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Dall’”odio” all’amore per se stessi ….

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“Non c’è arma più potente di questa per la realizzazione della verità: accettare se stessi….” Swami Prajnanpad

Ho dedicato tanti post all’amore per se stessi, al ripartire da noi per poi andare verso l’altro, liberandoci di tutte quelle proiezioni che diventano schermi dietro i quali nasconderci . Volersi bene nonostante tutto. Come fare praticamente ???? … Provate a seguirmi passo per passo …

In fin dei conti non possiamo sperare di scioglierci dalla stretta del risentimento a meno di non abbandonare il risentimento più distruttivo di tutti, quello che abbiamo verso noi stesse. Il risentimento è sempre un’arma a doppio taglio: ogni rancore provato verso il “cattivo altro” perché non mi ha trattato nella giusta maniera o amato nel modo giusto è accompagnato da un risentimento nei confronti di me stessa per non essere stata all’altezza o meritevole di quell’amore. Il “cattivo altro” e il “cattivo sé” sono due facce della stessa medaglia.

Certamente non ci sarebbe odio per gli altri senza odio per se stessi. Se davvero ci sentissimo bene con noi stesse, non ci interesserebbe perdere preziosa energia vitale provando rancore o attaccando qualcuno. L’urgenza di biasimare gli altri sorge solo dall’aver un sentimento negativo verso noi stesse, il che in origine si è sviluppato dal non sentirsi veramente tenute nella giusta considerazione dalle altre persone.

L’odio verso noi stesse può sembrare ad alcuni una parola troppo forte. “Ho una piccola mancanza di fiducia in me stessa, ma non mi odio”, potreste dire. Tuttavia, se in qualche modo ci mettiamo in dubbio, ci giudichiamo o ci critichiamo, questo sta ad indicare un disgusto o un’avversione verso noi stesse per come siamo.

Sfortunatamente la difficoltà che abbiamo ad amarci e ad accettarci influisce su di noi ancora più profondamente della mancanza di amore di chiunque altro.

Detto ciò non è difficile vedere da dove prende origine il sentimento del “cattivo sé”: dal non corrispondere alle aspettative delle altre persone. Forse eravamo bambine timide e tranquille ma i nostri genitori ci volevano più estroverse. Forse i nostri insegnanti si aspettavano un’eccellenza verbale mentre a noi piaceva di più l’arte, la musica o la danza. O forse la nostra esuberanza fisica spaventava i ragazzi che cercavano qualcuno che non li minacciasse.

Tuttavia il “cattivo sé” è solo un pensiero della nostra mente, niente di più e si sviluppa con il prendersela personalmente quando gli altri non ci considerano o non ci apprezzano.

“Che cosa c’è che non va in me per cui nessuno vede o considera chi sono davvero?” L’origine di questo copione che mi vede sicuramente mancante di qualcosa ha origine nel “lì e allora”: “perché i miei genitori sono così arrabbiati o poco attenti nei miei confronti? Il motivo deve essere che c’è in me qualcosa che non va”. Questo è l’unico modo in cui un bambino può capire il disinteresse di un adulto. Di conseguenza finiamo per disprezzare chi siamo: “se soltanto fossi diversa potrei essere amata e tutto andrebbe a posto”.

In questo modo la vergogna, cioè il sentimento che il nostro io non va bene, si installa nel corpo e nella mente. La vergogna è senza dubbio il sentimento più doloroso, perché nega la verità vitale , che  la nostra natura è intrinsecamente unica e “bella”  così come è.

Facendoci dubitare della nostra “bontà” fondamentale la vergogna è paralizzante, ci fa congelare e chiudere e dal momento che il sentimento del “cattivo sé” è così doloroso, facciamo del nostro meglio per allontanarlo. Così esso cade nell’inconscio, condizionandoci in forme automatiche su cui abbiamo scarso controllo.

Uno dei modi in cui il “cattivo sé” torna indietro a tormentarci è in quella corrente di rimuginazioni negative , ossia la “critica interna”. Tale critica è la voce che ci dice che nulla di quello che facciamo è adeguato. Sta sotto la soglia della coscienza aspettando la minima giustificazione per venire fuori e partire all’attacco.

