Tag: giusta distanza

Consapevolezza, distacco e assenza di giudizio: il giusto mix per ri-trovarsi

consapevolezza 9

“Quando sai cosa stai facendo, allora puoi fare quello che vuoi” M.Feldenkrais

Facendo seguito a vari post su questo tema, vorrei oggi inoltrarmi su una riflessione più approfondita sugli ingredienti necessari per una buona conoscenza di sé: la consapevolezza – il distacco e l’assenza di giudizio.

Spesso si usa il termine “autoconsapevolezza” come sinonimo di “autoconoscenza” in realtà non sono la stessa cosa. “Autoconsapevolezza” è la capacità di dirigere coscientemente l’attenzione verso ciò che avviene fuori e dentro di noi; “autoconoscenza” è la capacità di collegare correttamente i dati raccolti mediante la consapevolezza.

Oltre al saper osservare è necessario, poi, sapersi guardare intorno, imparando a cogliere quei segnali che le altre persone o le circostanze della vita hanno in serbo per noi. Infatti ogni cosa che ci succede, ogni incontro è una esperienza che, piacevole o spiacevole che sia, può insegnarci qualcosa su noi stessi.

Ogni situazione che ci troviamo a vivere è come uno specchio in cui, se sappiamo osservare bene, possiamo vedere riflesse parti di noi che al momento non conosciamo ancora.

Ecco quindi che di fronte ad ogni evento della vita sarebbe opportuno chiederci “che cosa posso imparare da questo? Con quale parte di me che ancora non conosco mi mette in contatto?”.

Queste domande ci mettono in comunicazione con le due parti in cui si divide la “consapevolezza”, quella “interiore” ossia il percepire coscientemente ciò che avviene dentro di noi, nello stesso momento in cui avviene (“qui e ora”) e quella “esteriore” ossia il percepire coscientemente ciò che avviene fuori di noi, nel preciso istante in cui avviene.

Per fare questo è necessario il “distacco”, ovvero, l’atto del percepire come se lo facesse un’altra persona non coinvolta. Per quanto riguarda la “consapevolezza interna” ad esempio sentire nitidamente le sensazioni corporee, le proprie emozioni, osservare il fluire dei propri pensieri, avvertire i bisogni. In ugual modo servirsi dello stesso “io osservatore” per la “consapevolezza esterna”: dunque osservare i fenomeni fisici, atmosferici e ancora di più quelli relazionali, ossia, i comportamenti, le espressioni, gli sguardi delle persone con cui interagiamo, ascoltarne le parole ma anche le tonalità della voce e le pause, avvertirne empaticamente le emozioni, cogliere le loro reazioni alle nostre parole e comportamenti.

Proviamo a considerare la consapevolezza come un punto di vista neutrale come un testimone che osserva dall’esterno qualcosa in cui non è in alcun modo coinvolto. Per arrivare a tale neutralità è necessario “sospendere il giudizio” ossia: osservare senza giudicare. Porsi con mente aperta libera da pregiudizi, condizionamenti e credenze che possono distorcere la nostra prospettiva.

Consapevolezza => sapere con, è la condizione in cui la cognizione di qualcosa si fa interiore, profonda, perfettamente armonizzata col resto di noi stessi, in un uno coerente. È quel tipo di sapere che dà forma alle azioni della nostra vita rendendole autentiche.

Non solo ….. rendendoci coscientemente conto dei nostri bisogni si sapranno, poi, meglio riconoscere e accettare quelli degli altri; accogliendo le proprie emozioni si potranno accogliere più facilmente quelle degli altri; riconoscendo i propri schemi e le proprie maschere si potranno accompagnare più semplicemente gli altri a liberarsi delle loro e tutto questo ci porterà ad instaurare relazioni più sincere e costruttive.

Si tratta dunque di un processo evolutivo circolare, in cui l’esteriorità rimanda all’interiorità e questa di nuovo alla prima e così via fino ad una completa e cosciente integrazione tra queste due sfere dell’esistenza.

E in questo processo circolare di progressiva coscienza di sé si amplia la nostra visuale e di conseguenza muta anche il nostro rapportarci agli altri. Parallelamente si presta più attenzione a se stessi e agli altri al di là degli schemi consueti, rendendosi conto che ciò che accade realmente nel “qui e ora” non è ciò che “dovrebbe accadere” in base alle proprie teorie e aspettative.

Spesso crediamo di vedere le cose come realmente sono, mentre le percepiamo distorte dai nostri schemi mentali, dalle nostre speranze e paure. Non si tratta di fare a meno degli schemi bensì di utilizzare schemi sufficientemente flessibili, essendo disponibili in ogni momento a rivederli e all’occorrenza abbandonarli.

