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Sottomissione e dipendenza

indipendenza

Comunque sia stata la tua infanzia, qualunque siano la tua storia e le tue capacità, se lavori in una società molto gerarchizzata, che funziona sull’attribuzione di un giudizio di rendimenti sui dipendenti, con un capo molto presente, avrai certamente meno fiducia in te che se avessi la fortuna di lavorare in un’impresa a carattere cooperativo, attenta ai problemi dei dipendenti.

Quando vediamo riconosciuti i nostri meriti, ci sentiamo ascoltati e valorizzati, la nostra autostima tende ad aumentare. Se invece dobbiamo soltanto ubbidire agli ordini, conformandoci alle direttive, se ci sentiamo repressi, se gli obiettivi del nostro lavoro sono decisi da altri, la nostra autostima si sgretola rapidamente. Ma tutto questo non avviene a caso: infatti è proprio con questa strategia che i capi mantengono la loro autorità.

La mancanza di autostima è proporzionale all’assenza di potere sulla propria persona.

Lavorare in un’impresa che umilia i dipendenti, vivere accanto ad un marito che ti disprezza, oppure accanto a genitori che ti offendono e ti minacciano, distrugge l’autostima anche se una persona è solida ed equilibrata. In questi casi è necessario fare appello a tutta la propria forza d’animo e uscire prima possibile da quella situazione.

Spesso vengono da me persone che mi chiedono di aiutarle a trovare la forza di sopravvivere in una condizione familiare o lavorativa insopportabile. Non vorrebbero andarsene, anche se si sentono oppressi e ne soffrono, perchè sono convinti che la responsabilità sia la loro. È un pò come camminare con scarpe troppo strette. A un certo punto dobbiamo assolutamente dirci: ” mi sono sbagliata, queste scarpe che ho comprato non sono della mia misura, me le tolgo e ne indosso altre”, decisamente meglio che tentare ogni tipo di pomata o di calmare per soffrire meno.

La mancanza di autostima, quindi, non è una caratteristica innata di una persona, ma una conseguenza, una reazione a un ambiente o una situazione specifica.

Che una persona sia dipendente da una donna, da un uomo, dalla sigaretta o dall’alcol: è la dipendenza stessa a imprigionarla nella mancanza di autostima. Da un alto essa genera una forma di sicurezza, ma dall’altra indica una certa fragilità e vulnerabilità.

Se la nostra disinvoltura dipende da un bicchiere di vino, il nostro atteggiamento spigliato da una sigaretta, la nostra calma da una compressa di ansiolitico, significa che non siamo perfettamente a nostro agio con noi stessi e ne siamo consapevoli, anche se riusciamo a ingannare chi ci sta accanto.

La dipendenza forse è nata proprio dalla mancanza di autostima. Abbiamo scoperto che, mangiando una tavoletta di cioccolato o accendendo una sigaretta, riusciamo a tenere sotto controllo emozioni troppo forti. Ma la dipendenza finisce per rendere schiavi e può essere pericolosa: se per caso un giorno viene a mancare quell’appoggio esterno,sopraggiunge il panico, il crollo …

La dipendenza ci mostra, giorno dopo giorno, un’immagine sempre più svilita di noi stessi. E la situazione peggiora, ovviamente, quando la persona cui siamo fortemente vincolati ci umilia, ci disprezza, ci fa sentire “inferiori”.

Poiché manco di autostima, a chi affido il potere?

Quando acquisto potere sull’altro, in che modo la sua dipendenza mi rassicura?

Ampliando il discorso ricordiamo che  la sottomissione, la mancanza di autostima di una parte della popolazione ha permesso al modello gerarchico di durare nel tempo.

Oggi cerchiamo di uscire da quella struttura piramidale che limita la creatività e rende utopica la nostra speranza di democrazia.

Per esempio, per restituire autostima a ogni persona seduta intorno ad un tavolo per uno stage di gruppo, non basta far fare individualmente un lavoro “psicologico”: è necessario anche modificare la conformazione del gruppo e le regole di funzionamento.

Sempre più imprese abbandonano il modello gerarchico tradizionale, e anche se le “alte sfere” hanno molte difficoltà a rinunciare alle loro prerogative e ai vantaggi acquisiti, la rivoluzione è in corso.

Internet, in particolare, ci introduce a una nuova forma di intelligenza collettiva non piramidale.

