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La strada del Ben-essere: dall’apparire all’Essere

maschera

“L’individuazione non ha altro scopo che liberare il Sé, per un lato dai falsi involucri della Persona, per l’altro dal potere suggestivo delle immagini inconsce” C.G.Jung

Una riflessione nata dopo la lezione di Sabato alla formazione per diventare Agevolatori nel Metodo Mandala-Evolutivo®, dove abbiamo affrontato il “Viaggio dell’Eroe”.

Quel “Viaggio” che ognuno di noi è “chiamato” a fare per andare alla ricerca del suo tesoro: il vero Sè , ritornando poi ad essere Sovrano indiscusso del suo Regno.

Che cosa è il benessere? La parola stessa ci suggerisce la risposta: ben-essere. E’ quello stato mentale che ci fa star bene, stare bene con noi stessi e con gli altri.

Che cosa si può fare per raggiungere il ben-essere? Il ben-essere è raggiungibile attraverso le strade dell’apparire? O  l’apparire è uno stato di mal-essere che può portare verso nuove vie per il ben-essere?

A volte si rincorrono vie impervie o facili, strade difficoltose o lineari, ma che si scelgano le une o le altre è importante la meta che ci si propone.

E allora è bene porsi in ascolto di sé per capire che cosa si vuole raggiungere per stare bene nel nostro mondo, per stare bene nel  mondo.

A volte l’individuo sente il bisogno di essere diverso dal suo essere e quindi inventa un modo di essere, l’apparire, che può dare gratificazioni immediate, ma a lungo andare può diventare fonte di gravi difficoltà interiori.

Nel voler essere diverso dalla propria vera essenza si costruiscono pesanti catene che rendono faticoso l’andare nel mondo e che renderanno faticoso l’uscire dalla prigionia della maschera, dalla galera dell’apparire in falsi panni, in false sembianze.

Ciascuno di noi porta in sé un germe, un’intima natura, un’impronta che sembra data per essere ascoltata: nell’ascolto di questa natura inconscia e nell’ascolto dell’istinto ad essa legato nasce la possibilità del ben-essere.

Ascoltare la propria “natura selvaggia”, quella parte nascosta e troppo spesso inascoltata, significa far fluire energia vitale benefica, significa lasciarsi raggiungere dall’intuito, da quella forma che prepotentemente spinge verso la via della sostanza pura e libera da sovrastrutture appiattenti la spontaneità e la libertà di ciascuno.

Ascoltare l’intuito non significa certo condurre una vita facendo ciò che si vuole o essere noncuranti di quello che ci circonda, bensì significa ascoltare il sano istinto che guida verso uno spazio e un tempo e che dona energia vitale perché rispettoso del proprio e dell’altrui mondo.

A volte è più facile indossare delle maschere e proporsi agli altri con “false sembianze” perché, con questo modo di porsi, ci si sente protetti e rassicurati, perché ciò che più conta è sentirsi accettati dagli altri, sentirsi valorizzati dagli altri.

Ma quale ben-essere può giungere da una base non veritiera?

Ed ecco allora che dobbiamo parlare  di risposte al mondo in termini di meccanismi di difesa: se si soffre per il proprio stato e si ha una difficoltà rispetto al proprio sentire, rispetto al proprio vivere con gli altri, è necessario trovare un modo per attenuare la sofferenza. E un modo per soffrire meno è porre in atto una difesa: l’evitamento o la negazione, la rimozione o la proiezione.

Le malattie psicosomatiche che tanto “furoreggiano” in questi tempi, nascono proprio in funzione del rifiuto del sé, del non essere come “si deve essere” e quindi dalla costruzione di una maschera che consenta di stare nel gruppo per come il gruppo ci vuole, oppure di indossare falsi panni per timore di perdere il partner o un’amicizia.

Ma tutto ciò non è altro che la costruzione del “falso sé”, cioè non è altro che vita non vera, vita sprecata.

E così, spesso, il tempo trascorre senza essere ben vissuto perché si desidera qualcosa  che non si ha o si pensa di non avere oppure perché si è costretti o ci si lascia costringere ad una vita non naturale.

La base dell’uomo è costituita dall’istinto, ma se l’uomo non riconosce e non integra le parti “animali” genera il suo danno: le parti istintive represse possono essere pericolose perché, essendo inascoltate e recluse nell’inconscio, possono agire in modo inconsapevole e quindi diventare parte inconsapevole e dannatamente dannosa.

