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Sulla rabbia

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“Non fatemi arrabbiare, non sono per niente simpatico,

quando mi arrabbio …” Hulk

Non vi sono dubbi che la rabbia sia un’emozione tipica, considerata fondamentale da tutte le teorie e perfino inclusa fra i sette vizi capitali con il nome di “ira”.

E’ un’ emozione centrale e primitiva perché in essa, forse più che in altri stati emotivi, è possibile identificare una chiara origine funzionale, degli antecedenti caratteristici, delle manifestazioni espressive e delle modificazioni fisiologiche costanti, delle prevedibili tendenze all’azione.

Il fatto che sia un’emozione primitiva la rende osservabile anche in bambini molto piccoli e in specie animali diverse dall’uomo.

Gli studi di psicologia infantile sono in questo caso particolarmente interessanti, perché le manifestazioni dir abbia sono rimproverate nella cultura attuale e quindi parzialmente inibite o comunque modificate. Di conseguenza alcuni tratti costitutivi delle espressioni di rabbia si possono osservare meglio in individui che non hanno ancora appreso la competenza emotiva che regola l’esibizione della rabbia.

La rabbia è una delle più precoci fra le emozioni, insieme alla gioia e al dolore. Le due cause della rabbia sono la presenza di un ostacolo al soddisfacimento di un desiderio e l’imposizione di un danno.

Se immaginiamo una situazione che simboleggia la rabbia, possiamo pensare al tentativo frustrato di uscire da una gabbia, o alla mano che si protende verso un oggetto che nello stesso momento si allontana e sfugge.

John Bowlby  sostiene che la rabbia sia una reazione alla frustrazione di bisogni essenziali. In particolare Bowlby ha dimostrato che sia un periodo di separazione dalla persona da cui si dipende emotivamente (figura di attaccamento), sia la minaccia di separazione e altre forme di rifiuto causano, nei bambini come negli adulti, dei comportamenti ansiosi e collerici. A suo parere, l’angoscia della separazione e il sentimento di frustrazione sono quindi alla radice dell’ostilità verso la figura di attaccamento. La collera servirebbe sia come rimprovero per quello che è accaduto, sia come deterrente perché ciò non si verifichi più. Questo è un dei casi tipici nei quali amore, angoscia e collera vengono suscitati da una stessa persona. In seguito, poiché vi è la tendenza a rimuovere dalla coscienza i propri sentimenti ostili verso le persone che amiamo, può succedere che questi sentimenti vengano attribuiti ad altri o proprio alla persona amata-odiata della quale temiamo o sentiamo l’ostilità.

Per Carroll Izard, psicologa statunitense conosciuta per la sua teoria della “differenziazione delle emozioni”, la rabbia è la tipica reazione alla frustrazione e alla costrizione, sia fisica che psicologica. Insieme con il disgusto e il disprezzo, la rabbia fa parte della triade dell’aggressività, di cui è il fulcro e l’emozione di base. Queste tre emozioni, pur essendo esperienze diverse ed autonome nel vissuto, negli antecedenti e nelle conseguenze, si presentano spesso in combinazione fra loro.

Vi sono moltissimi termini nel vocabolario che fanno riferimento a questa reazione emotiva: ira, collera e rabbia sono considerati pressappoco sinonimi di uno stato emotivo intenso; ve ne sono poi numerosi altri che invece descrivono lo stesso sentimento ma di intensità minore, come appunto irritazione, fastidio, impazienza; e ve n’è qualcuno, come esasperazione e furore, che invece ne accentua l’intensità.

Raccogliendo e analizzando termini, modi di dire e proverbi che si riferiscono alla rabbia è stato possibile tracciare una mappa delle conoscenze e teorie popolari riguardanti questa emozione. Nella cultura italiana sembra dominante la localizzazione e le conseguenze della rabbia nel corpo: “Non ci vide più dalla rabbia”, “si rodeva il fegato”; un’esperienza di passività e di patologia: “è stato più forte di me”, “perdere le staffe”, “pazzo di rabbia”; e la diffusa convinzione che il controllo della rabbia faccia male alla salute fisica più che a quella mentale: “se non glielo dicevo sarei scoppiata”, “era così controllato che gli venne l’ulcera”.

La rabbia, anche nelle sue forme più lievi di irritazione e di fastidio, è l’emozione che più di ogni altra si cerca di controllare sia all’interno del proprio vissuto che nelle manifestazioni osservabili.

