Tag: Giudice Interiore

La strada verso l’Autoaccettazione

accettazione di sè

Niente è più difficile che accettare sé stessi. Max Frisch

Nel post precedente ho puntato il focus sul permettersi di essere ciò che siamo, per fare ciò è essenziale una piena autoaccettazione incondizionata.

La strada verso l’Autoaccettazione è un percorso da te a te. Si parte lasciandosi alle spalle l’autorifiuto per arrivare, attraverso l’autocompassione, all’autorispetto e quindi all’autoespressione.

In questo viaggio si impara l’impegno verso se stessi e il modo come rivendicare i propri diritti.

Una volta raggiunta la meta ci si troverà di fronte alla svolta decisiva della nostra vita.

Presupposto fondamentale del nostro viaggio è che ognuno è la persona che è e lo sarà sempre.

Siamo il contenitore di ogni nostra esperienza e accettare noi stessi significa accogliere tale spazio e quello che comprende.

Naturalmente non sempre si è felici a volte, o forse spesso, si vorrebbe cambiare qualcosa o magari molte cose e la vita è tutt’altro che perfetta.

Ci sforziamo di essere migliori, di correggere i nostri difetti, di sviluppare abitudini più sane; ciononostante , rimaniamo quello che siamo.

Quando proviamo rabbia, proviamo rabbia.

Quando ci sentiamo offesi, ci sentiamo offesi.

Quando siamo felici, siamo felici.

Possiamo avere problemi; ma siamo noi e soltanto noi che possiamo risolverli. Tutto comincia e finisce con noi!

Ricordiamoci sempre che è nostro diritto essere noi stessi. E’ nostro diritto di nascita, il più fondamentale di tutti i diritti umani, ed io aggiungo l’unico dei doveri.

Ma noi vogliamo essere veramente noi stessi? A cosa serve un diritto se non lo rivendichiamo, anche con forza se occorre.

Quando faccio questa domanda a qualcuno dei miei clienti spesso mi guarda smarrito, pensano che sia la continua autocritica a produrre la crescita e che invece l’autoaccettazione sia una forma di autocompiacimento giustificativo; invece disapprovarsi, giudicarsi e punirsi formano il carattere e rendono l’individuo migliore.

Proviamo ad immaginarci questa scena: la nostra mente come un tribunale dove siamo messi costantemente sotto processo. Nessuna giuria, solo un giudice inflessibile, un pubblico ministero accusatore e un piccolo avvocato difensore. I legali presentano le loro tesi: quello dell’accusa con forza e vigore mentre il difensore ha una voce flebile e incerta, chiamano a deporre testimoni, che chissà per quale strano motivo rafforzano sempre le tesi dell’accusa. Noi siamo l’attore che recita contemporaneamente tutte le parti. E che cosa riguarda il processo? La nostra condanna a morte. L’uccisione della nostra identità colpevole di essersi resa visibile.

Affermare il nostro diritto a esistere quali siamo è il primo segnale sulla strada verso l’autoaccettazione; sapere che meritiamo di farlo è un passo importante.

Quindi difendiamo noi stessi così come siamo, con le nostre gioie, i nostri sbagli, i nostri sbalzi di umore, i nostri problemi.

Accettiamo il miracolo del nostro Sé più profondo al di là di ogni apparenza. L’autorifiuto uccidendo la parte più vera di noi non paga. Le punizioni che ci infliggiamo sono solo dolore senza alcun vantaggio.

Accettiamoci come siamo, amiamoci con tutte le nostre contraddizioni, complicazioni e complessità. Il semplice atto dell’autoaccettazione elimina ogni resistenza. Quello che combattiamo persiste, se cediamo ci liberiamo!

L’autoaccettazione è il grembo da cui nasce l’autostima.

Il curioso paradosso è che quando accetto me stesso per come sono, allora posso cambiare. Carl Rogers

 

liberamente tratto da:

B.Mandel – Percorsi di autostima – Ed.Mediterranee

Il Giudice Interiore nelle relazioni affettive.