Spesso queste parti appaiono nei sogni attraverso immagini di animali che bussano appunto alla porta per farsi riconoscere; questi animali portano un messaggio che chiede di essere letto e portato alla coscienza.

Se l’istinto viene reso alla coscienza, si può restaurare la pienezza dell’uomo e iniziare a condurre una vita più integra e più sana. Se l’uomo primitivo era tutta azione, l’uomo moderno dovrebbe aver raggiunto una consapevolezza tale da riuscire a “sentire” l’istinto, portarlo alla coscienza e integrare le parti, donandosi ben-essere nel pensiero e nell’azione.

Certo l’uomo è sottoposto sia alle vibrazioni interiori sia a quelle del mondo esterno e , quando si trova a dover affrontare forze non gradite e contrastanti, preferisce attribuirle all’esterno o al destino infausto manlevandosi così dalle sue responsabilità e dalle sue possibilità di trasformazione.

Essenza e apparenza

rosa tra le mani

Ogni oggetto o essere vivente possiede una natura intrinseca e una manifestazione estrinseca, un’essenza e un’apparenza.

Se prendiamo ad esempio un’automobile, possiamo considerare aspetti della sua interiorità il motore, il telaio, le sospensioni e come aspetti della sua esteriorità la carrozzeria, la linea, il colore.

La linea è importante, ha una sua funzione, però sappiamo che essa incide poco sulle prestazioni della vettura, dipendenti soprattutto da ciò che si trova al suo interno: potenza del motore, qualità delle sospensioni etc.. Non bastano linea aggressiva e vernice rossa per trasformare un’auto qualsiasi in un’auto sportiva; viceversa ci sono auto che dietro un’apparenza da berlina per famiglie nascondono alte prestazioni.

Questo esempio ci dice che l’apparenza è una cosa, l’essenza un’altra.

In un fiore, invece, essenza e apparenza sono coerenti: esso non è diverso da quello che sembra (salvo che nelle piante carnivore) e il suo aspetto esteriore è semplicemente un’espressione della sua natura profonda. Non ha la possibilità di fiorire diversamente da quello che è.

Pensiamo ad una rosa: inizialmente è tutta avviluppata in se stessa e piano, piano si apre, mostrando sempre più forma, colore e profumo, e in questo esprime esattamente la sua natura, che è quella di attirare e accogliere gli insetti, essere fecondata e produrre il frutto e quindi i semi. Non fa niente che non sia già previsto nella sua funzione vitale. In questo caso l’esteriorità è al servizio dell’essenza ed insieme concorrono alla realizzazione del fiore.

“Una rosa è una rosa, è una rosa…” e in effetti non può essere nient’altro che questo; un essere umano invece può apparire in maniera molto diversa da ciò che è dentro.

Un bugiardo può mostrarsi sincero, un ignorante può atteggiarsi a sapiente, un timido può sembrare spavaldo. Insomma, ciò che l’uomo può esprimere all’esterno non corrisponde necessariamente alla sua realtà interiore.

L’essere umano non è l’unica creatura vivente in grado di alterare profondamente il rapporto tra essenza e apparenza: anche alcune piante ed animali lo fanno; egli tuttavia è l’unico che finisce per ingannare se stesso.

Un camaleonte sa benissimo, in ogni momento, chi è: anche quando si trasforma e sembra una pietra, sa di essere un camaleonte, e lo stesso vale per la pianta carnivora; l’uomo invece, a forza di mentire agli altri, finisce per ingannare se stesso e scordarsi chi è, identificandosi con il personaggio che si è costruito.

Siamo talmente abituati a recitare che non ci sembra più nemmeno di farlo e diciamo a noi stessi:” Questa sono io”; mentre invece dovremmo dire: “Questa è la maschera che indosso da così tanto tempo da identificarmi con essa”.

Il problema del falso sé non è di natura etica, e non va stigmatizzato il fatto che si menta ad altre persone, che si indossino maschere volte a ingannarle sulla nostra reale natura.

In un ambiente rigido, autoritario, aggressivo, mentire è lecito, specie per un bambino che non ha il potere e le competenze per contestare le regole stabilite dagli adulti. Nello stesso modo è funzionale indossare maschere e corazze per proteggersi dall’aggressività e insensibilità altrui.

Il vero problema sta nel fatto che a forza di indossare queste maschere ci dimentichiamo chi siamo veramente, illudendoci di essere quel personaggio, o quella compagnia di personaggi, che ci siamo creati nell’infanzia o nell’adolescenza, finendo quindi per ingannare persino noi stessi.

Anche se al giorno d’oggi l’autenticità, la spontaneità e la sincerità sono considerate da molti valori di grande rilevanza da ricercare sopra tutto, la cultura dominante è stata fino a poco tempo fa di ben altro avviso.

Non dobbiamo dimenticare infatti che proveniamo da una tradizione essenzialmente patriarcale e autoritaria, che preferiva l’uniformità all’autenticità, l’obbedienza alla spontaneità, l’ipocrisia alla sincerità; importava molto di più “che cosa eri” piuttosto che “chi eri”. Le persone comunicavano quasi esclusivamente da ruolo a ruolo, da maschera a maschera senza nulla esprimere della propria essenza. Si istruivano i bambini fin da piccoli a comportarsi secondo determinati clichè, a dissimulare, a recitare parti e copioni perfino nei rapporti più intimi: genitori-figli, mogli-mariti  …

E anche se questo sistema di convenzioni comunicative basate sull’ipocrisia e l’apparenza è stato via, via messo in discussione e poi in parte scardinato; tuttavia si è creato un sistema sostitutivo e al vecchio conformismo ha fatto seguito un nuovo conformismo di cui la globalizzazione forse ne è l’emblema.

Siamo usciti da un sistema prestabilito di convenzioni per entrare in un sistema di nuovi simboli, forse più creativi ma altrettanto prestabiliti e vacui.

Questo perché è stato messo in discussione il meccanismo sociale esteriore che promuoveva il mascheramento, ma non sono state scalfite le motivazioni interiori cha portano a mascherarsi perdendo il contatto con le nostre più intime aspirazioni, con quel nucleo dell’essere che ci contraddistingue da tutti gli altri esseri viventi rendendoci unici.

Non è facile liberarsi di abitudini sociali vecchie di secoli, anche perché la tendenza a mascherarsi non dipende solo dal perpetuarsi di certi modelli culturali, ma deriva anche dalla naturale tendenza a ricercare il piacere e sfuggire il dolore, che in termini di interazione sociale significa ricercare l’amore e l’approvazione degli altri ed evitarne la riprovazione e l’aggressione. La motivazione psicologica che ci spinge, fin dall’infanzia, a comunicare in modo controllato, artefatto è proprio quella di ottenere considerazione e accettazione da parte degli altri, proteggendo al contempo la nostra vulnerabilità.

Dall’essenza alla personalità

personalità

Studi e ricerche in ambito psicologico e sociologico hanno messo in evidenza come la personalità di ciascun individuo sia il prodotto di almeno due distinti fattori: la predisposizione innata o potenzialità da una parte e le stimolazioni, pressioni o inibizioni che il soggetto subisce nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza da parte dell’ambiente familiare e sociale in cui vive.

Da ciò si è visto che un ambiente familiare e sociale consapevole e accogliente produrrebbe stimolazioni che faciliterebbero lo sviluppo delle potenzialità, di cui la persona è dotata dalla nascita, portando alla strutturazione di una personalità sana, forte ed elastica e soprattutto coerente con il vero sé .

Al contrario, invece, se il contesto familiare e sociale trascura di prendersi un’adeguata e amorevole cura dei piccoli ed è inoltre incline ad abusare del proprio potere non rispettando le particolarità individuali, allora produrrà più proibizioni che stimolazioni evolutive esigendo comportamenti ipocriti e compiacenti che non corrisponderanno al sentire interiore. Il risultato, quindi, sarà una inibizione e distorsione delle potenzialità della persona che porterà ad una personalità rigida, disarmonica e soprattutto lontana dal vero sé e per molti aspetti in continuo conflitto con esso.

Dato che la società e la cultura da cui proveniamo è stata per secoli improntata ad approcci educativi rigidi ed autoritari, non ci dobbiamo sorprendere se la quasi totalità delle persone ha strutturato una personalità più vicina al secondo tipo, ossia del falso sé. Anche se nella nostra epoca le cose sono in parte cambiate, non si deve dimenticare che fino a pochi decenni fa i genitori davano poco amore e considerazione ai figli che erano invece portatori di molti doveri e quasi nessun diritto. L’educazione a cui i bambini erano soggetti era molto severa, autoritaria e repressiva; la cultura dominante dava poco valore all’affettività e chiedeva ai figli obbedienza totale.

Dobbiamo aspettare la prima metà del novecento perché qualcosa cambi. Grazie all’avvento dei nuovi valori portati avanti della cultura degli anni Sessanta i modelli autoritari sono stati messi in discussione, passando però, in molti casi, all’estremo opposto, ossia ad un permissivismo eccessivo che porta con sé altrettanti problemi. La mancanza di confini e contenimento unita ad una educazione troppo permissiva fa sentire i bambini abbandonati a se stessi amplificando le loro ansie e paure.

Ogni eccesso è deleterio: se ci si sente non amati quando siamo oggetto di comportamenti autoritari e severi, ci si sente altrettanto non amati e abbandonati a se stessi in caso di estrema permissività. La risposta giusta è sempre nel mezzo; è necessario, quindi, trovare un punto di incontro tra autorità e permissività.

Ecco perché, pur essendo migliorate le condizioni sociali e culturali, le persone continuano a costruirsi maschere e personaggi e ad identificarsi in un’idea di se stesse lontana dalla loro vera essenza.

Mentre i nostri progenitori erano per lo più ignoranti riguardo la loro vera natura e la possibilità di risvegliarla, oggi molte persone sono sveglie anche se inibite a fare quel salto di qualità per vivere pienamente la loro vita in accordo con la loro essenza. Da una parte avvertono la spinta interiore che le porta ad intraprendere un qualche percorso di autoconoscenza e consapevolezza, dall’altra sono costantemente soggetti a conflitti interiori fra queste spinte evolutive e le spinte involutive generate dal falso sé e rinforzate dalla società .

Il processo che porta alla formazione della nostra personalità inizia dall’infanzia, ed è da lì che l’incontro con il contesto familiare può diventare di supporto allo sviluppo di un sé in linea con le nostre potenzialità; oppure può trasformarsi in uno scontro che ci porta verso la costruzione di un falso sé.

L’infanzia è quel periodo della vita contrassegnato da gioco e spensieratezza ma anche da ansie e paure. Da bambini siamo deboli e indifesi, abbiamo un grande bisogno di cure e amore per sopravvivere, di attenzione e riconoscimento ed è soprattutto dai genitori che dipende il nostro benessere fisico e psicologico; con loro vorremmo trascorrere gran parte del nostro tempo; essi sono le nostre divinità indiscusse. Purtroppo la maggior parte dei genitori è lontana dall’avere le conoscenze e la sensibilità per essere all’altezza di questo compito così totalizzante. Nella maggior parte dei casi devono lavorare e non possono, e a volte non vogliono, dedicarci tutto il tempo che vorremmo e anche quando sono con noi non riescono a darci tutto quell’amore a cui aneliamo. Spesso non riescono perché non ne sono capaci, anche loro vittime di poco amore non hanno imparato ad aprire il loro cuore.

Per non parlare poi di quei genitori che trascurano i loro figli lasciandoli al loro destino, oppure li picchiano o li prevaricano in vari modi, dicendo anche che lo fanno per il loro bene.

Ecco quindi che è gioco forza proteggersi, difendersi a scapito della nostra vera essenza che viene relegata sullo sfondo. Si inizia ad indossare la maschera del falso sé che coprirà la nostra personalità.

Quello che conta ai fini di un sano e felice sviluppo del bambino non sono le intenzioni ma l’amore che egli riceve in termini concreti di accudimento dei suoi bisogni, di contatto fisico, di sorrisi, di abbracci, di accettazione e riconoscimento. Ed è da questo contenimento incondizionato che si svilupperà quella base sicura da cui partire per erigere le fondamenta della nostra personalità in linea con la nostra essenza.

Come scrive magistralmente Peter Schellembam nel suo libro “La ferita dei non amati”: “per quanto cerchiamo di negare o immaginare che noi non siamo stati feriti, la verità è che tutti noi portiamo delle cicatrici e nel cuore riconosciamo segretamente che la nostra vita è una sinfonia di note meravigliose e dolorose insieme: siamo stati amati abbastanza da riuscire a sopravvivere, ma non abbastanza da sentirci integri”

Ovviamente ci sono differenze tra una situazione e l’altra, ma tutti, chi più chi meno, abbiamo sofferto di queste ferite affettive.

Amare incondizionatamente un figlio (lo vedremo nel prossimo post) non significa solo prendersene cura, non fargli mancare nulla, non picchiarlo e coprirlo di baci e abbracci; certo questo è moltissimo ma c’è dell’altro: amarlo significa anche accettarlo e apprezzarlo per quello che è, solo così egli potrà sviluppare con autenticità ciò per cui è nato … se stesso!

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