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Sulla Consapevolezza, la Coscienza e il Mandala

CONSAPEVOLMENTE VEDO

 

Quando inizio la formazione per Agevolatori del Metodo Mandala-Evolutivo® la prima parola che scrivo sulla lavagna è Consapevolezza, chiedendo poi cosa intendono i partecipanti per Consapevolezza.

Le risposte sono molteplici.

Essere consapevoli sta alla base del nostro stare al mondo come protagonisti del nostro vivere, capaci di direzionare le nostre emozioni, pensieri e comportamenti verso la piena realizzazione della nostra mission esistenziale.

La Consapevolezza, Con-Sapere, non è un semplice venire a conoscenza di quello che ci succede, è una cognizione che si fa interiore, profonda perfettamente armonizzata con tutta la persona che ne fa esperienza in un uno coerente.

E’ quel tipo di sapere che dà forma alle azioni della nostra vita rendendole autentiche; si potrebbe dire che la Consapevolezza è «la materia prima» dell’essere umano, la sostanza di cui egli dispone per modellare se stesso.

Tutti gli esseri umani hanno la potenzialità di diventare pienamente consapevoli, ma nel genere umano vi sono differenti gradi o livelli di consapevolezza in relazione all’evoluzione di ciascuno.

Proviamo ora ad immaginare la consapevolezza come un paesaggio composto da vari sistemi e diversi abitanti, ognuno dei quali rappresenta un livello della scala evolutiva.

All’inizio troveremo il un piccolo verme che striscia sul terreno, quello che riesce a vedere è limitato, la sua visuale è ridotta, ma potrebbe fare diversamente perché quella è la sua condizione.

I fili d’erba del prato gli sembrano tronchi di una immensa foresta e i sassolini alte montagne. Superarli per lui è difficile e faticoso. Ciò che vede è proporzionato alla realtà di ciò che è lui. La sua evoluzione prevede quelle esperienze e non altre.

Passano i millenni e un bel giorno ti trovi ad aver superato il livello più basso; sei salito un po’, non strisci più hai quattro zampe.

Improvvisamente la tua visuale è cambia.

I fili d’erba sono soffici, li puoi superare agevolmente, non sovrastano più sopra di te. E così anche i sassolini che puoi spostare con più facilità, Ora riesci a vedere una porzione più ampia del paesaggio che ti circonda.

Ora proviamo a fare un salto ulteriore identificandoci con un’aquila: essa vola alta nel cielo ed è in grado di vedere tutto il paesaggio non solo una parte.

Il paesaggio è sempre lo stesso ma la percezione che di esso ha il piccolo verme è diversa da quella di chi ha quattro zampe, che è diversa da quella dell’aquila.

Allo stesso modo succede con la nostra Consapevolezza, più essa è matura, più la nostra visione è ampia: sollevandoci prendiamo la giusta distanza dalle cose, non solo da alcune di esse, ma via via da tutte.

Ognuna di esse è parte del paesaggio, ma nessuna prevale sulle altre oppure ostruisce il nostro campo visivo. Non siamo assorbiti dalle cose. Vediamo con apertura, e allo stesso tempo con profondità: possiamo sia spaziare che penetrare.

Spesso quando si parla di questi meccanismi di autopercezione profonda si usa indifferentemente il termine “consapevolezza” e “autoconoscenza” in realtà non sono la stessa cosa.

“Consapevolezza” è la  capacità di dirigere con intenzione l’attenzione verso ciò che avviene fuori e dentro di noi; “autoconoscenza” è la capacità di collegare correttamente i dati raccolti mediante la consapevolezza.

Perché tutto questo abbia luogo, due sono i requisiti fondamentali:

  • il ”distacco”, ossia, l’atto di percepire come se lo facesse un’altra persona, sviluppando l’Osservatore Interno e la
  • “sospensione del giudizio”, ovvero porsi con mente aperta libera da pregiudizi, condizionamenti e credenze che potrebbero distorcere la nostra prospettiva.

La consapevolezza, così, ci consente di accogliere e accettare spontaneamente senza conflitto ciò che il momento presente ci porta, e poi di lasciarlo andare, per  ritornare a noi stessi arricchiti da una più profonda comprensione.