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Ahimè quasi tutte le nostre relazioni interpersonali sono purtroppo condizionate dal rapporto che abbiamo con il nostro Giudice interiore e dalla maggiore o minore consapevolezza che abbiamo riguardo a questa dinamica.

La situazione più comune è quella di proiettare il proprio Giudice sulle persone con cui abbiamo una relazione e in modo particolare su chi amiamo.

Le relazioni affettive sono quindi il terreno migliore per osservare il nostro giudice al lavoro. E’ proprio là dove c’è un forte coinvolgimento emozionale, attaccamento, legame, aspettative, sogni comuni, che vengono a galla i nostri auto-giudizi più profondi.

Che lo si voglia ammettere oppure no, spesso le persone che ci sono più vicine riescono a mettere il dito sulle nostre piaghe in modo molto efficace. Se, da un lato, questa è probabilmente una delle cause principali di dolore e conflitto nelle relazioni, dall’altro lato è anche una grossa opportunità per capire come proiettiamo al di fuori il nostro Giudice e per vedere come attacchiamo gli altri e attraiamo inconsciamente gli attacchi altrui.

Se proviamo a guardare le cose da un’altra prospettiva ci accorgeremo che i nostri conflitti interpersonali non sono altro che il riflesso di conflitti interni rimasti irrisolti tra il Giudice e il bambino che è in noi che continua a reagire in maniera meccanica.

Come un pendolo, ci spostiamo dall’essere i nostri carnefici, identificandoci con il nostro Giudice, all’essere vittima, identificandoci con il nostro bambino.

La stessa dinamica avviene nei rapporti affettivi, dove a volte diventiamo il Giudice dell’altro attaccandolo, e a volte reagiamo diventando vittime. Proiettare il nostro Giudice sull’altro diventa un meccanismo di difesa che ci permette di mantenere nell’inconscio la dinamica con il nostro Giudice, ossia diventare la vittima dell’attacco dell’altro ci permette di non sentire l’assalto dentro di noi e di attivare le nostre difese contro un nemico esterno, mentre attaccare l’altro con le nostre critiche ci permette di evitare di fare i conti con il dolore che quelle stesse critiche provocano quando le rivolgiamo a noi stessi.

Raramente noi vediamo e sentiamo le persone intorno a noi; piuttosto vediamo e percepiamo la realtà e le persone che ci circondano indossando un paio di occhiali colorati che filtrano le informazioni che ci arrivano leggendole poi secondo la struttura di valori, opinioni, giudizi, e pregiudizi che ci portiamo appresso.

Nelle relazioni affettive, in particolare, questo meccanismo prende il nome di “transfert”.  Transfert significa che in modo inconscio proiettiamo sulla persona amata uno o anche tutti e due i nostri genitori e visto che il nostro Giudice (o Super-Io) altro non è che l’interiorizzazione della parte normativa dei nostri genitori, finiamo con il proiettare su quella persona il nostro Giudice Interiore.

Ci troviamo così intrappolati in una rete di delusioni, ferite, risentimento, lamentele, ci sentiamo non visti e non capiti e ci sentiamo dire lo stesso dalla persona che amiamo.

Per creare relazioni vere e non condizionate dalle nostre proiezioni è necessario quindi risolvere la questione con il nostro Giudice Interiore.

Per fare questo il passo fondamentale è assumersi la responsabilità di agire consapevolmente difendendosi dagli attacchi del proprio Giudice, riconoscendo le situazioni in cui esso si proietta sull’altro, trovando modi concreti per smantellare giudizi e pregiudizi che rendono la nostra affettività “condizionale”.

Certamente fare ciò comporta le sue difficoltà e di fatto vuol dire assumersi completamente la responsabilità della nostra vita smettendo di incolpare gli altri per le nostre sofferenze, frustrazioni e delusioni e vuol dire soprattutto riconoscere che l’amore esiste solo se è senza condizioni.

