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Occupare il tempo con la sofferenza

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In qualche caso noi facciamo una vera e propria azione di ammutinamento del benessere. Così molte persone giocano a farsi male con la vita attuale fino a quando non si rendono conto che i danni sono ingenti, purtroppo in alcuni casi è necessario farsi male molte volte prima di capire.

In alcuni casi il sistema delle difese organiche, bombardato strategicamente dagli auto boicottaggi, non resiste e le persone si ammalo gravemente. E poi va detto e tenuto in conto da tutti coloro che si occupano di “aiuto”, alcune persone non ce la fanno. Non riescono a prendersi la responsabilità di cambiare la loro vita, di aggiornarla, di renderla attuale, di interrompere la coazione a ripetere instauratasi nell’infanzia.

In questi casi vediamo persone oscillare fra onnipotenza e vittimismo e quando entrano nello stato di coscienza della “sopravvivenza” arrancano paurosamente e cercano di arrabattarsi in qualsiasi modo, mettendo una toppa di qua e poi una di là per tappare le falle che si aprono. Sono persone che non riescono a darsi quel rispetto che consentirebbe loro di avviarsi verso quella trasformazione necessaria per “diventare quello che si è”.

Ne ho avute di persone simili tra i miei clienti. Per me è un grande dolore vederle arrivare a far risplendere la propria luce e poi tornare giù e vederle scomparire di nuovo tra le onde. Il mio senso di perfezionismo  una volta non accettava tutto questo, percepivo come sconfitta personale chi decideva di abbandonare il percorso. Oggi ho imparato ad accettare che non tutti vogliono veramente “salvarsi”.

Ho imparato, sulla mia pelle, che bisogna lavorare veramente duro con se stessi. E’ un impegno, un vero e proprio lavoro, ma chi l’ha detto che la vita è una passeggiata?

Eppure basterebbe veramente poco, prendersi veramente cura di sé, tirare fuori le emozioni, rassicurarsi con l’amore verso se stessi e ritrovare la fiducia … ma quanto lavoro c’è dietro la realizzazione di cose così semplici …

Molti invece preferiscono occupare il tempo con la sofferenza, una qualunque, anche la più stupida, pur di non affrontare il dolore, l’abbattimento della cui parete porta al piacere, sì perché solo una parete divisoria separa queste due emozioni tanto profonde quanto confinanti.

Quello che accade è come una disconnessione; l’anima rimane indietro rispetto al pensiero che va troppo veloce.

Se i genitori comprendessero quanto sono importanti per i figli, molti problemi fra genitori e figli non esisterebbero. Invece spesso i genitori di fronte all’imponenza di questo grande affetto regrediscono ad una posizione infantile, così non si sentono né visti, né amati dai figli e reagiscono con misure puerili e sproporzionate nei loro confronti.

Io credo che il nostro nemico più grande sia questo considerarci al di fuori del mondo. Il non considerarci per chi siamo veramente e obiettivamente così come gli altri riescono a riconoscerci e amarci. Questa consapevolezza darebbe al bambino dentro di noi la speranza che spesso rifiuta mettendo sempre dei dubbi, ma non c’è dubbio sul nostro Sé.

Il nostro Sé può essere maltrattato, violato, manipolato ma non muore mai. Il Sé altro non è che quel bambino che aspetta che qualcuno venga a prenderlo, quel bambino che non sa tornare a casa da solo. Ma quel “qualcuno” oggi siamo noi, è l’adulto che c’è in noi, di lui il bambino si fida, perché ha lo stesso odore, lo stesso fiuto, lo stesso cuore che batte forte. Il punto è sentire questa integrazione fra i due livelli di noi stessi: l’adulto e il bambino.

Il cambiamento comporta un cambio di energie. L’energia che fino a quel momento era servita a mantenere il sintomo, questa volta viene impiegata per sostenere il cambiamento. Il primo segnale viene dato da un senso di disorientamento: quando una persona arriva ad un certo grado di benessere, dopo aver convissuto per molto tempo con la sofferenza, incomincia a sentire un certo grado di estraneità con il piacere e dice: “Adesso sto bene e che faccio?”.

Ma perché una volta raggiunta la consapevolezza dei meccanismi distorti non si riesce a cambiare atteggiamento e si tende inconsciamente a ripetere la coazione? C’è evidentemente un vuoto da colmare e spesso la persona decide di occupare il tempo con la sofferenza. Alcuni sostengono che è per non sentire la paura di vivere, altri per non sentire la paura di morire; in senso generale è lo stesso vuoto che tiene lontane le persone da un percorso di crescita o cambiamento. Sì, perché essenzialmente la paura di vivere è la paura di cambiare il proprio stato, le proprie vere o false sicurezze, lasciare qualcosa di certo, il nostro star male, per qualcosa di incerto: starò mai bene?