Il movimento della consapevolezza è dunque un movimento di inclusione, niente viene escluso per reazione.

Tutto trova il suo posto nella consapevolezza, e questo ci rende liberi di scegliere ciò che è meglio per noi, non a scapito di qualcos’altro o di qualcun altro, ma perché di per sé è buono, ed è la nostra strada in quel momento.

L’inclusione è un Si incondizionato, che non è passività o rassegnazione, ma è la capacità di stare a contatto con la propria esperienza senza alterarla o volerla diversa da quella che è.

L’inclusione è ciò che comunemente chiamiamo «accettazione». Solo la consapevolezza può accettare, perché è aldilà di tutte le cose, e sa che non contrapponendovisi può fluire con quello che l’esistenza sta manifestando.

Passiamo ora alla parola “coscienza” usata anche questa spesso come sinonimo di “consapevolezza” …. “avere coscienza” = ”avere consapevolezza”.

Le varie branche del sapere umano hanno cercato di dare una definizione di cosa sia la coscienza, e spesso quello che è fanno è contrapporlo a ciò che non è.

Ad esempio, secondo le neuroscienze, lo stato cosciente è contrapposto con lo stato di coma, in cui la coscienza è in gran parte ridotta.

Nella psicologia si distingue ciò che è cosciente rispetto a ciò che è inconscio come qualcosa di accessibile all’elaborazione consapevole.

Nello studio della morale la coscienza è la capacità di distinguere il bene dal male, contrapposta alla mancanza di coscienza, ovvero all’ignoranza di ciò che è bene e ciò che è male.

Penso che dal punto di vista più pratico la coscienza sia quell’aspetto dell’esperienza umana che ci consente di essere qui, ora, presenti.

Se non si è coscienti non si è presenti, non si è qui, non si è ora.

Potremo tradurre tutto questo, in modo esperienziale, con “io sono”.

“Io sono” non è un’affermazione mentale, ma è una qualità della mia esperienza cosciente.

Ritorniamo alla parola “consapevolezza” che ora si può configurare, a livello soggettivo, come il prendere atto dell’essere coscienti.

La consapevolezza cioè è quell’aspetto dell’esperienza umana che ti consente di sapere di essere qui, ora, presente.

Non solo sei qui, ora, presente (coscienza), ma lo sai, ovvero ne sei consapevole.

Oltre che essere (coscienza), sai di essere (consapevolezza). Lo puoi quindi tradurre con: “io so di essere”.

Quel “io so” è l’elemento fondamentale che contraddistingue la consapevolezza dalla coscienza: il sapere di sapere dell’esistenza di qualcosa.

Puoi essere cosciente, in questo momento, di un’infinità di cose. Ma non tutte queste sono consapevoli. Quando diventano consapevoli, sai di conoscerle.

Puoi essere cosciente senza essere consapevole.

Questo accade quando sei nell’esperienza, senza alcuna consapevolezza di quello che stai facendo, senza alcuna intenzione, senza essere presente a te stesso.

Il contrario non può accadere: per essere consapevole devi essere cosciente.

Detto in un altro modo: non puoi essere consapevole se non tramite l’essere cosciente.

La consapevolezza aggiunge un colore diverso al tuo essere nella vita.

Tramite la consapevolezza puoi:

  • prendere posizione rispetto ad un’esperienza, cioè decidere cosa è giusto per te
  • assumere la responsabilità delle tue azioni
  • attingere alla completezza esistenziale, custodita nella pienezza della consapevolezza di sé.

Perché aumentare la consapevolezza? A cosa ci serve? La risposta sintetica è “a vivere meglio.”

E veniamo al Mandala ….

Perché considerarlo uno strumento di  consapevolezza?

Il Mandala che in sanscrito significa «cerchio» o «contenitore d’essenza» è una struttura rassicurante, il cui simbolismo è profondamente iscritto nel nostro essere.

Esprimersi entro lo spazio circolare permette di creare quella zona «sacra» e contenitiva dove poter depositare tutto ciò che ci crea mal-essere.

Nel cerchio l’uomo ritrova quelle forze che ha smarrito e che non ricorda di possedere.

La forma circolare è il simbolo dal quale tutto è nato e al quale tutto ritorna.