Dove e come comincia l’amore senza condizioni? Il punto zero si trova nella comprensione che è impossibile amare qualcuno senza condizioni se non so amare me stesso senza condizioni.

Il passo essenziale è quindi cominciare ad amare noi stessi impegnandosi a smascherare il nostro Giudice Interiore e tutti i modi in cui rifiutiamo noi stessi e sabotiamo la nostra crescita.

Se non cominciamo ad onorare la nostra individualità scoprendone l’unicità, molto difficilmente riusciremo a rispettare e amare gli altri per la loro e continueremo a vedere i loro comportamenti sbagliati trovandoci presto infognati nell’illusorio tentativo di cambiare le persone intorno a noi.

La via più facile è fare tutto questo insieme al nostro partner cominciando a rendere più esplicita la comunicazione per diventare sempre più consapevoli del modo in cui avviene la proiezione del proprio Giudice.

L’impegno comune porta con sé una nuova fiducia condivisa permettendo alla coppia una nuova e reale intimità, dove diventa finalmente possibile manifestare e condividere la propria vulnerabilità senza paura di essere attaccati. E questa diventa anche la base per lasciare andare la paura di essere sbagliati e tutte le ansie collegate.

Più saremo in grado di esporre alla persona amata tutto quello che siamo, più facile sarà entrare in contatto con quelle parti di noi che abbiamo dovuto negare, reprimere e nascondere e più saremo liberi da quel passato che come una zavorra troppo spesso ci impedisce di VIVERE

liberamente tratto da:

A.E.Costantino – La libertà di essre se stessi – Ed.Tecniche Nuove

Sul pettegolezzo

pettegolezzo

Iniziamo con una storia …

“Nella Grecia antica Socrate era tenuto in grande considerazione per la sua saggezza e integrità.

Un giorno una sua conoscenza si presentò da lui tutta eccitata e affannata dicendo: “Socrate, sai cosa ho sentito dire giusto un momento fa su Diogene?”

“Aspetta un attimo – disse Socrate – prima di dirmelo vorrei che passassi un piccolo test, quello dei tre filtri”

“I tre filtri?”, domandò l’latro.

“Esattamente – continuò Socrate – prima di parlarmi di Diogene prendiamoci un momento per filtrare quello che mi vuoi dire. Il primo filtro è la Verità, sei assolutamente certo che quello che stai per dirmi è vero?”

“No – disse il conoscente – in realtà ho solo sentito altri parlarne”

“Va bene –disse Socrate- allora tu non sai per certo se è vero o no. Proviamo il secondo filtro, il filtro della Bontà. Quello che stai per dirmi su Diogene è qualcosa di buono?”

“No, al contrario”

“Allora –continua Socrate – tu vuoi dirmi qualcosa su Diogene che è negativo, magari brutto, anche se non sei certo che sia vero?”

L’uomo alzò le spalle arrossendo, piuttosto imbarazzato, e Socrate continuò: “Forse puoi ancora passare questo test perché c’è il terzo filtro, il filtro dell’Utilità. Quello che mi vuoi dire su Diogene mi sarà utile, mi servirà in qualche modo?”

“No, non credo”

“Bene –concluse Socrate – se quello che mi vuoi dire non è n è Vero, né Buono, né Utile, perché dirlo a me o a chiunque altro?”

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Proviamo a chiederci e a vedere cosa serve il pettegolezzo ….

Il pettegolezzo ha alcune funzioni. La prima è fondamentalmente catartica. Attraverso il pettegolezzo (che è parlare di qualcuno o di qualcosa con un carico di energia giudicante) scarichiamo la pressione interna, mentale ed emozionale generata dal rapporto con il nostro Giudice interiore.

