Identità in viaggio ….

valigia viaggio

Le cose migliori della vita ( spesso anche le peggiori) hanno alle spalle un lunghissimo viaggio.

Un viaggio di geni (incroci casuali e imprevisti, selezioni ..) o un viaggio personale (esperienze buone o cattive, traumi, gioie, lutti, nascite ..)

Per questa ragione quando incontriamo qualcuno che ha vissuto e imparato, ci troviamo di fronte a un universo così complesso e insondabile che è necessario creare con esso molti punti e istituire linguaggi appositi.

Anche senza accorgercene, ci apprestiamo allora a “imparare” l’altro, attraverso identificazioni sempre precarie e a rischio di errore. Al tempo stesso, possiamo aspettarci che gli altri facciano altrettanto con noi, che ci “comprendano”, talvolta anche senza dover faticare molto a spiegarci, quasi se fossimo sempre in attesa della ripetizione di quel miracolo della vita che è stata la comprensione materna, quando eravamo troppo piccoli per poter spiegare verbalmente le nostre emozioni.

In questo processo appassionato e mai concluso, ci capita di trovare affinità che ci scaldano il cuore, ci fanno “riconoscere” nell’esperienza, nelle parole e nei gesti della persona con cui siamo in relazione e alimentano la voglia di continuare ad approfondire la conoscenza, di andare avanti rispecchiandoci e potenziando quel senso di unione che talvolta cementa, anche da lontano o virtualmente, le vite degli esseri umani.

Se guardiamo la vita con occhi disincantati, possiamo accorgerci che si vive tutti insieme, ma in mondi diversi e non comunicanti. Se, per esempio, dovessimo fermare la nostra macchina e invitare il nostro vicino di “coda” a raccontarci la sua giornata, le sue aspettative, i suoi problemi, la sua famiglia, i suoi affari e piaceri, le sue speranze e desideri, potremmo anche scoprire un mondo del tutto diverso dal nostro. Così diverso da generare emozioni come l’invidia o il rifiuto, l’indifferenza o l’ammirazione.

Eppure siamo lì, portiera a portiera, nella stessa strada intasata, nella stessa città e forse compreremo il giornale nella stessa edicola, il pane dallo stesso panettiere e il caffè nello stesso bar.

La fatica e lo sconcerto che derivano dal toccare da vicino questi mondi diversi ci colgono talvolta impreparati, perché ci obbligano a vedere cose mai viste, a fare uno sforzo troppo grande per accettare come buono e possibile, sensato e forse augurabile quello che non ci appartiene per nascita, educazione e crescita.

Nonostante ci, in questo sforzo sta il segreto di una delle grandi spinte dell’umanità verso il futuro e di ogni singola persona verso il compimento del suo destino: l’allargamento della visione della vita e della potenza del pensiero e degli affetti.

In qualche modo, possiamo dire di essere predisposti ad allargare la visione, mischiarci con altro da noi, creare una mente sempre più ampia a capace di vedere contesti complessi, perché se così non fosse non avremmo potuto in alcun modo crescere e affrancarci dal piccolo mondo dell’infanzia.

Al tempo stesso, siamo predisposti a conservare quello che abbiamo appreso e renderlo un ingrediente del nostro contesto e delle difese con le quali circondiamo le mura della nostra città.

Potremmo pensare, con molta fantasia, al nostro essere come una sorta di “minestrone” che ha ingredienti base dati dal nostro albero genealogico e dalle esperienze originarie nella famiglia. Questi ingredienti verranno modificati dall’incontro con la vita: si arricchiranno e così si modificheranno anche le loro proporzioni interne.

L’aggiunta di un ingrediente al minestrone non lo cambia radicalmente, ma ne modifica il gusto, a volte in modo sostanziale. I cambiamenti sono variazioni del minestrone, nelle quali ciò che siamo stati si arricchisce di quello che abbiamo imparato ed accettato. Le esperienze traumatiche gravi, se non superate, tendono a fissa in modo stereotipato il gusto, riducendo il dosaggio di molti ingredienti e amplificando quello di pochi, quelle evolutive a renderlo più ricco e raffinato.

Ogni evoluzione del nostro minestrone ci rende più potenti e aperti verso la vita e più in grado di riconoscere gli altri.

Questo diviene possibile un po’ perché troviamo in noi sessi molte tracce dei loro “ingredienti”, un po’ perché siamo meno preoccupati rispetto all’idea che qualcosa di nuovo ci rovesci come un calzino, un po’ perché abbiamo accresciuto la curiosità di sperimentare nuove combinazioni e aumentato di molto la nostra creatività.

liberamente tratto da:

S.Gastaldi – “La terapia degli affetti” – Ed.FrancoAngeli

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