Molte persone ritrovano l’autostima grazie al computer. Navigando nella rete, non vengono mai giudicate o rimproverate, possono arricchire autonomamente la loro cultura, partecipare a forum di discussione. Il loro parere è preso in considerazione come quello di chiunque altro. Possono anche condividere le loro conoscenze, e persino collaborare all’enciclopedia libera universale, Wikipedia.

Su Internet niente più esasperate formule di cortesia, che miravano al rispetto della gerarchia sociale: sul web hanno tutti pari dignità.

L’autostima dà autonomia e l’autonomia dà autostima.

Oggi la sfida è questa: fare coesistere autonomia e rispetto dell’altro ……

E tu cosa pensi di tutto questo???? Ti va di lasciare un tuo commento????

Dipendere dagli altri …. un “vizio” femminile …

dipendenza affettiva2

Le donne che sono (state) convinte di avere un sé fragile e debole hanno delegato ad altri la gestione della loro esistenza, aspettandosi che fossero gli altri ad occuparsi di loro, a proteggerle, a soddisfare i loro bisogni, a riconoscerle meritorie. Hanno così imparato a privilegiare la comunicazione indiretta, fatta di allusioni, senza esplicitare richieste chiare per il timore di venire respinte.

Le donne hanno imparato a rendersi deboli e impotenti per attutire tensioni, per evitare conflitti, per conformarsi a chi pensavano le volesse così: i famigliari, i datori di lavoro, la società. Così hanno offerto ad altri su un piatto d’argento il loro potere, la loro autonomia e le loro forze. Non sarebbe ora di riprendersele???

La dipendenza auto-imposta delle donne si manifesta talvolta con un’eccessiva dose di fiducia e con la gelosia.

Dare fiducia a qualcuno è come denudarsi in sua presenza, mostrando le parti più intime e più fragili. Ci spogliamo delle consuete protezioni quando crediamo che l’altro non approfitterà della nostra nudità e saprà rispettarci.

La fiducia è una impalcatura senza la quale non potremmo creare legami. Senza questa, ogni scambio interpersonale non potrebbe neanche cominciare e ogni transazione sarebbe impossibile perché senza fondamenta. La fiducia rinforza e crea un circolo benefico che genera e nutre fedeltà e realtà, riconoscendo però anche l’incertezza, senza eccessiva ingenuità.

Un suo eccesso, soprattutto verso chi non la merita, si trasforma automaticamente in autorizzazione a farci imbrogliare, tradire, abusare. Per evitare di cedere al vizio di regalare fiducia a chi non la merita è prudente contemplare il rischio di essere traditi. Anzi, non ci può essere tradimento se prima non c’è stato un investimento negativo di fiducia. Così come non ci può essere delusione se prima non c’è stato un processo d’illusione.

Alcune donne però hanno il vizio di continuare a fidarsi di certe persone, anche dopo aver raccolto sufficienti prove della loro malafede, anche dopo aver osservato comportamenti lesivi del rapporto. Queste, pur notando all’interno di relazioni importanti comportamenti scorretti, sleali o disonesti, sono pronte a giustificarli, a comprenderli, a lasciar correre. Non tirano le somme e non arrivano a comprendere la gravità di quello che accettano passivamente e le conseguenze cui vanno incontro con la loro condiscendenza.

E’ come se le donne preferissero restare nel limbo dell’ignoranza, sperando che quelle modalità siano del tutto casuali, sporadiche, episodiche; che la persona non sia così sleale, in malafede e che , certamente, domani cambierà. Preferiscono continuare a credersi deboli, impotenti e, soprattutto, dipendenti da chi approfitta della loro ingenuità. Preferiscono raccogliere briciole rafferme piuttosto che correre il rischio di assaporare cibi sconosciuti, magari un po’ piccanti.

Per trasformare il vizio dell’accettazione passiva in virtù del rispetto di sé, basta essere dalla parte della verità dei fatti. I fatti non ammettono tolleranze. La donna ingenua, che continua a fare l’innocente dopo essere stata ripetutamente tradita, coltiva passivamente il rancore e proietta la sua parte di responsabilità fuori di sé. La virtù richiede che lei si assuma la propria parte di responsabilità e accetti la perdita del mito dell’idealizzazione sia dell’altro sia dell’amore con la “A” maiuscola. E’ necessario che riconosca che “nessuno è perfetto” … e meno male !