Più o meno funziona così: la carica di aggressività con cui il nostro Giudice ci attacca e cerca di mantenere a tutti i costi il suo posto d’onore, viene deviata verso l’esterno. Questo permette al Giudice di mascherare il controllo nei nostri confronti mantenendo nell’inconscio i materiali pericolosi e nello stesso tempo scaricando l’accumulo di energia, che potrebbe provocare tensione ed ansia , verso l’esterno attraverso pareri negativi, giudizi e svalorizzazioni.

La seconda funzione, più subdola, è che attaccando qualcuno o qualcosa fuori di noi ci alleiamo inconsciamente con il nostro Giudice e per un po’ non sentiamo il nostro conflitto avendo l’impressione di sapere cosa è giusto o sbagliato e di essere detentori di elementi concreti e reali di valutazione.

Ma cosa c’è dietro al pettegolezzo?

Se cerchiamo di osservarne la meccanica ci accorgiamo chiaramente che esso è un modo inconscio di proiettarsi fuori di sé, dove l’effetto immediato è l’evitare e soprattutto l’evitare di sentire , che cosa, di una determinata situazione ci tocca , ha a che fare con noi, quali potrebbero essere le emozioni , le risonanze , i giudizi e i pregiudizi .

In breve il pettegolezzo ci permette di non sentire noi stessi e la nostra vulnerabilità.

Il pettegolezzo diventa così una valvola di sfogo assolutamente controllata dal nostro Giudice interiore e usata per nascondere la sua presenza.

Come ho detto prima il meccanismo di difesa che regola il pettegolezzo è la “proiezione” che ci serve per non sentire la nostra gabbia e i suoi limiti. E ancora di più, la proiezione ci serve per sentirci “buoni e giusti”, migliori degli altri.

Come possiamo allora intervenire su questo meccanismo che può produrre, se non smascherato, effetti deleteri sulle nostre relazioni?

Come sempre, il primo passo è riconoscere la presenza del meccanismo nella nostra vita, osservare i modi in cui si manifesta cercando di togliere qualunque giudizio in merito, perché è proprio questo stesso giudizio che ci impedisce di comprendere a fondo le caratteristiche del meccanismo e il suo funzionamento.

E per togliere di mezzo il giudizio è bene innanzi tutto riconoscere quali sono i giudizi che abbiamo, come si manifestano o si nascondono.

E per concludere ritorno alla storia iniziale su Socrate e introduco un quarto filtro: quello del Cuore.

Se ci troviamo in dubbio su quello che stiamo per dire su qualcun altro e se riconosciamo che spettegolare è una maniera per sfuggire a noi stessi e riconosciamo la carica distruttiva di quello che stiamo per dire, allora facciamo un passo e usiamo il quarto filtro …..

Cominciamo noi stessi (parafrasando Gandhi) ad essere la trasformazione che vogliamo vedere intorno a noi …..

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Liberamente tratto da:

A.E.Costantino – La libertà di essere se stessi – Ed.Tecniche Nuove

Ancora sul senso di colpa

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“Ho la conoscenza, ma agisco sotto la costrizione del mio essere” ( Euripide)

Visto che il post precedente sul “senso di colpa” ha sollevato un grande interesse, posto un’altra riflessione sullo stesso argomento questa volta unito al concetto di autostima. La “colpa” sentimento che sta alla base di molti disagi ed è spesso causa di azioni disfunzionali che ci allontanano sempre più dall’obiettivo ben-essere ……

Lo scopo di un lavoro su se stessi, come potrebbe essere un percorso di Counseling, è quello di sviluppare un concetto di Sé positivo cercando di ri-tessere i passaggi emotivi mancati in modo da essere in grado di fronteggiare i passaggi della vita indipendentemente dall’approvazione o disapprovazione esterna.

Lungo la strada verso questo obiettivo, il modo in cui consideriamo il nostro comportamento, i criteri con cui lo giudichiamo e il contesto in cui lo osserviamo assumono un’ importanza fondamentale, specialmente nei momenti in cui tendiamo a rimproverarci e a sentirci colpevoli.

