Sulla dipendenza affettiva

dipendenza affettiva

Amare è come una droga: all’inizio viene la sensazione di euforia, di totale abbandono. Poi il giorno dopo vuoi di più. Non hai ancora preso il vizio, ma la sensazione ti è piaciuta e credi di poterla tenere sotto controllo. Pensi alla persona amata per due minuti e te ne dimentichi per tre ore. Ma, a poco a poco, ti abitui a quella persona e cominci a dipendere da lei in ogni cosa. Allora la pensi per tre ore e te ne dimentichi per due minuti. Se quella persona non ti è vicina, provi le stesse sensazioni dei drogati ai quali manca la droga. A quel punto, come i drogati rubano e s’umiliano per ottenere ciò di cui hanno bisogno, sei disposto a fare qualsiasi cosa per amore. (Paulo Coelho)

Le persone che si amano sognano di essere una cosa sola. Diventare uno, dei due che erano, delle due metà divise, è quello che cercano continuamente di realizzare.

La fusione con l’altro è il punto cieco verso il quale si viene risucchiati e richiamati. E’ come un canto delle sirene. Irresistibile ai più che sono stati inchiodati dall’aver riconosciuto il volto dell’altro. Fondersi. Quello che si tenderà a fare sarà costruire un rapporto simbiotico, esclusivo. Un rapporto nel quale si chiude fuori tutto, ci si ripiega all’interno, l’uno verso l’altro, l’uno lo specchio dell’altro, l’uno e l’altro senza confini, disciolti, annullati, fusi.

In tutto ciò c’è un lato nero, una voragine che inghiotte fino a farci sparire dentro. Si chiama annullamento. L’annullamento totale di sé nella relazione ha poi un fratello gemello : il possesso, padre della gelosia morbosa di cui ho trattato in post precedenti (Qui  Qui e Qui)

E’ così che la bolla non è più il giardino segreto degli amanti ma diventa una gabbia, un’ angusta prigione, all’interno della quale i due che si amano consumano un teatrino drammatico di soprusi, violenze psicologiche, tirannie, aggiustando ciascuno i conti con il proprio passato e con i propri fantasmi.

L’annullamento totale di se stessi in una storia, in un’altra persona, ha un nome: dipendenza affettiva. Essa è un disturbo psicologico vero e proprio al pari della dipendenza da droghe o da fumo o alcol.

La dipendenza annida le sue radici nella storia personale di ognuno, nei legami parentali e nei conseguenti schemi affettivi da questi lasciati in eredità (Pattern di attaccamento e conseguenti Modelli Operativi Interni).

Che cosa è la dipendenza affettiva? Siccome esistono molte definizioni, molte sottili varianti di questo disturbo, voglio far riferimento a quella data da una scrittrice che amo molto Lucia Extebarria nel suo libro “Io non soffro per amore” :”la dipendenza affettiva è una dipendenza psicologica ed emotiva manifestata da certe copie legate da un vincolo strettissimo e poco equilibrato, privo dei requisiti necessari per costruire un rapporto sano: rispetto, stima, onestà ed empatia. Sono rapporti che si basano quindi su una dipendenza (dipendenza di uno dei membri della coppia nei confronti dell’altro, o dipendenza reciproca). Dipendenza che si nutre dall’insicurezza e dalla paura di affrontare la solitudine che ci affligge”.

Una approfondita analisi di tale patologia è stata effettuata dal sociologo Antony Giddens, il quale nel suo libro “Dipendenza affettiva” ne ha evidenziato accuratamente alcune specifiche caratteristiche:

L’ebrezza => chi è dipendente affettivamente prova una specie di euforia a contatto con la persona che ama, che gli è indispensabile per stare bene

La dose => chi è dipendente cerca dosi sempre maggiori dell’altro, del tempo da spendere con lui, della sua presenza. L’assenza dell’altro è percepita come insopportabile, si ha la sensazione di esistere solo quando c’è l’altro e non basta il suo pensiero a rassicurarlo, ha bisogno di manifestazioni continue e tangibili. La necessità di aumentare la dose fa chiudere la coppia al resto del mondo. Tutto viene chiuso “fuori”, persino le normali attività quotidiane sono trascurate, l’latro è l’unica ragione di vita.

La perdita dell’IO => chi è dipendente perde la propria identità, perde qualunque capacità critica su se stesso, sull’altro e sulla relazione. L’altro è irrinunciabile, è colui dal quale dipende tutto, anche la vita stessa.

Ci siamo. Possiamo tracciare, a grandi linee, il ritratto del drogato d’amore, che presenta tutti i sintomi, né più né meno, del tossicodipendente o dell’alcolista. Alla persona dipendente viene la crisi d’astinenza, se l’altro si allontana troppo, se si crea una minima distanza, se non è a portata d’occhio o almeno di telefono.

Una persona dipendente deve mantenere sempre un contatto, meglio se fisico: entra nei ristoranti dando la mano all’amato, lo sbaciucchia, pretende a sua volta di essere sbaciucchiata e rassicurata, continuamente, in pubblico e non.

Una persona dipendente non farà più niente se non in compagnia dell’altro: cancellerà impegni e interessi, sfronderà il cerchio delle amicizie fino a renderlo inesistente, chiuderà la coppia a doppia mandata per paura che qualcosa interrompa la magia unica e meravigliosa che lei e il suo innamorato stanno vivendo.

E’ evidente che la dipendenza impone un gioco delle parti. C’è uno dei due, di solito la donna, che si annulla. E l’altro che le fa fare sostanzialmente tutto quello che vuole. Spesso c’è uno che è ridotto ad un burattino, e l’altro che muove i fili. Non è uno schema così preciso, ovviamente, perché i nodi che intrecciano vittima e carnefice sono sempre abbastanza complicati e ambivalenti.

Tra chi detta le condizioni e chi subisce si crea, una forma di co-dipendenza che rende anche il carnefice dipendente dalla sua vittima. Chi subisce, la vittima, si annulla nell’altro e nella relazione, perde completamente la propria identità, cancella se stesso, i propri bisogni e necessità. La vittima non vive senza il suo aguzzino. Ma l’aguzzino a sua volta non può fare a meno, per affermare se stesso, di colui che sta annientando.

Quello che lega due persone tenute insieme da un rapporto del genere è un nodo strettissimo, un vincolo molto difficile da spezzare, una storia dettata da due profonde insicurezze che si incastrano, drammaticamente, alla perfezione.

….. e il discorso continua se mi vorrai seguire per un po’ ….

” Vi è più volere di quanto si creda nella felicità …” E.A. Chartier

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