Se potessimo dare un’occhiata alla mente della maggior parte delle persone troveremmo che i più rimuginano intorno alla stessa preoccupazione: “Vado bene o no?”. Ecco quello che alimenta la fissazione del “mi ama, non mi ama”. Se mi ama, allora forse dopotutto sono una persona di valore, di successo, attraente, piacevole, forte, e posso stare bene con me stessa. Se non mi ama, allora vengo gettata nell’inferno di vedermi come il “cattivo sé”, inadeguata, non attraente, indegna di amore. Quindi mi odio e mi rifiuto.

Così nel fondo della mente si svolge un processo interiore dove noi schieriamo prove per una parte o per l’altra: “la gente oggi ha reagito bene nei miei confronti, quindi sto bene con me stessa”; “la gente oggi non ha reagito bene nei miei confronti, quindi forse dopotutto non vado bene”.

Perché permettiamo alla critica di continuare a vivere dentro di noi con tutte le sue dolorose conseguenze? Nella misura in cui non sappiamo che siamo intrinsecamente degni d’amore non crediamo che l’amore non verrà mai a noi per conto suo; crediamo invece di dover fare qualcosa per renderci accettabili. Così per istigare noi stesse a mettercela tutta ad andare bene, per costringerci a modellarci in una forma, assoldiamo una critica interna per tenere la contabilità di come andiamo. Se possiamo dimostrare di essere meritevoli, forse allora saremo amate.

Purtroppo questo processo interno non ha fine e non porta risultati. Cercare di andare bene non potrà mai portare ad essere sicure del nostro profondo valore perché questo stesso sforzo presuppone il fatto che non andiamo abbastanza bene e quindi rafforza l’odio verso noi stesse.

Non amare noi stesse rende difficile far sì che gli altri ci amino veramente. Questo frustra chi ci sta accanto, facendo sì che si ritragga e se ne vada. Noi di conseguenza usiamo la cosa come ulteriore prova che in noi c’è qualcosa che non va. In tal modo la storia del “cattivo sé” diventa una profezia che si auto avvera.

Esattamente come era frustrante dover essere una brava bambina (o un bravo bambino) per riuscire a venire accettati dai nostri genitori, e quindi non sentirci mai amati per quello che eravamo, così è frustrante provare a conquistare un’approvazione della critica dimostrando che ne siamo degni. L’autoaccettazione che può curare l’odio verso se stessi e il sentimento di vergogna non arriverà mai tramite la conquista di un verdetto favorevole nel processo interiore. Esso può emergere soltanto riconoscendo e apprezzando l’essere che siamo effettivamente, dove conosciamo noi stesse come qualcosa di molto più grande e reale di ogni nozione che abbiamo riguardo al buon sé o al cattivo sé …..

Il dialogo interno (parte 2)

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“Stai attento a come parli con te stesso perchè ti stai ascoltando” L.M.Hayes

Riprendiamo il discorso del post precedente ritornando all’esempio del vino rovesciato sulla tovaglia pulita. Dico a me stessa, per abitudine acquisita negli anni “ecco sono sempre la solita maldestra. Non cambierò mai”.

Proviamo ad analizzare quello che mi sono appena detta. Si tratta di una critica distruttiva, probabilmente eco delle critiche ricevute in passato, magari da mia madre, che si era stancata di lavare continuamente le cose che sporcavo. Quale è la convinzione che si nasconde dietro questa mia affermazione? Probabilmente il giudizio severo nei confronti dei miei comportamenti nasce da un’aspettativa di perfezione che in sé non ha nulla di realistico.

Per modificare la mia critica posso pormi una domanda utile allo scopo, per esempio potrei domandarmi se, davvero, ogni volta che prendo in mano un bicchiere di vino, lo rovescio sulla tovaglia. Così facendo, posso trasformare la convinzione di partenza “Ecco, sono sempre la solita maldestra. Non cambierò mai!” in una affermazione più costruttiva, “in alcuni casi mi capita di comportarmi in modo maldestro, ma posso migliorare”.

Un atteggiamento positivo ha effetti benefici perfino sul nostro stato di salute. Esiste una relazione profonda tra dialogo interno e la nostra stessa fisiologia. Un esempio: provate a ripetere più volte le parole “ti odio, ti odio, ti odio ..”. Osservate gli effetti che questa ripetizione produce sul vostro organismo: i denti si stringono, la mascella tende a serrarsi, i muscoli nella parte superiore del corpo si contraggono, il respiro accelera come pure il battito cardiaco.