Parlando di assertività, cioè la capacità che permette ad una persona di agire nel suo pieno interesse, di difendere il suo punto di vista senza ansia esagerata, di esprimere con sincerità e disinvoltura i propri sentimenti e di difendere i suoi diritti senza ignorare quelli altrui, spesso si teme che mettendola in atto si possa incorrere in un potenziale rischio di perdita dell’affetto e dell’approvazione da parte degli altri.

Il timore di mostrarsi assertivi deriva anche dalla paura del conflitto e dalla scarsa accettazione dell’assertività dell’altro.

La paura della disapprovazione, delle critiche e del rifiuto da parte di persone considerate importanti è una delle cause dei nostri “sensi di colpa” ed è il fondamento del risentimento che spesso ne è alla base.

Per liberarsi dai sensi di colpa occorre essere onesti verso se stessi, riconoscendo la rabbia e il risentimento legati al fatto di vivere secondo le aspettative altrui e non le proprie, esprimendo costruttivamente i propri sentimenti nei confronti degli altri.

Quando il nostro comportamento entra in conflitto con quello che consideriamo giusto e non sappiamo con chiarezza “per chi” è giusto e quale criterio stiamo usando (nostro o altrui), perdiamo il rispetto per noi stessi. Le nostre azioni riflettono sia quello che siamo, sia quello che pensiamo di essere. I sensi di colpa per gli errori commessi non sono produttivi, tanto meno riparativi.

Se ci autopuniamo invece di acquisire consapevolezza, la nostra autostima diminuisce. E’ importante considerare il contesto in cui si è verificato il comportamento e i motivi per cui in quel momento quella ci è sembrata la migliore tra le scelte possibili. Un’altra reazione frequente è quella di negre l’accaduto e le sue conseguenze. Piuttosto che negare è proficuo invece entrare in profondità nel contesto in cui l’”errore” si è verificato, chiedersi quali bisogni si cercava di soddisfare con quel comportamento e quali erano eventuali alternative che in quella circostanza sono state scartate.

Le nostre azioni sono sempre legate allo sforzo di sopravvivere, di proteggerci, di evitare la paura e il dolore, di nutrirci, di mantenere il nostro equilibrio e di crescere. Anche quando commettiamo un errore o ci comportiamo in maniera autodistruttiva, a qualche livello cerchiamo di prenderci cura di noi stessi.

Quando riusciamo a perdonarci i nostri errori, possiamo compiere azioni riparative e il nostro comportamento migliora, mentre se continuiamo a condannarci implacabilmente, il nostro comportamento, come la nostra autostima tendono a peggiorare. Essere comprensivi e benevoli verso se stessi non significa negare le proprie responsabilità, ma sentirsi in colpa non rappresenta una virtù: in realtà lascia passivi ed impotenti. Un atteggiamento costruttivo richiede di non arrendersi ai sensi di colpa, bensì di emanciparsi da essi.

Accettare la nostra fallibilità “vuol dire accettare le nostre imperfezioni, imparare a perdonare ed a riconciliarsi con se stessi più e più volte. Accettarsi non come alibi per continuare ad operare nell’errore e nella distruttività, ma come impegno a migliorarsi”.

La tendenza a giudicare le proprie caratteristiche ed il proprio comportamento mina il senso di autostima, poiché sancisce l’impossibilità al cambiamento e va a rinforzare la giustificazione per la propria passività: “nessuno mi amerà mai”, “non riesco mai bene”. Per migliorare l’autostima dobbiamo invece imparare a vivere senza le scuse dei “non posso”, “non sono capace”, “sono fatta così”. I sensi di colpo ci tengono legati all’inattività senza darci l’opportunità di sperimentare nuovi  comportamenti “è colpa mia”, “sono una delusione”, “sono sempre stata così”, “così è la vita”, “non posso cambiare”: il messaggio implicito è: “non aspettatevi niente da me”.