Per difendersi da una dipendenza autoimposta, chiamata erroneamente amore, bisogna avere la serena consapevolezza che ogni rapporto può essere a rischio di tradimento e, soprattutto, che ogni rapporto finisce: proprio come ogni altra cosa sulla terra, ha una nascita e una morte.

La donna che si sente dipendente dall’uomo è più portata a sentire le tenaglie della gelosia che torcono le budella, confondendo l’amore con il possesso, un patto d’amore tra due mortali in un’alleanza eterna, un accordo che va aggiornato continuamente con un contratto indelebile. Due persone che si innamorano e decidono di stare insieme cominciano a cambiare immediatamente e, da tale mutamento, possono nascere malintesi. Eppure prima di conoscersi, ognuno sapeva vivere senza l’altro. Poi cosa succede? Cosa trasforma una donna autonoma e libera in una bambina conformista e dipendente? Cosa le fa dimenticare le sue risorse legate all’autonomia e la fa regredire alla fase in cui aveva effettivamente bisogno degli altri: quando era bambina appunto?

Non cedere al vizio della dipendenza rende consapevoli che l’unione tra due persone non può essere imposta, imbrigliata, irreggimentata. Anche se due persone hanno deciso di andare nella stessa direzione, ognuno procede con le proprie gambe, con il proprio passo, secondo i propri tempi e ritmi.

La donna che si dà al vizio della gelosia presentandola come una dimostrazione d’amore, in realtà tenta di instaurare una relazione basata su un gioco di potere. Lei, che si crede dipendente, pretende di rendere l’altro succube. Così entrambi corrono il rischio di soffrire e di farsi del male reciprocamente, sminuendo la forza creativa dell’amore.

Quando rimaniamo con occhi, cuore e mente aperti possiamo valutare i rischi. Ci interroghiamo, indaghiamo, facciamo ipotesi e le confutiamo.

Quando impariamo la virtù di frequentare il dubbio, acquisiamo una cautela che educa a sopportare l’incertezza e spinge a procedere con calma….

..… cosa succederebbe se scoprissimo che in realtà non si ha paura di perdere la persona amata ma di acquisire una piena autonomia? Cosa succederebbe se scoprissimo che bastiamo a noi stesse e che la solitudine non ci fa paura????

Sulla dipendenza affettiva

dipendenza affettiva

Amare è come una droga: all’inizio viene la sensazione di euforia, di totale abbandono. Poi il giorno dopo vuoi di più. Non hai ancora preso il vizio, ma la sensazione ti è piaciuta e credi di poterla tenere sotto controllo. Pensi alla persona amata per due minuti e te ne dimentichi per tre ore. Ma, a poco a poco, ti abitui a quella persona e cominci a dipendere da lei in ogni cosa. Allora la pensi per tre ore e te ne dimentichi per due minuti. Se quella persona non ti è vicina, provi le stesse sensazioni dei drogati ai quali manca la droga. A quel punto, come i drogati rubano e s’umiliano per ottenere ciò di cui hanno bisogno, sei disposto a fare qualsiasi cosa per amore. (Paulo Coelho)

Le persone che si amano sognano di essere una cosa sola. Diventare uno, dei due che erano, delle due metà divise, è quello che cercano continuamente di realizzare.

La fusione con l’altro è il punto cieco verso il quale si viene risucchiati e richiamati. E’ come un canto delle sirene. Irresistibile ai più che sono stati inchiodati dall’aver riconosciuto il volto dell’altro. Fondersi. Quello che si tenderà a fare sarà costruire un rapporto simbiotico, esclusivo. Un rapporto nel quale si chiude fuori tutto, ci si ripiega all’interno, l’uno verso l’altro, l’uno lo specchio dell’altro, l’uno e l’altro senza confini, disciolti, annullati, fusi.

In tutto ciò c’è un lato nero, una voragine che inghiotte fino a farci sparire dentro. Si chiama annullamento. L’annullamento totale di sé nella relazione ha poi un fratello gemello : il possesso, padre della gelosia morbosa di cui ho trattato in post precedenti (Qui  Qui e Qui)

E’ così che la bolla non è più il giardino segreto degli amanti ma diventa una gabbia, un’ angusta prigione, all’interno della quale i due che si amano consumano un teatrino drammatico di soprusi, violenze psicologiche, tirannie, aggiustando ciascuno i conti con il proprio passato e con i propri fantasmi.