Uno dei punti salienti ed espliciti dell’educazione dei bambini nella nostra cultura punta alla repressione della collera manifesta. L’atteggiamento dei genitori teso a rendere pubblicamente accettabili tali manifestazioni della rabbia inizia con i primi contatti faccia-a-faccia fra adulto e neonato. A mano a mano che il bambino cresce l’adulto tollera sempre meno le manifestazioni dir abbia ed esercita questa influenza in molti modi diversi. Le reazioni dei bambini a queste pressioni dirette o indirette hanno a loro volta un’influenza sul comportamento degli adulti. Per quanto riguarda gli adulti e le auto-prescrizioni che uno si impone, in alcuni casi si aderisce ad una teoria esplicita che scoraggia i sentimenti di collera ed invita a lasciar perdere, a non prendersela tanto, a non farsi cattivo sangue, etc.

Per quanto forti le pressioni contro la manifestazione della rabbia, essa ha una tipica espressione facciale, riconoscibilissima in tutte le culture. I movimenti sintomatici del viso sono l’aggrottare violento delle sopracciglia e lo scoprire e digrignare i denti, oppure lo stringere forte le labbra, mentre gli occhi appaiono lampeggianti. A seconda che si parli di rabbia fredda o calda, il resto del corpo può tendersi fin quasi all’immobilità o accentuare notevolmente l’attività motoria. Le sensazioni soggettive più comuni sono: calore, irrigidimento della muscolatura, irrequietezza estrema, paura di perdere il controllo. La voce molto spesso si alza di volume e di intensità, il tono può essere minaccioso, stridulo o sibilante.

Nell’organismo intervengono tutte quelle modificazioni che sono tipiche di una forte attivazione del sistema nervoso autonomo; cioè accelerazione del battito cardiaco, aumento della tensione muscolare e della sudorazione, aumento della pressione arteriosa e irrorazione dei vasi sanguigni, tipicamente si dice che “uno è rosso di collera”. Queste modificazioni sono apparentemente funzionali al vissuto che è di grande impulsività e di forte propensione ad agire, con modalità aggressive o di difesa poco importa. La rabbia certamente uno stato emotivo che crea nell’organismo un propellente energetico utilizzabile per passare alle vie di fatto, siano queste azioni o solo espressioni verbali.

Ci si arrabbia quasi sempre con le persone, ma sembra che a volte si provi e si manifesti rabbia contro oggetti inanimati o contro istituzioni. Di fatto accade che molti scatti di collera diretti verso gli oggetti siano degli spostamenti dall’obiettivo originale che era un’altra persona. Oppure erano manifestazione di ira verso se stessi che si sfogano sulle cose, ma ci sono anche casi di persone che arrivano a farsi male davvero ….

Ci si arrabbia a volte verso i tanti oggetti meccanici ed elettronici che popolano la nostra vita, l’auto che non parte, il computer che si incanta, la segreteria telefonica che si mangia le voci registrate. Non è chiaro quanto siano profondi e diffusi i sentimenti e i rapporti di tipo personalizzato che intratteniamo con questi oggetti. Di sicuro ci procurano delle frustrazioni e quindi si prendono la loro parte di insulti.

In generale però sono gli esseri umani la fonte delle nostre frustrazioni e difficoltà ed è quindi con loro che ce la prendiamo più spesso; sovente poi, le persone con cui ci arrabbiamo sono quelle a cui vogliamo più bene: innamorati, amici, parenti. Ci sono molte ragioni per questa scelta dell’oggetto dell’ira fra gli intimi. Per prima cosa, le persone a cui siamo affettivamente legati sono quelle che più facilmente possono infliggerci delle sofferenze e di cui temiamo l’abbandono. Inoltre, una relazione sentimentale comporta una certa perdita di autonomia, il che costituisce in sé una spina irritativa. C’è poi da considerare il maggior tempo che si passa con le persone con sui si è in intimità, di conseguenza sono più numerose le occasioni di contrasto. Vi è poi con loro una maggiore confidenza, che diminuisce il controllo dell’aggressività.

Inoltre una cosa sbagliata fatta da qualcuno che ci è molto vicino: un genitore, un coniuge, un figlio, è particolarmente irritante, perché in qualche modo coinvolge anche noi stessi come co-autori di quel comportamento che disapproviamo. E da ultimo, ha senso arrabbiarci con chi frequentiamo spesso o con chi cii vive accanto perché è importante ottenere proprio da queste persone delle modifiche dell’atteggiamento e delle azioni.

Arrabbiarsi chiarendo le ragioni dello scontento è uno dei modi per ottenere queste modifiche. Anzi nelle relazioni sentimentali durature e considerate felici, i litigi aperti sono abbastanza frequenti, e spesso ad un’arrabbiatura di uno dei due segue un miglioramento della qualità della relazione dovuto alle spiegazioni e all’aumento della comprensione e dell’affiatamento reciproco.

E in campo lavorativo? Ci si arrabbia più spesso con i superiori, con i sottoposti o con i nostri pari-grado?

La risposta cambia a seconda che ci si riferisca ai sentimenti di collera o alle manifestazioni di collera. Le persone che hanno autorità e potere su di noi sono più spesso oggetto della nostra ostilità, che però viene poco manifestata o solo in forme distorte e indirette. Le persone che dipendono da noi sono oggetto di irritazione frequente, che in questo caso viene facilmente manifestata, se non addirittura amplificata a scopo implicitamente pedagogico.

Rispetto, invece, ai nostri pari-grado la rabbia si manifesta con una forma ed un’intensità intermedia, è comunque rilevante che i rapporti siano almeno quelli di una discreta conoscenza, perché pare sia molto raro arrabbiarsi con qualcuno che si conosce poco o che si incontra per la prima volta.

……………………….. e continua nel prossimo post ….. la rabbia è un emozione che ha bisogno di spazio …..

Sull’abbraccio

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” nessuno è troppo grande per un abbraccio … Leo Buscaglia”

Hai mai provato a soffermarti sulle emozioni e sulle sensazioni che è in grado di trasmettere un abbraccio?

Quando abbracci qualcuno, non avverti forse uno straordinario calore umano, un intenso conforto e un profondo senso di pace?

Ritengo che l’abbraccio sia uno dei modi più delicati, intimi e poetici con cui possiamo trasmettere al prossimo la nostra vicinanza, il nostro affetto e la nostra più profonda umanità.

L’abbraccio è emozione pura, un flusso di energia libero e dirompente in grado di sigillare l’intima connessione che lega fisicamente e spiritualmente due individui.

L’abbraccio è in grado di consolare, perdonare, è capace di esprimere attraverso il silenzio profondo amore e amicizia, sostituendosi a mille parole con eleganza e semplicità.

Non risparmiare i tuoi abbracci, sono un dono prezioso che puoi elargire in qualunque istante.

Ogni volta che possiamo, abbracciamo senza esitazioni i nostri genitori e i nostri fratelli, abbracciamo i nostri amici, stringiamo i nostri figli … apriamo le nostre braccia e trasmettiamo senza freni tutto il nostro affetto e calore a chi sta intorno a noi.

Facciamo dei nostri abbracci un oceano di energia, un flusso intenso da trasmettere a chi accogliamo tra le nostre braccia.

In una realtà nella quale i contatti fisici sono spesso del tutto assenti o superficiali, violenti e distruttivi, l’abbraccio rappresenta la via più pura e semplice e intima per connetterci al livello più profondo e segreto con il prossimo.

Abbracciamoci  …..

E’ così straordinariamente semplice e così meravigliosamente magico ……..

” Quando sentiamo il bisogno di un abbraccio 

dobbiamo correre il rischio

di chiederlo … E.Dickinson”

Fonte: www.vivizen.com

Cronicizzazione degli stati d’animo: l’invischiamento nel “rimuginio”.

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Diversi processi psicologici ci rinchiudono dentro stati d’animo sgradevoli dai quali non riusciamo più ad uscire.

Il più delle volte è qualcosa di involontario e inconscio: la maggior parte di noi non è chiaramente lucida nel momento in cui comincia a scivolare e a rimuginare troppo sui propri stati d’animo negativi. Ma, a volte, siamo chiaramente più consapevoli del fatto che ci stiamo facendo del male: allora perché continuiamo? E perché così spesso lo facciamo con un oscuro compiacimento?

Ciò può essere dovuto, ed è quasi sempre così, ad una abitudine, ripetuta dentro di sé oppure osservata da bambini nei propri genitori: il padre che rimugina sulle sue preoccupazioni di lavoro per tutta la domenica, mentre la madre dice: “Bambini, lasciate in pace il papà, ha anti pensieri …”.