Il diagramma mandalico, contenitore della nostra Essenza più intima e profonda, diventa così l’agevolatore visivo della nostra consapevolezza che attraverso forme e colori diventa autoconoscenza manifesta di tutte quelle forze che ci abitano e che possiamo avvicinare proprio grazie al distanziamento insito nella pratica.

Il Mandala diventa quindi il Testimone del nostro essere al mondo in quella forma, proprio nel momento in cui la creiamo.

Diviene rappresentazione tangibile dei paesaggi che ci abitano, la cui geografia viene svelata dalle forme e dai colori che scaturiscono dalla libera emersione di quella parte piena di saggezza che vede oltre la superficie.

Rendendo visibile ciò che il più delle volte rimane nascosto, il Mandala ci accompagna nell’incontro con noi stessi e come in uno specchio la nostra immagine interna viene riflessa nel diagramma.

Il Mandala è il centro aggregatore del nostro universo psichico che, attraverso la danza ritmica delle sue forme, segna l’avvicinamento o l’allontanamento dalla nostra fonte primigenia: il Sé.

Il Sè:  il seme contenente tutte le nostre potenzialità, oppure citando Hillman, quella “ghianda che porta in sé la quercia”.

Il centro, come l’Io Sono; la crescita diventarne consapevoli (sapere di Essere), calandosi nel nostro Bindu, luogo dove tutto ha origine, centro del nostro microcosmo personale e del macrocosmo in cui siamo inseriti.

La crescita sarà dunque una discesa, calarsi nel nostro Bindu, luogo dove tutto ha origine, punto centrale del nostro microcosmo personale e del macrocosmo in cui siamo inseriti.

Lavorare con e attraverso il Mandala è una pratica estremamente seria che porta colui che la intraprende ad una integrazione armoniosa e consapevole delle proprie parti dove i “più” e i “meno” che ci compongono, causa di eterni conflitti e impasse evolutiva, trovano la loro ragione di esistere.

Il Mandala è soprattutto una esperienza interiore. Spiegarlo non basta, bisogna attraversarlo e farsi attraversare, lasciando che l’attenzione in ogni passaggio veicoli la consapevolezza del nostro cammino portandoci a quell’autoconoscenza che collega tutti i puntini mostrandoci il meraviglioso arazzo della nostra storia

Parlando di Mandala ….

MANDALA DI TARA

Mandala di Tara

“Che lo sguardo di infinita compassione di Tara possa poggiarsi su ogni essere,
Possa la luce essere in tutti noi”

 

In occasione dell’inizio del piccolo corso formativo che Ri-trovarsi propone in modalità FAD, “pillole mandaliche: primi passi nell’Universo Mandala”, vorrei spendere qualche parola su questo strumento sacro e millenario che negli ultimi anni ha incontrato l’interesse di molte persone, più, però ahimè, a fini commerciali che non nel suo significato e utilizzazione originari.

Se proviamo a cercare il termine “Mandala” digitando su google oppure ci mettiamo ad esplorare un vocabolario specialistico, noteremo quanto sia difficile trovare una breve e completa definizione del suo significato.

Nella maggior parte dei casi il Mandala viene descritto come un “cerchio”, un “diagramma simbolico”, “uno schema rituale geometrico” o ancora in modo più semplicistico “un cerchio contenente un quadrato con un simbolo centrale”.

Oltre a questo potremo anche trovare ulteriori presentazioni che descrivono i Mandala come “simboli degli elementi cosmici utilizzati per supporto alla meditazione”, “modelli per particolari visualizzazioni” o ancora “strumenti per la scoperta di se stessi e per la meditazione del trascendente”.

Tutte queste definizioni che ho elencato contengono sì una parte di verità ma non sono sufficientemente esatte.

In linea di massima un Mandala (Kyil-khor) è un diagramma simmetrico, organizzato intorno ad un centro, e generalmente diviso in quattro quadrati uguali, esso è costituito da centri concentrici (Khor) e quadrati che hanno lo stesso centro (Kyil); in effetti una grande quantità di tracciati mandalici sono anche aiuti per la meditazione, la visualizzazione e l’iniziazione.

Il termine Mandala viene dal sanscrito e in tibetano è tradotta con Kyil-khor e letteralmente è una rappresentazione simbolica della “Dimora celeste di una divinità meditativa.”