Voglio terminare questa riflessione con un brano tratto da “la migliore salute possibile” di Andrew Weil che mette il focus sull’importanza della motivazione come fattore indispensabile a contrastare l’inerzia iniziale ad ogni cambiamento. Il primo passo??? Avere l’umiltà di chiedere aiuto ……

“L’inerzia è la resistenza al movimento, all’azione o al cambiamento. Proprio come i corpi fisici fermi tendono a rimanere fermi, mentre quelli in movimento tendono a continuare a muoversi in linea retta finchè non subentri una forza esterna, anche il corpo umano è resistente al cambiamento. Se avete provato a lavorare una massa di argilla fredda o di pasta di pane, sapete quanta perseveranza e quanti sforzi sono necessari per renderle morbide e malleabili. In questi casi la forza esterna viene dalle mani esperte a lavorare l’argilla o la pasta che superano la naturale inerzia. Molte persone vogliono cambiare la propria vita ma non riescono a immaginare di poterlo fare senza un aiuto esterno: Ritengo che se mani esperte potessero esercitare su di loro la forza necessaria per avviare il procedimento,potrebbero farcela, e intanto restano legate alle proprie abitudini. La risposta a questo problema diffuso sta nella motivazione. Il termine stesso deriva dal verbo latino che significa “muovere” ….”

Sull’autoboicottamento ….

autosabotatore

Diventare maggiormente consapevoli del terrorismo relazionale che possiamo esercitare su noi stessi significa cercare di capire meglio tutto il male che rischiamo di farci con sincerità accecante.

Fin dagli albori dell’umanità, l’uomo è sempre stato un temibile predatore, sia per gli altri sia per se stesso. Ad essere forse diversi sono i metodi di questa predazione. Sono diventati più precisi, più sofisticati, più efficienti, soprattutto nei confronti della violenza e del male che possiamo infliggere a noi stessi o agli altri.

Per alcuni arrischiarsi ad essere felici pare costruire un’incongruenza oppure una calamità. Si adopereranno dunque a maltrattare se stessi con un bel po’ di costanza. Per un auto predatore, infatti, fare del male a se stesso, alimentare in un modo o nell’altro le proprie sofferenze, graffiare le proprie ferite, nutrire le proprie delusioni e cogliere al volo un determinato evento o pretesto per sminuire se stesso rappresenta talvolta un’attività a tempo pieno.

“Comunque sia, so che quello che faccio non servirà a niente e quindi non intendo darmi da fare per riuscire. So già che il mio lavoro è inutile….” Esiste il male che ci facciamo a causa delle scelte di vita, delle decisioni, delle azioni compiute che si rivelano catastrofiche; esiste anche il male che alimentiamo coltivando pensieri tossici e rimuginando su insoddisfazioni , risentimento o rancore.

Si tratta di “produzioni proprie” coltivate con molta cura, creatività, tenacia. Esiste altresì, di conseguenza, il male che facciamo a coloro che amiamo, che ci amano e che ci sono vicino nel momento in cui scoprono la loro impotenza di fronte all’incredibile energia che impieghiamo per alimentare la nostra scontentezza, mantenere in vita la nostra angoscia o crogiolarci nel nostro malessere.

Vivere con un inveterato auto distruttore o essergli costantemente vicino risulta sempre assai pesante per gli altri, che si sfiancano a prestare vari tipi di aiuto, rassicurazione e saggi consigli, invariabilmente uno meno dissuasivo dell’altro.

Bene o male facciamo tutti ricorsi all’autosabotaggio, possediamo addirittura degli auto sabotatori preferiti che sono all’opera fin dall’infanzia. Per alcuni questi auto sabotatori risalgono così indietro nel tempo che vengono confusi con le proprie origini e considerati parti di se stessi, come se fossero codificati nei geni, insiti nel carattere o nella personalità.

“Io comunque sono sempre stata così. Fin da piccola tutto mi scivolava dalle dita. Credevano che fossi maldestra, ma non è vero, occorre una certa abilità per incrinare un piatto o un piattino senza romperli! Io ho il terrore di tenere qualcosa in mano per più di tre minuti. Ad ogni modo, occorre rinnovare le stoviglie, vero???”.