Viceversa, ora provate a ripetere più volte la parola “ ti amo, ti amo, ti amo ….” E osservate l’effetto che questa frase produce su di voi. Probabilmente si aprirà un sorriso sul vostro volto, i muscoli si rilasseranno, il respiro si tranquillizzerà, il battito cardiaco tenderà a rallentare.

Si tratta di un esperimento e può darsi che le differenze tra i due stati siano lievi. Pensate però di amplificare la situazione e considerate quali meccanismi siete in grado di innescare, semplicemente cambiando il vostro dialogo interno.

Avete mai osservato l’espressione delle persone che hanno un atteggiamento negativo nei confronti della vita? Tipicamente, hanno gli angoli della bocca che tendono verso il basso, le sopracciglia sollevate verso l’alto, raramente sorridono e ,se lo fanno, è più per sarcasmi che per divertimento.

Se pensate troppo spesso a qualcosa di sgradevole, finirete per avvertire un senso di nausea, male allo stomaco, potreste perfino avere delle aritmie, o un innalzamento della pressione, o un senso di affaticamento. Ormai è assodato come il nostro stato d’animo sia in grado di influenzare le condizioni di salute, sia nel bene sia nel male. Sappiamo anche che le emozioni represse finiscono per somatizzare, trasformandosi a volte in vere e proprie patologie.

Saper usare il dialogo interno significa saper entrare in buona relazione con se stessi. Se vogliamo imparare a trasformare il continuo chiacchiericcio in uno strumento costruttivo per la nostra salute, è importante che impariamo ad ascoltarci e a non giudicarci troppo severamente.

Un suggerimento?? Iniziare a formulare domande capaci di mettere in dubbio le convinzioni limitanti, per poi proseguire con l’introduzione di concetti nuovi che portano al cambiamento.

Ecco, di seguito, alcune domande che potremmo rivolgere a noi stessi dopo aver ascoltato la “vocina interiore”:

  • Il dialogo contiene una critica o un incoraggiamento?
  • La critica è costruttiva o distruttiva?
  • Se la critica è costruttiva come potrebbe essere trasformata in modo da diventare costruttiva?
  • Come potrei ammorbidire il giudizio su me stessa?
  • Su quali convinzioni si basano le frasi del mio dialogo interno?
  • Queste convinzioni sono sempre valide o potrebbero essere espresse in modo meno rigido?

Abbiamo visto che non possiamo fare a meno di parlare con noi stessi, ma non è detto che il dialogo interno rifletta le nostre effettive convinzioni. Prima di tutto, il dialogo interno non è la realtà. E’ parte di me, ma non è me. Potrebbe essere semplicemente, come ho detto nel post precedente, il ricordo di programmi educativi. Non ha senso perciò domandarci se ciò che stiamo dicendo sia giusto o sbagliato, in quanto il dialogo interno no ha a che fare con la realtà oggettiva, ma è strettamente legato alla nostra soggettiva percezione del mondo.

Ha senso piuttosto chiederci se sia d’aiuto o di ostacolo al raggiungimento dei nostri obiettivi, una volta che questi siano stati chiaramente definiti.

Ogni volta che ci rendiamo conto di avere una convinzione limitante e di volerla abbandonare, perché non utile ai nostri scopi, è importante riconoscerne l’intenzione positiva. Così facendo, eviteremo di dare giudizi severi nei confronti di noi stessi e potremo intraprendere efficacemente il processo di cambiamento.

Per trasformare una convinzione, è necessario aprirsi al dubbio. Per questo le domande utili che possiamo rivolgere a noi stessi cominciano con: “e se? … è sempre vero che? ..”. Mettendo in dubbio le vecchie convinzioni, creo spazio per qualcosa di diverso, di più utile alla mia situazione attuale.

Un buon dialogo interno, per essere davvero efficace, deve essere orientato all’obiettivo, ragionando in termini di utilità. Le domande che poniamo a noi stessi sono potenti, così come il linguaggio che usiamo per formularle, perché veicolano la nostra attenzione e creano immagini, progettando il nostro futuro.