Una importante fonte tibetana, menziona 4 tipi di mandala:

I Mandala esterni

  • Composti con polvere colorata
  • Dipinti su stoffa (Thangka)

Poi i Mandala prodotti durante la meditazione e infine il corpo inteso come mandala.

Essi sono una manifestazione del Buddhismo Tantrico e rappresentano il processo secondo cui il cosmo si è formato dal suo centro; attraverso un articolato simbolismo consentono una sorta di viaggio iniziatico che permette di crescere interiormente.

Come ausilio visivo alla meditazione, il Mandala viene usato dal discepolo per visualizzare in modo simbolico i diversi piani della realtà e le loro reciproche relazioni durante la cerimonia di iniziazione.

Il fine ultimo di tale cerimonia è la discesa della forza divina nel neofita che così trasfigurato si può aprire all’auto-rivelazione della deità che alberga dentro di lui facendolo diventare non più spettatore, bensì attore dell’eterno e ciclico movimento di emanazione e riassorbimento, espansione e contrazione del cosmo.

Da questo si evince come la sacralità sia elemento imprescindibile del diagramma mandalico. Sacralità che si dispiega nel riflettere, attraverso le sue geometrie, la parte più intima e profonda di noi stessi ove regna la nostra deità.

Affascinato da questa tradizione antichissima fu anche Carl Jung, il grande analista svizzero, che, sull’argomento ha scritto 4 saggi dopo aver studiato i Mandala per oltre venti anni.

“Ogni mattina schizzavo in un taccuino un piccolo disegno circolare, un Mandala che sembrava corrispondere alla mia condizione intima di quel periodo[…] Con l’aiuto di questi disegni potevo di giorno in giorno osservare le mie trasformazioni psichiche. […] Solo un  po’ per volta scoprii che cos’è veramente il Mandala : formazione, trasformazione della mente eterna e questo è il Sè, la personalità nella sua interezza”. C.Jung

Secondo Jung durante i periodi di tensione psichica figure mandaliche possono apparire spontaneamente nei sogni per portare o indicare la possibilità di un ordine interiore.

Il simbolo del Mandala, quindi, per Jung, non è solo un’affascinante forma espressiva ma, agendo a ritroso, esercita anche un’azione su chi lo disegna perché in questo simbolo si nasconde un effetto contenitivo molto potente: l’immagine ha lo scopo di tracciare un “magico” solco intorno al centro, un recinto sacro della personalità più intima, un cerchio protettivo che evita la “dispersione” e tiene lontane le preoccupazioni provocate dall’esterno.

Ecco che il Mandala diventa così il “contenitore dell’essenza” più profonda di chi lo pratica che entro i suoi confini può depositare tutto ciò che crea mal-essere e disordine trasformandone il caos attorno ad un centro aggregatore e unificatore.

Ma c’è di più; oltre ad operare al fine di restaurare un ordinamento precedentemente in vigore, un mandala persegue anche la finalità creativa di dare espressione e forma a qualche cosa che tuttora non esiste, a qualcosa di nuovo e di unico.

La psicologia analitica junghiana considera il Mandala una forma archetipica dell’inconscio, presente in tutte le culture e nella psiche individuale, dove rappresenta l’immagine simbolica del raggiunto equilibrio con il Sé, in una globalità interiore armonica ed equilibrata.

Il Mandala non basta dunque guardarlo e non è sufficiente neppure capirlo. Per essere “compreso”, deve essere praticato. Bisogna attraversarlo e lasciarsi attraversare.

E’ visibile ma rimanda all’invisibile, intessendo un’infinita rete di collegamenti e relazioni tra il manifesto e l’immanifesto, il conscio e l’inconscio, il particolare e l’universale.

Il Mandala è costruzione sintetica e dinamica volta a realizzare la convergenza dei piani dell’essere: dimensione cosmica, umana e divina trovano in esso la loro ricomposizione.

Poiché è l’integrazione dell’uomo nell’universo e dell’universo nell’uomo, psicogramma e cosmogramma che meravigliosamente si uniscono senza confondersi bensì mantenendo la loro unicità in un tutt’uno Indiviso.

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Crediti immagine: http://www.suryayoga.it/it/creazione-mandala-tara-prato.html

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