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Perché relazionarsi è così difficile?

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“ Siate due colonne che sostengono lo stesso tetto, ma non cercate di possedere l’altra persona, lasciate che rimanga indipendente. Sorreggete lo stesso tetto: quel tetto è l’amore “ K.Gibran

Perché non sei ancora un vero essere. Dentro di te c’è un vuoto interiore e hai paura che, entrando in relazione con qualcun altro, prima o poi questo vuoto sia portato allo scoperto; ti sembra quindi più sicuro mantenere una certa distanza dalla gente, così almeno, puoi fingere di esistere.

Non sei ancora nato; sei solo una potenzialità, non sei ancora un essere completo, e soltanto due persone realizzate possono relazionarsi.

Due semi non possono entrare in relazione, perché sono chiusi; due fiori possono relazionarsi, perché sono aperti, e possono effondere il loro profumo l’uno verso l’altro, possono danzare nello stesso raggio di sole e nello stesso alito di vento e possono dialogare e sussurrare fra loro. Ma per due semi tutto ciò è impossibile, perché sono completamente chiusi, privi di finestre: come potrebbero relazionarsi?

La situazione in cui ti trovi è questa: l’essere umano nasce sotto forma di seme, e può diventare un fiore oppure restare un seme. Dipende tutto da te, da cosa decidi di fare; crescere o no dipende interamente da te; si tratta di una tua scelta, ed è necessario affrontarla momento per momento, perché ogni istante rappresenta un crocevia.

Milioni di persone decidono di rinunciare a crescere, restano semi e si fermano allo stato potenziale; non sanno cosa sia la realizzazione e l’attuazione del proprio essere, non sanno cosa significhi ESISTERE, e vivono e muoiono in modo del tutto vuoto. Come possono relazionarsi? Se lo facessero metterebbero in mostra se stesse, la propria nudità, sembra quindi molto più saggio  mantenere le distanze.

Persino gli amanti mantengono le distanze; si avvicinano solo fino a un certo punto e stanno molto attenti a indietreggiare al momento giusto; stabiliscono confini che non attraversano mai, restandone imprigionati. Certo tra di loro esiste una sorta di legame, ma non è quello della relazione, bensì quello del possesso. Ma possedere non significa relazionarsi, al contrario, il possesso distrugge ogni possibilità di entrare in relazione.

Entrare in relazione con una persona significa rispettarla: non puoi possederla. Quando ci si relaziona, c’è riverenza e si giunge ad essere davvero molto, molto vicini, in profonda intimità, senza però interferire con la libertà dell’altro, che resta un individuo indipendente. La relazione che si crea non coinvolge un soggetto ed un oggetto ma due soggetti alla pari.

Perché milioni di persone hanno scelto di rimanere semi? La ragione delle loro scelta è che la condizione del seme è più sicura di quella del fiore. Il fiore è fragile, mentre il seme sembra molto più resistente; il fiore può essere distrutto molto facilmente, perché basta una raffica di vento per far volare via i suoi petali, mentre il seme non può essere disperso dalle correnti con altrettanta facilità, perché è protetto, al sicuro.

Il fiore è molto esposto e, pur essendo così delicato, è sottoposto a moltissimi rischi: può arrivare un forte vento, può piovere a dirotto, il sole può essere troppo caldo … Ad un fiore può accadere qualsiasi cosa ed è costantemente in pericolo, mentre il seme è al sicuro; per questo milioni di persone scelgono di rimanere semi , il rischio è troppo forte.

Ma restare semi significa rimanere in uno stato di morte, senza un minimo di vitalità; certo, si tratta di una condizione sicura, ma priva di vita. La morte è una cosa sicura, mentre la vita è incertezza! Chi vuole VIVERE davvero dovrà farlo in mezzo al pericolo; chi desidera raggiungere la vetta deve assumersi il rischio di smarrirsi; chi vuole salire fino alla cima più alta deve correre il rischio di cadere e di scivolare. Più è grande il desiderio di crescere, più occorre accettare il pericolo.

Il primo requisito per relazionarsi è ESSERE, diventare un vero individuo, perché se ESISTI veramente, nasce anche un grande desiderio di avventura, di scoperta e quando sei pronto ad andare in esplorazione, sarai anche pronto per relazionarti…….

 

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liberamente tratto da:

Osho – il mistero femminile – Mondadori

Sottomissione e dipendenza

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Comunque sia stata la tua infanzia, qualunque siano la tua storia e le tue capacità, se lavori in una società molto gerarchizzata, che funziona sull’attribuzione di un giudizio di rendimenti sui dipendenti, con un capo molto presente, avrai certamente meno fiducia in te che se avessi la fortuna di lavorare in un’impresa a carattere cooperativo, attenta ai problemi dei dipendenti.

Quando vediamo riconosciuti i nostri meriti, ci sentiamo ascoltati e valorizzati, la nostra autostima tende ad aumentare. Se invece dobbiamo soltanto ubbidire agli ordini, conformandoci alle direttive, se ci sentiamo repressi, se gli obiettivi del nostro lavoro sono decisi da altri, la nostra autostima si sgretola rapidamente. Ma tutto questo non avviene a caso: infatti è proprio con questa strategia che i capi mantengono la loro autorità.

La mancanza di autostima è proporzionale all’assenza di potere sulla propria persona.

Lavorare in un’impresa che umilia i dipendenti, vivere accanto ad un marito che ti disprezza, oppure accanto a genitori che ti offendono e ti minacciano, distrugge l’autostima anche se una persona è solida ed equilibrata. In questi casi è necessario fare appello a tutta la propria forza d’animo e uscire prima possibile da quella situazione.

Spesso vengono da me persone che mi chiedono di aiutarle a trovare la forza di sopravvivere in una condizione familiare o lavorativa insopportabile. Non vorrebbero andarsene, anche se si sentono oppressi e ne soffrono, perchè sono convinti che la responsabilità sia la loro. È un pò come camminare con scarpe troppo strette. A un certo punto dobbiamo assolutamente dirci: ” mi sono sbagliata, queste scarpe che ho comprato non sono della mia misura, me le tolgo e ne indosso altre”, decisamente meglio che tentare ogni tipo di pomata o di calmare per soffrire meno.

La mancanza di autostima, quindi, non è una caratteristica innata di una persona, ma una conseguenza, una reazione a un ambiente o una situazione specifica.

Che una persona sia dipendente da una donna, da un uomo, dalla sigaretta o dall’alcol: è la dipendenza stessa a imprigionarla nella mancanza di autostima. Da un alto essa genera una forma di sicurezza, ma dall’altra indica una certa fragilità e vulnerabilità.

Se la nostra disinvoltura dipende da un bicchiere di vino, il nostro atteggiamento spigliato da una sigaretta, la nostra calma da una compressa di ansiolitico, significa che non siamo perfettamente a nostro agio con noi stessi e ne siamo consapevoli, anche se riusciamo a ingannare chi ci sta accanto.

La dipendenza forse è nata proprio dalla mancanza di autostima. Abbiamo scoperto che, mangiando una tavoletta di cioccolato o accendendo una sigaretta, riusciamo a tenere sotto controllo emozioni troppo forti. Ma la dipendenza finisce per rendere schiavi e può essere pericolosa: se per caso un giorno viene a mancare quell’appoggio esterno,sopraggiunge il panico, il crollo …

La dipendenza ci mostra, giorno dopo giorno, un’immagine sempre più svilita di noi stessi. E la situazione peggiora, ovviamente, quando la persona cui siamo fortemente vincolati ci umilia, ci disprezza, ci fa sentire “inferiori”.

Poiché manco di autostima, a chi affido il potere?

Quando acquisto potere sull’altro, in che modo la sua dipendenza mi rassicura?

Ampliando il discorso ricordiamo che  la sottomissione, la mancanza di autostima di una parte della popolazione ha permesso al modello gerarchico di durare nel tempo.

Oggi cerchiamo di uscire da quella struttura piramidale che limita la creatività e rende utopica la nostra speranza di democrazia.

Per esempio, per restituire autostima a ogni persona seduta intorno ad un tavolo per uno stage di gruppo, non basta far fare individualmente un lavoro “psicologico”: è necessario anche modificare la conformazione del gruppo e le regole di funzionamento.

Sempre più imprese abbandonano il modello gerarchico tradizionale, e anche se le “alte sfere” hanno molte difficoltà a rinunciare alle loro prerogative e ai vantaggi acquisiti, la rivoluzione è in corso.

Internet, in particolare, ci introduce a una nuova forma di intelligenza collettiva non piramidale.

Molte persone ritrovano l’autostima grazie al computer. Navigando nella rete, non vengono mai giudicate o rimproverate, possono arricchire autonomamente la loro cultura, partecipare a forum di discussione. Il loro parere è preso in considerazione come quello di chiunque altro. Possono anche condividere le loro conoscenze, e persino collaborare all’enciclopedia libera universale, Wikipedia.

Su Internet niente più esasperate formule di cortesia, che miravano al rispetto della gerarchia sociale: sul web hanno tutti pari dignità.

L’autostima dà autonomia e l’autonomia dà autostima.

Oggi la sfida è questa: fare coesistere autonomia e rispetto dell’altro ……

E tu cosa pensi di tutto questo???? Ti va di lasciare un tuo commento????

Sull’ “affermatività” assertiva ….

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Dal rispetto della propria persona alla consapevolezza di sé.

Dalla consapevolezza di sé, alla capacità di affermare le proprie opinioni in modo sereno, provocando il dialogo, aprendo il confronto.

Questa è l’affermatività o in altre parole l’assertività; della quale molti pensano di poter fare a meno, soltanto perché, forse non si sono mai posti il problema di come superare certi momenti critici e quindi ritengono che essi si creino da sé.

Sappiamo che così non è: se ci veniamo a trovare in una situazione difficile, questo è accaduto, nella maggior parte dei casi, perché gli attori che stanno recitando quella scena si sono lasciati prendere la mano, e hanno barattato l’intelligenza e l’autocontrollo con una pretesa spontaneità e una totale mancanza di ascolto dell’altro.

Di fronte all’avvicinarsi di una situazione critica che può condurre allo scoppio di un litigio, abbiamo la possibilità di reagire in due modi istintivi: arretrare e cedere il campo oppure aggredire.

Nel primo caso, il fatto di lasciare l’avversario vincitore della partita, spesso senza nemmeno combattere, il più delle volte evita del tutto l’eruzione vulcanica. Non ci sarà nemmeno bisogno di questionare con veemenza perché la persona di fronte a noi probabilmente avrà già colto la nostra arrendevolezza e quindi immediatamente si approprierà della vittoria.

Sicuramente ci siamo trovati tutti, almeno una volta,  in momenti di questo genere. Con quale stato d’animo ne siamo usciti? Di certo mai appagati e soddisfatti di noi, nè sorridenti o felici. Possiamo certamente consolarci del fatto che una battaglia perduta non equivale a perdere la guerra, ma forse .. forse .. giù in fondo, c’è una vocina che protesta altre verità.

Questa non è la ritirata strategica del cavaliere intelligente, ma il rovinoso abbandono delle armi sul campo, con conseguente fuga precipitosa.

Che cosa ci ha trattenuto dal far valere le nostre argomentazioni? Ovvero, riformulando la domanda: che cosa ci ha impedito di avviare un’iniziativa di contenimento efficace dell’avversario, basandoci sulle nostre forze e convinzioni?

La risposta ognuno la può trovare dentro di sé, a patto di non mistificarla, il che renderebbe vano lo sforzo di ricerca. Ma qualsiasi risposta alla fine vogliamo darci il risultato è sempre lo stesso: una scarsa stima di sé, uno scarso rispetto per sé e quindi una profonda insoddisfazione e l’avviarsi di pensieri fissi su pesanti considerazioni della propria inefficacia ad affermare le proprie convinzioni.

Il secondo caso è l’aggressione.

Anche qui abbiamo esempi infiniti: che vanno dalla nostra vita privata, a molti interventi di vari personaggi pubblici, nei vari talk show, che sembrano aver  adottato lo stile costante dell’aggressività, mirando in modo totale allo schiacciamento definitivo dell’avversario.

La domanda potrebbe essere: ma possibile che tutto il mondo sia popolato da immondi scarafaggi e l’unico compito delle persone sia quello di dar loro la caccia per poi soddisfare il gusto macabro di schiacciare la loro nera corazza?  E ancora: la gente di fronte a noi è davvero meritevole di tanta amorevole attenzione?

Perpetuare uno stile aggressivo nei confronti degli altri è politica sterile che crea attorno a noi il vuoto assoluto. Ci sembrerà di vincere ogni battaglia e via via con il tempo, giungeremo a sentirci davvero invincibili: ma a quale prezzo?

Dimostrare una totale mancanza di ascolto degli altri non ci fa più forti, ma al contrario mostra la nostra debolezza. Chi può avere paura di mettere sul piatto le proprie opinioni per discuterle insieme a quelle altrui, se non una persona conscia della propria fragilità? Non lasciare agli altri il tempo e il modo di esprimersi può spaventare i più remissivi ma quanto varrebbe, di fronte ad un simile comportamento, girare i tacchi e lasciare il il becero urlante a sproloquiare da solo?

Il fatto è che questo genere di persone sviluppa nel tempo una propria arte dell’aggressione, affinando gli stili dell’avversario grazie ai quali ha ottenuto i maggiori successi. Per queste persone è questione di vita o di morte, perché, non conoscendo altre vie per imporsi, sanno che risulterebbero a loro volta soccombenti.

Due maniere di relazionarsi, quindi , entrambe a loro modo grezze e infelici. Entrambe testimonianza di una mancanza di equilibrio di chi le agisce, graffiando o scappando.

Il comportamento “affermativo” è la naturale conseguenza di chi ha maturato rispetto di sé e ha coltivato la consapevolezza del proprio valore. Rifiutarsi di darsi alla fuga con le pive nel sacco, così come aborrire la zampata sanguinosa dell’orso, equivale ad aver maturato la convinzione che i rapporti umani, proprio perché tra persone e non tra belve inferocite, possono venir strutturati secondo modalità in cui la dominante sia l’intelligenza.

Se il confronto nasce male e tende a deragliare, riportarlo sui binari del buon senso e del rispetto non è cosa da poco, ma tuttavia è la sola fatica che possa creare buon senso e rispetto.

Proviamo ad immaginare come si potrebbe comportare  una persona tendenzialmente aggressiva di fronte ad una persona che tende ad imporre un dialogo rispettoso delle rispettive posizioni, rifiutando di essere schiacciata come uno scarafaggio? La risposta non è automatica, ma potrebbe darsi che costui, forse per la prima volta, trovandosi di fronte qualcuno che finalmente non fugge in ritirata, si trovi disorientato.

La sua reazione immediata potrebbe essere quella di innalzare il livello del conflitto magari per misurare la capacità dell’avversario di mantenere la posizione. E questo sarà il momento di maggiore difficoltà per entrambi. Per il violento, che avrà modi di rendersi conto di quanto le sue armi, di fronte a quella persona, possano risultare spuntate. Per l’altro, perché arretrare o anche soltanto vacillare in quell’istante equivarrebbe a morte certa.

Conosciamo tutti molto bene l’esistenza di quei fili invisibili di comunicazione che sanno trasmettere i significati delle cose molto meglio di tante parole. Quanto possono comunicare un semplice sguardo o un fiero silenzio?  Spesso non serve parlare, per dimostrare ad un aggressivo che non abbiamo paura della sua stupida violenza, basta restare nella posizione fisica assunta, senza abbassare gli occhi, grattarsi nervosamente o tremare nelle mani. Fermi. Centrati, Radicati.

Tutto questo può accadere quando i pilastri portanti del rispetto di sé e della consapevolezza siano ben stabili. E allora … quanta sofferenza in meno? Quale diversa qualità della vita? Quante relazioni a rischio salvate e trasformate positivamente? E infine: quanti nuovi spunti di gratificazione che potremo regalarci con le nostre stesse mani, dai quali ricavare nuova energia e nuova forza per proseguire? …

Sguardo dell’altro e fragilità personale

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Il “ti voglio bene solo se …” ha spesso impresso in noi la dipendenza o, quanto meno, la fragilità in rapporto allo sguardo dell’altro. Abbiamo acquisito inconsciamente l’abitudine a credere che fossimo amati per le nostre azioni, le nostre competenze, i nostri risultati, e non per noi stessi e così abbiamo lasciato che molti nostri atteggiamenti fossero appiattiti dalla paura di essere giudicati, criticati, rifiutati, invece di lasciare che fossero l’espressione gioiosa della nostra personalità e della nostra creatività: “cosa penseranno di me se dico questo e penso quest’altro, se mi vesto in un modo e mi pettino in un altro, se oso fare questa cosa o quell’altra?”

Tutti conosciamo persone, quando non lo siamo noi stessi, che allineano la propria vita su questo criterio: cercare di piacere, evitare ad ogni costo di non piacere, fare tutto come “si deve”.

Molte di loro, poi, si stupiscono di essere sempre alla ricerca, sempre in attesa e di non essere mai felici. Come potrebbero esserlo? Come potrebbero essere interiormente soddisfatte se tutte le loro aspettative sono esteriori?

Credo che sia impossibile essere felici senza accettare a volte il disagio di non piacere a tutti. Con ciò, di certo, non invito nessuno a cercare deliberatamente di non piacere a qualcuno; propongo, invece, di mostrare rispetto e considerazione per l’altro senza rinunciare a se stessi. Esistono molte persone che pensano si manchi loro di rispetto quando non facciamo quello che vogliono o che trovano giusto. Esse perpetuano, loro malgrado, la confusione tra bisogno e richiesta, tra richiesta negoziabile e pretesa.

In fondo, non credo che potremmo mai godere della sicurezza e della dolcezza di essere fedeli nei confronti degli altri e della vita, se non fossimo fedeli nei confronti della prima persona con cui siamo in relazione, cioè noi stessi.

Se aspettiamo di piacere a tutti e di essere sicuri di non deludere nessuno, rischiamo quasi sicuramente di mancare la nostra vita, come delle brave ragazze o dei bravi ragazzi, molto saggi, che si annoiano pazientemente senza osare nemmeno dirselo.

Rispettarsi, non significa fare tutto quello di cui si ha voglia, né assecondare tutti i propri desideri. Rispettarsi, è allo stesso tempo ascoltarsi, capirsi e rendere giustizia ai propri veri bisogni, nascosti dietro i desideri e le voglie; significa anche accettare il disagio di stabilire delle priorità, la difficoltà di rinunciare e di scegliere, la difficoltà di vivere dei disaccordi.

Rispettare l’altro, è esattamente la stessa cosa: non significa fare tutto ciò di cui ha voglia, né assecondare tutti i suoi desideri. Rispettare l’altro, è ascoltarlo, capirlo e rendere giustizia ai suoi veri bisogni; significa anche accettare il disagio di porre delle priorità, di rinunciare per scegliere, si non essere sempre d’accordo.

Ascoltare il proprio slancio e seguirlo, imparare ad avere autostima e fiducia, cambiare quello che c’è da cambiare e abbandonare quello che c’è da abbandonare, con fermezza e benevolenza, cercando di rispettare l’altro e se stessi.

Credo che a volte per crescere ci occorra ritornare ad essere un bambino esitante, balbettante, ai primi passi, per permetterci veramente di imparare cose nuove. E non è facile! C’è una parte di noi che adora rinchiudersi comodamente nelle sue abitudini e nelle sue certezze e che preferisce tenere chiusa la porta dell’apprendimento.

Ho osservato che, sostanzialmente, le persone non si danno fiducia, agiscono spesso controllando la loro vita e quella dei loro cari. Si aspettano che gli altri funzionino come hanno deciso loro.

Ancora una volta tutto questo ha una sua spiegazione: la sicurezza è un bisogno fondamentale, se non la cerchiamo in noi, nei punti di riferimento interiori, nella fiducia profonda in noi stessi e nella vita, rischiamo di cercarla all’esterno, attraverso il controllo e la programmazione. Queste persone, raramente si sentono profondamente felici …  Dipendono dal loro ambiente, che naturalmente, non asseconda sempre i loro programmi e non si sottomette costantemente al loro controllo, né alla loro volontà.

Naturalmente, la fiducia e la stima in se stessi non si decretano per legge. Non si tratta solamente di un’idea o di una decisione, ma di una pratica quotidiana che comporta:

  •  Accettare ed elencare lucidamente quello che sentiamo non funzionare in noi, per esempio: “ in fondo, non ho fiducia in me stessa. Se l’altro parla più forte di me, se l’altro ricopre un ruolo di autorità, io mi ritiro”.
  •  Identificare i sentimenti e i bisogni che a volte possono essere mescolati e confusi.
  •   Lasciare che le priorità si chiariscano in termini di bisogni fondamentali.
  •   Tendere verso questi bisogni/priorità con infinita benevolenza per i primi passi, spesso esitanti e poco soddisfacenti.
  •  Prendersi il tempo di celebrare i micromovimenti, i micro cambiamenti che si producono in noi e nutrirsene come se fossero vitamine. Ricordiamoci sempre che siamo noi la nostra migliore amica/amico. Se non siamo noi stessi ad incoraggiarci per primi come potremo ascoltare gli incoraggiamenti degli altri?

E’ solo accettando di accogliere il disagio di cambiare, di affrontare gli sguardi e i commenti degli altri “Sei cambiata, non sei più quella di prima …” di addomesticare le nostre paure, che possiamo ritrovare il ben-essere e – udite udite!! – creare ben-essere intorno a noi ….

“ Quando il mio percorso è duro e

accidentato, quando gli altri non

capiscono dove vado né perché ci sto

andando, non significa che mi sto sbagliando ..”

A. Levy-Morelle

La Nobiltà d’Animo

nobilta animo

….. direi che oggi sia questo il post che sento di più ……

La Nobiltà d’Animo ci aiuta a fertilizzare dentro di noi l’ascolto, la comprensione dell’altro come diverso e unico, il rispetto, la generosità, la compassione e il perdono. Per questo è importante mantenere buone relazioni con i propri cari, con i familiari, gli amici, i vicini di casa, gli altri da noi e anche con tutti quelli che abitano dall’altra parte del globo. Per questo è importante che nelle relazioni sociali, di qualunque genere esse siano, ci facciamo orientare dalla bussola della Cortesia che segnala i quattro punti cardinali di Rispetto, Gentilezza, Benevolenza e Generosità.

La bussola ci segnala le parole, i toni e i modi giusti per fare stare bene le persone intorno a noi.

La ricetta sembra semplice; un po’ d’attenzione, un po’ di riflessione, una selezione empatica di parole positive, l’uso appropriato dell’intelligenza sociale sostenuta dalla benevolenza e dal rispetto per la dignità di ciascun essere umano.

Il rispetto ci porta a riconoscere che l’altra persona ha la sua dignità e che i suoi interessi, bisogni, valori, diritti e unicità meritano la nostra considerazione, senza pregiudizi.

Ogni persona è degna di un’adeguata porzione di attenzione, un’autentica cura ed empatia onesta, senza falsità. La cortesia ci fa rispettare le posizioni sociali dell’altra persona mai ignorando la sua presenza, mai minacciando la sua dignità, mai sminuendo il suo prestigio.

Gentilezza è un sincero sorriso espresso con sguardo discreto e parole gradevoli. Ognuno sa come umiliare, offendere, squalificare un’altra persona; ognuno, tuttavia, è anche capace di trasformare una potenziale offesa in uno scambio di benevolenze. La benevolenza è l’atteggiamento mentale che porta a scoprire l’umanità che c’è in ogni persona.

E’ la Nobiltà d’Animo che impedisce azioni squalificanti, offensive, umilianti, maleducate. E’ la nobiltà d’animo che fa privilegiare il perdono al rancore. Il perdono lenisce la sofferenza emotiva e cognitiva del dolore subito e fa riguadagnare fiducia in noi stessi e negli altri, ristabilendo relazioni positive con le persone che ci hanno fatto del male.

Il perdono ha valore catartico connesso alla clemenza, alla compassione, alla generosità e soprattutto alla rinuncia del legittimo diritto di nutrire rabbie e risentimento.

La Nobiltà d’Animo stimola a trattare alcuni argomenti con delicata sensibilità, perché sappiamo che potrebbero far soffrire la persona, conoscendo l’impatto negativo di parole o gesti offensivi o minaccianti.

Se cogliamo le somiglianze che vi sono tra gli esseri umani, ricchi o poveri, donne o uomini, religiosi o atei, di destra o di sinistra, proviamo profonda empatia e sintonia con i nostri simili, consapevoli che ognuno di noi per crescere ha dovuto superare tappe difficili e sopportare pene e dolori, perdite e rinunce.

Se sentiamo i nostri interlocutori simili a noi, imperfetti come noi, perché hanno sofferto, perché hanno avuto cattivi maestri, perché non hanno ancora imparato, allora i nostri gesti nei loro confronti esprimono generosità e benevolenza: non pensiamo più male degli altri esseri umani né concepiamo di fare loro del male. Ci sentiamo profondamente simili.

Quando parliamo e ci comportiamo seguendo le indicazioni della bussola della cortesia diamo concretezza al desiderio di creare intorno a noi un clima di gentilezza, benevolenza, generosità e soprattutto rispetto. Questa logica contribuisce a far sentire gli altri a proprio agio, a salvare la loro faccia sociale, proteggendo il loro prestigio.

Non c’è nulla di nobile nell’essere superiore a un altro uomo.

 La vera nobiltà sta nell’essere superiore

 alla persona che eravamo fino a ieri.

Samuel Johnson

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