A qualcuno l’infelicità risulta familiare, anche se non piacevole. Come potrebbe diventare la nostra vita senza la depressione e l’infelicità che ci isolano e ci proteggono? La felicità richiede di più in termini di consapevolezza, impegno ed investimento di energia.

Anche la persona migliore del mondo, se mai esista, prima o poi andrà incontro ad un errore. L’errore e la fallacità sono parte dell’uomo e della sua crescita. Basti pensare che uno dei principali metodi con cui apprendiamo fin da piccoli è proprio quello per “tentativi ed errori”. I nostri errori non ci sottraggono valore come persone e non indicano che siamo individui degni di disprezzo. Perdonarsi significa riconoscere quelle che sono le nostre caratteristiche negative, le nostre debolezze, le nostre paure e accettarle come parte di noi. Solo così può essere possibile cercare di trasformarle in positivo.

Se sapremo perdonare noi stessi, lo sapremo fare anche con gli altri.

Se lo sappiamo fare con gli altri è ora che iniziamo a farlo anche con noi stessi…….

E per chi volesse approfondire ulteriormente:

Lucio Della Seta –  “Debellare il senso di colpa”  – Ed. Marsili

Sopravvivere o vivere?

vivere o sopravvivere

Il Giudice Interiore o Super-Io, come abbiamo visto in questo post, è un meccanismo di sopravvivenza e, se ben strutturato assolve in modo molto efficace a questo compito, ma allo stesso tempo non è capace di vivere.

Sopravvivere e vivere sono due cose molto diverse: la prima è semplicemente la capacità di mantenere in funzionamento il nostro sistema corporeo, la seconda è la capacità di creare il nostro presente e di esserne consapevoli.

Sopravvivere è l’espressione della nostra animalità mentre vivere è il culmine più alto della nostra umanità!

Quando lasciamo che la sopravvivenza occupi il posto della nostra umanità, anche quando non c’è minaccia, permettiamo che il nostro Giudice Interiore detti le leggi del nostro vivere, del nostro relazionarci e dei nostri comportamenti, noi allora non siamo veramente umani, bensì ricadiamo in uno stato infantile ma senza la bellezza e l’innocenza dell’infanzia.

La nostra vita quotidiana è allora dettata e rinchiusa dentro una rete di pregiudizi che, impedendoci di vedere la realtà, ci obbligano a comportamenti meccanici e a re-agire. Dove, in questo caso, re-agire vuol dire agire nello stesso modo del passato, vuol dire mancanza di creatività, spontaneità, e consapevolezza.

Proviamo ad osservare quanta della nostra energia è continuamente impegnata nel fare la cosa giusta. Non solo, ma anche di fare la cosa giusta che ci permetta di stare bene e di essere riconosciuti e apprezzati.

Questo desiderio intrinsecamente umano, rappresenta la nostra volontà di essere allineati con l’esistenza, connessi, capaci di rispondere in modo vivo alle situazioni che la vita ci propone.

Ma la vera questione non è fare la cosa giusta, bensì giusta secondo chi? Quali sono i criteri che definiscono cosa è giusto e cosa è sbagliato?

Se guardiamo con un minimo di attenzione e soprattutto di sincerità non è difficile realizzare che il criterio è definito dal nostro Giudice Interiore e quindi dai nostri genitori interiorizzati. E se questo è quello che accade è anche vero che stiamo cercando di trovare la scelta adatta al momenti attuale attraverso qualcosa che ha nulla o poco a che fare con questo momento.

La vera questione, allora, è come fare a fare scelte che riflettano la nostra consapevolezza, libertà, originalità ossia tutte quelle caratteristiche che definiscono il vivere.

L’unico modo per farlo è ridirigere la nostra energia vitale al qui e ora che ci troviamo a vivere distogliendola dal gravoso compito di sostenere la dinamica con il Giudice Interiore, vincendo la paura per la sopravvivenza alla scoperta del nostro potenziale personale.