L’annullamento totale di se stessi in una storia, in un’altra persona, ha un nome: dipendenza affettiva. Essa è un disturbo psicologico vero e proprio al pari della dipendenza da droghe o da fumo o alcol.

La dipendenza annida le sue radici nella storia personale di ognuno, nei legami parentali e nei conseguenti schemi affettivi da questi lasciati in eredità (Pattern di attaccamento e conseguenti Modelli Operativi Interni).

Che cosa è la dipendenza affettiva? Siccome esistono molte definizioni, molte sottili varianti di questo disturbo, voglio far riferimento a quella data da una scrittrice che amo molto Lucia Extebarria nel suo libro “Io non soffro per amore” :”la dipendenza affettiva è una dipendenza psicologica ed emotiva manifestata da certe copie legate da un vincolo strettissimo e poco equilibrato, privo dei requisiti necessari per costruire un rapporto sano: rispetto, stima, onestà ed empatia. Sono rapporti che si basano quindi su una dipendenza (dipendenza di uno dei membri della coppia nei confronti dell’altro, o dipendenza reciproca). Dipendenza che si nutre dall’insicurezza e dalla paura di affrontare la solitudine che ci affligge”.

Una approfondita analisi di tale patologia è stata effettuata dal sociologo Antony Giddens, il quale nel suo libro “Dipendenza affettiva” ne ha evidenziato accuratamente alcune specifiche caratteristiche:

L’ebrezza => chi è dipendente affettivamente prova una specie di euforia a contatto con la persona che ama, che gli è indispensabile per stare bene

La dose => chi è dipendente cerca dosi sempre maggiori dell’altro, del tempo da spendere con lui, della sua presenza. L’assenza dell’altro è percepita come insopportabile, si ha la sensazione di esistere solo quando c’è l’altro e non basta il suo pensiero a rassicurarlo, ha bisogno di manifestazioni continue e tangibili. La necessità di aumentare la dose fa chiudere la coppia al resto del mondo. Tutto viene chiuso “fuori”, persino le normali attività quotidiane sono trascurate, l’latro è l’unica ragione di vita.

La perdita dell’IO => chi è dipendente perde la propria identità, perde qualunque capacità critica su se stesso, sull’altro e sulla relazione. L’altro è irrinunciabile, è colui dal quale dipende tutto, anche la vita stessa.

Ci siamo. Possiamo tracciare, a grandi linee, il ritratto del drogato d’amore, che presenta tutti i sintomi, né più né meno, del tossicodipendente o dell’alcolista. Alla persona dipendente viene la crisi d’astinenza, se l’altro si allontana troppo, se si crea una minima distanza, se non è a portata d’occhio o almeno di telefono.

Una persona dipendente deve mantenere sempre un contatto, meglio se fisico: entra nei ristoranti dando la mano all’amato, lo sbaciucchia, pretende a sua volta di essere sbaciucchiata e rassicurata, continuamente, in pubblico e non.

Una persona dipendente non farà più niente se non in compagnia dell’altro: cancellerà impegni e interessi, sfronderà il cerchio delle amicizie fino a renderlo inesistente, chiuderà la coppia a doppia mandata per paura che qualcosa interrompa la magia unica e meravigliosa che lei e il suo innamorato stanno vivendo.

E’ evidente che la dipendenza impone un gioco delle parti. C’è uno dei due, di solito la donna, che si annulla. E l’altro che le fa fare sostanzialmente tutto quello che vuole. Spesso c’è uno che è ridotto ad un burattino, e l’altro che muove i fili. Non è uno schema così preciso, ovviamente, perché i nodi che intrecciano vittima e carnefice sono sempre abbastanza complicati e ambivalenti.

Tra chi detta le condizioni e chi subisce si crea, una forma di co-dipendenza che rende anche il carnefice dipendente dalla sua vittima. Chi subisce, la vittima, si annulla nell’altro e nella relazione, perde completamente la propria identità, cancella se stesso, i propri bisogni e necessità. La vittima non vive senza il suo aguzzino. Ma l’aguzzino a sua volta non può fare a meno, per affermare se stesso, di colui che sta annientando.

Quello che lega due persone tenute insieme da un rapporto del genere è un nodo strettissimo, un vincolo molto difficile da spezzare, una storia dettata da due profonde insicurezze che si incastrano, drammaticamente, alla perfezione.

….. e il discorso continua se mi vorrai seguire per un po’ ….

” Vi è più volere di quanto si creda nella felicità …” E.A. Chartier

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