E’ meglio chiedersi “che cosa posso fare per risolvere il problema?” piuttosto che “perché non l’ho fatto prima?”. Spesso, infatti, interrogarsi sul “perché” focalizza sul passato piuttosto che sul futuro: rischiamo così di appiattirci nel rimpianto, orientandoci verso il passato piuttosto che prepararci a quello che possiamo concretamente fare ora ….

Gestire gli errori

ERRORI

Vignetta di Massimo Cavezzali ( Cavez)

“Il più grande sbaglio nella vita è quello di avere sempre paura di sbagliare.” Elbert Hubbard

Una delle principali caratteristiche delle persone con poca autostima è la difficoltà di ammettere di avere sbagliato. Infatti riconoscere gli errori sarebbe un ulteriore conferma della propria inadeguatezza e mancanza di valore avendo come modello un ideale irraggiungibile di perfezione.

Questo pensiero trova le sue radici nell’infanzia quando si viene rimproverati e corretti se il nostro comportamento non è conforme alle aspettative di genitori, educatori o altre persone per noi significative. Queste correzioni, purtroppo troppo spesso, non sono circoscritte alla nostra condotta ritenuta “sbagliata” ma vengono accompagnate dal messaggio “tu sei sbagliato”, creando le basi per una considerazione negativa di sé.

Questi rimproveri genitoriali nel momento in cui vengono interiorizzati alimentano il nostro Critico Interiore che perpetua il rimprovero nel momento in cui commettiamo un errore o quando il nostro comportamento non corrisponde agli standard stabiliti.

L’autostima non ha nulla a che vedere con la perfezione e non significa evitare gli errori: vuol dire, invece, accettarsi incondizionatamente con difetti ed errori, con ciò che ci piace e ciò che non ci piace.

Imparare a ridimensionare i nostri sbagli interpretandoli in maniera nuova e diversa limita la loro minacciosità e ce li fa considerare come eventi naturali, addirittura validi per la propria vita.

Questa diversa prospettiva ci permette di apprendere dagli errori e di andare oltre. D’altra parte gli errori sono una funzione della crescita e della consapevolezza, in quanto requisito indispensabile per qualsiasi processo di apprendimento: è difficile imparare qualcosa senza commettere alcuno sbaglio.

Ogni errore ci indica che cosa bisogna correggere e ci porta sempre più vicino al comportamento più efficace.

Chi non rischia per paura di fallire ha poche opportunità di imparare cose nuove e crescere: gli errori non sono degli strumenti di valutazione della nostra intelligenza o del nostro valore, sono semplicemente dei passi verso un obiettivo.

Inoltre gli errori sono un requisito fondamentale per la spontaneità: la paura di commetterne inibisce la libera espressione di sé.

Se non ci diamo il permesso di sbagliare, non ci sentiremo mai sicuri e liberi di esprimere nemmeno le cose giuste. La paura di sbagliare porta all’isolamento ed impedisce la spontaneità, perché costringe a vigilare costantemente sulle proprie azioni e rende timorosi e ciechi di fronte ad ogni opportunità che offre la vita.

Quando prendiamo una decisione, in genere scegliamo l’azione che ci sembra poter soddisfare maggiormente i bisogni che premono al momento. Questa capacità di scelta dipende in gran parte dalla consapevolezza con cui si percepiscono e si comprendono tutti i fattori riferiti al bisogno che si vuole soddisfare. “Errore” è una definizione che applichiamo al nostro comportamento in un secondo tempo, quando la nostra consapevolezza è cambiata e siamo di fronte alle conseguenze della nostra azione per cui avremmo voluto agire diversamente.

La definizione di azione “giusta” o “sbagliata” , “buona” o “cattiva” ci spinge a punirci inutilmente.

Valutazioni più ragionevoli come “saggio”, “efficace”, “inefficace”, oltre a non colpevolizzarci tengono conto del fatto che le nostre azioni possono essere influenzate da una scarsa consapevolezza.

E’ importante, quindi, essere consapevole dei nostri bisogni e di come cerchiamo di soddisfarli per poter riconoscere le nostre azioni inefficaci in modo da poter compiere scelte adeguate e funzionali all’obiettivo che vogliamo raggiungere.

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