Tutto ciò significa semplicemente CRESCERE: crescere oltre la dinamica che caratterizza il nostro rapporto con il nostro Giudice Interiore. Che poi vuol dire capire come questa dinamica ci tenga rinchiusi in uno stato infantile dove ancora, indipendentemente dagli anni che abbiamo, facciamo i conti con i nostri genitori, e come questa dinamica sia proiettata all’esterno in ogni nostra relazione.

Questo comporta, quindi, assumerci la responsabilità di fare scelte non dettate dal passato e da valori altrui, ma basate sulla nostra capacità di sentire chi siamo realmente, cosa vogliamo e come intendiamo impegnarci per realizzarlo.

Da ciò sembra ormai chiaro che dobbiamo imparare a difenderci consapevolmente dagli attacchi del Giudice Interiore imparando a sviluppare la capacità di essere presenti nell’esperienza, mentre, il più delle volte, avviene di essere risucchiati nel continuo dialogo/conflitto interiore tra bambino e genitori.

Quando l’energia vitale viene di nuovo resa disponibile alla nostra crescita cominciamo a vivere una vita non più costantemente tesa verso come “dovremmo essere” bensì illuminata dalla scoperta quotidiana della nostra individualità e unicità.

Succederà allora che invece di spendere quantità incredibili di energia e attenzione nel cercare di mantenere una pace precaria tra Io e Giudice Interiore, cominciamo a scoprire chi siamo al di là del condizionamento ricevuto e quali sono le nostre capacità. Cominciamo a sentire che apparteniamo a questa vita e che questa vita ci appartiene e il nostro sopravvivere si trasforma piano piano in VITA VERA!

Ma perché la crescita avvenga avviando il processo del Vivere è necessario riconoscere che ciò che proviamo, ciò che possiamo esprimere e ciò a cui aspiriamo ha valore. Diventa quindi una parte fondamentale del nostro viaggio l’esplorazione onesta e coraggiosa, senza falsi pudori, del nostro valore.

Per molte persone il valore personale è dipendente dal riconoscimento sociale: se gli altri danno un giudizio positivo, se c’è accettazione, se c’è successo, se si riceve attenzione, allora si ha valore.

Questa dinamica con l’esterno va di pari passo con una interna dove ognuno di noi è impegnato a misurare il proprio valore con il Giudice Interiore. Così come da bambini abbiamo imparato a misurare il nostro valore a seconda della risposta che ci veniva data dai nostri genitori, così da adulti la misura del nostro valore viene dal Giudice. Abbiamo quindi imparato e continuato a credere di non avere un valore intrinseco, espressione di quello che siamo, anzi, abbiamo imparato a nascondere ciò che siamo in modo da avere riconoscimento e quindi valore.

Quando impariamo a essere presenti e a difenderci dagli attacchi del nostro Giudice Interiore, allora la nostra consapevolezza comincia a rilassarsi e a risiedere nel presente invece che nel passato o nel futuro e questo ci permette di riconoscere e valutare aspetti della nostra realtà precedentemente nascosti. Saremo in grado allora di riconoscere la presenza in noi di emozioni e comportamenti e desideri a lungo considerati “inaccettabili” dal Giudice Interiore e respinti nell’inconscio. Questo riconoscimento aprirà la porta alla libertà personale di decidere quali di questi contenuti hanno valore per noi e se valga la pena esplorare queste nuove possibilità assumendoci la responsabilità dei possibili errori e conseguenze.

Sfidando i confini imposti dal Giudice Interiore cominciamo ad allargare il nostro territorio riappropriandoci di parti di noi stessi a lungo evitate. Fiducia, senso di capacità e direzione cominciano a crescere in noi mentre ci liberiamo dalla vergogna e dai sensi di colpa e incominciamo finalmente a VIVERE !

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