Gli auto sabotatori che potremmo anche chiamare “guastafeste della vita” oppure nemici interiori” sembrano funzionare in maniera indipendente dalla nostra volontà, paiono addirittura dotati di una perseveranza e tenacia eccezionale. Sono loro che inquinano la nostra esistenza e ci trascinano verso direzioni e decisioni per nulla corrispondenti ai nostri desideri o scelte di vita.

Questi atteggiamenti,comportamenti, pensieri affiorano nei momenti più imprevedibili, dopodiché si ancorano e sembrano inamovibili. Tutto ha inizio con delle idee che “spuntano” nel momento peggiore, offuscando la nostra lucidità, sviando la nostra volontà , agendo in maniera del tutto indipendente, facendoci nel contempo credere che siamo stati noi a scegliere.

Questi auto sabotatori si impongono, prendono possesso della nostra mente, mascherano le nostre decisioni, si infiltrano nelle nostre parole e azioni invadendo il nostro presente.

L’autosabotatore, ben insediato in noi da anni, ha vari volti. Può presentarsi con la voce del buon senso e della ragione oppure, al contrario, con la voce angosciata o seducente di un neonato, di un bambino in ansia, di un adulto fragile, smarrito, che ha bisogno di essere rassicurato e tranquillizzato, di un adolescente ribelle che cerca di affermarsi o di un esperto la cui esperienza non si può mettere in dubbio.

Altre volte l’autosabotatore può comparire accompagnato dall’immagine di un genitore colpevolizzante o critico, che dispensa ordini: “Devi … non puoi fare … devi sentirti in dovere … non puoi assolutamente sottrarti …” La gamma delle ingiunzioni che ci spingono a fare quello che non vogliamo è assai varia e persuasiva.

L’autosabotatore gioca principalmente con i dubbi, le paure e il senso di colpa, ma anche con l’immagine di sé. In questo senso, è in grado di alimentare una “bella immagine” che abbiamo bisogno di conservare dentro di noi, per noi stessi o per gli altri. E’ l’immagine del buon padre, della buona madre, del buon impiegato, del buon figlio o della figlia perfetta che abbiamo interiorizzato e che per anni continuiamo a nutrire e a coltivare.

Si tratta di immagini in genere alimentate da paure immaginarie, poco reali così come lo è la maggior parte delle paure. Paura di dire, di non dire, di fare, di non fare e soprattutto di essere visti “come non vorremmo” o eticchettati in maniera peggiorativa.

Per la maggior parte dei auto sabotatori l’origine risiede nella precoce sedimentazione, dentro di noi, di certe mancanze. Mancanza d’amore, mancanza di fiducia, mancanza di speranza, mancanza di prospettive positive, mancanza di punti di riferimento visibili, concreti e di confini sicuri.

Rimanere aggrappati ad una situazione di mancanza e farne una fissazione suscita in genere frustrazioni e angoscia, rivendicazioni e collera, violenza verso gli altri e verso se stessi. Ecco perché  ogniqualvolta riusciamo a riconoscere il bisogno che si cela dietro la mancanza, gli auto sabotatori diminuiscono e magari spariscono.

Quello che pertanto è necessario effettuare è un lavoro di risistemazione degli eventi che hanno strutturato la nostra vita, un lavoro che ci permetterà di capire meglio tutto quello che abbiamo alimentato in noi di negativo e, nello stesso tempo, lasciarlo andare.

Affinchè questo non rimanga solo un pio desiderio, dobbiamo individuare i nostri auto sabotatori, facendolo ci sentiremo più dinamici e , cosa importantissima, svilupperemo un maggior rispetto verso noi stessi ….

E allora al lavoro ….. quali sono i tuoi autosabotatori ????

Continua a seguirmi se ti va di saperne di più ….

Alibi … scuse … e lamentele …

LAMENTELE

Partiamo da questa frase di Stephen Covey, stimata autorità nel campo della leadership esperto della famiglia, insegnante e consulente aziendale “se pensate che il problema sia all’esterno, è quello stesso pensiero il problema!”

Questo è “il” problema. Tante persone cercano scuse per non fare ciò che desiderano fare perché costa fatica. Preferiscono fermarsi ai problemi e incolpare elementi esterni (persone, cose e situazioni) piuttosto che iniziare a cercare soluzioni.

Tutti noi abbiamo desideri, obiettivi, aspettative in merito alla nostra vita, al nostro presente e al nostro futuro. Alcuni di noi trovano forza in tutto questo e lo utilizzano come un motore, come la freccia che viene scagliata dall’arco solo dopo essersi caricata della forza dell’arciere.

