riescono ad esprimere con la voce, anche gesti trasformati in immagini.

Non sempre tali immagini derivano da atti di consapevolezza e di riflessione, esse sono piuttosto un involto per quei gesti che altrimenti andrebbero sparsi e persi.

Gesti che le immagini arginano e organizzano attraverso iscrizioni simboliche esterne, offrendo di riflesso un perimetro, un contenimento ed una capacità di pensiero ad un Io interno ferito.

Questi lavori diventano quindi narrazione di emozioni che trovano sulla carta la loro possibilità di esistere. Uno spazio produttivo dove possibili sbocchi, risposte non dette, soluzioni cercate acquistano la liberatoria concretezza di un istante creativo. Atti creativi capaci di fornire davvero un sollievo e un sostegno e più ancora un’ampiezza al di là delle angosce.

Infatti, nel superiore “gioco” costituito dal dipingere, la forma ricercata è tradotta in una immagine figurata o astratta che diventa un autentico simbolo. E questa trasmette, diventando concretamente specchio, i gesti, le sensazioni e le emozioni da assimilare sempre più dentro di sé, da introiettare come argine e contorno ben più pensabile e vivibile.

Jung ha scritto “vi sono […] persone […] le cui mani hanno la capacità di esprimere contenuti dell’inconscio” (Jung “La funzione trascendente”); vi è quindi un “sapere” del corpo che a partire dal gesto e dalla sensorialità rinviene la consapevolezza delle proprie memorie e delle eventuali ferite ed è in grado di travasarlo in più complesse e personali strutture di significato.

E’ proprio quanto potenzialmente accade nell’arte del dipingere, così come può accadere in vario grado ed in differenti modi grazie al tramite di qualunque altra attività espressivo-creativa. In questi casi il simbolo conserva dentro di sé il gesto da cui nasce o che può ugualmente nascere, volendo, nella nota musicale, nel passo di una danza, nella recitazione di un attore.

Gesti tesi a diventare consapevoli dell’emozione in essi celata e che quindi a tale scopo inventano un gioco che offre inconsapevolmente all’io ferito, la risposta parziale ma ferma di un momento di incanto.

Il gesto insomma come punto di partenza, il seme che contiene le potenzialità e le linee direttive della futura possibile pianta.

Ecco quindi come in un percorso di ArtCounseling diventa primario il processo , la messa in atto che porta racchiusa in sé sia la ferita che la sua ri-tessitura, per arrivare alla consapevolezza, a quella fonte primaria di dolore e darsi quindi il permesso di poter andare oltre ….

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