In ultimo, per essere davvero consapevoli è necessario affrancarsi il più possibile da pregiudizi, condizionamenti, credenze che possono distorcere la nostra percezione. Questa è la prima fase di ogni serio percorso verso la consapevolezza per un vivere più consono alla nostra unica e irripetibile natura

 

Trovare una misura

fusione

“Il controllo assoluto su un altro essere umano non è possibile e tantomeno auspicabile. Ed è sempre distruttivo. Uno dei grandi miti sul vero amore vorrebbe che le vite di un uomo e di una donna fossero intrecciate per sempre, incamminate sulla stessa via, protese verso le stesse mete e i medesimi interessi, e che ogni istante di separazione fosse per loro un’eternità. Quand’anche ciò fosse possibile, a me sembra tristissimo!Sentirsi uniti, protetti, solidali è un sentimento del tutto naturale. Ma diventa un problema quando noi ne facciamo un’esigenza esclusiva. Chi focalizza il proprio amore su un unico soggetto ha difficoltà nei suoi rapporti con gli altri. Constatare che le persone che amiamo sanno amare, oltre a essere amate, dovrebbe essere un conforto, non una minaccia ….” (Leo Buscaglia – Vivere, amare, capirsi – )

Il primo passo verso la risoluzione delle dipendenze affettive è certamente riconoscere di avere un problema. Esistono, dei confini estremamente sottili tra ciò che in una coppia è normale e ciò che, nell’abitudine cronica, diviene dipendenza. La difficoltà nell’individuazione del problema risiede anche nei modelli di amore che, come si è detto, una persona affettivamente dipendente conserva nella propria memoria e che fanno ritenere determinati abusi e sacrifici di sé come “normali” in nome dell’amore.

Secondo passo: chiedere aiuto, ci si può avvalere del supporto psicologico individuale, a volte può essere necessaria una psicoterapia, ma ciò che è certamente utile per velocizzare e stabilizzare i miglioramenti è il confronto in gruppo tra persone che vivono lo stesso problema perché ciò consente di prendere un impegno con gli altri, davanti agli altri e di cominciare a riconoscere le distorsioni della realtà, grazie alle somiglianze della propria vita con la vita altrui che consentono di vincere le difese che non permettono di vedere la verità sulla propria storia personale.

Spesso, paradossalmente, è la “speranza” che fa sopravvivere il problema e che tende a cronicizzarlo: la speranza in un cambiamento impossibile, soprattutto in un contesto relazionale in cui si sono consolidati, e persino pietrificati, dei ruoli e dei copioni da cui è, più o meno, impossibile uscire. Così, paradossalmente, l’inizio del cambiamento arriva quando si raggiunge il fondo e si sperimenta la disperazione, che rappresenta la possibilità di sotterrare le illusioni che hanno nutrito a lungo il rapporto patologico.

Come ho detto all’inizio la descrizione del dipendente affettivo e del suo annullamento nell’altro secondo lo schema ebbrezza, dose e perdita dell’io è praticamente identica a quello dell’innamorato, perduto in un mondo parallelo, dimentico del resto, concentrato ossessivamente sull’oggetto unico e insostituibile del suo amore. Dove è la differenza? Perché una è una bolla bellissima che tutti guardano con invidia e l’altra, invece, è un’orrenda prigione dove si consuma un copione di dolore e annientamento?

Tra l’innamoramento e la dipendenza, tra la passione e l’annullamento, come ho scritto più sopra, il confine è labilissimo. Per questo poi è così difficile capire dove comincia una cosa e dove finisce l’altra. Si può provare, però, a mettere dei paletti.

Il primo riguarda il considerare da quanto tempo dura la simbiosi. Un rapporto fusionale è pressoché inevitabile nella fase iniziale di una relazione, poi però, se dà il passo e l’andatura a tutta la storia, se si mangia via ogni possibile evoluzione e cambiamento, allora, forse, c’è qualcosa che non va.

Secondo paletto: la quantità. Un rapporto d’amore tenderà almeno un po’ alla fusione simbiotica ma non deve tenderci troppo. Un esempio concreto: cercare di stare il più possibile con l’altro è una faccenda connaturata con l’amore; stare solo e soltanto con lui rifiutando ostinatamente qualunque altro contatto è una cosa cui prestare attenzione.

Ricapitolando: non troppo e non troppo a lungo, altrimenti forse siamo davanti ad un problema di dipendenza, forse dobbiamo drizzare le antenne.

Però non è ancora sufficiente. Troppo è un concetto abbastanza relativo: come si può misurare davvero se il limite è stato superato, se stiamo deragliando verso qualcosa di distruttivo e malsano?

Qui c’è una regola infallibile; bisogna misurare la sofferenza che si sente . Più soffro, più amo è il modello dell’amore per noi occidentali. Ce lo hanno passato, tra l’altro, secoli e secoli di letteratura e svariati decenni di cinema, canzoni e televisione. Tutti più o meno, volenti o nolenti, prendiamo questa malsana equazione come punto di riferimento assoluto.

Avere consapevolezza vuol dire cercare di capire sempre quello che ci succede, ascoltarsi e sentire riconoscere le note dissonanti, vuol dire non crogiolarcisi dentro, vuol dire immaginare che è possibile anche diversamente.

Il modello dell’amore come annullamento è terribilmente seducente. Non c’è niente da fare, se guardi Adele H. di Truffaut, pensi che quella donna, una delle più grandi drogate d’amore della storia del cinema, una che insegue un uomo che nemmeno la vuole fino all’altro capo del mondo, è pazza, ma ne rimani completamente affascinato e stregato.

Si tratta, in conclusione, di trovare una misura. Si tratta di mantenere sempre un punto di vista critico. Si tratta di continue triangolazioni e aggiustamenti per trovare la giusta distanza con le cose, con i modelli per portarle nella propria vita in modo creativo e personale.

……. e non abbiamo ancora finito, se ti va continua a seguirmi …..

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: