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La paura del rifiuto e i suoi slittamenti

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“Il rifiuto ci turba, l’approvazione ci confonde.”  Nicolás Gómez Dávila

Riflessioni sparse dopo una sessione di Counseling ……

Il bisogno di legami, di appartenenza e di accettazione, è probabilmente uno tra i più importanti per l’essere umano. Forse è un retaggio del nostro passato genetico di primati privi di difese, quando solo unendoci potevamo far fronte ai predatori: essere rifiutati, in questo caso, significava essere condannati.

Di qui l’importanza del legame per la nostra autostima; la necessità di saperlo suscitare e assaporare. E anche la diffidenza che occorre nutrire quando questo bisogno di legame e la relativa capacità di individuare un rifiuto non funzionano più regolarmente,facendo di noi persone ipersensibili a qualsiasi forma di allontanamento.

Quando si lavora sulla propria autostima è essenziale riflettere a fondo sul problema del rifiuto, delle conseguenze che ha su di noi e del modo in cui noi stessi contribuiamo a tali conseguenze attraverso l’eccesso di sensibilità. Quindi è importare prestare attenzione non più soltanto al rifiuto, ma anche al nostro sistema di rilevazione del rifiuto che, se non funziona bene, può farci soffrire molto e metterci in situazioni destinate al fallimento. Infatti sentirsi rifiutati non significa sempre che lo si è veramente. Se in passato siamo stati spesso vittime di autentiche esperienze di rifiuto, a quel punto ereditiamo un sistema di rilevamento del rifiuto che è diventato ipersensibile, anche se l’ambiente che ci circonda al momento ora è più accogliente.

Si tratta di una sorta di allarme guasto. Questo sistema di allarme ci è stato tramandato dall’evoluzione: poiché eravamo animali sociali e potevamo vivere solo al’interno di gruppi solidali, la nostra sopravvivenza dipendeva dalla nostra capacità di mantenere il nostro posto nel gruppo. Ritrovarsi soli equivaleva ad una condanna a morte. Ma quel che si giustifica in una situazione di pericolo oggettivo può sfuggire alla nostra volontà nelle situazioni in cui sappiamo che, in teoria, non esiste un pericolo così grande.

Il timore del giudizio negativo da parte degli altri è di fatto legato alle sue possibili conseguenze negative: essere giudicati, se il giudizio è negativo, equivale a rischiare di essere rifiutati.

Visto che , di solito, se non ci stimiamo, ci giudichiamo negativamente, allora ci immaginiamo che il giudizio altrui sarà impietoso e severo quanto lo è il nostro. A quel punto ci allontaniamo da quello che riteniamo sia un pericolo e, in questo modo, inconsciamente confermiamo la possibilità di tale pericolo. Tale ipersensibilità al giudizio altro non è che la parte emersa della paura del rifiuto.

Tutto allora diventa difficile, perché l’autostima fa fatica a stabilire una differenza tra l’essere realmente rifiutati e pensare di esserlo. Nel dubbio , è più propensa a dar credito all’intuizione: “Se mi senti rifiutato o non amato, è perché lo sono.”

Questo genere di distorsione del ragionamento si riscontra nelle persone in preda ad una forte attivazione emozionale: dal momento che ci sentiamo in difficoltà, siamo convinti di essere in difficoltà. E che tutti ci vedano  che siamo in difficoltà. Non consideriamo più le nostre emozioni come un avvertimento della possibilità di un problema, ma come una certezza della sua realtà e della sua gravità.

La forza di tale convinzione comporta una modificazione del nostro comportamento che andrà nella direzione di quel che temiamo. Occorre pertanto fare molta attenzione a questa tendenza a leggere il pensiero ed auto intossicarsi con le erronee convinzioni del ragionamento emozionale. Uno sguardo, un sorriso, un silenzio, una parola sussurrata all’orecchio di qualcuno mentre stiamo parlando, rischiano di essere interpretati in modo erroneo sotto l’effetto della nostra difficoltà.

Occorre quindi stare attenti alla proiezione dei propri processi mentali: dal momento che dubitiamo di noi e del fatto di essere accettati socialmente, ci sorvegliamo; e pensiamo che gli altri facciano altrettanto; allora abbiamo la sensazione sgradevole, e spesso sbagliata, di essere al centro della loro attenzione.

Ecco quindi alcune strategie per affrontare la paura del rifiuto:

  • Conoscere a fondo le situazioni che danno l’avvio alla nostra ansia si valutazione. In genere esse sono tutte occasioni in cui ci troviamo in una situazione di osservazione, di competizione, di prestazione . Sapere che in momenti del genere tenderemo a sopravvalutare i giudizi rivolti a noi rappresenta una prima tappa. Quando ci troviamo in queste situazioni, tenderemo a sorvegliarci, a bistrattarci, a interessartci di più delle nostre manchevolezze anziché godere dei talenti degli altri, o ridere del loro desiderio di esibirli.
  • Ricordare che anche gli altri pensano soprattutto a se stessi. E sì, non siamo l’ombelico del mondo, come a volte le nostre difficoltà tendono a farci credere. “E se gli altri non ti stessero osservando e giudicando? Gli altri pensano a se stessi, come te …..”
  • Accettare la possibilità di essere giudicati. Piuttosto che voler evitare ad ogni costo questo giudizio, accettiamolo, poi consideriamo con calma come modificarlo, sempre nella visione di un sé globale e non focalizzato sui propri limiti e difetti. Accettare anche l’idea che effettivamente ci sono persone che ci giudicheranno dall’aspetto, la conversazione, le buone maniere o altri stupidi marcatori sociali. E’ vero, esistono. Ma è altrettanto vero che queste persone non sono la maggioranza. Perché quindi dedicare la maggior parte della nostra energia a proteggerci da persone che potrebbero essere critiche, con il risultato di impedirci di godere degli scambi con persone più accoglienti e interessanti?
  • Adottare comportamenti sociali che privilegiano l’azione, vale a dire andare verso la gente. E’ fondamentale non stare ad aspettare che ci vengano rivolti segnali di apertura, non aspettare che siano sempre gli altri a fare il primo passo. So che spesso ci si comporta in questo modo perché ci si dice, come in una specie di test: “Se le persone si avvicinano per parlarmi, vuol dire che ne hanno veramente voglia. Se invece sono io ad avvicinarmi, in qualche modo le costringo”. Così, è più forte la paura del rifiuto, più si sopravvaluta la visibilità dei segnali di apertura e più si aspetta che siano gli altri a percepirli e decodificarli, nella speranza che capiscano il nostro imbarazzo e facciano il primo passo … Ma questi segnali di apertura, che noi pensiamo chiari e manifesti, spesso sono invisibili all’altro. E siccome pensiamo di aver mostrato abbastanza, restiamo lì, speriamo e aspettiamo…..

Un suggerimento per concludere cerchiamo di essere più chiari!!! Bisogna scegliere tra due rischi: quello di un eventuale ed episodico rifiuto, o quello dei rimpianti e vi assicuro che il peso dei rimpianti a volte è molto più difficile da reggere a lungo termine che non quello di un rifiuto …..

Se anche tu ti senti in questa situazione ed hai voglia di fare un po’ di chiarezza, compila questo form, ti contatterò nel più breve tempo possibile per una chiacchierata GRATUITA informativa.

 

Il Giudice Interiore nelle relazioni affettive.

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Ahimè quasi tutte le nostre relazioni interpersonali sono purtroppo condizionate dal rapporto che abbiamo con il nostro Giudice interiore e dalla maggiore o minore consapevolezza che abbiamo riguardo a questa dinamica.

La situazione più comune è quella di proiettare il proprio Giudice sulle persone con cui abbiamo una relazione e in modo particolare su chi amiamo.

Le relazioni affettive sono quindi il terreno migliore per osservare il nostro giudice al lavoro. E’ proprio là dove c’è un forte coinvolgimento emozionale, attaccamento, legame, aspettative, sogni comuni, che vengono a galla i nostri auto-giudizi più profondi.

Che lo si voglia ammettere oppure no, spesso le persone che ci sono più vicine riescono a mettere il dito sulle nostre piaghe in modo molto efficace. Se, da un lato, questa è probabilmente una delle cause principali di dolore e conflitto nelle relazioni, dall’altro lato è anche una grossa opportunità per capire come proiettiamo al di fuori il nostro Giudice e per vedere come attacchiamo gli altri e attraiamo inconsciamente gli attacchi altrui.

Se proviamo a guardare le cose da un’altra prospettiva ci accorgeremo che i nostri conflitti interpersonali non sono altro che il riflesso di conflitti interni rimasti irrisolti tra il Giudice e il bambino che è in noi che continua a reagire in maniera meccanica.

Come un pendolo, ci spostiamo dall’essere i nostri carnefici, identificandoci con il nostro Giudice, all’essere vittima, identificandoci con il nostro bambino.

La stessa dinamica avviene nei rapporti affettivi, dove a volte diventiamo il Giudice dell’altro attaccandolo, e a volte reagiamo diventando vittime. Proiettare il nostro Giudice sull’altro diventa un meccanismo di difesa che ci permette di mantenere nell’inconscio la dinamica con il nostro Giudice, ossia diventare la vittima dell’attacco dell’altro ci permette di non sentire l’assalto dentro di noi e di attivare le nostre difese contro un nemico esterno, mentre attaccare l’altro con le nostre critiche ci permette di evitare di fare i conti con il dolore che quelle stesse critiche provocano quando le rivolgiamo a noi stessi.

Raramente noi vediamo e sentiamo le persone intorno a noi; piuttosto vediamo e percepiamo la realtà e le persone che ci circondano indossando un paio di occhiali colorati che filtrano le informazioni che ci arrivano leggendole poi secondo la struttura di valori, opinioni, giudizi, e pregiudizi che ci portiamo appresso.

Nelle relazioni affettive, in particolare, questo meccanismo prende il nome di “transfert”.  Transfert significa che in modo inconscio proiettiamo sulla persona amata uno o anche tutti e due i nostri genitori e visto che il nostro Giudice (o Super-Io) altro non è che l’interiorizzazione della parte normativa dei nostri genitori, finiamo con il proiettare su quella persona il nostro Giudice Interiore.

Ci troviamo così intrappolati in una rete di delusioni, ferite, risentimento, lamentele, ci sentiamo non visti e non capiti e ci sentiamo dire lo stesso dalla persona che amiamo.

Per creare relazioni vere e non condizionate dalle nostre proiezioni è necessario quindi risolvere la questione con il nostro Giudice Interiore.

Per fare questo il passo fondamentale è assumersi la responsabilità di agire consapevolmente difendendosi dagli attacchi del proprio Giudice, riconoscendo le situazioni in cui esso si proietta sull’altro, trovando modi concreti per smantellare giudizi e pregiudizi che rendono la nostra affettività “condizionale”.

Certamente fare ciò comporta le sue difficoltà e di fatto vuol dire assumersi completamente la responsabilità della nostra vita smettendo di incolpare gli altri per le nostre sofferenze, frustrazioni e delusioni e vuol dire soprattutto riconoscere che l’amore esiste solo se è senza condizioni.

Dove e come comincia l’amore senza condizioni? Il punto zero si trova nella comprensione che è impossibile amare qualcuno senza condizioni se non so amare me stesso senza condizioni.

Il passo essenziale è quindi cominciare ad amare noi stessi impegnandosi a smascherare il nostro Giudice Interiore e tutti i modi in cui rifiutiamo noi stessi e sabotiamo la nostra crescita.

Se non cominciamo ad onorare la nostra individualità scoprendone l’unicità, molto difficilmente riusciremo a rispettare e amare gli altri per la loro e continueremo a vedere i loro comportamenti sbagliati trovandoci presto infognati nell’illusorio tentativo di cambiare le persone intorno a noi.

La via più facile è fare tutto questo insieme al nostro partner cominciando a rendere più esplicita la comunicazione per diventare sempre più consapevoli del modo in cui avviene la proiezione del proprio Giudice.

L’impegno comune porta con sé una nuova fiducia condivisa permettendo alla coppia una nuova e reale intimità, dove diventa finalmente possibile manifestare e condividere la propria vulnerabilità senza paura di essere attaccati. E questa diventa anche la base per lasciare andare la paura di essere sbagliati e tutte le ansie collegate.

Più saremo in grado di esporre alla persona amata tutto quello che siamo, più facile sarà entrare in contatto con quelle parti di noi che abbiamo dovuto negare, reprimere e nascondere e più saremo liberi da quel passato che come una zavorra troppo spesso ci impedisce di VIVERE

liberamente tratto da:

A.E.Costantino – La libertà di essre se stessi – Ed.Tecniche Nuove

Sui lamenti …..proiezioni, reazioni e insoddisfazioni

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Perché, pur in assenza di conclamate cause esterne o interne che producano in noi dolore psicofisico d’intensità superiore alla nostra soglia di sopportazione, tuttavia non riusciamo a resistere alla tentazione della lamentazione?

Per cercare di proporre una risposta semplice a questa domanda complessa potremmo prendere a prestito le teorie dell’Analisi Transazionale dicendo che ci lamentiamo per la nostra incapacità a controllare e contenere il Bambino piagnucoloso che è in noi.

Ma se davvero fosse totalmente così, la risposta conterrebbe anche una corrispondente prospettiva evolutiva e risolutiva.

Proprio la capacità di controllare, contenere e guidare quello stesso Bambino piagnucoloso potrebbe infatti essere appresa per essere poi spesa ogniqualvolta ci troviamo di fronte a dei lamenti. Ciascuno di noi, quindi, potrebbe dedicarsi all’apprendimento di quella competenza grazie alla quale, come dice Berne “l’Adulto “mantiene il controllo del comportamento nelle relazioni con gli altri che potrebbero, consciamente o inconsciamente, tentare di attivare il suo Bambino o Genitore” (Eric Berne “Analisi Transazionale” – Ed.Astrolabio)

E l’Adulto mantiene il controllo del comportamento quando per esempio tu mi provochi, mi sfidi, ovvero il Genitore critico o il Bambino piagnucoloso che sono in te cercano di attivare il Genitore critico o il Bambino piagnucoloso che sono in me, mentre io evito di accogliere la provocazione, lascio cadere la sfida, attivando in me soltanto l’Adulto.

Questo quindi significa che dobbiamo esclusivamente identificarci con l’Adulto che è in noi? No. Come precisa Berne infatti “ciò non significa che soltanto l’Adulto sia attivo nelle situazioni sociali, ma che è l’Adulto a decidere se e quando lasciare libero il Bambino o il Genitore e quando riassumere il controllo” (Berne, Op.citata)

Proiettare sugli altri e attribuire loro intenzioni persecutorie nei nostri confronti senza tuttavia verificare mai l’effettiva presenza di simili intenzioni, può essere il sintomo di psicopatologie gravi: la classica paranoia e i disturbi paranoidi ad essa connessi.

Tuttavia, anche in assenza di conclamate patologie, la diffusione inconsapevole di questa attività proiettiva è sicuramente molto frequente ed è anche all’origine di molte o forse di tutte le lamentazioni possibili.

Un esempio fra tutti, quello riportato da Paul Watzlawick “la Storia del martello” . “ un uomo vuole appendere un quadro. Ha il chiodo, ma non il martello. Il vicino ne ha uno, così decide di andare da lui e di farselo prestare. A questo punto gli sorge un dubbio: “e se il mio vicino non me lo vuole restare? Già ….. ieri mi ha salutato appena. Forse aveva fretta, ma forse la fretta era soltanto un pretesto ed egli ce l’ha con me. E perché? Io non gli ho fatto nulla, è lui che si è messo in testa qualcosa. Se qualcuno mi chiedesse un utensile, io glielo darei subito. E perché lui no? Come si può rifiutare al prossimo un così semplice piacere? Gente così rovina l’esistenza agli altri. E per giunta si immagina che io abbia bisogno di lui solo perché possiede un martello. Adesso basta!”. E così si precipita di là, suona, il vicino apre, e prima ancora che questo abbia il tempo di dire: “Buongiorno”, gli grida: “si tenga pure il suo martello, villano!”

Quando ci lamentiamo di qualcuno lo facciamo perché egli ci perseguita, ci ostacola, ci invidia, ci ha preso di mira, non ci capisce, non collabora, non si fida … oppure perché noi siamo convinti che così sia e di conseguenza gli attribuiamo queste cattive intenzioni???

In questo caso, in assenza di verifiche dirette, potremmo scoprire oppure potremmo anche non scoprirlo mai, e questo sarebbe anche peggio, che in realtà quelle nostre convinzioni negative, quelle nostre attribuzioni, erano del tutto prive di fondamento.

Bisogna allora riconoscere che ogni proiezione ed ogni attribuzione non verificata ci solleva sì dalla responsabilità di cercare una soluzione positiva alle difficoltà in cui ci stiamo trovando, ma quelle stesse proiezioni ci inducono o ci condannano anche a vivere di lamenti.

Anche nel caso in cui non si trattasse di proiezioni, poiché il fondamento delle nostre convinzioni negative è stato verificato, siamo proprio sicuri che lamentarci della collega, del capo, del fidanzato geloso o del vicino di casa, sia l’unica e migliore iniziativa possibile?

Non sarebbe meglio, di fronte ai loro attacchi, ridimensionarli, senza tuttavia fingerli di non vederli, sdrammatizzarli, senza tuttavia banalizzarli e ironizzare, senza tuttavia svalutare le persone, per riuscire poi, magari anche in loro compagnia , a farci …. una bella risata ????

Reagisco quando lascio che prevalgano dentro di me, e quindi di esprimano senza alcun controllo, i miei impulsi. Di conseguenza può sembrare che ogni reazione, e quindi anche ogni lamentazione, proprio in quanto trova nell’istinto e nell’impulso la propria legittimazione, non solo sia naturale e quindi “sana”, ma sia anche utile e quindi vantaggiosa.

Come si usa dire: “quando ce vò, ce vò!”.

Sul fronte opposto rispetto a istinto e impulso, c’è ragione e intelligenza. Queste assicurano sì saggezza a chi le sa utilizzare in modo appropriato ma si rivelano impotenti di fronte all’emergenza delle reazioni impulsive ed istintive.

A questo proposito può venirci in aiuto l’ Intelligenza Emotiva che può essere definita proprio come la capacità non soltanto di controllare, ma soprattutto di gestire, guidare e governare istinti, impulsi ed emozioni, invece di esserne controllati e dominati.

Creare e ricreare equilibrio in questo rapporto, ottimizzandolo e migliorandolo continuamente, è la condizione per riuscire a reagire di meno, attraverso lamentazioni e recriminazioni tendenzialmente auto-distruttive, per agire di più, attraverso comportamenti realisticamente finalizzati ad una soddisfacente affermazione di sé.

L’insoddisfazione, bruciante e immediata o latente e ritardata, è infatti il risultato, più probabile che riesce a conseguire chi, passando da una reazione all’altra, nel lavoro come in amore come nella vita, non sa rinunciare all’onnipotente impulso infantile che si riassume nell’alternativa: “o tutto o niente”.

Tra il “tutto o niente” ci sono infatti sempre il qualcosa, il poco, il molto, in altre parole “la giusta misura”, che, adeguatamente apprezzata, può non solo fare evaporare il combustibile di ogni possibile lamentazione, ma anche offrire la miscela più appropriata per produrre, perfino nei contesti meno favorevoli, ogni possibile soddisfazione ….

Abbasso il giudizio: i vantaggi dell’accettare gli altri

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“Prima di giudicare una qualsiasi persona, cammina nei suoi mocassini almeno per tre lune” Proverbio indiano

La tentazione di esprimere giudizi su quello che sono o fanno le persone non può ovviamente esistere se non a partire dalla nostra stessa esperienza. Possiamo vedere negli altri solo quello che abbiamo imparato a vedere in noi ….

E’ il cosiddetto meccanismo della proiezione che ci fa attribuire agli altri sentimenti o intenzioni che in realtà appartengono a noi.

Questa tendenza a vedere il mondo attraverso le nostre difficoltà personali dipende in parte dall’importanza che il nostro ego assume nel nostro funzionamento psichico: l’ossessione dolorosa di sé, che caratterizza le persone con problemi di autostima le espone ampiamente a questo rischio.

E in contropartita questa visione auto centrata porta ad un impoverimento della nostra visione del mondo, e quindi di noi stessi.

In effetti nella tendenza a giudicare è implicita quella di chiusura all’esperienza. Si riempie il mondo di sé anziché di lasciarsi riempire, informare, educare da lui. Di conseguenza il mondo ci sembra fossilizzato, “è sempre la stessa cosa”, le persone sono “sempre le stesse” (e quasi sempre deludenti). Spesso, invece, è il nostro modo di capirle che è sempre identico.

L’effetto della tendenza ad etichettare è ben noto in psicologia: una volta che abbiamo espresso un giudizio su qualcuno è difficile ricredersi, perché tutte le nostre azioni ulteriori saranno a quel punto influenzate da tale giudizio. Tenderemo, quindi, a memorizzare quello che confermerà la nostra etichettatura , e a rifiutare quello che non la confermerà.

E’ quello che si definisce una prospettiva di “pensiero selettivo”: scegliamo preferibilmente le informazioni che confermano le nostre convinzioni e le nostre preferenze..

Contrastare l’effetto dell’etichettatura richiede sforzi ben organizzati. E la cosa più semplice, piuttosto che dover rivedere sistematicamente i nostri giudizi, consiste nel non giudicare subito, troppo in fretta. Altrimenti saremo vittime di un effetto di priorità: la prima convinzione che si radicherà resterà la più solida sul lungo periodo, anche nel caso di una successiva invalidazione.

Eccoci di nuovo ai principi basilari dell’accettazione: gradualmente, regolarmente, abituarsi a osservare e accettare quello che osserviamo , a volte con generosità lasciando sempre un margine , evitando di “sputare sentenze” prima di conoscere i fatti. Poi rifletterci, e se esprimiamo un giudizio, farlo in modo preciso e provvisorio “ per il momento, riguardo a questo, poso pensare questo”. Alla fine, agire, passando dal risentimento  alla discussione, al confronto.

L’accettazione degli altri è un atteggiamento correlato con un maggior livello di benessere globale in chi lo pratica. Ne consegue quindi un circolo virtuoso: se sto bene, sarò più portato alla benevolenza, questa benevolenza a sua volta mi fa bene.

D’altra parte, l’apertura psicologica è correlata con l’autostima: migliore sarà quest’ultima, più ci aiuterà a osservare senza fare confronti, invidiare o giudicare, più ci consentirà di trarre profitto dalle esperienze della vita, di avere una maggiore flessibilità e capacità di adattamento a nuovi ambienti.

Una buona autostima, che passa anche attraverso l’evitamento del giudizio affrettato, può così essere uno strumento per bonificare il reale e può anche succedere che le persone ci “deluderanno” un po’ meno ….

Sul pettegolezzo

pettegolezzo

Iniziamo con una storia …

“Nella Grecia antica Socrate era tenuto in grande considerazione per la sua saggezza e integrità.

Un giorno una sua conoscenza si presentò da lui tutta eccitata e affannata dicendo: “Socrate, sai cosa ho sentito dire giusto un momento fa su Diogene?”

“Aspetta un attimo – disse Socrate – prima di dirmelo vorrei che passassi un piccolo test, quello dei tre filtri”

“I tre filtri?”, domandò l’latro.

“Esattamente – continuò Socrate – prima di parlarmi di Diogene prendiamoci un momento per filtrare quello che mi vuoi dire. Il primo filtro è la Verità, sei assolutamente certo che quello che stai per dirmi è vero?”

“No – disse il conoscente – in realtà ho solo sentito altri parlarne”

“Va bene –disse Socrate- allora tu non sai per certo se è vero o no. Proviamo il secondo filtro, il filtro della Bontà. Quello che stai per dirmi su Diogene è qualcosa di buono?”

“No, al contrario”

“Allora –continua Socrate – tu vuoi dirmi qualcosa su Diogene che è negativo, magari brutto, anche se non sei certo che sia vero?”

L’uomo alzò le spalle arrossendo, piuttosto imbarazzato, e Socrate continuò: “Forse puoi ancora passare questo test perché c’è il terzo filtro, il filtro dell’Utilità. Quello che mi vuoi dire su Diogene mi sarà utile, mi servirà in qualche modo?”

“No, non credo”

“Bene –concluse Socrate – se quello che mi vuoi dire non è n è Vero, né Buono, né Utile, perché dirlo a me o a chiunque altro?”

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Proviamo a chiederci e a vedere cosa serve il pettegolezzo ….

Il pettegolezzo ha alcune funzioni. La prima è fondamentalmente catartica. Attraverso il pettegolezzo (che è parlare di qualcuno o di qualcosa con un carico di energia giudicante) scarichiamo la pressione interna, mentale ed emozionale generata dal rapporto con il nostro Giudice interiore.

Più o meno funziona così: la carica di aggressività con cui il nostro Giudice ci attacca e cerca di mantenere a tutti i costi il suo posto d’onore, viene deviata verso l’esterno. Questo permette al Giudice di mascherare il controllo nei nostri confronti mantenendo nell’inconscio i materiali pericolosi e nello stesso tempo scaricando l’accumulo di energia, che potrebbe provocare tensione ed ansia , verso l’esterno attraverso pareri negativi, giudizi e svalorizzazioni.

La seconda funzione, più subdola, è che attaccando qualcuno o qualcosa fuori di noi ci alleiamo inconsciamente con il nostro Giudice e per un po’ non sentiamo il nostro conflitto avendo l’impressione di sapere cosa è giusto o sbagliato e di essere detentori di elementi concreti e reali di valutazione.

Ma cosa c’è dietro al pettegolezzo?

Se cerchiamo di osservarne la meccanica ci accorgiamo chiaramente che esso è un modo inconscio di proiettarsi fuori di sé, dove l’effetto immediato è l’evitare e soprattutto l’evitare di sentire , che cosa, di una determinata situazione ci tocca , ha a che fare con noi, quali potrebbero essere le emozioni , le risonanze , i giudizi e i pregiudizi .

In breve il pettegolezzo ci permette di non sentire noi stessi e la nostra vulnerabilità.

Il pettegolezzo diventa così una valvola di sfogo assolutamente controllata dal nostro Giudice interiore e usata per nascondere la sua presenza.

Come ho detto prima il meccanismo di difesa che regola il pettegolezzo è la “proiezione” che ci serve per non sentire la nostra gabbia e i suoi limiti. E ancora di più, la proiezione ci serve per sentirci “buoni e giusti”, migliori degli altri.

Come possiamo allora intervenire su questo meccanismo che può produrre, se non smascherato, effetti deleteri sulle nostre relazioni?

Come sempre, il primo passo è riconoscere la presenza del meccanismo nella nostra vita, osservare i modi in cui si manifesta cercando di togliere qualunque giudizio in merito, perché è proprio questo stesso giudizio che ci impedisce di comprendere a fondo le caratteristiche del meccanismo e il suo funzionamento.

E per togliere di mezzo il giudizio è bene innanzi tutto riconoscere quali sono i giudizi che abbiamo, come si manifestano o si nascondono.

E per concludere ritorno alla storia iniziale su Socrate e introduco un quarto filtro: quello del Cuore.

Se ci troviamo in dubbio su quello che stiamo per dire su qualcun altro e se riconosciamo che spettegolare è una maniera per sfuggire a noi stessi e riconosciamo la carica distruttiva di quello che stiamo per dire, allora facciamo un passo e usiamo il quarto filtro …..

Cominciamo noi stessi (parafrasando Gandhi) ad essere la trasformazione che vogliamo vedere intorno a noi …..

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Liberamente tratto da:

A.E.Costantino – La libertà di essere se stessi – Ed.Tecniche Nuove

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