Altri, pur sapendo nel profondo cosa desiderano e quali risultati vorrebbero ottenere, fanno finta di non vedere, di non ascoltare la vocina interiore che li sprona ad andare in quella precisa direzione. Ti sei mai chiesto il perché?

Per quale motivo molte persone si nascondono dietro gigantesche scuse, illudendosi di non essere viste?

Paura di non riuscire, paura della fatica, incapacità di perseverare e andare fino in fondo. Questi alcuni dei motivi che impediscono all’essere umano di costruire la propria felicità. Gli uomini sono travolti dagli eventi esterni solo fino a che credono di essere una foglia al vento in una giornata autunnale di vento forte. Sballottati da una parte all’altra, senza poter decidere dove andare, spinti, guidati, travolti dalla tramontana: questo siamo noi finchè deleghiamo al mondo esterno problemi, risultati, stati emotivi e sconfitte.

Le circostanze, le condizioni esterne, le persone, la società, i colleghi, i clienti, sono solo degli attori, rappresentano la scenografia all’interno della quale si snoda la vicenda della nostra vita. Ma la regia, che dirige i lavori e stabilisce chi fa cosa, i tempi, le modalità di recitazione spetta ad ognuno di noi. O meglio: a coloro che hanno deciso di prendersi questa responsabilità.

Se vuoi fare qualcosa, trovi un modo. Se non vuoi fare qualcosa, trovi una scusa!!!!

Ecco una serie di domande e affermazioni usate spesso da chi vive nella deresponsabilizzazione, intesa come mancanza di iniziativa nel risolvere problemi e ottenere i risultati sperati:

=> Perché devo sempre fare tutto io?

=> Perché il mio capo non mi valorizza?

=> Perché proprio io?

=> Perché non mi prendono sul serio?

=> Perché non mi dedicate più tempo?

=> Quando imparerete ad ascoltarmi?

=> Lei/lui non mi capisce.

=> Io sono fatta così …

=> E io cosa posso fare se …

E queste sono solo alcune delle domande o affermazioni che ogni giorno ascoltiamo e pronunciamo. Quando non riusciamo nel nostro intento, quando ci sono dei problemi, difficoltà, circostanze impegnative, tendiamo a non essere più noi i responsabili e accusiamo il mondo esterno di quanto ci succede.

Lamentele, scuse, giustificazioni condiscono la nostra esistenza, rendendo gli altri, il fato, Dio, la società, il lavoro, la crisi le cause dei nostri problemi e più raramente anche degli eventi positivi. Insita nell’essere umano c’è questa tendenza sacrosanta a delegare a tutto e tutti la responsabilità di quanto si vive. E’ innegabile che siamo tutti inseriti in un ambiente caratterizzato da persone ed eventi che ci sfiorano e ci attraversano lasciando cicatrici. E’ da approfondire però il peso della capacità di scegliere e la possibilità che permette di imprimere una direzione, quella che preferiamo, all’imbarcazione che stiamo guidando.

Tempeste, forti venti, correnti, nebbia, sole, guasti al motore, secche: la vita è piena di imprevisti ed eventi da gestire per ognuno di noi.

A chi tocca agire? Molti si crogiolano nel vittimismo e nell’attribuire la colpa a qualcuno o qualcosa: e la libertà che ci spetta di diritto? Siamo influenzati o completamente determinati dall’ambiente? Siamo essere umani che si autodeterminano o siamo robot più simili agli animali che reagiscono agli stimoli esterni senza poter scegliere cosa fare?

E’ facile e comodo fermarsi al problema: lamentarsi è quasi gratificante, un’ottima valvola di sfogo. E poi? I problemi restano: il traffico, il prodotto che non vende, il partner egoista, i genitori oppressivi, il brutto carattere di qualcuno, le esperienze negative passate: tutto ciò non fa che alimentare una cultura della colpa. Più vittime, pedine, comparse prese e spostate nel grande film della vita invece che registi di se stessi.

Proviamo a pensare cosa succederebbe se fossimo noi i primi a sorridere al cliente “insopportabile” così da contribuire ad un rapporto più empatico? E se chi è un po’ insicura iniziasse a guardarsi allo specchio con amore invece che aspettare flebo di affetto da parte degli altri? E se per ogni maledetto problema che la vita ci fa incontrare, fossimo in grado di pensare in termini di soluzioni invece che di lamentele o di scuse, di quanto crescerebbe la qualità della nostra vita ????

“ Nell’universo c’è un unico angolo che possiamo essere certi di migliorare e quell’angolo siamo noi …” Aldous Huxley

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