Curiosamente, ciò può anche essere dovuto alla sensazione di controllo che ci procura il fatto di abbandonarci ai nostri stati d’animo più cupi: così, almeno, conosciamo, padroneggiamo, siamo in un territorio che ci è familiare. “Rimuginare, quella sì che è una cosa che so fare!”, mentre nel resto della nostra vita dominano l’incertezza e la sensazione di non avere le redini in mano.

Alla fine questo stare a mollo negli stati d’animo negativi può anche procurarci il misero piacere della tetraggine soddisfatta: “sapevo benissimo che non potevo far altro che soffrire”.

Preferiamo aver ragione sia pur tristemente a rimuginare sulla nostra infelicità, che non rimboccarci le maniche e dirci: “invece di far tutto quello che è necessario per star male, esci per un’ora a camminare; se le cose non si aggiustano, non sarà comunque peggio che continuare a rimuginare ….”.

Rimuginare è focalizzarsi in modo ripetuto, circolare, sterile, sulle cause, i significati, le conseguenze dei nostri problemi, della nostra situazione, del nostro stato.

In inglese si utilizza anche il termine “brooding”= covare. Effettivamente nel rimuginare restiamo inattivi, seduti sui nostri problemi che custodiamo, bene al caldo, sotto di noi, facendoli crescere …

Si è dimostrato che, nel rimuginio, la persona si focalizza sul problema e le sue conseguenze anziché sulle possibili soluzioni da immaginare e mettere in atto, con la conseguenza, spesso di un aggravamento di tali conseguenze, così alla fine potremo sempre dirci: “me lo sentivo che avevo ragione di preoccuparmi..”.

Esiste una importante dimensione di evitamento del problema e dell’azione nel rimuginio: visto che agire potrebbe eventualmente avvicinarci ad un vero problema, così, come al contrario, potrebbe rivelarci che non c’è nessun problema o che non è insormontabile; preferiamo, rimuginando , non saperlo!

Gli stati d’animo del rimuginio contengono solo lunghe catene di pensieri a metà, pensieri incompiuti, briciole di pensieri non realizzati, che non vengono a capo di nulla perché si fermano davanti alla porta di ogni possibile decisione.

Il rimuginio non ha obiettivi precisi, e ne consegue il fatto che non può avere un fine preciso. In esso gli stati d’animo sono continuamente riciclati, irrigiditi, non evolvono ma tornano senza sosta allo stesso punto.

La domanda centrale del rimuginio è: “Perché?”

“Perché non ho preso quella decisione …. Perché ho fatto quel gesto o detto quelle parole … perché è capitato a me…?” Si tratta di un ciclo senza fine: che trovino o no una risposta, e spesso non ce n’è nessuna che sia soddisfacente, queste domanda si ripete all’infinito:  Perché?  Perché?  Perché?  …..

Quando stiamo male il punto di partenza di questo ciclo infernale può essere minimo: un interrogativo senza una risposta chiara possibile: “funzionerà?” … “otterrò quello che mi aspetto?” … “ho agito bene?” . Oppure una semplice contrarietà: “perché mi ha detto quello?” … “perché mi ha fatto questo?” …”perché non ha funzionato?” … e di qui si scatena il meccanismo.

Chiederci “Perché?” può andare bene solo se poi siamo capaci a dirci: “Basta!”. Altrimenti i nostri “perché” innescano sempre un ciclo senza fine, cerchiamo il pelo nell’uovo, il perché dei perché; il rimuginio come un interminabile contenzioso con la nostra esistenza: “O tu vita mia, perché mi tratti in questo modo?”.

Per sua natura il rimuginio spalma nel tempo le preoccupazioni e gli eventi “sfortunati”; li dilata, li riversa in tutta la nostra vita, nel passato: “è perché non ho fatto quello che dovevo che mi capita tutto questo …”, e nel futuro: “ci sarà questa e quest’altra conseguenza …”, inquinando completamente la valutazione di ciò che si dovrebbe fare rispetto a quel problema nel presente.

Sull’aria dell’”avrei dovuto”, il rimuginio ci porta continuamente nel “lì e allora” mascherandolo da presente e così facendo di fatto ne prende il posto. E non viviamo più, come se ascoltassimo un vecchio disco rotto, che ripete insistentemente lo stesso passaggio, senza più riuscire a toglierlo dal giradischi, così come non riusciamo più a fermarne il suono, né a uscire dalla stanza.

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